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Il nostro appuntamento era Chez
Maxime — ristorante tutto pariginizzato, dove il cocottismo di alto bordo cena
coi viveurs dopo i teatri. Vi avevo passata la sera prima parecchie ore
cogli amici che mi avevano fatto assistere all'Odéon, alla rappresentazione dei
Ventri Dorati di Emilio Fabre, un dramma possente che mi ha fatto
sentire una ventata del grande teatro che non muore. Al Chez Maxime si spende
molto denaro. La mia prima perturbazione borsuale è stata quella di pagare il
whisky con soda un franco e mezzo, una lira di più di quello che io e Bizet bevevamo
al di là della Manica. Le cenette costano dei napoleoni d'oro. Le toilettes
delle signorine ai tavolini coi nottivaghi sono tutto ciò che c'è di vaporoso e
di elegante nei colori spettacolosi della morale libera. Senza i fraks mi sarei
creduto al bazar delle impure. Mangiano da viziate, senza appetito, tra una
boccata e l'altra di sigaretta, e bevono di preferenza il Champagne, il
Borgogna e il Malaga, come ai tempi dell'impero. Sciupano in guanti una moneta
tutte le sere. Sono guanti a cinque o sei bottoni che vanno su fino
all'ascella. La maggioranza li calza di pelle camosciata color paglia. Ma ne ho
visti di tutte le tinte: rossa, nera, gialla, sanguigna. La descrizione della
loro calzatura sarebbe un trattato di scarpologia femminile. Scollate, puntute,
chiuse fin al malleolo, alte fino ai polpacci. Coi bottoni, con le stringhe,
con i fiocchetti, con i lacci di seta, con le fibbie e con il collo del piede
tutto d'un pezzo. Pelli sottilissime, fini, duttili che si adattano ai piedini
come il guanto. Le gioie sulle carni vellutate e marmorizzate sono le insegne
del loro valore. Il diamante e la perla sono i più quotati. Intanto che
mangiavamo un fagiano allo spiedo con tartufi che profumavano l'ambiente, abbiamo
veduta una signorina del demi-monde fare un falò del giornale dell'esercito
della salute: che stupido! diceva al suo amico, buttando fuori tanto fumo dalla
sigaretta per ammansare la sua collera. Chi sa cosa crede rii offrire alle
ragazze questo Booth della speculazione filantropica, spalancando le porte
delle sue casermacce sudice! Ho notato che nessuna di loro era accompagnata
dalla vecchia matrona. La musoneria che mi pareva pesante se ne è andata verso
le due. Alle due, quando il champagne incominciava a spandersi per le tovaglie,
c'è stato un po' di conversazione chiassosa, un tète a tète più intenso, ma
nulla che potesse offendere il puritano che vede nella folla notturna delle
cortigiane una decadenza dei costumi.
Certo che non si era in Chiesa.
Era la conversazione blanda e lasciviata del demi-monde che si alza alle
quattro pomeridiane per essere gaio a mezzanotte. Una conversazione fatta di
sottintesi birichini, di veli bucati dalla parola impertinente perchè si
intravvedono capelli, del colore del grano, sparsi sulle spalle, di abbandoni di
linguaggio acceso che metta in rilievo il naturalismo orgiastico, di audacie
immaginose che lascino dare una capatina rapida nelle alcove delle nudità aggressive,
di piccole promesse sensuali interrotte da sorsate di vini principeschi e di
allusioni che facevano lampeggiare il pensiero portato in mezzo alla carne
avida di piaceri gaudiosi. Era una conversazione calda, colorata, lievitata,
senza frasi completamente vestite che la facessero diventare immonda.
Fu solo ai liquori ambrati che
la conversazione divenne virulenta, acre, fatta di vocaboli turgidi di rancori,
acuminati dall'odio, imperversati dalla furia di una classe che si credeva
defraudata dei propri diritti. La
Steinheil era il soppedaneo di tutte le mercantesse del loro
corpo. Fra l'una e l'altra non c'era disaccordo. Era per tutte una schifosa che
faceva il mestiere camuffata da donna onesta. La polizia doveva mangiare a due
ganasce per chiudere gli occhi intorno alle monachelle che convertono le case
maritali in bordelli ad alte tariffe. Per loro c'erano le squadre dei buoni
costumi, come se lo svaccamento parigino fosse una loro produzione. Per loro
che facevano niente di male a nessuno, che non andavano che con chi voleva
andare con loro, c'erano regolamenti noiosi, fastidiosi, insidiosi. Per quelle
del focolare domestico, con gerenti di paglia come i mariti, la libertà di darsi,
di vendersi, di prostituirsi a piacere! La Steinheil, per la quale nessuna di loro avrebbe
scambiata la propria bellezza per la sua rinfrescata o rinverdita ogni mattina
dalla crema o dal rossetto, aveva potuto sgonnellare per l'Eliseo, per il
Palazzo di Giustizia, per le residenze eleganti senza essere agguantata e
trascinata a qualche sezione di polizia.
— Mondo birbone! disse la biche
in fondo, togliendosi il largo cappello girato in alto da piume duttili e
colorate, per dar aria alla sua capigliatura ricca di riccioloni neri.
— Chi nasce con la camicia e chi
nasce senza camicia! aggiunse un'altra, vuotando il calice con la manuccia
ossuta. La Steinheil
è di quelle che nascono vestite.
— Mondo birbone! ripetè la
prima.
— Noi siamo le cocottes, noi!
La comparsa di un amico ci
interruppe, lo studio che stavamo facendo. C'erano toilettes meravigliose. È
inutile, le francesi sanno vestirsi come nessun'altra donna del mondo. La
maggior parte si direbbe composta di artiste. Guardate quella signorina in
fondo, dissi a Bizet, salutando l'amico con la stretta di mano: una dopo
l'altra. Osservate: è tutta una nuvola di chiffons rosa che lascia vedere la
nudità delle braccia e immaginare la rotondità del seno. L'una più superba
dell'altra. E quest'altra vestita in seta verde che pare domini con la sua
testa bruna tutte le altre.
— Sentite, rimandate la
descrizione a un'altra volta. Sono le nove precise e non c'è tempo da perdere.
Bevo il whisky in piedi perchè non abbiamo che il tempo d'andare in via
Vaugirard, dove ci aspetta Marietta per metterci al dorso del salottino ad
ascoltare la nuova confessione ch'ella ha deciso di fare ai due giornalisti —
uno dei quali deve essere quello del Matin.
Non c'era molto da sperare dalla
Steinheil, perchè era una donna o troppo volubile o troppo furba. Leydet
l'aveva abituata a essere impunemente bugiarda, a mentire anche quando la
menzogna era inutile. La viveuse de romans, come la si chiama ora, ha
spinto l'audacia fino a mettere una perla nel portafoglio del suo domestico
Remy Couillard, per farlo arrestare come assassino della Japy e di Steinheil.
Ecco uno dei nodi che si
scioglieranno questa sera, se la donna tragica non ci giocherà uno dei suoi
tiri. Diffido sempre della ex amante di Felice Faure. È troppo sapiente quando
si tratta di far vedere che il rosso è bianco.
— Le date proprio della fantasia
romanzesca? domandai a Bizet.
— Al contrario! Quando la nostra
inchiesta sarà finita, quando i fasci di luce delle lanterne cieche immaginate
da madama Steinheil avranno diradate o distrutte le tenebre che circondano i cadaveri
della notte dal 30 al 31 maggio io vi potrò dimostrare che la bella Meg è una
plagiaria intelligente come Sardou, ma plagiaria. Vi mette del suo, sia pur il
genio, ma si impadronisce della roba degli altri. La prova? Tutta la sua vita
di donna e di sposa è un plagio. Ma restiamo per adesso nel delitto. Vi ho
detto più di una volta che la Meg
esaltata dai personaggi della Repubblica per la sua bocca sensuale, il suo
occhio carezzoso e il suo seno pieno di promesse, era una viveuse di
romanzi d'appendice o giudiziarii, non è vero? Prendete in mano il volume delle
nuove avventure del mio eterno nemico Sherlock Holmes e troverete che la sua
donna rossa e il suo cambrioleur dai capelli e dalla barba rossastra sono
usciti dall'associazione degli uomini rossi del falso poliziotto londinese.
È in quel capitolo ch'ella ha
scelto tra la miscela delle gradazioni rosse e i rossi che si adattavano alle
teste degli svaligiatori dei suoi appartamenti. Sentite che plagiaria! Ella ha
veduto che gli assassini dell'ex agente di cambio Remy sono stati trovati fra
le persone di servizio, e allora lei che cosa ha fatto? Ha messo la perla nel
portafoglio di Remy Couillard e lo ha fatto arrestare. È senza pietà per il
dolore degli altri. È la donna più insensibile della repubblica. Periscano
tutti, purchè si salvino i suoi sogni di essere di tanti senza essere di
alcuno, di salire, di arricchire, di giungere alla fama della Du Barry del
nostro tempo repubblicano. Quando io non ho sott'occhio la sua fotografia e mi
dimentico ch'ella ha stregato tanti uomini, me la vedo davanti come un mostro,
con gli occhi fatti di pelle di pulci, con la faccia del colore del fango, con
un naso a spegnitoio che spegne ogni idealità nell'uomo per infondergli le
febbri lubriche e per suscitargli la foia degli amorazzi.
— Bizet, gli dissi
interrompendolo, mi pare che usciate dal binario del detective imperturbabile.
— Sono imperturbabile fino
all'innocenza, mi rispose buttando dalla vettura il moncone dell'avana ch’egli
aveva tenuto acceso aspirandolo tra un periodo e l'altro. Fatto il mio dovere
rientro nella mia pelle d'uomo che può avere un pensiero sul fatto compiuto. Si
parla tra noi, s'intende. Ma la scena dei miei cani, dei miei Ulmann, del mio
Terrible e del mio Sanpeur, deve avere impressionato anche voi. Ah, le mie
bestie non si sono mai ingannate. Hanno un flair, mio caro, che sfida
tutti i limiers del mondo, compresi quelli geniali usciti dalle
fabbriche dei romanzieri.
Io voleva avvertirvi che a
Liverpool i cani poliziotti, con il loro odorato, avevano finito per far
condannare un innocente. Ma l'errore giudiziario era stato scontato dalla
nazione inglese con una somma votata dal Parlamento per la vittima di due anni
ai lavori duri e non c'era più da parlarne. Avevo pure nella testa il caso dei
cani poliziotti alla ricerca di un assassino in un sobborgo di Berlino. Uno si
chiamava Uberhund e l'altro Bullenheisser — tutti e due con il muso della tigre
e le orecchie corte, ansiosi sempre di addentare e sbranare qualcuno. Non
ricordavo quanti marchi costassero.
Sapete, Bizet, dei due cani
poliziotti della polizia berlinese della settimana scorsa?
— Mi pare di averne letto in
qualche parte.
— Disfatta completa. I due cani
hanno fiutato più volte il criminale, gli sono andati in giro menando la coda e
drizzando le orecchie senza che i loro artigli si spiegassero e le loro nari
fremessero d'impazienza.
— Può darsi. Anche i cani
possono avere momenti di distrazione come l'uomo e prendere granchi come Hamard
che insiste ancora a cercare gli assassini dello Steinheil e della Japy fra la
colonia internazionale dei modelli. E sapete perchè? Le povere bestie non hanno
colpa. È il sistema. I cani subiscono le abitudini dei loro padroni, degli
ambienti polizieschi. In essi, persone e animali, non sono allevati solamente
per la soppressione del male, ma anche per la provocazione. Alcuni, come me, si
salvano con la fuga, altri invece vi fanno l'osso, s'abituano come i cani.
Pietri, Maupas, Andrieux sono stati i più grandi agenti provocatori dell'impero
e della Repubblica. Hanno creato più delitti loro che tutti i delinquenti.
Intorno a quella gente i cani non potevano crescere che alla scuola della
mistificazione. In Germania poi i cani poliziotti non hanno di sincero che la
brutalità dei loro agenti. In ogni perlustrazione lasciano delle vittime. Gli
uni e gli altri sono allievi del loro imperatore.
I miei cani non hanno nulla di
comune coi cani tirati su da cento maestri senza che uno impari a conoscerne i
temperamenti e le loro ambizioni. Sicuro, anche loro hanno le ambizioni come i
cani del San Bernardo e come i barboni dei pagliai, contenti i primi se trovano
sulla neve un caduto o un cadavere, contenti i secondi se agguantano un
malvivente di notte che sta per andare nella fattoria. I miei si distinguono
fra tutti. Le rughe tigrate e verticali che hanno sulla fronte sembrano
tracciate dagli artigli di un uccello di preda, tanto incutono terrore. La loro
testa è sempre alta come se avessero la missione di diffidare sempre della
gente che incontrano. Quando Felix Faure andava a trovare le sue Steinheil,
sguisato come Napoleone III, quando andava a trovare a Montmartre la Bellanger, io, coi miei
cani che avevano imparato a stare al largo, a non mettersi mai ai polpacci nè
dei signori nè delle signore, io non avevo paura. I Ravachol, i Caserio, i
Vaillant, gli Henry avrebbero dovuto fare i conti con loro, Se io mi fossi
trovato nella Camera coi miei cani nel giorno in cui Vaillant aveva deciso di
buttare la macchina infernale sui deputati per conto dei suoi copains
(compagni), vi assicuro che non gli avrei dato tempo di diventare vile dopo il
fatto, alla Corte d'Assisi di Parigi, dove ha fatto di tutto per diminuirsi e
scomparire dall'elenco degli apostoli del diritto al furto e all'assassinio.
Coloro che hanno il cuore pieno di odio, per la società, come lui, non sfuggono
ai miei Sanpeurs e ai miei Terribles.
Dalla settimana in cui avete
veduto i miei cani al letto della Steinheil è passato del tempo e la scena può
essere sbiadita nel vostro cervello, ma nel mio è viva e terribile come se
fosse appena avvenuta. È per questo che mi vedete un po' eccitato. Da quel
momento io ho davanti una colpevole, una simulatrice, una bugiarda, una
creatura criminosa, più criminosa di tutte le Strafforello, di tutte le
Lafarge, di tutte le Weiss, di tutte le Giovanne Weber e di tutte le Goold.
Perchè la Margherita
Steinheil non si contenta di una dichiarazione, ma continua a
divorare se stessa ogni giorno per fare nuove rivelazioni con altri accusati,
per rimangiare tutto dopo poche ore o pochi giorni e mettere sulla piattaforma
altri disgraziati che popolino la sua fantasia.
— È qui che vi aspettavo, Bizet.
Perchè mentisce? Perchè non ha paura di rompere le creature per la sua
salvezza? La ragione? Non è un'isterica?
— Senza dubbio ella è
un'isterica classica, come è un'isterica classica la protagonista di un
processo clamoroso che si è svolto in Italia alle Assisi di Torino: la Linda Bonmartini.
Come è un'isterica l'amante di Tullio Muri: Rosina Bonetti. Tutte sono
isteriche. Isterica è l'amante del De Medici. Ma l'isterismo non ha mai
impedito alla Margherita d'essere una simulatrice per calcolo, per interesse,
per progetto. Non c'è nulla d'impulsivo nella Steinheil.
— Scusate, ma non potrebbe
essere una simulatrice incosciente, a sua insaputa, suo malgrado? Tutti sanno
ch'ella non aveva che da tacere per salvarsi dal cancan suscitato dalle sue
confessioni, dalle sue correzioni, dalle sue aggiunte, dalle sue revisioni. La
polizia aveva raccolto le sue parole come parole di cristallo terso. Leydet, il
magistrato, faceva trascrivere le mille ed una frottole con una diligenza
certosina. Perchè non ha taciuto o non ha insistito sulle sottane levitiche,
sui capelli rossi, sulle lanterne cieche, sui fasci di luce e sull'alpenstock?
E non le era capitato la fortuna del delitto di via della Pépiniére,
dell'agente di cambio, stato assassinato come per far dimenticare il delitto
dell'impasse Ronsin? Nossignore, ha voluto rifare il racconto, ritoccare le
scene, mondare lo stile, rappresentare il doppio assassinio avvolto negli altri
colori della sua immaginazione.
— L'affare Steinheil è come
l'affaire Syveton. Più lo si rimesta, più si cerca di andare in fondo e più c'è
del marcio. Si è creduto che il deputato Syveton si fosse suicidato, non è
vero? Perchè? Il perchè è rimasto nella testa dell'uomo che si è asfissiato
mettendo la bocca al tubo tagliato del gas. Pochi hanno creduto alla narrazione
della vedova. I giornali, che hanno sovente il fiuto dei miei cani, non sono
stati quieti. Hanno continuato ad agitare il cadavero costellato dei loro punti
interrogativi, Al pubblico e ai giornali pareva impossibile che l'onorevole che
aveva schiaffeggiato ripetutamente il ministro della guerra in piena Camera e
che era un membro eminente del partito nazionalista avesse potuto aspirare
avidamente il gas per uscire dalla vita nel momento in cui il suo nome era in
mezzo alla réclame. E pubblico e giornali hanno avuto ragione della loro
inquietudine. Perchè dopo si è venuto a sapere che dietro il dietroscena
nazionalista c'era il suicidio forzato. Egli avrebbe delibato una ragazza di
casa. Tra l'arresto e la condanna e il disonore pubblico come un satiro avrebbe
preferito morire. Ma credete che questa sia la verità? È la verità della
Steinheil; più la si cerca e meno la si trova. È una verità che è sempre nel
pozzo.
È venuta ad aprire Marietta Wolf
con la pelle della sua faccia affumicata, con gli occhi che traducono i suoi
movimenti mentali, con la bocca arcuata sotto un naso ingrossato alle pinne che
le dà un'aria minacciosa. Ella è il dietroscena della Steinheil. È la
collaboratrice di tutti i suoi intrighi. Ne sa vita e miracoli. Il giorno che
le venisse voglia di presentarla al pubblico nei suoi amori, noi vedremmo
Margherita Steinheil circondata da una folla di messieurs che l'hanno
desiderata, adorata, idolatrata, pagata, caricata di biglietti di banca come
Faure e Borderel.
