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XII
Novembre
sfrondava i boschi: le lunghe colonne d'edera che si erano imporporate agli ultimi
calori dell'estate riprendevano i toni del verde morente; nelle rade chiome dei
castagni sibilava il vento, i pioppi si torcevano con flessuosità convulse.
Sembrava che una mano brutale strappasse agli alberi le foglie, l'erba ai
prati, i fiori allo stelo.
La
nudità sofferente della natura appariva dovunque; un velo grigio cadeva dal
cielo e dai monti, un vapore grigio sorgeva dalla terra e dal lago, manto
pietoso, lenzuolo funebre a quella suprema agonia.
Lydia
gustò per quindici giorni questa profonda voluttà: la malinconia dell'anima e
delle cose. Le sue ultime gite a cavallo sui sentieri desolati, le procurarono
indicibili istanti di piacere. Le fiammate allegre, prese in piedi colla punta
dello stivaletto appoggiato agli alari, coi capelli ancora impregnati dell'aria
dei boschi, la vivificavano.
-
Se restassimo qui tutto l'inverno? - disse un giorno; ma all'indomani aveva
cambiato parere.
Una
visita al suo appartamento di città, dopo tanti mesi di assenza, la persuase
che occorrevano grandi cambiamenti. Andò dal tappezziere, dallo stipettaio; e
fra i mobili intarsiati, fra le stoffe antiche, fu ripresa dai gusti mondani.
Durante
queste corse incontrò Eva, in moto essa pure per l'allestimento del suo nido, -
modesto - si affrettò a soggiungere la signora Avella, per definire subito la
sua nuova posizione nel mondo. E Lydia sentì un improvviso stringimento, come
se quel modesto, pronunciato con una infinità di retropensieri, le avesse
mostrato un bene che ella non poteva acquistare.
-
Siete felici, nevvero?
Eva
non disse di sì. Sorrise e guardò Lydia con mal celata compassione.
-
Orbene - esclamò Lydia con un piccolo riso maligno - so quel che mi resta a
fare. Metterò in un cappello il nome de’ miei spasimanti e sposerò il primo che
esce, poiché è il matrimonio che rende felici.
Quel
giorno stesso, agitata da pensieri amorosi, si lasciò vendere dal suo
tappezziere una coperta tessuta su disegni del quattrocento, con tede accese e
nodi d'amore. La coperta era di raso, di una intonazione perlacea pallidissima;
le tede di una viola dolcemente incarnato, con piccoli labbri corallini; i
nodi, azzurri, dominanti tutto il disegno colla sinfonia delicata del loro
color di cielo.
La
coperta le fece sorgere l'idea di rifare da cima a fondo la sua camera, anzi di
cambiarla addirittura, prendendo la camera che era stata di sua madre; una
stanza d'angolo, ampia, quadrata, colle finestre che davano sopra un vecchio
giardino caro alle rondini, le quali vi nidificavano da anni ed anni nella più
assoluta tranquillità.
Per
prima cosa Lydia fece levare i mobili di mogano austeri e fuori di moda; le
sedie tutte eguali, coperte di velluto verde; il tappeto a mazzi di rose su
fondo bianco; la tappezzeria di carta bigia con fiorami dorati; la psiche
irruginita sul suo perno, le tende e le tendine di guipure bianche e
rigide nella stiratura immacolata. Lasciò stare una madonna, una testina
ispirata del Murillo, che assomigliava un pochino a lei negli occhi.
Quando
si trovò padrona dello spazio, padrona di plasmare a suo capriccio quel piccolo
mondo, di creare qualche cosa dal nulla, tornò a provare la gioia intensa,
l'infantile orgoglio che già l'avevano animata e di carità verso Eva e di
entusiasmo peri poeti e di inconscia ebbrezza davanti ai miracoli della natura.
Si
pose all'opera febbrilmente, dimenticando in quei giorni le cure
dell'abbigliamento; fermandosi, spettinata, in mezzo al caos delle stoffe e dei
tappeti; sollevando appena la gonna per attraversare i pentolini delle vernici,
posati a terra; e guardava tutto; si interessava di tutti i particolari, del
cordone, della bulletta; dava ordini e contr'ordini.
Dapprima
le era venuta l'idea di nascondere il letto sotto una specie di tenda araba,
formata da tappeti e sorretta da canne di bambù, riducendo il letto stesso a un
mucchio di guanciali. La stranezza di questo progetto la tentava assai, vedendo
già la faccia meravigliata e sgomentata delle signore di sua conoscenza; ma
come impiegare allora la coperta medioevale?
Rinunciò
al genere arabo; ma neppure il medio evo, preso alla lettera, la soddisfaceva,
perchè troppo rigido e angoloso. Pensò allora di sciogliersi dal rigorismo di
uno stile puro, prendendo ispirazione da tutti i generi.
