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XI
Il
matrimonio di Eva e di Mario Avella seguì senza pompa alcuna, quasi
segretamente. Si adoravano, e non avevano voglia di mostrare al mondo la loro
felicità. Dovevano passare la luna di miele in Sicilia.
Eva
venne a salutare Lydia tutta raggiante e bella, avendo smessa per la prima
volta la rigida semplicità di fanciulla inglese. Vestiva un abito di tinta
calda, quasi dorata, sul quale scintillava una miriade di perline dello stesso
colore, ammorbidite da riflessi rosei; il cappellino riprendeva l'abito
esattamente, e intorno a' suoi bei capelli tizianeschi tutto quell'oro sembrava
fondersi in un'armonia pastosa. Essa riluceva, splendeva nel duplice accordo
della bellezza e dell'eleganza; faceva bene a vederla, e solamente a passarle
vicino si provava l'impressione di una carezza.
Si
separarono con molti baci. Lessero insieme una lettera di Costanza, la quale,
dal suo eremo, mandava gli auguri alla novella sposa.
-
Rimango proprio sola!
Così
esclamò Lydia, sforzandosi di sorridere e dandosi di nascosto dei pizzicotti
nelle braccia, perchè le sembrava di sentirsi raggelare il sangue; finalmente,
essendosene dato uno più forte degli altri, gettò un griduccio fra la rabbia e
il dolore, e questo la sollevò.
Rimasta
sola, come aveva detto, diede principio a un nuovo periodo di vita.
S'era
all'apertura dell'estate; chiusi i teatri, finite le feste. Nelle piccole
riunioni Lydia si annoiava, trovandosi spesso fra persone ostili, che
commentavano malignamente ogni sua parola, ogni gesto vivace, e li commentavano
tanto più ch'ella sembrava sfidare la società co' suoi modi liberi e decisi
nell'ostentazione del male. Saltando a piè pari l'analisi sperimentale della
vita, ne aveva preso come sintesi il concetto pessimista, trovandosi per tal
modo a guisa di una bimba negli abiti di una nonna. Me che monta? La gente
pensava ch'ella avesse già attraversati i periodi fisiologici che conducono le
bimbe a diventare nonne.
Amiche
non ne contava più. Venivano in casa sua in qualità di amici Calmi, Lante, due
o tre ufficiali superiori, un deputato povero a cui la dote di Lydia sarebbe
andata benissimo; ma tutte queste persone non l'occupavano affatto. Li riceveva
sdraiata sulla dondolante, col sigarette tra le labbra, conoscendo
perfettamente il lato debole di ciascuno, senz'ombra di illusioni.
Discorrevano
di tutto con molta disinvoltura, poiché Lydia affettava lo spirito forte, e di
nulla aveva paura quanto di esser presa per un'ingenua.
Più
civetta che appassionata, più vana che ardente, si teneva paga della flirtation
dei salotti e di quegli effluvi d'amore che salgono ad ogni donna dalle vie
popolate, dalle folle dei teatri, dappertutto ove s'accalca la gente, dove gli
occhi degli uomini accarezzano, desiderano, implorano, abbandonandosi interi in
uno sguardo che vola ardito, passa incolume e quasi sempre tocca. Sotto la
scintilla istantanea prodotta da quegli attriti ella aveva già appartenuto a
centinaia di uomini; il suo pensiero deflorato non provava più nessuna
meraviglia; e il ripetersi frequente di questi fatti, come succede agli
artiglieri che per vivere troppo accanto al rumore perdono l'udito, attutiva in
Lydia il senso naturale della donna.
Essa
aveva poi, con la sua perspicacia, avvertito da lungo tempo un lato delle
fanciulle che si presta quasi sempre al ridicolo; ed è la continua agitazione,
lo stato precario, l'attesa febbrile o malinconica dell'ignoto, l'ascoltare con
un orecchio solo e lo starsene sopra un piede in attitudine di spiccare il
volo; quella inconscia distrazione per cui qualunque discorso si rivolga ad una
fanciulla, ove non parli anche lontanamente d'amore, non riesce a interessarla;
e qualunque sia l'età o il grado delle persone che la circondano, essa vi sta
come un segugio, col naso per aria fiutando il marito. Ora questo ridicolo,
Lydia lo voleva evitare ad ogni costo, esagerando nel senso contrario;
mostrandosi fredda, indifferente, ironica, canzonatrice.