— Entrate, disse Marietta stringendo la mano ad Adolfo
Bizet. La signora è nel suo gabinetto a farsi toilette. Vi ho preparato un
posto dove udrete e vedrete tutto senza essere veduti, diss’ella
accompagnandoci per la scala. La
Steinheil sa della vostra presenza, ma non desidera che lo
sappiano i due intervistatori. Sono le nove e mezzo e possono essere qui di
minuto in minuto. Per di là, accomodatevi e procurate di non tossire. Potete
fumare fin che volete e se desiderate il caffè o qualche bibita non avete che
premere il bottoncino che mette in comunicazione con la cucina.
Il salottino di fianco ci
permetteva di vedere tutto ciò che avveniva nel salotto senza che gli attori
dell'atto che stava per incominciare potessero vederci. Per precauzione la Steinheil aveva fatto
appendere un tendone che finiva affagottato su un pancale imbottito e coperto
di damasco col quale potevamo oscurare o tappare completamente l'ingresso. La
sola cosa spiacevole era uno specchio incorniciato nell'arditezza dello stile
liberty che rifletteva l'entrata della stanza da bagno, dove era stato
dimenticato o posto il povero pittore di tele storiche. Nel silenzio della
penombra in cui eravamo io rivedeva a occhi chiusi Stenheil rialzato, adagiato,
aggruppato, sul fianco, con gli occhi sbarattati, con i pugni chiusi, con il
nodo alla schiena come era stato descritto dai primi testimoni accorsi alle
grida di Remy Couillard. Le deposizioni contradittorie rivelano che la scena
ottica si trasforma di occhio in occhio. Quale interesse avrebbe potuto avere
l'agente Ghiani di giurare che l'assassinato era rialzato, appoggiato allo
stipite del gabinetto da bagno? E quale interesse poteva avere l'ingegnere
Lecoq di giurare che Steinheil era posto col dorso sulle gambe piegate? E
l'altro teste che ha creduto di averlo trovato sul fianco sinistro, con le
gambe incrociate ai polpacci e le braccia unite dall'ultimo stiracchiamento? Il
cadavere che mi si voltava negli occhi come se fossi stato un sonnambulo mi
ricordava i particolari che contribuivano a convincermi che gli autori del
delitto non potevano essere meno di due. Le ecchimose al muscolo tricipite,
vale a dire al disopra del gomito, dovevano essere state fatte dalle due mani
che lo avevano agguantato di sorpresa e trattenuto, mentre il compagno del
delitto gli faceva il nodo della funicella sotto il mento. Erano tutte
supposizioni. Come era caduto sul pavimento? Piegato, violentato, stramazzato
dagli assassini o precipitato sulle proprie gambe al momento in cui il nodo gli
sopprimeva la respirazione e gli faceva rovesciare gli occhi dal dolore e
dall'impotenza? A togliermi da quella specie di sonniloquio è venuta Marietta
con i suoi capelli ad arco trionfale e il suo viso di faina a portarci il grog
e la casella di metallo cesellato, a scompartimenti per la varietà dei sigari e
delle sigarette.
— Mercì, ma bonne Manette.
— Il n'y a pas de quoi, monsieur.
— Ja - t - il rien de noveau?
— Rien, mon cher Bizet. Tout va frès bien.
— È vero, domandò Bizet,
versando nei bicchierini il rhum con noncuranza, è vero che madama Steinheil vi
avrebbe detto, mentre il giudice Leydet e il capo della sicurezza discendevano
le scale: «Mariette, je suis enfin libre!»
— Che cosa c'è di male? È una frase alla quale non
bisogna dare più importanza del suo significato. Sono infine libera! vuol dire
che mi sono levata dalle seccature, non ho più noie, finalmente ho finito di
essere tormentata dal cervello poliziesco che finge sempre di approvare e pensa
il contrario. Senza queste fiatate espansive, senza queste esclamazioni di
contentezza la vita non sarebbe più che un duello a morte fra chi parla e chi
ascolta, un tranello verbale nel quale cadrebbe il più debole. Che c'è di male a dire: enfin je suis libre, ou
je suis enfin libre? Nulla. È l'interpretazione maligna che lo fa diventare
un pensiero criminoso. È la stampa che a furia di rivoltarla l'ha servita al
pubblico come una confessione indiretta che lascia capire che chi l'ha
pronunciata è lieta di averla fatta alla giustizia o di essersela cavata bene,
disse andandosene via e pregandoci di bere il grog intanto che l'acqua era
calda. Adolfo Bizet premeva lo zucchero nelle tazze a fiorami indolentemente
con il premitoio d'argento e mi riparlava del suo tormento di essere
continuamente alle prese col sospetto che la Steinheil fosse una
avvelenatrice. Perchè nella sera fatale la Steinheil ha portato in tavola con le sue mani la
zuppa o il potage?
— Probabilmente perchè la
signora aveva l'abitudine di portare la zuppiera in tavola tutte le sere.
— Mai! Abbiamo una testimonianza
che non può essere sospetta in Remy Couillard. il quale sapeva la importanza
della zuppiera deposta sulla tovaglia dalla padrona quando ne era abituato il
servitore. Sul vostro onore, gli ha domandato il giudice, sareste pronto a
giurare che la zuppiera è stata messa in tavola dalla signora e che non avete
mai veduto madama Steinheil a servire in tavola?
— Lo giuro!
— Pensateci bene, Remy
Couillard, si tratta di esattezza. Siete proprio sicuro che la vostra signora
non vi ha mai sostituito nella funzione di portare il potage in tavola?
— Lo giuro!
Il domestico aggiunse che in
quella sera le abitudini del servizio erano state sopraffatte dalla volontà
imperiosa della signora, perchè si faceva tutto a rovescio. Mettete assieme a
questo fatterello la bottiglia di cognac ordinata da Madama Steinheil che ha
voluto fare la gentile in quella sera coi suoi, come la signora Lacoste quando
dosava il vecchio marito. La bottiglia trovata la mattina sul bacile con due o
tre bicchieri che avevano servito per i grogs...
— Mi spaventate, Bizet, diss'io
rimettendo la tazza sul bacile dorato.
— Non abbiate paura, Baragiola.
Ho avuto la buona precauzione di farci dare il rhum e non il cognac. Il rhum è
meno pericoloso. Non assorbisce così bene come il cognac le sostanze tossiche.
Se io fossi giornalista intitolerei l'affare dell'impasse Ronsin il dramma
dei veleni, Come quello di Sardou, nè più nè meno. Noi siamo alla presenza
di una Maddalena di Brinvilliers.
— Allora voi attribuite la loro
morte al sublimato?
— No, perchè non è stata trovata
lesione nel loro stomaco. Nel sublimato non è la forza preparatrice che gli ha
dato Taylor, il tossicologo. Lascia però tracce indistruttibili del suo lavoro
nello stomaco del sublimizzato, vi si trova la mucosa congestionata, tumefatta
in modo da formare piaghe voluminose. Siccome è un caustico vi troverete la
superficie carbonizzata, ma difficilmente l'ulcerazione si spinge fino alla
sottomucosa. E come vorreste che le vittime non si fossero accorte di avere
ingoiate pastiglie di sublimato? Sarebbe come dire che si può trangugiare
l'acido solforico senza sentirsi bruciare le fauci e le vie digerenti. Il
dolore diventa subito insopportabile.
— Eccoli, diss'io, udendo dei
passi e delle voci per la scala.
— Silenzio. Sono loro. Li
conosco dalla voce. Colui che parla adesso è Luigi Taine e l'altro che gli
risponde è Ettore Brière, due giornalisti che si sono sostituiti al giudice per
provare che Leydet è un bestia.
Sono entrati, si sono messi a
guardare i quadri alle pareti, conversando tra loro, sommessamente, facendo
passare le fotografie dell'album sul tavolino quadrato e circondato da tre
poltroncine di una stoffa a fondo chiaro, fiorita di rose appena sbocciate. Non
stavano fermi, erano distratti, senza dubbio impazienti. La signora non si è fatta
aspettare. Era un funerale dai capelli agli stivaletti. Pendenti di lutto,
collare lungo di lutto, abito di lutto, scarpine dalle punte ricamate di
giavazzo, braccialetti di jais a tre giri. La camicetta di crepe cinese le
accarezzava il busto che allunga il petto della signora che ama mettere in
vista le sue grazie e la cintura del nero della camicetta le faceva il vitino e
le dava modo di mettere in rilievo le rotondità del seno. Di irriverente non
c'erano che i suoi capelli di una biondezza lucente che rompevano il lutto
pesante dell'eroina dell'impasse Ronsin. C'era del chic anche nel dolore. In un
altro momento i visitatori le avrebbero detto:
— Cette toilette, chère madame, vous va delicieusement.
In quella sera, nella luce che
pareva aiutasse ad appesantire l'ambiente per riempire la scena o condensare il
dolore non c'era che il mutismo. La signora entra con un leggero inchino,
additando ai due signori le sedie con la bella mano bianca dalle dita lunghe
che lasciano ammirare le unghie lucide, tinte di un rosa pallido.
L'entratura è stata difficile. Nessuno dei tre sapeva da
qual parte incominciare. Era un soggetto scabroso, penoso per andare in fondo
senza reticenze, senza sotterfugi e senza urtare le convenienze dovute
all'intervistata. L'importante era di parlare della perla stata trovata nel
portafoglio di Remy Couillard, in quella sera sotto chiave, nelle mani della
giustizia, gravemente indiziato come autore o uno degli autori del doppio
omicidio. Uno dei due redattori sottoponeva madama Steinheil
all'interrogatorio, insistendo sovente con parole calde, con preghiere vive,
con gesti di supplicazione perchè dicesse una buona volta la verità che non
potesse essere cambiata domani. L'altro interveniva con la frase della
benevolenza a cercare nei ricordi, a voltolare le ceneri, a mettere sottosopra
i racconti, a far nascere il dubbio.
— Dunque voi, signora Steinheil,
persistete a credere che la perla che vi è stata involata dai ladri-assassini
del 31 maggio è quella trovata nel portafoglio del Remy Couillard?
— E come potrei dubitarne? È
tale e quale. Conosco le mie perle, signori. Le riconoscerei in mezzo a cento
mila come loro.
— Il pubblico non capisce come i
cambrioleurs si siano data la pena di scastonare la perla per buttarne
via l'oro.
— Il pubblico? Il pubblico io l'ho in qualche parte. Che
cosa volete che ne sappia più di me, il pubblico, delle cose mie? I ladri
avranno un odio per l'oro e l'oro sarà più pericoloso che la perla.
— Giusto, signora Steinheil. Vi
saremmo però grati se ci diceste se o no il gioielliere Souloy è una vostra
conoscenza o meglio se avete avuto affari commerciali con lui.
— Mai! Non l'ho mai veduto, non
ne ho mai udito parlare. Mi è perfettamente sconosciuto.
— Sarebbe una scortesia mettere
in dubbio la vostra parola, madama. Ma c'è gente che giurerebbe di avervi
veduta nel suo negozio.
— È gente che mi vuol male.
Perchè mi si vuol male? Dio mi è testimonio che non ho fatto che del bene a
questo mondo e il bene mi è ricambiato con tanta ingratitudine!
— Perdonateci, signora, se
osiamo insistere. Il testimonio pronto a giurare che lo conoscete e che avete
avuto rapporti commerciali, con lui è proprio, indovinate? il signor Souloy.
Ci fu un momento di sosta.
Madama Steinheil si alzò dalla sedia tutta corrucciata con l'aria di una che
voleva cessare una conversazione disgustosa. Con la mano sinistra alla spalla
della poltrona aspettava che si alzassero anche i signori giornalisti, ma i
giornalisti la pregarono di risedere e di ripensare se mai non se ne fosse
dimenticata.
— Il suo cognome è Souloy,
madama.
La Steinheil sedette
automaticamente con gli occhi al suolo, col fazzolettino fra le dita agitate,
cercando evidentemente cosa rispondere.
— Madama, è nel vostro
interesse, vi imploriamo a dire tutta la verità.
Madama Steinheil pareva
sopraffatta dall'emozione. Continuava a gualcire il fazzoletto di battista fra
le mani e a impallidire.
— Ebbene, signori... Ebbene,
signori, vi ho detto la verità. Non conosco il signor Souloy.
L'aria era diventata
irrespirabile. Ciascuno di loro si sentiva a disagio. La voce perlacea della
Steinheil si era affievolita. Si sentiva che c'era un mistero fra quello che
diceva e quello che pensava.
— Voi siete insistenti, signori.
Vi ho detto che io non conosco il signor Souloy. Chi gli ha portato il gioiello
per farne estrarre la pietra è Marietta...
Il nome di Marietta aveva fatto
trasalire i nervi degli interessati al colloquio, ma nessuno osò manifestare
con un pugno o con una parola violenta la propria indignazione. I due
giornalisti si contennero con la mano al petto la respirazione rumorosa e
madama Steinheil che doveva essersi accorta di avere aperto l'usciolo dei
segreti fu investita da un rapido rossore alle guance.
— Dunque, madama, la perla non
vi è stata rubata dai cambrioleurs nella notte del 31 maggio, come
avevate deposto al giudice Leydet.
Madama Steinheil assentì con un
leggero movimento di testa.
— E allora? Allora Courtois, il vostro domestico, non
poteva avervela rubata nella notte del doppio assassinio. Siate calma, signora,
si tratta della testa di un giovine. Come spiegate la vostra deposizione e
perchè lo avete fatto arrestare?
— Confusioni, paure! Sono
agitata. Tutti i giorni alle prese coi giudici si finisce per non sapere più
quello che si fa e si dice. La mia accusa deve essere stata una distrazione. Mi
è uscita così, senza saperlo. L'avrei ritirata se mi fossi trovata fra persone
comuni. Coi magistrati della sicurezza pubblica e dell'istruttoria un
cambiamento di deposizione diventa un delitto, vi fa diventare sospetti, qualche
volta vi può costare l'arresto.
— Noi siamo forse un po' troppo
esigenti, ma l'esattezza dei fatti è più forte di noi e così voi ci vorrete
perdonare la nostra insistenza e la nostra indiscrezione. Se siamo bene
informati, signora, l'accusa contro il vostro domestico non vi sarebbe sfuggita
durante l'interrogatorio...
— È vero, me ne scordavo. Ho
mandato a chiamare un commissario di polizia e ne ho avvertito il signor
Hamard.
— E il fatto che vi ha suggerita
la denuncia, supponiamo, signora, è stata la scoperta dei gioielli nel vestone
di Giorgio Courtois, il domestico che ha partecipato all'assassinio del signor
Remy, agente di cambio, non è vero?
— Può darsi. In questo momento
non saprei dire come sia avvenuto. I giornali mi hanno riempita la testa di
fole. Non so più a chi dare ascolto. Faccio bene, faccio male?
I due giornalisti impressionati
dalla rivelazione e dalla presenza di una donna capace di mandare alla
ghigliottina il proprio domestico per distrazione, l'hanno lasciata parlare
senza interromperla e senza fare osservazioni.
— Se i signori non hanno più
nulla da domandarmi... disse madama, facendo l'atto di alzarsi per
accomiatarli.
— Se ci permettete, signora,
vorremmo da voi una dichiarazione franca e leale. Remy Couillard, vostro
servitore, non è un ladro di perle, non è vero?
— Non ve l'ho detto? Non è! non
è! è stata una mia distrazione. Non avevo la testa a posto.
— Se Remy Couillard non ha
carpito la perla, nè prima nè dopo il delitto, possiamo dunque dire che egli è
innocente, non è vero?
— Ve lo ripeto: Remy Couillard è
innocente, è innocente!
Adolfo Bizet ebbe delle contorsioni che traducevano i
suoi spasimi. Mi prese la mano e con il pollice me ne premeva il palmo, quasi
avesse voluto farmi penetrare il suo disgusto.
— La Steinheil è più
svergognata di una prostituta di strada, mi sussurrò all'orecchio, mentre
durava la paura. Egli avrebbe voluto gridare, urlare, chiamar gente, per dirle
in faccia a tutti:
«Voi siete una mentitrice, sì,
una mentitrice e la più grande mentitrice del mondo!»
— Allora, signora, chi potrebbe
essere stato a mettere la perla che noi abbiamo veduta nel portafoglio di Remy
Couillard?
— Loro signori mi faranno
perdere la pazienza. Una volta che ho detto ch'egli è innocente chi deve
avervela messa? La padrona. Sono stata io, io! Oui, c'est moi qui ai mis la perle dans le
portefeuille de Remy Couillard.
Le ultime parole le ha pronunciate con una convulsione di
singhiozzi. La sua freddezza, la sua insensibilità, la sua anestesia morale
erano sopraffatti da un'ondata sentimentale. La commediante lasciava il posto
alla donna. Con il fazzolettuccio premuto agli occhi dalle sue dita continuava
a piangere con singulti che ci avrebbero rotto il cuore se la nostra emozione
non fosse stata impregnata di dubbi. In quel momento i nostri animi erano
preparati a perdonare i suoi errori, le sue sciocchezze, la sua crudeltà, i
suoi sentimenti.
— Non pianga, signora, disse uno
dei giornalisti.
— Pianga, invece, aggiunse il
secondo. Il pianto riabilita e consola e rifà l'anima buona.
— Diventerò scandalosa,
ridicola, disse la bella Meg con la voce piena di lacrime.
— Che importa! rispose il
secondo giornalista, se non si può andare alla verità che a questo prezzo!
Siate generosa e lasciate che il pubblico vada liberamente nei sotterranei
della vostra vita se esso deve imparare a conoscervi come siete e non come vi
hanno rappresentata.
Ricomposta dal turbamento ella
pareva più seducente, più in pace con la sua coscienza. In lei non c'era più
dispetto, più sdegno, più affezione per le virtù discusse, per le sue
affermazioni assolute in conflitto sovente con i fatti. Scaricatasi dalla
terribile menzogna che aveva inchiodato alla croce dei delinquenti un innocente
si sentiva più libera, più sollevata, più preparata ad andare in fondo al mistero.
— Dite, madama Steinheil, si può
sapere la ragione per cui voi avete accusato Couillard? Vi ha egli fatto del
male, covavate una vendetta o avevate interesse a denunciarlo?
