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Daudet lo ha trasformato in un
imbecille!
Bizet alzò il braccio come se
avesse voluto schiantarlo in due!
Nessun teatro libero e
shakesperiano o verista fino al delirio ottico mi potrà mai far passare
attraverso le convulsioni, gli orrori, le tragicità e gli scotimenti che ho
subiti assistendo allo svolgimento del dramma Remy, in un atto di poche scene,
con tre soli personaggi incaricati di riprodurre con l'esattezza dei
particolari la notte sanguinosa del 26 luglio 1908. Non ci sono attori che
abbiano un culto per la fedeltà della personificazione e per le concezioni
teatrali, che sappiano condensare se stessi nella simulazione, o andare fino al
delirio del gesto o prorompere con scrosci di improperii o mandare gridi che
sembrino venuti su dalle profondità dell'attore o gettarsi sulla vittima con
impeti maggiori e con maggiore ferocia come Giorgio Courtois e Pietro Renard.
Essi superano gli Antoine, i Zacconi, gli Irving e tutti gli artisti massimi
dei massimi palcoscenici. La penna, sia pure vigorosa, sia pure ricca di
vocaboli, sappia pure raggiungere le cime dell'epilettismo intellettuale, abbia
pure a sua disposizione una varietà e un'abbondanza di colori per accendere,
spegnere, invelenire, intetrare i pensieri degli altri, sarà sempre, sempre
impotente a raccogliere le furie e i ruggiti e gli spasimi, e le contrazioni,
le scolorazioni, le veemenze, i battiti dell'individuo tramutato dal bisogno o
dalla vendetta o dalla morbosità o dagli eccessi tempestosi di follia o dalla
delinquenza istintiva, in una belva umana. È uno spettacolo che dà
l'allucinazione. Io sono uscito dal teatro Remy con i magistrati, con gli alti
e bassi agenti di polizia, con i medici e con tutti gli spettatori indemoniato,
incendiato, convulsionato, con gli urli nelle orecchie, con le mani che agivano
nei miei occhi, con i corpi che si piegavano e si contorcevano, si
abbracciavano e si morsicavano coi bramiti delle fiere nella camera oscura del
mio cervello. Il mio amico Adolfo Bizet mi parlava sottobraccio, ma io ero
ancora sotto l'azione dei maestri scenici del dramma che aveva avuto uno
scioglimento così tragico da farmelo proclamare un capolavoro. Con il sangue
che mi pulsava nelle vene, con la tempia dal ritmo rapido e con il doppio
movimento delle sistole e delle diastole precipitoso io vedevo sulle pietre del
sangue, del sangue sulle scarpe, del sangue sulle mani. Sarah Bernhardt per
funebrizzarsi, per abbrunare il suo pensiero e mettere tutta se stessa in una
gramaglia, ha dovuto ricorrere all’artificio di popolare la sua camera da letto
di quindici o venti teschi, circondati dai ceri accesi in faccia al letto nero
come il fluido della seppia, fiancheggiato da un sarcofago coperto di panno che
faceva paura ai vivi. Per noi non c'è voluto mise en scène. Senza sforzi
mentali, senza preoccupazioni ambientali gli attori del teatro rosso ci hanno
mandati a casa tutti pieni di loro, inondati del sangue di colui che nel dramma
rappresentava il vinto.
Camminavo come in una nebbia di
sangue. Vedevo rosso. Ogni fanale mi si ammucchiava di sangue. Il marciapiede
che percorrevamo mi pareva lastricato dello stesso liquido coagulato che mi
faceva sentire sotto i piedi il molle dei guazzi. La luce sbattuta sulle
muraglie con la veemenza delle proiezioni trepidava come in un incendio
continuamente aumentato dai furori delle fiamme eruttive. C'è stato un momento
in cui l’illusione mi ha fatto sostare come se i miei piedi stessero per
passare l'orlo di un abisso infuocato. Tutti i miei sforzi per uscire dalla
zona rossa venivano resi vani dai due personaggi del dramma che mi
perseguitavano, ballandomi d'intorno maculati del sangue del loro padrone, col
coltello in aria fumante del loro delitto
Prima che io potessi ricompormi
e riavere l'imperturbabilità del resocontista esatto e impersonale, ho dovuto
abbandonare tutti gli spettatori, compreso il mio amico Bizet, e cercare
qualche distrazione al Casino, in mezzo alle orizzontali e alle cocottes di
dieci lire.
Tutte le volte che vado in mezzo a loro le mie idee si
modificano o passo da un accesso all'altro. M'inteneriscono o m'indignano, le
considero vittime delle società e criminali più pericolose di quelle che
mandano all’altro mondo con la stricnina o con il curaro. Quando faccio il
chirurgo sociale mi domando perchè nessun paese pensa a farle rientrare nella
vita normale, a distruggerle, a sopprimerle, a farle magari morire in mare
tutte in una volta. Prima perchè è odioso che un popolo conservi questo servaggio
bestiale imposto alla donna povera per il godimento degli uomini imperfetti che
esistono invece di vivere. Ah, come sono stupidi! Stupidi, perchè infine chi
arrischia di lasciarsi insudiciare il sangue per abbracci tariffati non può
essere che un deficiente. Poi perchè anche senza fare del filisteismo inglese
mi pare sia venuto il tempo di farla finita con le gonnelle in giro che
comunicano malattie terribili a pagamento e contribuiscano più d'ogni altra
classe a fare o a produrre il criminale. Courtois, di diciassette anni, è una
loro creatura come sono state loro creature: Troppmann. Pranzini. Prado.
Smagano, di tutto, danno la vertigine, fanno sentire prepotente il bisogno del
denaro e senza avere le cosce di neve come Nanà o essere pezzi anatomici di una
biondezza pornografica come la Margherita Belanger del cocottismo imperiale,
spingono, a loro insaputa magari, al turbine delle passioni mostruose e al
delitto. Courtois ha fatto i primi passi nei caffè-concerti. Non faccio della
virtù, mi occupo solo dell'ambiente. Senza queste seduzioni, senza le
venditrici di carne avariata a tutti i prezzi, senza questi ambienti
postribolari forse ci sarebbe un assassino di meno. Non m'importa. Un assassino
più o meno non può interessarmi, ma la salute pubblica, si. Una di queste tante
inseguitrici di uomini che lo hanno conosciuto in uno dei suoi bagordi mi ha
raccontato che Courtois aveva l'abitudine di frequentare un caffè di
Montemartre, dove si fa del pederastismo ufficiale, alla presenza del pubblico
e dei rappresentanti della legge. I pederasti non rappresenteranno che il
trucco, vale a dire non faranno che della pederastia apparente, ma insomma
anche i trucchi di atti ignobili, per le persone non ancora corrette e logorate
dai vizi, sgretolano e demoliscono l'anima tanto di un adolescente che di un
uomo attempato.
— Vedete, mi diceva lei,
assomigliava a quel ragazzo imberbe e congestionato che vedete laggiù a battere
le mani come un disperato. Le artiste di questi luoghi vanno a cena con un
individuo e a casa con un altro. I giovani sono giovani. Loro non sanno di
questa vita larvata di fronzoli, di nerofumo, di pomate e di profumi. Courtois
era un provinciale che non aveva mai veduto il fantastico della suburra
parigina e aveva giuocato alla roulette delle teste perdendo la propria.
— Courtois poi, credetelo, è un
predestinato alla morte...
— Come me... e come tutti.
— Sì, ma la vostra cassa dello
stomaco non contiene polmoni marci come la sua. È tisico. L'ultima volta che ha
dormito con me mi ha fatto pena. Sbatteva sul muro scaracchi di sangue che vi
rimanevano appiccicati.. Se non lo ghigliottinano presto finisce consumato...
C'è voluta tutta la mia tenacia
giornalistica per rimanere nella anticamera degli uffici del questore ad
aspettare che giungesse telefonicamente l'ordine di andare sul luogo. Per paura
di perderne l'occasione, mi sono trovato in via degli Orfèvres, quando Hamard
dormiva probabilmente della grossa. Sono passate ore e ore. Spero che questo
mio supplizio sarà citato dai miei colleghi come esempio di devozione
professionale. Per ammazzare, come si suol dire, il tempo, passeggiavo in su e
in giù, per il marciapiede, guardando la gente che passava più frettolosa di
quella che si alza col sole sul ventre, e negli intervalli curiosavo per i giornali.
Se non sapessi che la Francia
è nel suo periodo rosso, vale a dire nel periodo che verrà chiamato dei
delinquenti, mi crederei in casa di un popolo che non ha voluttà che per i
ladroneggi, le speculazioni dolose, le grassazioni e gli assassinii. Il vero
rappresentante della Repubblica di questo momento angoscioso dovrebbe essere Mandrin,
il terribile bandito che aveva elevato la sua guerra di malfattore a un
eufemismo fraseologico che è rimasto e che ha fatto strada fra gli anarchici.
