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Paolo Valera
La donna più tragica della vita mondana

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* * *

 

Intanto che aspettavo in anticamera di essere ricevuto dal signor Hamard, i locali della prefettura di polizia davano l'idea che la città fosse in preda a una convulsione politica. C'era l'andarivieni delle giornate di sommosse. Chi entrava, chi usciva, chi scompariva, chi svoltava, chi pronunciava parole in fretta e in furia, chi filava con un piego e chi non dava neanche risposta. Il mio biglietto di presentazione era passato da una mano all'altra senza che io sapessi se avesse raggiunta la sua destinazione.

Dopo mezz'ora sciupata nel trambusto mi sono arrischiato a domandare a colui che avevo preso per il portiere se il capo era in ufficio. Non lo sapeva. Il capo della polizia c'era o non c'era. Per il momento era assente per tutti. Con un gesto direi quasi imperativo mi fece capire che se non ero preparato ad aspettare fino a quando la veniva buona potevo prendere la porta. Notavo che l'ambiente poliziesco esercitava sul fisico l'influenza degli altri ambienti. alla popolazione il colore del luogo.

La faccia di ciascuno è il clichè di tutti gli agenti di p. s. del globo. Quella del guardiano della pace identica a quella del questurino e del policeman. È una faccia diffidente, cupa, impregnata di astuzia, pronta ad ammantarsi di ferocia. Anche nei momenti di calma essa conserva l'espressione arcigna del mestiere. Con l'abitudine di andare su e giù per i tratti affidati alla loro custodia le gambe dei poliziotti son tutte pesanti, tutte lente come quelle del pachiderma. Non c'è bisogno di abituare l'orecchio per distinguere i loro passi da quelli degli altri. È un passo cadenzato che mette in fuga la popolazione delle carceri. Le mani del sergent de ville, come quelle dei suoi colleghi europei, sono brevi, larghe, carnose, dotate di una forza stritolatoria, che non è neppure nelle mani del fabbro. Piegano i malviventi in due. Forse esagero. Ma io fra i signori della forza pubblica aspiro un odore diverso dell'odore che aspiro fra i borghesi. È un odore speciale che l'uomo non assorbisce che nelle sentine — e che le carni trattengono anche dopo parecchi mesi di continue abluzioni.

Ero un po' stufo. Si andava e si veniva come prima senza che io potessi capirne la ragione. Di tutto il sussurrio non avevo udito che un nome e un cognome: Felix Faure. Che c'entrava l'ex presidente della repubblica in tutto il tafferuglio delle contraddizioni che continuavano ad avvolgersi sull'annaspo dei delitti della via Pèpinière e del vicolo Ronsin? Mi lambiccavo il cervello. A me è spiaciuto che un ex conciatore di cuoi abbia potuto concepire quella mostruosità politica che ha inanellati i destini di un popolo sviluppatisi e ingigantitisi nelle rivoluzioni per giungere prima degli altri sulle alture della fratellanza sociale con i destini dell'imperialismo russo che vive di massacri e di impiccagioni e di soffocazioni popolari, perchè è stato il connubio dei pazzi e degli ubbriachi, degli squilibrati, che hanno creduto di poter fondere delle tendenze che si respingono con esplosioni di collera tradizionale. Per questo solo fatto il suo cadavere invece dell’apoteosi del febbraio 1899, avrebbe potuto meritare l'impetuosità francese e l’esecrazione parigina, ma che cosa voleva dire il suo nome nell'affare Steinheil? Me ne sarei andato se non fossero entrati due nomi rinomati nel mondo della psicologia e della psichiatria che si disputavano la gloria di sciogliere il problema del sonno ipnotico nell'istruzione giudiziaria. Il più alto, vestito tutto di nero come un abate che avesse buttato la veste talare alle ortiche, diceva con la voce placida del credente che ormai il sonno ipnotico non aveva più segreti per il professore che sapesse «trattare il soggetto» con tutte le prescrizioni volute dalla scienza. Se il giudice Leydet gli avesse permesso di sottrarre madama Steinheil al suo metodo tutta Parigi saprebbe a quest'ora come si è svolto il truce dramma dell'impasse Ronsin.

Perchè il signor Steinheil, pittore, è stato trovato sul pavimento con le ginocchia piegate e i calcagni aderenti alle reni? La moglie sarebbe stata coercizzata dalla mia ingiunzione a confessare se il povero marito fosse stato accoppato mentre implorava in ginocchio il perdono della vita.

L'altro signore tozzo, con una barbetta a punta che si perdeva dal mento e gli dava l'aria di una capra, ascoltava con un sorriso nel quale era la sua ghignata. Egli non credeva alla suggestione, come non credeva il dottor Babinsky, uno degli allievi più illustri di Charcot

— L'ipnotismo come mezzo giudiziario per la scoperta dei delitti sarebbe una ciarlataneria, buona tutt'al più per consolare le giuocatrici del lotto e gli speculatori della Eusapia Paladino. Intanto, come medico legale, io nego a chiunque di servirsi di un metodo puramente terapeutico per scrutare la coscienza dei sospetti. L'accusato deve avere la massima libertà di difendersi.

Nello stesso attimo giungeva un messo a pregare i signori professori di avere un po’ di pazienza perchè il signor Hamard, capo della polizia, si trovava in colloquio col giudice istruttore.

— Che cosa volete, professore mio colendissimo, quando si tratta di mandare in galera io nel dubbio voto per l'accusato.

— Me ne congratulo con voi! — replicò il collega mettendo nell’osservazione una punta ironica che fece alzare le spalle all'oppositore.

— Se mi si domandasse se l'ipnotismo è utile nelle cose giudiziarie e se il soggetto sprofondato nel sonno ipnotico, potesse rivelare la verità, risponderei con voce sonora: No! no! no! E quali segni ha la scienza per dire con certezza se il sonno ipnotico è vero o simulato? Il sonno ipnotico, l'anestesia, le contratture, la paralisi sono tutti fenomeni che possono essere riprodotti con la volontà e la simulazione.

L'ipnotismo, è assolutamente pericoloso è inutilizzabile in materia giudiziaria.

I due professori si voltarono la schiena come due nemici che si disprezzano. L'uno guardava verso il corridoio buio che conduce nell'intimità degli uffici, e l'altro mettendosi a leggere il libro che aveva sotto l'ascella.

Passati pochi minuti di silenzio è entrato un terzo collega, più vecchio dei due che si cavarono la tuba per salutarlo. Si strinsero la mano e poi ripresero la discussione.

— Che ne dite, professore?

— È quello che dirò or ora al magistrato. Alla domanda se credo, risponderò con parola del mio illustre maestro Vallé, che ha avuto la fortuna d'ipnotizzare la Gabriella Bompard:

— Nel cervello di ogni attore o testimonio di un dramma i fatti s'imprimono come su una lastra fotografica. Allo stato di veglia l'attore o il testimonio può, per piacere o per interesse, snaturare i fatti, può mentire. Ma se l'attore o il testimonio è immerso nel sonno ipnotico le impressioni del suo cervello saranno esposte, svelate, e giungeranno esattamente alla bocca col processo meccanico della parola. Il professor Lacassagne ha saputo con gli avanzi far vivere lo scheletro dell'ufficiale Gouffè, stato strangolato in una stanza mobiliata di Parigi il 29 luglio. Ma chi ha rivelato il mistero del delitto è stata la complice di Eyraud. E quand'è che la Bompard ha parlato? Quando il mio illustre maestro Vallé, di Regier, passato alla gloria del Pantheon, mesi sono, l'ha obbligata a rinunciare al suo bisogno vanitoso della mise en scène addormentandola. Mentitrice fin all'ultimo, nel sonno ipnotico ha dovuto ricostruire l'assassinio fino nei particolari trascurabili, col linguaggio abbietto dei pessimi luoghi ch'essa frequentava nei giorni in cui viveva nel libertinaggio. Ero presente all'esperimento e ho ancora nelle orecchie il suono della sua voce.

Gabriella, figlia di un negoziante di metalli di Lilla — le domandava il mio compianto maestro — chi ha comperato il cordone di seta a due colori per farne il laccio strangolatore e chi lo ha messo al collo dell'usciere Gouffè per derubarlo?

— Io, Gabriella Bompard, di ventun'anni.

Tutto ci ha rivelato: i suoi amori viziosi nei collegi da dove è stata scacciata: il linguaggio licenzioso col quale scandalizzava le pentite del Buon Pastore, dove venne rinchiusa dal padre: la sua conoscenza con Eyraud.

— Come avete potuto diventare amante di un uomo che poteva essere vostro padre?

Domandatelo alla miseria!

— Chi ha concertato il delitto, chi ha preso l'appartamento, chi ha trascinato nell'alcova il povero usciere, chi lo ha strangolato, chi ha cucito il sacco nel quale metteste il cadavere e chi ha aiutato a chiuderlo nel baule e a rovesciarlo nel fiume che attraversa il comune di Millerv?

— Io, Gabriella Bompard, dominata, suggestionata, magnetizzata, terrorizzata da Michele Eyraud.

— La disgraziataconcludeva il professore — è stata condotta dall'ipnotizzatore Eyraud, direi per mano a compiere il delittaccio di appendice di giornale.

Senza il sonno ipnotico noi avremmo creduto, come ella diceva, che l'usciere fosse stato soffocato dalle mani di Eyraud.

In che società viveva? In quella di madama Pampadour e di Cagliostro o in quella dell'automobile e del treno lampo? Nell'atmosfera della discussione sulla addormentatura ipnotica io mi sentivo disorientato, spinto verso l'ignoto: il sortilegio, la predizione, il sonnambulismo! Nell'edificio del naturalismo della vita senza veli erano i professori d'occultismo, delle fantasticherie, delle eccentricità mentali come nel romanzo di Orsola Minoret di Balzac. I discepoli del mesmerismo erano che aspettavano di essere consultati sulla utilità di sottoporre madame Steinheil al sonno ipnotico per ricostruire la notte funebre dell'impasse Ronsin. Finalmente è venuto l'agente della liberazione. Il signor Hamard era troppo occupato per ricevermi. La rappresentazione del delitto della via Pépiniére era stata rimandata per delle nuove rivelazioni e il capo della polizia mi faceva dire che avrei ricevuto l'invito al mio Albergo.

L'ora di andare all'agenzia di Adolfo Bizet è venuta più presto di quello che io pensassi. Sul boulevard degli italiani si vede Parigi come in una vetrina. Pare che tutta la gente sia obbligata a sostare o a passare da quella parte.

Centellinavo un Pernot a uno dei tanti caffè coi tavolini sul marciapiede, seguendo cogli occhi tanta gente vestita bene. Nell’uomo e nella donna c'è un chic che non si trova negli altri popoli.

— Come, voi a Parigi?

Sissignore, — risposi alzandomi senza pensare che mi trovavo a faccia a faccia con Gayard, un detective stato ceduto dalla prefettura di polizia alla Banca di Francia, al tempo in cui i suoi governatori non sapevano dove era l'officina della banda che fabbricava i biglietti di grosso taglio con l'esattezza che sfidava i periti più insigni. Gayard, in due o tre mesi di caccia, ha côlto i falsari in pieno lavoro, sfondando la porta dei loro nascondigli con un urto simultaneo e precipitando su Vélin, il capo dei fabbricatori, come un aerolita umano.

