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IV
Lydia fece la sua entrata nella gran sala abbagliante di lumi, senza il
menomo imbarazzo. La piena sicurezza di sé stessa le trapelava da ogni atto,
dallo sguardo ardito, dal sorriso franco, dalle strette di mano che distribuiva
passando a braccio teso e scuotendo forte il pugno.
Faceva un senso di meraviglia e di pena insieme a vederla con quel viso
di bambina, quel corpo appena formato, e tanta arte mondana; o veramente
avrebbe fatto meraviglia, se intorno a lei non fossero state tutte così; ma la
sala era un giardino, una serra di questi graziosi fiori artificiali.
Uno sciame di amichette la circondò subito. Erano ragazze belle,
eleganti, soprattutto disinvolte; conoscevano a fondo la teoria delle braccia
nude; strette alla vita quelle magre; sollevate, sempre in cerca di un riccio
ribelle o di uno spillo cadente, quelle che potevano far pompa di ricchi
contorni. Ognuna poi, forte o sottile, alta o piccina, aveva lo stesso petto
sporgente con audacia; petto di prescrizione come le divise militari. In pochi
momenti Lydia fu messa al corrente di quella parte di società che non
conosceva; parte minuscola, poiché erano quasi tutte persone note o viste a
teatro o incontrate in casa d'amici.
Con un'occhiata pratica passò in rassegna le toelette femminili,
mordendosi tratto tratto i labbruzzi, quando le pareva di trovare un abito
meglio riuscito del suo.
Guardò gli uomini con diffidenza e con mediocre interesse; in fondo
erano sempre quelli: il marchese Gherardi, un colosso, col collo taurino, le
spalle larghe da fattore, un puzzo inveterato di sigaro e di stalla. Il
letterato Benelli, duro e impettito, che salutava piegandosi in due, e che
aveva l'aria di dire a tutto il mondo: «io guardo nelle anime vostre come in
una casa di vetro; nulla mi sfugge del cuore umano.» L'avvocato Calmi, lo
scettico che nessuna donna aveva fatto palpitare mai, e per il quale una bella
ragazza era impazzita, senza che egli smettesse di sorridere. Il giovane duca
di Castel Gabbiano, ultimo dei principi Scatti, un aborto miope, calvo e
cretino. Giavazzi che amoreggiava solamente colle donne da teatro. Senni che
aveva i denti neri come l'inchiostro. Weimer freddo come i ghiacci polari.
Alari e Saluzzi sposati all'alpinismo, capaci di parlare del Monte Bianco
durante un valzer di Metra. Chi ancora? Tre o quattro ufficiali di cavalleria,
già in guarnigione da due anni, e interamente sfruttati. E poi? E poi la folla.
- Ma chi è quel giovinetto smilzo colla divisa di marina?
- È il conte Rambaldi, reduce dal suo gran viaggio nell'India.
- Gigi? - esclamò Lydia tornata improvvisamente bambina e tutta rossa di
emozione: - è egli veramente Gigi? Ma io lo abbraccio.
Le fanciulle si posero a ridere. Quella Lydia era proprio singolare, per
quanto avesse l'apparenza ragionevole che hanno tutte.
- È un mio amico d'infanzia - continuò Lydia, dimenticando di star ritta
nel busto e piegandosi avanti per vederlo meglio.
- Oh! - fece una ragazza più vecchia delle altre, un po' sparuta, con
due occhietti vivi di faina - se si continuasse tutta la vita ad essere amici
d'infanzia, io dovrei sedermi sui ginocchi di Beppe Gherardi, come si
faceva.... qualche anno fa.
Cinque o sei ventagli si alzarono pudicamente, nascondendo sorrisi
maliziosi.
Quanto a Lydia, ella non ci vedeva malizia alcuna. Le era sempre
piaciuto molto a giocare, a divertirsi, a ridere, a sfogare infine come poteva
la vivacità grandissima del suo temperamento. Gigi le rammentava una quantità
di corse nel bel parco ombroso della sua villa, molte partite al volante, e
delle risate senza fine. Lasciò che le amiche lanciassero i loro frizzi,
ignorante ancora del male che fanno queste frecce invisibili, e continuò a
guardare il cadetto di marina, finché questi se ne accorse, e riconoscendo lui
pure la compagna de’ suoi giuochi, venne a salutarla. Lydia, tutta ridente, gli
tese la mano, e stava per dirgli:
- Come ti sei fatto alto!