Fece
rizzare in un angolo della camera, fuori di squadra e d'ogni regola conosciuta,
un enorme baldacchino che protendendosi molto innanzi formava quasi alcova,
dalla quale pendevano lunghe e floscie cortine di velluto viola foderate di
raso color perla, strappate indietro con audacia bizzarra e aggruppate intorno
alla testina del Murillo. La bella coperta spiccava sopra un letto largo e
basso, di una morbidezza impudica. I tappezzieri erano persuasi che quello
fosse il letto nuziale della signorina.
-
Ma ti perderai in quel letto! - osservò don Leopoldo a sua nipote.
-
No - disse Lydia semplicemente - starò comoda.
-
Mi pare sfacciato - osservò ancora titubando don Leopoldo.
-
E perchè?
Il
perchè era difficile a dirsi; né i grandi occhi di Lydia aperti e sereni
mostravano di indovinarlo menomamente. Dopo una breve pausa, impiegata a
riflettere, ella soggiunse con una crollatina di spalle:
-
Del resto non mi vedrà nessuno quando sono a letto.
Riempì
l'altra parte della camera di mobilucci eleganti e strani, di piccole poltrone,
di divanini dove la sua minuscola persona appena poteva capire; alternando i
colori viola, perla ed azzurro, con una fusione armonica che era tutta una
dolcezza per gli occhi.
Sulle
finestre, le cortine di velo delicatamente dipinte, lasciavano appena trasparire
lo sfondo romantico del giardino; e le ampie tende di velluto viola,
sovrapposte a una leggera sfumatura di seta color perla, costringevano la luce
ad assumere gradazioni misteriose e simpatiche.
Stendendo
un paravento presso una delle finestre, improvvisò una specie di studiolo, un
gabinettino a parte; e quello divenne subito il cantuccio prediletto. Il
paravento era di lacca verniciato in color acqua, dalla tinta aristocratica che
fu tanto di moda nel secolo decimosettimo, lo copriva un ricamo imitante
l'arazzo, con scene pastorali eccessivamente tenere, dove frammezzo ai
guardinfanti color di rosa e alle testine incipriatesi sentivano volare i baci.
Parve
a Lydia che in quel cantuccio intimo dovesse pure trovar posto un panierino da lavoro; ne aveva visti parecchi in casa delle
sue amiche, e si affrettò a provvederlo tutto elegante, tutto a fiocchi
azzurri, imbottito di raso; vi pose un ditalino d'oro, grande come una capsula;
un astuccio d'avorio con aghi inglesi, suggellati nelle loro cartine; un paio
di forbici cesellate, intarsiate, a trafori, inservibili; quattro matassine di
seta lilla, dei confetti e delle sigarette.
-
Nei giorni piovosi - pensò Lydia ordinando seriamente questi oggetti dentro il
panierino - lavorerò.
Le
fotografie di attrici celebri, di bellezze alla moda, facevano capolino fra le
pieghe della tappezzeria, e un enorme ventaglio giapponese, sospeso a mezz'aria
come un uccellaccio, terminava di mobiliare il cantuccio preferito; eppure,
dopo alcuni giorni, Lydia vi fece stare ancora un tavolino di peluche color
muschio e una esile palma che dovette schiacciare contro i vetri, per non
sentirsela nella nuca, quando si sdraiava sulla poltroncina.
Tutte
queste faccende la condussero alla fine dell'anno senza che quasi se
n'avvedesse, e per qualche settimana ancora gustò il piacere di far ammirare la
sua camera agli amici. Sulle prime la mostrò loro come una curiosità,
fermandosi sulla soglia; poi venne un giorno di pigrizia, in cui trovandosi
tanto bene dietro il paravento, Lydia non volle muoversi e ricevette Calmi, -
un vecchio conoscente, - sprofondata nella poltroncina.
Ricevuto
Calmi, non vi era ragione di muoversi per gli altri. Il suo circolo d'uomini
trovò posto accanto al paravento, o bene o male; o dentro o fuori. Si stava un
po' pigiati, i piedi contro i piedi, urtandosi di quando in quando, ma si
rideva molto.
Lydia,
la fanciulla dall'immaginazione viziata, che aveva visto, letto, udito, pensato
tutto, che della sua verginità conservava appena quel tanto che non aveva
potuto gettar via, arrischiava talvolta spudoratezza da cortigiana.
I
suoi ricevimenti suscitarono scandalo nell'alta società. Una vecchia marchesa,
che s'era data a Dio dopo di avere appartenuto al diavolo, venne in pompa magna
e a nome delle signore oneste a tentare di convertire Lydia, mostrandole che
non era questo il contegno di una fanciulla per bene.
Fu
il colpo di grazia. Nessuna donna volle più confessare di esserle amica; si
vide a poco a poco evitata; salutata forzatamente, poi lasciata solo affatto.
Non vi era persona al mondo che potesse difenderla, poiché don Leopoldo, quasi
rimbambito, non contava più che per il nome.
Delle
sue coetanee qualcuna, maritandosi, aveva preso un altro indirizzo; le nubili,
o per gelosia o per pettegolezzi o semplicemente per lo sconforto della vita,
si erano chiuse in sé stesse. È difficile fare amicizie nuove passati i
trent'anni; e quand'anche un uomo che cammini colla testa in giù e le gambe per
aria trova dei curiosi, dei motteggiatori, forse degli ammiratori, ma non degli
amici. Così la donna sola. Fra gli strati bassi dell'intelligenza e del sentire
assomiglia ai crostacei; nella condizione di Lydia è un ermafrodita.
