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Intanto che aspettavo in
anticamera di essere ricevuto dal signor Hamard, i locali della prefettura di
polizia davano l'idea che la città fosse in preda a una convulsione politica.
C'era l'andarivieni delle giornate di sommosse. Chi entrava, chi usciva, chi
scompariva, chi svoltava, chi pronunciava parole in fretta e in furia, chi
filava con un piego e chi non dava neanche risposta. Il mio biglietto di
presentazione era passato da una mano all'altra senza che io sapessi se avesse
raggiunta la sua destinazione.
Dopo mezz'ora sciupata nel
trambusto mi sono arrischiato a domandare a colui che avevo preso per il
portiere se il capo era in ufficio. Non lo sapeva. Il capo della polizia c'era
o non c'era. Per il momento era assente per tutti. Con un gesto direi quasi
imperativo mi fece capire che se non ero preparato ad aspettare fino a quando
la veniva buona potevo prendere la porta. Notavo che l'ambiente poliziesco
esercitava sul fisico l'influenza degli altri ambienti. Dà alla popolazione il
colore del luogo.
La faccia di ciascuno è il clichè
di tutti gli agenti di p. s. del globo. Quella del guardiano della pace
identica a quella del questurino e del policeman. È una faccia diffidente,
cupa, impregnata di astuzia, pronta ad ammantarsi di ferocia. Anche nei momenti
di calma essa conserva l'espressione arcigna del mestiere. Con l'abitudine di
andare su e giù per i tratti affidati alla loro custodia le gambe dei
poliziotti son tutte pesanti, tutte lente come quelle del pachiderma. Non c'è
bisogno di abituare l'orecchio per distinguere i loro passi da quelli degli
altri. È un passo cadenzato che mette in fuga la popolazione delle carceri. Le
mani del sergent de ville, come quelle dei suoi colleghi europei, sono
brevi, larghe, carnose, dotate di una forza stritolatoria, che non è neppure nelle
mani del fabbro. Piegano i malviventi in due. Forse esagero. Ma io fra i
signori della forza pubblica aspiro un odore diverso dell'odore che aspiro fra
i borghesi. È un odore speciale che l'uomo non assorbisce che nelle sentine — e
che le carni trattengono anche dopo parecchi mesi di continue abluzioni.
Ero un po' stufo. Si andava e si
veniva come prima senza che io potessi capirne la ragione. Di tutto il
sussurrio non avevo udito che un nome e un cognome: Felix Faure. Che c'entrava
l'ex presidente della repubblica in tutto il tafferuglio delle contraddizioni
che continuavano ad avvolgersi sull'annaspo dei delitti della via Pèpinière e
del vicolo Ronsin? Mi lambiccavo il cervello. A me è spiaciuto che un ex
conciatore di cuoi abbia potuto concepire quella mostruosità politica che ha inanellati
i destini di un popolo sviluppatisi e ingigantitisi nelle rivoluzioni per
giungere prima degli altri sulle alture della fratellanza sociale con i destini
dell'imperialismo russo che vive di massacri e di impiccagioni e di
soffocazioni popolari, perchè è stato il connubio dei pazzi e degli ubbriachi,
degli squilibrati, che hanno creduto di poter fondere delle tendenze che si
respingono con esplosioni di collera tradizionale. Per questo solo fatto il suo
cadavere invece dell’apoteosi del febbraio 1899, avrebbe potuto meritare
l'impetuosità francese e l’esecrazione parigina, ma che cosa voleva dire il suo
nome nell'affare Steinheil? Me ne sarei andato se non fossero entrati due nomi
rinomati nel mondo della psicologia e della psichiatria che si disputavano la
gloria di sciogliere il problema del sonno ipnotico nell'istruzione
giudiziaria. Il più alto, vestito tutto di nero come un abate che avesse
buttato la veste talare alle ortiche, diceva con la voce placida del credente
che ormai il sonno ipnotico non aveva più segreti per il professore che sapesse
«trattare il soggetto» con tutte le prescrizioni volute dalla scienza. Se il
giudice Leydet gli avesse permesso di sottrarre madama Steinheil al suo metodo
tutta Parigi saprebbe a quest'ora come si è svolto il truce dramma dell'impasse
Ronsin.
— Perchè il signor Steinheil,
pittore, è stato trovato sul pavimento con le ginocchia piegate e i calcagni
aderenti alle reni? La moglie sarebbe stata coercizzata dalla mia ingiunzione a
confessare se il povero marito fosse stato accoppato mentre implorava in
ginocchio il perdono della vita.
L'altro signore tozzo, con una
barbetta a punta che si perdeva dal mento e gli dava l'aria di una capra,
ascoltava con un sorriso nel quale era la sua ghignata. Egli non credeva alla
suggestione, come non credeva il dottor Babinsky, uno degli allievi più
illustri di Charcot
— L'ipnotismo come mezzo
giudiziario per la scoperta dei delitti sarebbe una ciarlataneria, buona
tutt'al più per consolare le giuocatrici del lotto e gli speculatori della
Eusapia Paladino. Intanto, come medico legale, io nego a chiunque di servirsi
di un metodo puramente terapeutico per scrutare la coscienza dei sospetti.
L'accusato deve avere la massima libertà di difendersi.
Nello stesso attimo giungeva un
messo a pregare i signori professori di avere un po’ di pazienza perchè il
signor Hamard, capo della polizia, si trovava in colloquio col giudice
istruttore.
— Che cosa volete, professore
mio colendissimo, quando si tratta di mandare in galera io nel dubbio voto per
l'accusato.
— Me ne congratulo con voi! —
replicò il collega mettendo nell’osservazione una punta ironica che fece alzare
le spalle all'oppositore.
— Se mi si domandasse se
l'ipnotismo è utile nelle cose giudiziarie e se il soggetto sprofondato nel
sonno ipnotico, potesse rivelare la verità, risponderei con voce sonora: No!
no! no! E quali segni ha la scienza per dire con certezza se il sonno ipnotico
è vero o simulato? Il sonno ipnotico, l'anestesia, le contratture, la paralisi
sono tutti fenomeni che possono essere riprodotti con la volontà e la
simulazione.
L'ipnotismo, è assolutamente
pericoloso è inutilizzabile in materia giudiziaria.
I due professori si voltarono la
schiena come due nemici che si disprezzano. L'uno guardava verso il corridoio
buio che conduce nell'intimità degli uffici, e l'altro mettendosi a leggere il
libro che aveva sotto l'ascella.
Passati pochi minuti di silenzio
è entrato un terzo collega, più vecchio dei due che si cavarono la tuba per salutarlo.
Si strinsero la mano e poi ripresero la discussione.
— Che ne dite, professore?
— È quello che dirò or ora al
magistrato. Alla domanda se credo, risponderò con parola del mio illustre
maestro Vallé, che ha avuto la fortuna d'ipnotizzare la Gabriella Bompard:
— Nel cervello di ogni attore o
testimonio di un dramma i fatti s'imprimono come su una lastra fotografica.
Allo stato di veglia l'attore o il testimonio può, per piacere o per interesse,
snaturare i fatti, può mentire. Ma se l'attore o il testimonio è immerso nel
sonno ipnotico le impressioni del suo cervello saranno esposte, svelate, e
giungeranno esattamente alla bocca col processo meccanico della parola. Il
professor Lacassagne ha saputo con gli avanzi far vivere lo scheletro
dell'ufficiale Gouffè, stato strangolato in una stanza mobiliata di Parigi il
29 luglio. Ma chi ha rivelato il mistero del delitto è stata la complice di
Eyraud. E quand'è che la
Bompard ha parlato? Quando il mio illustre maestro Vallé, di
Regier, passato alla gloria del Pantheon, mesi sono, l'ha obbligata a
rinunciare al suo bisogno vanitoso della mise en scène addormentandola.
Mentitrice fin all'ultimo, nel sonno ipnotico ha dovuto ricostruire
l'assassinio fino nei particolari trascurabili, col linguaggio abbietto dei pessimi
luoghi ch'essa frequentava nei giorni in cui viveva nel libertinaggio. Ero
presente all'esperimento e ho ancora nelle orecchie il suono della sua voce.
— Gabriella, figlia di un
negoziante di metalli di Lilla — le domandava il mio compianto maestro — chi ha
comperato il cordone di seta a due colori per farne il laccio strangolatore e
chi lo ha messo al collo dell'usciere Gouffè per derubarlo?
— Io, Gabriella Bompard, di
ventun'anni.
Tutto ci ha rivelato: i suoi
amori viziosi nei collegi da dove è stata scacciata: il linguaggio licenzioso
col quale scandalizzava le pentite del Buon Pastore, dove venne rinchiusa dal
padre: la sua conoscenza con Eyraud.
— Come avete potuto diventare
amante di un uomo che poteva essere vostro padre?
— Domandatelo alla miseria!
— Chi ha concertato il delitto,
chi ha preso l'appartamento, chi ha trascinato nell'alcova il povero usciere,
chi lo ha strangolato, chi ha cucito il sacco nel quale metteste il cadavere e
chi ha aiutato a chiuderlo nel baule e a rovesciarlo nel fiume che attraversa
il comune di Millerv?
— Io, Gabriella Bompard,
dominata, suggestionata, magnetizzata, terrorizzata da Michele Eyraud.
— La disgraziata — concludeva il
professore — è stata condotta dall'ipnotizzatore Eyraud, direi per mano a
compiere il delittaccio di appendice di giornale.
Senza il sonno ipnotico noi
avremmo creduto, come ella diceva, che l'usciere fosse stato soffocato dalle
mani di Eyraud.
In che società viveva? In quella
di madama Pampadour e di Cagliostro o in quella dell'automobile e del treno
lampo? Nell'atmosfera della discussione sulla addormentatura ipnotica io mi sentivo
disorientato, spinto verso l'ignoto: il sortilegio, la predizione, il
sonnambulismo! Nell'edificio del naturalismo della vita senza veli erano i
professori d'occultismo, delle fantasticherie, delle eccentricità mentali come
nel romanzo di Orsola Minoret di Balzac. I discepoli del mesmerismo erano lì
che aspettavano di essere consultati sulla utilità di sottoporre madame
Steinheil al sonno ipnotico per ricostruire la notte funebre dell'impasse
Ronsin. Finalmente è venuto l'agente della liberazione. Il signor Hamard era
troppo occupato per ricevermi. La rappresentazione del delitto della via Pépiniére
era stata rimandata per delle nuove rivelazioni e il capo della polizia mi
faceva dire che avrei ricevuto l'invito al mio Albergo.
L'ora di andare all'agenzia di
Adolfo Bizet è venuta più presto di quello che io pensassi. Sul boulevard degli
italiani si vede Parigi come in una vetrina. Pare che tutta la gente sia
obbligata a sostare o a passare da quella parte.
Centellinavo un Pernot a uno dei
tanti caffè coi tavolini sul marciapiede, seguendo cogli occhi tanta gente
vestita bene. Nell’uomo e nella donna c'è un chic che non si trova negli
altri popoli.
— Come, voi a Parigi?
— Sissignore, — risposi
alzandomi senza pensare che mi trovavo a faccia a faccia con Gayard, un
detective stato ceduto dalla prefettura di polizia alla Banca di Francia, al
tempo in cui i suoi governatori non sapevano dove era l'officina della banda
che fabbricava i biglietti di grosso taglio con l'esattezza che sfidava i
periti più insigni. Gayard, in due o tre mesi di caccia, ha côlto i falsari in
pieno lavoro, sfondando la porta dei loro nascondigli con un urto simultaneo e
precipitando su Vélin, il capo dei fabbricatori, come un aerolita umano.
