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X
Due
anni precisi dopo la morte di sua madre, Lydia tornò a mostrarsi in società. Fu
una sera, in palco, nell'occasione di un'opera nuova. Apparve inaspettata,
coll'acconciatura, il portamento, la sicurezza di donna fatta. Don Leopoldo la
accompagnava, ma come cavaliere, non più come mentore.
Ella
sedette al parapetto, guardando subito col binocolo nei palchi lontani. Aveva
un abito di velluto nero, scollato fin sotto le braccia, trattenuto sulle
spalle da un nastrino di velluto nero, tutto sparso di brillanti; due altri
brillanti grossissimi le scintillavano nei capelli, posati sul fondo di due
rose nere. Un mazzo di piume nere, bizzarramente riunite, tenevano il posto del
ventaglio. La guardarono tutti.
Lydia
restò impassibile sotto l'incrociamento di quegli sguardi colla testina ritta,
il busto sporgente; sicura della linea elegante del collo e delle braccia che
mostrava per la prima volta intere, nella loro delicata forma greca, un po'
gracile, di una attrattiva finamente aristocratica.
Parve
bella anche a coloro che ne avevano tante volte discussi i lineamenti, la
statura e i capelli; ma passato il momento della sorpresa, durante la quale
Lydia era sembrata quasi una novità, si rammentarono tutti ch'ella doveva avere
qualche cosa come ventotto o ventinove anni; che aveva fatto le spese dei
balli, dei teatri, dei concerti, delle villeggiature, per un intero decennio, e
risero della sua scollatura audace, risero de’ suoi capelli dipinti, risero di
quel velluto nero, strascico di un lutto che era parso ostentazione.
Pure
siccome Lydia era ricca, ed aveva spirito, e la franchezza de’ i suoi modi
autorizzava una certa libertà, non le mancarono ancora i corteggiatori. Le
visite ripresero il loro corso, fu invitata ai balli; i complimenti e le
adulazioni piovvero; gli antichi galanti ripresero l'antica strada; i nuovi,
per curiosità, vollero tentare; il ventaglio di Lydia si arricchì di madrigali
inediti, e il suo albo di ricordi di cotillons. Per un altro anno
trascinò la vita brillante; ma si stancava.
Le
accadeva spesso di sbadigliare, quando la cameriera le annunciava che la
toeletta era pronta; si spogliava di mala voglia, si vestiva con indifferenza.
Qualche volta, nelle sere libere, se non capitava nessuno, Lydia si
addormentava accanto al fuoco, dirimpetto allo zio. La revue des deux mondes
teneva loro compagnia, sul tappeto.
Un
tempo, ella trovava uno dei maggiori piaceri nell'acconciarsi. Lo studio minuto
della sua persona le rivelava ogni giorno grazie nuove, una rotondità nascente,
un contorno soave, il contrasto di un velluto scuro sulla bianchezza delle
carni e la aerea trasparenza delle trine sul petto giovanile; tante scoperte e
altrettante soddisfazioni. Ora si conosceva troppo. Sapeva già che aveva le
braccia ben modellate, quantunque esili, sapeva che il suo collo lungo e
sottile sarebbe da un poeta paragonato a quello del cigno; e le forme modeste
del seno, somiglianti alle pure creazioni dell'arte antica, quante volte non
aveva ella costrette al barbaro giogo della moda? Più di mille volte la sua
carne era stata compressa nel busto, solcata dalle stringhe, imbevuta di
profumi o di polvere di Cipro, e lo specchio l'aveva riflessa in tutti i modi,
cinta di veli o di pelliccie. Conosceva gli effetti del color bianco, se
cercati nelle stoffe soffici e vaporose; la civetteria del rosa e del rosso
alleati al nero; la riuscita del color viola, sotto il sole, in una giornata di
buona salute; l'incanto del celeste pallido e del color perla nelle stoffe di
seta; le risorse dell'azzurro cupo; i buoni uffici del lontra e del prune. Poteva
vestirsi al buio con sicurezza di riuscita; senonchè il rosa e il celeste non
le andavano più tutti i giorni....
Una
grande malinconia la prendeva, quand'era sola. Apriva il piano, scorreva un
libro, gettava già uno schizzo, fumava una sigaretta: ma tutto senza voglia,
senza entusiasmo, senza convinzione. Che cosa mai le mancava? Avrebbe data
tutta la sua vita per un giorno solo di felicità. Quale? La felicità,
nient'altro.
Una
sera burrascosa di marzo, dopo un temporale che aveva inondata la città,
atterrando alberi e facendo cadere molti vetri dalle finestre, Don Leopoldo
stava guardando il cielo. Dietro di lui la punta di due scarpine di pelle
dorata, alzandosi e abbassandosi con regolare altalena, annunciavano la
presenza di Lydia sulla poltrona dondolante.