Interrogava
gli uomini sullo scandalo del giorno, sul processo celebre, sulle abitudini
delle donnine galanti, a guisa di donna pratica della vita, che sa tutto.
Essi,
naturalmente, prendevano coraggio, e capitava qualche volta a Lydia di trovarsi
imbarazzata; ma tutto ciò almeno la punzecchiava un poco nella sua grande
apatia, nella sua stanchezza d'ogni cosa.
Era
diventata maestra in ogni arte della civetteria femminile. Quando saliva in
carrozza aveva un vezzo biricchino insieme e pudico, di raccogliere le gonne in
un punto solo, sollevandole rapidamente sopra l'arco del piedino, nella
apparizione spumosa, inafferrabile, di una nube di trine: una specie di
apoteosi che faceva fermare gli uomini nel mezzo della strada. Talvolta era
questa l'unica soddisfazione della sua giornata.
Usciva
sola, emancipandosi; spesso in vettura, ma anche a piedi, di buon mattino,
seguita da un grosso cane danese che faceva voltare indietro i passanti. Questo
cane fu, per parecchi mesi, la passione di Lydia. Era di una bellezza rara, ed ella
si immaginava che dovesse comprendere tutto. Diceva a' suoi amici che se non
parlava era solamente per distinguersi dalle altre bestie.
Per
tali escursioni mattutine aveva anche ideato un abbigliamento speciale; tocco
di castoro sopra i capelli rialzati in modo da arieggiare una testa maschile; spencer
all'ussara, allacciato da una parte; grossi guanti di pelle tirolese, colla
manopola alta, gonnella corta di panno bigio, a pieghe, e stivalini di capretto
con quattordici bottoni.
Don
Leopoldo non reagiva; ella aveva preso il dominio con mano d'acciaio, e quando
non ordinava, baciava, il che era peggio. Il vecchio gentiluomo figurava in
casa come un bouldog impagliato. Gli anni gli avevano indebolito il
cervello; sorrideva ancora, meccanicamente, mostrando la dentiera ingiallita,
ma per parte sua non chiedeva altro se non che gli lasciassero la Revue des deux
mondes.
Quell'anno,
Lydia non volle andare in nessuna stazione balnearia; era ristucca di mare, di
monti, di tables d'hôte. Passò i mesi più caldi a Belgirate, coricata
dentro un'amaca, sottogli alberi del giardino.
Lesse
in quei mesi tutti i romanzi di Flaubert, di Daudet, di Droz e i nuovissimi di
Maupassant e di Bourget; ne lesse anche di Tolstoi, perchè era alla moda, e di
Zola, perchè lo dicevano scandaloso, ma le parve invece noioso.
Il
suo editore le diede poi tre romanzi italiani. Quelli li rimandò senza
tagliarli: non leggeva mai romanzi italiani. Si fece spedire i poemi di Coppée,
che le procurarono anch'essi una certa delusione. Le piacque solamente Angelus.
Il bambino, allevato da due vecchi, che muore per non poter espandere la
sua calda giovinezza, la commosse molto. Durante alcuni giorni non potè
levarselo dalla mente. Sembrava che Angelus le avesse aperto uno
spiraglio nuovo, per cui vedeva l'infinita vastità de’ cieli in cui spazia il
poeta. Sentì correre nelle celle dell'immaginazione una fiamma che la scosse
tutta, chiese a sé stessa se, per caso, non avesse trovata la consolazione
della sua vita, e volle affermare queste sensazioni, tentando la via alata del
pensiero. Ma ai primi scontri le cadde la mano, perchè vedere, non è rendere;
sentire, non è persuadere.