Ma il contino, serio, la chiamò all'etichetta dicendo:
- Come sta, signorina?
Lydia si ricompose subito, stringendo le labbra, abbassando per metà le
palpebre e il tono della voce:
- Benissimo: e lei?
L'orchestra intuonava una polka.
- Non ha impegni?
Sì, ne aveva, ma finse di dimenticarli, perchè voleva uscire dal
crocchio delle amiche a braccio di Rambaldi.
- Non avrei creduto che dovesse prender fuoco così presto - disse
caritatevolmente la ragazza sparuta dagli occhi di faina: - ignora che Rambaldi,
affamato di civiltà dopo il suo viaggio tra i barbari, si è già iscritto alle
lezioni della Capitelli.
- Maldicente! - mormorò una voce dolcissima, dal timbro vellutato.
Non c'era che Eva Seymour che avesse quella voce. Ella si era avvicinata
in compagnia di Costanza Arimonti.
- Ecco le inseparabili e impeccabili che vengono a confonderci nelle
nostre debolezze.
Eva passò oltre, sorridendo dolcemente e stringendo il braccio
all'amica.
Le guardavano molto; miss Eva, per la sua splendida bellezza; Costanza,
bella anch'essa, per un non so che di alteramente puro che dava al suo volto
una luce straordinaria. L'Inglese era, come al solito, vestita di bianco, col
solo ornamento della sua aureola dorata. Costanza, nell'abito celeste, coi
capelli di un biondo opaco, semplicemente intrecciati, l'occhio calmo, il
sorriso malinconico, somigliava senza saperlo alla sua antenata Jeronima: e
formava, in quel suo irradiamento tutto spirituale, un felice contrasto colla
bellezza di Eva voluttuosamente terrena.
- Torna ancora a
Bombay?
- Oh! no.
- Come lo dice convinto!
- Sono sempre convinto io di quello che dico.
- Badi: un momento fa mi ha insinuato che sono bella.
- Lo ripeto.
Intanto che Gigi Rambaldi, da uomo educato, snocciolava complimenti alla
sua ballerina, ella lo guardava sottecchi, fingendo di voltare il capo per
accomodarsi la spallina dell'abito. Si era fatto così alto che non sapeva
capacitarsene, mentre ella era rimasta piccina. E forte era. La teneva per la
vita sollevandola come una piuma.
Un momento, nel ballare, la sua guancia abbrunita dal sole indiano aveva
sfiorato la guancetta tonda di Lydia; ed a lei era venuta una tentazione matta
di baciarlo rumorosamente, alla francese, col ganascino fra le dita. Ma lui era
molto serio; sembrava anche distratto, e allora non parlava. Lydia invece aveva
voglia di parlare.
- Si ricorda, a Belgirate, quante corse sul lago, per i boschi, in
montagna? Quanto giuocare all'altalena e al volante? Si ricorda?
- Eh! sicuro.
- E quella sera che ci siamo perduti nel parco, che lei voleva
fabbricare una capanna per passarvi la notte?....
Rambaldi non aveva inteso. Si fece replicare:
-.... una capanna per passarvi la notte.
- Ah! sì.
- Avevamo cólti tanti fiori; mi ricordo, che erano quasi tutte violette:
ve n'era una quantità nel bosco, come queste....
Prese il mazzolino che teneva alla cintura, e lo mostrò al giovinotto.
Egli si affrettò a dire:
- Bellissime! Le violette sono la mia passione.
Con uno slancio irriflessivo Lydia glielo porse. Egli accettò un po'
sorpreso, e se lo mise all'occhiello. In quel momento la fanciulla, sollevando
gli occhi, incontrò gli sguardi di Eva e di Costanza fissati su di lei. Ma che
male c'era? Non aveva già commesso un delitto per dare alcuni fiori ad un amico
d'infanzia. Fece spalluccie, e continuò a parlare con Gigi il quale intanto
sbirciava per la sala, mordendosi i baffi.
- Non vede, in fila, davanti a noi, la contessa Colombo? Chi mai la fa
ballare?
