Appendice
Lettera
di Federico de Roberto a Neera
(I)
Busta -
Alla Signora Anna Radius
via Sant'Eufemia, 2
Milano
Catania
3 Maggio '88
Gentilissima
Signora, la Sua
graditissima lettera mi giunse con qualche ritardo, essendo stata indirizzata a
Palermo invece che a Catania, dove io ho il mio domicilio. Mi vorrà quindi
tenere per iscusato se non Le ho prima d'ora espresso la mia gratitudine per le
molte cose gentili che ha voluto dirmi a proposito di quell'articoletto. Io
sono ben dolente di non aver potuto discorrere di Lei e del Suo libro più a
lungo, come il soggetto avrebbe comportato, ed io sentivo; ma ho dovuto
contenermi nei limiti imposti alla letteratura dal giornalismo quotidiano. Vuol
dire che aspetterò con tanta maggiore impazienza un Suo nuovo romanzo, che per
l'amore dell'arte spero non debba molto tardare. Le spedisco, insieme con la
presente, due esemplari del G. di S. [Giornale di Sicilia] i
soli che ho potuto qui trovare; se Le ne occoressero degli altri scriverò a
Palermo; sarà per me un'occasione desiderata di esserle utile. Voglia aggradire
frattanto, gentilissima Signora, l'attestato della mia devozione più cordiale.
F. de Roberto
(II)
Accade
assai di rado che una pubblicazione italiana attiri notevolmente l'attenzione
del pubblico, perchè io possa lasciar passare inosservata in queste rapide
rassegne l'opera recente di Neera, quantunque un egregio collaboratore di
questo giornale ne abbia parlato per conto suo alcun poco. L'aspetto sotto il
quale io intendo di esaminare Lydia non è, precisamente, identico a
quello da cui prendeva le mosse il Barbiera; procurerò da canto mio di
considerare il nuovo romanzo come una fase dell'evoluzione artistica della
giovane scrittrice, e il Giornale di Sicilia, del resto consente ai suoi
redattori una benintesa larghezza di opinioni. E chissà se nella larga
discussione delle opere dell'ingegno, nel graduale e quotidiano iniziamento del
pubblico alle questioni d'arte non consista appunto il rimedio contro la
lamentata stagnazione della nostra produzione letteraria?...
Bisognerebbe,
intanto, che i critici dessero un esempio col lasciar da parte la compiacente
ricerca delle possibili e delle impossibili derivazioni delle opere italiane
dalle straniere.
Poiché
Balzac ha studiato nella sua Eugénie Grandet un tipo di fanciulla
borghese, Neera avrà commesso un plagio studiando in Teresa un simile
tipo. Chérie di Edmondo de Goncourt é l'analisi di un carattere di
fanciulla aristocratica, Lydia della nostra autrice sarà perciò calcata sulla
falsariga francese...
Argomentazioni
simili hanno un valore discutibile; poiché, quando pure il soggetto impreso a
trattare da uno scrittore fosse, in ogni sua parte, identico a quello trattato
da un altro, la differenza dei processi tecnici, della composizione, della
fattura, dello stile, basterebbe da sola a costituire una originalità; e quando
pure gli stessi processi tecnici, fossero comuni, vi può sempre essere
qualcosa, un'intenzione, un'intonazione, un sapore speciale per cui il
temperamento differente di ciascun artista si riveli.
Ora,
nel caso di Neera, il solo punto di contatto che possa stabilirsi fra la sua Lydia
e Chérie è questo: che entrambe le eroine sono due strane fanciulle
cresciute in un ambiente elevato e raffinato, veri fiori da serra calda, belli
d'una bellezza artificiale, ed incapaci di resistere alle intemperie del cielo
scoperto.