Sorbendo assieme l'aperitivo
l'ho pregato di spiegarmi il sottovoce nell'affare Steinheil. Egli ha girato
intorno alla mia preghiera dicendo che a quell'epoca non apparteneva più al
corpo dei detectives francesi. Alla morte di Felice Faure erano corse tante
voci che bisognava essere pazzi per raccoglierle.
— Non ho mai capito il gusto
francese di frugare nelle tombe. Sono morti, e i morti devono essere
rispettati. Coloro che circondano di scandali il capo di uno Stato compiono un
vero parricidio. Imbrattano la più bella figura delle virtù repubblicane e
denigrano il loro paese lasciandolo credere il ricettacolo dei porci. Per
quello che so io, Felice Faure era un uomo che non pensava che alla grandezza
della Francia. Il suo sogno era di fare, all'Eliseo, la casa comune dei
francesi. Oh, dio, se ha avuto qualche donna non è poi un gran male. Chi non ne
ha avute alzi la mano. Faure! Faure è stato un presidente modello. Per
trent'anni i presidenti che lo hanno preceduto non hanno fatto che accumulare i
denari che la nazione offre ogni anno al capo dello Stato. Cito il signor Grevy
come il rovescio della medaglia. Accidenti! Non si dicervellava che per
lesinare sulle spese di casa e per finire il settennato con qualche milione di
più. E poi? Ha dato alla Francia lo spettacolo indecoroso di permettere che al
dorso presidenziale il genero facesse del wilsonismo, vale a dire un mercato
delle decorazioni destinate al genio e ai benemeriti della patria. Nel
programma di Felice Faure era di spendere tutto quello che prendeva alla cassa
nazionale. A lui bastava rientrare nella vita privata e trovare intatte le
novanta mila lire di rendita annuale che gli produceva la fortuna personale.
Potete esigere di più da un uomo pubblico?
— Non risposi. Più mi ricordavo
di Faure e più la sua figura mi discendeva. Si era arricchito con l'industria
della conciatura delle pelli e una volta divenuto presidente della Repubblica,
proprio per la sua nullità politica, si è dichiarato contro il secolo degli
operai: ha avuto paura del socialismo e dei socialisti e ha fatto loro la
guerra sorda dei nemici mascherati. Ah, è triste che la gente che deve tutto al
lavoro sia poi tanto ingrata da rinnegare coloro che hanno contribuito a
metterla al sicuro dai bisogni che imperversano i poveri diavoli. E poi, mio
caro Gayard, Faure è stato l'amico, il confidente e il protettore e, direi, il
complice di tutta la gentaccia del suo tempo. È lui che nel '97 e nel '98 e nel
'99, fino alla morte, è stato l'alleato di tutti i superstiti del boulangismo e
di tutti i nazionalisti della revanche che hanno turbata la vita
nazionale per crocifiggere all'isola del Diavolo il Cristo dell'epoca moderna.
Sentite Gayard, io sono pronto a tutti i sacrifici, ma
non a togliermi il cappello davanti al monumento sepolcrale di un presidente
che ha dimenticata l'impersonalità della sua funzione e ha incendiati gli odii
religiosi dichiarandosi fra le quinte contro gli israeliti. Colui che si è
infamato coll'infame militarismo che voleva vittimizzare un soldato senza
importanza per compiere un delitto nazionale in nome della cosa giudicata, non
può aspettarsi la venerazione dei posteri.
Guardai l'orologio e me ne andai
da Adolfo Bizet, il quale era nello spogliatoio che usciva dal costume che gli
aveva servito per scovare una banda di detrousseurs (ladroni) che in una
delle tante escursioni notturne si era impadronita dei gioielli di una signora
che aveva dormito fuori del domicilio coniugale. L'adultera era lieta di dare
il doppio del loro valore per riaverli.
— Ci sono riuscito — mi disse
Bizet. — Domani a mezzogiorno saranno nelle mie mani. La signora può chiamarsi
fortunata. Senza di me, senza la bontà dei ladri, rottura coniugale, casa disfatta,
matrimonio in rovina. Benedette donne, non hanno prudenza, non hanno! Anche se
non sono belle come la mia cliente, per la smania di parere, vanno dall'amante
con tutta una bacheca di oreficeria. I nostri costumi, caro Baragiola, sono
sregolati. Non c'è fedeltà nè in alto nè in basso. Il matrimonio se non è un
appaiamento casuale è un affare o una leggerezza sessuale Sia desso indissolubile,
laico o religioso. Col divorzio restrittivo o senza restrizione, è uno sfacelo.
Ne parleremo più tardi. Quando la corruzione e la débauche sono
all'Eliseo, vale a dire nella residenza presidenziale, non c'è più nulla da
sperare.
Il ménage borghese
diventa il teatro degli adulterii. Non c'è più famiglia che non sia infetta.
Senza aspettare le mie
interrogazioni sull'Eliseo, Adolfo Bizet mi disse di seguirlo che mi avrebbe
fatto vedere la sua guardaroba. Passato un lungo corridoio, illuminato a luce
elettrica, entrammo in uno stanzone, le cui pareti erano tutte un armadio a
scompartimenti per i diversi abiti che gli servivano per truccarsi e truccare i
suoi detectives.
— È tutta la mia sostanza — mi disse egli con aria di
soddisfazione, come s'egli mi avesse spalancate le porte della guardaroba di
Giorgio IV — il re che conservava i costumi che indossava, dicendo al
servidorame che si vedeva diseredato delle spoglie reali che rappresentavano la
moda del suo regno. La guardaroba di Fregoli, davanti a quella di Bizet,
diventava l'armadio delle marionette. In quella di Bizet c'era il cultore,
l'artista che sapeva trasformarsi e mettersi nei panni dei più alti e dei più
bassi personaggi. Una volta camuffato, Bizet non aveva bisogno dei razzi
violenti e colorati del palcoscenico per salvarsi dal riconoscimento. In una
mezz'ora egli mi ha fatto rivivere più di una celebrità della Comune, sguisata
per la fuga. Pasqual Grousset, tramutato in una donna con tanto di chignon
e di polvere di riso sulla faccia. Felice Pyat, che ha saputo salvarsi come
Clauseret e Vallès negli indumenti dell'abate. Rappel, l'ex ministro della
guerra, trovato in una casa del paese latino che pareva un vecchio di
ottant'anni.
— Per quale ragione, Bizet,
siete uscito, dopo tanti anni di gloriosi servigi, dalla polizia segreta?
— Perchè col nuovo prefetto
avrei dovuto assumere il posto di agente provocatore, come dite voialtri in
Italia, e di accenditore politico, come diciamo noi in Francia. Non ero adatto
per fare il giornalista violento nei fogli dell'opposizione governativa e
l'oratore atrabiliare nelle riunioni proletarie. Io non sono una spia che
denuncia l'apostolato di qualche idealista. Io sono un detective che non
dà pace al malvivente. Se c'è, dove è, è mio.
Con la carrozza siamo andati in via della Chaussée
d'Antin, 32, alla sua residenza. La signora Maddalena Bizet mi accolse con un
sorriso benevolo, dicendo che gli amici di suo marito erano i suoi amici. Più
brutta che bella. Alta, magra, con un collo magro e slanciato e una
capigliatura nera come l'inchiostro. I suoi occhi vivi nelle occhiaie fonde
colorivano il biancastro delle sue guance piuttosto pelose e il naso
leggermente adunco mi dava l'idea consolante che non fosse una sciupona. Adolfo
Bizet mi disse fino dal primo momento ch'egli non aveva segreti per la sua
consorte.
— Per lei io sono un armadio di
cui ella sola ha la chiave.
Alle frutta la cameriera ci
riempì i calici color solferino chiaro di champagne gelato e poi la signora,
dopo d'aver toccato i bicchieri con lo stesso sorriso di benevolenza, domandò
il permesso di andare in cucina a fare il caffè, perchè nessuno, aggiungeva il
marito, sapeva farlo come lei.
— Insomma Bizet, — diss'io, in
piedi, accendendo la sigaretta al suo cerino, — Felice Faure è morto di morte
naturale o avvelenato?
— Voi mi domandate un segreto,
direi quasi di Stato, perchè a quel tempo io ero l'unico agente incaricato di
vegliare la persona del presidente. Andavo e venivo dall'Eliseo come da casa
mia e potevo farmi portare da mangiare e da bere quello che volevo. Nell'ultima
giornata di Felice Faure sono andato all'Eliseo, nell'ora del déjeuner,
perchè sapevo che nel pomeriggio il presidente doveva ricevere sua eminenza il
cardinale Richard, arcivescovo di Parigi, e il principe di Monaco, il quale era
stato in missione a Berlino per conto del presidente della Repubblica a
interrogare l'imperatore sull'affare Dreyfus e ad assicurarlo ch'egli sarebbe
stato il benvenuto all'esposizione del 1900. Nelle giornate in cui il
presidente non aveva invitati stranieri o di grande importanza politica, io e
gli altri a palazzo sedevamo alla sua mensa. Con uno stomaco di ferro egli
mangiava come due giovani. Ci diceva sempre che l'appetito gli era stato
conservato dalla sua passione per la caccia. Difatti i suoi gusti gli avevano
fatto abbandonare completamente l'idea di villeggiare a Fontainebleau e a Compiègne
per dar la preferenza al castello di Rambouillet, circondato di tant'aria, di
tanta solitudine, di tanti boschi lasciati intatti dal giardiniere. È là che il
presidente si sentiva libero ed è là che durante le assenze di sua moglie e di
sua figlia, fuori dagli occhi del mondo ufficiale, ospitava le sue favorite.
— Dunque ne aveva parecchie?
domandai con una cert'ansia curiosa nella voce.
La signora Bizet è rientrata.
preceduta dalla cameriera che depose il servizio distribuendolo sulla tavola.
— Vi assicuro, signor Baragiola,
che non lo troverete migliore alla Maison dorée.
— Eccellente! risposi dopo aver
presa la chicchera in mano e averne assaggiato un sorso in piedi, muovendomi
come faceva il mio amico. Eccellente!
Non mi arrischiai a rinnovare
l'interrogazione alla presenza della signora, ma Bizet, con la disinvoltura
dell'uomo di mondo, nineggiandosi sulle gambe e bevendo il caffè con voluttà
balzachiana, mi disse:
— E ve ne meravigliate?
— Di che cosa? domandò la
signora.
— Che il presidente Faure avesse
delle favorite? La signora Bizet accompagnò la smorfia facendo fare al braccio
un mezzo giro.
— Gli uomini non cessano di
essere tali nè in impero nè in repubblica. Amano il truogolo. Hanno i gusti
della scrofa. Lascio Thiers. Egli era almeno un grande storico, un grande
politico, un grande scrittore. A lui si potevano concedere dei capricci. Ma
Casimir Perier? Dopo sei mesi di presidenza era già al divorzio, antipatico
alle masse e alle classi. Grévy? L'austerità della sua vita privata era di
pasta frolla. Ogni alito di donna poteva decomporla. Gambetta che è stato il
più schietto rappresentaste della borghesia repubblicana e che è passato per
mezzo secolo per un uomo di principii, al posto di presidente dei ministri ha
dato lo spettacolo di umiliare il matrimonio con una unione libera.
— Sai, Maddalena, che vado in
collera quando mi demolisci il mio dio. Non ho adorato che lui. È il solo uomo
di stato che abbia abbandonato il potere più povero di quando vi è andato. In
fatto di matrimonio io e lui non avevamo la stessa opinione. Egli vedeva in un
atto matrimoniale un sacco di scudi e in ogni unione libera un'elevazione
individuale, una dolce affezione, due cuori in una capanna. Il sacco di scudi
della dote serviva allo sposo per mantenere le sue amanti. Io e te siamo di
parere contrario, ma Gambetta, per esempio, cieco di un occhio, non era mica un
uomo lubrico, devi convenirne.