— Io combatto per il diritto di
vivere.
Questa mattina occupa tre
colonne fitte dei giornali un delitto così atroce che Cartouche avrebbe esitato
a compiere. È il nipote della signora Larrieu, direttrice del collegio dello
stesso nome in Antony, che si è associato a due giovinastri aspettati dalla
forca per accopparla e derubarla e ricompensarla dei denari che le aveva
estorti con le buone e con le cattive. Strano a dirsi, Larrieu ha tutte le
fattezze del giovane pieno di grazia e di forza. Naso aquilino, lineamenti simpatici
e regolari, petto ampio, bocca fresca come quella di una fanciulla, andatura
spigliata e mani bianchissime. Larrieu, Quesnel e Mauroy, in America, a
quest'ora sarebbero appesi all'albero della giustizia popolare. Non si poteva
essere più raffinati nel compimento del misfatto che entrerà coi loro autori
nella camera degli orrori di madama Taussaud. Nessuna delle tre donne ridotte
al silenzio a colpi di tanaglia era morta alla loro partenza. La zia di Larrieu
ha avuto la forza di trascinarsi fino allo studio e aspettare che sorgesse
l'aurora per chiedere che il prete accorresse a darle i cosidetti conforti
della religione. Le altre due signorine migliorano e gli impiegati dell'ufficio
antropometrico sono già sul luogo a rilevare le impronte dei passi per non
avere dubbi sulla identità dei piedi dei malviventi. Prima di spirare la
disgraziata zia ha consegnata la testa del nipote al carnefice dicendo: è lui,
è stato lui!
Ci sono ormai quarantacinque
teste che aspettano il voto parlamentare che dovrà mandare in pensione o
richiamare in servizio Deibler, il facitore dei capilavori umani. Non c'è
giorno senza scariche di ingiurie contro Fallières, che si vale a ogni condanna
a morte del suo diritto di grazia. Ma è certo che anche il suo ideale
filosofico è moribondo. Garnier il quale stramazza con un colpo di punzone alla
nuca, il fattorino di banca andato da lui a riscuotere due cambiali con la
valigetta zeppa di biglietti di grosso taglio raccolti lungo il suo giro
cambiario, non trova più pietà in casa di questo popolo che vuole godere la
vita senza pagare la taglia che vorrebbero imporgli i signori assassini. Per
loro non c'è più che il dovere di morire.
L'ordine è giunto e io vedo
Adolfo Bizet che spunta calzandosi i guanti neri, come se stesse per andare ad
un funerale.
— È la mia abitudine, mi disse
stringendomi la mano. Assisto ai rifacimenti delle scene che puzzano di sangue
e di cadaveri come a una scena mortuaria. È il rispetto che ho della vita frantumata
che mi riempie di tristezza.
Egli mi dice la ragione per cui
il giudice Albanel ha voluto protrarre la rappresentazione giudiziaria fino
alle ore sei e mezzo di sera. Perchè gli attori rilavorassero il loro delitto
nella stessa luce della notte della strage. Strada facendo guardiamo le
fotografie dei due assassini. Osservate dopo il fatto non si mette in dubbio
che abbiano potuto concepire l'assassinio del loro padrone.
Pietro Renard è il tipo
autentico del pederasta. Non c'è femminilità sulla sua faccia. C'è invece come
la stratificazione dell'invertito. È una faccia voluminosa, carnosa, con una
fronte alta e fuggente sopra archi sopraciliari pelosi. Il suo occhio è come
annegato in una velatura languida, come quello dei nevrastenici. Il naso è
grosso, piantato bene alla radice, con i muscoli dilatorii quasi alla
superficie della pelle spruzzata di bruno. Date le proporzioni mascellari, le
labbra sono piuttosto sottili e l'apertura boccale è ampia come l'entrata di un
forno. Sull'alto del padiglione delle orecchie manca il tubercolo darwiniano
che fa trasalire i psichiatri, ma noto nel cavo auricolare i peli che lo
uniscono più di me al nostro grand'avo, il signor gorilla.
Se potessi dimenticare che
Pietro Renard, maggiordomo di casa Remy, ha 48 anni, direi che i suoi capelli
nerastri e grossolani, bipartiti e rovesciati su se stessi come rialzi,
completano la figura del degenerato dai gusti contro natura. È ammogliato. Sua
moglie è la cameriera della signora Remy, la quale ha la configurazione
facciale del suo maestro di casa. La sola differenza è che sul viso della
padrona è della gaiezza e una pelle più chiara. Bizet mi fa notare che i
capelli di Pietro sono senza dubbio tinti.
— Perchè quest'uomo che dominava
come un signore sulla servitù alle sue dipendenze, benvoluto dalla signora,
padre di una figlia di dodici anni e di un figlio di cinque, con un passato che
rivela le sue esigenze, perchè il personale di servizio fosse diligente verso i
signori; perchè quest'uomo si è perduto e macchiato con un delitto che gli
costerà il collo? Il furto non può essere stata la spinta se il maggiordomo non
ha toccato un centesimo. C'erano 3000 lire nel cassetto del comodino da notte
che il banchiere aveva destinato la sera prima a un'opera di beneficenza e non
sono state toccate.
— Va bene. E le duemila lire in
danaro e le 50 mila lire in gioielli?
— Renard ha nulla di comune coi
ladri. Fino a questo momento egli si proclama innocente e la signora Remy e il
valletto di camera, Thomassin, sono della sua opinione. Io credo, ha detto costui,
che la giustizia, arrestandolo, abbia commesso un errore. È vero, si diceva
così anche di Courtois, e ora Courtois è stato côlto e arrestato al castello di
Anel, ai confini estremi della foresta pittoresca e verdeggiante di Compiègne,
dove credeva di essersela cavata con un po' di spavento. Non avrei creduto che
avesse così poca intelligenza da tenersi in caccoccia i gioielli del furto, in
un luogo dove poteva essere frugato di minuto in minuto. Tanto più che non
doveva essere tranquillo. Tutta la servitù si era accorta che egli era diventato
melanconico, cupo, nevrastenico, e che il servizio gli era diventato
indifferente.
Stavo per dire a Bizet che forse
non lo aveva studiato troppo bene, perchè Giorgio, fino agli ultimi momenti ha
conservato un sangue freddo che non era di tutti. Quando Renard era già sotto
chiave e la polizia gli era intorno come una jena affamata di lui, Courtois ha
avuto l'imprudenza di bere al caffè della stazione col giardiniere del castello
e di ragionare sull'arresto di Renard.
— Dopo tutto, — diss'egli, — Renard
potrebbe essere innocente davvero. In ogni caso se fosse lui l'assassino
meriterebbe la ghigliottina. Sembra dai giornali — aggiunse dopo una pausa —
che si sia vicini a un grande cambiamento di scena o a un colpo di teatro.
— Era il suo tremito. Egli sapeva
bene che il colpo di teatro sarebbe stato la folgore della sua distruzione. Un
altro al suo posto o fuggiva con i gioielli o seppelliva il suo tesoro in
qualche parte della foresta.
La fotografia di Giorgio
Courtois, nato il 15 ottobre 1890
a Besançon, riproduce un groom rispettoso di casa
signorile. Colletto in piedi, cravatta bianca, stiffelius a quattro bottoni
chiuso, tuba abbrunata, calzoni neri giù a piombo fino agli stivali, dove si
stringono con eleganza signorile, guanti fuliggine a due bottoni e un assieme
che fa buona impressione. Le irregolarità facciali sono le sporgenze
zigomatiche, le orecchie un po' staccate e le rientrature al centro delle
guance come se la dentizione non fosse stata regolare o avesse gli alveoli
degli incisivi laterali vuoti. Non ha neppur lui la fronte bassa dei cretini.
Nessuna schiacciatura o pressura. Capelli neri, morbidi, pettinati all'inglese,
con la scriminatura a destra, verso la regione parietale. Ci siamo soffermati
molto sulle mani. Tutti e due abbiamo osservato che le falangi unghiate di
Giorgio Courtois hanno una superficie interna convessa, indizio di rapacità.
Sua madre è morta poco dopo il parto e c'è qualcuno che attribuisce al figlio
un padre di strati superiori.
È fuori di dubbio ch'egli ha
assunto direi quasi il posto di sicario di Renard per continuare il romanzo con
una ragazza di ventiquattro anni, conosciuta in tutti i luoghi chiassosi della
prostituzione. Adele Billet, con della ciccia indosso, con gli occhioni azzurri
imbambolati, con i capelli di un biondo lucido come le matasse di seta e con la
bocca del colore delle ciliege sanguigne gli aveva dato il capogiro,
l'inquietudine, la voglia acre di possederla per sempre.