Ella non rispose che con
un'alzata di spalle. Non lo sapeva. Ero stata un'insensata, influenzata dai
cattivi pensieri, che ne sapevo? C'era tuttavia una cosa che aveva bisogno di
essere spiegata. Come la perla rubata era mai ritornata nelle sue mani? Ecco
l'orrore, ecco l'inverosimiglianza, ecco il dramma nero. Via i veli, su il sipario,
signora, parlate!
— Se i bijoux sono stati
portati via dai ladri, potete dirci come la perla sia rimasta con voi?
Si ritornava al buio, alla donna
astuta, alla impudica, all'omicida, all'avara che coltivava la sensualità degli
amanti per tenerli soggiogati all'impoverimento. Per due minuti ha conservato
l'atteggiamento della sfinge. Ella era tutta un blocco di femminilità plastica
senza espressione, senza pensieri, senza vergogna. Per scuoterla, per
ritrascinarla nella zona del fattista, il primo interrogatore ha dovuto
riscuoterla fino alla smorfia del viso. La voce con cui si è confessata
bugiarda rimarrà nelle mie anfrattuosità uditive. C'era in essa il sentimento
della signora che voleva risalire dall'abbiezione in cui era caduta per
domandare perdono di avere offesa la Giustizia.
— Signori, avrebbero dovuto
capire e risparmiarmi questo momento avvelenato della mia esistenza. Parlando
delle mie gioie, non sono stata sincera. Non mi erano state involate. I cambrioleurs
non mi hanno derubata che del denaro.
— Allora dovevate averle nascoste, perchè il signor
Haimard non è stato capace di rinvenirle. Vi domando scusa se sono indiscreto:
avete forse un armadio nel muro?
Le è spuntato il sorriso che
spuntava alla scellerata Brinvilliers quando parlava cogli ammalati ch'essa
stava dosando per mandarli all'inferno col treno lampo. Era un sorriso in cui
era la premeditazione di sviare un'altra volta la traccia di coloro che si
erano dato il compito di eliminare la menzogna intorno al delitto dell'impasse
Ronsin.
— I miei gioielli, ripose la Steinheil, erano alla
mia villa di Bellevue. Il mio marito da un po' di tempo nuotava più nella
penuria che nell'agiatezza. Non arrossisco. I miei gioielli sono stati impegnati
al Monte di Pietà. Noi li avevamo spegnati da poco tempo. Per quel falso pudore
della vita convenzionale, ne ho fatti fare dei falsi che assomigliassero a
quelli che avevo al Monte. Mi rincresceva che si fosse saputo che mio marito si
trovasse in condizioni un po' difficili.
Continuando a occuparsi del suo
sacrificio compiuto sull'altare del convenzionalismo è andata innanzi
affastellando una storia coll'altra, evitando l'obbrobrio personale, mettendo
sè stessa nella luce languida della romantica, buttando addosso al marito tutta
la immondizia della famiglia che splendeva di un ricchezza fittizia. Strada
facendo faceva il processo al consorte, circondandolo d'ignominia, lasciandolo
supporre un omosessuale come il maggiordomo della casa Remy. mettendolo a
tavola come un mantenuto che finge di ignorare da che parte viene il denaro. I
suoi adulteri non figuravano nella narrazione neppure come pleonasmi. Ella era
una vittima dell'abbominazione dei tempi. Nessuna più di lei sentiva l'orgoglio
della padrona di casa che chiude l'uscio in faccia al disonore. Non era senza
debolezze, ma le sue debolezze erano quelle di tutte le donne della Francia: un
po' di civetteria, un po' di flirtage, un po' di infedeltà, perchè l'uomo che
le avevano dato come un sacco di scudi era un povero imbrattatele che aveva
vizii stomachevoli. Tutti tacevano. Noi tacemmo. C'era in lei il genio della
narratrice che sapeva colorire gli intrighi d'alcova, senza sdrucciolare nel
nudo, nel vecchio, nel mostruoso. Ma i due molossi del giornalismo, pur
ascoltando la mondana con qualche compiacenza, non erano preparati a
lasciarsela fuggire con il razzo finale della convertita.
— Tutto ciò che avete detto,
signora, sarà esatto, ma noi avremmo caro di udire le vostre spiegazioni
sull'arresto di Remy Couillard. Convenite con noi, madama, che è stato un atto
abbominevole. L'invenzione colla quale avete accompagnato il furto è odiosa,
nera, infame. Non c'è che il furore di perdere un innocente che potesse darvi
pensieri così abbominevoli.
C'era un po' di Fouché in madama
Steinheil. Anche quando parevano spontanee le sue risposte erano meditate. Il
tono un zinzino arrogante del giornalista invece di indebolirla le aveva rimescolato
il fondaccio dei suoi istinti di Medea. I suoi occhi parevano incendiati dai
barbagli dei suoi odii. Ma non fu che un attimo. Le sue violenze mentali furono
subito avvolte in un denso vapore nero e il suo volto riapparve nella luce,
tutto colorito dal rimorso.
— Si capisce il perchè ho
accusato Remy, rispondeva con la solita concitazione, Steinheil. Si capisce. Io
ero come sotto una valanga di sospetti. La valanga era fatta di commenti, di
insinuazioni, di materiale odioso e osceno, raccolto dai giornali. Remy mi
giovava con un po' della sua libertà. Sapevo bene che la sua innocenza sarebbe
stata riconosciuta e che la sua assoluzione sarebbe stata inevitabile per
mancanze di prove.
Fummo di nuovo davanti alla
copia fedele della celebrità giudiziaria di Maria Maddalena di Brinvilliers.
Lo stesso tipo che tradisce, che
sagrifica, che immola, che schiaccia, che annichilisce, che distrugge, che
passa col carro affollato delle sue ambizioni sul corpo di chi può giovare alla
sua salvezza e alla sua gioia. Remy Couillard? Ce ne sono tanti di servitori!
All'inferno! Se lo porti via il boia! Ecco il pensiero intimo della Steinheil
egoista, personalista, come un io che vuole torreggiare e trionfare sull'io
degli altri, con una propensione sentita per una vita lussuosa, costasse anche
un delitto.
— E allora, madama, se avete
sacrificato Couillard per sviare la Giustizia è segno che un altro doveva essere al
suo posto. Potreste dircene il nome!
Ella non ci aveva pensato.
L'interrogazione la fece allibire, la sconvolse, la lasciò intontita con gli
occhi che si velavano di un bianco che le dava una durezza al viso spaventosa.
Non fu che dopo una pausa lunga ch'essa si sovvenne che i giornalisti
aspettavano una risposta. Si tolse dall'immobilità con un brivido, mettendosi
le mani nei capelli dorati, come per dar loro aria e dicendo al tempo stesso:
— Ah! questo no, questo no! non
me lo domandate. Non posso dirvelo, no, no, non posso dirvelo! E la donna
ricadde nella crisi della desolazione, delle lagrime, dei singhiozzi, delle
smanie e dei rimpianti.
— Ah, questo no, questo no! Non
me lo domandate! Non posso dirvelo!
Era un segreto, e nel segreto
c'era l'uomo indispensabile allo scioglimento del dramma. Perchè lo tratteneva
nascosto fra le gonne, perchè non voleva lasciarlo andare sulla piattaforma,
perchè voleva prolungare le torture di un altro che aspettava dalla sua padrona
la parola che doveva salvarlo dalla ghigliottina, una volta che Deibler, il
tagliateste, fosse in funzione? La donna che come la Steinheil ha fatto del
lusso e del vulgivaghismo il pensiero centrale della propria esistenza non sa
liberarsi della maschera neanche nei momenti in cui la passione o il dolore è
esaltato. Gli psicologi delle femmine fanno ridere quando fingono di discendere
nei loro abissi a studiare il meccanismo dei loro odii, dei loro amori, delle
loro violenze, delle loro follie rosse o nere. Le loro supposizioni sono
accomodamenti mentali, sono la forza dei loro drammi. Perchè la Brinvilliers esecrava
il padre che le aveva dato tutto il superfluo dell'agiatezza e tutta la
suppellettile letteraria per scrivere lettere calde, appassionate, infocate,
piene del suo cuore, tutte rigurgitanti di tenerezza voluttuosa al suo
mantenuto?
E perchè poi nel disastro delle
avvelenatrici, l'amore per il suo mantenuto si è tramutato in una pioggia
torrenziale di sostantivi che sono scoppiati sulla sua testa come un uragano di
maledizioni? Rinunciamo alla risposta. Siamo sempre alla Feynerou. Perchè
accettava di trucidare il proprio amante col marito che prima esacrava, che
prima tradiva, che prima avrebbe consegnato al boia? Rinunciamo alla risposta e
contentiamoci di studiare la donna nei suoi ambienti — forse i più colpevoli,
forse i più grandi collaboratori dei delitti umani. Perchè, dite, la donna,
sovente, dà la preferenza al dissipatore, al giocatore di bisca, al
gozzovigliatore, a colui che vive dei contributi della femmina e paga il
proprio mantenuto con le sottrazioni che fa al marito che lavora dalla mattina
alla sera, che fa prosperare i proprii affari solo per dare il benessere alla
famiglia? Sono questi nonsensi che i psicologi non sanno spiegare e che ci
lasciano davanti alle Steinheil come tanti imbecilli.
Passata la crisi la vedova del
pittore era nella poltrona come disfatta, con gli occhi divenuti più
scintillanti dal pianto che era passato loro sopra, con le braccia affrante,
adagiate sul bracciuoli e la testa sul petto che pulsava dall'agitazione
passata.
— È crudele la nostra posizione,
signora, di dovere insistere proprio quando voi avete bisogno di riposo; ma il
mestiere è più forte di noi. Siate buona, via, non teneteci in pena. Il
pubblico è ansioso di uscire da questa perplessità angosciosa, parlate. Voi
siete già all'uscio. Spingetelo, madama, e voi non sarete più dominata da un
incubo che non vi deve lasciare tranquilla.
Madama Steinheil, visibilmente
turbata, visibilmente in lotta con sè stessa per decidersi se mantenere celato
il nome del favorito o abbandonarlo alla curiosità pubblica, dondolava leggermente
la testa la quale conservava il fascino anche nella scena tragica. Poi se la
tratteneva come in ascoltazione per sapere se le sue energie selvagge le
permettessero la confessione. Le sue labbra pronunciavano un nome e se lo
rimangiavano simultaneamente per lasciarlo sbucare di nuovo con gli schianti di
cuore.
— No, credete, non è lui. Ho
mentito, ho mentito un'altra volta. C'è dentro di me il demonio! diss’ella con
il braccio alzato che ricadde con uno scoppio di pianto. Dio mio, Dio mio, chi
mi aiuta! chi mi aiuta! ripeteva con la voce della donna che non sa più dove
dare della testa. Chi mi aiuta!
— Voi stessa dovete aiutarvi!
disse con qualche energia il giornalista che la teneva sempre alla sua corda
professionale.
Si alzò, si mise a passeggiare
concitata, palpandosi i capelli con le due mani, raccogliendosi la coda della
lunga veste nera e ricominciando la narrazione del delitto, con le varianti, con
minuzie più particolareggiate, sostituendo al nome di Remy Couillard un altro
nome, cancellandolo subito, dicendolo un'altra menzogna e curvandosi verso
loro, ombreggiandoli con le lunghe guarniture delle maniche di tulle nero
pieghettato. Pareva volesse sgravarsi del segreto comunicandolo alle loro orecchie,
ma poi si rialzò, con il dito al collo candido che rompeva il nero con una
illuminazione diafana. Andò agli usci, chiuse a chiave, si voltò indietro più
volte, girò gli occhi lucidi da una parte e dall'altra e poi, dopo avere
raccolta sul braccio la coda nera, si tirò con sè la poltrona fino a loro, sedendo
come dopo una corsa, ansante, respirando affannosamente, mettendosi il
moccichino alla bocca, non si sapeva bene se per impedirsi di parlare o per
trattenersene l'alito. Si sarebbe udito volare un moscerino.
I due giornalisti avevano capito
che la Steinheil
era matura, giunta al momento psicologico. Pendevano dalle di lei labbra.
— Ebbene, diss’ella, con una
sonorità cavernosa della voce. Volete proprio sapere chi è stato il complice o
l'assassino di mio marito e di mia madre? Io l'ho veduto fra i cambrioleurs
nella veste ebraica, riflesso nello specchio in fondo alla mia stanza, mentre
ero in letto terrorizzata. Volete sapere, signori chi era l'uomo che conoscevo,
che avevo veduto, che lasciavo ospitare alla tavola della mia servitù e che
trattavo famigliarmente come uno della casa? È una faccia che non dimenticherò
facilmente. Ecco, potrei, dipingervela, fotografarvela, farne un medaglione,
tanto m'è negli occhi con la sua faccia di scozzone, con la sua berretta
buttata spavaldamente indietro alla locca per lasciarne vedere il ciuffo nero,
con le sue orecchione appese come anse alle guance grasse, perdute nella
pappagorgia ridondante sotto il mento leggermente rialzato. Naso truculento, su
due baffoni neri come il carbone, con le punte grosse e arruffate in alto e
divisi da una mancanza di peli al centro del labbro superiore.
— Il nome, il nome, signora!
— Sia! Peggio per lui se va alla
ghigliottina! il suo nome è Alessandro Wolf.
— Alessandro Wolf, che cosa?
— L'assassino, colui che ha
ucciso.
— E perchè avrebbe ucciso?
— Per rubare! per rubare! o
signori.
Ci fu una sospensione lunga. I
due giornalisti si guardavano l'un l'altro esterrefatti e io non sapevo che
cosa dire della smorfia intraducibile di Bizet. Che cosa significava? Era la
smorfia della sua incredulità per coloro che hanno mentito una volta o la
smorfia dolorosa di sapere che la sua buona Marietta era colpita indirettamente
al cuore? La Steinheil
non ci diede tempo di scambiarci l'impressione.
— Per rubare! o signori, ripetè
per la terza volta, paurosa che gli intervistatori non avessero capito.
Alessandro Wolf, figlio della mia cuciniera, separato dalla moglie, ignorava
che noi fossimo in casa. Ci credeva a Bellevue. Egli è venuto da noi per
derubarci, sissignori! L'ho visto coi miei occhi. Egli è entrato nella mia
camera: io mi sono svegliata di soprassalto. Ho gridato. Ho chiamato: soccorso!
aiuto! È venuto mio marito. Alessandro Wolf gli fu sopra e l'ha ucciso.
Madama Steinheil era avviata e
continuava facendo entrare nel racconto tutta la sua nervosità di donna
isterica, tutto il suo spavento di narratrice asmatica, tutti i suoi gesti di
artista insuperabile che sa con la mano o le mani, con il braccio o le braccia
punteggiare, virgolare, sillabare, scandere le parole o precipitarle con una
corrente di piombo liquefatto.
— Gridavo, gridavo come una
disperata. Aiuto! soccorso! Accorrete. Tutto a un tratto intesi la voce di mia
madre che mi chiamava: Meg! Meg!... Che cosa c'è?
Io non ho potuto rispondere.
Alessandro Wolf è andato nella
di lei stanza e l'ha uccisa — et il a tué mama!
Tutti eravamo pieni di brividi.
Ci pareva di vederlo in azione, con le spallone di venditore di cavalli alle fiere,
con le sue dita che parevano tentacoli sulla vittima che si piegava come un
giunco, domandando misericordia, mentre lui le faceva il nodo per stringere il
cappio e farla morire con la lingua fuori come un'arrabbiata e con gli occhi
sbattuti violentemente alla superficie dai terribili strapponi che le dava.
L'assassino, Alessandro Wolf, è ritornato verso di me. Io
gridavo, urlavo, gestivo, chiamavo gente, supplicavo di accorrere, ma nessuno
mi udiva, nessuno veniva. Allora il bruto, oh il bruto! mi ha rovesciata
violentemente sul mio letto, mi ha imbavagliata, mi ha legata e mi ha detto:
— Se ti faccio grazia della vita
è per tua figlia; ma se tu parli, dirò che sei stata tu che mi hai detto di
uccidere tuo marito e tua madre e che sei tu che mi hai aiutato a compierne le
strangolazioni.
Dopo il terrore io sono svenuta
e non so più che cosa sia successa. Fu così che all'indomani io ho simulato un
furto di più, nascondendo le mie gioie. Alessandro Wolf non ha portato via che
il denaro.
La Steinheil era un artista
capace di impressionare Clitennestra e madama Brinvilliers. Ma non era
possibile ch'ella volesse mentire un'altra volta per trovarsi a tu per tu con
un uomo che poteva domani stritolarla. Mi pareva che l'attrice mancasse nelle
ultime dichiarazioni. Bizet dubitava ancora. Con la sua smorfia diabolica mi
guardava stupefatto della mia stupefazione.
— Ella è una commediante! mi
disse, curvato al mio orecchio, con la voce fra le palme alle estremità della
bocca.
— Ella è una commediante! È la Sarah Bernardt
della piattaforma delittuosa.
Intanto che durava la
stupefazione io giravo intorno alla Steinheil come il Terribile di Bizet,
fiutando, annusando, spalancando la bocca, cercando di aspirare di odorare e
distinguere se ero alla presenza di una commediante o di una delle più
inveterate ludre del delitto. Perchè un uomo, dicevo tra me e me, peggio!
perchè un assassino di bassa condizione potesse ingiungere a una donna della
aristocrazia mondana il silenzio, potesse imporre di tacere di una strage nella
quale erano vittime la di lei madre e il di lei marito, bisognava che la
intimità dell'una e dell'altro fosse colposa, fosse un amorazzo, fosse un
intrigo d'alcova. Bastava che all'indomani lo avesse denunciato perchè la sua
persona fosse come in una fortezza. Alessandro Wolf sarebbe stato arrestato,
ammanettato, processato e ghigliottinato dai signori in tuba del palcoscenico
dei capi lavori umani.
— E allora, caro Bizet,
sussurrai al suo orecchio, nelle strangolazioni sono i turbini passionali. C'è
la vendetta di un amante....
— Nego, non c'entra l'amore. Se
fosse come dice lei, la spinta sarebbe semplicemente sessuale. Ma come ho detto
io, non vedo che una commedia — la commedia di una donna antisociale.