— Io so che chi rappresenta lo
Stato, composizione di tante famiglie, non può dare il triste spettacolo del
concubinaggio.
— Maddalena! Tu bestemmi! Due
persone che si uniscono e si vogliano bene compiono un atto morale.
— No, no e poi no! diss’ella
protendendo la mano, un po' stizzita per la cocciutaggine del marito. Tu puoi
idolatrare l'uomo pubblico... ma Gambetta, uomo privato, era al di sotto degli
adulteri, perchè la sua unione, scandalosa era notoria. Io e te non andiamo
d'accordo su quest'importante problema della vita. Perdonatemi, signore, se io
mi ritiro un po' presto. In casa nostra sarete sempre il benvenuto.
— Ostinata! Io non posso
permettere che si insulti il delegato del governo di Tours uscito da Parigi in
pallone. Egli per più di quattro mesi è stato l'autorità suprema della Francia!
— Ritorniamo a Felice Faure,
diss'io per sottrarlo alla bega uggiosa.
— Quel giorno a tavola era
nervoso. Il menu era la ripetizione del déjeuner dato allo czar e
alla czarina, ospiti della Francia russificata. C'era un hors d'oeuvre
interminabile, una testa di vitello in salsa verde, del Chateaubriand con
patate sautées e un pollo arrosto con parecchie insalate e dei piselli
all'inglese. Vini bianchi, magri e dolci, e vini di Bordeaux. Io però che sono
un originale ho mangiato delle uova alla Polignac e una spalla di montone,
rosolata allo spiedo da farmi venire l'acquolina in bocca anche adesso. Io
sedevo tra il signor Blondel, capo del segretariato del presidente, e il signor
Le Gall, direttore del gabinetto di Faure. Tanto l'uno che l'altro si sono
accorti che il presidente non aveva piluccata che un'ala di pollo e che aveva
subìto delle distrazioni inquietanti, come quella di servirsi del cucchiaio
invece che della forchetta. Io che per la mia professione dovevo conoscere il
dietro scena della sua esistenza quotidiana non era punto turbato. Sapevo da
qualche mese che dopo la visita protratta di qualche signora il presidente
della repubblica usciva dal gabinetto acceso in faccia con gli occhi degli
spiritati e con tali tremiti alle mani da obbligarlo a prendere un preparato di
china e di ferro. In quella mattina, per esempio, connetteva parole estranee a
quelle che diceva. In una frase, per esempio, ha messo cappello per bidello.
Nel pomeriggio il principe di Monaco si era avveduto che il presidente aveva
qualche cosa di strano. Più cercava di introdurre nella conversazione
l'argomento per cui era andato a Berlino e più il presidente della repubblica
si muoveva, si agitava, sbadigliava, si sgranchiva, spostava gli oggetti sul
suo scrittoio o si alzava e si metteva a passeggiare parlando di cose che non
andavano bene con quelle del principe. In un dato momento egli è uscito a dire:
— È impossibile? Come è che mi
si dicono simili cose?... Tutti i generali francesi pensano e parlano
differentemente... Il generale Mercier... Non posso più ascoltarvi...
Il principe di Monaco che si era
alzato nel tempo stesso del presidente non capiva più niente. Gli sembrava che
il presidente avesse perduto il cervello. Felice Faure continuava a calpestare
il tappeto a grandi passi, congestionato, ripetendo come uno smemorato le
stesse parole:
— Non posso! non posso! Perchè
mi si dicono certe cose? Il generale Mercier... I generali.
Allora il principe si avviò
verso l'uscita, voltandosi in fondo.
— Signor presidente, ho l'onore
di congedarmi...
Faure si riebbe e ridivenne
calmo. Con un sorriso presidenziale gli disse curvato come un lacchè:
— Ve ne andate di già?
Ritornerete presto, non è vero?
Poi gli teneva dietro come un
domestico, accompagnandolo fino all'uscio del secondo salotto...
Come? Rivedendo il giorno dopo
Adolfo Bizet che ha dovuto interrompere la narrazione per rimettersi alle
calcagna di un marito sulla strada degli adulteri per incarico della moglie che
voleva la prova dei tradimenti, gli ho domandato se poteva condurmi sul teatro
della catastrofe presidenziale del 16 febbraio 1899.
— Prendiamo una vettura, mi
disse egli, facendo segno al cocchiere di avvicinarsi. — Al palazzo
dell'Eliseo, aggiunse con la mano puntata nel vuoto, offrendomi subito dopo una
sigaretta egiziana dalla scatola d'oro che gli ha regalato il marchese Panisse
per la scoperta dei gentiluomini che gli avevano svaligiato il palazzo. La Repubblica, mi diceva
Bizet, intanto che si filava verso la via del Faubourg-Saint-Honoré, è stata
sempre sfortunata nella scelta dei suoi presidenti. Carnot non è andato
all'Eliseo che in grazia del suo nome decorativo. Malaticcio, sofferente, era
una ditta d'ospedale. Senza Caserio che si è ubbriacato di odio sociale per
farsi giustiziare, la posterità non saprebbe della sua esistenza.
Casimir-Perier arrogante, scontroso, impopolare, reazionario dalle unghie ai capelli,
amico di tutti i trafficatori, è andato alla presidenza coi voti dei panamisti
che a quel tempo erano legioni. Quale presidente! Un presidente, capite, che
andava in pubblico circondato dagli squadroni che lo proteggevano con un
graticolato d'acciaio. Il re Sole non temeva il popolo più di lui. Felice Faure
è stato sotto la mia sorveglianza e ve ne potrei raccontare delle belle. Se mi
fosse permesso di poterlo paragonare a qualche effeminato del trono direi che
il suo match, nella storia galante, è Napoleone III. La stessa
goloseria, la stessa audacia, la stessa imprudenza per le fascinose orizzontali
di tutti gli strati. Tanto l'uno che l'altro son stati dominati dalle femmine.
Se Napoleone non avesse dovuto perire nel suo naufragio imperiale avrebbe
finito per morire avvelenato o sgozzato da qualche donna.
La Caserio di Felice Faure è
stata Madame Steinheil. Lo ha ucciso con le orgie carnali o lo ha avvelenato?
Ecco quello che verremo a sapere se l'istruttoria s'impadronirà della
corrispondenza privata dei due adulteri e se il presidente della Corte d'Assise
ne permetterà la lettura, mi disse Bizet, giunti all'entrata della residenza
presidenziale.
— Non si capisce come i
repubblicani del nostro tempo — dicevo a fianco di Bizet — abbiano potuto dare
per residenza al capo dello Stato l'abitazione della Pampadour, favorita di
Luigi XV.
— Potete aggiungere anche che
sotto la Ristorazione
è stato il nido del duce e della duchessa du Berry.
Passati per i salotti delle
cerimonie ufficiali del pianterreno e per una dozzina di altri salotti che
ricevono la luce dalla corte d'onore Bizet mi introdusse negli appartamenti del
presidente e subito dopo, a destra, mi fece sedere in un magnifico salotto
addobbato con civetteria.
— È qui — disse — che l'uomo,
stato eletto dalle Camere con 430 voti, era aspettato da madame Steinheil,
proprio nel momento in cui Faure era in colloquio col principe di Monaco. Pochi
son quelli entrati nella intimità dell'avventura. E anche i pochi si sono
acconciati all'annuncio ufficiale che il capo dello Stato fosse morto oppresso
dal lavoro. C'era da salvare la dignità dell'ufficio che occupava e c'era da
lasciar credere alle signore ch'egli fosse stato un buon marito e un ottimo
padre.
L'ipocrisia della vita dell'uomo
pubblico non è il mio ideale, ma per quanto io sia stato aggredito dai
giornalisti per farmi cantare, come si dice, ho taciuto. Adesso sono trascorsi
quasi dieci anni, c'è uno scandalo che ha rotto i suggelli del segreto e la
storia ha diritto di sapere come l'ex conciatore di pelli, andato oltre il
milione col lavoro degli altri, e che ha rappresentato la Francia, abbia finito i
suoi giorni.
Adolfo Bizet si è messo a
percorrere il tappeto guardando qua e là come se stesse ricordando a se stesso
i momenti supremi del grand'uomo.
— La scena ultima è stata
questa. Il presidente era adagiato su questo divano in maniche di camicia,
sbottonato, con dei cuscini sotto la testa che respirava a disagio.
— Il professore Lannelongue e il
dottor Cheurlot sono stati i primi ad arrivare. Lo movimentarono, gli agitarono
le braccia, lo ascoltarono con l'orecchio al cuore, lo percossero alla schiena
e al petto, e poi il primo ha cercato di farlo rinvenire con delle tradizioni
ritmiche alla lingua e il secondo con delle battiture ora ai polsi e ora alle
guance. Il presidente ha avuto dei trasalimenti, delle contorsioni e degli
scotimenti convulsivi. Il prete era là in fondo che recitava la preghiera degli
agonizzanti e Carlo Dupuy, allora presidente del consiglio dei ministri, era
qui che cercava invano di farsi conoscere da Faure. Tutto è stato inutile. Il
presidente alle otto e venticinque di sera aveva cessato di vivere.
— E madama Steinheil?
— Era là, dietro quell'uscio,
nel salottino attiguo, chiusa a chiave, perchè nessuno potesse entrarvi.
— Scusate se io insisto. Il
presidente era qui, non è vero?
— E qui c'era pure madama
Steinheil. Io e il segretario privato eravamo di fuori terrorizzati da un grido
veemente; ci siamo guardati in faccia e poi, io, incalzato dalla professione,
irruppi nel salotto. Non dimenticherò la scena se stessi al mondo un secolo,
diss'egli passandosi la mano sulla fronte come turbato dal ricordo. Il
presidente era sentone, con la testa rovesciata sul dorso del divano, pallido
come la morte, con gli occhi vitrei, con le mani chiuse a pugno che stringevano
i capelli folti della Steinheil, seduta sul tappeto fra le sue gambe. Negli
stringimenti dei pugni che si erano irrigiditi arruffando e affagottando i
capelli, si vedevano ancora gli sforzi di un dolore acuto o di un godimento
supremo.
Facemmo di tutto per districare
le dita presidenziali dalle trecce sfatte della signora senza riuscirvi. Madama
Steinheil, impaurita, singhiozzava. Presto, ci diceva, fate presto! Ella tutta
agitata, col petto che ansava, era impaziente di levarsi da una posizione che
la umiliava, ma le dita che si erano contratte attorcigliando su se stesse i
lunghi peli della capigliatura bionda, non si flettevano.
— Tagliate! tagliate! supplicava
la Steinheil,
con voce lagrimosa.
Non c'era tempo da perdere. Il
segretario, nella confusione, aveva completata la catastrofe, facendo
convulsionare tutti i campanelli elettrici. Si sentivano i passi delle persone
che accorrevano. Con le cesoie del mio temperino recisi senza pietà, senza
badare dove recidevo. Poi presi tra le mie braccia la donna piangente e la
portai di peso nel salottino attiguo che vi ho indicato, abbandonandola alla
sua disperazione, ingiungendole di non muoversi e chiudendovela a chiave.
L'orrore della scena si è triplicato al mio ritorno. Dal pugno del presidente
pendevano le treccia sciolte, le quali lasciavano supporre a una lotta
disperata tra lui e la femmina. Trafelato, con l'orgoglio professionale di
salvare il capo della nazione dal cancan giornalistico, mi diedi al lavoro
della forbice fino all'ultimo pelo, insaccocciandoli a mano a mano che li
tagliavo. Sono il mio capolavoro. Saranno il mio tesoro. Fra dieci anni li
venderò all'asta o a qualche americano. Non ci sarà prezzo per loro. Ascenderanno
a una cifra favolosa. Disse: a tutti coloro che mi interrogavano sulla
disgrazia quello che avevano detto i medici, compresi gli ultimi arrivati,
Poulain, Bergeron e Humbert.