Sorbendo assieme l'aperitivo l'ho pregato di spiegarmi il sottovoce nell'affare Steinheil. Egli ha girato intorno alla mia preghiera dicendo che a quell'epoca non apparteneva più al corpo dei detectives francesi. Alla morte di Felice Faure erano corse tante voci che bisognava essere pazzi per raccoglierle.

— Non ho mai capito il gusto francese di frugare nelle tombe. Sono morti, e i morti devono essere rispettati. Coloro che circondano di scandali il capo di uno Stato compiono un vero parricidio. Imbrattano la più bella figura delle virtù repubblicane e denigrano il loro paese lasciandolo credere il ricettacolo dei porci. Per quello che so io, Felice Faure era un uomo che non pensava che alla grandezza della Francia. Il suo sogno era di fare, all'Eliseo, la casa comune dei francesi. Oh, dio, se ha avuto qualche donna non è poi un gran male. Chi non ne ha avute alzi la mano. Faure! Faure è stato un presidente modello. Per trent'anni i presidenti che lo hanno preceduto non hanno fatto che accumulare i denari che la nazione offre ogni anno al capo dello Stato. Cito il signor Grevy come il rovescio della medaglia. Accidenti! Non si dicervellava che per lesinare sulle spese di casa e per finire il settennato con qualche milione di più. E poi? Ha dato alla Francia lo spettacolo indecoroso di permettere che al dorso presidenziale il genero facesse del wilsonismo, vale a dire un mercato delle decorazioni destinate al genio e ai benemeriti della patria. Nel programma di Felice Faure era di spendere tutto quello che prendeva alla cassa nazionale. A lui bastava rientrare nella vita privata e trovare intatte le novanta mila lire di rendita annuale che gli produceva la fortuna personale. Potete esigere di più da un uomo pubblico?

— Non risposi. Più mi ricordavo di Faure e più la sua figura mi discendeva. Si era arricchito con l'industria della conciatura delle pelli e una volta divenuto presidente della Repubblica, proprio per la sua nullità politica, si è dichiarato contro il secolo degli operai: ha avuto paura del socialismo e dei socialisti e ha fatto loro la guerra sorda dei nemici mascherati. Ah, è triste che la gente che deve tutto al lavoro sia poi tanto ingrata da rinnegare coloro che hanno contribuito a metterla al sicuro dai bisogni che imperversano i poveri diavoli. E poi, mio caro Gayard, Faure è stato l'amico, il confidente e il protettore e, direi, il complice di tutta la gentaccia del suo tempo. È lui che nel '97 e nel '98 e nel '99, fino alla morte, è stato l'alleato di tutti i superstiti del boulangismo e di tutti i nazionalisti della revanche che hanno turbata la vita nazionale per crocifiggere all'isola del Diavolo il Cristo dell'epoca moderna.

Sentite Gayard, io sono pronto a tutti i sacrifici, ma non a togliermi il cappello davanti al monumento sepolcrale di un presidente che ha dimenticata l'impersonalità della sua funzione e ha incendiati gli odii religiosi dichiarandosi fra le quinte contro gli israeliti. Colui che si è infamato coll'infame militarismo che voleva vittimizzare un soldato senza importanza per compiere un delitto nazionale in nome della cosa giudicata, non può aspettarsi la venerazione dei posteri.

Guardai l'orologio e me ne andai da Adolfo Bizet, il quale era nello spogliatoio che usciva dal costume che gli aveva servito per scovare una banda di detrousseurs (ladroni) che in una delle tante escursioni notturne si era impadronita dei gioielli di una signora che aveva dormito fuori del domicilio coniugale. L'adultera era lieta di dare il doppio del loro valore per riaverli.

— Ci sono riuscito — mi disse Bizet. — Domani a mezzogiorno saranno nelle mie mani. La signora può chiamarsi fortunata. Senza di me, senza la bontà dei ladri, rottura coniugale, casa disfatta, matrimonio in rovina. Benedette donne, non hanno prudenza, non hanno! Anche se non sono belle come la mia cliente, per la smania di parere, vanno dall'amante con tutta una bacheca di oreficeria. I nostri costumi, caro Baragiola, sono sregolati. Non c'è fedeltà in alto in basso. Il matrimonio se non è un appaiamento casuale è un affare o una leggerezza sessuale Sia desso indissolubile, laico o religioso. Col divorzio restrittivo o senza restrizione, è uno sfacelo. Ne parleremo più tardi. Quando la corruzione e la débauche sono all'Eliseo, vale a dire nella residenza presidenziale, non c'è più nulla da sperare.

Il ménage borghese diventa il teatro degli adulterii. Non c'è più famiglia che non sia infetta.

Senza aspettare le mie interrogazioni sull'Eliseo, Adolfo Bizet mi disse di seguirlo che mi avrebbe fatto vedere la sua guardaroba. Passato un lungo corridoio, illuminato a luce elettrica, entrammo in uno stanzone, le cui pareti erano tutte un armadio a scompartimenti per i diversi abiti che gli servivano per truccarsi e truccare i suoi detectives.

— È tutta la mia sostanza — mi disse egli con aria di soddisfazione, come s'egli mi avesse spalancate le porte della guardaroba di Giorgio IV — il re che conservava i costumi che indossava, dicendo al servidorame che si vedeva diseredato delle spoglie reali che rappresentavano la moda del suo regno. La guardaroba di Fregoli, davanti a quella di Bizet, diventava l'armadio delle marionette. In quella di Bizet c'era il cultore, l'artista che sapeva trasformarsi e mettersi nei panni dei più alti e dei più bassi personaggi. Una volta camuffato, Bizet non aveva bisogno dei razzi violenti e colorati del palcoscenico per salvarsi dal riconoscimento. In una mezz'ora egli mi ha fatto rivivere più di una celebrità della Comune, sguisata per la fuga. Pasqual Grousset, tramutato in una donna con tanto di chignon e di polvere di riso sulla faccia. Felice Pyat, che ha saputo salvarsi come Clauseret e Vallès negli indumenti dell'abate. Rappel, l'ex ministro della guerra, trovato in una casa del paese latino che pareva un vecchio di ottant'anni.

— Per quale ragione, Bizet, siete uscito, dopo tanti anni di gloriosi servigi, dalla polizia segreta?

Perchè col nuovo prefetto avrei dovuto assumere il posto di agente provocatore, come dite voialtri in Italia, e di accenditore politico, come diciamo noi in Francia. Non ero adatto per fare il giornalista violento nei fogli dell'opposizione governativa e l'oratore atrabiliare nelle riunioni proletarie. Io non sono una spia che denuncia l'apostolato di qualche idealista. Io sono un detective che non pace al malvivente. Se c'è, dove è, è mio.

Con la carrozza siamo andati in via della Chaussée d'Antin, 32, alla sua residenza. La signora Maddalena Bizet mi accolse con un sorriso benevolo, dicendo che gli amici di suo marito erano i suoi amici. Più brutta che bella. Alta, magra, con un collo magro e slanciato e una capigliatura nera come l'inchiostro. I suoi occhi vivi nelle occhiaie fonde colorivano il biancastro delle sue guance piuttosto pelose e il naso leggermente adunco mi dava l'idea consolante che non fosse una sciupona. Adolfo Bizet mi disse fino dal primo momento ch'egli non aveva segreti per la sua consorte.

— Per lei io sono un armadio di cui ella sola ha la chiave.

Alle frutta la cameriera ci riempì i calici color solferino chiaro di champagne gelato e poi la signora, dopo d'aver toccato i bicchieri con lo stesso sorriso di benevolenza, domandò il permesso di andare in cucina a fare il caffè, perchè nessuno, aggiungeva il marito, sapeva farlo come lei.

— Insomma Bizet, — diss'io, in piedi, accendendo la sigaretta al suo cerino, — Felice Faure è morto di morte naturale o avvelenato?

— Voi mi domandate un segreto, direi quasi di Stato, perchè a quel tempo io ero l'unico agente incaricato di vegliare la persona del presidente. Andavo e venivo dall'Eliseo come da casa mia e potevo farmi portare da mangiare e da bere quello che volevo. Nell'ultima giornata di Felice Faure sono andato all'Eliseo, nell'ora del déjeuner, perchè sapevo che nel pomeriggio il presidente doveva ricevere sua eminenza il cardinale Richard, arcivescovo di Parigi, e il principe di Monaco, il quale era stato in missione a Berlino per conto del presidente della Repubblica a interrogare l'imperatore sull'affare Dreyfus e ad assicurarlo ch'egli sarebbe stato il benvenuto all'esposizione del 1900. Nelle giornate in cui il presidente non aveva invitati stranieri o di grande importanza politica, io e gli altri a palazzo sedevamo alla sua mensa. Con uno stomaco di ferro egli mangiava come due giovani. Ci diceva sempre che l'appetito gli era stato conservato dalla sua passione per la caccia. Difatti i suoi gusti gli avevano fatto abbandonare completamente l'idea di villeggiare a Fontainebleau e a Compiègne per dar la preferenza al castello di Rambouillet, circondato di tant'aria, di tanta solitudine, di tanti boschi lasciati intatti dal giardiniere. È che il presidente si sentiva libero ed è che durante le assenze di sua moglie e di sua figlia, fuori dagli occhi del mondo ufficiale, ospitava le sue favorite.

— Dunque ne aveva parecchie? domandai con una cert'ansia curiosa nella voce.

La signora Bizet è rientrata. preceduta dalla cameriera che depose il servizio distribuendolo sulla tavola.

— Vi assicuro, signor Baragiola, che non lo troverete migliore alla Maison dorée.

Eccellente! risposi dopo aver presa la chicchera in mano e averne assaggiato un sorso in piedi, muovendomi come faceva il mio amico. Eccellente!

Non mi arrischiai a rinnovare l'interrogazione alla presenza della signora, ma Bizet, con la disinvoltura dell'uomo di mondo, nineggiandosi sulle gambe e bevendo il caffè con voluttà balzachiana, mi disse:

— E ve ne meravigliate?

— Di che cosa? domandò la signora.

— Che il presidente Faure avesse delle favorite? La signora Bizet accompagnò la smorfia facendo fare al braccio un mezzo giro.

— Gli uomini non cessano di essere tali in impero in repubblica. Amano il truogolo. Hanno i gusti della scrofa. Lascio Thiers. Egli era almeno un grande storico, un grande politico, un grande scrittore. A lui si potevano concedere dei capricci. Ma Casimir Perier? Dopo sei mesi di presidenza era già al divorzio, antipatico alle masse e alle classi. Grévy? L'austerità della sua vita privata era di pasta frolla. Ogni alito di donna poteva decomporla. Gambetta che è stato il più schietto rappresentaste della borghesia repubblicana e che è passato per mezzo secolo per un uomo di principii, al posto di presidente dei ministri ha dato lo spettacolo di umiliare il matrimonio con una unione libera.

Sai, Maddalena, che vado in collera quando mi demolisci il mio dio. Non ho adorato che lui. È il solo uomo di stato che abbia abbandonato il potere più povero di quando vi è andato. In fatto di matrimonio io e lui non avevamo la stessa opinione. Egli vedeva in un atto matrimoniale un sacco di scudi e in ogni unione libera un'elevazione individuale, una dolce affezione, due cuori in una capanna. Il sacco di scudi della dote serviva allo sposo per mantenere le sue amanti. Io e te siamo di parere contrario, ma Gambetta, per esempio, cieco di un occhio, non era mica un uomo lubrico, devi convenirne.