Correva a lei come un
collegiale, ridendo delle sue risa sguaiate, bevendo con lei un bicchiere dopo
l'altro come uno stordito, dandole tutto quello che aveva in tasca prima di
rincasare. La storia volgare della ragazzotta stata consegnata dai genitori al
primo che l'ha voluta a pagamento, l'aveva accesso d’indignazione e commosso
fino alle lagrime.
Pur vedendola al mercato con
quelle che vivono sulle bestialità e le turpitudini dei maschi egli pensava
alla di lei redenzione. Raccoglierla, carezzarla, chiuderla nella zona del
benessere e farle dimenticare le giornate negre vissute in famiglia e le
giornate orgiastiche passate in mezzo alle donnacce che non avevano più per
sostegno che ogni sorta di lordure. Gli occorreva assai più che il suo salario.
Tra lui e il suo padrone c'era una differenza di condizione che lo esasperava.
Ai Remy gli agi, i comodi, tutto ciò che esigevano nella grandiosità della
ricchezza, nella sontuosità dei palazzi. A Giorgio il compito di essere una
sveglia, un orologio, con in mano il bacile col caffè, al letto dei signori. Il
disagio, il rimprovero, la minaccia di essere cacciato alla porta come della
spazzatura. Puliva le scarpe, lucidava l'argento, strofinava il cristallo,
preparava la tavola, portava gl'intingoli sempre infuriato dalle sue idee di
ricuperare la calma portando via dal mercato dei naufragi femminili la Adele, vittima come lui
delle sproporzioni sociali. Prima aveva della venerazione per il vecchio Remy
di settantacinque anni che faceva tanta carità senza smettere di lavorare, di
attendere ai proprii affari, di giocare in borsa con la spensieratezza dei
Lechat e dei Saccard. Conosciuta Adele Billet non poteva più soffrirlo.
Gli pareva sempre di essere in
casa di Roberto Macaire che carpiva, rapinava, ladrava, ricattava, svaligiava i
gogos, i minchioni, gli sciocchi, gli imbecilli del mercato del denaro.
Il lavoro che gli era stato dato come il compagno indivisibile dell'uomo gli
diventava uggioso, pesante, intollerabile. All'inferno il lavoro! Un'esistenza
di quarant'anni di fatiche e di devozioni non gli avrebbe dato che un posto di
maestro di casa come Pietro Renard, vale a dire una livrea meno gallonata, più
autoritaria, ma una livrea di piombo, la ditta di un'inferiorità sociale che lo
avrebbe lasciato in lotta col biglietto da mille. No, no, bisognava uscire dal
cerchio vile del vilissimo servidorame che ingrassava cogli avanzi dei padroni
e perdeva la sua fisonomia per non essere che una scopa, un ferro da stirare,
uno strofinaccio, un utensile domestico. Fu in uno di quei momenti di
esasperazione mentale che Giorgio Courtois disse al maggiordomo ch'egli non
poteva continuare la vitaccia del povero cristo di casa Remy.
— O mi fate aumentare o me ne
vado.
Pietro Renard, per la boria
della sua posizione, non ammise che anche lui, vicino ai cinquanta, non avesse
che accidenti sul libretto dei risparmi, pur avendo la moglie che serviva come
lui e la figlia che stava per diventare come la madre. Ma fu impressionato che
un giovane di diciassette anni gli spalancasse un orizzonte che per lui era
sempre stato opaco. Sentiva com'era vile e ingrato rimproverando la sua classe
per un po' di polvere sul buffet o della peluria sui bicchieri o delle trascuratezze
da niente.
Fino allora aveva fatto
l'interesse dei padroni con la truculenza padronale, quasi fosse stato il suo
interesse, e ne sentiva rimorso. Egli era ancora a piedi e domani avrebbe
potuto trovarsi sul marciapiede, coi disoccupati, coi rifiuti di tutti gli
ordigni sociali. Vedeva l'avvenire con brividi ed il passato col dolore di chi
non ha saputo approfittarne. Ma la viltà del mestiere che sottrae al servitore
l'orgoglio e l'indipendenza personale, non gli ha permesso di fare comunella
con chi doveva ubbidirgli.
— Siete incontentabile!
diss'egli lasciandolo con le ginocchia in terra, vestito di tela greggia, con
la spazzola del pavimento che andava da una parte e dall'altra straccamente a
renderlo sdrucciolevole.
Più tardi, quando la sua
autorità di maestro di casa Remy stava per sfasciarsi e le parole del padrone
che restituisce al lastrico con un benservito pieno di educazione, urlavano per
i suoi tubi auricolari e gli facevano scoppiare la tempesta nel cervello, è
stato più remissivo con Giorgio. Non aveva tutti i torti.
Era insopportabile il servizio
che esigeva tanta puntualità, tante noie, accompagnato dalla diligenza e
dall'affezione, per una mercede che umiliava e incatenava alla casa coloro che
avevano paura di giorni più brutti. Alla seconda preghiera gli promise che se
ne sarebbe occupato, che avrebbe indotto il padrone a essere meno caritatevole
cogli estranei e più riconoscente con la gente che si curava della sua salute e
della sua igiene personale.
— Non illudetevi, Giorgio. Anche
con l'aumento sarete sempre pitocco.
Lui stesso che non conosceva che
pochi intervalli di fannullaggine forzata in trentacinque anni di servizio e
che aveva veduto più di un padrone e di una padrona morire nei loro letti, si
trovava come nei primi giorni della carriera. Se avesse dovuto ricominciare non
sarebbe stato tanto stupido. In gioventù non si pensa ai capelli brizzolati,
neanche se si ha l'esempio sotto gli occhi, come lui ha avuto quello del
proprio padre, morto senza cento lire in serbo.
Il servo che ha poi la disgrazia
di avere un'amante è finito. Non può più pensare alla economia. Più ne ha e più
ne spende.
— Voi siete troppo giovane per
capire questi pasticci della vita a due.
— Io capisco più di quello che
credete. Ho anch'io una donna, o meglio voglio averla.
— A 17 anni? Ridicolo!
— E voglio diventare ricco, con
o senza il vostro consenso, disse Courtois con le fiamme negli occhi e la
determinazione nella voce.
Non si sa che cosa sia passato
per l'anima di Pietro Renard, ascoltando il frenetico desiderio di Giorgio, di
volerla rompere con la penuria. Si sa solo che alcune sere dopo s'era trovato
con lui a bere un grog in cucina, cosa che aveva fatto scalpore fra le persone
di servizio per l'antipatia che l'uno aveva per l'altro. A poco a poco sono
ricaduti nello stesso argomento e Pietro Renard, senza guardarlo negli occhi,
parlando a se stesso, gli ha domandato se avesse avuto ancora nella testa la
cattiva idea di andare alla ricchezza.
— Più che mai! rispose
soffocando la voce e percotendo con il pugno destro il cavo della mano
sinistra.
Vi fu una pausa lunga. Tutti e
due avevano ripresa la indifferenza che avevano sempre avuto.
— Giuratelo su questa croce,
proruppe Renard, staccandosela dal collo e tirandosela alla superficie. È la
croce benedetta che mi ha regalato mia madre. Giurate che siete determinato a
diventare ricco e che mi ubbidirete in qualunque cosa, ciecamente, ciecamente!
Giorgio Courtois non ebbe
nessuna esitazione. Mise la mano sulla croce e promise di essere cieco, sordo,
muto, se si fosse trattato anche di un delitto. Di sicuro egli non voleva che
la ricchezza.
Pietro Renard si scaricò di un
sospirone come di un affanno, poi guardò in giro inquieto, prendendogli la mano
in mano.
— Andate a letto, gli disse
sottovoce. Siate pronto. Verrò a trovarvi. Mi seguirete ed eseguirete i miei
ordini.
Io e Bizet imboccavamo la via
della Pèpinière, calcata di gente che aspettava l'arrivo degli attori che
dovevano rappresentare il dramma. Non appena scomparsi dietro la porta
arabescata dei Remy, Bizet, che voleva vedere l'accoglienza che avrebbe fatto
loro il pubblico, si fermò sui primi gradini dicendomi che ci voleva poco a
convincersi che gli assassini o i complici degli assassini dovevano essere
cercati in casa.
— State attento, mi diss'egli
riaprendone la porta. Per entrare bisogna premere il bottone esterno. O sono
passati con la complicità dei portieri o erano in casa. C'è di più. Qui siamo
nel vestibolo. Se voi spingete le portine a vetrate che mettono nell'interno, i
campanelli elettrici di notte scoppiano simultaneamente in tutte le stanze, con
un fragore che dura parecchi minuti. È possibile che gli esecutori del delitto
non fossero nel palazzo?