— I sottoscritti dichiarano che
il presidente è morto per una emorragia cerebrale con paralisi alla parte
sinistra della faccia e del corpo.
— Compiuta la catastrofe, a me
non è rimasto, continuò Adolfo Bizet, che il compito di far scomparire il corpo
del reato. Me la presi sottobraccio, dopo averle schiacciato in testa il
cappello dalla larga tesa carico di piume di struzzo e averle avvolto il viso
col doppio velo per renderla irriconoscibile. Uscimmo dalla parte del
servidorame e ci trovammo nella via buia.
Nel brougham chiuso, le
domandai se ella prima di andare all'appartamento presidenziale, ne avesse
parlato con qualcuno. Mi parlò della visita che aveva fatto a un celebre
pittore che ha non pochi ritratti nelle gallerie storiche, Non posso darvene il
nome, ma supponete il nostro Rembrandt. Egli stava appunto dipingendo Faure in
abito di cacciatore.
— E gli avete detto che eravate
sulla via di andare dal presidente?
— Sì, mi rispose la moglie del
pittore Steinheil.
— Allora domattina gli
scriverete una lettera che io avrò cura di far riprodurre da tutti i giornali.
Era su pergiù di questo tenore:
17 febbraio 1899, ore otto antim.
Caro maestro e amico,
«So ora la spaventosa notizia. Giudicate del mio dolore!
«Ieri uscendo dal vostro studio,
sono stata côlta da un tale malessere che mi ha fatto rientrare in tutta
fretta. Non ho dunque avuta neppure la consolazione d'aver veduto un'ultima
volta il nostro povero amico».
Margherita Steinheil.
— Questo è stato il tampone che io ho messo in bocca a
tutto il giornalismi chiaccherone e pettegolo, che aveva fiutato o saputo che
una donna era stata ricevuta dal presidente dopo l'uscita del principe di
Monaco. Pubblico e giornalismo hanno ben creduto che il presidente fosse stato
colpito da una congestione durante un'udienza. L'onore è stato salvo.
Adolfo Bizet mi prese
sottobraccio, come se fossi stato Margherita Steinheil, e, un passo dopo
l'altro, mi condusse alla buvette presidenziale per giustificare il
nomignolo di bastrinque dato dal popolo all'Eliseo. Casa di baldoria.
— Da quello che mi avete
raccontato, Faure non sarebbe morto avvelenato.
— Aspettate! disse volgendosi al
cicchettaio in coda di rondine. Due whiskies. Vi ricordate quanti ne abbiamo
bevuti a Londra cercando Jack the Ripper? Darei i capelli della
Steinheil per sapere chi fosse. Quella sera in cui io e voi e i vostri colleghi
andavamo per gli intestini di Spitalfields, siamo andati proprio coi piedi
sulla Chapman ancora tepida. Ah, brigante! E per paura che lo si cambiasse per
un'altro, ha scritto sul muro queste parole che non potrò mai togliermi dagli
occhi: «È la quinta. Ne ucciderò altre quindici. Poi mi consegnerò alla
giustizia. Jack the Ripper.» No, no, fece lui con la mano alzata al cameriere.
Noi beviamo lo scozzese e con soda, non è vero Baragiola? Alla vostra!
— Alla vostra!
— Capite, riprese Bizet, le
versioni sulla catastrofe sono parecchie. C'è la leggenda del sigaro
cianurizzato. Senza aver letto gli studi sull'avvelenamento del Tardieu, si sa
che il cianuro di potassio è di un amaro così forte da sopprimere l'odore del
tabacco. Potete credere che Felice Faure, fumatore elegante e sapiente, potesse
gustare un sigaro appestato? Inzuppato in una simile soluzione, l'odore gli
avrebbe provocato il vomito. La storia del sigaro va dunque relegata fra le
favole. E se è stato avvelenato con una dose di cianuro di potassio, che glielo
avrebbe versato e dove sarebbe stato versato, se entrando noi due non abbiamo
veduto alcun bicchiere? Mi dilungo su questo particolare perchè è l'uomo più
intimo di Faure che ne ha diffusa la leggenda. Egli crede e persiste a credere
che il suo amico del cuore è rimasto vittima d'una mano implacabile che gli ha
versato nel calice la soluzione letale. Anche un Lecocq qualunque domanderebbe:
ma dove è il calice? Sherlock Holmes che va per induzione, risponderebbe:
frugatela, ella lo ha nascosto nelle gonne. Così pensa l'amico intimo di Faure.
Di induzione in induzione egli è venuto alla conclusione che le contrazioni e
le crispazioni facciali del presidente sono dovute ai dolori spasmodici
inflittigli dalla soluzione. Il veleno può provocare una emorragia cerebrale?
Si sa che il sangue sparso in una parte del cervello, la parte del corpo
corrispondente ai lobi invasi, rimane priva dell'uso dei suoi nervi motori e
sensibili. Così l'anonimo, amico di Faure, ha potuto trovare dei credenti,
documentando le parole con la paralisi localizzata. Ma è una fiaba. Tutti sanno
che l'acido cianidrico diffonde nell'ambiente in cui è stappato un odore così
violento da obbligare chi che sia a turarsi il naso. E poi, caro Baragiola, anche
senza essere tossicologhi, sappiamo che l'acido cianidrico e il suo derivato
cianuro di potassio, sono veleni fulminanti. Ci fosse stata la dose o il sigaro
immerso nella soluzione, avrebbe potuto il presidente agonizzare due ore e
mezza? Questa è la prova delle prove che i due veleni non c’entrano per nulla
nella morte di Faure.
— Voi avete detto, caro Bizet,
che sono due veleni fulminanti, se mi ricordo bene. Tardieu. dice che l'acido
cianidrico concede una agonia di quindici minuti e il cianuro di potassio fino
a tre quarti dora.
— Negli organismi resistenti.
— Felix Faure era di ferro.
— Si può essere di ferro senza
essere resistenti ai veleni. Alcune mandorle amare inghiottite da uno stomaco
in condizioni propizie alla fermentazione bastano per mandare al creatore.
L'olio di mandorle amare può produrre lo stesso effetto. Anni sono ho dovuto
accorrere in una casa ove uno dei parenti sospettava si fosse consumato un
delitto. Ascoltai la storia. L'individuo era caduto a terra come fulminato,
emettendo un grido e i movimenti respiratori avevano cessato di esistere dopo pochi
secondi. Domandai al medico che aveva già fatta la dichiarazione che la persona
era stata fulminata da una sincope, se il cuore battesse anche dopo la
cessazione dei movimenti respiratori.
— Sissignore, mi rispose.
— Mi impadronii del cadavere, ne
ottenni l'inchiesta mortuaria e assistetti alla sua autopsia. Dove sono due
medici sono due opinioni. Così uno era del parere contrario dell'altro. Ma il
più rispettabile e il più intelligente che aveva notato che il sangue della
vittima era spiccatamente rosso ha scritto sulla modula mortuaria che la causa
della morte era dovuta al veneficio.
C'è una seconda ipotesi. Il
presidente della Repubblica fumava dalla mattina alla sera come un facchino,
passando dai sigari fortissimi ai tabacchi in corda più forti ancora, ai
tabacchi da pipa, che nicotizzano anche gli uomini non abituati alla cicca,
come Felice Faure. Ci sono dunque stati specialisti che non hanno escluso
ch'egli sia stato avvelenato del nicotismo cronico. Masticare come faceva lui
il tabacco del moro e il tabacco dei marinai e i sigari, abitudine ch'egli
aveva preso lavorando alla concia delle pelli, poteva benissimo essere giunto
all'intossicazione. Ma la verità vera, per coloro che conoscevano i suoi vizi
segreti, è che il presidente della Repubblica è morto cantaridato. Per
rinvigorirsi gli organi invecchiati e farsi credere dalla donna sempre di primo
pelo, egli si dosava con zuccherini cantaridati e qualche volta, per eccitarsi
maggiormente, quelli che i medici pudichi chiamano l'estro venereo, prendeva la
cantaride in polvere. A me è bastato guardargli in bocca durante la operazione
e a tirargli a destra e a sinistra la lingua. Gli ho veduto il velopendolo, la
laringe, e tutta la parte superiore dell'esofago infiammati, cosparsi di un
liquido emorragico. Aggiungete a tutte queste pezze giustificative del mio
giudizio le carni molli della bocca e qualche vescichetta alla lingua e alle
labbra, e avrete le alterazioni che rivelano con certezza un avvelenamento per
cantaride. Il dubbio è se sia morto con una lenta ingurgitazione di cantaride o
se sia stato precipitato nel nulla da una dose di quattro a cinque centigrammi
di cantaride in polvere propinatagli da una mano femminile prima che Margherita
Steinheil ricominciasse la funzione di prostrarlo e ridurlo senza vita.
E tutti e due ritornavamo al largo
in cerca della carrozza, lieti di respirare a larghi polmoni e di sottrarsi
alla persecuzione dei pugni del presidente della Repubblica che ci ballavano
davanti agli occhi con i capelli penzoloni dell'eroina dell'impasse Ronsin.
Qualche minuto dopo, Bizet,
ridandomi una delle sue sigarette, incavallò le gambe, si adagiò nella vettura,
come in una poltrona fonda e vi rimase silenzioso fino in piazza della
Concordia, dove in tempi energici è stata tagliata la testa a Luigi XVI.
I miei dubbi, se posso chiamarli
tali, riprese Bizet, come se il suo pensiero, non fosse stato interrotto, si
sono aggravati dopo che la signora Japy e il signor Steinheil sono stati
trovati strangolati nell'abitazione di quest'ultimo.
— Perchè? — domandai
ansiosamente al mio amico detective.
Non rispose che dopo due o tre
boccate di fumo buttate in aria con la voluttà del fumatore.
— Perchè è facile capire che se i famigliari di casa e la
moglie a pochi passi della loro stanza non hanno udito lo strepito di due
persone che non si saranno lasciate strangolare, suppongo, senza qualche grido
e qualche colluttazione, gli assassini o l'assassina, o le assassine devono
avere preparato il delitto con un narcotico.
— Si vede che anche voi siete
incerto sulla designazione dei delinquenti o delle delinquenti.
— Come tutti coloro che non
fanno il detective per burla, come Sherlock Holmes. Remy Couillard, il
domestico di casa Steinheil, ha deposto una cosa che se è parsa un'inezia
trascurabile al signor Leydet, è divenuta di gravissima importanza per la gente
abituata a seguire la carriera dei delinquenti.
— Non vi capisco.
— State attento. Se vi
rammentate, il domestico ha raccontato al giudice che madama Steinheil non ha
mai avuto l'abitudine di versare bibite o vini nei bicchieri della madre o del
marito. Non era troppo cortese con loro. Ebbene in quella sera, la sera del
trenta maggio, a pranzo finito, madama Steinheil si fece portare la bottiglia
del cognac e ne versò all'uno e all'altra. Il cognac oppiato, voi lo sapete,
non perde il sapore del cognac. Chi lo beve riceve una impressione piuttosto
gradevole.