Ma
l'ambiente in cui le due fanciulle crescono, ma la loro educazione, i casi per
cui esse passano, il loro modo di apprenderli, la loro fine: tutto è
perfettamente diverso. Basterà dir questo soltanto: che mentre Chérie muore, a
19 anni, naturalmente, di clorosi, di mancanza d'amore, Lydia si uccide a 33
anni quando un fosco dramma le si annoda dintorno. Dire che il Goncourt ha
descritto, prima di Neera, la fanciulla aristocratica, equivale ad ergere un
caso particolare in tipo astratto. Vi sono, nella realtà, delle fanciulle
aristocratiche che si chiamano con molti nomi diversi; non vi è la fanciulla
aristocratica, un essere generale, ma riconoscibile ed individualizzabile.
Il
Goncourt ha analizzata una fanciulla che si chiama Chérie, Neera un'altra che
si chiama Lydia; e se è lecito discutere della scelta dell'argomento, quella
della scrittrice italiana è più legittimata, poiché si tratta di una donna che
studia carattere di donna. Vi é infatti, una sessuazione psicologica degli
esseri, come ve n'è una fisiologica, e tutto lo studio e tutta l'analisi non
riusciranno mai a far cogliere ad un uomo gli aspetti mutabili, reconditi,
caratteristici, che sono speciali alla natura muliebre e viceversa. Il
Goncourt, nella prefazione del suo romanzo, dice espressamente che egli ha
avuto ricorso a confessioni di donne; e non ultimo difetto dell'opera sua è
questo mettere assieme una figura con tratti cavati da tante figure diverse. A
scrivere il romanzo di una donna, Neera è naturalmente disposta meglio che ogni
altro scrittore; ora è quistione di vedere l'arte che ella pone in opera. -
Diciamolo subito: l'evoluzione dell'ingegno della scrittrice lombarda è vicina al
suo termine ed a raffrontare Lydia con L'addio o con Un nido, si
misura tutta la lunga via che ella ha pazientemente percorsa. Dall'arte
delicata, ma compiacentesi troppo nelle vaporosità oltre-reali, nei tipi
foggiati un po' di maniera, nell'insistente intervento personale della
scrittrice, che è nei suoi primi romanzi, a quest'arte più nuda ma più forte,
fondata sull'osservazione, esaminante tutte le manifestazioni della realtà,
procedente più obbiettivamente, il progresso è notevolissimo.
Parecchi
anni or sono, discorrendo dell'autrice, il Capuana scriveva: "Resta a
vedere se queste belle forze, messe al contatto della realtà, resisteranno.
Dopo le prove date, saggi d'ingegno, esercizii di muscolatura e di scioltezza
di mano, si vorrà veder uscire la
Neera dal mondo un po' artifiziale dove si è compiaciuta
finora. Si vorrà vederle aprir la finestra perchè in quel suo studiolo entrino
e la luce sfacciata delle vie, com'ella dice, o il rumore assordante
della vita che purtroppo non somiglia in nulla, o assai poco, a quello che si
sente nel delizioso nido..."A contatto della realtà, le
forze della scrittrice hanno resistito; si sono anzi sviluppate di più. Lydia è
una figura di carne e d'ossa, studiata in ogni suo lato, sorgente viva dal
complesso degli atti e dei fatti che l'autrice accumula sapientemente.
Guastata
da un'educazione falsa per colpa della madre debole ed ignorante e di un
vecchio zio troppo compiacente, i suoi capricci sono leggi, le stravaganze di
ogni genere approvate; la ricchezza contribuisce ad acuire il gusto di un lusso
raffinatamente smodato. Le maniere sciolte, i discorsi liberi, la continua
compagnia degli uomini scandalizzano la società, pronta sempre a mostrarsi
severa contro chi è senza difesa. Ella rifiuta parecchi matrimonii; non sa
amare, né può, immersa com'è in una vita di godimenti, di continuo moto; si
lascia invece corteggiare, rimanendo impassibile in mezzo alle seduzioni e
conservando intatto il suo candore di vergine. Io non so quanti fra i nostri
scrittori potrebbero superare le difficoltà della composizione del carnet della
fanciulla, di quel giornale di memorie che ci fa scendere nel fondo e nel
profondo del suo carattere, con note così vere, così umane, volevo dire così
femminili!