Siamo stati interrotti da un
movimento di folla pigiata che si rivolgeva su se stessa con un tramestìo di
piedi e una sorda vociferazione di persone che si contendevano i primi posti.
Ritornammo di fuori e io guardai l'orologio segnando l'avvenimento sul mio
diario. «Mercoledì, ore sei e mezzo». Le prime automobili hanno scaricato il
giudice istruttore, il capo della sicurezza, col sottocapo e il segretario. Poi
ho veduto Bertillon, il capo dell'ufficio antropometrica col dottore Vibert.
Gli avvocati di Courtois e di Renard e il fotografo ufficiale. I giornalisti,
tranne qualche privilegiato, hanno dovuto rimanere sul marciapiede del palazzo
Remy. Lo spettacolo è incominciato all'arrivo dell'autotassametro n. 259-57. Si
è levato il grido della strage.
— A morte! a morte
l'omosessuale!
I guardiani della pace hanno
dovuto risospingere gli impeti della moltitudine che voleva disfarsi per
travolgere sotto i suoi piedi il delinquente.
— A morte! a morte! a morte, il
pederasta!
Il signor Hamard, prima di
permettere che si aprisse la portiera del veicolo chiuso, ha dovuto far
trasalire il fiume umano con ordini minacciosi e mettere ai fianchi, tra
l'uscita della vettura e l'entrata del palazzo, otto ispettori con le schiene
preparate a respingere le ondate con una contro spinta.
— A morte l'assassino! Al fiume!
all'acqua!
Renard, il maestro di casa, è
uscito bianco come la camicia che indossava. Bizet che lo ha conosciuto prima e
dopo il delitto, mi ha detto ch'egli era invecchiato di dieci anni. La carne
della faccia non era più che un ammasso di pelle sgrassata e rugosa e le
occhiaie parevano quelle di un nottambulo che non avesse mai trovato una pietra
su cui dormire.
Mentre si facevano sforzi per
averlo nelle mani e si domandava la sua testa, egli è uscito con un salto,
coprendosi il volto col braccio per sottrarsi alla macchina fotografica e
infilando con passi da lupo la porta aperta, dietro la quale erano altri agenti
per spingerlo nell'interno senza mai lasciarlo solo.
Tutto era preparato con l'orologio
alla mano. Il 259-57 lasciò il posto all'auto 249-87 che racchiudeva Courtois.
La stessa voglia di stracciarlo e ridurlo una poltiglia sanguinosa con le mani
e coi piedi.
— All'acqua! a morte! A morte il
pederasta!
Giorgio Courtois ha avuto paura.
Alle grida si trasse indietro. Ma i custodi lo ripresero per le braccia e lo
trascinarono fuori, spingendolo fra le due siepi di agenti e incalzandolo coi
su! avanti! Indossava un abito bleu scuro con in testa un berretto dello stesso
colore. La sua faccia era cadaverica. Mise i piedi sotto il porticato
esterrefatto, livido dalla paura di essere fatto a pezzi. Dal suo arrivo alla
sua scomparsa non si è gridato che a morte! a morte l'assassino!
La porta d'ingresso è stata
chiusa con il fracasso di uno schiaffo sul viso del pubblico e l'esterno e
l'interno erano protetti dagli agenti. Renard e Courtois sono stati condotti al
terzo piano, dove vennero trattenuti in due stanze separate fino alla fine dei
preparativi scenici. Siccome hanno compiuto l'assassinio nudi, così, venuto il
momento dell'azione, sono stati obbligati a cavarsi le scarpe e a spogliarsi
come per un bagno. Intanto dabbasso si allestiva. Si chiusero ermeticamente le
imposte perchè i primi minuti che hanno preceduta la tragedia raggiungessero la
fedeltà ambientale anche nella oscurità. Al posto della vittima si mise un
ispettore di polizia nella camicia da notte filettata di colore del Remy con in
testa la sua berretta di seta finissima a colori policromi dell'ultima notte.
L'allestitore srotolò ai piedi del letto il tappeto ingrummato del sangue
dell'agente di cambio. Sul tavolo da notte vennero riposti la lampadina
elettrica, il tondino, il bicchiere con tre dita di acqua e il giornale di
tutti i signori al di là del milione: il Temps, con le pagine che
sembrano lenzuoli e le appendici alte come una tuba d'uomo. Poi si fecero
distendere i tappeti nei corridoi e per le scale dove erano prima del delitto
per assicurarsi se i piedi degli assassini avessero potuto essere uditi dalle
persone o da qualche persona di casa.
L'ispettore di polizia in letto
è stato truccato da un parrucchiere artista. Faccia vecchia di settantacinque
anni, coi capelli bianchi ravviati dietro le orecchie e i baffi finti, candidi
come i capelli, che andavano senza interruzione fino alle orecchie,
allargandosi alle guance per confondersi con le faldelle incipienti.
Una specie di sorriso bonario
dal mento agli occhi: doveva fingere di dormire, con le braccia allungate sotto
le coltri.
Eravamo tutti nell'oscurità e
l'oscurità incombeva su ciascuno di noi. Il terrore di una rappresentazione che
ha la prova generale in un gabinetto del giudice istruttore precede l'alzata
del sipario. Si è già in attesa del fosco, dell'orribile, del mostruoso.
Tuttavia era come se fossimo alla Morgue, nella sala mortuaria, davanti
un'esposizione di cadaveri sfigurati, mutilati, sconciati dalla rabbia e dalle
mani di odiosi assassini. Si vedeva il sangue anche dove non c'era. Remy,
assente, ci appariva con le sue carni molli, con i suoi occhi che parevano
sbarrati per inseguire i nemici della sua vita, con la sua bocca che ci dava
l'impressione della sua impotenza e delle sue mani contorte dalla spossatezza
di una lotta inutile. La sua disperazione era in noi come uno strazio.
— Aiuto! aiuto!
Dal mio posto di spettatore
vedevo le ombre degli allestitori della scena che si prolungavano, che
s'inseguivano, che si fondevano sulle pareti per riprodursi altrove con gli
stessi movimenti di rincorrersi, abbracciarsi e perdersi le une nelle altre.
Erano le ultime disposizioni.
Agli svolti, alle entrate, alle
uscite era in agguato un agente per impedire agli attori qualunque tentativo di
sottrarsi alla giustizia. Perchè nessuno di loro dovesse essere impacciato
nella corsa alla commissione del delitto si sono lasciati completamente liberi,
dando l'apparenza di una casa addormentata.
Il suicidio di Courtois e di
Renard è stato prevenuto con una distesa di triplici materassi sotto le
spalliere, lungo le scale. Il lungo coltello da tavola che accompagna il
forchettone era una copia di legno, ammantato di un metallo pieghevole come lo
stagno e scintillante come l'acciaio. In mezzo al buio pesto era il signor
Albanel, giudice istruttore, nella poltrona di pelle di marocchino che seguiva
gli agenti che andavano ai posti segnati sulle cartine topografiche sul suo
tavolo e nelle mani del signor Hamard. Il segretario del magistrato scriveva
come se fosse stato in mezzo alla luce con la sua penna stilografica,
abbozzando l'ambiente nel quale si trovava, come un vero drammaturgo. Atto
primo. Salone di lusso, con tappezzeria verdastra a rosoni, con tende alle
finestre di stoffa indiana ondeggianti, con le portine in vetri Tiffany,
opalini, di un chiaro contenuto. Poltrona, sedia, tavolo di noce olivastra,
candelabro al plafond e parecchie candele di ceramica con globi leggeri,
diafani, di una tinta leggermente sanguigna.
Giorgio Courtois, Pietro Renard,
attori principali.
Agenti, di pubblica sicurezza,
ispettori, commissari, questore, persone di giustizia, attori secondari.
Albanel: Hamard, siamo pronti?
Hamard: Prontissimi.
Albanel: Faccia il segnale.
Hamard batté tre volte
leggermente il palmo della mano, ma Pietro Renard che doveva uscire nudo dalla
stanza attigua per salire a svegliare il valletto ha rifiutato di prestarsi
alla rappresentazione. Egli appartiene ai criminali che non confessano mai. Per
trascinarlo davanti al giudice ci sono voluti otto uomini. Puntava i piedi,
lasciandosi andare di peso e facendo di tutto per rovesciarsi sul tappeto.
Giunto al tavolo presidenziale gli agenti hanno dovuto sollevarlo tre volte di
peso, calcandolo su se stesso, con ingiunzioni virulente prima di farlo stare
in piedi. Pietro Renard rimase testardo. Invitato a dare la ragione della sua
cocciutaggine incrociò le braccia e senza alcun riscaldo nella voce rispose:
— Perchè sono innocente.