Se io sarò obbligato un giorno a
dichiarare se sono uscito dalla testa di qualcuno dirò che il mia maestro è
stato Vidocq, un ladro famoso a cui dobbiamo la magnifica organizzazione della
polizia moderna. Egli è stato il primo unitario. Ha soppresso le divisioni che
permettevano ai malviventi di uscire da una zona per essere salvi in un'altra
della stessa città e ha iniziata la scuola degli sperimentalisti. Ha fatto il
ladro per agguantare i ladri. Il primo esperimento che io ho fatto su me stesso
con una dose di stricnina fu per gettarmi con sicurezza sulla signora Weiss che
io sospettavo autrice del lento avvelenamento che si compiva in suo marito. Più
ella lo curava e più il disgraziato soffriva eccessi di febbri, vertigini di
stomaco, vomiti, nausee, ecc. Sotto la cura della moglie egli aveva la testa in
fiamme, i piedi gelati e fremiti in tutto il corpo. Tenendo dietro allo
sviluppo della malattia io mi ero accorto che ogni volta il signor Weiss
pranzava fuori di casa mangiava con appetito e non aveva alcuno dei sintomi
inquietanti di quando mangiava in casa. Dosandomi ho dovuto convincermi che la
stricnina produceva gli stessi effetti nel mio corpo, malgrado gli emetici che
prendevo per non crepare sul serio. Ho detto subito che lì vi doveva essere un
amante. E col permesso del giudice istruttore sequestravo le lettere ch'ella
imbucava alla posta. Non mi ha fatto aspettare. L'ho colta con la mano nel
sacco. In una di esse ella domandava all'amante un altro supplemento di
stricnina, perchè il marito aveva la triste abitudine di lasciare una parte del
liquido nel bicchiere. Condannata a venti anni di lavori forzati è riuscita ad
avvelenare sè stessa con dell'altra stricnina nascosta in una cartina di
sigarette e passata nel carcere nell'orlo di un fazzoletto.
— Qual'è la relazione tra il
caso Steinheil e il caso Weiss?
— Questa: che l'avvelenatrice
diventa amabile, gentile con la vittima destinata alla morte. Il prototipo di
queste donne spaventose, andate al museo criminale, è madama Lafarge. La Weiss da scontrosa e villana
s'era tramutata in una infermiera affezionata dal giorno che essa era
determinata a compiere l'operazione assassina. Io credo che il cognac che hanno
bevuto Japy e Steinheil fosse oppiato. E sapete perchè? Mi sono dosato anche di
morfina. La morfina non intacca e non rende ipocondriaci e dolenti come la
stricnina. Al contrario. Essa anima le funzioni cerebrali. Il morfinizzato
diventa allegro, ha allucinazioni simpatiche e corre il rischio di essere
sessualmente stimolato. Chi la trangugia in una bibita forte come il cognac
passa attraverso dolci sensazioni.
Un altro fatto che ribadisce il
mio sospetto è che madama Steinheil, una volta di sopra, si fece portare dallo
stesso Couillard due bicchieri nei quali qualcuno deve aver bevuto.
— Sapete voi, ha detto il
giudice interrogando Couillard e Marietta Wolf, chi ha bevuto nei bicchieri?
Nessuno ha saputo rispondere, ma
qualcuno li ha vuotati. Chi? E chi ha messo l'alpenstock a sinistra del signor
Steinheil? Altro punto in aria. Noi sappiamo che esso è stato portato a madama
Steinheil da Couillard, dopo i bicchieri, ma le nostre indagini non vanno
oltre.
La via della verità è lunga e
sassosa, ma non è infinita.
Se si arrivasse a trovare la
mano che ha dosato il cognac per la
Japy e per il pittore dell'impasse Ronsin, io sono sicuro che
si arriverebbe a trovare anche quello che ha dosato la bibita del presidente
della Repubblica francese.
— Voi vi ostinate a credere che
siano stati oppiati prima che sia stato dato loro il colpo di grazia?
— Absolument!
Con le raccomandazioni e le
presentazioni di Adolfo Bizet, ammirato da tutti come uno dei più grandi detectives
del nostro tempo, io ho potuto in poche settimane credermi sovente uno delle
squadre degli agenti segreti. Non c'era servizio di qualche importanza senza
che io venissi pregato di unirmi agli incaricati, Abituato alla scuola del mio
illustre maestro Bizet di assumere sempre un carattere adatto all'ambiente da
esplorarsi io mi sono truccato nella sera destinata alla ricerca degli
assassini o dell'assassino del signor Remy da mantenuto di donna della strada.
Se non si vuole destare sospetti o far nascere ripugnanze, mi diceva Bizet
mentre stava trasformandosi in un perfetto gentiluomo da salotto, bisogna
mettersi al livello delle classi che si desiderano studiare. Se osassi fare
paragoni o dichiararmi plagiario, direi che ho cercato di riprodurre la figura
di Pranzini, il seduttore di prostitute ch'egli finiva per ammazzare quando
avevano messo da parte il magot, la sommetta dei risparmi. Ero chic.
La sola differenza tra me e lui era nel colore dei capelli e dei baffetti che
io avevo colorati, con la meravigliosa tintura ossigenata, a un biondo chiaro.
Nel resto gli assomigliavo. Con un po' di coal-cream mi ero ombreggiate le
guance per dare maggiore vivezza agli occhi e alla tinta sanguigna delle
labbra. Indossavo una redingote che mi lasciava vedere i manichini con i
bottoni cifrati di similoro, un panciotto solcato di fiocchetti violacei e un
paio di calzoni bigiognoli che mi accarezzavano le cosce e mi davano l'aria di
buio, come la cravatta rossastra, fatta a cappio, con le estremità larghe a
svolazzi. Il capo della spedizione era un ometto dalla faccia vecchiastra e
verdastra, tipo che in lingua verde veniva chiamato il nutritore (nourrisseur),
vale a dire un vecchio che dava ai giovani la sua esperienza per esortarli a
compiere ardite operazioni. Portava un berretto a scodella che gli si attaccava
alla testa rotonda ed era vestito come un fantino a spasso da molto tempo, con
l'abito che gli aderiva al corpo come una pelle di guanto. Aveva un bastoncino
nodoso, con un pomo d'avorio, che serviva d'appoggio alla sua vecchiaia
apparente quando c'ingolfavamo nel regno infetto dell'esercito del male, come
diceva Mounier, lo ispettore che ci dirigeva alla bettola più fosca e più
famigerata dei bassifondi parigini. Erano con noi due agenti dalle mani
massicce, dalle spalle dure e capaci di rovesciare un portone con la semplice
urtata, dal viso furfantesco. Il più giovane era alto, con il petto largo e
bombeggiato, fiero dei suoi ventiquattro anni sotto il cappello nero a larghe
tese. Mounier, con la vocina dell'uomo consumato, metteva innanzi i piedi con
precauzione e mi diceva, svoltando in una viuzza che puzzava di cenceria umana,
che non aveva fiducia di imbattersi negli assassini. Era una fissazione del
tempo. Dal giorno in cui Fallières ha presentato alla Camera, come deputato, un
progetto di legge per reprimere la professione immorale dei mantenuti di donne,
non c'è stato delitto che non li abbia fatti sbucare dall'afa della
prostituzione e salire sulla piattaforma pubblica, a subire la violenza verbale
dell'indignazione cittadina. C'è un furto con scasso? Andiamo a cercare gli
autori fra i signori Alfonsi. Si entra in una abitazione e si porta via il
bello e il buono? Non si vedono i ladri che fra i maquereaux (mantenuti)
della vita volgare. I souteneurs (mantenuti) sono antipatici, s'intende.
Nessuno vorrebbe averli in casa propria, ma dopo tutto non sono più pericolosi
per la morale che i ladri per la proprietà. Se la società non vuole curarsi di
loro quando sono ragazzotti emendabili o avviabili sulla buona strada bisogna
avere pazienza.
— E poi io sono per la legge
uguale per tutti. Se si perseguitano i signori mantenuti dei viottoli, degli
angiporti e dei quartieri del luridume, perchè si lasciano tranquilli i signori
Alfonsi del gran mondo e del mezzomondo? A me fanno più schifo i viveurs
ruinati, i mariti che aiutano le mogli a cercare i mezzi della vita nella
prostituzione clandestina, la razzapaglia in abito nero che compie lo stesso
reato del dos-vert che i souteneurs dell'infima classe. Ci sono più
scuse per i bari che per gli alti mantenuti. Se la vendita del proprio corpo è un
commercio autorizzato come la vendita di qualunque altra merce, non si capisce
perchè la femmina non debba esser padrona di dare, o distribuire, o sciupare i
suoi guadagni a chi le pare e piace. Siamo giusti con tutti, aggiunse Mounier
con un sorriso, che mi parve felino. Se non vogliamo che le donne mantengano
gli uomini, perchè permettiamo agli uomini di mantenere le donne? Le donne sono
più deboli... Fatemi il piacere! I nostri legislatori hanno due morali: una per
i signori e una per i pitocchi... Quello che è permesso nel palazzo, è proibito
nel bordello... Eh...
Fallières, deputato, era un
vecchio moralista che non concepiva che una serietà di gente che stava bene. La
morale è cosa che costa. Bisogna avere del ben di Dio per conservarla. La
signora ricca non si vende. Il signore ricco non diventa mantenuto. Sono i
senza tetto che discendono dai gradini della morale pubblica. La donna del
selciato è per tutti un vaso fetente. Ce ne serviamo magari, ma subito dopo ci
diventa ributtante. È dunque naturale che vada al mantenuto e divida e consumi
i guadagni con lui. È il suo compagno, il suo copain, il solo uomo al
suo livello. Dove è la sgonnellatrice in cerca di uomini, ha il suo posto il
mantenuto.
Il vecchietto tossiva di gusto,
mettendovi tutta la sua ironia, lasciandomi in dubbio se quello che mi aveva
detto fosse uno scherzo o il risultato della sua esperienza.
Entrati nella bettola del Buon
Cuore fui preso da un impeto di tosse anch'io. C'era un fumo sucido e velenoso
che provocava il vomito. Le pareti erano viscide di respirazione, i vetri erano
coperti di un'atmosfera densa degli odoracci che impedivano di vedere chi
passava e la clientela era una miscela di inquilini delle carceri, di inquiline
di San Lazzaro, di «scarpa», vale a dire di aristocratici del mestiere che
alloggiavano alla Santé. Ladri, pickpokets. falsarii, spazzacase, scrocconi,
mantenuti, stradaiuole, tutta la gamma delle degradazioni umane. Mounier,
seduto a tavolino mi biografò tra un colpetto e l'altro di tosse i più
famigerati scarpa, uno dei quali aveva fatto parte della famosa banda che
sventrava le casse forti colla pince-monseigneur (tanaglia a leva) ai
tempi di Jaume e di Barbaste, due poliziotti che furia di fiuto e di fortuna
sono andati al massimo piolo della scala poliziesca.
L'ultimo in fondo, con gli
occhiacci spavaldi, gli era costato un ritardo di due anni di promozione per
non aver fiutato in lui, denunciatore, un complice dei compagni che avevano
sventrata una cassa forte che conteneva trecento mila lire. Le donne che
popolavano l'ambiente appartenevano quasi tutte al bestiame d'amore che consuma
i proprii delitti nelle vie buie, sotto le arcate, nelle rientrature dei
portoni o nelle catapecchie dei quartieri rimasti tali e quali in monarchia e
in repubblica. Gli avventori di ciascun tavolo chiacchieravano o discutevano
per proprio conto senza badare a quello che si diceva al tavolo vicino. Tra
loro, Mounier, m'additava i moutons, o le persone incaricate di
mischiarsi coi malandrini per tenere al corrente la questura di quello che
avviene fra loro e per darle modo di agguantare Tizio o Caio, sospetto o
creduto autore di questo o quel delitto.
L'ispettore stava dicendomi il
suo disgusto per un sistema che risaliva alla famosa brigata rossa, fondata in
onore di Vidocq che aveva i capelli rossi. Egli non credeva che per acciuffare
un cambrioleur fosse necessario essere cambrioleur. Il suo ideale
era una polizia inglese ambientata nella vita francese. La polizia doveva
essere la guardiana dell'ordine e dei buoni costumi e della sicurezza dei
cittadini senza discendere ai mezzi ripugnanti e immorali di valersi del male
per distruggere il male. Due mali non possono che peggiorarlo.