I due colleghi si voltarono di
nuovo l'uno verso l'altro, come se una stessa interrogazione fosse nata nei
loro cervelli, e tutti e due, a loro insaputa, rivolsero la faccia verso la
mondana e con la mano tesa dissero
— Allora voi, madama, siete
l'amante di Alessandro Wolf.
— Ne, ve lo giuro!
Fu una risposta gagliarda,
spontanea, accompagnata anch'essa dalla mano tesa come suggello al giuramento.
— Il vostro giuramento è un
dilemma: o la persona non vi era indifferente o un'altra signora al vostro
posto avrebbe parlato.
— A tavolino, quando voi
scrivete, allora si parla, perchè non c'è di mezzo la vostra pelle. Sulla carta
sono tutti coraggiosi, tutti atleti, tutti eroi, tutti virtuosi. In pratica si
è un po' diversi, signori. Un'altra signora al mio posto sarebbe anche morta di
paura. Ma la morte sarebbe stata forse la migliore soluzione. Tutto sarebbe
finito. Nessuno avrebbe messo in dubbio le mie dichiarazioni, sindacate le mie
azioni, frugato nel mio passato, nessuno sarebbe entrato nei segreti di una
donna come in casa propria, da padrone, da giudice, da accusatore, diss'ella
alzandosi e raccogliendo con eleganza nella mano bianca e pozzettata la lunga
coda adagiata in giro alla poltrona come una coda di serpente nero. Vorrei
vedere le altre, aggiunse con un sospiro, che cosa avrebbero fatte le altre al mio
posto! Avrebbero parlato! Si fa presto a parlare. Ci sono momenti in noi che
non si possono spiegare. Si rimane paralizzate. Lo so io perchè ho parlato?
Tocca agli altri a sciogliere questi problemi. Io so che ho avuto paura, paura!
Egli è un omone che mi ha terrorizzata senza vederlo con le cavità delle guance
che gli prolungano il mento come quello di uno scimmione.
— Paura? domandò come a se
stesso uno dei giornalisti. Di che, madama, che vi uccidesse?
— No, che mi denunciasse come
sua complice. Siccome non c'era alcun testimonio tra me e lui, così io non
avrei avuto modo di difendermi.
Adolfo Bizet di solito
tranquillo, con le dita fra le dita, piegava le mani come per unirne i bicipiti
con lo sforzo di tutta la persona. Egli aveva bisogno di sottomettere se stesso
per non scattare.
— Marietta Wolf ha partecipato
anch'essa al delitto di suo figlio?
Stenheil ebbe un momento di
perdizione, con la mano che pareva in aria come una vendetta ed è andata col
fazzolettino a premersi le labbra.
— Ella, rispose con un filo di
voce, non ha saputo del delitto che dopo qualche giorno. Le ho raccontato tutto
io stessa, rispose pallida dell'incubo che in apparenza si era tolto dallo
stomaco.
L'orologio del salone segnava le
dodici e di fuori si udiva la pioggia che scrosciava sui vetri, con i lampi che
illuminavano di una luce fosca la
Steinheil in piedi, assorbita e trasecolata di quello che
aveva raccontato.
I giornalisti avevano raccolto
una confessione che all'indomani avrebbe indiavolata tutta la magistratura e
l'opinione pubblica. Anche se monca, anche senza altri particolari, la
rivelazione che la perla era stata messa nel portafoglio del domestico con le
sue mani e che l'assassino era Alessandro Wolf bastava a rendere orgogliosi due
giornalisti principi. Io stesso mi sentivo umiliato di non essere stato al loro
posto, o per lo meno con loro, tanto l'avvenimento professionale mi sembrava di
quelli che fanno storia. Come i tempi cambiano, mi diceva appunto Bizet,
intanto che il cielo prorompeva con fragori che si ripercuotevamo nel salone
con sprazzi rossi che investivano e incendiavano la signora e toglievano a
tutti la voglia di continuare il colloquio.
— Come sono cambiati i tempi?
C'è stato Rochefort, ancora vivo, che ha rifiutato con sdegno l’invito di
Pranzini di andare nella sua cella a udire la storia dei suoi crimini.
Allora i delinquenti non erano
ancora il materiale d'oro dei giornali.
— Rochefort diss'io, non è stato
che un frasaiuolo
— In quei tempi la sua frase
equivaleva alla folgore che udiamo adesso.
Ritornata la calma in cielo i
signori giornalisti si sono alzati con i guanti e le tube in mano, ringraziando
madama di avere loro accordato l'intervista.
— Siate solo esatti, signori,
ecco quello che non mi farà rimpiangere di avervi ricevuti.
— È tardi, ma s'ella desiderasse
la bozza de nostro colloquio non ha che da parlare.
— Grazia, diss’ella, sono
stanca, e quando loro staranno correggendo io sarò addormentata.
— C'è un punto, disse uno dei
due con l'indice alle labbra, che non mi so spiegare e che rimane il punto nero
della confessione.
— Per esempio?
— Dal momento che la paura vi ha
impedito di dire la verità perchè non avete taciuto quando l'assassino Remy era
il chiasso del giorno e nessuno pensava più al vostro affare, anzi quando era
già sepolto come un delitto di volgari malfattori che sarebbero capitati un
giorno o l'altro nelle mani della polizia?
— Perchè... perchè... rispondeva
cercando nel pensiero il consiglio se sì o no dovesse completare la narrazione.
Perchè io speravo di potermi giustificare agli occhi di una persona.
— Il nome? si affrettarono a
domandarle i giornalisti.
— È il nome di una persona che
non voglio nominare, rispose la
Steinheil con la lascivia negli occhi.
— È un segreto?
— È una persona che non voglio
nominare, aggiunse premendosi il fazzolettino agli occhi avviati al pianto.
Poi, tra i singhiozzi,
continuava a dire: No, no, non voglio nominarla! È una persona che non mi ama
più. Il suo amore è perduto... perduto... perduto!
Gli altri erano usciti in fretta
e se n'erano andati con le automobili che li avevano aspettati, avviandosi
l'uno all'Eco di Parigi, l'altro al Mattino, e madama
Steinheil che non aveva finito di ripetere a sè stessa che quello era il più
tragico momento della sua vita e che ormai non le rimaneva più che morire, in
piedi, come la donna più addolorata e più infelice di Francia, singhiozzava sempre,
cercando inutilmente di frenarsi con il fazzoletto ora agli occhi e ora alla
bocca, mettendosi sovente la mano alla fronte, agitando qualche volta la mani
nell'aria come per tradurre la sua disperazione. Poi lentamente,
automaticamente, sempre scossa dai singulti, si avviò verso l'uscio che metteva
nella galleria, sostando qua e là con sospiri angosciosi, rovesciando il viso
tutto bagnato di lagrime in alto, scoppiando prima di scomparire in un pianto
dirotto e dicendo con la voce fatta di singulti e di lagrime: Marietta! oh,
Marietta!
Udimmo i passi della cuciniera
che accorreva presso di lei, segno evidente che essa non aveva origliato alla
toppa e che non sapeva ancora ch'ella soccorreva l'accusatrice di suo figlio.
La pioggia era cessata e noi
prima di trovare un fiacchere abbiamo avuto tempo di sgranchirci le gambe.
Bizet, ragionatore, che cerca la ragione in ogni cosa, mi consolava dicendomi
che io e lui dovevamo scovare a qualunque costo la persona amata dalla donna
dai capelli color del vin bianco, come dice una canzone romanesca. E ci
riusciremo senza dubbio, diss'egli, prendendomi sottobraccio tutto contento
della sua persuasione. E sapete perchè?
— Perchè domani i giornali
incominceranno col sottovoce a fare allusioni a Tizio e a Caio.
— No. Baragiola, no. Un
detective come me non aspetta mai il soccorso dai giornali. Non sono un Leydet
del detectismo. A proposito, questa sera si è completata la sua disfatta.
Presto, Briand, il ministro di grazia e giustizia, lo manderà a quel paese. Non
vorrà più saperne di lui. È stato un giudice istruttore troppo compiacente.
Immaginatevi... Basta, ci pensi lui. Per mio conto è un uomo rovinato. È la
sorte comune. Chi va su e chi va giù. I delitti di commozione pubblica danno ad
alcuni la fama, ad altri il riposo. Leydet è probabilmente tra questi ultimi.
Stava dicendomi il perchè noi ci impadroniremo del Bel-Ami e del nome
dell'amico di madama Steinheil e di altre cose insperate quando siamo entrati
nella di lui casa.
— Partecipo delle vostre
speranze, ma confesso che non so dove vada il vostro pensiero.
— Non sarete mai un buon
detective se non fiutate la miniera durante il colloquio. In questo momento noi
siamo all'orlo di una miniera di informazioni.
— Marietta Wolf! sclamai rosso
di vergogna per non averci pensato prima.
— Marietta Wolf! La confessione
di Madama Steinheil ha scatenato la bufera. Tra lei e la cuciniera non ci può
più essere che odio inestinguibile. Domani mattina, alla lettura dei giornali,
le due donne saranno due fiere. L'una cercherà di distruggere l'altra. Marietta
non avrà più ritegno. I suoi anni di servizio saranno a nostra disposizione.
Ella ci racconterà tutto. Anche la
Steinheil ci può render grandi servigi. Voi vi sarete accorto
che la Steinheil,
parlando della persona che l'ha spinta a giustificarsi in pubblico, per
conservarne il suo amore, metteva nelle parole un rincrescimento sdegnoso e una
collera sorda. Collera di trovarsi oggi disillusa senza l'amante e nella condizione
direi quasi di accusata. Ha parlato troppo e ha variato troppo e quel che è
peggio è che sarà obbligata a parlare ancora e a variare un'altra volta, come
tutte le anomale di mente e di cuore.
— Anomala!
— Ella è tutta un'anomalia!
— Voi siete dunque lombrosiano.
— Al contrario: Io sono più
vicino al Tarde che al Lombroso.
Per lui la ditta del delinquente
è la faccia, sulla quale egli vede sempre un caleidoscopio di ripugnanti
espressioni e delle fattezze criminose. Quand'è che si diventa delinquente
nelle mani di Lombroso? Quando si è in prigione come assassino, come ladro,
come truffatore, come stupratore, come pederasta, come falsario, come lenone,
come perduta.
Quando la fisonomia si è
alterata nell'ambiente delle sofferenze umane, quando il rimorso o il dolore di
essere perduti per sempre ha minato l'organismo. E sapete quando mi sono
accorto che la teoria lombrosiana non può avere vita lunga, almeno riguardo
alla anatomia facciale? Quando sono andato in una casa di pena per ragioni
professionali. Lombroso mi pareva proprio il più grande scienziato del mondo.
Lo paragonavo a Darwin. Mi pareva l'iniziatore di una grande scuola. Non vedevo
che visi truci, che facce cosparse di tutti i segni degenerativi. Senza
pulizia, con alimenti che fanno schifo, con la vita claustrale dell'imbecille o
dell'analfabeta in pochi anni i padiglioni delle orecchie sembrano due volte
più grandi, il naso pare deviato, le arcate orbitali hanno l'aria di essere
ingrossate, i zigomi diventano sporgenti da far paura e la mandibola inferiore
si prolunga e pare tenda a voltarsi verso la bocca come quella,
dell'urangotano. È un uomo, quello dei penitenziarii, che io direi
disambientato. Quanti sono quelli che hanno l'insensibilità fisica e morale di
Poulet e di Renard e muoiono tranquilli nei loro letti senza che alcuno li
supponga criminali? Quanti sono quelli che hanno la mano lunga del ladro che
passano all'altra vita senza appropriarsi la roba degli altri? Dire che i
geniali hanno la faccia pallida, gli epilettici rossa, gli idioti giallastra e
i cretini rugosa e flaccida, non è difficile. Ma quanti hanno una fisonomia
identica senza essere nè cretini, nè idioti, nè geniali? La tavolozza
lombrosiana non ha che colori orridi. Senza di che perirebbe. Io e voi abbiamo
veduto Courtois e Renard poche ore dopo il loro arresto e qualche mese dopo, la
loro prigionia, non è vero? Che differenza! ditelo voi. Courtois era
fisicamente un bel ragazzo, un bel giovine. con della femminilità sul volto,
con della grazia nella persona. A nessuno sarebbe venuto in mente di
considerarlo un delinquente. Sano bastati tre o quattro mesi di carcere con le
torture dell'istruttoria penale per farne un delinquente classico. Egli ne ha
ora tutte le caratteristiche. Le orecchie ad ansa... con tutto il bagaglio
clinico del prof. Lombroso. Se non sarà ghigliottinato, perchè è minorenne, e
potremo rivederlo dopo qualche anno di galera, troveremo in lui tutta la
decadenza fisica e intellettuale del criminale e dei criminali.
La Steinheil, come avete
veduto, è il demonio della bellezza, senz'essere l'apoteosi della carne
modellata, come avete detto voi esagerando. Se dovesse andare in prigione e
rimanervi per un po' di tempo la vedremmo imbruttita, senza seduzioni, con
tante irregolarità fisionomiche da meravigliarci che ci siano stati uomini
capaci di baciarla, di amarla e di andarne pazzi come il defunto presidente
della Repubblica e l'esercito dei maschi di tutte le altre classi sociali.
Vestita poi dell'abito della reclusa penale, senza orecchini, senza anelli,
senza sfoggio di capelli, la vedremmo invecchiata, cadente, con gli occhi
spenti, magari sdentata, con le guance flosce, con le labbra assecchite, con la
persona piegata dal dolore atroce di un dramma che l'ha ridotta un numero di
reclusorio.
Marietta Wolf, che noi dobbiamo
fare di tutto per vedere domani, sarà già tutta alterata, tutta disfatta. Il
colpo terribile che le ha assestato al cuore la Steinheil col consegnare
la testa di suo figlio, Alessandro, al signor Deibler, le deve aver dato una
tale scossa elettrica ai nervi da decomporle le linee facciali. Studiata in
quel momento noi le vedremo gli occhi spiritati della folle a intermittenza, la
udremo forse parlare con la memoria sconquassata e non è dubbio che nella voce
e nei gesti sentiremo le sue rivolte. Insomma le espressioni lombrosiane a
furia di essere applicate a tutti i tipi della delinquenza, nel fatto sono
diventate clichés.
Nei giorni passati ho flanellato un po’ per le botteghe
di mode con la signora Tally, una mia conoscenza divenuta corrispondente di un
grande giornale londinese dopo la morte del marito, uno dei primi sarti di
donna che avrebbe raggiunta la celebrità del Wörth se un tifo crudele non lo
avesse soppresso a quarantanove anni. Non è più bella e non ha più i misoneismi
inglesi che la tenevano nella rete della morale filistea delle sue
connazionali, ma ha imparato a descrivere una toeletta o un cappello con la
penna che ricama, che illustra, che introduce le lettrici in tutti i labirinti
delle luci combinate dalle stoffe messe assieme dalle artiste delle sartorie e
delle modisterie. In verità io ero più interessato nei prezzi che nelle
descrizioni. Perchè la mia escursione, attraverso i magazzini che fanno felici
le signore, era di riuscire a farmi un'idea del costo di una donna parigina e
di sapere, alle somme finali, come i mariti possano salvare la morale
matrimoniale. Passavo dunque da un cabriolet direttorio, fatto con la stoffa
del tempo, di seta rossa, ricamato d'argento doppio, con merletti d'argento
vecchio che dava al copricapo femminile un gusto tutto francese, di una grande
ricchezza francese, e le domandavo:
Ella mi rispondeva alzando le
dita della sua manina inguantata e le dita rappresentavano le centinaia. Quando
c'erano i rotti parlava:
— Four hundreds and fifty
— 450!
Io non rabbrividivo, perchè non ero che uno spettatore.
Ma pensavo che se per un semplice cappello che non poteva durare che il tempo
di un capriccio, si doveva spendere tanto, il marito che non sapesse fabbricare
i biglietti da mille con l'abilità del Fraschini o che non fosse uno scroccone
come Lemoine, o non avesse la rendita dei Baring o dei Rothschild, doveva
necessariamente permettere che sua moglie non fosse tutta sua.
— Siete un ragazzo, mi diceva la signora Tally, meravigliata
che io fossi così piccino da mettere in discussione la miseria di 450 lire.
Guardate, vedete quelle capotine per teatro.
— Non sono proibiti i cappelli a
teatri?
— L'ingegno della modista
parigina che non si è rassegnata a perdere l'acconciatura serale della
clientela, ha immaginato quei cosini che vedete. È una cosuccia impero,
modernizzata dalle grosse perle graziosamente avvolte in una specie di rete che
incassetta il chignon, passando sul davanti della testa e posandosi sotto il
cammeo posto al disopra dell'orecchio destro. Che cosa credete che costi?
Domandiamolo alla signora Maria Crozet, proprietaria del superbo negozio di via
della Pace, 19.
— Le perle costano, ci rispose.
Rifiuterei 800 lire.
Senz'altro siamo usciti e con lo
stesso automobile che ci aspettava ci siamo fatti condurre chez Maubant
e Dugdale, al pianterreno della casa situata all'angolo tra la via Rivoli e la
via Cambon. È una ditta che data da anni e che serve le più eleganti signore di
Parigi. La sua specialità è il flou, un vocabolo che vuol dire che vende
tutto ciò che c'è di morbido, di leggero, di pastoso nelle vesti. Una tea-gown
(abito per il thè alle cinque del pomeriggio), la si poteva soffiar via senza
sforzi di gola. Ho veduto un deshabillé (abito di mattino) di seta rossa
orlato di pelliccia liberty dello stesso colore che non pesava più delle mie
calze scozzesi. Una casacca, una grande casacca di tulle bianco ricamato,
scollata davanti per l'ammirazione del seno, 1,200 lire.
— Non è cara, signore, mi disse
la venditrice, facendomi, notare che il davanti della casacca aveva nodi alla
Luigi XV, incrostati di rose leggiadre di mussolina. Andando avanti ho dovuto
fermarmi davanti a una altra tea-gown con ghiande d'argento vecchio
terminate a nodo, perchè mi pareva identica a quella che ho veduto appesa nella
stanza della signora Steinheil, la prima volta che mi trovai in casa sua con
Leydet, il giudice, che sta per perdere l'incarico di continuare la istruttoria
del delitto della via Vaugirard. Me ne sono andato con la signora Tally pieno
di cifre enormi.