- Un mio compagno di collegio, il duca di Castel Gabbiano.
- Pazienza! Ma perché balla ancora la contessa Colombo? Potrebbe essere
nonna; ho visto maritarsi sua figlia.
- Gran bella donna - esclamò Gigi ripreso dalle distrazioni.
- Che dice mai? La contessa....
- Eh no, non parlo della contessa.
Lydia non poteva darsi pace. La contessa Colombo davanti
a lei, facendo
coda per una polka:
- Ma si balla dunque fino a novant'anni!
Le spalle ossute e brune della celebre signora esercitavano una strana
potenza di curiosità. Ella pigliava diletto nell'osservarla minutamente come un
fenomeno; quella faccia da morto, illuminata dagli occhi che sembravano torcie
a vento; quei capelli nerissimi di un lucido di pece, tinti senza dubbio; le
orecchie cartilaginose; la bocca secca, quasi bruciata da un soffio ardente; le
narici mobili, aspiranti nell'aria; e per cornice un abito di broccato giallo
con altissime trine nere.
Lydia non capiva proprio che cosa vi facesse nel ballo quella vecchia
signora. Aveva sempre creduto che le signore vecchie dovessero passare il loro
tempo in poltrona, come sua madre, o in chiesa, o visitando i poveri e facendo
dei sermoni in famiglia, come la marchesa Arimonti; o lagnandosi delle correnti
d'aria e delle stagioni cambiate; qualunque cosa, insomma fuorché danzare delle
polke.
Fu tutta orecchi quando l'avvocato Calmi, passando a braccio di Benelli,
mormorò, additando la contessa e il suo imberbe cavaliere:
- È la torre diroccata a cui resta un merlo solo.
Ma che avrebbe detto Lydia, se avesse potuto seguire lo scettico
avvocato alcuni passi più avanti, allorché, segnando lei stessa al compiacente
Benelli, soggiunse:
Diventa economa, la signorina. Un po' di viole per Rambaldi, mentre è
stata così generosa coi pescatori di Belgirate....
Nella sala dei rinfreschi, don Leopoldo che aveva fatto tutta la sera da
cavaliere a sua cognata, la serviva ancora. Egli avrebbe preferito, di gran
lunga, trovarsi nel suo letto, colla Revue des Deux Mondes appoggiata
all'origliere; ma schiavo eroico della galanteria, se ne stava chino sulla
poltrona di donna Clara, mostrando la dentiera col più grazioso de’ suoi
sorrisi.
Lydia, accanto a loro, prendeva un gelato, lo prendeva macchinalmente,
senza gusto, assorbita com'era nella contemplazione di uno specchio.
Una volta o due don Leopoldo girò la testa per vedere che cosa attirasse
l'attenzione di sua nipote, e concluse che era una perdonabile vanità dei
sedici anni. Donna Clara, sbadigliando, sentenziò che gli specchi sono una cosa
noiosa, perchè costringono gli occhi a volgersi dalla loro parte, anche non
volendo. E Lydia guardava sempre, guardava al di là della sua figurina rosea,
in un angolo della sala, mezzo nascosto da alti arbusti, ma che lo specchio
rifletteva fedelmente. Guardava un divano sul quale un giovane cadetto di
marina, infiammato di zelo, come se fosse sul ponte della sua nave, parlava con
una signora; guardava la signora, procace, civettuola, sorridente, con
quell'aria indefinibile di soddisfazione che prende il volto di una donna,
quando un uomo le fa la corte. L'attitudine aggressiva del cadetto diceva:
- Vi trovo di mio gusto, siete bella, e vi amo.
Gli occhi della signora rispondevano:
- Vi devo credere? Sono parole che si spendono per tutte.
Il cadetto fece un movimento in avanti. La signora, sbadatamente, tirò a
sé lo strascico dell'abito; così erano vicinissimi. Egli si tormentava i baffi,
sprofondando fin dove poteva uno sguardo ardente. Ella restava calma, avvezza a
quei fochi, sorridendo sempre ed agitando a larghe ondate il ventaglio.
La mano di lui, appoggiata nervosamente alla spalliera del divano,
gemeva: Abbiate pietà. Le spalle di lei, fremendo con un brivido
impercettibile, mormoravano: Forse.
- Fa piacere a vedere come si divertono tutte queste ragazze. È la loro
età!