— Eppure, rispondevo io
timidamente per paura di prendere dell'asino, ma sicuro di esprimere una
concezione poliziesca del mio professore, eppure non c'è vita di polizia senza
lettere anonime e senza i Giacomo Collins, i potenti depositari delle fortune e
dei segreti delle popolazioni ai bagni e alle colonie penali e alle prigioni
centrali. Senza le lettere anonime e le delazioni dei complici, non si riuscirà
mai a scovare l’assassino o gli assassini di Remy, l'ex agente di cambio, e l'assassino
o gli assassini di casa Steinheil. Perchè i grossi delinquenti, delinquenti
fatti lì per lì da una causa qualunque o da impulsi irrefrenabili o da
cupidigie momentanee non sono abitudinari nel delitto. Sono novizii. Sono nati
ieri, entrati ieri nel girone della delinquenza. Vi dò un esempio, citandovi il
caso di un ex tenente che si è rivelato in una spedizione militare sul
territorio di un altro popolo, un bandito, forse più bandito del vostro
Mandrin, appaiato da Victor Hugo all'assassino imperiale del Due dicembre. È
ritornato in Italia con i suoi sacchi di piastre rubate agli indigeni ed è
stato accusato di avere ammazzato la moglie con un colpo d'arma da fuoco. La
bruciacchiatura dell'esplosione provava matematicamente che la donna non aveva
potuto scaricarsi l'arma con la propria mano e il posto in cui venne trovato il
pistolone aveva convinto che non ci sarebbe stata che una mancina che avrebbe
potuto scaricarlo. Io, giurato, non avrei esitato un minuto a votare per la
colpevolezza. Non c'era che lui in camera e nessuno ha potuto dare indizio di
altre persone sospette. Che cosa è avvenuto? Che i giurati lo hanno assolto. Se
ci fosse stato il delatore o la delatrice? L’uomo sarebbe in questo momento un
ergastolano.
Mounier ebbe un gesto di
stanchezza.
— Sono casi di tutti i paesi!
Non c'è stato qui in Francia l'esempio degli svaligiati del denaro al tanto per
cento, che hanno tumultuato per la scarcerazione del loro svaligiatore?
Rochette è il loro idolo. Se anche ci fossero i delatori non cesserebbe di
essere il grande uomo dei gogos, dei minchioni. Ah, che bell'ingegno è
Rochette! Lo paragonerei alla Humbert. Ha la genialità di mantenere ipnotizzate
le vittime delle sue operazioni finanziarie. Eh, sì, se tutte le persone che
rubano, che portano via, che sottraggono, che si appropriano, che truffano, che
imbrogliano, che compiono azioni dolose o criminose dovessero andare in
prigione, caro mio, lo sviluppo nazionale si compirebbe nelle galere. La
moltitudine sfugge al nostro controllo.
— Perchè? — domandò uno dei due
agenti dalle manacce massicce.
— Perchè i cittadini non sono
ancora cittadini, nel vero significato della parola. Da noi si ha paura di
denunciare o consegnare il malvivente o il sanguinario alla giustizia. C’è
ancora il pregiudizio che chi adempie alla funzione di guardiano della propria
casa, della casa sociale, come dite voi, signor Baragiola, sia un boiaccia, una
spia, una persona infame.
— Giacomo Collins è dunque una
necessità fino a quando il cittadino sarà giunto all'elevazione di sè stesso.
— Il vostro Giacomo Collins è
l'incarnazione di tutto ciò che c'è di abbietto, è la viltà, è l’impotenza, è
la vergogna di una istituzione. Servirsi di Lacenaire, fare di Vautrin un
funzionario pubblico, via, mi disgustate! Andate al cimitero e inginocchiatevi
alla tomba di Vidocq. Per me il male non ha due facce. Per me l'assassino non
cessa di essere tale anche se è pentito.
— La riabilitazione...
— Fiaba! Non c'è riabilitazione.
— Jean Valjean?
— Javert ha avuto torto di
buttarsi nella Senna per salvarlo dalla sua persecuzione. È dunque un tipo di
fantasia. Il ladro è sempre ladro. Io non ho mai rubato, io! terminò con una
manata sul tavolo, richiamando la attenzione del padrone, un informatore
obbligato a farlo per poter continuare il suo esercizio.
Il padrone, grasso e grosso, ha
riconosciuto indubbiamente Mounier, perchè l'uno e l'altro si sono guardati
negli occhi con una strizzatina.
— Porta anche il tuo bicchiere
Gugusse e vieni qui con noi.
Andò al banco a prenderlo e
ritornò sedendo e dicendo che vi rimaneva poco perchè aveva in bottega dei fileurs
che non conosceva bene e che parlavano un argot (lingua furbesca) ch'egli non
riusciva a capire.
— Chi è quello in fondo, al
secondo tavolo a sinistra che beve il poncino accanto agli altri quattro che
parlano sommessamente?
— È il loro fourgat
(rigattiere-ricettatore).
Lo guardai. Era un uomo tozzo,
dalla faccia rossa, dal naso grosso che aspira abbondanti prese di rapè, dagli
occhietti bigi, nascosti in fondo alle occhiaie, con le labbra sporgenti del
vizioso e con le dita lunghe dello strangolatore.
— Lo riconosco, disse Mounier. È
stato un nostro informatore fino a pochi anni sono. È papà Morgue. E quegli
altri in fondo con le donne?
— Mantenuti e prostitute.
— Avvicinati, gli disse
addolcendo di più la voce, in questi giorni non si è parlato nella tua bottega
degli assassini di Remy? Sai che se mi metti sulla loro pista c'è anche per te
un regalo che ti farà piacere. Bevi. Tocchiamo il bicchiere. Chin chin.
Gugusse, dopo aver assaggiato il
falso pernot con il fare di colui che non vuole andare oltre la cortesia, mise
la testa tra i bicchieri e a bassa voce gli fece sapere che era una fissazione
del capo della sicurezza di trovarli fra i souteneurs.
— I souteneurs rifuggono
dal sangue che non sia quello delle loro amasie.
— Questa è la tua opinione, ma
l'opinione dei tuoi avventori qual'è?
— Sapete, si parla. Tutti
credono di avere l'odorato di Lacenaire. Ma lasciando a parte le supposizioni
bislacche dei chiacchieroni, si dubita che gli assassini siano nella stessa
casa dell'ex agente di cambio.
— Per quale induzione?
— Se appartenessero agli scarpa
se ne sarebbe sentito qualche cosa, diavolo! Più il colpo suscita ammirazione e
più l'autore o gli autori hanno bisogno di confidare il segreto all'amicizia.
— Il furto dei gioielli lascia
credere che sia il contrario di quello che dici.
— Il furto è un trucco, è il
solito trucco. Voi siete abbastanza attempati, non è vero, per avere letto o
udito dell'assassinio della duchessa di Praslin, nel 1847. La povera signora
era stata massacrata in un modo inaudito. Tutta la stanza della duchessa era un
orrore di sangue nero. La vittima trascinata giù dal letto a colpi spietati di
pugnale e di calcio di rivoltella era andata a finire rotoloni sul pavimento.
Hanno trovato capelli intrisi di sangue alle cortine, sul guanciale, sulle
coltri, sulla poltrona e fra i veli bianchi della toilette. Aveva ferite
spaventose alla testa, all'occipite, al collo, alle mammelle, al basso ventre.
Escoriazioni alle mani, al volto, ai piedi — segni tutti che rivelavano che la
disgraziata aveva cercato di difendersi dai colpi che le venivano assestati con
tanta forza. Ebbene?
— Conosco la storia — disse
Mounier. Non c'è relazione.
— Sissignore, — rispose Gugusse.
— Il personale di servizio urlava dalla disperazione alla scoperta del delitto
e il duca si strappava i capelli piangendo e gettandosi nelle braccia delle cameriere
per triplicare lo strazio che gli produceva l'orribile scena in cui si trovava.
Ebbene? C'era il furto.
A udire la polizia d'allora, gli
autori erano dei cambrioleurs. È uscito un discepolo di Vidocq che viveva coi
malviventi a scompigliare le idee dei testardi. Egli diceva allora quello che
ripeto io adesso. Se non se ne discorre nei nostri luoghi, bisogna cercare gli
autori dei delitti nelle case in cui sono stati commessi. Passando coi piedi
sull'etichetta ducale si è trovato che l'assassino della duchessa Praslin era
stato suo marito. Un pari di Francia, colui che si strappava i capelli dal
dolore.
Passando sulle convenienze si
troverà che gli assassini del signor Remy sono in qualche maniera della sua
residenza. Cercate se c'è in casa dei Remy una bella giovane e avrete la chiave
del mistero. Voi vi troverete alla presenza di un delitto passionale. Se
mancasse la donna e la moglie del signor Remy avesse l'età in cui si è salvi
dalle aggressioni amorose, allora cercate fra le persone che potevano avere
interesse nella sua sparizione o una vendetta da compiere su di lui. Sono trent'anni
che sono al Buon Cuore e che sento ragionare su tutti gli avvenimenti grandi e
piccoli del mondo che va dentro e fuori dalle prigioni e ho dovuto convincermi
che questa supposizione che è in tutti noi è la supposizione principe. Non c'è
altro. O se ne parla fra noi o gli autori sono nelle case dei delitti.
Non aveva più nulla da dire e
stava per alzarsi, quando è venuto al nostro tavolo Gola d'Oro a stringere la
mano a Mounier, il quale lo aveva riconosciuto anche sotto la truccatura per le
due macchioline rosse e lenticolari tra le crispazioni dell'occhiaia destra
lasciatagli dalla febbre tifoide.
— Sedete — disse Mounier,
ordinando a Gugusse una bibita per lui. — Sentiamo la vostra opinione. Credete
necessario cercare gli assassini di Remy sul mercato delle donne in vendita, e
cioè fra i loro amanti di cuore o altrove?
— Se potessi rispondere con
certezza domanderei se Parigi è mia. Non ci sarebbe denaro che potrebbe
pagarmi. Ho dei sospetti, dei gravi sospetti, ma non mi arrischio a comunicarli
neanche all'aria per paura di fare del male agli innocenti.
— Eh via, fra noi potete
parlare. Non si accusa, si dice, si suppone, si pensa.
— E con questo sistema
sciagurato di pensare a me, per modo di dire, ho scontato vent'anni di
deportazione con quel povero diavolo di Danval, farmacista, innocente come me,
deportato a vita a Bourail, nella Nuova Caledonia, come avvelenatore della
propria moglie...
— Non paragonatevi a Danval! —
disse Mounier, alzando la mano. Noi ci conosciamo. Se non era per quella
ragione sareste andato alla ghigliottina per una altra.
— Ecco perchè non faccio lo
scalpore del Danval che ora è qui in Francia a implorare il permesso di
ritornare al luogo di deportazione, dove ha dovuto lasciare le sue ricchezze.
Ma l'errore giudiziario che ha fatto di me un deportato non è meno scandaloso
di quello che ha fatto condannare Danval.
— Parliamo dei vostri gravi
sospetti, se non vi dispiace.
L'ex deportato col suo modo di
guardare al tavolo per evitare gli sguardi di chi l'interrogava, si
attorcigliava le punte dei baffi ingrigiati come se stesse consultandosi se
dovesse o non dovesse rispondere. La pelle del collo che doveva essersi scarnata
nella tomba dei vivi della deportazione gli andava sopra i capelli con giri
flosci. C'è voluto il battito dei polpastrelli di Mounier per fargli capire che
si aspettava una risposta.