— Quella signora che avete
veduto entrare, nella toilette per il déjuner al restaurant,
aveva indosso non meno di cinque o sei mila lire, senza le sottovesti, il busto
e le calze che noi non abbiamo veduti. Indossava un abito di rascia bianca di
grande valore, con una sciarpa di pizzo floscio e abbondante che le andava giù
fino all'alto volante ricamato al fondo della veste. Il bolero era un bijou
elegante, aderente ai fianchi, con ricami sulle eminenze del seno che si
prolungavano fino allo stringimento del vitino. E che cappello che aveva sul
mucchio dei capelli castani! Era un cappello della casa Renée Demilière, della
via Reale, con penne di struzzo che costano quello che costano.
— Allora devono essere tutti
ricchi i mariti a Parigi.
Prima di tutto le signore che
vediamo non sono tutte maritate e non tutte sono andate a marito senza dote. Ma
già una signora che voglia vivere in quello che si chiama il gran mondo, deve
spendere, deve avere molte toilettes, molte gioie, molti guanti, molti
stivalini. Colei che spende direi venti mila lire l'anno è una snob, una che
porta in giro il suo snobismo, sostantivo che nel linguaggio della moda vuol
dire malvestita, con il vestito dell'altra settimana o con il vestito che le altre
signore manderebbero alla guardaroba dei rifiuti. Per vestirsi a buon mercato
la donna deve andare al Louvre, dove può vestirsi a tutti i prezzi, o al Bon
Marché di Aristide Boucicant, dove tutto è a prezzo fisso, o alla Belle
Jardinière o al Printemps, dove il caro è sconosciuto.
Ma la donna che va al Louvre o
alla Samaritana o è una buona signora di famiglia con tanti. marmocchi o è una
donna che si può invitare a pranzo dal Duval, il macellaio che ha fondato i restaurants
per tutte le saccocce.
— Quello che per me è sempre
un'operazione algebrica è la moltitudine delle signore abbigliate con tanto
lusso. Pare che abbiano tutte delle cave d'oro. Ieri sera sono andato a vedere
Coquelin nel Cyrano, l'eroe che rappresenta la bontà e il coraggio, tra
le sue disgrazie fisiche e le sue nobiltà morali. Che cosa vi devo dire? Piena.
Pienona. Eleganza, sfarzo, bellezza. Spalle nude, rosate, seni che parevano
bacheche di voluttà in vendita, teste adorabili civettizzate da un nastro
perlaceo, da una corona di brillanti, da occhiolini nascosti nel mucchio dei
capelli che buttavano scintille dappertutto. Proprio, non ho mai veduto tanto
sfoggio, tanta ricchezza, tanto chic, neanche al Convent Garden, nelle
serate di gala, con le ladies dai tiri a due e dai tiri a quattro.
— Mi fate ridere, Baragiola. A
Parigi non siete in una provincia. Siete nel cervello del mondo. Qui anche i
poveri sulle braccia delle istituzioni benefiche sentono tre volte di più degli
altri poveri il peso della miseria. La miseria, la penuria, le privazioni, le
angustie, sono spasimi intollerabili per i parigini. Tutti vogliono vivere,
godere, partecipare alle ricchezze. Una volta il pensiero era di possedere
senza esistere; ora è il contrario: si vuole esistere anche se manca il
necessario, a costo di rubare, a costo di violentare qualche articolo del
codice, a costo di gridare che la proprietà è un furto. È l'individualismo che
sta perfezionandosi. Non ci sono più fisime, non c'è più pazienza. C'è invece
fretta in ciascuno di salire, di entrare nel benessere, di non avere più le
seccature del domani. Siete invecchiato, mio caro Baragiola. Vi occupate delle
virtù delle signore! Voi parlate una lingua sconosciuta a Parigi. Che cosa
diavolo avete fatto in tutto questo tempo? Se l'avessero, la venderebbero,
magari al mercato, al miglior offerente. La Steinheil non è peggiore
nè migliore delle altre. Non c'è signora perbene, con tanto di famiglia
riconosciuta dalla carta bollata, che non abbia il monsieur o i messieurs
che paghino i conti della casa. Un marito non basta più a supplire ai bisogni
del ménage. C'è troppa differenza fra l'antica e la nuova famiglia. La famiglia
di una volta viveva di modestia, di sagrifici, di affezioni, di intimità. Era
la famiglia del tutto per uno o dell'uno per tutti. La speranza di un avvenire
migliore li teneva tutti legati fino alla morte. Nella casa moderna l'affetto è
morto. Non c'è più lealtà fra marito e moglie. L'uno inganna l'altra o tutti e
due vanno d'accordo, come gli Steinheil, per spogliare gli adoratori, magari
disprezzandosi, magari svillaneggiandosi ogni giorno, magari buttandosi alla
testa le parole purulenti del loro cervello. Di chi la colpa? Di tutti e di
nessuno. È il nuovo la sociale che ha buttato in aria tutto senza dare
un assetto economico ad alcuna. Lo Steinheil, pittore, che sapeva e godeva
della prostituzione della moglie, può disgustare, può anche inorridire. Ma se
si sa che la condizione del povero strangolato è la condizione su per giù di
tutti i mariti del ménage senza rendita fissa, il disgusto, credetelo,
diminuisce. È il marito dell'ambiente del lusso eccessivo e del pauperismo
eccessivo. O si diventa idioti nell'isolamento come i pitocchi o si mettono
sotto i piedi tutte le convenienze della vecchia morale rimasta fra noi come
una vecchia grinzosa che agita le mani d'orrore, come una paralitica fra le
risate di coloro che preferiscono essere una individualità dell'alto o del
basso demi-monde che un numero fra le moraliste che fanno la fame.
Mi sono separato dalla
pessimista al Louvre, dove mi aspettava Bizet tutto affaccendato ad
attorcigliarsi i baffi più belli della Francia.
— Dieci minuti di ritardo, mi
disse tendendomi la mano. Offritemi una sigaretta. Ho dimenticato la boîte
a casa. Andammo nell'automobile.
— Via Giangiacomo Rousseau,
diss'egli al chaffeur.
Mi fermerò due minuti alla
porta, poi andremo sul boulevard des Italiens, dove vi offrirò un whisky con
soda per movimentarci il cervello e poi andremo diffilati da Marietta Wolf, già
scappata dalla via Vaugirard, dopo un terribile scroscio di villanie fra lei e
la sua padrona. Due minuti e sono di ritorno, mi disse Bizet. Intanto leggete
l'intervista dei due giornalisti di ieri sera e i commenti degli altri giornali
usciti dopo.
Per paragonare il baccano
sollevato dalla confessione di madama Steinheil a qualche altro baccano che gli
assomigli, bisogna passare la
Manica, anche se è tutta agitata dai cavalloni che muggiscono
disperatamente. Non c'è che l'Inghilterra che possa dare simili rigurgiti di
commozione o di convulsione o di irritazione nazionale. Crawford e mrs. O' Shea
sono state nella indignazione pubblica come è ora madama Steinheil.
Il motivo dei tre personaggi è
identico; pornografia volgare, pornografia comune, pornografia di tutti i
giorni, adulteri di tutte le ore. La differenza tra il loro fattaccio e il
fattaccio di tutte è che le tre adultere si sono avviticchiate agli uomini
rappresentativi, agli uomini portati sulle alture della vita sociale dal
suffragio degli elettori, ai deputati, ai senatori, ai sovrani della opinione
pubblica. La Steinheil
ha al dorso Felice Faure, la
Crawford uno degli statisti più eminenti del Regno Unito,
Carlo Dilke, e la signora O' Shea nientemeno che Parnell, allora un quintale di
influenza politica negli affari britannici, il leader del partito irlandese
alla Camera, l'agitatore per l'indipendenza del suo Paese. La confessione della
Crawford, documentata con la matita alla mano, disegnando la stanza dei bagordi
carnali col ministro che rappresentava la morale cromwelliana e passata agli occhi
di tutti per un puritano autentico, ha fatto saltare in aria la nazione con i
pugni tesi, con la bocca piena di vituperii. È stata una esecuzione capitale
compiuta a colpi di torsoli marci, di uova putride, di scaracchi fermentati.
Parnell ha tentato di passare attraverso il subisso della esecrazione universale
con la rivolta, ma ha dovuto anche lui piegare e morire soffocato dalle
maledizioni come un criminale che si butta furtivamente nei letti degli altri
per insudiciarli. Il turbine della collera francese è essenzialmente per la
morale offesa non mica dalla Steinheil, ma da Felix Faure, presidente della
Repubblica. La gente è intorno a lei, ma l'accusato è lui. Io non mi
meraviglierei di vederlo spanteonizzato prima della fine dell'affaire.
Chin-chin, mi disse Bizet
toccando il mio col suo bicchiere. Che cosa vi avevo detto? Domani l'opinione
pubblica sarà incendiata. Ecco, guardate, gli articoli di commento sono in
grassetto, sono in corpo nove, in corpo dieci e perfino in corpo dodici.
— Avete avuto ragione, ma io,
straniero che rimane spettatore dura fatica a capire tutto questo diavolerio
per una donna, sia pure bella...
— È bella!
— Non lo nego, è una bella
bestia fresca e bianca e piena di seduzioni, ma credo che senza i personaggi
che l'hanno sviluppata con la loro concupiscenza e con i loro biglietti da
mille non farebbe tanto scalpore.
— Voi non siete completamente
penetrato dell'avvenimento. Non lo avete ancora assorbito bene. Avete un
cervello, scusate se ve lo dico, poltrone.
La Steinheil, in questo
momento, non è più una persona, ma un tipo. E mi pare di avervelo già detto.
Ora il tipo di una specie è interessante. Intorno a lei si studia la società,
come se fosse essa la presidentessa della Repubblica.
— Se i nomi che corrono intorno
a lei non sono calunnie o invenzioni, la Steinheil dovrebbe essere miliardaria.
— Forse esagerate; ma sarebbe
più volte miliardaria se le donne come lei e come le Blanche d'Antigny non
avessero per finale la catastrofe, la miseria nera, la galera, il naufragio completo.
Su, in vettura, mi disse, dopo avere riaccesa la sigaretta.
— Dove andavano a finire tanti
denari?
— Le Steinheil grassano i
signori con i sorrisi, ma si lasciano grassare alla loro volta da chi sorride
loro...
— Ho capito. Intorno alla
Steinheil c'è l'uomo invisibile per tutti, il sogno della mente, l'amante del
cuore.
— Appunto l'amante del cuore è
stato ed è ancora la sanguisuga della bella Meg. In casa Steinheil si è dovuto,
per saziare la piovra alla tasca di madama, bere, come la Marietta e Couillard,
domestici, il vino da otto soldi la bottiglia, cosa che inaspriva il carattere
bilioso del pittore.
Era un bel soggetto, sapete,
quel caro sgorbiatore della pittura... barocca. Se non aveva il vino buono
andava in bestia, come quando si trovava senza napoleoni d'oro. Nel momenti di
bolletta verde perdeva la staffa. Avrebbe mangiato il naso agli uomini e
schiaffeggiato la moglie o data l'anima al diavolo. Vedeva fosco, si rintanava
nel suo atelier come un cane ringhioso e si sfogava a insudiciare le tele di
colori sporchi, di colori, fangosi, di colori di lisciva, di colori che
parevano messi assieme da un matto.
Era il Bel-Ami che costava, che
divorava, che pesava, che svaligiava, che grassava madama Steinheil coi
sorrisi, con le carezze, con gli abbracci... Per lui un giorno ella è stata
obbligata a impegnare il fermaglio prezioso, sormontato dal monogramma F. F.,
vale a dire di Felix Faure.
— L'unico gioiello rimasto nella
cassa forte nella notte del delitto.
— Appunto.
— E di Bel-Ami ne ha avuti parecchi,
sapete. Uno solo è stato piovra alla sua tasca per dieci anni! Lo manteneva
come un principe. Vita di lusso, bisca, cavalli, mare, montagna, regione calda
d'inverno e fresca d'estate. Il Bel-Ami era la bestia nera del povero
Steinheil. Diventare lo zimbello degli adoratori della moglie, assumere la
maschera del marito che ignora da che parte giunga in casa il benessere,
assistere alla propria decomposizione morale, subire gli oltraggi sanguinosi
della venditrice di baci del focolare domestico, rimanere nel truogolo del
mantenuto senza uno scatto e poi vedere lo sperpero, e poi vedere la donna che
fa uscire tutto ciò che è entrato con la stessa spensieratezza e poi trovarsi
di nuovo alle prese con la miseria, in lotta col luigi d'oro era per lui il massimo
dei dolori. Si disperava, brontolava, si lamentava, minacciava. Era allora che
la bega coniugale diventava una tempesta che finiva con la sua fuga.
L'imbrattatele si rifugiava nel suo atelier.
— Guadagnava...
Bizet rispose con una spallata.
— Come spiegate che il suo
pennello ha fatto il ritratto a tanti signori, da Faure a Borderel?
— È una spiegazione che vi può
dare anche un asino. Ci vuole un po' di vernice nelle cose. Per andare in casa
di una signora senza farle perdere il rispetto che le devono i servi bisogna
che gli amici siano presentati al marito. E lo Steinheil sapeva rappresentare
bene la sua parte. Diventava di gomma. Era tutto curve, pieno di piaggerie e
sapeva girare intorno agli amici della moglie come un cane che frema
d'impazienza di entrare nelle grazie del nuovo padrone. Il cliente della moglie
diventava sovente il cliente del marito. Entrava presentato, lo faceva sedere,
gli metteva davanti cinque o sei quadri, raccontandogli la storia di ciascuno,
gli parlava dei suoi successi, non dimenticava mai di additargli ch'egli era
seduto dove aveva posato quel grand'uomo che fu Felice Faure e poi tra una
pennellata e l'altra, gli raccontava del trionfo del suo genere all'esposizione
fatta in casa, proprio l'anno prima. L'aspirante all'amicizia della padrona di
casa fingeva di ammirare tutto ciò che gli sciorinava, dicendogli che gli
sarebbe piaciuto, se non fosse stato troppo caro, di avere questo o quel quadro
alla parete del suo salotto. Il salasso era di mille, di due, di tre e anche di
quattro mila lire, secondo la persona, se era facoltosa o meno. Mi ricordo di
un tale.... Aspettate: si chiamava...? Me ne sono scordato, ma devo averlo sul
diario di quel mese il nome. Del resto il nome importa poco. Era un gentiluomo
che la signora Steinheil aveva conosciuto aspettando alla stazione il treno per
Bellevue. Si erano dati appuntamento dopo e il pagamento è stato di ottocento
lire con dei grazie per il piacere di farsi mandare a casa un quadro che forse
avrà mandato al solaio o in cantina.
— Insomma, se non fosse per il
rispetto che voi avete per il matrimonio, lo mettereste fra i mantenuti
bollati.
— Non al condizionale però,
perchè io non ho dubbi ch'egli fosse un monsieur Alphonse della famiglia.
— Sapete come sono gli autori,
credono sempre che la loro merce sia smerciabile. È una semplice supposizione
la mia. Ma Steinheil non poteva ignorare quello che avveniva al suo dorso e
credere proprio alla sua genialità pittorica.
Egli ha sciorinato un sorriso
satanico. Capiva che io gli facevo ripetere l'accusa di mantenuto per mettere
in fuga anche l'ultimo pensiero che potesse essere diffamatorio. Dopo la pausa
rispose:
— Poteva, se avesse voluto. Ma
lui ha sempre preferito il comfort a quella finzione.
— Sarei giustificato se io lo
facessi entrare nel camerone degli uomini obbrobriosi?
— Che benedetto ragazzo! C'è
bisogno di domandarlo? Come uomo, a nominarlo come vivo, era un porco. Come
morto, e specialmente per la fine che ha fatto, merita la mia compassione.
Tolto il cappello per rispetto al defunto che passa, me lo rimetto in testa e
riprendo la mia funzione di detective. Allora voi lo sapete, non ho più
ritegni. Parlo delle cose come sono. E le cose come sono mi obbligano a mettere
sulla sua croce questo laconico epitaffio: «Qui giace un pederasta e un
mantenuto».
Bizet era troppo leale e troppo
scrupoloso per cadere nei tranelli delle esagerazioni. Mi diceva sempre: Se io
calunnio, fatemi strappare la lingua come l'hanno strappata al Pilone del «Quo
Vadis». Tuttavia mi sono arrischiato a domandargli se non gli pareva violento
l'epitaffio?
— Violento? La verità è già
troppa violenta, perchè io vi metta della energia mentale. Vi pare? Il signor
Steinheil era così conscio della sua funzione che lo si potrebbe chiamare il
collaboratore delle tresche amorose della moglie. Perchè era lui che in certi
brutti quarti d'ora dettava alla cara consorte le lettere per sollecitare i
signori a mandare somme di denaro. Oh, non faceva complimenti il pittore di
roba storica!
Quando la cassa di famiglia era
vuota, pregava madama di rifornirla e di s'arranger. Non è dunque una
calunnia dire che svaligiavano la clientela insieme. Dal documentista voi
esigete il documento. E io vi contenterò il primo giorno che verrete a pranzo a
casa mia. A proposito è mia moglie che vi invita per sabato.
— I miei ringraziamenti e i miei
ossequi alla signora Bizet.
— Sempre complimentoso!
Chauffeur, deve diavolo ci conducete? Prendete la sinistra. Vi ho detto alla
Gare de Sceaux, piace Denfert-Rochereau. Sceaux non è che a due chilometri. Vi
saremo fra pochi minuti. Ah, benedetto cab! È la mia vettura ideale, se è
guidata da un cocchiere inglese. Che bellezza! Non c'è mai bisogno di parlare
con lui. Si entra, si punta il bastone in direzione del posto che si vuol
andare, e la si fa andare a destra o a sinistra con lo stesso sistema fino al momento
di piantarlo nell'aria come un punto di ammirazione che per lui equivale
all'ordine di fermarsi.