— Io so che chi rappresenta lo Stato, composizione di tante famiglie, non può dare il triste spettacolo del concubinaggio.

Maddalena! Tu bestemmi! Due persone che si uniscono e si vogliano bene compiono un atto morale.

— No, no e poi no! diss’ella protendendo la mano, un po' stizzita per la cocciutaggine del marito. Tu puoi idolatrare l'uomo pubblico... ma Gambetta, uomo privato, era al di sotto degli adulteri, perchè la sua unione, scandalosa era notoria. Io e te non andiamo d'accordo su quest'importante problema della vita. Perdonatemi, signore, se io mi ritiro un po' presto. In casa nostra sarete sempre il benvenuto.

Ostinata! Io non posso permettere che si insulti il delegato del governo di Tours uscito da Parigi in pallone. Egli per più di quattro mesi è stato l'autorità suprema della Francia!

Ritorniamo a Felice Faure, diss'io per sottrarlo alla bega uggiosa.

— Quel giorno a tavola era nervoso. Il menu era la ripetizione del déjeuner dato allo czar e alla czarina, ospiti della Francia russificata. C'era un hors d'oeuvre interminabile, una testa di vitello in salsa verde, del Chateaubriand con patate sautées e un pollo arrosto con parecchie insalate e dei piselli all'inglese. Vini bianchi, magri e dolci, e vini di Bordeaux. Io però che sono un originale ho mangiato delle uova alla Polignac e una spalla di montone, rosolata allo spiedo da farmi venire l'acquolina in bocca anche adesso. Io sedevo tra il signor Blondel, capo del segretariato del presidente, e il signor Le Gall, direttore del gabinetto di Faure. Tanto l'uno che l'altro si sono accorti che il presidente non aveva piluccata che un'ala di pollo e che aveva subìto delle distrazioni inquietanti, come quella di servirsi del cucchiaio invece che della forchetta. Io che per la mia professione dovevo conoscere il dietro scena della sua esistenza quotidiana non era punto turbato. Sapevo da qualche mese che dopo la visita protratta di qualche signora il presidente della repubblica usciva dal gabinetto acceso in faccia con gli occhi degli spiritati e con tali tremiti alle mani da obbligarlo a prendere un preparato di china e di ferro. In quella mattina, per esempio, connetteva parole estranee a quelle che diceva. In una frase, per esempio, ha messo cappello per bidello. Nel pomeriggio il principe di Monaco si era avveduto che il presidente aveva qualche cosa di strano. Più cercava di introdurre nella conversazione l'argomento per cui era andato a Berlino e più il presidente della repubblica si muoveva, si agitava, sbadigliava, si sgranchiva, spostava gli oggetti sul suo scrittoio o si alzava e si metteva a passeggiare parlando di cose che non andavano bene con quelle del principe. In un dato momento egli è uscito a dire:

— È impossibile? Come è che mi si dicono simili cose?... Tutti i generali francesi pensano e parlano differentemente... Il generale Mercier... Non posso più ascoltarvi...

Il principe di Monaco che si era alzato nel tempo stesso del presidente non capiva più niente. Gli sembrava che il presidente avesse perduto il cervello. Felice Faure continuava a calpestare il tappeto a grandi passi, congestionato, ripetendo come uno smemorato le stesse parole:

— Non posso! non posso! Perchè mi si dicono certe cose? Il generale Mercier... I generali.

Allora il principe si avviò verso l'uscita, voltandosi in fondo.

Signor presidente, ho l'onore di congedarmi...

Faure si riebbe e ridivenne calmo. Con un sorriso presidenziale gli disse curvato come un lacchè:

— Ve ne andate di già? Ritornerete presto, non è vero?

Poi gli teneva dietro come un domestico, accompagnandolo fino all'uscio del secondo salotto...

Come? Rivedendo il giorno dopo Adolfo Bizet che ha dovuto interrompere la narrazione per rimettersi alle calcagna di un marito sulla strada degli adulteri per incarico della moglie che voleva la prova dei tradimenti, gli ho domandato se poteva condurmi sul teatro della catastrofe presidenziale del 16 febbraio 1899.

Prendiamo una vettura, mi disse egli, facendo segno al cocchiere di avvicinarsi. — Al palazzo dell'Eliseo, aggiunse con la mano puntata nel vuoto, offrendomi subito dopo una sigaretta egiziana dalla scatola d'oro che gli ha regalato il marchese Panisse per la scoperta dei gentiluomini che gli avevano svaligiato il palazzo. La Repubblica, mi diceva Bizet, intanto che si filava verso la via del Faubourg-Saint-Honoré, è stata sempre sfortunata nella scelta dei suoi presidenti. Carnot non è andato all'Eliseo che in grazia del suo nome decorativo. Malaticcio, sofferente, era una ditta d'ospedale. Senza Caserio che si è ubbriacato di odio sociale per farsi giustiziare, la posterità non saprebbe della sua esistenza. Casimir-Perier arrogante, scontroso, impopolare, reazionario dalle unghie ai capelli, amico di tutti i trafficatori, è andato alla presidenza coi voti dei panamisti che a quel tempo erano legioni. Quale presidente! Un presidente, capite, che andava in pubblico circondato dagli squadroni che lo proteggevano con un graticolato d'acciaio. Il re Sole non temeva il popolo più di lui. Felice Faure è stato sotto la mia sorveglianza e ve ne potrei raccontare delle belle. Se mi fosse permesso di poterlo paragonare a qualche effeminato del trono direi che il suo match, nella storia galante, è Napoleone III. La stessa goloseria, la stessa audacia, la stessa imprudenza per le fascinose orizzontali di tutti gli strati. Tanto l'uno che l'altro son stati dominati dalle femmine. Se Napoleone non avesse dovuto perire nel suo naufragio imperiale avrebbe finito per morire avvelenato o sgozzato da qualche donna.

La Caserio di Felice Faure è stata Madame Steinheil. Lo ha ucciso con le orgie carnali o lo ha avvelenato? Ecco quello che verremo a sapere se l'istruttoria s'impadronirà della corrispondenza privata dei due adulteri e se il presidente della Corte d'Assise ne permetterà la lettura, mi disse Bizet, giunti all'entrata della residenza presidenziale.

— Non si capisce come i repubblicani del nostro tempodicevo a fianco di Bizet — abbiano potuto dare per residenza al capo dello Stato l'abitazione della Pampadour, favorita di Luigi XV.

— Potete aggiungere anche che sotto la Ristorazione è stato il nido del duce e della duchessa du Berry.

Passati per i salotti delle cerimonie ufficiali del pianterreno e per una dozzina di altri salotti che ricevono la luce dalla corte d'onore Bizet mi introdusse negli appartamenti del presidente e subito dopo, a destra, mi fece sedere in un magnifico salotto addobbato con civetteria.

— È qui — disse — che l'uomo, stato eletto dalle Camere con 430 voti, era aspettato da madame Steinheil, proprio nel momento in cui Faure era in colloquio col principe di Monaco. Pochi son quelli entrati nella intimità dell'avventura. E anche i pochi si sono acconciati all'annuncio ufficiale che il capo dello Stato fosse morto oppresso dal lavoro. C'era da salvare la dignità dell'ufficio che occupava e c'era da lasciar credere alle signore ch'egli fosse stato un buon marito e un ottimo padre.

L'ipocrisia della vita dell'uomo pubblico non è il mio ideale, ma per quanto io sia stato aggredito dai giornalisti per farmi cantare, come si dice, ho taciuto. Adesso sono trascorsi quasi dieci anni, c'è uno scandalo che ha rotto i suggelli del segreto e la storia ha diritto di sapere come l'ex conciatore di pelli, andato oltre il milione col lavoro degli altri, e che ha rappresentato la Francia, abbia finito i suoi giorni.

Adolfo Bizet si è messo a percorrere il tappeto guardando qua e come se stesse ricordando a se stesso i momenti supremi del grand'uomo.

— La scena ultima è stata questa. Il presidente era adagiato su questo divano in maniche di camicia, sbottonato, con dei cuscini sotto la testa che respirava a disagio.

— Il professore Lannelongue e il dottor Cheurlot sono stati i primi ad arrivare. Lo movimentarono, gli agitarono le braccia, lo ascoltarono con l'orecchio al cuore, lo percossero alla schiena e al petto, e poi il primo ha cercato di farlo rinvenire con delle tradizioni ritmiche alla lingua e il secondo con delle battiture ora ai polsi e ora alle guance. Il presidente ha avuto dei trasalimenti, delle contorsioni e degli scotimenti convulsivi. Il prete era in fondo che recitava la preghiera degli agonizzanti e Carlo Dupuy, allora presidente del consiglio dei ministri, era qui che cercava invano di farsi conoscere da Faure. Tutto è stato inutile. Il presidente alle otto e venticinque di sera aveva cessato di vivere.

— E madama Steinheil?

Era , dietro quell'uscio, nel salottino attiguo, chiusa a chiave, perchè nessuno potesse entrarvi.

Scusate se io insisto. Il presidente era qui, non è vero?

— E qui c'era pure madama Steinheil. Io e il segretario privato eravamo di fuori terrorizzati da un grido veemente; ci siamo guardati in faccia e poi, io, incalzato dalla professione, irruppi nel salotto. Non dimenticherò la scena se stessi al mondo un secolo, diss'egli passandosi la mano sulla fronte come turbato dal ricordo. Il presidente era sentone, con la testa rovesciata sul dorso del divano, pallido come la morte, con gli occhi vitrei, con le mani chiuse a pugno che stringevano i capelli folti della Steinheil, seduta sul tappeto fra le sue gambe. Negli stringimenti dei pugni che si erano irrigiditi arruffando e affagottando i capelli, si vedevano ancora gli sforzi di un dolore acuto o di un godimento supremo.

Facemmo di tutto per districare le dita presidenziali dalle trecce sfatte della signora senza riuscirvi. Madama Steinheil, impaurita, singhiozzava. Presto, ci diceva, fate presto! Ella tutta agitata, col petto che ansava, era impaziente di levarsi da una posizione che la umiliava, ma le dita che si erano contratte attorcigliando su se stesse i lunghi peli della capigliatura bionda, non si flettevano.

Tagliate! tagliate! supplicava la Steinheil, con voce lagrimosa.

Non c'era tempo da perdere. Il segretario, nella confusione, aveva completata la catastrofe, facendo convulsionare tutti i campanelli elettrici. Si sentivano i passi delle persone che accorrevano. Con le cesoie del mio temperino recisi senza pietà, senza badare dove recidevo. Poi presi tra le mie braccia la donna piangente e la portai di peso nel salottino attiguo che vi ho indicato, abbandonandola alla sua disperazione, ingiungendole di non muoversi e chiudendovela a chiave. L'orrore della scena si è triplicato al mio ritorno. Dal pugno del presidente pendevano le treccia sciolte, le quali lasciavano supporre a una lotta disperata tra lui e la femmina. Trafelato, con l'orgoglio professionale di salvare il capo della nazione dal cancan giornalistico, mi diedi al lavoro della forbice fino all'ultimo pelo, insaccocciandoli a mano a mano che li tagliavo. Sono il mio capolavoro. Saranno il mio tesoro. Fra dieci anni li venderò all'asta o a qualche americano. Non ci sarà prezzo per loro. Ascenderanno a una cifra favolosa. Disse: a tutti coloro che mi interrogavano sulla disgrazia quello che avevano detto i medici, compresi gli ultimi arrivati, Poulain, Bergeron e Humbert.