— Il signor Remy e la signora
Remy, per quello che si è detto nei giornali, non avevano in giro amorazzi. Chi
dunque aveva interesse a ucciderlo se non suo figlio, i suoi nipoti, sua madre
o i suoi domestici? Io cercherei fra loro e più che mai fra gli ultimi.
— Perchè più fra i domestici che
non fra gli altri?
— Per la loro compunzione. C'era
sul viso di Renard e di Courtois un'aria di finto dolore che io nel signor
Hamard non avrei potuto tenere le mani in tasca. Passavano e udivo sottovoce,
non so da chi, che fra l'uno e l'altro c'erano dei rapporti carnali delittuosi.
Mounier gli avrebbe dato della
sciocco. Courtois non aveva nè il coraggio nè la forza muscolare per assalire
un uomo come il signor Remy. E le tracce? Qualche traccia sarebbe rimasta. E
Renard, il maggiordomo, era la devozione e l'abnegazione in persona. Era
l'anima dannata della signora e del signore.
— Andiamo via, disse alzandosi
Mounier, qui non ascoltiamo che le buaggini che leggiamo ogni giorno nei
giornali. Figuratevi, continuava a dirmi all'aria aperta, avviati alla sede
della sicurezza pubblica di via Orfèvres, che oggi i giornali facevano
insinuazioni contro il nipote Raingo, perchè figura nel testamento dello zio
per duecentomila lire. I giornali, svegli, svelti, bene informati sono la mia
passione.
Ma odio il sensazionalismo dei
giornali così detti moderni, che circonda ogni tragedia di supposizioni, di
allusioni e di invenzioni. Non gli basta il delitto. Per indemoniare il lettore
e l'opinione pubblica si trasforma in poliziotto e ci fa passare brutti quarti
d'ora. Chi ci libera dagli Sherlock Holmes del giornalismo?, diceva Mounier in
tono supplichevole. Questo fantoccio di Conan Doyle ha dato il delirio a tutti
i reporters. Non hanno più rispetto per alcuno. Entrano dappertutto con una
sfacciataggine che farebbe arrossire un veterano della polizia politica dei
tempi napoleonici. La vita privata, la vita d'alcova, la vita di famiglia sono
raccolte e portate nelle colonne, commentate, discusse, analizzate, servite nel
piatto delle ipotesi, circondate di nomi che non entrano per nulla nei fattacci
narrati, ma che moltiplicano e interessano e invogliano i lettori ad aspettare
le nuove rivelazioni di domani. La sherlokomania giornalistica è lo spauracchio
dei veri agenti di polizia e una degenerazione professionale che chiamerei
criminosa. Perdonatemi lo sfogo, aggiunse stringendomi la mano.
Dieci giugno, ore 7. — La mente
pubblica è sempre agitata. Si occupa più del male che del bene. Scommetto che
se io dessi duecentomila lire a qualche asilo nessuno ne saprebbe niente.
Scannassi e dissossassi la moglie come Olivo diventerei celebre. Non c'è che il
delitto che dia in un'ora la celebrità che Victor Hugo non ha avuta in
sessant'anni di lavoro. Cifariello era conosciuto da poche persone. Ha
accoppato la consorte per continuare la tradizione della proprietà matrimoniale
del maschio e ha ora una fama mondiale.
È in tutti i giornali come un
punitore di adultere.
Auf. Ho caldo. Mi svesto con le
finestre spalancate per godermi l'aria che gira nella mia stanza. Ha un bel
dire Bizet, ma è difficile non avere opinioni negli avvenimenti in un paese in
cui i giornali servono in ogni edizione una teoria, un modo di pensare e di
costruire un dramma, come se il pubblico fesse composto di tanti Donnay e di
tanti Bataille.
Stamattina prevale l'idea che i
cambrioleurs dell'impasse Ronsin siano gli stessi del palazzo di Remy, in via
della Pépinière. Si vedono le stesse mani, lo stesso metodo, le stesse tracce.
Nell'una e nell'altra tragedia sono tre bicchieri che figurano nel truce dramma
da protagonisti. Lo scopo banale del furto allaccia una cosa all'altra. Tanto
nella prima che nella seconda ci sono i ghiottoni di gioielli.
Hanno dato la preferenza agli
anelli, alle buccole, alle spille, ai ciondoli, alle pietre preziose. ai
brillanti. Bizet dà grande importanza a questo fatterello. Criminali provetti o
di professione come loro si sarebbero accontentati delle briciole della
ricchezza, dei nonnulla nella casa dell'abbondanza e del lusso sontuoso, degli
armadi d'argenteria e degli scrigni e dei forzieri rigurgitanti di fortune?
Bisognerebbe supporli matti. Nei furti è forse la simulazione per sviare le
ricerche e mettere la giustizia su falsa strada.
Ore 9. Bevo un caffè saporito e
leggo. Madama Steinheil è compianta da tutta Parigi. Dalle fotografie esposte
nelle vetrine, e dalle riproduzioni in centinaia di giornali non mi pare una di
quelle figure femminili che costringono a voltarsi indietro o restino nella
memoria come pastelli meravigliosi o pezzi di anatomia viva che passano
sollevando il vespaio. Tuttavia l'ammirazione pubblica è sua. Gli aggettivi
alti, seducenti, morbidi, sono per lei. La moglie del pittore è nella zona
della fama clamorosa. L'Eliseo è come la reggia. Illustra ed eleva la donna.
Una volta che la donna riesca a farsi cingere dal capo dello Stato esce dalla
casa nazionale circondata dalla luce abbagliante che offusca la bellezza delle
altre donne e attira intorno a sè gli sguardi degli uomini dell'aristocrazia
repubblicana che passavano indifferenti. Dopo gli amori presidenziali ella ha
tirati nella sua orbita gli astri maggiori della politica. Briand, ministro di
Grazia e Giustizia, Doumerg, ministro del commercio; Haumetz, sottosegretario
alle Belle Arti... E poi altri uomini facoltosi, altre illustrazioni, altri
ricconi, altre ditte del mercato finanziario. In questo momento le azioni della
signora Steinheil sono salite di parecchi punti per la terribile notte in cui
si è compiuta la strage di sua mamma e del suo sposo. Disgraziata! Non c'è
persona che non s'intenerisca e non le dedichi una lacrima. Poveretta!
poveretta!
Ore 11. — I giornali vanno a
ruba. Madama Steinheil ha potuto riaversi dalla notte spaventosa e ha parlato
tremando, balbettando, facendo piangere fino il giudice istruttore. I
cambrioleurs non potevano essere stati più villani e più spietati. Ah,
canaglie! Gli strilloni sono presi d'assalto. Ai chioschi c'è ressa di gente
con le mani in aria che aspettano la copia.
— Il Matin! il Figaro!
1'Eclair! 1'Humanité!
l'Intransigeant!
Tutte le vie sono gremite di lettori. Sostano, leggono,
traducono le impressioni con la testa, riprendono il cammino, tornano a
fermarsi e si uniscono ai capannelli di persone qua e là nei larghi dei
passaggi a discutere le rivelazioni.
La superba parigina, salita alla
invidiabile riputazione di donna elegante e di mondana paragonata alla
Du-Barry, passa in questo momento attraverso l'apoteosi cittadina. Ella è come
in mezzo all'angoscia pubblica. Se si potessero lambire le sue ferite, mezzo
milione di lingue si contenderebbero l'onore di alleviare il suo martirio. L'orrore
per i cambrioleurs è tale che si citano le carneficine rurali che compirono i
Cartouche e i Mandrin.
Ore 2. — Dopo colazione mi sono
spinto fino al marciapiede della casa del delitto. Essa è proprietà del pittore
assassinato, porta il numero 6-bis, e l'impasse Ronsin incomincia col numero
152 della via Vaugirard. Entra sgomitando fra la calca. A destra sono due
altissimi edifici e a sinistra, lungo il margine, sono giardinetti che
ricordano i viottoli dei suburbi. Più in là trovo studi di scultori e di
pittori, dalle grandi vetrate a baia, dalle quali si rovesciano in questo
attimo ondate di luce soleggiata. La casa numero 6-bis ha un muro coperto di
edera, tagliato da una porta di ferro, dietro la quale si vede il padiglione
fitto dei grandi alberi che nascondono a mala pena la vasta dimora del pittore
Steinheil, perduta in un'oasi di verzura.
Il pianterreno è composto di una
serra di piante delicate con sedili di bambù, di una sala da pranzo, di un
salotto, di uno studio e di una cucina. Dal vestibolo che mette nell'interno si
vedono i gradini che conducono al primo piano e allo studio del pittore, su al
secondo. Il primo piano ha un corridoio lungo il quale sono le stanze degli
sposi Steinheil, la stanza della loro figlia Marta, di diciasette anni, la stanza
per l'ospite e una stanza da bagno contigua. La stanza della signorina è al livello
della scala.
La povera signora Steinheil ha
subito gli oltraggi della impudicizia dei ladri-assassini. L'hanno lasciata nel
letto della figlia, legata mani e piedi, con la camicia sul viso e con il
ventre e il petto scoperti. Porci! Quando ella ha potuto rinsensare ha pregato
il suo domestico, Remy Couillard, di darle dell'aria.
— Dell'aria, Remy, dell'aria!
I mostri avevano tentato di
soffocarla con fiocchi di bambagia. Si è dovuto togliergliene i residui dalla
bocca perchè la facevano tossire fino alla sfigurazione del suo volto immerso
nel candore del guanciale, come quello di una madonna addolorata. Si è dovuto
aspettare prima ch'ella prendesse fiato e trovasse il coraggio di raccontare
confusamente la lugubre storia macchiata del sangue dei suoi cari. Piangeva,
narrava piangendo e rompeva il cuore di coloro che ascoltavano e la consolavano
con i più dolci nomi della lingua signorile.
Io trascrivo le sue parole in un
fiato, ma la povera Meg ci ha messo del tempo. Le lagrime le si ammucchiavano
in gola e la narrazione veniva interrotta dai singhiozzi, mal trattenuti e
fragorosi. Tutti tacevano. Ella riprendeva il filo, ritornava su sè stessa,
rifaceva i momenti di tortura fisica e morale e poi cadeva in una specie di
visione, spossata come il Cristo che portava la croce al Calvario. La sua voce
aveva tutte le tonalità della disperazione. Nei suoi periodi slegati c'erano
puntini, pause, virgole, punti e virgole e punti di esclamazione che
straziavano.
— Potevano essere le dodici,
incominciò a dire la povera vedova. Io ero lì che sommergevo nel sonno pur
avendo la sensazione che dei passi di lupo solcassero il corridoio. Forse ero
più di là che di qua, quando mi sentii afferrata per i polsi con una brutalità
che mi ha fatto gridare prima di essere completamente sveglia. Con gli occhi
spalancati io mi vidi circondata da tre uomini di proporzioni colossali. Con
loro era una donna dalla capigliatura rossa che dava gli ordini agli altri con
i gesti o con i monosillabi. Aveva gli occhi e la faccia infiammati da far
paura. Mi scosse con violenza dicendomi imperiosamente:
— Tuo padre ha venduto i suoi
quadri? Parla marmotta, dove sono i denari?
Io tacevo sbalordita e riurtata,
chiusi gli occhi preparata a morire.
— Non fare la stupida perchè
t'ammazzo! Dove sono i danari?
Risposi: Cercate le chiavi, sono
dappertutto: negli scrigni, negli armadî...
La donna stava per dar fuori e
per prendermi a schiaffi e uno degli uomini con voce meno aspra soggiunse:
— Non avere paura, noi non
uccidiamo le giovani.