Mi adagiai con la testa nel
soffice del dorsale della vettura cercando di indovinare in che cosa consiste
il documento della depravazione di Steinheil, consapevole del mercato della
moglie. Ma la mia testa non è fertile come quella di Sherlock Holmes. Perdetti
il tempo.
— Voi avete detto, mio caro
Bizet, che il documento delle turpitudini del pittore è già in casa vostra, non
è vero?
— L'ho detto e lo ripeto.
Capisco la vostra curiosità. Voi non potete aspettare fino a sabato e voglio
contentarvi in parte. Il consenso che la moglie si vendesse a chi volesse è in
una sua lettera, scritta un po' prima della sua fine tragica. È una lettera che
ha tutta l'apparenza di una rivolta contro la prostituzione della moglie. Ma
letta bene è la condanna dell'autore. Perchè? Perchè non è un'insurrezione
morale dell'uomo che ha scoperto la moglie in flagrante adulterio o di un
marito che non transige. È la lettera di un uomo che è stanco di un'altro. La
relazione della moglie con Borderel era diventata così notoria che gli seccava,
che gli pareva che la gente cominciasse a sparlare di lui. Non ricordo che il
contenuto della lettera. Ma è evidente che nella chiusa è la sua confessione.
Perchè occupandosi della sua pazienza esaurita, aggiungeva che era risoluto a
non sopportare quello che aveva tollerato fin allora. Un marito che si rispetti
non tollera mai. E perchè ha tollerato? Perchè Borderel era un riccone che
pagava profumatamente, pagava persino la villeggiatura di Bellevue a
condizione, s'intende, che il marito se ne andasse tutte le volte che era
importuno. Se voi interrogate la stessa Steinheil vi dirà senza esitazione che
suo marito era tale quale l'ho condensato nel mio epitaffio. Ci voleva un orbo
o un sordo per non vedere o sentire che in casa Steinheil si andava avanti col
carnimonio di madama. La stessa Marta, sua figlia, vittima del luogo, aveva
imparato a fare le riverenze ai signori che andavano e venivano a trovare la
mamma.
— In un tale ambiente
l'ambientista non dovrebbe essere inesorabile neanche col marito.
— Giustissimo. Io l'ho già
assolto. Non sono i suoi peccati che mi preoccupano. È il tipo che mi disgusta.
È il marito della borghesia impotente che mi nausea. Se la mia morale non
dovesse trovarsi a disagio dove il matrimonio è come una licenza per esercitare
impunemente il mercato della carne proibita o legalizzata a maggior prezzo non
ci sarebbe più ragione di avere la polizia dei costumi e di perseguitare le
mestieranti per lo scandalo che danno.
— Anche il mestiere della
Steinheil deve essere un cattivo affare se le donne giungono a trentanove anni
con le gioie impegnate.
— Perchè quelle donne là hanno
poco giudizio. Spendono come la Nanà. Non hanno discrezione. Non credono
d'invecchiare e non suppongono mai che anche il loro corpo è una merce deprezzabile.
Da un anno all'altro il valore
della bellezza discende. Quando c'era «monsieur», vale a dire il presidente
della Repubblica, le trattative della Steinheil costavano care. Monsieur pagava
tutti i grossi conti che gli facevano pervenire. E qualche volta erano conti
per far denari.
Gli anni passano e si
avvizzisce. Non c'è sapienza di toilette, caro mio, che possa ridare la
gioventù andata. Io e voi non potremo mai più riavere i nostri vent'anni, E poi
non è una vita comoda quella della Steinheil. È una vita di sotterfugi, di
ripieghi, di umiliazioni, di bugie, di menzogne. Si tappa un buco per farne un
altro. Si svaligia un individuo per soccorrerne un altro. L'amante del cuore
della Steinheil deve costare tanto oro quanto pesa. Sono otto anni, sapete, che
vive à ses crochets, come diciamo noi francesi, o alle sue spalle, come
dite voialtri. E otto anni di vita allegra passati alla bisca, alle corse dei
cavalli, alle soirées mondane, ai teatri, in villa, al mare, in
campagna, sono una bella somma. Oh, eccoci, disse al chauffeur. Non abbiamo più
che mezz'ora di ferrovia.
Sceaux è una sottoprefettura di
quattro o cinque mila anime, celebre per un castello che è stato demolito ai
tempi della grande Rivoluzione. Della sua struttura non c'è più che un angolo o
una cinta del parco, ma la gente va a vederlo come va a vedere i rottami di
Roma imperiale.
— E il Bel-Ami dello Steinheil
si chiama?
— Non posso dirvelo, perchè
anche lui è sospetto di avere partecipato alla strangolazione dello Steinheil e
della Japy. Quello che vi posso dire è come è nata la relazione tra lui e
Margherita. Otto anni fa era un giovanotto in fiore. Forme atletiche, mucchi di
capelli biondi, baffi del colore dell'ambra, occhioni di un azzurro di cielo. La Steinheil, in intimi
rapporti con la sua famiglia, è stata pregata dai suoi genitori di indurlo ad
abbandonare una biche del gran mondo in cui le donne sono quotate come i
cavalli del Turf. I genitori le dicevano che il loro ragazzo stava per perdersi
e rovinarsi la carriera. La buona Meg si intromise e a furia di intromettersi
ha preso lei il posto della biche. L'epoca? Tra il 1900 e il 1901.
Fu l'inizio di un grande amore,
di una grande passione. E come tutti i grandi amori e le grandi passioni tra
lei e lui ci sono state scenate di gelosie, abbandoni piangevoli, burrasche
durante le quali tutto andava sotto i piedi, riprese lunghe di abbracci più
intensi, di baci che suggellavano l'anima dell'uno nell'anima dell'altra. I
litigi erano come pretesti per ricercarsi e impromettersi una collaborazione
più gagliarda e più poderosa, più calda dei loro trasporti senza prudenza, ma
pieni di felicità segrete e di perdoni bagnati di lagrime. E via, sempre così.
Nuove ricadute con collere tempestose, nuovi sdegni per riunirsi coi pentimenti
reciproci e ricominciare la lotta dei sensi fino al rilassamento dei nervi e
alla stanchezza dell'uno e dell'altra. L'amore fatto di orgoglio e di
ritrattazioni, di genuflessioni e di bestemmie, di magnanimità e vigliaccherie
costa assai più dell'amore perfetto che per me è quello della famiglia
regolare. Che cosa volete, io non posso sedere a tavola con la donna reduce
dagli altri uomini, siano pure più belli e più premurosi di me. Se mi
permettete il paragone io ho un po' della Giorgio Sand. Lei non sapeva amare
due uomini alla volta e io non so amare due donne in uno stesso periodo. Mi
pare una profanazione, un amore senza stima reciproca, senza culto l'uno per
l'altra. Gambetta, il mio grande amico Gambetta, il superbo e glorioso oratore
del quadrivio, come veniva trivialmente chiamato dai nemici, pur non essendo
ammogliato, era della mia opinione. La sua donna era la donna che gli offriva
la chiave, perchè la chiudesse in casa a pensare di lui assente.
Eccoci giunti, diss'egli
scendendo. Mi aspetterete di fuori. Non so se la Marietta può ricevere in
casa d'altri. Lo suppongo.
Strada facendo continuò a parlarmi
dell'amante della Steinheil.
Se una donna si impadronisce di
un giovane che sia adorato dalle biches e più giovane di lei,
sacrificherà se stessa, compierà atti eroici o vili per non lasciarselo
sfuggire. Non sono psicologico come Bourget e non ve ne posso dire la ragione.
A me basta il fatto. E il fatto è che la Steinheil con le sue risorse gli dava modo di
fare la grande vita, di perdere sovente ingenti somme al giuoco e di uscire
dagli imbrogli dei debiti con aiuti pecuniari che le costavano un po' di
reputazione.
— È dunque una vera passione.
— Ditela il delirio della
passione. Lei che ha saputo presentare con tanta disinvoltura la nota dei conti
da pagarsi al magistrato amico di Félix Faure dopo la sua morte, e al
«monsieur» della campagna, che andremo a trovare uno di questi giorni,
riversava poi tutti i suoi guadagni nelle tasche del suo mantenuto con una
generosità ignorata da suo marito. Figuratevi che per tenerselo vicino, per
vederlo quando non era spiata dai suoi contribuenti, gli ha preso un
appartamento elegante in Parigi, con il telefono in casa per comunicare con lui
di giorno e di notte e con il cavallo da sella in stalla per le passeggiate al
Bosco di Bologna. Con lui e le sue orgie, il marito non poteva non passare
attraverso squallide ore, o le ore crudeli da bisogni urgenti per qualche
miserabile centinaio di napoleoni d'oro.
— E costui sarebbe quello che i
giornali chiamano Bel-Ami e sospettano complice o autore dei delitti della via
Vaugirard?
— E sapete perchè lo si
sospetta?
— Prima perchè il Bel'Ami è
sempre stato un amante invisibile per tutti, tranne che per la loro mezzana, e
poi perchè egli si sarebbe trovato in Parigi negli otto giorni che rinchiudono
la notte fatale della strangolazione. I giornali lo conoscono, ma per evitare
noie giudiziarie, preferiscono che sia il giudice istruttore che ne butti in
piazza il nome. S'egli diventasse nemico della Steinheil come Marietta Wolf e
si lasciasse sbottonare senza restrizioni mentali noi verremmo a sapere tutti i
suoi pensieri, tutti i suoi digusti, tutti i suoi rancori, tutti i suoi
bisogni, tutte le sue gioie. Con Marietta Wolf e Bel-Ami saremmo nel cervello e
nel cuore di Margherita Steinheil, la donna degli uomini che hanno avuto denari
per pagarla.
— E allora Borderel?
— Borderel era il «monsieur»
della campagna che pagava i conti come il «magistrato», amico di Felix Faure.
Borderel è ricco, è un uomo che vale, come direbbero gli inglesi, più di duecentomila
lire di rendita l'anno, senza pensare alle sue possessioni e ai suoi castelli.
Quando andremo da lui saremo trattati come principi. Eccoci al numero 24.
Guardate in aria, fra due minuti, disse guardando l'orologio. Se c'è e ne avrò
il permesso vi farò segno di salire.
— Maledizione! disse,
ricomparendo. L'ex eminenza grigia di madama Steinheil non ha fatto a tempo ad
arrivare che è giunto un ispettore della piazza degli Orfèvres a prenderla e a
condurla in una elegante vetturina Martini al Tribunale. Eh, dovevamo
immaginarcelo. La confessione di ieri sera non poteva lasciar tranquilli nè il
giudice nè la
Marietta. Senza aspettare prendiamo l'automobile che viene
verso di noi e andiamo difilati al Palais — al Palazzo di giustizia.
Cielo splendido, sole temperato
da un'ariettina fresca e una distesa verde ai lati che bastava per tenere
occupati i nostri occhi. Abbiamo fumato una sigaretta dopo l'altra senza
interrompere la contemplazione del magnifico spettacolo di essere per pochi
minuti fuori della Babilonia francese, dove si è sempre in pericolo di essere
inruotati o buttati a destra o a sinistra dalla gente che passa con un pardon.
— Se è al tribunale potremo bene
incontrarla.
— Eh, sì, ve la troveremo di sicuro, ma chi sa quanti
giornalisti sono alle sue calcagna! Da ieri sera ella è una donna preziosa. Non
capisco la sua chiamata se non è per qualche confronto con Remy Couillard, il
quale sarà a quest'ora alla Souricière. Seduta drammatica per la
liquidazione dell'affare della perla trovata nel taccuino del domestico, alla
quale mi piacerebbe assistere se la mia agenzia me la permettesse. Sapete che
da noi gli accusati sono assistiti durante l'istruttoria a porte aperte dai
loro avvocati. Vi presenterò al giudice e voi potrete ascoltare tutto al dorso
del paravento che protegge la schiena del magistrato.
— Addio, Baragiola.
— Addio, Bizet.
— Penserò io all'appuntamento
con la Marietta
e vi manderò il mio domestico all'albergo. A proposito, prendete il mio
biglietto di visita, mi diceva Bizet, intanto che scriveva la raccomandazione
per un cancelliere di sua conoscenza. Egli vi farà passare da Leydet.
— Tante grazie, Bizet.
Non era la prima volta che io
drizzavo gli occhi sulla facciata del palazzo di giustizia dalla piazza
dell'Orologio come un fannullone, tra gli abitudinarii che chiaccherano sul va
e vieni della popolazione che carica e scarica il panier à salade, la
vettura cellulare, che va nella Conciergerie come il prologo di un dramma del
detenuto e ne esce come l'epilogo del suo atto tragico. È una struttura
medioevale tutta ammantata di tetraggine. Ha delle torri con le punte sul
cielo, degli edifici che sembrano stati uniti dai bisogni crescenti di
allargare l'ambiente, e un'entrata storica che manda alle nari un profumo
d'arcaismo e dà l'idea di essere in un castello feudale che sente della
fortezza, della residenza ducale e della prigione coi sotterranei per far
morire la gente a oncia a oncia.
La Conciergerie d'oggi è
forse più carcere di una volta, ma ogni pietra è una pagina storica. Essa ha
veduto passare tutti i personaggi del Tribunale rivoluzionario dei grandi giorni
della grande Rivoluzione, coi loro ricchi mantelli neri e i loro cappelli
dall'ala alla nuca, sormontati dalle alte penne nere cadenti su se stesse.
Fourquier-Tinville, l'organizzatore della magistratura di quel tempo,
l'accusatore della vedova Capeto, è ancora un'immagine viva, il simbolo della
giustizia a vapore, che sedeva imperturbabile nella poltrona del pubblico
ministero con i suoi capelli neri, coi suoi occhi piccoli e rotondi, con la sua
fronte bassa, con la faccia terrea nel mezzo della quale era un naso tutto
butterato.
L'austero giudice non aveva
sensibilità per i nemici della Rivoluzione ch'egli faceva condannare a morte e
condurre al patibolo nella camicia rossa dei parricidi della patria. Quando
l'indignazione di Maria Antonietta, accusata d'incesto, scoppiava con la
celebre frase: me ne appello a tutte le madri che possono trovarsi in questo
luogo! o quando la Dubarry,
ancora bella a cinquanta anni, cercava la sua protezione per non andare sulla
carretta di Sanson, egli conservava il suo sangue freddo come quando i
girondini lo ingiuriavano con fiotti di parole criminose. Mentre egli era
tenerissimo con i personaggi della Convenzione, non ha permesso a Marat,
all'amico del popolo, accusato dai suoi colleghi, che venisse confuso nelle
celle coi traditori della patria. Egli ha voluto che dormisse in una sala del
Tribunale e all'indomani ha pronunciato il suo elogio con l'eloquenza che
incita il popolo a battere le mani e a coronare la vittima della cattiveria
umana con i fiori del trionfo pubblico.
Si passa una porticina, si entra
in un piccolo cortile, si legge sulla porta d'entrata alla Conciergerie: «Casa
di giustizia» e la Casa
di giustizia è il deposito del materiale vivo della Corte di Assise. Rinchiude
accusati che devono andare davanti ai giurati e condannati a morte che
aspettano di firmare il ricorso in cassazione, perchè venga loro risparmiato il
collo. I grandi criminali, come i Troppmann e gli Eyraud, vi sono trattenuti
per non dar loro modo di fuggire durante il trasporto dal palazzo di giustizia
in una delle carceri come quella di Mazas o della piccola e grande Roquette. Alla
casa di giustizia si permette pure di scontare la condanna ai favoriti della
delinquenza politica e degli avventurieri della finanza e dell'industria.
L'edificio mi interessa per i protagonisti del delitto di casa Steinheil. Voi
vedrete che si parla sempre della Souricière. È la topaia dei detenuti al deposito,
composta di settantasei celle, venti delle quali destinate alle donne. Non sono
identiche, ma sono tutte comprese nel rettangolo a due piani, con facciate a
corridoio, in mezzo alle quali è un cortile a cielo aperto per il passeggio. Il
soprannome che ha fatto storia è esatto. Il prigioniero è come in una tana di
due metri e 50 di altezza e di pochi passi di lunghezza. Non ne esce che per
andare dal giudice istruttore, al processo o all'aria. In cella egli non è che
un numero e non ridiventa uomo che in Corte d'Assise.
Giunto al piano del giudice
istruttore Leydet ho saputo che Remy Couillard era dabbasso, in una tana della
Souricière, venuto da una mezz'ora dalla prigione della Santè, dove è detenuto
dal giorno che gli si è trovato nel taccuino la perla della sua padrona. Sono
incominciati i dubbi sulla sua colpevolezza, anche perchè madama Steinheil è stata
accompagnata al palazzo di giustizia, per la prima volta, da due ispettori
dell'edificio di piazza degli Orefici. L'ho veduta sulla scranna, con la posa
della donna che non smette di farsi ammirare neanche in un luogo così triste e
così pericoloso come l'anticamera del giudice istruttore. È coperta di un velo
nero che le dà l'aria di un salice piangente. L'aria della dolente non la salva
dalla maldicenza. La gente che va in su e in giù parlando di lei rammenta i
suoi «lo giuro»! per non avere qualche sospetto intorno alla storia della
perla. Ma coloro che sono indulgenti o credono di essere più giusti degli altri
fiutano in Remy Couillard un tocco di gaglioffo che sa imitare egregiamente i
Courtois e i Renard. Ci sono al suo dorso tanti punti interrogativi da
spaventare. Non parliamo della chiave smarrita, diceva uno. È cosa che può
capitare a tutti i vivi.
— Ma è possibile, dite, che un
domestico affezionato ai proprii padroni non abbia udito, a pochi passi dalle
stanze dei signori, legare tre persone e strangolarne due?
— E se fosse stato narcotizzato
come le vittime dei cambrioleurs?, domandò uno degli orefici stati citati come
periti.
— Se ne sarebbe ricordato
svegliandosi.
— Supponete che siano andati
nella sua stanza, com'è probabile, e si siano precipitati su di lui con una
pezzuola inzuppata di cloroformio, avrebbe potuto vedete i suoi aggressori?
— No, ma avrebbe potuto
ricordarsi dall'aggressione. Il cloroformio addormenta, ma non distrugge la
memoria. Ora io non ammetto ch'egli sia stato cloroformizzato. Per me è
complice, e un complice che ha dormito per conto dei ladri e degli assassini.
