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SCIOPERO ALLO
STABILIMENTO GUERINI.
Una mattina quando Carlo
e Vittorio ritornarono dall'ufficio postale dove erano stati come al solito a
prendere i giornali, raccontarono che tutto il villaggio era sottosopra, perchè
gli operai dello stabilimento Guerini s'erano posti in isciopero, e dissero che
nella piazza e per le vie, dappertutto si parlava di questo avvenimento, e
c'erano gruppi d'operai, come se fosse festa.
Più tardi quando il
professore andò dai Morandi5 a dar lezione a Carlo,
egli diede maggiori ragguagli.
Gli operai avevano preso
il pretesto da una multa, che il direttore aveva inflitta ad uno di loro, per
chiedere aumento di paga e diminuzione delle ore di lavoro, e non avendo
ottenuto nulla, quella mattina non erano andati alla fabbrica.
Per quel giorno non si
parlò d'altro che di quel fatto; ad ognuno se ne domandava notizie. Mario
voleva sapere che cosa significasse questo sciopero, e il professore spiegava,
come gli operai per ottenere quello che desideravano, si univano assieme e
disertavano dal lavoro per obbligare il proprietario a conceder loro quello che
esigevano.
-Sì, ma intanto non
guadagnano, - disse Mario.
- Non è vero, - disse il
professore. - Dovete sapere che s'è formata una società fra gli operai. Ognuno
quando lavora, versa nella cassa della società una piccola somma, che poi serve
a pagare gli operai che si mettono in sciopero, i quali in questo modo hanno la
paga anche senza lavorare.
- È una cosa ingiusta, -
disse il ragazzo.
- È un modo come un
altro per far la guerra al proprietario; mezzo che in certi casi può essere
giusto, e riesce a migliorare la condizione dell'operaio; ma molte volte
l'operaio abusa di questa forza, va all'eccesso, ed allora il danno è tutto
suo.
- Chissà come saranno
inquieti ed irritati i signori Guerini! - osservò Maria.
Più tardi giunsero
notizie peggiori; l'agitazione fra gli operai era grande; essi avevano
fischiato i signori Guerini, e gettato dei sassi dietro la loro carrozza; si
diceva che ci fossero dei feriti. A quelle notizie Maria non potè più star
ferma e decise di andare alla villa Guerini per sapere qualche cosa di preciso.
- Non è prudenza
muoversi, - disse Carlo, - gli operai se la possono prendere anche con noi.
- Dove è andato il tuo
eroismo? - chiese Maria, - qui non si tratta di esporsi per capriccio ad un
pericolo. È una famiglia di persone gentili che ci hanno accolto colla massima
cortesia ed ora si trovano in angustie; mi par nostro dovere di andar a sentir
le loro notizie e vedere se possiamo giovare in qualche modo ai nostri amici;
non abbiamo fatto male a nessuno e non dobbiamo temere.
- Vi ammiro anche questa
volta per il vostro coraggio, - disse il professore, - soltanto vi chiedo il
permesso di accompagnarvi, anch'io desidero offrire i miei servigi ai signori
Guerini.
- Andiamo, - disse
Maria. - Carlo ed Elisa, che sono più grandi, possono venire con noi; gli altri
restino a casa; è inutile dar tanto nell'occhio e andare in frotta, come se si
trattasse d'una festa.
- E se vi succedesse
qualche cosa?
- E non temete d'essere
d'incomodo in questo momento? - chiesero i ragazzi.
- Se siamo d'incomodo
non ci riceveranno, ecco tutto; - rispose Maria, - noi avremo fatto il nostro
dovere. Non c'è pericolo che ci succeda qualche cosa; in ogni caso entreremo
dalla porticina del giardino e nessuno ci vedrà.
Maria si mise il
cappello e uscì assieme ad Elisa, seguita da Carlo e Damiati.
S'avviarono verso casa
Guerini evitando di passare in mezzo al paese; però nelle vicinanze della villa
incontrarono delle brigate di operai, che ragionavano fra loro e gesticolavano
con vivacità. Proseguirono la strada senza badare a quei crocchi di persone
disoccupate, e giunsero alla villa, dove i signori Guerini li ricevettero
mostrandosi molto grati della loro premura e dispiaciuti che potessero aver
qualche noia per cagion loro.
- Siamo messi
all'indice, - disse la signora tutta addolorata, - e quello che mi rincresce di
più è di vedere l'ingratitudine dei nostri operai, che abbiamo pur trattato
sempre bene, come fossero nostri figli.
Poi raccontò come la
mattina avesse voluto accompagnare il marito alla fabbrica, perchè sarebbe
stata inquieta di lasciarvelo andar solo.
- Se vedeste -
soggiunse, - che desolazione! Pare un cimitero; tutte quelle macchine là
immobili, quegli stanzoni freddi, vuoti, quel silenzio.... fa stringere il
cuore.
Il signor Guerini era
tutto irritato, e andava avanti e indietro per la stanza pensando al danno che
gli recava quello sciopero, alle commissioni che non poteva eseguire, e più di
tutto a quella gente, alla quale avea dato lavoro, a tutti quei contadini, che
gli dovevano l'esistenza e che ora gli si ribellavano.