Alla
morte della madre, Lydia prova un profondo dolore; ma gli apparati scenici di
cui riveste il suo cordoglio la fanno giudicare commediante. Ella ha delle
amiche a cui vuol bene: in fondo alla leggerezza della sua indole vi sono degli
scatti di bontà e di affetto; come tutti gli esseri umani non è né
completamente perversa né perfettamente virtuosa
Le
sue amiche l'abbandonano: Eva Seymour per dedicarsi al marito idolatrato,
Costanza Jeronima per consacrarsi alla vita ascetica. Rimane sola, si accorge
che a poco a poco tutti la evitano, ed intanto non può decidersi a mutar vita.
L'avvocato Calmi è il solo che le sia rimasto sinceramente amico; senza sforzo,
senza ostentazione egli è un'eccellente pasta di scettico: studia Lydia col suo
occhio sagace e la giudica qual'è: un essere che vuol sembrare più cattivo di
quanto realmente non sia.
Ha
il buon gusto di dirglielo, di non farle mai la corte, malgrado stiano a lungo
insieme, soli, in un'intimità compromettente. Tutta questa parte, in cui è
analizzata l'anima della fanciulla già donna, la sua irrequietezza, i suoi
malesseri, i suoi sconforti, è di una grande bellezza. Bisognerebbe citarne
intere pagine per darne un'idea ai lettori; mi contenterò di questo breve
passaggio. “Tutte le sere veniva per lei quel momento fatale della solitudine;
quando, automa smontato, si lasciava cadere nella poltroncina, colle membra
rotte e floscie, la faccia lunga, i muscoli del viso stirati, stanchi. L'ampio
letto la chiamava inutilmente. Ella aspirava nell'aria chiusa, mista d'odor di
fiori e di sigari, l'ultimo suono che aveva dato apparenza di vita alla sua
triste vegetazione. Una poltrona sgualcita, un giornale spiegazzato, un pizzico
di cenere in una conchiglia, ecco tutto ciò che le avanzava della sua giornata;
- e le voci d'uomo rimaste, come un'eco, nei drappeggi e, talora un'impronta
polverosa sul tappeto. Non altro. I romanzi di Daudet e di Flaubert - qualche
volta anche quelli di Belot - si trascinavano sui mobili, presi, abbandonati,
ripresi, avidamente percorsi e poi gettati con immenso sconforto. Quanto amore
intorno a lei nei libri, negli oggetti d'arte, nei pensieri, nei sottintesi!
Che lungo, insistente invito al godere!
"Tutte
le sere, spogliandosi, in mezzo alle fotografie di quelle donne belle e amate, sotto
il baldacchino viola, trattenuto alla testiera del letto coi nodi azzurri
d'amore, davanti allo specchio che rifletteva la sua pallidezza sofferente di
vergine di trent'anni, Lydia pensava che nessun uomo l'aveva baciata mai! Tanto
compromessa, tanto scettica, tanto iniziata ai misteri della galanteria, e così
pura che entrando finalmente nel suo letto tremava sempre un poco,
rannicchiandosi coi ginocchi dentro la camicia e le mani incrociate sul seno,
presa da un brivido."
La
fatalità vuole che essa finisca per innamorarsi di un miserabile, Keptsky,
fattole conoscere ad arte da una intrigante, la baronessa Von Stern, amante di
quell'uomo.
Lydia
nella sua ingenuità, non sospetta di nulla; li vede soltanto una volta, dopo
una specie di dormiveglia, di delizioso torpore, l'una vicino all'altro accanto
ad un pianoforte in una scena che è fra le più magistrali del libro. Quando la
vigilia del matrimonio, Calmi le svela tutto, le fornisce le prove della
terribile verità, Lydia si uccide con un elegante revolver, quasi un gingillo,
per entrare in quella calma eterna non mai provata sulla terra. Dando uno
sguardo d'assieme all'opera di Neera, ciò che si potrebbe rimproverarle è la
parte ancora un po' larga che ella fa alla narrazione personale, che è tanto meno
efficace dell'obbiettiva rappresentazione. Invece di raccontare quel che un
personaggio ha fatto bisognerebbe che il romanziere lo lasciasse agire sotto
gli occhi del lettore. Il fatto agito ha un rilievo, una vita, che il
fatto raccontato non può conseguire; l'attenzione del lettore è attirata
più saldamente; le creature dell'arte escono più forti e più sane. Ma, ripeto,
il progresso di Neera è anche qui notevole, e si può essere profeti a buon
patto predicendo che l'ingegno artistico di lei, svolgendosi nella sua fase più
completa, ella ci darà un libro dove le ultime traccie della sua personalità
saranno scomparse.