Intanto che il signor Bertillon
faceva vedere le impronte dei piedi e delle mani state raccolte dalla
fotografia lungo i tratti percorsi dal creduto assassino, io e Bizet cercavamo
sul suo corpo le anomalie fisiche. Ritto, ben piantato, con il vestimento
carnoso bianco e morbido delle persone abituate al fagiano, e le ossa
dell'apparecchio scheletrico ancora salde. Solo, palpeggiandolo, abbiamo
trovato al dorso un tessuto flaccido, esuberante, che si sovrapponeva con tre
giri in direzione dei gangli lombari. Discendendo coll'occhio notammo sulle
eminenze rotonde, tanto da una parte che dall'altra delle insenature, delle
punzecchiature quasi invisibili. Servendosi della lampadina elettrica movibile
abbiamo potuto constatare che i globi del mappamondo erano stati punti in tutte
le parti e che le punture non dovevano datare che da mesi.
— Avete avuto qualche malattia
segreta? — gli domandavamo sottovoce.
— E che vi importa? — ci domandò
a sua volta dilatando le cavità orbitali colle mani per farci vedere la pupilla
vitrea.
— C'importa!
Non ha voluto dirci altro, ma da
uno dei medici presenti alla rappresentazione, abbiamo saputo ch'egli ha avuto
una malattia violenta, contagiosa e inguaribile. Pietro Renard è peloso alle
gambe, allo stomaco e agli avambracci. La sola anomalia è nei piedi e nelle
mani. Ha i piedi piatti, come se il suo calcagno si fosse perduto o consumato a
furia di stare in piedi e un dito del sinistro deformato dalla paralisi, La
irregolarità delle dita della mano destra è tra il pollice e l'indice. C'è tra
l'uno e l'altro la distanza che troviamo in quasi tutti gli assassini che
ammazzano a colpi di pugni o a randellate o a coperchiate come la banda Pollet,
o a coltellate come Dumollar e Lacenaire.
— Dunque voi persistete a negare
di avere preparato il delitto e di avere preso parte all’assassinio di Remy? —
lo interrogò di nuovo il giudice.
Tutti gli occhi erano su di lui.
Nessuna scolorazione facciale, nessun trasalimento muscolare, nessuna emozione.
Egli rispose come uno che non era punto interessato nella tragedia,
— Persisto.
È stato necessario far
discendere Giorgio Courtois per mettere l'uno dinnanzi l'altro.
Nudo o vestito il valletto di
camera del figlio di Remy è la mela spaccata di Troppman. Ha diciassette anni
come lui, la fronte della fiera come lui e come lui ha una forza muscolare che
contrasta con la bellezza e la effeminatezza del suo corpo che ci lascia
contare le ventiquattro ossa della colonna vertebrale come se la sua pelle fosse
diafana. Una mobilità e un'agilità meravigliose in tutte le membra. La dolcezza
del viso d'adolescente scompare non appena egli è messo a faccia a faccia col
suo compagno di delitto.
— Giorgio Courtois, siete pronto
a confermare quello che avete confessato nel mio gabinetto?
— Sissignore, diss'egli un po'
turbato, forse perchè si trovava nudo in mezzo a tanta gente. È lui che mi ha
istigato dicendomi che la ricchezza che sognavo era a mia disposizione se
l'avessi ubbidito.
— Vi ha detto prima che cosa dovevate
fare per raggiungere la ricchezza?
— Nossignore; egli mi diceva:
vedrai, vedrai; aspetta ancora alcuni giorni.
— Continuate.
— Alla vigilia delle Pentecoste,
30 maggio, egli mi venne vicino e mi disse: verrò a trovarti stanotte.
Courtois non balbettava più. Le
negazioni secche di Renard l'avevano indispettito e reso più determinato a
continuare la narrazione.
— E poi?
— E poi, io andai a letto. A
mezzanotte Renard è venuto nella mia stanza nudo come è adesso. Alzati! mi
disse. Presto, vieni! Dove? gli domandai. Egli mi rispose che non importava il
dove, se mi conduceva alla ricchezza.
Ci fu pausa. I presenti sono
rimasti increduli. Non era possibile che un giovane arrischiasse la vita senza
sapere in che modo.
— Era armato Renard?
— Sissignore, aveva in pugno il trinciante.
— E voi vi siete spaventato?
— Io ero abituato a seguire i
suoi ordini senza discuterli. Egli aveva su me un ascendente che non mi so
spiegare. Mi disse di togliermi la camicia da notte e seguirlo.
— Che ne dite Renard? gli
domandò il giudice.
— Nulla, rispose
tranquillamente, Tutto ciò ch'egli ha raccontato è del romanzo. Egli mente,
Perchè? Dio mio e lo so io forse? Io non ho avuto per lui che bontà ed ecco
come mi ricompensa.
— È vero o non è vero che voi mi
avete detto all'indomani del delitto: quando tu hai messo i bicchieri sul
tavolo tu hai dovuto senza dubbio lasciarvi le impronte delle dita. Questa
trascuratezza ci poteva costare la testa. I bicchieri sono stati lavati e le
tracce sono scomparse. Non aver paura. Ora neanche il diavolo saprebbe
scoprirci. Smentite anche questo?
Pietro Renard non uscì dalla sua
calma.
— Io non discuto con lo spione
che mi vuole nel suo sangue, diss'egli con disprezzo.
Discutete con me, disse allora
il giudice. Che cosa rispondete?
— Quello che ho sempre risposto.
Che Courtois è un mentitore.
— Sei tu che menti! gli ha
ribattuto Courtois sul viso, senza levare gli occhi dagli occhi, quasi avesse
voluto sfogliarlo come un libro. Sei tu che menti!
Allora il maggiordomo non seppe
più contenersi nella freddezza usuale e lo aggredì con un tentativo di
prenderlo per la testa e strappargliela. Nell'impeto abbiamo veduto l'uomo e la
bestia. Alla concavità dell'arco sopraccigliare la pelle di Renard si corrugò
tirando in giù quella della fronte come per infittirne le rughe e rivelarne la
collera. Egli ebbe un urlo, l'urlo dell'uomo che si sentiva ferito:
— Mentitore! mentitore!
I due malfattori vennero fatti
risalire al terzo piano e poi tutti passammo nelle due stanze, in quella della
signora e in quella del signore a studiare la topografia del delitto. Mancava
la poltrona dove Remy si svestiva e lasciava gli abiti e il giudice Albanel
ordinò che se ne completasse la mise en scène.
Scomparve la luce. Al buio si sarebbero potuti udire i
battiti del nostro cuore. Curvi, con la mano a tubo all’orecchio, paurosi di
fiatare, aspettavamo il segnale che li facesse ridiscendere. Il segnale è stato
fatto ai piedi della scala e giunse a noi come l'eco di una battuta di nocca
sul frontone di una tinozza vuota. I gradini e il marmo a ciascun piano erano
coperti di un tappeto grosso che attutiva i rumori di coloro che vi passavano.
Senza la nostra tensione
auditiva probabilmente non avremmo udito nulla.
Così distinguevamo benissimo i
quattro piedi, che ci davano l'impressione di due lupi che scendessero di
gradino in gradino con la mollezza dei loro piedi nella mollezza dei tappeti.
Il primo che abbiamo veduto passare nel gabinetto di toilette fu Pietro Renard.
Il suo corpo nudo rischiarava l'ombra nera nera che doveva rappresentare una
delle notti più tenebrose. Ma egli ha rifiutato di scendere con le precauzioni
del cambrioleur. Giorgio Courtois è venuto giù con gli ondeggiamenti e
le paure della notte del delitto. A rappresentazione finita ci ha detto che gli
pareva ancora di essere preceduto dal maggiordomo col coltello che si
prolungava sovente fino all'infinito sulla parete opposta della balaustrata.
Senza la cooperazione di Renard il valletto ha dovuto impersonare anche il
maestro di casa. Egli è entrato passando dalla stanza di madama Remy, si è
curvato come per udire la respirazione del padrone, si è proteso col corpo fino
al letto per cercare il posto di colpire, ha fatto il segnale che chiamava lui
stesso e col pugnale si è precipitato sul vecchio che dormiva trattenendolo sul
guanciale con la mano che lo soffocava. Il falso Remy imitava benissimo il
defunto, cercando di sciogliersi dai lacci di Renard e di frenarne il braccio
che continuava a colpirlo alla testa, al petto, alla gola, riuscendo a
raggiungerlo malgrado il sangue che gli usciva dalle ferite, fino al polso
della mano stringendogliela disperatamente.