Lydia
comprendeva, qualche volta, la sua falsa posizione, ma non vedeva nessuna
uscita; si trovava avviluppata in una rete di malintesi, di calunnie, di
malignità, e non sapeva come romperla. Sentendosi in fondo più nobile e più
pura dei suoi accusatori, sdegnava una riforma che umiliava troppo il suo
orgoglio. - Non faccio niente di male - era la sua scusa a tutto, la sua
risposta a tutti.
Ogni
giorno cresceva in audacia, in disprezzo delle convenienze; in fondo aveva
paura, e i bambini quando hanno paura, gridano forte.
In
qual modo avrebbe impegnato il tempo? Era la sua domanda di tutti i giorni, il
terribile, angoscioso problema. Spesse volte non rispondeva affatto,
abbandonata sulla poltrona, senza desideri, senza curiosità, senza affetti, in
preda a una noia che la divorava.
A
una lotteria di beneficenza aveva vinto un grazioso revolver, un ninnolo
elegante che ella pose subito sopra il suo tavolino, piacendole far pompa di
originalità e mostrandolo con orgoglio a' suoi amici, i quali, per celia, si
affrettarono a regalarle dei pugnali, dei fioretti arabescati, ch'ella appese
accanto al ventaglio, cercando il nuovo ad ogni costo.
Ma
il nuovo dell'oggi era vecchio domani. Incominciava a provare lo scoraggiamento
dei viaggiatori nel deserto; quella stanchezza umiliante davanti alla meta che
sfugge, in mezzo al nulla che circonda da ogni lato.
In
principio d'inverno si era messa a far visite frequenti alla signora Avella. Le
voleva bene davvero; dopo l'esilio volontario di Costanza, era quella la sua
unica amica, ed anche Eva la contraccambiava di amicizia sincera.
Pure,
dopo il matrimonio di Eva, Lydia si accorse che non c'era più fra lor due
l'intimità di prima. Agli abbracci di Lydia, la sposina rispondeva distratta,
con uno sforzo gentile, ma evidente. I loro discorsi erano scuciti; dicevano
una cosa pensando ad un'altra.
Era
capitato molte volte a Lydia di trovarsi con Mario Avella, e quando sorprendeva
così i due sposi insieme, le sembrava sempre di veder sorgere sulle loro fronti
un'ombra di contrarietà. Eva sorrideva, e Mario faceva un profondo inchino;
sedevano tutti e tre, ma la parola moriva.
Una
mattina Lydia capitò come una bomba nel salotto dei signori Avella. Era stata
al bersaglio, dove si esercitava con Lante alla pistola, trovando ancora una
larva di piacere in questi esercizi violenti che le frustavano il sangue. Entrò
senza farsi annunciare, mormorando un - permesso? - intanto che sollevava la
portiera.
-
Ah! - fece Eva balzando in piedi, passando davanti a suo marito che si trovava
in ginocchio sul tappeto.
Lydia
rimase immobile, colpita dall'espressione di quel volto che non aveva più nulla
di umano, irradiato da una luce meravigliosamente ideale.
-
Dio, come sei bella!
Queste
parole le sfuggirono suo malgrado, mentre la guardava, ancora agitata. La
giovane sposa era in abito da mattina, sciolto, colle maniche larghe, aperte
dall'alto al basso che lasciavano il braccio interamente nudo - un braccio
tornito, di un candore di neve, di una morbidezza di raso, sul quale Lydia
scorse, e guardò con insistenza, due o tre piccole punteggiature rosse, come di
pressione recente.
-
Ti disturbo?
Lydia
soggiunse anche questo, sentendo di dire una sciocchezza, ma incapace di
frenarla; le pareva che un filtro acuto le salisse al cervello, dandole dei
leggeri fumi d'ebbrezza.
Eva,
sorridendo, impacciata, si toccava colle mani le trine dell'abito,
abbottonandolo al collo, avanzando un posapiedi, cercando coll'occhio inquieto
intorno a sé; come persona destata improvvisamente da un sogno.
Mario
Avella, serio, si ritirò dopo d'avere salutato Lydia e baciata la mano a sua
moglie; ma Lydia non si fermò più di cinque minuti. Le scottava la terra sotto
ai piedi.
-
Addio, addio, ho fretta.
Intanto
che si accomiatava vide, sul divano, una forcina di tartaruga, di quelle che
Eva portava nei capelli. La guardava ancora, mentre Eva si scusava del
disordine della stanza; e quando Lydia si decise a risponderle, era Eva che non
ascoltava più; distratta, preoccupata, tendendo l'orecchio a un rumore di passi
nella camera attigua.
Si
baciarono sull'orecchio.
-
A rivederci.
-
A rivederci; vieni a trovarmi.
-
Sì, vieni anche tu.
Non
si videro per tre mesi.
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