Metterei la testa sotto la ghigliottina. Aggiungete che lui era armato di
revolver. Perchè non si è mosso? Servi vili come Couillard non ne vorrei in
casa mia.
— Forse il signore ha ragione,
aggiunse una tuba grigia, che i conoscenti chiamavano monsieur Boncefert. I cambrioleurs
non potevano che essere di casa o essere guidati da qualcuno della casa. Perchè
sono andati alla casa Steinheil senza gli strumenti per assassinarli? Perchè
erano stati avvertiti che i padroni erano a Bellevue. L'indisposizione della
Japy ha capovolto il piano. Ed ecco la ragione per cui prima del furto hanno
dovuto compiere la strangolazione. —
— Intanto che Couillard fingeva
di dormire della grossa!
Il signore scettico e incredulo
dondolava la testa.
— Io non ci vedo chiaro. Perchè
non ha parlato prima la signora Steinheil, non ha sospettato subito di delitto
Couillard?
— Per la stessa ragione che la
signora Remy, non ha mai supposto che in casa sua si potessero annidare gli
assassini di suo marito.
— E quando è che la Steinheil ha sospettato
di Couillard?
— Caro signore, se non sapete
niente è inutile che parliate. Quando si è riavuta dalle sorprese, quando ha
avuto tempo di domandarsi il perchè il servo invece di andare nella stanza da
letto del padrone, come faceva tutte le mattine, è andato in quella di Marta.
— Esaminate, ha detto alla
polizia, la sua condotta alla scoperta del delitto. Egli è disceso come ogni
mattina alle 6 e mezzo. È forse andato come al solito in camera di mio marito?
Egli è venuto invece in camera di mia figlia, dove io ero legata come un
salsicciotto. E quale è stato il suo primo pensiero?
— Di aiutarla, diavolo.
— Doveva chiamare il padrone.
Ecco il dovere di un domestico innocente. E non lo ha fatto neppur dopo. E
perchè? Perchè, signore, era un complice. Invece di chiamare monsieur!
monsieur! sapete che cosa ha fatto? È corso alla finestra e ha chiamato
gente a cavalcioni della balaustrata.
— Come avrei fatto io, signore!
— E avreste fatto male. Io non
vi vorrei per mio domestico, rispose con voce spregiativa il signor Boncefert.
— Io mi chiamo Luigi Carlevet,
cordaio, e non ho bisogno di rendervi servigi domestici.
— Voi vendete la corda agli
assassini che difendete!, rispose con il pugno in aria, come se fosse stato un
intimo di casa Steinheil.
— Rispetto i vostri capelli
bianchi! disse strisciando sulla voce per sottolineare le parole.
— Rispettate la vostra
vigliaccheria! proruppe Boncefert. Tutti e due alzarono la canna e si misero in
posizione di rompersi la testa a vicenda.
— Rispettate il luogo, disse il
portiere.
— Chiamatevi fortunato,
chiamatevi!
— Sempre ai vostri ordini!
rispose ingrossando la voce il vecchio.
Siccome il giudice non giungeva
mai, dopo un po' di su è giù il gruppo che era stato disfatto dalla violenza si
ricompose, e ricominciò a rimestare di nuovo il materiale stato raccolto
intorno al delitto dell'impasse Ronsin.
— Mi dispiace di essere stato un po' esagerato. Io sono
una furia quando mi si contraddice. So bene che per parlare di una cosa bisogna
saperla. E il signor cordaio, aggiungeva Boncefert, non sa forse tutte le
inezie del delitto. E le inezie, o signori, nei delitti sono quelle che
conducono nei misteri. Per esempio, sa il signor cordaio come sia stata trovata
la perla fra le pieghe della carta del taccuino del portafoglio di Remy
Couillard?
— Io non sono il signor Dubot,
il giornalista poliziotto, e non posso saperne il dietroscena.
— Io che non sono il signor
Dubot, investigatore della vita del domestico di casa Steinheil, vi dico che è
stata trovata nel modo più semplice del mondo.
— Aggiungete che lui grida che è
innocente e che la perla nel suo portafoglio ve l'ha messa una mano che non è
la sua.
— Grazie dell'informazione! E
voi vi aspettate che i delinquenti vi confessino i loro delitti? State fresco!
Courtois ha confessato di essere il ladro di casa Remy, per salvarsi la testa e
mandare quella di Renard alla ghigliottina.
— Adesso non si ghigliottina più
in Francia. Il signor Fallières fa dell'umanitarismo a spese dello Stato.
— Siamo un popolo civile!
aggiunse il vecchio con ironia.
Già, io non sono per i
presidenti. Che cosa ci stanno a fare all'Eliseo? A fare firme inutili. Se
fossero necessarie basterebbe un impiegato a 3200.
Il campanello elettrico ha
trillato, e io sono corso al dorso della poltrona del cancelliere, dove mi era
stato concesso di rimanere durante l'interrogatorio di Remy Couillard e il
confronto tra lui e Margherita Steinheil. Prima che comparisse l'accusato il
magistrato Leydet è stato in colloquio con alcune persane di toga,
convincendosi sempre più della colpevolezza del domestico. Non era possibile,
diceva lui ai suoi colleghi, che Couillard, a sessanta centimetri di distanza,
non sentisse tutto il trambusto dei ladri che staccavano gli arazzi per
portarli via. Non si può andare avanti e indietro, sia pure con le precauzioni
dei signori ladri, senza urtare e fare del baccano. E come hanno potuto
portarli via? Con il rumore dei fiaccherai non avrebbe dovuto svegliarsi?
— A me pare, disse uno dei
consultati.
— C'è di più, c'è di più,
aggiunse il giudice. Madama Steinheil che si è data la missione di non rimanere
quieta che quando avrà consegnato i colpevoli alla giustizia, è in questo
momento raggiante di aver messo la mano su Remy Couillard, ch'essa ha
sospettato fino dal primo momento. È una sua impressione, diceva il giudice
passando da un foglio all'altro dell'incartamento, ma un'impressione che dura
ancora in lei.
— Quale? domandarono ad una voce
i magistrati.
— Quella che Couillard,
slegandola, volesse strangolarla.
— E allora perchè lo ha
trattenuto al servizio per altri quattro mesi?
— Perchè è una donna
intelligente. Ella è nata detective. Tenendolo con lei la fiducia della padrona
lo avrebbe indotto un giorno o l'altro a tradirsi...
— Ah!
— L'affare della perla è ancora
più grave. La perla non è di grande valore. Costerà novanta o cento lire a dir
molto. Eccola nella sua forma bizzarra. È ovale, piatta di sopra e gobba di
sotto.
I magistrati se la passarono da
una mano all'altra. guardandola con attenzione e comunicandosi le impressioni
personali.
— L'importanza non è sul prezzo,
ma nell'averla trovata in un portafoglio che apparteneva a lui. La perla e le
informazioni che mi sono giunte dal giorno della sua nascita ad oggi mi convincono
sempre più che è un poco di buono,
— Come è venuta l'idea a madama
Steinheil di guardare nel portafoglio del servitore di casa?
— Madama si era intestardita e
voleva riuscire a ogni costo a mettere le mani sugli assassini di sua madre e
di suo marito. E per riuscirvi aveva anche lei i suoi agenti privati, fra i
quali uno che avea investigata la vita del domestico a fondo. Come aveva
vissuto, dove era stato, quali donne frequentava, come spendeva il denaro? Fu
durante questa inchiesta che l'incaricato di madama Steinheil ha potuto sapere
che la famosa «Rauquine», cioè la rossa, la complice dei cambrioleurs,
quella che ha puntato il revolver alla tempia della Steinheil, è viva, sana e
arnica di Remy Couillard.
— Allora non c'è più dubbio; è
lui il complice dei ladri e degli assassini.
— Questa è l'opinione del
giudice istruttore e di Hamard, capo della pubblica sicurezza.
— Continuate, vi prego, gli ha
detto uno dei signori che prendeva delle note.
— L'incaricato a frugare
nell'esistenza del valletto si è persuaso che il protagonista della sua
inchiesta era una persona losca. Non gli occorrevano più che alcuni
particolari, perchè madama Steinheil si decidesse a consegnarlo alla giustizia.
— Vi è un mezzo facile, rispose
la signora. Remy che ha ottenuto la licenza di fare il chauffeur in Parigi ha
probabilmente sul libretto municipale il nome del paese dove è nato.
— Dove è il permesso? domandò
l'incaricato.
— Probabilmente nel portafoglio
ch'egli tiene sempre nella tasca del soprabito, rispose madama.
È comparsa la Marietta col suo grande
acume a rammentare alla signora che il soprabito era sul letto della sua stanza
e che mandando Remy a fare qualche commissione si sarebbe potuto guardare nel
suo portafoglio.
— Purchè non lo si mandi molto
lontano, aggiunse la padrona di casa, per impedirgli di indossare il paltò.
E la signorina Marta, con l'aria
della buona ragazza, lo ha fatto discendere e gli ha detto di andare a prendere
un litro di essenza di minerale. Che cosa è avvenuto durante la sua corsa? Cose
inaspettate. Una volta chiusa la porta del giardino, dalla quale era uscito, la Marietta, dal pianterreno
dove si trovavano, è andata nella sua stanza passando per la cucina ed è
ritornata allo stesso posto con il pardessus. Le donne febbrilmente si
sono messe a frugare e non appena hanno aperto il portafoglio che cosa hanno
veduto? Il galantuomo aveva trattenuto una letterina che la figlia di madama
Steinheil gli aveva dato da imbucare. Altra scorrettezza grave per un domestico.
Remy che non doveva avere la coscienza tranquilla è ritornato in pochi minuti.
L'operazione non era finita e la
Marta ordinò al Couillard di andare al terzo piano a smontar
un letto che doveva essere portato via. Cari signori, io, giudice istruttore,
non ho più niente da imparare dai criminali. Pure Remy Couillard mi ha
insegnato cha la simulazione è svariata e infinita. Dopo avergli fatto
confessare ch'egli si era trattenuto non una, ma due lettere, ventiquattro ore
dopo si riguarda nel suo portafoglio e si trova il suo capolavoro; la perla
accusatrice — la perla che apparteneva all'anello stato rubato dai cambrioleurs
nella notte fatale!
— Era sola la signora Steinheil
quando si trovò la perla? domandò un signore con la gran barba d'apostolo della
giustizia.
— Allora la giustizia si
troverebbe male. I maligni sarebbero capaci di fare brutte supposizioni su
madama Steinheil. C'è stata la santa provvidenza. Due giornalisti erano
presenti alla scoperta. Anzi a essere giusti si può dire che chi l'ha estratta
è stata proprio la mano di uno dei più intraprendenti giornalisti di Parigi.
— Il suo nome?
— Il signor Dubot.
— Oh! dissero tutti con una
lunga aspirazione in segno di rispetto.
— Cercando aveva trovato in una
taschetta del portafoglio una marchetta d'uscita del music-hall — altro segno
della sua depravazione. Le persone per bene non vanno in luoghi frequentati da
quelle signore che Lombroso chiama giustamente semi-criminali. Il celebre
giornalista, tirando fuori la contromarca dell'Etoille-Palace si è veduto venir
su un involto di carta velina gualcita. È in quella carta, o signori, che si è
trovato il corpo del delitto. La scoperta è così importante che mi sono deciso
a mettere il servitore a faccia a faccia con la padrona.
È stato come se avesse detto ai
signori di passare dietro la fiomba che nascondeva l'entrata per giungere alle
sedie tra il magistrato e il cancelliere.
— Fate entrare Remy Couillard,
disse il giudice dopo avere suonato per l'usciere.
L'accusato è comparso
accompagnato dai suoi guardiani, negli abiti del signore a spasso, con il
cappello in mano. Ha una faccia un po' assimetrica con qualche cosa di truce
intorno agli occhi — trucidità che scompare non appena gli torna il sorriso.
Molti capelli neri, naso lungo con tendenza leggerissima alla deviazione,
baffetti biondi arcuati sulla bocca larga. Fronte alta, meno forte e pozzettata
al centro. È tutto assieme un giovanotto robusto che ha toccato i vent'anni.
— Voi sapete, gli disse il
giudice Leydet, che venerdì scorso è stata trovata nel vostro portafoglio,
avvolta in una carta di seta, una perluccia.... che voi avete trovata in uno
degli anelli di madama Steinheil, stati rubati nella tragica notte in cui avete
dato prova di essere sordo.
— Signor magistrato, rispose
Remy, arruffandosi i capelli con le dita convulse come per ridursi alla calma,
chi dorme è sordo.
— Non fate osservazione e
rispondete piuttosto alle mie interrogazioni. Come spiegate la presenza
della... perluccia... nel vostro portafoglio? gli ridomandò con voce vibrata
l'integerrimo magistrato.
Couillard, coi suoi grandi occhi
letificati di placidezza e con il sorriso sulle labbra di uomo che non capiva
la gravità della domanda, rispose allargando le braccia e dicendo ch'egli ne
sapeva meno di lui.
— Accusato, vi proibisco di
confondermi nella vostra deposizione. Rispondete alla mia interrogazione.
— Che dosa volete che io ne
sappia? Se la perla è stata trovata nel mio portafoglio vorrà dire che qualcuno
ve l'avrà messa.
— E quel qualcuno potrebbe
essere Remy Couillard, non è vero? Pensate che il vostro caso è gravissimo. Voi
parlate da ragazzo strafottente, e io, magistrato, sono obbligato a ricordarvi
che le conseguenze di una perla nel vostro portafoglio possono essere fatali.
Siate serio e dite tutto quello che sapete.
— Quello che so, di sicuro, è
che io non ve l'ho messa.
— E allora chi supponete possa
avervi giuocato un tiro così assassino? Avete dei nemici?
— Che io sappia..., rispose Remy
cercando nella memoria. Io non saprei proprio chi accusare.
— Chi dunque ha messa la perla
nel vostro portafoglio? Voi! È la vostra padrona che vi accusa.
Remy Couillard intrecciò le dita
di una mano con le dita dell'altra, aspettando indifferentemente nuove
interrogazioni.
— È l'ultima volta che ve lo
domando: Chi pensate abbia potuto mettere la... perluccia... nel vostro
portafoglio?
Couillard, senza uscire dalla
sua calma, rispose con una spallata:
— Che volete che ne sappia? Io
non faccio il giudice istruttore. Cercate. Tocca voi a sciogliere l'imbroglio.
— Invece di essere petulante
vorreste compiacervi di dirmi come e perchè voi avete trattenuto, sempre nel
vostro portafoglio, due... letterucce... della signorina Marta Steinheil?
— Me ne sarò scordato, forse lo
avrò fatto a posta... Non si ha sempre voglia di fare il ruffiano, aggiunse
egli lentamente, toccandosi la guancia.
— Vedo, negare per voi è un
sistema. Che cosa avete fatto nelle due ore tra la scoperta nel portafoglio e
il vostro arresto?
— Sono andato a mangiare un
boccone e a bere un bock di birra per farmi passare la rabbia.
— Ah, voi vi arrabbiate!
Usciere, disse imperiosamente il giudice istruttore, fate entrare madama
Steinheil. Vedremo se il vostro sistema vi servirà anche davanti la vostra
accusatrice.
La pausa di silenzio mi ha dato
tempo di paragonare la nostra istruttoria a porte chiuse con quella francese a
porte aperte.
In Repubblica l'accusato non è
abbandonato nè alla sua paura nè ai suoi terrori nè alle insidie dei giudici
che vedono sempre in lui un colpevole. Egli è nel gabinetto col suo avvocato o
con i suoi avvocati che lo proteggono dai tranelli o dalle violenze verbali e
può rispondere al giudice che si permetta licenze o spinga l'ironia al di là
delle convenienze con altrettanta ironia o altrettante parole sentite. Con la
istruzione a porte aperte il giudice è sotto il controllo del giornalismo che
raccoglie anche l'alito e non può a capriccio trattenere gli accusati tre,
quattro, dieci mesi in gattabuia per poi pronunciare un non luogo per
inesistenza di reato, senza essere preso a pedate dalla opinione pubblica e
sostituito o destituito dal ministro di grazia e giustizia.
Tutte le volte che vedo madama
Steinheil sono obbligato a ritoccare il ritratto o il profilo che l'ultima
volta supponevo perfetto.
In questo pomeriggio mi pare più
viva, più sensuale, più in carne.
Forse è la pettinatura diversa.
I capelli senza cocuzzolo alla sommità del cranio sono più abbondanti, più
soffici e danno alla faccia piena un'ampiezza maggiore. È una testa
apparecchiata con meno arte ed è più artistica. Così, come è davanti al giudice
istruttore mi pare manifesti un carattere, un temperamento. Non ci sono più gli
abbellimenti fatti con la mano della ritoccatrice che le prepara un viso
ideale. L'arbitrio che altera e deforma mi indispone. Io vedo oggi Madama
Steinheil nella pienezza gloriosa della sua carne giovine, tinta di un bruno
che riproduce la solidità del suo corpo plastico. Con il velo rialzato io
contemplo la bianchezza satineggiata del collo nel pizzo nero a trafori, come
contemplo il piedino aristocratico che sbuca dalle vesti floscie, ricche di
pieghe, giù a fianco della scranna come un attorcigliamento voluttuoso.
Ella è entrata con i suoi
avvocati consulenti, i quali, anche loro, hanno assunto l'aria della
mortificazione di vedere la loro clamorosa cliente disturbata dalla
cocciutaggine d'un domestica che si ostina come tutti i signori dei bassifondi
a negare l'esistenza del sole. Couillard, all'entrata della sua padrona, è
diventato pallido come il Cristo dei religiosi che risorge con l'aria fredda
del sepolcro sulla faccia. È stato un minuto di titubanza che gli ha illividita
la fronte. Non appena il giudice ha fatto sentire la sua voce l'ex servitore di
casa Steinheil è rientrato nella sua noncuranza di prima.
Madama Steinheil, dopo aver
giurato di dire tutta la verità, con la voce fioca delle agonizzanti, riprese
il suo posto sguantando la mano elegantizzata dal candore, senza anelli, come
gliel'hanno lasciata i cambrioleurs.