Meno
fondato è l'altro rimprovero che le è stato fatto, di una slegatura
nell'organismo del suo romanzo. Libri come questi, dove non è propriamente la
composizione di un quadro, ma il delineamento di un ritratto, hanno una
struttura lor propria; i salti, le digressioni, vi sono necessarie, ed è anzi
nella varietà dei momenti nei quali la figura è considerata che essa può
prendere consistenza. Le scene della vita elegante, le ricche decorazioni, le
conversazioni mondane, quel che si chiama l'ambiente, è riprodotto con molta
efficacia. Vi è, in tutto, una spigliatezza, una sicurezza, una padronanza di
sé non molto frequenti tra i nostri scrittori e che più spesso si ammirano nei
Francesi. E con fine ironia Neera non fa leggere alla sua eroina romanzi
italiani! - Ciascun metodo d'arte nasconde una speciale conclusione filosofica;
il fenomeno rettorico è il segno di un fenomeno psicologico, per modo che basta
conoscere a quale scuola estetica uno scrittore appartiene per definire il suo
concetto etico, l'idea ch'egli si fa della vita. La scuola del naturalismo
conduce ad un concetto pessimista; non è qui il caso di indagare le ragioni del
fatto; basterà accertarlo. Così Neera, accostandosi al metodo
dell'osservazione, non vede più roseo, ha perduto le antiche persuasioni di
fede, di contento, di felicità, che una punta di fine umorismo soltanto
temperava, per accostarsi alle nere visioni del pessimismo letterario moderno.
"Ho provato ogni cosa - dice la sua Lydia - Perché dovrei rassegnarmi?...
Perchè dovrei lottare? Non ho nessun ideale che mi sostenga; non ho nemmeno più
la possibilità di godere..." E molti anni prima, quando la vita scorreva
per lei facile, invidiata, quando la canna di un revolver non l'affascinava
ancora col suo freddo luccichio, ad una amica che l'accusava di non comprendere
l'amore, ella rispondeva: "Ma di chi la colpa? Dov'è l'amore? Io non lo
conosco. Oh! è proprio vero che per essere felici a questo mondo bisogna essere
o una bestia o un Dio. Non sono abbastanza bestia... prendi nota che il mio
dolore è questo!" Certo, le opinioni che un autore attribuisce ai suoi
personaggi non sono da considerarsi come sue proprie; ma la tristezza che Neera
ha messo in questo libro è grande; ed ella stessa, in uno scritto recente, ha
confermate le scettiche risultanze del metodo dell'osservazione.
"Lo
scetticismo che ci rimproverate, quasi fosse per nostra scelta che siamo
scettici, noi lo subiamo fatalmente. Esso è frutto inevitabile
dell'osservazione; esso ha torturata la nostra mente e dilaniati i nostri cuori
prima di uscire dalle nostre pagine, dove voi non vedete altro che dell'analisi
e dove noi abbiamo messo delle lagrime. Voi ci rimproverate di dipingere il
brutto, ma questo brutto allagante, universale, colpisce assai più i nostri
cuori eccessivamente sensibili, di quello che non li colpisca la rara eccezione
del bello; e quando siamo battuti, feriti, sofferenti, è invano che ci venite a
chiedere i sorrisi dell'ottimismo..." Ottimismo, pessimismo, importano del
resto fino ad un certo punto: la vita è quella che è. L'artista vive per
l'arte, ed è l'arte che bisogna domandargli.
Federico
de Roberto.
(da:
GIORNALE DI SICILIA, 22 aprile 1888)
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