Da
mezz'ora nessuno dei due parlava. Questo accadeva spesso; non avevano nulla a
dirsi. Il frasario del vecchio gentiluomo era così noto a Lydia, ed era così
antico, ch'ella non si dava nemmeno più la pena di rispondere; ond'egli aveva
smesso anche il tentativo di sostenere la conversazione. Capiva che era
diventato un essere affatto inutile, un'ombra, un simulacro; e vi si rassegnava
colla sua dolcezza mansueta, colla sua dignità silenziosa di gran signore.
Si
annoiavano entrambi, mortalmente, quando entrò d'improvviso miss Seymour. Lydia
non ebbe tempo di guardarla; se la trovò fra le braccia, tutta bagnata di
lagrime, singhiozzante come un bambino, e quando le chiese che cosa avesse,
stette molto tempo senza poterne cavare una parola. Il bellissimo volto di miss
Seymour spariva dietro un velo di lagrime, e il suo corpo di giovane dea
sembrava accasciato e vinto sottolo schianto del dolore.
La
disgrazia che l'aveva colpita era delle più terribili; non un amore tradito che
il tempo sana, non una morte della quale il tempo consola, ma la distruzione
dell'avvenire, che il tempo doveva rendere sempre peggiore. La casa bancaria
dove erano investiti i capitali del baronetto Seymour era fallita, lasciando
padre e figlia in una povertà quasi assoluta.
Una
volta Lydia non avrebbe compresa tutta l'estensione di questa sciagura; adesso
sì. Le parve di vedere la sua amica vestita di cenci, in una soffitta buia (di
quelle che essa conosceva), mancante d'ogni cosa, e ne provò un vero
dispiacere. Il suo istinto generoso le suggerì subito di venire in aiuto di
quei due sventurati, e offerse prontamente la sua casa, le sue ricchezze, tutto
ciò che poteva dare. Offerse senza ostentazione, sinceramente, con una pietà
che commosse Don Leopoldo, e fece versare ad Eva nuove lagrime di tenerezza; ma
per quanto fosse vivo negli altri il sentimento di gioia per la generosità di
Lydia, non era paragonabile alla gioia che provava ella stessa.
Avrebbe
voluto, subito, dividere i suoi beni, spogliarsi dei suoi gioielli, rendere
all'amica tutto quello che la fatalità le aveva portato via.
Quel
bisogno sublime di dare, che già le era apparso nei suoi tentativi di
beneficenza, rinasceva in lei, ingrandito dall'amicizia. Le sembrava che il suo
cuore si aprisse, si allargasse ad un'onda di piacere nuovo. Baciava Eva,
rassicurandola, ridendo, tutta rischiarata in viso da una luce soave, e così
semplice, così pietosa che pareva un'altra Lydia.
Ma
l'entusiasmo dovette cedere al freddo ragionamento. Eva, commossa e seria, le
dimostrò l'impossibilità di accettare un simile sacrificio; suo padre stesso
non lo avrebbe permesso - suo padre, così fiero! egli che alla notizia del
disastro non aveva versato una lagrima! Era per il padre che miss Seymour si
crucciava di più; sapeva di essere tutta la sua forza, tutta la sua fede. E
fino a quando? - fino a quando potrebbe ella lavorare?
A
questo pensiero di dover lavorare Lydia tornò a essere invasa da un'immensa
compassione; riprese l'attacco, supplicandola, se non voleva accettar nulla, di
venire a vivere con lei, da sorella.
Vedendola
implorare con tanto ardore, avviticchiata al collo di miss Seymour, si sarebbe
creduto che fosse Lydia l'infelice colpita dalla sventura.
Eva
penò molto a svincolarsi da quelle tenerezze, e partì recando con sé una
dolcezza ineffabile.
Il
giorno seguente e gli altri ancora Lydia non visse che per Eva. Andava a
trovarla, mettendosi in tasca del denaro, temendo sempre di vederla nella più
squallida miseria, e si trovava di fronte alla dignità incrollabile di sir
Eduardo, alla rassegnazione di Eva, che andava riprendendo la sua serenità.
Lydia
meravigliava di tanto coraggio, lo ammirava, e sentiva crescersi la malinconia
nel cuore, si sentiva sempre più impotente.
-
Quanto sono disgraziata - pensava - se non posso nemmeno esercitare il bene!
E
cresceva intorno a lei quel terribile vuoto, quella inutilità delle sue
ricchezze. Si confrontava con Eva, trovandosi a mille doppi più infelice.
Miss
Seymour aveva presa una decisione. Col piccolo patrimonio che rimaneva, suo
padre avrebbe potuto vivere ritirato dalla società; lei aveva già scritto in
Inghilterra per cercare un posto d'istitutrice.