— I sottoscritti dichiarano che il presidente è morto per una emorragia cerebrale con paralisi alla parte sinistra della faccia e del corpo.

Compiuta la catastrofe, a me non è rimasto, continuò Adolfo Bizet, che il compito di far scomparire il corpo del reato. Me la presi sottobraccio, dopo averle schiacciato in testa il cappello dalla larga tesa carico di piume di struzzo e averle avvolto il viso col doppio velo per renderla irriconoscibile. Uscimmo dalla parte del servidorame e ci trovammo nella via buia.

Nel brougham chiuso, le domandai se ella prima di andare all'appartamento presidenziale, ne avesse parlato con qualcuno. Mi parlò della visita che aveva fatto a un celebre pittore che ha non pochi ritratti nelle gallerie storiche, Non posso darvene il nome, ma supponete il nostro Rembrandt. Egli stava appunto dipingendo Faure in abito di cacciatore.

— E gli avete detto che eravate sulla via di andare dal presidente?

— Sì, mi rispose la moglie del pittore Steinheil.

— Allora domattina gli scriverete una lettera che io avrò cura di far riprodurre da tutti i giornali. Era su pergiù di questo tenore:

17 febbraio 1899, ore otto antim.

Caro maestro e amico,

«So ora la spaventosa notizia. Giudicate del mio dolore!

«Ieri uscendo dal vostro studio, sono stata côlta da un tale malessere che mi ha fatto rientrare in tutta fretta. Non ho dunque avuta neppure la consolazione d'aver veduto un'ultima volta il nostro povero amico».

Margherita Steinheil.

 

— Questo è stato il tampone che io ho messo in bocca a tutto il giornalismi chiaccherone e pettegolo, che aveva fiutato o saputo che una donna era stata ricevuta dal presidente dopo l'uscita del principe di Monaco. Pubblico e giornalismo hanno ben creduto che il presidente fosse stato colpito da una congestione durante un'udienza. L'onore è stato salvo.

Adolfo Bizet mi prese sottobraccio, come se fossi stato Margherita Steinheil, e, un passo dopo l'altro, mi condusse alla buvette presidenziale per giustificare il nomignolo di bastrinque dato dal popolo all'Eliseo. Casa di baldoria.

— Da quello che mi avete raccontato, Faure non sarebbe morto avvelenato.

Aspettate! disse volgendosi al cicchettaio in coda di rondine. Due whiskies. Vi ricordate quanti ne abbiamo bevuti a Londra cercando Jack the Ripper? Darei i capelli della Steinheil per sapere chi fosse. Quella sera in cui io e voi e i vostri colleghi andavamo per gli intestini di Spitalfields, siamo andati proprio coi piedi sulla Chapman ancora tepida. Ah, brigante! E per paura che lo si cambiasse per un'altro, ha scritto sul muro queste parole che non potrò mai togliermi dagli occhi: «È la quinta. Ne ucciderò altre quindici. Poi mi consegnerò alla giustizia. Jack the Ripper.» No, no, fece lui con la mano alzata al cameriere. Noi beviamo lo scozzese e con soda, non è vero Baragiola? Alla vostra!

— Alla vostra!

Capite, riprese Bizet, le versioni sulla catastrofe sono parecchie. C'è la leggenda del sigaro cianurizzato. Senza aver letto gli studi sull'avvelenamento del Tardieu, si sa che il cianuro di potassio è di un amaro così forte da sopprimere l'odore del tabacco. Potete credere che Felice Faure, fumatore elegante e sapiente, potesse gustare un sigaro appestato? Inzuppato in una simile soluzione, l'odore gli avrebbe provocato il vomito. La storia del sigaro va dunque relegata fra le favole. E se è stato avvelenato con una dose di cianuro di potassio, che glielo avrebbe versato e dove sarebbe stato versato, se entrando noi due non abbiamo veduto alcun bicchiere? Mi dilungo su questo particolare perchè è l'uomo più intimo di Faure che ne ha diffusa la leggenda. Egli crede e persiste a credere che il suo amico del cuore è rimasto vittima d'una mano implacabile che gli ha versato nel calice la soluzione letale. Anche un Lecocq qualunque domanderebbe: ma dove è il calice? Sherlock Holmes che va per induzione, risponderebbe: frugatela, ella lo ha nascosto nelle gonne. Così pensa l'amico intimo di Faure. Di induzione in induzione egli è venuto alla conclusione che le contrazioni e le crispazioni facciali del presidente sono dovute ai dolori spasmodici inflittigli dalla soluzione. Il veleno può provocare una emorragia cerebrale? Si sa che il sangue sparso in una parte del cervello, la parte del corpo corrispondente ai lobi invasi, rimane priva dell'uso dei suoi nervi motori e sensibili. Così l'anonimo, amico di Faure, ha potuto trovare dei credenti, documentando le parole con la paralisi localizzata. Ma è una fiaba. Tutti sanno che l'acido cianidrico diffonde nell'ambiente in cui è stappato un odore così violento da obbligare chi che sia a turarsi il naso. E poi, caro Baragiola, anche senza essere tossicologhi, sappiamo che l'acido cianidrico e il suo derivato cianuro di potassio, sono veleni fulminanti. Ci fosse stata la dose o il sigaro immerso nella soluzione, avrebbe potuto il presidente agonizzare due ore e mezza? Questa è la prova delle prove che i due veleni non c’entrano per nulla nella morte di Faure.

— Voi avete detto, caro Bizet, che sono due veleni fulminanti, se mi ricordo bene. Tardieu. dice che l'acido cianidrico concede una agonia di quindici minuti e il cianuro di potassio fino a tre quarti dora.

— Negli organismi resistenti.

Felix Faure era di ferro.

— Si può essere di ferro senza essere resistenti ai veleni. Alcune mandorle amare inghiottite da uno stomaco in condizioni propizie alla fermentazione bastano per mandare al creatore. L'olio di mandorle amare può produrre lo stesso effetto. Anni sono ho dovuto accorrere in una casa ove uno dei parenti sospettava si fosse consumato un delitto. Ascoltai la storia. L'individuo era caduto a terra come fulminato, emettendo un grido e i movimenti respiratori avevano cessato di esistere dopo pochi secondi. Domandai al medico che aveva già fatta la dichiarazione che la persona era stata fulminata da una sincope, se il cuore battesse anche dopo la cessazione dei movimenti respiratori.

Sissignore, mi rispose.

— Mi impadronii del cadavere, ne ottenni l'inchiesta mortuaria e assistetti alla sua autopsia. Dove sono due medici sono due opinioni. Così uno era del parere contrario dell'altro. Ma il più rispettabile e il più intelligente che aveva notato che il sangue della vittima era spiccatamente rosso ha scritto sulla modula mortuaria che la causa della morte era dovuta al veneficio.

C'è una seconda ipotesi. Il presidente della Repubblica fumava dalla mattina alla sera come un facchino, passando dai sigari fortissimi ai tabacchi in corda più forti ancora, ai tabacchi da pipa, che nicotizzano anche gli uomini non abituati alla cicca, come Felice Faure. Ci sono dunque stati specialisti che non hanno escluso ch'egli sia stato avvelenato del nicotismo cronico. Masticare come faceva lui il tabacco del moro e il tabacco dei marinai e i sigari, abitudine ch'egli aveva preso lavorando alla concia delle pelli, poteva benissimo essere giunto all'intossicazione. Ma la verità vera, per coloro che conoscevano i suoi vizi segreti, è che il presidente della Repubblica è morto cantaridato. Per rinvigorirsi gli organi invecchiati e farsi credere dalla donna sempre di primo pelo, egli si dosava con zuccherini cantaridati e qualche volta, per eccitarsi maggiormente, quelli che i medici pudichi chiamano l'estro venereo, prendeva la cantaride in polvere. A me è bastato guardargli in bocca durante la operazione e a tirargli a destra e a sinistra la lingua. Gli ho veduto il velopendolo, la laringe, e tutta la parte superiore dell'esofago infiammati, cosparsi di un liquido emorragico. Aggiungete a tutte queste pezze giustificative del mio giudizio le carni molli della bocca e qualche vescichetta alla lingua e alle labbra, e avrete le alterazioni che rivelano con certezza un avvelenamento per cantaride. Il dubbio è se sia morto con una lenta ingurgitazione di cantaride o se sia stato precipitato nel nulla da una dose di quattro a cinque centigrammi di cantaride in polvere propinatagli da una mano femminile prima che Margherita Steinheil ricominciasse la funzione di prostrarlo e ridurlo senza vita.

E tutti e due ritornavamo al largo in cerca della carrozza, lieti di respirare a larghi polmoni e di sottrarsi alla persecuzione dei pugni del presidente della Repubblica che ci ballavano davanti agli occhi con i capelli penzoloni dell'eroina dell'impasse Ronsin.

Qualche minuto dopo, Bizet, ridandomi una delle sue sigarette, incavallò le gambe, si adagiò nella vettura, come in una poltrona fonda e vi rimase silenzioso fino in piazza della Concordia, dove in tempi energici è stata tagliata la testa a Luigi XVI.

I miei dubbi, se posso chiamarli tali, riprese Bizet, come se il suo pensiero, non fosse stato interrotto, si sono aggravati dopo che la signora Japy e il signor Steinheil sono stati trovati strangolati nell'abitazione di quest'ultimo.

Perchè? — domandai ansiosamente al mio amico detective.

Non rispose che dopo due o tre boccate di fumo buttate in aria con la voluttà del fumatore.

Perchè è facile capire che se i famigliari di casa e la moglie a pochi passi della loro stanza non hanno udito lo strepito di due persone che non si saranno lasciate strangolare, suppongo, senza qualche grido e qualche colluttazione, gli assassini o l'assassina, o le assassine devono avere preparato il delitto con un narcotico.

— Si vede che anche voi siete incerto sulla designazione dei delinquenti o delle delinquenti.

— Come tutti coloro che non fanno il detective per burla, come Sherlock Holmes. Remy Couillard, il domestico di casa Steinheil, ha deposto una cosa che se è parsa un'inezia trascurabile al signor Leydet, è divenuta di gravissima importanza per la gente abituata a seguire la carriera dei delinquenti.

— Non vi capisco.

— State attento. Se vi rammentate, il domestico ha raccontato al giudice che madama Steinheil non ha mai avuto l'abitudine di versare bibite o vini nei bicchieri della madre o del marito. Non era troppo cortese con loro. Ebbene in quella sera, la sera del trenta maggio, a pranzo finito, madama Steinheil si fece portare la bottiglia del cognac e ne versò all'uno e all'altra. Il cognac oppiato, voi lo sapete, non perde il sapore del cognac. Chi lo beve riceve una impressione piuttosto gradevole.