Sotto
l'impressione di un'arte potente, il suo cuore aveva avuto palpiti e gemiti che
potevano illuderla di essere artista, se all'arte bastasse il cuore che ama e
che geme; ma essa vuole il cuore che ama, che geme e che crea. Lydia si trovò
come il fanciullo che un'aquila aveva trasportato in alto. Per un istante
dominò il mondo; solamente quando fu in terra si accorse che non era volata
colle proprie ali.
Pure,
siccome tutto era maturo in lei, l'ingegno al pari dei sensi, cercava senza
posa.
Nella
quiete della campagna, sola come non lo era stata mai, e imbevuta delle letture
fatte, incominciò ad osservare la natura. Il silenzio dei boschi l'attirava
specialmente. Quella calma piena di mistero, quelle ombre verdi, esercitavano
un fascino particolare sulla sua immaginazione. Restava immobile per delle ore
a contemplare i rabeschi dei castagni, i cui rami fronzuti si stendevano, a guisa
di vôlta frastagliata da fantastiche ogive. Le sembrava di essere la
sacerdotessa di un tempio meraviglioso, esaltandosi al punto da sentire
misteriosi concerti e olezzi sorgenti dai fiori, come turiboli agitati da mani
invisibili. Si commoveva fortemente, allargando le braccia quasi per
abbracciare l'ente misterioso che le dava tante dolci commozioni, per adorare
il Dio di quel tempio; e l'ente non era visibile, il Dio le sfuggiva!
Una
ignota forza, essa lo vedeva bene, univa tutto il creato: l'insetto al filo
d'erba, il muschio al sasso, l'uccello alle fronde, il ruscello alla sponda, la
farfalla al fiore, l'albero alla terra. Essa sola si trovava perduta,
scompagnata in quella armonia, non tenendo a nulla, non avendo bisogno di
nessuno, né altri di lei, priva di passato e scettica sull'avvenire.
Non
andò molto che Lydia fu ripresa dalla stanchezza, dalla noia, dal vuoto della
sua esistenza. Si lasciò trascinare alle regate facendo parlare i giornali
delle sue toelette bizzarre, e assistendo a tutti i raut, a tutti i pik-nik
della stagione, con una febbre di movimento che era una maschera di
quell'altra febbre che la minava. In fondo, ella chiedeva a sé stessa che cosa
fosse venuta al mondo a fare.
In
ottobre fu presa dalla manìa dell'equitazione. Trovò per un momento gli
entusiasmi giovanili, occupandosi della sua amazzone color verde fiorentino,
attillatissima, sulla quale lasciò ondeggiare, per bizzarria, la lunga
capigliatura. Il moto e le corse all'aria libera calmarono un poco i suoi
nervi; si sentì più forte, più lieta. La stanchezza fisica operava una salutare
reazione, permettendo alla sua mente di riposare. Le accadde allora,
percorrendo i sentieri dove prima si era soffermata pensando ai poemi di
Coppée, di considerare la natura sotto il suo grande aspetto sintetico, un po'
superficiale, ma dolce; come deve succedere alla maggior parte dei villeggianti
e dei così detti amici della campagna, per i quali il più bel punto di un
paesaggio è sempre quello dove si può riposare comodamente, stendendo il
tovagliuolo.
Alle
cavalcate si unirono, con facile transizione, le partite di caccia. Usciva alla
mattina con tre o quattro uomini e una signora russa di cui aveva fatta la
conoscenza sul lago. Lydia non poteva competere con quei sportsmans arrabbiati,
compresa la signora, ma si esercitava con un elegante fucile Flaubert, ridendo
della sua poca destrezza e volendo ad ogni costo trovare un piacere nella nuova
occupazione.
La
parte più gaia della partita restava però sempre l'asciolvere, fatto
nell'aperta campagna, dove i turaccioli dello sciampagne volavano
scoppiettando fin sopra gli alti castagni. Era allora che si raccontavano le
storielle piccanti, gli aneddoti salaci. Lydia che in casa, sola, era presa
dalla più cupa malinconia, portava tuttavia in società il suo brio d'una volta;
commediante che porta i suoi diamanti falsi per obbligo di professione.