È stato in quel momento che è
entrato in scena il domestico. La sua comparsa è stata un fascio di luce che si
è gettato su tutta la scena d'orrore. Egli ha trovato Renard e Remy che
cercavano di sopraffarsi. Il padrone aveva la bocca aperta, con le labbra
frangiate di spuma e di sangue che tentava invano di chiamare al soccorso o di
gridare all'assassino. La sua entrata gli ha ringagliardito il braccio. Pareva una
tempesta. Menava il coltello a casaccio, tagliando le coltri tutte le volte che
il vecchio poteva evitare il colpo, raggiungendolo alle spalle, alle tempia,
alle alture craniche, alle mani, al naso, iniziando a ogni colpo zampilli di
sangue che qualche volta, quando Remy riusciva sentone, si prolungavano fino ai
capelli o alla faccia di Renard. Pareva che la vittima traesse forza dalla
implacabilità dell'avversario. Cadeva, soccombeva e si levava di nuovo con più
energia, buttandosi sotto per cingerlo ai fianchi e trascinarlo sul letto con
lui in una lotta a corpo a corpo. C'è stato un momento in cui il braccio di
Renard stava per perdersi e fu allora che il maggiordomo si è volto a me perchè
gli prestassi mano.
— Aiutami, dunque!
Courtois uscì dalla pelle, dirò
così, di Renard e si rimise nella sua, completando con le parole la parte del
maestro di casa.
Al grido di soccorso Courtois
prese Remy per il collo, spingendolo con tutte le forze per rovesciarlo
abbattuto sul materasso e dar modo a Renard di assestargli il colpo della fine.
La vittima con un sentimento d'uomo che non vuol morire riuscì ad addentargli
un dito, e costringerlo ad abbandonarlo con il segno della sua rabbia. Ma fu un
attimo. Courtois gli fu sopra di nuovo, riafferrandolo per le spalle e
immobilizzandolo giù supino con i rivoletti di sangue che gli andavano bisciati
per la faccia e negli occhi, rendendogli impossibile ogni tentativo di
liberarsi dagli assassini. Il vecchio era ormai spossato. Il suo petto si
alzava con fiatate che annunciavano le sue sofferenze e i suoi spasimi. Renard
non aveva più conoscenza di quello che faceva. Il suo braccio infuriava sul
padrone come quello di un demente. Non aveva più forza, Remy, anche quando
pareva in una condizione agonica, disperata, raccoglieva tutto sè stesso e
rifaceva il tentativo di sottrarsi ai suoi persecutori. C'è stata una pausa
simultanea. I tre attori della tragedia erano esauriti. Sembravano tre mostri.
Renard era imbrattato del sangue di Remy sino alla caviglia, fino al ventre,
fino al petto, fino alla faccia. Le sue mani erano del macellaio che le aveva
sommerse nella gola della bestia scannata. Courtois che si era buttato sul
padrone col corpo nel momento di uno sforzo supremo aveva l'aria di un clown
che si fosse macchiettato di rosso o cosparso di lacca le eminenze facciali.
Non era che la tragicità della scena che impediva di convellere dalle risa.
Remy era vinto. Stiracchiandosi con un'ultima fiatata d'angoscia tutti i suoi
nervi, ricadde nell'inerzia.
I suoi occhi si rivolsero nelle
occhiaie di sangue e poi si irrigidirono.
— Finalmente! disse Renard con
un sospirone, tergendosi il sudore della fronte con il braccio, rendendosi così
una figura oscena e terribile. Finalmente! è fatto! continuò a dire tremando come
se fosse stato sorpreso dai brividi, cercando con le mani di tenere indietro il
sangue che tendeva a coagolarsi sulle sue palpebre e lambendosi le labbra come
una belva che volesse sbrattarsele. Non era finita. Il morto ha voluto
terrorizzarlo un'altra volta. Mentre gli assassini respiravano di soddisfazione
per il lavoro compiuto egli deve avere fatto un altro sforzo, perchè Renard e
Courtois, voltandosi, lo trovarono boccone. Tutti e due gli furono sopra,
calcandolo alla nuca e alle spalle, con spinte convulsionarie, perchè morisse
una buona volta. Poi raffreddato e divenuto floscio nelle loro mani, lo
rotolorano sul dorso e gli diedero un atteggiamento meno truce, accomodandogli
le coltri e facendo scomparire intorno a lui le tracce dei due corpi che si
erano arrabbattati con tanto accanimento.
A passi di lupo, l'uno dietro
l'altro, entrarono nel gabinetto della toilette e a ondate d'acqua,
insaponandosi al tempo stesso, incominciarono a sbarazzarsi dei grumi e delle
chiazze di sangue sulla pelle. Si fregavano, si insaponavano, si spazzolavano e
rimanevano sotto i soffioni d'acqua, ma ogni volta che andavano allo specchio
trovavano pillacchere di sangue un po' dappertutto. Renard ne aveva persino sul
cuoio capelluto, persino sui peli delle ascelle. Courtois, quando credeva di avere
finito, asciugandosi si accorgeva che il sangue gli si era ingrumato anche
nelle parti invisibili delle coscie. Asciutti si voltarono e si contorsero e si
rivoltarono più volte dinanzi gli specchi, percorrendosi reciprocamente con le
dita le parti più riposte e poi, tutti e due, stanchi morti, dissero a sè
stessi:
— Finalmente! È finita!
Non era finita. Si erano
scordati che bisognava allestire il trucco che simulasse il furto.
— Andiamo, disse Renard, nello
studio del padrone. I cambrioleurs non se ne vanno mai dalle case senza vuotare
qualche bottiglia o senza fare ribotta in cucina. Contentiamoci di una bottiglia
e tre bicchieri. Corri al buffet.
Renard, dimenticando che era
nudo, ha fatto l'atto di frugarsi in tasca.
— Perdio! ho lasciato le chiavi
negli abiti nella mia stanza.
Non c'era nè da indugiare nè da
indietreggiare. I particolari non potevano essere trascurati. Gli toccò
risalire il piano e ridiscendere fra le ombre che pareva gli crollassero
intorno con figure che si facevano e si rifacevano con punte di scherno che lo
spaurivano.
Courtois stappò la bottiglia,
lasciò sullo scrittoio il cavaturaccioli con il tappo, versò del vino in tutti
e tre i bicchieri, vuotandoli quasi fin in fondo per ristorarsi e poi senza
accorgersi vi lasciò la salvietta spugnosa sporca del sangue del padrone.
Adolfo Bizet mi fece osservare
che le negazioni di Renard non potevano salvarlo dal boia.
— Per la salvietta! diss'io.
— No, per la chiave. Nessuno
poteva andare nello studio di Remy tranne che lui. E lui è stato tanto bestia
da lasciarla nella toppa e rimanerne senza. O era un complice degli assassini o
era assassino lui stesso. Courtois ha distrutto il trucco e la testa di Renard
non può sfuggire alla ghigliottina. Deibler, la sua testa è tua.
Terminata la narrazione
movimentata di Courtois, il quale pareva non avesse che l'ambizione di essere
esatto come l'Olivo nella descrizione del suo uxoricidio, il giudice Albanel
fece entrare Pietro Renard, sottoponendolo ad un abbraccio che avrebbe dovuto
farlo impallidire. Il falso Remy si precipitò dal suo letto su Renard,
sospendendosi al suo collo, mimeggiando tutti i gesti stati fatti dal defunto e
cercando di trascinarlo nella lotta a difendersi.
Avvocati, magistrati, testimoni,
invitati, agenti di pubblica sicurezza, hanno seguita la scena iniziale
dell'omicidio con i colli allungati quasi senza respirazione.
Pietro Renard è rimasto nella
colluttazione come un pupazzo che si lasciava piegare e contorcere a volontà
del commissario di polizia che rappresentava Remy. L'indifferenza del maestro
di casa non poteva essere rappresentata con maggiore disinvoltura. Renard non
ha partecipato ad alcun movimento. E quando Albanel, gli domandò che cosa
avesse da rispondere, lo accusato, con voce completamente disinteressata a
quello che era avvenuto, rispose:
— Nulla, signor magistrato. Courtois mente, Courtois ha mentito.
— È tutto quello che avete da
rispondere? gli domandò Courtois ancora ansante delle parti rappresentate. Via!
— Courtois domandò gravemente
Albanel, dite la verità. Renard è stato vostro complice nell'assassinare Remy?
— È stato il mio istigatore ed
il mio maestro. A me non è mai passato per la mente di ammazzare il padrone.
— Nutrite rancore o siete spinto
da vendetta ad accusare Renard? Pensate alla responsabilità morale se accusaste
un innocente.