Questa riflessione di don Leopoldo cadde, come un sassolino in uno stagno,
producendo un rumore sordo. Donna Clara si accontentò di affermare con un moto
della testa. Lydia continuava a guardare lo specchio. I due non avevano mutata
posizione; solamente la signora si umettava delicatamente le labbra colla punta
della lingua, tenendo il capo appoggiato alla spalliera e gli occhi erranti
verso il soffitto. Rambaldi era molto rosso.
Improvvisamente la signora, rizzandosi sulla vita, con un risolino
beffardo, allungò il ventaglio sul mazzetto che il giovine teneva all'occhiello.
Egli non esitò. Strappò subito le violette fino all'ultima, fino ad una piccola
foglia che non voleva uscire dall'occhiello, gettandolo dietro al divano.
- Zio - disse Lydia coi dentini stretti - conosci tu la signora
Capitelli?
- La signora Capitelli? - ripetè il vecchio, seguendo la direzione degli
sguardi della fanciulla, ma non vedendo niente nello specchio, perchè i due si
erano allontanati.
- Sì, la signora Capitelli; quella che ha un neo sul mento, che
passeggiava un momento fa con Gigi Rambaldi, che è moglie di un banchiere.
- La bella signora Capitelli?
- La trovi bella? - esclamò Lydia facendo spallucce, sgranando gli
occhioni come per grande meraviglia. - Ad ogni modo non è questo che ti
chiedevo. Dimmi che donna è.
- Oh! - fece don Leopoldo - perfetta, perfetta.
E scoperse la dentiera, amabilmente, nella lunga abitudine di parlar
bene delle signore.
Intanto la sala si riempiva di ballerine assetate e di cavalieri
affamati. Le coppe dello sciampagna incominciarono a spumeggiare in mezzo ai
pasticci di selvaggina. Molti tavolini erano sparsi dovunque, così ognuno si
collocava a piacer suo.
Una dolce ebbrezza, un abbandono di buon genere animò presto uomini e
donne; gli occhi lampeggiavano, i frizzi uscivano facili dalle labbra.
Alcune signore si erano levate un guanto, uno solo, e, col braccio
appoggiato sulla spalliera della poltrona, ascoltavano sorridendo, mettendo a
posto i braccialetti. Erano tutte circondate dai loro fidi, dagli spasimanti,
dagli amici, dai corteggiatori che formavano intorno ad ognuna una specie di
piccola corte, come un crocchio intimo, come tanti salottini particolari nel
gran salotto comune.
Le ragazze le imitavano del loro meglio, copiando i sorriseti pieni di
sottintesi, le lunghe occhiate freccianti, certi movimenti delle spalle; e nel
modo di voltare il capo indietro sporgendo il busto, nelle voci scalate, nei
respiri o trattenuti o esagerati o dolcemente convulsi, che facevano fremere
qual spuma le trine aeree sui petti nudi.
Scintillavano le gemme sotto i doppieri; scintillavano in mezzo ai fiori
e ai cristalli le belle spalle alabastrine; scintillavano i sorrisi sulle
bocche umide. Da quelle dame, da quei gentiluomini, avvezzi a mentire sempre
colla maschera delle convenienze sul viso, sprigionavasi a loro insaputa una
fiammella di voluttà che saliva, riscaldandola, nell'atmosfera profumata.
Lydia, guardando sé stessa nello specchio dove prima aveva guardato
Rambaldi, si vide sola. Vide la sua faccina pallida e l'occhio cinto da un
segno di stanchezza. Era brutta; stonava in quell'ambiente. Non così, come una
mesta Cenerentola, ella voleva entrare nel mondo. Ella, il mondo, lo sfidava.
Si tolse dallo specchio, disinvolta, con un sorriso audace che le
nascondeva l'abbattimento del volto, compresa dalla prima di tutte le necessità,
la necessità di esser bella.
Un gruppo di fanciulle, in piedi tra due piante d'azalee, la chiamarono.
Il marchese Gherardi, quell'originale, aveva fatto portar loro dello
sciampagna. Alcune lo sorseggiavano adagino, guardando con diffidenza nella
coppa ambrata; qualche altra protestava di non volerlo neppure assaggiare.