Se io sarò obbligato un giorno a dichiarare se sono uscito dalla testa di qualcuno dirò che il mia maestro è stato Vidocq, un ladro famoso a cui dobbiamo la magnifica organizzazione della polizia moderna. Egli è stato il primo unitario. Ha soppresso le divisioni che permettevano ai malviventi di uscire da una zona per essere salvi in un'altra della stessa città e ha iniziata la scuola degli sperimentalisti. Ha fatto il ladro per agguantare i ladri. Il primo esperimento che io ho fatto su me stesso con una dose di stricnina fu per gettarmi con sicurezza sulla signora Weiss che io sospettavo autrice del lento avvelenamento che si compiva in suo marito. Più ella lo curava e più il disgraziato soffriva eccessi di febbri, vertigini di stomaco, vomiti, nausee, ecc. Sotto la cura della moglie egli aveva la testa in fiamme, i piedi gelati e fremiti in tutto il corpo. Tenendo dietro allo sviluppo della malattia io mi ero accorto che ogni volta il signor Weiss pranzava fuori di casa mangiava con appetito e non aveva alcuno dei sintomi inquietanti di quando mangiava in casa. Dosandomi ho dovuto convincermi che la stricnina produceva gli stessi effetti nel mio corpo, malgrado gli emetici che prendevo per non crepare sul serio. Ho detto subito che vi doveva essere un amante. E col permesso del giudice istruttore sequestravo le lettere ch'ella imbucava alla posta. Non mi ha fatto aspettare. L'ho colta con la mano nel sacco. In una di esse ella domandava all'amante un altro supplemento di stricnina, perchè il marito aveva la triste abitudine di lasciare una parte del liquido nel bicchiere. Condannata a venti anni di lavori forzati è riuscita ad avvelenare stessa con dell'altra stricnina nascosta in una cartina di sigarette e passata nel carcere nell'orlo di un fazzoletto.

— Qual'è la relazione tra il caso Steinheil e il caso Weiss?

— Questa: che l'avvelenatrice diventa amabile, gentile con la vittima destinata alla morte. Il prototipo di queste donne spaventose, andate al museo criminale, è madama Lafarge. La Weiss da scontrosa e villana s'era tramutata in una infermiera affezionata dal giorno che essa era determinata a compiere l'operazione assassina. Io credo che il cognac che hanno bevuto Japy e Steinheil fosse oppiato. E sapete perchè? Mi sono dosato anche di morfina. La morfina non intacca e non rende ipocondriaci e dolenti come la stricnina. Al contrario. Essa anima le funzioni cerebrali. Il morfinizzato diventa allegro, ha allucinazioni simpatiche e corre il rischio di essere sessualmente stimolato. Chi la trangugia in una bibita forte come il cognac passa attraverso dolci sensazioni.

Un altro fatto che ribadisce il mio sospetto è che madama Steinheil, una volta di sopra, si fece portare dallo stesso Couillard due bicchieri nei quali qualcuno deve aver bevuto.

Sapete voi, ha detto il giudice interrogando Couillard e Marietta Wolf, chi ha bevuto nei bicchieri?

Nessuno ha saputo rispondere, ma qualcuno li ha vuotati. Chi? E chi ha messo l'alpenstock a sinistra del signor Steinheil? Altro punto in aria. Noi sappiamo che esso è stato portato a madama Steinheil da Couillard, dopo i bicchieri, ma le nostre indagini non vanno oltre.

La via della verità è lunga e sassosa, ma non è infinita.

Se si arrivasse a trovare la mano che ha dosato il cognac per la Japy e per il pittore dell'impasse Ronsin, io sono sicuro che si arriverebbe a trovare anche quello che ha dosato la bibita del presidente della Repubblica francese.

— Voi vi ostinate a credere che siano stati oppiati prima che sia stato dato loro il colpo di grazia?

Absolument!

Con le raccomandazioni e le presentazioni di Adolfo Bizet, ammirato da tutti come uno dei più grandi detectives del nostro tempo, io ho potuto in poche settimane credermi sovente uno delle squadre degli agenti segreti. Non c'era servizio di qualche importanza senza che io venissi pregato di unirmi agli incaricati, Abituato alla scuola del mio illustre maestro Bizet di assumere sempre un carattere adatto all'ambiente da esplorarsi io mi sono truccato nella sera destinata alla ricerca degli assassini o dell'assassino del signor Remy da mantenuto di donna della strada. Se non si vuole destare sospetti o far nascere ripugnanze, mi diceva Bizet mentre stava trasformandosi in un perfetto gentiluomo da salotto, bisogna mettersi al livello delle classi che si desiderano studiare. Se osassi fare paragoni o dichiararmi plagiario, direi che ho cercato di riprodurre la figura di Pranzini, il seduttore di prostitute ch'egli finiva per ammazzare quando avevano messo da parte il magot, la sommetta dei risparmi. Ero chic. La sola differenza tra me e lui era nel colore dei capelli e dei baffetti che io avevo colorati, con la meravigliosa tintura ossigenata, a un biondo chiaro. Nel resto gli assomigliavo. Con un po' di coal-cream mi ero ombreggiate le guance per dare maggiore vivezza agli occhi e alla tinta sanguigna delle labbra. Indossavo una redingote che mi lasciava vedere i manichini con i bottoni cifrati di similoro, un panciotto solcato di fiocchetti violacei e un paio di calzoni bigiognoli che mi accarezzavano le cosce e mi davano l'aria di buio, come la cravatta rossastra, fatta a cappio, con le estremità larghe a svolazzi. Il capo della spedizione era un ometto dalla faccia vecchiastra e verdastra, tipo che in lingua verde veniva chiamato il nutritore (nourrisseur), vale a dire un vecchio che dava ai giovani la sua esperienza per esortarli a compiere ardite operazioni. Portava un berretto a scodella che gli si attaccava alla testa rotonda ed era vestito come un fantino a spasso da molto tempo, con l'abito che gli aderiva al corpo come una pelle di guanto. Aveva un bastoncino nodoso, con un pomo d'avorio, che serviva d'appoggio alla sua vecchiaia apparente quando c'ingolfavamo nel regno infetto dell'esercito del male, come diceva Mounier, lo ispettore che ci dirigeva alla bettola più fosca e più famigerata dei bassifondi parigini. Erano con noi due agenti dalle mani massicce, dalle spalle dure e capaci di rovesciare un portone con la semplice urtata, dal viso furfantesco. Il più giovane era alto, con il petto largo e bombeggiato, fiero dei suoi ventiquattro anni sotto il cappello nero a larghe tese. Mounier, con la vocina dell'uomo consumato, metteva innanzi i piedi con precauzione e mi diceva, svoltando in una viuzza che puzzava di cenceria umana, che non aveva fiducia di imbattersi negli assassini. Era una fissazione del tempo. Dal giorno in cui Fallières ha presentato alla Camera, come deputato, un progetto di legge per reprimere la professione immorale dei mantenuti di donne, non c'è stato delitto che non li abbia fatti sbucare dall'afa della prostituzione e salire sulla piattaforma pubblica, a subire la violenza verbale dell'indignazione cittadina. C'è un furto con scasso? Andiamo a cercare gli autori fra i signori Alfonsi. Si entra in una abitazione e si porta via il bello e il buono? Non si vedono i ladri che fra i maquereaux (mantenuti) della vita volgare. I souteneurs (mantenuti) sono antipatici, s'intende. Nessuno vorrebbe averli in casa propria, ma dopo tutto non sono più pericolosi per la morale che i ladri per la proprietà. Se la società non vuole curarsi di loro quando sono ragazzotti emendabili o avviabili sulla buona strada bisogna avere pazienza.

— E poi io sono per la legge uguale per tutti. Se si perseguitano i signori mantenuti dei viottoli, degli angiporti e dei quartieri del luridume, perchè si lasciano tranquilli i signori Alfonsi del gran mondo e del mezzomondo? A me fanno più schifo i viveurs ruinati, i mariti che aiutano le mogli a cercare i mezzi della vita nella prostituzione clandestina, la razzapaglia in abito nero che compie lo stesso reato del dos-vert che i souteneurs dell'infima classe. Ci sono più scuse per i bari che per gli alti mantenuti. Se la vendita del proprio corpo è un commercio autorizzato come la vendita di qualunque altra merce, non si capisce perchè la femmina non debba esser padrona di dare, o distribuire, o sciupare i suoi guadagni a chi le pare e piace. Siamo giusti con tutti, aggiunse Mounier con un sorriso, che mi parve felino. Se non vogliamo che le donne mantengano gli uomini, perchè permettiamo agli uomini di mantenere le donne? Le donne sono più deboli... Fatemi il piacere! I nostri legislatori hanno due morali: una per i signori e una per i pitocchi... Quello che è permesso nel palazzo, è proibito nel bordello... Eh...

Fallières, deputato, era un vecchio moralista che non concepiva che una serietà di gente che stava bene. La morale è cosa che costa. Bisogna avere del ben di Dio per conservarla. La signora ricca non si vende. Il signore ricco non diventa mantenuto. Sono i senza tetto che discendono dai gradini della morale pubblica. La donna del selciato è per tutti un vaso fetente. Ce ne serviamo magari, ma subito dopo ci diventa ributtante. È dunque naturale che vada al mantenuto e divida e consumi i guadagni con lui. È il suo compagno, il suo copain, il solo uomo al suo livello. Dove è la sgonnellatrice in cerca di uomini, ha il suo posto il mantenuto.

Il vecchietto tossiva di gusto, mettendovi tutta la sua ironia, lasciandomi in dubbio se quello che mi aveva detto fosse uno scherzo o il risultato della sua esperienza.

Entrati nella bettola del Buon Cuore fui preso da un impeto di tosse anch'io. C'era un fumo sucido e velenoso che provocava il vomito. Le pareti erano viscide di respirazione, i vetri erano coperti di un'atmosfera densa degli odoracci che impedivano di vedere chi passava e la clientela era una miscela di inquilini delle carceri, di inquiline di San Lazzaro, di «scarpa», vale a dire di aristocratici del mestiere che alloggiavano alla Santé. Ladri, pickpokets. falsarii, spazzacase, scrocconi, mantenuti, stradaiuole, tutta la gamma delle degradazioni umane. Mounier, seduto a tavolino mi biografò tra un colpetto e l'altro di tosse i più famigerati scarpa, uno dei quali aveva fatto parte della famosa banda che sventrava le casse forti colla pince-monseigneur (tanaglia a leva) ai tempi di Jaume e di Barbaste, due poliziotti che furia di fiuto e di fortuna sono andati al massimo piolo della scala poliziesca.

L'ultimo in fondo, con gli occhiacci spavaldi, gli era costato un ritardo di due anni di promozione per non aver fiutato in lui, denunciatore, un complice dei compagni che avevano sventrata una cassa forte che conteneva trecento mila lire. Le donne che popolavano l'ambiente appartenevano quasi tutte al bestiame d'amore che consuma i proprii delitti nelle vie buie, sotto le arcate, nelle rientrature dei portoni o nelle catapecchie dei quartieri rimasti tali e quali in monarchia e in repubblica. Gli avventori di ciascun tavolo chiacchieravano o discutevano per proprio conto senza badare a quello che si diceva al tavolo vicino. Tra loro, Mounier, m'additava i moutons, o le persone incaricate di mischiarsi coi malandrini per tenere al corrente la questura di quello che avviene fra loro e per darle modo di agguantare Tizio o Caio, sospetto o creduto autore di questo o quel delitto.

L'ispettore stava dicendomi il suo disgusto per un sistema che risaliva alla famosa brigata rossa, fondata in onore di Vidocq che aveva i capelli rossi. Egli non credeva che per acciuffare un cambrioleur fosse necessario essere cambrioleur. Il suo ideale era una polizia inglese ambientata nella vita francese. La polizia doveva essere la guardiana dell'ordine e dei buoni costumi e della sicurezza dei cittadini senza discendere ai mezzi ripugnanti e immorali di valersi del male per distruggere il male. Due mali non possono che peggiorarlo.