— No, no, lo giuro su quanto ho
di più caro. La mia vita è finita a diciasette anni, diss'egli contorcendosi
come sotto un'operazione dolorosa. Sarei più che infame se trascinassi un
povero padre nella mia catastrofe. Io dico la verità. Io non ho odî, io non ho
vendette da compiere.
Poi volto a Renard, coi pugni
chiusi dalla disperazione, ebbe accenti che traducevano il ragazzo ritornato in
sè stesso.
— Miserabile, miserabile! Sei
tu, proprio tu che hai fatto di me, fanciullo, quello che sono... È orribile.
Assassino a diciasette anni!
Gli colavano le lagrime,
— Miserabile! Miserabile!
Assassino a diciasette anni!
Pietro Renard rimase
imperturbabile anche quando il valletto cercò di agguantarlo per il collo come
aveva agguantato Remy.
— Mentitore! mentitore!
Mentitore!
La rappresentazione era finita e
aveva lasciati quasi tutti senza punti interrogativi. La colpevolezza di Renard
non lasciava dubbi neanche in Albanel, un magistrato con ventidue anni di esperienza,
abituato a trovarsi in cospetto dei più svergognati o inveterati simulatori del
mondo criminale. Bizet, documentista, non chiudeva mai gli usci delle sorprese.
Le prove provabili sono state smentite. Gli uomini creduti grandi malfattori
sono stati trovati innocenti alla morte di qualche accusatore.
— C'è anche il contrario. Voi
eravate a Londra con me alla ricerca di Giacomo lo squartatore. Vi ricordate
quanti candidati alla cavezza del carnefiche si sono presentati alla polizia,
giurando e rigiurando di essere loro i tagliatole delle Gervaise di
Whitechapel? Se la Francia
facesse i processi a vapore come nel regno al di là della Manica, Remy
Couillard, il valletto di casa Steinheil, sarebbe già ghigliottinato. E ora voi
vedete che ci sono dei dubbi. Le apparenze contro Pietro Renard sono gravi, ma
io non dimentico che Giorgio Courtois è un delinquente nato, come il suo
predecessore Troppmann. Dopo il delitto continuava a udire la messa come il
vostro Boggia e a conservare in casa la attitudine di un dolente. Renard sarà
un abilissimo simulatore, ma Courtois gli dà dei punti. Non è lui che ha saputo
far credere, per due secondi, sia pure, che i gioielli e i 400 franchi in tanti
pezzi da 10 ch'egli aveva involati nella notte del delitto, li aveva trovati
sotto uno sgabello, mentre era in cantina a raccogliere del carbone? C'è l'età.
Non c'è alcuno che voglia credere che un giovanotto come Courtois possa trovare
in sè la forza e il coraggio per abbattere un vegliardo come l'ex agente di
Borsa. C'è il nostro Troppmann che ha fatto scuola. Da solo, senza l'aiuto di
un cane, ha uccisa e sepolta tutta una famiglia composta di nove persone.
Le cose più inverosimili
accadono nei delitti misteriosi. Il primo medico accorso in via della
Pépinière, non ha attribuita la morte di Remy, in letto con quattordici
coltellate, alla rottura di un aneurisma? Lo stesso Pietro Renard, con il suo
muso di santacchione, non ha potuto far credere a tutte le persone di casa Remy
che il padrone era morto di congestione cerebrale?
Se Renard è o verrà considerato
colpevole io lo casellerò fra i delinquenti imbecilli. Non è possibile che un
uomo che ha saputo preparare l'omicidio con tanta discrezione sia poi stato
scimunito abbastanza da associarsi un ragazzaccio che non avrebbe potuto
giovargli che per andare più sollecitamente alla ghigliottina! La logica si
rifiuta a credere che l'ideatore del delitto abbia lasciato l'oro e i bijoux
per un valore totale di cinquanta mila lire a un birichino che si sarebbe dato
a spendere con le ragazze fino all'arresto.
— La logica nel delitto...
— È la logica del malandrino, ma
c'è, Quando i Goold, coniugi, che hanno fatto a pezzi la mondana Emma Liwey,
nel villino di Monte Carlo, in questo agosto, credete che non avessero il loro
piano e non avessero messo a posto tutte le pedine per mappeggiare il crimine
che dovevano compiere? È stata la logica dei plagiari, ma logica. Il loro
squartamento è un plagio esatto come quello di Sardou quando scrisse l'Odette,
o Fernanda... Hanno copiato...
— Eyraud e Gabriele Bompard, mi
arrischiai a dire per fare dell'erudizione rossa.
— Un accidente! mio caro
Baragiola. Se volete trovare il plagio dei Goold dovete andare nell'operazione
di spezzettamento e strage del cadavere di Ernestina Beccaro, moglie di Alberto
Olivo. Il loro senso morale era cloroformizzato come quello del vostro
compatriota. C'era in loro la stessa analgesia. Come Olivo hanno raccolto le
viscere della vittima, le hanno impacchettate e buttate nella corrente, senza
pensare che si sarebbero fermate intorno alla prima colonna. Come Olivo non
aveva pensato che le macchie di sangue avrebbero chiamato gente al water
closet, dove le aveva rovesciate.
Come lui, durante lo
squartamento, hanno dovuto andare dal coltellinaio a far rifare i fili al loro
strumento di dissezione pratica e come lui l'hanno vuotata come si vuotano i
polli e insaccata nella valigia, mettendone sugli ossami la testa seviziata e
coprendola di un solo giornale.
— A morte! a morte!
— Pederasti!
— Sporcaccioni! gridavano i più
indiavolati schiamazzatori fra la calca.
Giunti gli automobili si è
aggravata la scena di prima.
Partiti tutti, meno noi che
eravamo a piedi, si fecero venire due automobili che dovevano ricondurre i
detenuti alla prigione. La gente si ammazzava per essere fra quelli che volevano
circondare il veicolo. Ci sono voluti centinaia d'agenti per proteggerli. Il
primo a far dare la stura all'indignazione è stato Renard, comparso senza
solino, con il bavero dello stiffelius in piedi.
— A morte! a morte! Datelo a
noi! Lo sportello era aperto e gl'ispettori sotto il porticato ve lo spinsero
dentro con i suoi custodi, facendo il segnale al chauffeur di partire. Ma
l'automobile non ha potuto procedere che lentamente, preparandole la via a
furia di spallate. Si urlava, si indemoniava, si voleva la giustizia sommaria
come in California.
L’automobile di Giorgio Courtois
ha aumentato il tumulto. Le folle sfollate e dimezzate si erano riunite di
nuovo spingendosi tutte verso il porticato. Pareva un mare morto che andasse
via compatto a rovesciare la casa del delitto. Non appena si è spalancata la
porta tutte le mani erano in aria, tutte le bocche erano aperte. Lo si voleva
nelle mani per stracciarlo e metterlo sotto i piedi.
— A morte! a morte Courtois!
Egli è entrato più morto che
vivo. Le sue labbra erano esangui e la sua fronte era bianca come la neve.
— All'acqua! all'acqua Courtois!
Ci son stati tre tentativi di
arrestare la vettura e giustiziarlo sul luogo. Lungo l'itinerario, fino alla
piccola Roquette, egli fu inseguito dal grido di morte.
— A morte! a morte Courtois!
Poco dopo Adolfo Bizet è venuto
a pranzo al mio albergo e tra un piatto e l'altro siamo ricaduti nella
conversazione interrotta dalla separazione.
— È così, mio caro Baragiola, mi
diceva il mio commensale forbendosi le labbra con il tovagliolo e dicendomi che
i piccioni alla crapauline, cotti alla gratella, erano più squisiti delle
pernici allo spiedo. La quasi contemporaneità del delitto della via Pépinière e
della via Vaugirard ha lasciato credere alla polizia, alla magistratura ed al
giornalismo sensazionale che gli autori fossero le stesse persone. Se la Steinheil non si fosse
piccata di fare la romanziera copiando Sherlock Holmes, l'assassinio di casa
Remy avrebbe avuto in pubblico la risonanza che avrà il primo, avvenuto a otto
giorni di distanza, per il mistero delle leviti, delle donne e degli uomini
rossi. Perchè il delitto delle due case non differisce che in questo: in una si
è adoperato il coltello e nell'altra la funicella. Ma per gli ambientisti come
me è un errore confonderli. È un'altra psicologia. L'uno si è sviluppato in un
ambiente e l'altro in un altro.
— Dunque voi supponete che i
delitti non siano stati portati in casa, ma vi si siano sviluppati.
— Senza dubbio. Renard è stato
in tante case prima di arrivare in quella di Remy e non ha mai assassinato
alcuno, pur essendo sempre stato un pederasta costituzionale. Astuto, come
tutti gli adoratori dell'omosessualità, ha preso moglie come paravento alle sue
tendenze anormali.