Riaprii gli occhi e guardai i
miei aggressori. Mi parve che uno di loro rassomigliasse stranamente a un
modello che aveva posato per una scena che mio marito aveva dipinta e venduta
in America. Dalle loro conversazioni capî benissimo che mi avevano scambiata
per mia figlia, della quale occupavo la stanza. Si consultarono se dovevano
uccidermi per paura che io parlassi. Si contentarono di legarmi come un
salsiccione e d'imbavagliarmi.
I banditi se ne andarono dopo
avermi assestati alcuni pugni, sul viso e massacrato il ventre a calci. Uno di
loro, più sgarbato, mi prese le mani e me ne strappò gli anelli. Svenni, mezzo
strangolata e mezzo soffocata dal cotone che mi avevano cacciato in bocca.
L'accento della dicitora a letto
è andato al cuore di Leydet, il giudice istruttore, e di Hamard, il capo della
sicurezza pubblica. Tanto l'uno che l'altro non hanno avuto per la illustre
paziente che rispetto e parole di commiserazione. Hamard ha manifestato il suo
convincimento a chi lo ha interrogato:
— Alcuni giornalisti, più
sventati che colpevoli, hanno creduto di vedere nel doppio assassinio un
delitto politico, perchè il signor Steinheil possedeva alcune lettere
compromettenti del presidente della Repubblica, Felice Faure. Errore, profondo
errore. Altri giornalisti pretendevano che il pittore e la sua suocera fossero
stati uccisi da parenti caduti nella miseria. Errore, profondo errore. La mia
impressione personale è che il misfatto sia stato commesso da ex modelli del
pittore. Perciò io lo chiamerei un delitto crapuloso.
Il signor Steinheil, ha
continuato a dire il geniale capo di polizia, non si dava pensiero dell'onestà
dei modelli che faceva passare nel suo atelier per cinque o dieci lire. C'è troppa
feccia straniera in Francia. Vorrei una legge che respingesse tutti gli
spiantati, tutti i profughi, tutti coloro che non possono provare di essere
sani e di avere sufficienti mezzi da vivere. Sarebbe del protezionismo umano.
Non permetterei alla gente frusta, alla gente avariata, alla gente cercata, di
portare in casa nostra la loro miseria, i loro costumi, i loro vizi. Non
abbiamo mai avuto tanti casi di corda e di coltello come in questi anni. I miei
agenti cercheranno gli assassini in quel mondo più o meno equivoco.
È certo che il modello
indicatore del delitto doveva conoscere bene, assai bene le abitudini della
famiglia Steinheil. La corda che ha servito a strangolare le vittime, mi fa
persistere nelle mie ipotesi. Un assassino francese si sarebbe sbarazzato di
loro col pugnale o col revolver. La corda! eh via, è cosa che non serve più
neanche per i delitti nelle appendici dei nostri romanzatori giudiziarî. Ho
riso quando qualche nostro collega è uscito a dire che i banditi si sono valsi
probabilmente del cloroformio. Che! vi pare? Dalla corda primitiva al liquido
volatile, impalpabile, che anastetizza e fa morire in un modo scientifico! Vi
pare? Bisognerebbe che la genialità francese se ne fosse andata anche dal
delitto. Il cloroformio è difficile e pericoloso. Prima di farlo assorbire in
un modo da rendere insensibile il cloroformizzato si ha tempo di far sentire
gli urlacci fino all'Avenue du Clichy.
C'è giudizio a domandarmi perchè
gli astucci dei gioielli di madama Steinheil erano vuoti? Pare chiaro. Madame
Steinheil non è una sciocca. Con una abitazione perduta nel frascame e quasi in
fondo a un culo di sacco poteva aspettarsi ogni notte la sorpresa di qualche
malvivente. Direi che è stata saggia a lasciare gli astucci vuoti in un luogo e
gli anelli, i braccialetti, le collane, gli orecchini, e tutte le perle e le
gioie in un altro.
Ho già detto che i miei sospetti
sono che il signor Steinheil sia stato vittimizzato da un modello. Soggiungo
che la collera o la vendetta del modello straniero può essere causata da un
contatto immondo. Il pittore era un urningo. Forse la strangolazione inchiude
un drammaccio di inversioni sessuali. Io voglio essere cauto, ma quando saremo
nelle pieghe del turpe romanzo, noi metteremo Steinheil, il pittore, tra gli Eulenbourg
e Oscar Wilde. I suoi costumi erano infami.
Ore 9 pom. — Ho riveduto Adolfo
Bizet e la sua faccia ha avuto delle contrazioni quando gli ho narrato i
resoconti dei giornali e le affermazioni del capo di sicurezza. Bisogna essere
ingenui per credere alle fantasticherie della signora, mi diss'egli con una
spallata, come se non volesse interessarsene per il momento. L'importante per
voi, aggiunse il mio amico, guardando l’orologio, è che stiate negli uffici di
via degli Orfèvres, in attesa del momento di andare sul teatro del delitto
Remy. Può darsi che vi si vada di mattina o nel pomeriggio. Tutto dipenderà dal
giudice. Io vi lascio perchè devo alzarmi alle quattro del mattino. Il governo
mi ha voluto onorare della sua fiducia un'altra volta. Gregori, il giornalista
mascalzone, che ha ferito Dreyfus alla cerimonia della glorificazione di Zola,
non è che lo strumento degli antidreyfusisti. C'è un complotto come ai tempi di
Boulanger. È il complotto dei superstiti di tutti i partiti che odiano la Repubblica. Rochefort
è fra loro. Quale decomposizione morale è mai quest'uomo che è parso per degli
anni la personificazione della rivoluzione e l'incarnazione di tutto ciò che
c'era di nobile nel Paese! L'amicizia di Victor Hugo è stata la sua ascensione.
Ah, se fosse vivo il cantore della Leggenda dei secoli!
11 giugno, ore 8. — I due colpi
di revolver di Gregori per protestare contro l'apoteosi nazionale fatta
all'autore della Débâcle e ravvivare i rancori degli imperialisti e
degli antidreyfusardi hanno diminuita l'ansietà pubblica per gli avvenimenti
senza significato politica e obbligato il giudice istruttore Albanel a
rimandare la ricostruzione del delitto consumato in casa Remy per ricomporre
quello di un militarista giunto ai sessantotto anni con la vecchia buffonata di
tutti i partiti in decomposizione. Cinque giorni fa nessuno sapeva
dell'esistenza di un mattoide che in nome della gloria militare è entrato nella
biografia del più illustre scrittore dell'ultimo secolo. La vita pubblica è
sovente una farsa. Gregori che alcuni considerano il sicario di un comitato
segreto, ha trovato modo di salvarsi dall'oscurità e dal tempo con un fattaccio
infame. I giornali che vivacchiano nutrendo i patriottardi di bile, come il Gaulois
e l'Eclair, danno al neuropatico del giornalismo giallo di 68 anni il
posto di vendicatore dell'onore militare. Eh, sì, l’onore militare! Tutta la Senna non basterebbe a
lavare dall'onta di essersi accanito contro un uomo accusato e condannato
perchè ebreo. I repubblicani maturi attribuiscono al colpo di testa di un
pazzotico come il Gregori l'importanza politica che i repubblicani del '68
attribuivano al colpo di testa di Pietro Bonaparte, il quale si è fatto
riaprire le porte delle Tuillieres che gli erano state chiuse per ordine di madama
Cesare e di Napoleone di lei marito. Oberato, spiantato, evitato dal mondo che
circondava l'impero, condannato a morte in Italia per l'assassinio ch'egli
aveva compiuto in Roma, ha cercato di riabilitarsi in faccia ai regnanti e di
rifarsi le sostanze assassinando con un colpo di rivoltella, Victor Noir, uno
dei padrini andati a sfidarlo, per conto di Paschal Grousset, nel suo palazzo
in via d'Auteuil, 25.
Come i repubblicani d'allora
hanno veduto nella revolverata del cugino di Napoleone III, i prodromi della
catastrofe imperiale, così i repubblicani d'oggi vedono nella piazzata
sanguinosa del mezzo matto Gregori i sintomi di un partito che ha finito la sua
parabola. Adolfo Bizet, più tardi, parlandomi di Gregori, come di un paranoico
soggetto ai delirii di persecuzione e di grandezza, ha respinto con orrore la
teoria dei prognostici. Congetturare sull'avvenire perchè un debole della vita
compie un misfatto è da bestioni. Se c'è qualche cosa nell'atto virulento e
criminoso del Gregori che gli possa trovare un compagno, non è nella politica,
ma nei delitti comuni.
— Voi sapete che Gregori, preso
per il colletto da chi lo aveva veduto a far fuoco su Alfredo Dreyfus, è stato
di una viltà suprema. Non ha detto, sì, sono io, proprio io, che ho sparato per
ingiuriare tutti, per dimostrarvi che la canonizzazione del vostro Zola è un
insulto contro un «vecchio esercito» che io rappresento e difendo in questo
momento. Per paura di essere fatto a brani dalle moltitudini, egli si è fatto
piccino piccino, si è dichiarato innocente come tutti i vigliacchi e i delinquenti.
Non è che dopo, consigliato probabilmente dai suoi avvocati, quando la menzogna
gli poteva giovare che ha colorito il suo squilibrio mentale con la politica e
che ha assunto il posto dell'altruista che si vota alla grandezza della patria.
La stessa tattica la trovate in tutti i mostri che hanno lasciato la testa nel
paniere del carnefice.
Potrei darvi cento casi che si
sono svolti tali e quali come quello del Gregori. Se non ci fossero stati
testimoni, vi giuro che il vecchio grinzoso che ha cercato di ammazzare Alfredo
Dreyfus per punirlo di non essere una carogna, avrebbe persistito nella sua
innocenza. Non c'è delinquente della classe superiore che non dia un la
speciale al suo delitto o non lo circondi di un mistero che renda l'autore
interessante.
Pranzini, l'assassino di Maria
Regnault e di altre due donne, non è andato al patibolo ammirato dalle signore,
se non perchè ha saputo fingere di avere avute relazioni femminili in alto e
darsi così l'aria del gentiluomo che serba i segreti delle amanti a costo della
morte?
Eyraud, prima di sottomettersi
alla ghigliottina, non si è rivolto alla folla che assisteva alla sua
esecuzione, dicendo del ministro Constans:
— Constans è un assassino! È più
assassino di me. Constans!
Perchè? Perchè ai delinquenti
piace lasciare alla società che li lancia violentemente nel nulla, del dubbi o
dei problemi da sciogliere. Perchè Eyraud, nel momento più tragico della sua
esistenza, ha dichiarato che un ministro dello Stato era suo pari? Perchè il
briccone sapeva di lasciare fra noi un pensiero tormentoso. Tutti coloro che
muoiono sul palco della morte, dicendo che muoiono innocenti, sono i furbi del
mondo criminale. Anche se ci sono prove da buttar via, rimangono fra noi come
un punto interrogativo.
Gregori per me è un omaccio
cattivo. Il suo tentato assassinio è più abbominevole dei delitti di
strangolazione della Giovanna Weber. Pure c'è molta gente che lo compassiona e
lo assolve e lo crede semplicemente un po' esaltato. Tante grazie! O politica
quanti delitti in tuo nome! Sarà assolto e se un giorno, cosa che non mi
auguro, risorgesse dal sepolcro il suo partito o quello ch'egli chiama tale,
scommetto, novantanove su cento, che diventerebbe un personaggio della
monarchia, di cui si lascia credere idolatra.
— In politica, dissi io, tutto è
possibile. — Non mi meraviglierei di vedere spanteonizzato Zola, come sono
stati spanteonizzati Mirabeu, Marat e Cromwell.
— La gloria di Zola — mi rispose
Bizet con voce solenne — non ha fine. Essa sarà plebiscitaria in tutti i tempi
e fra tutte le generazioni.
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