— Eppure, rispondevo io timidamente per paura di prendere dell'asino, ma sicuro di esprimere una concezione poliziesca del mio professore, eppure non c'è vita di polizia senza lettere anonime e senza i Giacomo Collins, i potenti depositari delle fortune e dei segreti delle popolazioni ai bagni e alle colonie penali e alle prigioni centrali. Senza le lettere anonime e le delazioni dei complici, non si riuscirà mai a scovare l’assassino o gli assassini di Remy, l'ex agente di cambio, e l'assassino o gli assassini di casa Steinheil. Perchè i grossi delinquenti, delinquenti fatti per da una causa qualunque o da impulsi irrefrenabili o da cupidigie momentanee non sono abitudinari nel delitto. Sono novizii. Sono nati ieri, entrati ieri nel girone della delinquenza. Vi un esempio, citandovi il caso di un ex tenente che si è rivelato in una spedizione militare sul territorio di un altro popolo, un bandito, forse più bandito del vostro Mandrin, appaiato da Victor Hugo all'assassino imperiale del Due dicembre. È ritornato in Italia con i suoi sacchi di piastre rubate agli indigeni ed è stato accusato di avere ammazzato la moglie con un colpo d'arma da fuoco. La bruciacchiatura dell'esplosione provava matematicamente che la donna non aveva potuto scaricarsi l'arma con la propria mano e il posto in cui venne trovato il pistolone aveva convinto che non ci sarebbe stata che una mancina che avrebbe potuto scaricarlo. Io, giurato, non avrei esitato un minuto a votare per la colpevolezza. Non c'era che lui in camera e nessuno ha potuto dare indizio di altre persone sospette. Che cosa è avvenuto? Che i giurati lo hanno assolto. Se ci fosse stato il delatore o la delatrice? L’uomo sarebbe in questo momento un ergastolano.

Mounier ebbe un gesto di stanchezza.

— Sono casi di tutti i paesi! Non c'è stato qui in Francia l'esempio degli svaligiati del denaro al tanto per cento, che hanno tumultuato per la scarcerazione del loro svaligiatore? Rochette è il loro idolo. Se anche ci fossero i delatori non cesserebbe di essere il grande uomo dei gogos, dei minchioni. Ah, che bell'ingegno è Rochette! Lo paragonerei alla Humbert. Ha la genialità di mantenere ipnotizzate le vittime delle sue operazioni finanziarie. Eh, sì, se tutte le persone che rubano, che portano via, che sottraggono, che si appropriano, che truffano, che imbrogliano, che compiono azioni dolose o criminose dovessero andare in prigione, caro mio, lo sviluppo nazionale si compirebbe nelle galere. La moltitudine sfugge al nostro controllo.

Perchè? — domandò uno dei due agenti dalle manacce massicce.

Perchè i cittadini non sono ancora cittadini, nel vero significato della parola. Da noi si ha paura di denunciare o consegnare il malvivente o il sanguinario alla giustizia. C’è ancora il pregiudizio che chi adempie alla funzione di guardiano della propria casa, della casa sociale, come dite voi, signor Baragiola, sia un boiaccia, una spia, una persona infame.

Giacomo Collins è dunque una necessità fino a quando il cittadino sarà giunto all'elevazione di stesso.

— Il vostro Giacomo Collins è l'incarnazione di tutto ciò che c'è di abbietto, è la viltà, è l’impotenza, è la vergogna di una istituzione. Servirsi di Lacenaire, fare di Vautrin un funzionario pubblico, via, mi disgustate! Andate al cimitero e inginocchiatevi alla tomba di Vidocq. Per me il male non ha due facce. Per me l'assassino non cessa di essere tale anche se è pentito.

— La riabilitazione...

Fiaba! Non c'è riabilitazione.

Jean Valjean?

Javert ha avuto torto di buttarsi nella Senna per salvarlo dalla sua persecuzione. È dunque un tipo di fantasia. Il ladro è sempre ladro. Io non ho mai rubato, io! terminò con una manata sul tavolo, richiamando la attenzione del padrone, un informatore obbligato a farlo per poter continuare il suo esercizio.

Il padrone, grasso e grosso, ha riconosciuto indubbiamente Mounier, perchè l'uno e l'altro si sono guardati negli occhi con una strizzatina.

Porta anche il tuo bicchiere Gugusse e vieni qui con noi.

Andò al banco a prenderlo e ritornò sedendo e dicendo che vi rimaneva poco perchè aveva in bottega dei fileurs che non conosceva bene e che parlavano un argot (lingua furbesca) ch'egli non riusciva a capire.

— Chi è quello in fondo, al secondo tavolo a sinistra che beve il poncino accanto agli altri quattro che parlano sommessamente?

— È il loro fourgat (rigattiere-ricettatore).

Lo guardai. Era un uomo tozzo, dalla faccia rossa, dal naso grosso che aspira abbondanti prese di rapè, dagli occhietti bigi, nascosti in fondo alle occhiaie, con le labbra sporgenti del vizioso e con le dita lunghe dello strangolatore.

— Lo riconosco, disse Mounier. È stato un nostro informatore fino a pochi anni sono. È papà Morgue. E quegli altri in fondo con le donne?

Mantenuti e prostitute.

Avvicinati, gli disse addolcendo di più la voce, in questi giorni non si è parlato nella tua bottega degli assassini di Remy? Sai che se mi metti sulla loro pista c'è anche per te un regalo che ti farà piacere. Bevi. Tocchiamo il bicchiere. Chin chin.

Gugusse, dopo aver assaggiato il falso pernot con il fare di colui che non vuole andare oltre la cortesia, mise la testa tra i bicchieri e a bassa voce gli fece sapere che era una fissazione del capo della sicurezza di trovarli fra i souteneurs.

— I souteneurs rifuggono dal sangue che non sia quello delle loro amasie.

— Questa è la tua opinione, ma l'opinione dei tuoi avventori qual'è?

Sapete, si parla. Tutti credono di avere l'odorato di Lacenaire. Ma lasciando a parte le supposizioni bislacche dei chiacchieroni, si dubita che gli assassini siano nella stessa casa dell'ex agente di cambio.

— Per quale induzione?

— Se appartenessero agli scarpa se ne sarebbe sentito qualche cosa, diavolo! Più il colpo suscita ammirazione e più l'autore o gli autori hanno bisogno di confidare il segreto all'amicizia.

— Il furto dei gioielli lascia credere che sia il contrario di quello che dici.

— Il furto è un trucco, è il solito trucco. Voi siete abbastanza attempati, non è vero, per avere letto o udito dell'assassinio della duchessa di Praslin, nel 1847. La povera signora era stata massacrata in un modo inaudito. Tutta la stanza della duchessa era un orrore di sangue nero. La vittima trascinata giù dal letto a colpi spietati di pugnale e di calcio di rivoltella era andata a finire rotoloni sul pavimento. Hanno trovato capelli intrisi di sangue alle cortine, sul guanciale, sulle coltri, sulla poltrona e fra i veli bianchi della toilette. Aveva ferite spaventose alla testa, all'occipite, al collo, alle mammelle, al basso ventre. Escoriazioni alle mani, al volto, ai piedisegni tutti che rivelavano che la disgraziata aveva cercato di difendersi dai colpi che le venivano assestati con tanta forza. Ebbene?

Conosco la storiadisse Mounier. Non c'è relazione.

Sissignore, — rispose Gugusse. — Il personale di servizio urlava dalla disperazione alla scoperta del delitto e il duca si strappava i capelli piangendo e gettandosi nelle braccia delle cameriere per triplicare lo strazio che gli produceva l'orribile scena in cui si trovava. Ebbene? C'era il furto.

A udire la polizia d'allora, gli autori erano dei cambrioleurs. È uscito un discepolo di Vidocq che viveva coi malviventi a scompigliare le idee dei testardi. Egli diceva allora quello che ripeto io adesso. Se non se ne discorre nei nostri luoghi, bisogna cercare gli autori dei delitti nelle case in cui sono stati commessi. Passando coi piedi sull'etichetta ducale si è trovato che l'assassino della duchessa Praslin era stato suo marito. Un pari di Francia, colui che si strappava i capelli dal dolore.

Passando sulle convenienze si troverà che gli assassini del signor Remy sono in qualche maniera della sua residenza. Cercate se c'è in casa dei Remy una bella giovane e avrete la chiave del mistero. Voi vi troverete alla presenza di un delitto passionale. Se mancasse la donna e la moglie del signor Remy avesse l'età in cui si è salvi dalle aggressioni amorose, allora cercate fra le persone che potevano avere interesse nella sua sparizione o una vendetta da compiere su di lui. Sono trent'anni che sono al Buon Cuore e che sento ragionare su tutti gli avvenimenti grandi e piccoli del mondo che va dentro e fuori dalle prigioni e ho dovuto convincermi che questa supposizione che è in tutti noi è la supposizione principe. Non c'è altro. O se ne parla fra noi o gli autori sono nelle case dei delitti.

Non aveva più nulla da dire e stava per alzarsi, quando è venuto al nostro tavolo Gola d'Oro a stringere la mano a Mounier, il quale lo aveva riconosciuto anche sotto la truccatura per le due macchioline rosse e lenticolari tra le crispazioni dell'occhiaia destra lasciatagli dalla febbre tifoide.

Sedetedisse Mounier, ordinando a Gugusse una bibita per lui. — Sentiamo la vostra opinione. Credete necessario cercare gli assassini di Remy sul mercato delle donne in vendita, e cioè fra i loro amanti di cuore o altrove?

— Se potessi rispondere con certezza domanderei se Parigi è mia. Non ci sarebbe denaro che potrebbe pagarmi. Ho dei sospetti, dei gravi sospetti, ma non mi arrischio a comunicarli neanche all'aria per paura di fare del male agli innocenti.

— Eh via, fra noi potete parlare. Non si accusa, si dice, si suppone, si pensa.

— E con questo sistema sciagurato di pensare a me, per modo di dire, ho scontato vent'anni di deportazione con quel povero diavolo di Danval, farmacista, innocente come me, deportato a vita a Bourail, nella Nuova Caledonia, come avvelenatore della propria moglie...

— Non paragonatevi a Danval! — disse Mounier, alzando la mano. Noi ci conosciamo. Se non era per quella ragione sareste andato alla ghigliottina per una altra.

— Ecco perchè non faccio lo scalpore del Danval che ora è qui in Francia a implorare il permesso di ritornare al luogo di deportazione, dove ha dovuto lasciare le sue ricchezze. Ma l'errore giudiziario che ha fatto di me un deportato non è meno scandaloso di quello che ha fatto condannare Danval.

Parliamo dei vostri gravi sospetti, se non vi dispiace.

L'ex deportato col suo modo di guardare al tavolo per evitare gli sguardi di chi l'interrogava, si attorcigliava le punte dei baffi ingrigiati come se stesse consultandosi se dovesse o non dovesse rispondere. La pelle del collo che doveva essersi scarnata nella tomba dei vivi della deportazione gli andava sopra i capelli con giri flosci. C'è voluto il battito dei polpastrelli di Mounier per fargli capire che si aspettava una risposta.