- Date a me - disse Lydia, e ne vuotò un intero calice, delicatamente,
con mossettine da uccello che si tuffa nel beverino.
- Eccomi battezzata. Poi riprese a girare, lentamente, tenendosi al
braccio una di quelle fanciulle, provando i sorrisi con lei per ripeterli,
sicura, agli uomini.
Aveva visto la
Capitelli quando passeggiava al braccio di Rambaldi, con
incantevole mollezza; si provò, ma in questo non riuscì. La Capitelli aveva un
fascino particolare, segreto: si moveva a ondate; parlava senza emettere la
voce; i suoi sguardi erano carezze; intorno a lei c'era un profumo caldo che
attirava. Qualcuno diceva: - Non è bella, è peggio.
- Come fa? - pensava Lydia.
Lasciando il divano s'era andata a mettere con Rambaldi a un tavolino; e
Lydia la vedeva mordere con grazia un'ala di pernice, mostrando le gengive
rosee, con qualche cosa in fondo agli occhi che sembrava un uncino. Il giovane
ufficiale di marina non le toglieva gli sguardi di dosso.
In quell'ora sensuale della cena, le fanciulle venivano un poco
trascurate, specie quelle che non mangiavano; ma per questo appunto le astemie
si trovavano in poche.
- È la prima volta che vedi un gran ballo nevvero? - chiese la compagna
di Lydia.
- Sì.
- Ti diverti?
- Così, così: mi divertirei di più se fossi maritata.
- Oh! sì, lo credo anch'io.
Avevano parlato rapidamente senza guardarsi in faccia; si trovavano
sole, un po' umiliate, discretamente annoiate.
- Sono queste signore - disse l'amica, facendo descrivere al suo
ventaglio un piccolo semicerchio - queste signore che ci rapiscono gli uomini.
Si fermò, mordendosi le labbra a guisa di persona che la sa lunga ma che
vuol conservare un segreto; dopo pochi passi tuttavia scoppiò:
- E non sono nemmeno tutte queste!
- No?
- Altre, altre, altre.
- Maritate anche quelle?
- Che!
Un silenzio le divise; ognuna rifletteva per proprio conto. Lydia
pensava a quelle altre.
Una bella bionda rideva davanti a loro, palpitando colle carni rosee,
che sembravano voler uscire impazienti dallo scollo dell'abito e offrirsi ai
due o tre giovanotti che la circondavano, cosi allegra che la sua bellezza ne
sembrava irradiata.
Lydia toccò il braccio della compagna, sentendosi presa alla gola da una
sensazione bizzarra, come di soffocamento.
- Maritata o no?
- Maritata, certamente. Le è morto un bambino il mese scorso.
La visione di una piccola bara, di quattro ceri, di una croce piantata
in camposanto, attraversò come un lampo la mente di Lydia turbandola. Intanto
l'abito della bella bionda si ritirava sempre più dalle sue spalle.
Le due fanciulle, questa volta, si guardarono arrossendo.
Passò un'alta figura, molto pallida, vestita di velluto nero, colle
braccia tutte nude, bianche come quelle di una statua e le labbra rosse che
parevano di sangue.
- La conosci? - fece Lydia.
La compagna abbassò la voce, precipitando le parole:
- È divisa dal marito.
- Davvero?
- Ma ha un amante, un principe, che ha fatto pazzie per lei.
- Ah!
- C'è stato un duello, un scena orribile.... Io non so bene; sai, con
noi si fanno sempre dei misteri.
- Per fortuna si capisce lo stesso.
Risero, agitate, frementi come foglioline sotto una folata di vento.
- Torniamo indietro per vederla meglio? Dicono di lei che è una di
quelle donne che ammaliano.
- Come la Capitelli!
pensò Lydia con amarezza.
La contemplarono a lungo con una curiosità minuziosa che saliva, lungo
il bel braccio nudo, a frugare l'austerità tutta chiusa del corpetto di velluto;
una curiosità che la svestiva, che avrebbe voluto leggerle dentro; curiosità
feroce, prepotente che le teneva inchiodate a quel posto, colle narici
dilatate, avide, i petti oppressi, non sentendo i brividi dell'alba che segnava
un'orma livida intorno alle loro palpebre. E continuarono così, per il resto
della notte osservando, osservando....
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