Ma
i progetti per l'avvenire esigevano un po' di tempo; intanto il mondo degli
sfaccendati vedeva sempre quel vecchio poderoso attraversare la folla con la
testa alta di una quercia che sfida i turbini; e al suo fianco la fanciulla dai
capelli d'oro, che chiamavano ancora la bellissima.
Improvvisamente
una notizia singolare si diffuse nell'alta società, frequentata dai Seymour.
Mario Avella aveva chiesto la mano di Eva. I due anni trascorsi lontano dal
mondo elegante non erano stati infruttuosi per il giovane scienziato; egli
aveva raggiunta una posizione e poteva ormai aspirare alle nozze di miss
Seymour, senza che nessuno potesse rimproverargli una mira interessata.
A
così rara prova d'amore Eva pianse dolcemente, per quell'eccesso di vita che fa
gocciare gli alberi nella piena fioritura. Lydia pure sparse qualche lagrima,
ma arida, bruciante. Era di notte, svegliandosi, che provava questa voglia di
piangere; sognando, le sembrava che le avessero portato via un gran bene, che
l'avessero spogliata e lasciata nuda nel mezzo della strada. Pensando a Mario
Avella sentiva una puntura nel cuore. Non era invidia, non era gelosia, non era
né amore per Avella né odio per Eva; era la comprensione dolorosa che la vita
fuggiva per lei senza recarle nessuna gioia; era l'istinto naturale ches pinge
tutti gli uccelli di una voliera a correre, col beccuccio aperto, quando si
imbecca uno di essi.
-
Senti, Eva - disse un giorno con amarezza - non sei stata sincera con me, non
mi hai detto che amavi. Perchè?
-
Si vede che non hai mai amato - rispose sorridendo miss Seymour.
Lydia,
arrossì; ma un momento dopo tornava a piangere, colla fronte sulla spalla
dell'amica.
-
Sono infelice, sono infelice - le mormorava all'orecchio - non poi credere come
sono infelice!
Le
proposero, in quei giorni, un matrimonio col marchesino Strutti, il quale erasi
molto compromesso con una ballerina. Premeva, ai genitori, che i tre fiori
della loro corona non andassero ad ornare i capelli della saltatrice, ed
avrebbero accettato volentieri Lydia, che era ricca e sola, per assicurare il
marchesato.
-
Potrei maritarmi insieme a te - disse ancora Lydia a miss Seymour, e lo disse
con tale accento di ironia, che Eva la guardò in faccia - Sì. Un padre sciocco
ed una madre civetta, accorgendosi che il loro rampollo, dotato delle medesime
qualità, sta per cadere nelle reti di una avventuriera, pensano saggiamente di
metterlo al sicuro nel santo matrimonio. Bontà loro, hanno creduto di vedere
nella signorina Lydia le qualità necessarie per accettare un uomo che si cura
di lei come della cenere del suo sigaro. La posizione è questa; non importa
affatto al marchese ed alla marchesa Strutti che il marchesino continui ad
amoreggiare la ballerina; quello che occorre è una moglie legittima per
impedirgli di fare una corbelleria. Capisci? Noi ci immaginiamo di essere
sposate per amore, e invece ci si prende come un paracadute.
-
Hai un po' di ragione - rispose Eva amorevolmente, nella sua dolcezza di donna
amata - ma hai anche un po' di torto. Dici tu stessa che non comprendi l'amore,
lo schernisci....
-
Sì, sì, finché l'amore si chiama Strutti o Castel Gabbiano, finché è vizio,
ipocrisia o speculazione, lo derido; faccio peggio, lo disprezzo. Dici che non
ho mai amato; ma di chi la colpa? Dov'è l'amore? Io non lo conosco. Ah! è
proprio vero che per essere felici a questo mondo bisogna essere o una bestia o
un Dio. Non sono abbastanza bestia.... Prendi nota che il mio dolore è questo.
Miss
Seymour voleva protestare, ma Lydia le chiuse la bocca colla mano.
-
Taci, taci. Tutto quello che potresti dirmi per conto tuo ha il valore di uno, ma
ciò ch'io vedo da quasi trent'anni è la moltiplicazione di mille più mila.
Detto
ciò, con uno di quegli sbalzi che le avevano creata la traccia di leggerina,
saltò al collo di suo zio ridendo e gridando:
-
Eccolo qui il mio maritino; il mio maritino ubbidiente, che non mi contraddice,
che fa tutto quello che voglio io, e che è fedele.... Nevvero, Don Leopoldo,
che siete fedele alla vostra impareggiabile Lydia?
Lo
baciò sonoramente sulle due guancie e gli diede un buffetto; con tale
straziante pietà di sé stessa, che avrebbe subito cambiata la propria vita coi
pochi anni che restavano al vecchio.
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