— Il signor Remy e la signora Remy, per quello che si è detto nei giornali, non avevano in giro amorazzi. Chi dunque aveva interesse a ucciderlo se non suo figlio, i suoi nipoti, sua madre o i suoi domestici? Io cercherei fra loro e più che mai fra gli ultimi.

Perchè più fra i domestici che non fra gli altri?

— Per la loro compunzione. C'era sul viso di Renard e di Courtois un'aria di finto dolore che io nel signor Hamard non avrei potuto tenere le mani in tasca. Passavano e udivo sottovoce, non so da chi, che fra l'uno e l'altro c'erano dei rapporti carnali delittuosi.

Mounier gli avrebbe dato della sciocco. Courtois non aveva il coraggio la forza muscolare per assalire un uomo come il signor Remy. E le tracce? Qualche traccia sarebbe rimasta. E Renard, il maggiordomo, era la devozione e l'abnegazione in persona. Era l'anima dannata della signora e del signore.

Andiamo via, disse alzandosi Mounier, qui non ascoltiamo che le buaggini che leggiamo ogni giorno nei giornali. Figuratevi, continuava a dirmi all'aria aperta, avviati alla sede della sicurezza pubblica di via Orfèvres, che oggi i giornali facevano insinuazioni contro il nipote Raingo, perchè figura nel testamento dello zio per duecentomila lire. I giornali, svegli, svelti, bene informati sono la mia passione.

Ma odio il sensazionalismo dei giornali così detti moderni, che circonda ogni tragedia di supposizioni, di allusioni e di invenzioni. Non gli basta il delitto. Per indemoniare il lettore e l'opinione pubblica si trasforma in poliziotto e ci fa passare brutti quarti d'ora. Chi ci libera dagli Sherlock Holmes del giornalismo?, diceva Mounier in tono supplichevole. Questo fantoccio di Conan Doyle ha dato il delirio a tutti i reporters. Non hanno più rispetto per alcuno. Entrano dappertutto con una sfacciataggine che farebbe arrossire un veterano della polizia politica dei tempi napoleonici. La vita privata, la vita d'alcova, la vita di famiglia sono raccolte e portate nelle colonne, commentate, discusse, analizzate, servite nel piatto delle ipotesi, circondate di nomi che non entrano per nulla nei fattacci narrati, ma che moltiplicano e interessano e invogliano i lettori ad aspettare le nuove rivelazioni di domani. La sherlokomania giornalistica è lo spauracchio dei veri agenti di polizia e una degenerazione professionale che chiamerei criminosa. Perdonatemi lo sfogo, aggiunse stringendomi la mano.

Dieci giugno, ore 7. — La mente pubblica è sempre agitata. Si occupa più del male che del bene. Scommetto che se io dessi duecentomila lire a qualche asilo nessuno ne saprebbe niente. Scannassi e dissossassi la moglie come Olivo diventerei celebre. Non c'è che il delitto che dia in un'ora la celebrità che Victor Hugo non ha avuta in sessant'anni di lavoro. Cifariello era conosciuto da poche persone. Ha accoppato la consorte per continuare la tradizione della proprietà matrimoniale del maschio e ha ora una fama mondiale.

È in tutti i giornali come un punitore di adultere.

Auf. Ho caldo. Mi svesto con le finestre spalancate per godermi l'aria che gira nella mia stanza. Ha un bel dire Bizet, ma è difficile non avere opinioni negli avvenimenti in un paese in cui i giornali servono in ogni edizione una teoria, un modo di pensare e di costruire un dramma, come se il pubblico fesse composto di tanti Donnay e di tanti Bataille.

Stamattina prevale l'idea che i cambrioleurs dell'impasse Ronsin siano gli stessi del palazzo di Remy, in via della Pépinière. Si vedono le stesse mani, lo stesso metodo, le stesse tracce. Nell'una e nell'altra tragedia sono tre bicchieri che figurano nel truce dramma da protagonisti. Lo scopo banale del furto allaccia una cosa all'altra. Tanto nella prima che nella seconda ci sono i ghiottoni di gioielli.

Hanno dato la preferenza agli anelli, alle buccole, alle spille, ai ciondoli, alle pietre preziose. ai brillanti. Bizet grande importanza a questo fatterello. Criminali provetti o di professione come loro si sarebbero accontentati delle briciole della ricchezza, dei nonnulla nella casa dell'abbondanza e del lusso sontuoso, degli armadi d'argenteria e degli scrigni e dei forzieri rigurgitanti di fortune? Bisognerebbe supporli matti. Nei furti è forse la simulazione per sviare le ricerche e mettere la giustizia su falsa strada.

Ore 9. Bevo un caffè saporito e leggo. Madama Steinheil è compianta da tutta Parigi. Dalle fotografie esposte nelle vetrine, e dalle riproduzioni in centinaia di giornali non mi pare una di quelle figure femminili che costringono a voltarsi indietro o restino nella memoria come pastelli meravigliosi o pezzi di anatomia viva che passano sollevando il vespaio. Tuttavia l'ammirazione pubblica è sua. Gli aggettivi alti, seducenti, morbidi, sono per lei. La moglie del pittore è nella zona della fama clamorosa. L'Eliseo è come la reggia. Illustra ed eleva la donna. Una volta che la donna riesca a farsi cingere dal capo dello Stato esce dalla casa nazionale circondata dalla luce abbagliante che offusca la bellezza delle altre donne e attira intorno a gli sguardi degli uomini dell'aristocrazia repubblicana che passavano indifferenti. Dopo gli amori presidenziali ella ha tirati nella sua orbita gli astri maggiori della politica. Briand, ministro di Grazia e Giustizia, Doumerg, ministro del commercio; Haumetz, sottosegretario alle Belle Arti... E poi altri uomini facoltosi, altre illustrazioni, altri ricconi, altre ditte del mercato finanziario. In questo momento le azioni della signora Steinheil sono salite di parecchi punti per la terribile notte in cui si è compiuta la strage di sua mamma e del suo sposo. Disgraziata! Non c'è persona che non s'intenerisca e non le dedichi una lacrima. Poveretta! poveretta!

Ore 11. — I giornali vanno a ruba. Madama Steinheil ha potuto riaversi dalla notte spaventosa e ha parlato tremando, balbettando, facendo piangere fino il giudice istruttore. I cambrioleurs non potevano essere stati più villani e più spietati. Ah, canaglie! Gli strilloni sono presi d'assalto. Ai chioschi c'è ressa di gente con le mani in aria che aspettano la copia.

— Il Matin! il Figaro! 1'Eclair! 1'Humanité! l'Intransigeant!

Tutte le vie sono gremite di lettori. Sostano, leggono, traducono le impressioni con la testa, riprendono il cammino, tornano a fermarsi e si uniscono ai capannelli di persone qua e nei larghi dei passaggi a discutere le rivelazioni.

La superba parigina, salita alla invidiabile riputazione di donna elegante e di mondana paragonata alla Du-Barry, passa in questo momento attraverso l'apoteosi cittadina. Ella è come in mezzo all'angoscia pubblica. Se si potessero lambire le sue ferite, mezzo milione di lingue si contenderebbero l'onore di alleviare il suo martirio. L'orrore per i cambrioleurs è tale che si citano le carneficine rurali che compirono i Cartouche e i Mandrin.

Ore 2. — Dopo colazione mi sono spinto fino al marciapiede della casa del delitto. Essa è proprietà del pittore assassinato, porta il numero 6-bis, e l'impasse Ronsin incomincia col numero 152 della via Vaugirard. Entra sgomitando fra la calca. A destra sono due altissimi edifici e a sinistra, lungo il margine, sono giardinetti che ricordano i viottoli dei suburbi. Più in trovo studi di scultori e di pittori, dalle grandi vetrate a baia, dalle quali si rovesciano in questo attimo ondate di luce soleggiata. La casa numero 6-bis ha un muro coperto di edera, tagliato da una porta di ferro, dietro la quale si vede il padiglione fitto dei grandi alberi che nascondono a mala pena la vasta dimora del pittore Steinheil, perduta in un'oasi di verzura.

Il pianterreno è composto di una serra di piante delicate con sedili di bambù, di una sala da pranzo, di un salotto, di uno studio e di una cucina. Dal vestibolo che mette nell'interno si vedono i gradini che conducono al primo piano e allo studio del pittore, su al secondo. Il primo piano ha un corridoio lungo il quale sono le stanze degli sposi Steinheil, la stanza della loro figlia Marta, di diciasette anni, la stanza per l'ospite e una stanza da bagno contigua. La stanza della signorina è al livello della scala.

La povera signora Steinheil ha subito gli oltraggi della impudicizia dei ladri-assassini. L'hanno lasciata nel letto della figlia, legata mani e piedi, con la camicia sul viso e con il ventre e il petto scoperti. Porci! Quando ella ha potuto rinsensare ha pregato il suo domestico, Remy Couillard, di darle dell'aria.

— Dell'aria, Remy, dell'aria!

I mostri avevano tentato di soffocarla con fiocchi di bambagia. Si è dovuto togliergliene i residui dalla bocca perchè la facevano tossire fino alla sfigurazione del suo volto immerso nel candore del guanciale, come quello di una madonna addolorata. Si è dovuto aspettare prima ch'ella prendesse fiato e trovasse il coraggio di raccontare confusamente la lugubre storia macchiata del sangue dei suoi cari. Piangeva, narrava piangendo e rompeva il cuore di coloro che ascoltavano e la consolavano con i più dolci nomi della lingua signorile.

Io trascrivo le sue parole in un fiato, ma la povera Meg ci ha messo del tempo. Le lagrime le si ammucchiavano in gola e la narrazione veniva interrotta dai singhiozzi, mal trattenuti e fragorosi. Tutti tacevano. Ella riprendeva il filo, ritornava su stessa, rifaceva i momenti di tortura fisica e morale e poi cadeva in una specie di visione, spossata come il Cristo che portava la croce al Calvario. La sua voce aveva tutte le tonalità della disperazione. Nei suoi periodi slegati c'erano puntini, pause, virgole, punti e virgole e punti di esclamazione che straziavano.

— Potevano essere le dodici, incominciò a dire la povera vedova. Io ero che sommergevo nel sonno pur avendo la sensazione che dei passi di lupo solcassero il corridoio. Forse ero più di che di qua, quando mi sentii afferrata per i polsi con una brutalità che mi ha fatto gridare prima di essere completamente sveglia. Con gli occhi spalancati io mi vidi circondata da tre uomini di proporzioni colossali. Con loro era una donna dalla capigliatura rossa che dava gli ordini agli altri con i gesti o con i monosillabi. Aveva gli occhi e la faccia infiammati da far paura. Mi scosse con violenza dicendomi imperiosamente:

— Tuo padre ha venduto i suoi quadri? Parla marmotta, dove sono i denari?

Io tacevo sbalordita e riurtata, chiusi gli occhi preparata a morire.

— Non fare la stupida perchè t'ammazzo! Dove sono i danari?

Risposi: Cercate le chiavi, sono dappertutto: negli scrigni, negli armadî...

La donna stava per dar fuori e per prendermi a schiaffi e uno degli uomini con voce meno aspra soggiunse:

— Non avere paura, noi non uccidiamo le giovani.