Ogni tanto veniva
qualche messo mandato dal direttore dello stabilimento: una commissione
d'operai sarebbe venuta il giorno appresso per dire ciò che pretendevano.
Seppero che il sindaco
aveva telegrafato alle autorità della provincia, e nella giornata doveva venir
della truppa per tenere a dovere gli operai più turbolenti.
La signora raccontò una
scena commovente.
Cinque operai erano
andati al lavoro malgrado le minacce dei compagni, dicendo che non avevano
nessuna ragione di abbandonare una famiglia che li aveva sempre beneficati. Gli
altri volevano entrare a forza per trascinarli di là, bastonarli, e forse
ucciderli; tanto che essa stessa li avea pregati di sospendere il lavoro; ma
quando uscirono dalla fabbrica furono accolti a furia di fischi e d'insulti;
era una cosa che faceva proprio pena. Era vero che dei sassi erano stati
lanciati dietro alla loro carrozza. Fortunatamente non avevano ferito nessuno,
ma erano tutti sgomentati e tremavano ad ogni più piccolo rumore e ad ogni
suonata di campanello.
- E come farete questa
notte? - disse il professore.
- Chiuderemo bene la
villa, e starà alzato qualcuno a far la guardia.
- Se voleste venire da
me, - disse il Damiati.
- O da noi -
disse Maria.
- Grazie, - ma prima di
tutto non si vorrebbe attirar su di voi l'ira del popolo, poi non vogliamo
abbandonare la casa; sarebbe una viltà. Anche i ragazzi devono abituarsi alle
lotte e alle difficoltà della vita; se in questi giorni avrete coraggio di
venire a tenerci compagnia, ci farete un regalo; nei momenti difficili quando
si ha tanti nemici, fa piacere aver dei buoni amici, e vedere che non ci
abbandonano. -
Maria promise di passare
alla villa gran parte della giornata coi suoi fratelli, e si offerse per tutto
quello che potesse loro esser utile.
Le faceva proprio pena
vedere quella famiglia in quel frangente, e chiusa in casa come in una
prigione, e quando furono usciti, chiese ad Elisa se avrebbe avuto piacere in
quel momento trovarsi nei panni d'Elvira, ch'essa invidiava tanto.
- Sono in prigione, ma è
una bella prigione, dove io ci starei tutta la vita, - rispose la fanciulla.
- Ti annoieresti, -
disse Carlo, - come un uccello si annoia in gabbia, anche se è d'oro.
- Ora passano, è vero,
un brutto momento, ma io mi cambierei subito con loro, - disse Elisa. Però quei
fatti la fecero riflettere, e capì che più si è in alto, più ci sono dolori, e
che forse sua sorella aveva ragione nel dire che la vita modesta e ignorata ha
pure i suoi vantaggi.
Vedendo gli operai
abbastanza quieti, fecero un giro nel villaggio, in mezzo ai gruppi di gente
dove non si parlava d'altro che dello sciopero; e di operai che ragionavano fra
loro sul da farsi.
Bisognava resistere, -
dicevano, - era tempo di finirla, erano stanchi di lavorare come bestie da
soma, per mantenere il lusso dei ricchi, volevano godere e divertirsi, era
venuto anche il loro tempo.
In alcuni gruppi c'erano
le donne che volevano dar consigli e dir la loro ragione. Maria fermò una donna
che conosceva ed era moglie d'un operaio, e le chiese se fosse contenta d'aver
il marito ozioso tutto il giorno e se non sarebbe meglio che lo consigliasse a
riprendere il lavoro.
- Si soffre oggi per
godere domani, - rispose, - vogliamo anche noi vestir bene come loro, e farci
servire; siamo stanche di soffrire.
C'erano altre che si
mostravano dispiacenti, temevano che i mariti prendessero il vizio di bazzicare
all'osteria, ed anzi andavano a levarceli di là; ma quelli le invitavano a bere
insieme, alla riuscita della loro causa; e verso sera la piazza e le vie del
villaggio presentavano uno spettacolo poco piacevole. Gli operai uscivano
dall'osteria mezzo ubbriachi cantando delle canzonacce, coi cappelli per
traverso e le vesti in disordine. Anche qualche donna era un po' brilla, e i
ragazzi non avendo più freno, girellavano per le strade e facevano baldoria.
Maria volle subito
ritornare a casa e fece osservare ai fratelli la differenza che passa fra
l'operaio quando è al lavoro, serio, attento, colla faccia composta, che mette
allegria a vederlo, da quando è ridotto in quello stato dall'ozio e dal vino,
come in quel giorno, che dava uno spettacolo da stringere il cuore.
Vi fu sull'imbrunire un
momento che pareva ci fosse in paese la rivoluzione: fu quando venne e
s'accampò vicino al villaggio una compagnia di soldati; allora il furore di
quel popolo ubriaco era tale da metter paura: volevano dar fuoco alla fabbrica,
uccidere il signor Guerini, e non si quietarono se non dopo l'arresto degli
operai più turbolenti.
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