Lo
spirito disinvolto e mordace era diventato la maschera del suo viso. Quando
doveva trovarsi colla gente, si preparava, prima, si aizzava da sé stessa, con
uno scetticismo crudele che andava poi a ricadere sugli altri; e per questo
dicevano che era senza cuore, una testa vuota, una civetta rotta a tutte le
arti. La sfida ch'ella gettava continuamente al mondo, il mondo la raccoglieva;
ed era un combattimento accanito, senza tregua, fatto col sorriso sul volto e
il miele nelle labbra. Ella sarebbe morta prima che cedere.
Aveva
compreso subito, fin dalla prima comparsa in società, il posto importante che
vi tiene la donna abile, scaltra, senza scrupoli, elegante e procace. Solamente
nella sua smania di afferrare questo vero per trarne profitto, trascurò una
osservazione principalissima: non tenne conto dell'immenso divario che corre
fra la donna maritata e la zitella; tutto ciò che è permesso alla prima, tutto
ciò che si vieta alla seconda. Credette che il suo ingegno e la sua ricchezza
bastassero a darle l'indipendenza, reputandosi assi forte per vincere
pregiudizi secolari.
Incominciava
a comprendere, troppo tardi, l'errore in cui era caduta, trovandosi fuori di
posto tanto colle nubili quanto colle maritate, e sopratutto cogli uomini che
non sapevano mai da qual lato prenderla e che, alla fine, la prendevano dal
lato peggiore.
Un'altra
colpa di Lydia era quella di non avere un amante, pur vivendo in mezzo agli
uomini, sempre, troppo, con una affettazione di mascolinità che ad alcuni
riusciva ripugnante, ad altri incomprensibile, ai più ridicola. Accadeva così
che invece dell'amante che non esisteva, gliene attribuissero parecchi, e
poiché l'invenzione, in tali circostanze, è la più facile delle cose, il
numero, la qualità ed il modo non avevano limiti.
Una
spiacevole avventura la disgustò, per alcuni giorni, della società maschile.
Fra i compagni di caccia, ella era entrata in confidenza con un giovane ufficiale.
Scherzavano volentieri insieme, correndo pazzamente per i campi; ella lo
burlava, lo punzecchiava con frizzi, lo invitava a raggiungerla alla corsa,
promettendogli il fiore che teneva in petto. Faceva, insomma, quello che aveva
sempre fatto con tutti, leggermente, per divertirsi, per essere brillante, per
occupare gli altri di sé.
Ma
l'ufficiale, poco pratico dei labirinti di un cuore femminile, avvezzo a
tutt'altre donne, credette fosse il caso di arrischiare tutto per tutto, e la
prese d'assalto violentemente, una sera, che l'aveva trovata sola in giardino.
Lydia,
rivoltata, lo respinse con forza, poi strappando un ramo d'acacia lo frustò sul
viso, inseguendolo per il viale fino a che lo ebbe cacciato a guisa di un cane.
Rientrò in casa eccitatissima, urlando per la rabbia, furiosa che un uomo
avesse osato trattarla a quel modo.
La
sua ira contro gli uomini crebbe; rincarò la dose dei motti pungenti, delle
sfide audaci. Avrebbe voluto che tutti insieme avessero una faccia sola per
frustarla di nuovo. Ma in mezzo a tanto furore non poteva stare senza uomini.
Era
per lei un bisogno di sentire quei passi forti e cadenzati, quelle strette di
mano robuste che lasciavano il segno degli anelli sulle sue manine delicate. E
se parlavano molti insieme, ascoltava con voluttà i suoni di voce baritonali,
profondi, chela scuotevano tutta, o le acute voci dei tenori singolarmente
stuzzicanti.
Raggomitolata
sulla poltroncina, nel suo circolo d'uomini, sembrava qualche volta distratta o
indifferente; ma a traverso il fumo degli sigari una fine ebbrezza giungeva
fino a lei, ebbrezza che le sue nari respiravano avidamente, come si respira
l'ossigeno nell'aria; e dopo, quando erano partiti, rimaneva a lungo immobile,
quasi temesse di smuovere, colle particelle d'aria, l'onda sottile che la
penetrava e che insieme ai discorsi fatti era la sola profanazione della sua
vecchia verginità.
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