Riaprii gli occhi e guardai i miei aggressori. Mi parve che uno di loro rassomigliasse stranamente a un modello che aveva posato per una scena che mio marito aveva dipinta e venduta in America. Dalle loro conversazioni capî benissimo che mi avevano scambiata per mia figlia, della quale occupavo la stanza. Si consultarono se dovevano uccidermi per paura che io parlassi. Si contentarono di legarmi come un salsiccione e d'imbavagliarmi.

I banditi se ne andarono dopo avermi assestati alcuni pugni, sul viso e massacrato il ventre a calci. Uno di loro, più sgarbato, mi prese le mani e me ne strappò gli anelli. Svenni, mezzo strangolata e mezzo soffocata dal cotone che mi avevano cacciato in bocca.

L'accento della dicitora a letto è andato al cuore di Leydet, il giudice istruttore, e di Hamard, il capo della sicurezza pubblica. Tanto l'uno che l'altro non hanno avuto per la illustre paziente che rispetto e parole di commiserazione. Hamard ha manifestato il suo convincimento a chi lo ha interrogato:

— Alcuni giornalisti, più sventati che colpevoli, hanno creduto di vedere nel doppio assassinio un delitto politico, perchè il signor Steinheil possedeva alcune lettere compromettenti del presidente della Repubblica, Felice Faure. Errore, profondo errore. Altri giornalisti pretendevano che il pittore e la sua suocera fossero stati uccisi da parenti caduti nella miseria. Errore, profondo errore. La mia impressione personale è che il misfatto sia stato commesso da ex modelli del pittore. Perciò io lo chiamerei un delitto crapuloso.

Il signor Steinheil, ha continuato a dire il geniale capo di polizia, non si dava pensiero dell'onestà dei modelli che faceva passare nel suo atelier per cinque o dieci lire. C'è troppa feccia straniera in Francia. Vorrei una legge che respingesse tutti gli spiantati, tutti i profughi, tutti coloro che non possono provare di essere sani e di avere sufficienti mezzi da vivere. Sarebbe del protezionismo umano. Non permetterei alla gente frusta, alla gente avariata, alla gente cercata, di portare in casa nostra la loro miseria, i loro costumi, i loro vizi. Non abbiamo mai avuto tanti casi di corda e di coltello come in questi anni. I miei agenti cercheranno gli assassini in quel mondo più o meno equivoco.

È certo che il modello indicatore del delitto doveva conoscere bene, assai bene le abitudini della famiglia Steinheil. La corda che ha servito a strangolare le vittime, mi fa persistere nelle mie ipotesi. Un assassino francese si sarebbe sbarazzato di loro col pugnale o col revolver. La corda! eh via, è cosa che non serve più neanche per i delitti nelle appendici dei nostri romanzatori giudiziarî. Ho riso quando qualche nostro collega è uscito a dire che i banditi si sono valsi probabilmente del cloroformio. Che! vi pare? Dalla corda primitiva al liquido volatile, impalpabile, che anastetizza e fa morire in un modo scientifico! Vi pare? Bisognerebbe che la genialità francese se ne fosse andata anche dal delitto. Il cloroformio è difficile e pericoloso. Prima di farlo assorbire in un modo da rendere insensibile il cloroformizzato si ha tempo di far sentire gli urlacci fino all'Avenue du Clichy.

C'è giudizio a domandarmi perchè gli astucci dei gioielli di madama Steinheil erano vuoti? Pare chiaro. Madame Steinheil non è una sciocca. Con una abitazione perduta nel frascame e quasi in fondo a un culo di sacco poteva aspettarsi ogni notte la sorpresa di qualche malvivente. Direi che è stata saggia a lasciare gli astucci vuoti in un luogo e gli anelli, i braccialetti, le collane, gli orecchini, e tutte le perle e le gioie in un altro.

Ho già detto che i miei sospetti sono che il signor Steinheil sia stato vittimizzato da un modello. Soggiungo che la collera o la vendetta del modello straniero può essere causata da un contatto immondo. Il pittore era un urningo. Forse la strangolazione inchiude un drammaccio di inversioni sessuali. Io voglio essere cauto, ma quando saremo nelle pieghe del turpe romanzo, noi metteremo Steinheil, il pittore, tra gli Eulenbourg e Oscar Wilde. I suoi costumi erano infami.

Ore 9 pom. — Ho riveduto Adolfo Bizet e la sua faccia ha avuto delle contrazioni quando gli ho narrato i resoconti dei giornali e le affermazioni del capo di sicurezza. Bisogna essere ingenui per credere alle fantasticherie della signora, mi diss'egli con una spallata, come se non volesse interessarsene per il momento. L'importante per voi, aggiunse il mio amico, guardando l’orologio, è che stiate negli uffici di via degli Orfèvres, in attesa del momento di andare sul teatro del delitto Remy. Può darsi che vi si vada di mattina o nel pomeriggio. Tutto dipenderà dal giudice. Io vi lascio perchè devo alzarmi alle quattro del mattino. Il governo mi ha voluto onorare della sua fiducia un'altra volta. Gregori, il giornalista mascalzone, che ha ferito Dreyfus alla cerimonia della glorificazione di Zola, non è che lo strumento degli antidreyfusisti. C'è un complotto come ai tempi di Boulanger. È il complotto dei superstiti di tutti i partiti che odiano la Repubblica. Rochefort è fra loro. Quale decomposizione morale è mai quest'uomo che è parso per degli anni la personificazione della rivoluzione e l'incarnazione di tutto ciò che c'era di nobile nel Paese! L'amicizia di Victor Hugo è stata la sua ascensione. Ah, se fosse vivo il cantore della Leggenda dei secoli!

11 giugno, ore 8. — I due colpi di revolver di Gregori per protestare contro l'apoteosi nazionale fatta all'autore della Débâcle e ravvivare i rancori degli imperialisti e degli antidreyfusardi hanno diminuita l'ansietà pubblica per gli avvenimenti senza significato politica e obbligato il giudice istruttore Albanel a rimandare la ricostruzione del delitto consumato in casa Remy per ricomporre quello di un militarista giunto ai sessantotto anni con la vecchia buffonata di tutti i partiti in decomposizione. Cinque giorni fa nessuno sapeva dell'esistenza di un mattoide che in nome della gloria militare è entrato nella biografia del più illustre scrittore dell'ultimo secolo. La vita pubblica è sovente una farsa. Gregori che alcuni considerano il sicario di un comitato segreto, ha trovato modo di salvarsi dall'oscurità e dal tempo con un fattaccio infame. I giornali che vivacchiano nutrendo i patriottardi di bile, come il Gaulois e l'Eclair, danno al neuropatico del giornalismo giallo di 68 anni il posto di vendicatore dell'onore militare. Eh, sì, l’onore militare! Tutta la Senna non basterebbe a lavare dall'onta di essersi accanito contro un uomo accusato e condannato perchè ebreo. I repubblicani maturi attribuiscono al colpo di testa di un pazzotico come il Gregori l'importanza politica che i repubblicani del '68 attribuivano al colpo di testa di Pietro Bonaparte, il quale si è fatto riaprire le porte delle Tuillieres che gli erano state chiuse per ordine di madama Cesare e di Napoleone di lei marito. Oberato, spiantato, evitato dal mondo che circondava l'impero, condannato a morte in Italia per l'assassinio ch'egli aveva compiuto in Roma, ha cercato di riabilitarsi in faccia ai regnanti e di rifarsi le sostanze assassinando con un colpo di rivoltella, Victor Noir, uno dei padrini andati a sfidarlo, per conto di Paschal Grousset, nel suo palazzo in via d'Auteuil, 25.

Come i repubblicani d'allora hanno veduto nella revolverata del cugino di Napoleone III, i prodromi della catastrofe imperiale, così i repubblicani d'oggi vedono nella piazzata sanguinosa del mezzo matto Gregori i sintomi di un partito che ha finito la sua parabola. Adolfo Bizet, più tardi, parlandomi di Gregori, come di un paranoico soggetto ai delirii di persecuzione e di grandezza, ha respinto con orrore la teoria dei prognostici. Congetturare sull'avvenire perchè un debole della vita compie un misfatto è da bestioni. Se c'è qualche cosa nell'atto virulento e criminoso del Gregori che gli possa trovare un compagno, non è nella politica, ma nei delitti comuni.

— Voi sapete che Gregori, preso per il colletto da chi lo aveva veduto a far fuoco su Alfredo Dreyfus, è stato di una viltà suprema. Non ha detto, sì, sono io, proprio io, che ho sparato per ingiuriare tutti, per dimostrarvi che la canonizzazione del vostro Zola è un insulto contro un «vecchio esercito» che io rappresento e difendo in questo momento. Per paura di essere fatto a brani dalle moltitudini, egli si è fatto piccino piccino, si è dichiarato innocente come tutti i vigliacchi e i delinquenti. Non è che dopo, consigliato probabilmente dai suoi avvocati, quando la menzogna gli poteva giovare che ha colorito il suo squilibrio mentale con la politica e che ha assunto il posto dell'altruista che si vota alla grandezza della patria. La stessa tattica la trovate in tutti i mostri che hanno lasciato la testa nel paniere del carnefice.

Potrei darvi cento casi che si sono svolti tali e quali come quello del Gregori. Se non ci fossero stati testimoni, vi giuro che il vecchio grinzoso che ha cercato di ammazzare Alfredo Dreyfus per punirlo di non essere una carogna, avrebbe persistito nella sua innocenza. Non c'è delinquente della classe superiore che non dia un la speciale al suo delitto o non lo circondi di un mistero che renda l'autore interessante.

Pranzini, l'assassino di Maria Regnault e di altre due donne, non è andato al patibolo ammirato dalle signore, se non perchè ha saputo fingere di avere avute relazioni femminili in alto e darsi così l'aria del gentiluomo che serba i segreti delle amanti a costo della morte?

Eyraud, prima di sottomettersi alla ghigliottina, non si è rivolto alla folla che assisteva alla sua esecuzione, dicendo del ministro Constans:

Constans è un assassino! È più assassino di me. Constans!

Perchè? Perchè ai delinquenti piace lasciare alla società che li lancia violentemente nel nulla, del dubbi o dei problemi da sciogliere. Perchè Eyraud, nel momento più tragico della sua esistenza, ha dichiarato che un ministro dello Stato era suo pari? Perchè il briccone sapeva di lasciare fra noi un pensiero tormentoso. Tutti coloro che muoiono sul palco della morte, dicendo che muoiono innocenti, sono i furbi del mondo criminale. Anche se ci sono prove da buttar via, rimangono fra noi come un punto interrogativo.

Gregori per me è un omaccio cattivo. Il suo tentato assassinio è più abbominevole dei delitti di strangolazione della Giovanna Weber. Pure c'è molta gente che lo compassiona e lo assolve e lo crede semplicemente un po' esaltato. Tante grazie! O politica quanti delitti in tuo nome! Sarà assolto e se un giorno, cosa che non mi auguro, risorgesse dal sepolcro il suo partito o quello ch'egli chiama tale, scommetto, novantanove su cento, che diventerebbe un personaggio della monarchia, di cui si lascia credere idolatra.

— In politica, dissi io, tutto è possibile. — Non mi meraviglierei di vedere spanteonizzato Zola, come sono stati spanteonizzati Mirabeu, Marat e Cromwell.

— La gloria di Zola — mi rispose Bizet con voce solenne — non ha fine. Essa sarà plebiscitaria in tutti i tempi e fra tutte le generazioni.

 




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