— Cosa che contrasterebbe ai
suoi ignobili gusti se non si sapesse che l'omosessuale lavora di fantasia, e
cioè abbraccia la donna e pensa all'uomo. Egli amava alla moda tedesca, come i
cavalieri della tavola rotonda presieduta dal principe di Eulenburg. Casa Remy
è la casa degli squilibrati. Sono tutti nevropatici.
Le informazioni che ho avute in
questi ultimi giorni mi hanno dato la chiave della uccisione. Il padrone era
uno speculatore di alti e bassi in Borsa. Coi nervi sempre sottosopra, con una
immaginazione turbata continuamente dai guadagni e dalle perdite, passava dalla
ipocondria alla gaiezza clamorosa, dalla prodigalità alla stitichezza. Anche
quando egli era nel suo palazzo il suo cervello era alla borsa. Sua moglie può
però essere considerata una epilettica della famiglia. Bastava un nonnulla o
una contraddizione o un momento di indifferenza o un avvenimento qualunque per
buttare all'aria il suo cervello e farla andare fuori dai gangheri. I suoi
uragani cerebrali erano tempestosi. Il marito si sottraeva alle sue crisi con
la fuga. Non vi posso dire se da zitella fosse ricca o povera, ma le sue
abitudini sono della lavandaia di lobbia che racconta tutti i suoi interessi
alla platea del vicinato. Non c'era segreto di famiglia che non venisse
raccontato da lei alla servitù di casa. Alla morte del marito ella ha
documentato il suo isterismo. I suoi primi movimenti di disperazione sono stati
di gettarsi ora nelle braccia della moglie di Renard e ora nelle braccia di
Renard stesso con grida pietose: «O mia Clara, ditemi che non mi abbandonerete.
Che farei senza di voi? E voi, mio povero Pietro, come avete dovuto soffrire
trovando il signor Remy in quello stato...» Poi, rivolta al dottor Brocq, uno
dei tre medici che hanno dichiarato Remy morto di congestione cerebrale, ha detto
piangendo: «Pregate il giudice istruttore di non affaticare questo povero
Renard. Non gli faccia tante domande. Egli è così sofferente. E poi io rispondo
di lui, povero Renard!»
— Io dubito.
— E forse voi dubitate bene. Le
vecchie signore che non vogliono ricordarsi di avere passato il capo delle
tempeste da venti e più anni e che hanno la mania di credersi incomprese dai
mariti, finiscono sempre per cadere nelle braccia dei grooms, dei cocchieri,
dei maggiordomi e qualche volta dei propri giardinieri. Nel cuore senile della
Remy è forse il movente del delitto. Soppresso il vecchio, la fortuna di Pietro
Renard era fatta. Il vizio della inversione e Courtois lo manderanno invece...
Il figlio? È probabilmente un
ottimo giovine; mezzo infermo, di scarsa intelligenza, di 37 anni, ma è anche
lui suddito dei suoi nervi, vittima delle sue violenze. Sovente egli è il
balocco delle sue tempeste. Ha preso moglie, ha dato un calcio al focolare
domestico, si è rifugiato in casa del padre e aspetta di essere liberato dal
supplizio matrimoniale col divorzio.
Remy, l'agente di cambio, si era
tirato in casa la nipote e il nipote. Il secondo non ha neanche bisogno di uno
studio psichiatrico. È in Raingo la decadenza di tutti i Remy. C'è in lui
squilibrio tra il cervello ed il cuore, tra i nervi ed il sangue. Così le
predisposizioni agli attacchi nervosi, l'inversione sessuale doveva scatenarsi
in Leone Raingo all'inizio della vita, nel periodo dell'adolescenza, come si è
scatenato il tribadismo in Nanà prima di frequentare la famosa tavola delle
tribadi della via dei Martiri. In collegio aggrediva i compagni e in casa di
Remy si è dato anima e corpo agli amori degli uomini con uno sporcaccione come
Pietro Renard, il maggiordomo.
Lo squilibrio del ragazzo è
tutto nella imprudenza della lettera stracciata in stanza di Giorgina Laforge,
una figlia del selciato che gli ha venduto la sua ora di compagnia per sette
franchi e un medaglione d'oro che si è trovato in saccoccia. Nella lettera
erano i suoi eccessi pederastici. La signorina ne ha conservati i pezzetti e li
ha portati al giudice istruttore.
— È una documentista!, dissi io,
versandogli del Chateaux Lafitte.
— Grazie, disse vuotando il
calice d'un fiato. Le Laforge mi fanno piacere, perchè senza di loro la vita
sociale parrebbe più corretta di quella che è veramente. Io non amo
l'ipocrisia. Preferisco sapere se vivo in mezzo agli idioti, agli allucinati,
ai folli o a persone sensate che hanno per ideale la gioia di vivere senza le
degenerazioni degli anomali. Ma le Laforge che si valgono degli oblii di uno
scapestrato per consegnarlo alla berlina sociale se non mi spaventano le evito.
Dalla smorfia di Bizet ho capito
che avevo commesso una scortesia. Non tutti sanno ordinare un pranzo. Dopo i
piccioni alla gratella egli si è visto portare in tavola le orecchie di vitello
au gratin. Scimunito! mi sono dato dello scimunito. Se avessi potuto fare dei
segni al gentiluomo che ci serviva a tavola avrei sacrificato volentieri il
topazio brasiliano del mio anello al medio.
— Vi domando scusa Bizet, se ho
preso un granchio. Garçon, portate la lista.
— Che! Se non avete voluto fare
della satira vi assicuro che non potevate farmi servire piatto più squisito.
— In una casa simile, riprese
Bizet, Pietro Renard sono diffusori di sconcezze, corruttori infami. Aveva
tutte le ipocrisie a sua disposizione. Sapeva tacere anche quando il suo io
trepidava di collera, sapeva ingraziarsi i padroni con la sua bella presenza
che si curvava rispettosa anche se insolentito, correva alla chiesa alle sei
del mattino e qualche volta vi si faceva accompagnare dal servidorame sotto di
lui per affiggere l'influenza della sua esistenza corretta. Ma sotto lo strato
del maggiordomo modello era il paltoniere ributtante che si adagiava in tutte
le immondizie. Prima di ammazzare l'agente di cambio ha avuto la sfrontatezza
di rimanere in camera del giovine Raingo e poi di passare in un'altra, alle
carezze immonde con Courtois, quando era già nudo, preparato a discendere con
la salvietta in mano per tappare la bacca di Remy. Eppure, mi diceva Bizet, con
un certo rincrescimento nella voce, una creatura così ignobile, che ha
confessato le sue tendenze animalesche può salvarsi dalla mannaia.
— Non credo.
— I giurati possono dubitare
della confessione di Courtois. E sapete perchè? A Renard non si è trovato un
filo che fosse il risultato del furto, mentre al valletto si sono trovate le
gioie, i denari e si è saputo che aveva speso gli altri con le donnacce. Sul
corpo di Renard non si è trovato una scalfittura o macchia che lasciasse
supporre una collisione violenta fra lui e il suo signore.
— Voi dimenticate, Bizet, che
prima che maturassero i sospetti e venisse arrestato, sono passati più di una
ventina di giorni, tempo sufficiente per guarire tutte le ammaccature sulla
pelle.
— Anche questo può essere vero.
Ma nell'istruttoria non è cenno delle sue spellature o delle sue escoriazioni.
Ma più che questa mancanza di indizii che potrebbero salvarlo da un verdetto di
colpabilità dei giurati c'è la sua ostinazione a dichiararsi innocente. Chi
nega, chi persiste a negare nei gravi delitti è già lontano dal boia. I
giurati, dubbiosi, assolvono.
— Avete veduto, Bizet, che i due
delinquenti sono stati accusati da un giornale di essere dei plagiarii?
— E lo sono. L'assassino nudo è
nelle morti bizzarre narrate da Giovanni Richepin. Il pioniere di andare al
delitto nudi per evitare le persecuzioni antropometriche, se mi ricordo bene,
si chiamava Pietro Laurier, e gli assassinati, marito e moglie, due vecchi
ricchi di campagna, erano i signori Berlot. La differenza è che Laurier non era
il loro domestico e che all'uscita dalla casa dei derubati, coi sacchi colmi di
pezzi da cinque lire, s'è veduto riflesso in uno specchio e senza riflettere
che era lui stesso, si gettò sullo specchio squarciandosi la gola e rimanendo
nel buco della lastra fino al dissanguamento.
— La vostra opinione è dunque
che Pietro Renard...
— Può sfuggire alla vedova del
signor Deibler... se la signora Remy non sarà obbligata a confessare il suo
amore morale per il maggiordomo.
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