— Signora, disse Leydet, quasi pauroso di rattristarla
con la miseria delle interogazioni giudiziarie, riconoscete in Remy Couillard
il vostro ex valletto di casa?
— Sissignore, diss'ella con la
voce tremula.
— Stia pure seduta, signora,
aggiunse il giudice non appena s'accorse che la sua amica stava per scomodarsi.
— E voi, Remy Couillard, conoscete
questa... perluccia....
— Nossignore.
— Guardatela.
— È la prima volta che la vedo.
— È strano! Voi volete dire che
non avete mai veduto questa... perluccia... al dito della vostra signora?
— Vi ho risposto di no, rispose
seccato Couillard.
— Madama, vi sembra che
l'affermazione del vostro domestico...
— Ex, prego.
— Pardon... Che l'affermazione del vostro ex domestico possa essere
ammissibile?
— Remy...
Ella aveva tutta la bocca piena
di sarcasmo e la polpa del braccio alzandosi divenne rossa rossa come se fosse
stata attraversata da un fiotto di sangue.
— Remy non ha potuto non vedere
il mio anello d'arte moderna e la perla che vi si trovava incassata. Se dice il
contrario, mente. Egli è un mentitore.
— Io non mento, rispose
risentito, e non permetto ad alcuno di darmi del mentitore. Io non ho mai
veduta la perla. Coloro che dicono il contrario sono impostori.
— A me dell'impostora! diss’ella
alzandosi come se fosse scattata una molla sotto di lei e lasciando che il suo
velo le andasse giù sulle spalle e la sua testa diventasse un capolavoro di
collera sul corpo di un'eleganza sovrana. A me dell'impostora!
— Madama Steinheil, si
tranquillizzi. Io glielo già detto. Malgrado tutte le sue negazioni nessuno può
credere ch'egli non sappia come la... perluccia... sia andata nella carta di
seta, tra le paginette del taccuino del suo portafoglio. Se non si ammettesse
che siete voi che ve l'ha messa, chi si potrebbe sospettare? Io? no di certo.
— Io? no di certo! rispose
Couillard imitando il tono della voce di Leydet.
— Remy Couillard, voi giocate
con la vostra testa.
— Che m'importa! Se è la mia
testa che desidera, te, eccovela, non ve la contendo. Ma se desiderate una
dichiarazione che mi accusi rimarrete disilluso. Io combatto non per la mia
vita, ma per il mio onore, diss'egli con lo sguardo fisso e le sopracciglia
aggrottate.
Madama Steinheil, in piedi con
le sue linee serpentine, con il viso in alto sparso del turbamento della sua
anima, illuminata da un riflesso di luce soave e le braccia giù lungo i fianchi
come una prostrazione di chi è in lotta con la menzogna, disse tutta bionda di
bellezza, con la voce della adolescente:
— Signore, voi che mi leggete
nel cuore, aiutatemi in quest'ora suprema a far trionfare la verità! concluse la Steinheil con una cadenza
di voce nella quale era la sua conferma possente e profonda che Remy mentisse.
— Insomma, Remy Couillard,
confessate, aggiunse il giudice con voce più intensa e più alterata. Non vedete
come la vostra padrona soffre? Rinsavite e pensate che c'è un giudice in questa
e in quell'altra vita che punisce i misfatti di sviare la giustizia per
nascondere un reato. Parlate, Remy Couillard, e troverete quel perdono che non
troverete persistendo nella menzogna.
Remy Couillard invece di
impietosirsi e di lasciarsi commuover dalla scena rimase al suo posto come un
pezzo di granito. Alla superficie della sua faccia se c'era qualche cosa, c'era
un idea di scherno. Più gli altri cercavano di essere passionali, tragici,
fatali e più lui si ammucchiava di indifferenza e rimaneva tra le voci
enfatiche come una voce sincera spruzzata di ironia.
— Se volete che dica veramente
quello che penso, signor giudice....
— Se lo voglio!..... Parlate una
buona volta..... parlate!...
— Quello che penso è che chi ha
messo la perla nel mio taccuino è madama Steinheil, rispose freddamente, senza
guardare intorno, lasciando che tutti impallidissero nel fracasso della loro indignazione
cerebrale.
— Oh, infamia! abbominevole
infamia! disse a se stessa la
Steinheil, con le mani che andavano agli occhi a impedir loro
di vedere la menzogna svergognata fatta uomo. Tu menti! tu menti! bugiardo e
ladro!
E con un'insurrezione di
singhiozzi, col fazzolettino agli occhi, diceva con voce rotta: Insolente!
ipocrita! mentitore!... Bugiardo e ladro!
La stoffa della sua veste si era
come allungata in un'asta nera di desolazione e il suo viso infuriato pareva
congestionato da un'ondata di sangue.
— Usciere, gridò alzandosi il
giudice, fate entrare i guardiani per ricondurre il detenuto alla sua prigione,
Così avrete tempo, aggiunse rivolto a lui di pensare sulla sorte che vi è
serbata e di vedere se non vi convenga discendere sul terreno dei pentiti che
implorano misericordia per i loro misfatti.
— Mi aspetterete un pezzo! disse
Remy Couillard, andandosene fra le due guardie municipali, dopo essersi messo
il cappello in testa, calcandoselo con una battuta di mano, come se fosse stato
la interiezione dell'ultima sua parola.
Remy Couillard è passato fra il
pubblico che fa ressa in tutti i corridoi dei tribunali di tutto il mordo,
composto di vagabondi, di fannulloni, di pensionati, di testimoni, di accusati
a piede libero, di avvocati, di donne impigliate in qualche causa, sotto la
tenda grigia e fumosa dei fumatori, in mezzo al frastuono della conversazione a
gruppi che dà l'idea di essere in un'atmosfera affollata di vespe che inseguano
i pecchioni.
E così, Couillard, come va? gli
domandavano alcuni, tra mezzo la folla.
— Bene! Bene!
— Quando si esce?
— Presto! Presto!
Uscita la vedova in gramaglia,
col braccio appoggiato al braccio di uno dei suoi avvocati, a passi lenti, con
la faccia nascosta nel velo fitto, seguita dai due ispettori di polizia, e
inseguita dalle mormorazioni che nascevano alle sue calcagne. Il pubblico
incominciava a perdere un po' di rispetto.
Non capiva le sue variazioni.
C'era in piazza Alessandro Wolf, come assassino di Japy e di Steinheil, e la
vedova riaffermava l'accusa di ladro contro Remy Couillard. Erano d'accordo o
erano falsamente denunciati da madama Steinheil?
Di fuori gli strilloni gridavano
a perdita di fiato la nuova confessione di madama Steinheil e la sostituzione
del giudice istruttore Andrè al giudice Leydet, il quale aveva finito per
disgustare l'opinione con le sue compiacenze e le sue riverenze a beneficio
dell'accusatrice e a danno degli accusati.
Mi sono trovato all'agenzia del
detective, mentre Adolfo Bizet usciva dagli abiti del personaggio che
rappresentava la ricchezza nella casa squallida per rientrare nei suoi. La sua
conturbazione non gli ha permesso neanche di salutarmi. Andava in su e in giù
come una bestia in gabbia, abbottonandosi e dicendo parole grosse contro i
nazionalisti che volevano ritrascinare sulla piattaforma una specie di donna
velata nella persona di Margherita Steinheil per togliere dal Pantheon Zola,
per imbrattare la fama di quella grande figura di uomo onesto che fu
Scheurer-Kestner, per travolgere nel fango i migliori della terza Repubblica e
rimandare Dreyfus all'Isola del Diavolo.
— Che cosa c'entra la Steinheil con
l'agitazione degli antidreyfusardi?
— C'entra! e lo vedrete voi
stesso se ne seguirete assiduamente e attentamente l'istruttoria. Leggendo i
giornali nazionalisti non vi siete mai accorto che negli articoli sulla
Steinheil è sovente il nome di Scheurer-Kestner? Perché? Non ve lo siete mai
domandato? Perchè l'ex presidente del Senato è stato l'amante della Japy,
madre, come sapete, dell'eroina dell'impasse Ronsin.
Datemi dell'ignorante, ma io
sono qui ancora come un punto interrogativo. Che rapporto può esistere fra
l'amore della Japy e del Kestner e la perturbazione di quella gentaccia che
crede di andare all'impero inzaccherando la terza Repubblica col pattume del
loro cervello?
— Perchè si suppone che madama
Steinheil sia stata un agente segreto, messo ai fianchi di Felice Faure dalla
diplomazia germanica, per sapere quello che avveniva all'Eliseo e perchè si suppone
che madama Steinheil sia stata il trait d'union, fra il governo tedesco
e l'ex capitano Dreyfus.
— E allora, secondo i si dice degli intimi dell'ex
presidente della Repubblica, che interesse avrebbe avuto la Steinheil di avvelenare
Faure?
— Tutti sanno ch'egli era in
favore della cosa giudicata e ch'egli credeva alla colpevolezza di Alfredo
Dreyfus. La sua presenza all'Eliseo era un ostacolo alla revisione del processo
e alla riabilitazione di un innocente.
— E così l'ostacolo sarebbe
stato soppresso.
— Dalla Steinheil.
— Senza danari la Steinheil non avrebbe
arrischiato il proprio collo. Chi dunque supponete che l'abbia prezzolata?
— Non c'è che Marietta Wolf che
possa rispondere alla vostra domanda. Da sedici anni ella è depositaria di
tutti i segreti della padrona. Col suo fare di donna inconsapevole di tutto
quello che si svolgeva in casa dei suoi signori la cuciniera s'ammucchiava il
cervello di ogni cosa. Si è messa nei suoi mobili al numero 20 della via
Armorique, a pochi passi da noi, e ci aspetta. È lei che ha bisogno di
consultarmi e così spero di venire in chiaro di molte cose.
— Se sarà sincera.
— È nel suo interesse di esserlo
ora che suo figlio è arrestato come assassino della Japy e del pittore
Steinheil.
Adolfo Bizet ha bussato con le
nocche all'uscio più di quattro volte prima che Marietta venisse ad aprirci.
Ella ha una paura maledetta di essere assassinata. Sa troppe cose per essere
lasciata tranquilla.
— Vedete, ci disse una volta
entrati; ho fatto mettere quattro catenacci dietro l'uscio e domani il fabbro
vi appenderà una palla di ferro, grossa più della mia testa, che ammazzerà sul
colpo colui che tenterà violentarlo per entrare senza il mio permesso.
Accomodatevi che vi preparo il thè.
— Non vorrete mica avvelenarci?
le disse Bizet con voce mista d'ironia.
— Ah, sì, avete udito? Mancava
proprio anche quello per ringraziarmi di averli serviti con affezione materna!
Hanno messo in circolazione la storiella che io confezionavo il thè. Buona gente!
Difatti sono tutti morti coloro che l'hanno bevuto. Sporcaccioni! Facciano,
facciano; se Dio è giusto... La
Marietta non ha paura... I Wolf sono galantuomini... Non
contano assassini nella loro famiglia...
— E a chi lo dite, Marietta?
Quanti anni che ci conosciamo? Non avete dunque bisogno di leggermi la vostra
fedina criminale. Lo so, è pulita.
— Ed è pulita anche quella dei
miei figli, sapete? diss’ella mettendo al fornello la pentolina dell'acqua.
Alla credenza, mentre toglieva
fuori le tazze e i cucchiaini con la scatola colorata del thè, si inteneriva,
ricordando il suo marito.
— Ah, se fosse al mondo, caro
Bizet... Meglio che non ci sia. Almeno lui non prova i miei dolori. E passando
per i ricordi del suo cuore ha finito per mettere la mano sull'album di
famiglia, piangendo come una ragazza.
— Andiamo via, Marietta, se ci
volete offrire il thè con dentro le vostre lagrime ce ne andiamo.
— Giuro, gridò la povera donna
coi singhiozzi che la soffocavano, giuro sulla testa di mio marito, su tutto
ciò che ho di caro al mondo che il mio Alessandro è innocente!
— E chi ve lo nega? La Steinheil? Non è ditta
che possa farvi paura.
— Oh, questo no! Ma sapete sono
cose che rompono il cuore. Io che più che cuciniera sono stata per la Steinheil una
confidente... come lo proverò alle assise, se ne verrà il momento! io che non
ho che il torto di averla accarezzata troppo... Ah, non mi aspettavo,
credetelo, di trovare in lei l'accusatrice... di mio figlio, disse asciugandosi
con i dorsi delle mani gli occhi. Già, mio figlio l'ho fatto io... e lo conosco
bene sapete? Dai quattordici anni egli mi ha raccontata tutta la sua vita, giorno
per giorno. Le sue tendenze, i suoi desiderii, i suoi amoretti, i suoi peccati
veniali... poichè di mortali non ne ha mai commessi. È un giovanottone grande e
grosso, attaccato alle gonne della madre come quando era ragazzo. Andrebbe nel
fuoco per sua madre. Ve lo giuro e lo giuro davanti al mondo che se il mio
Alessandro avesse preso parte direttamente o indirettamente all'affare dell'impasse
Ronsin io ne saprei qualche cosa. Alessandro non ha parlato e io sono
arcisicura della sua innocenza.
L'acqua bolliva e Marietta
andava a riguardare il pentolino e a versare l'acqua nella teiera di ceramica a
grandi svolazzi azzurri, mettendo subito dopo chicchere e zuccheriera e
cucchiaini su una specie di portavivande argentato. Intanto che si faceva nella
teiera, Marietta si era messa ad affettare e a burrare il pane.
— Poichè si vuole proprio che io
metta i puntini sugli i, disse l'ex cuciniera dell'impasse Ronsin,
sapete che cosa vi devo dire? Fino adesso non ho fiatato con alcuno, neanche
col giudice istruttore. È una confidenza che vi faccio.
— Sono tutt’orecchio, rispose
Bizet, attorcigliandosi i baffi dall'impazienza.
— All'indomani del delitto,
rispose Marietta curvandosi e parlando sottovoce come se avesse avuto paura che
qualcuno l'ascoltasse, all'indomani del delitto ella mi ha detto è vero ch'ella
aveva veduto gli assassini vestiti da leviti e accompagnati dalla donna rossa,
ma mi ha anche confidato, un po' più tardi, quando eravamo sole, una frase
spaventosa, una frase che ho perfino paura di ripetere.
— Quello che ci dite, Marietta è
roba vostra e noi non ne usiamo che col vostro permesso. Dunque?
— Dunque... È un'impressione che
non dimenticherò mai... In poche parole più gesticolate che pronunciate mi ha
fatto sentire il dramma. Parlando era come una che si scaricasse di un'oppressione.
Ormai, Marietta, incomincio a essere tranquilla, mi disse alzando le braccia
come se si fosse tolto un gran peso dallo stomaco. Ormai, Marietta, incomincio
a essere tranquilla.
Versava il thè e la sua faccia
curvata diventava più rugosa e più minacciosa. Si capiva che versava e pensava
alla Steinheil.
— La prima sorsata è mia,
diss’ella trattenendo la mano di Bizet che stava per prendere la tazza. Con le
dicerie mi obbligano perfino a dubitare di me stessa. Bevete pure, aggiunse con
un risolino alle labbra; non è avvelenato.
Bizet alzò le spalle, mi passò
la tazza e si mise a centellinare la sua con compiacenza.
— Povera Marietta, siete
maestra, le diceva facendo scoppiettare la lingua e porgendo la tazza perchè
glie la riempisse. È eccellente. Offritemi un'altra fetta di pane burrato con
un cucchiaino di quella conserva deliziosa. Sapete che state bene qui nel nuovo
alloggio, soggiungeva Bizet guardando in giro come se fosse stato lì a farne
l'inventario.
— Sempre meglio che in
quell'inferno che si chiama impasse Ronsin, rispose con una certa
veemenza Marietta.
— Lo credo. Perchè in fin dei conti non doveva essere un
piacere a vivere con coniugi...
— Nemici! chiamateli. Erano
coniugi per la platea. Quando c'erano in casa estranei allora sembravano
tortorelle che tubassero l'uno per l'altra. Sì, caro, sì amor mio, sì buona
Margherita, rispondeva lui a lei. Margherita parlava del pittore con una grazia
che pareva vivesse dei suoi occhi. Qualche volta lo esaltava come artista,
paragonandolo ai primi maestri del pennello, dicendo che le sue tele erano
angoli di vita che sarebbero andati alla posterità per lo studio del gusto e
dei costumi del nostro tempo. E poi parlava dei suoi trionfi finanziarii, pur
sapendo ch'egli saccheggiava la sua cassa personale, e rammentava a tutti con
giubilo che il suo Adolfo era stato chiamato all'Eliseo a riprodurre quella
grande figura della Repubblica vivente impersonata in Fèlix Faure,
Io ascoltavo e ammiravo. Cercavo
una parola che sapesse incidere Marietta Wolf con le sue caratteristiche e con
la sua mentalità senza riuscirvi. Ella ha un viso largo e ossuto che pare
quello di una megera vissuta come Zoè nelle case delle grandi artiste della
carne. Ma studiato bene il suo viso si trasfigura e sotto la pelle invecchiata
sono il suo coraggio, le sue turbolenze, le sue audacie e anche la sua insolenza
di donna che subisce eccessi rudi e brutali. Più la guardavo e più mi si sviluppava
la madre che ha sfacchinato tutta l'esistenza, passando attraverso gli orrori
della vita degli altri senza inzaccherarsi e caricarsi dei loro vizii per
giungere con i figli delle sue viscere fuori della bufera, dove non urla il
lupo dalla fame, e sedere, nei giorni della vecchiaia, in mezzo alle consolazioni
degli affetti filiali. Più che una cuciniera, Marietta è stata un pilastro
della casa Steinheil, facendo da spegnitoio nei momenti in cui i cervelli
coniugali si laceravano e si distruggevano con la villania che equivaleva a una
esecuzione morale, portando la parola soave che leniva le ferite fatte a colpi
di lingue, che salvaguardava la famiglia dal naufragio portando in mezzo ai
vituperii che turbinavano da una bocca all'altra Marta, la figlia innocente dei
loro dissidii.
— Non ci sono che io, caro
Bizet, che abbia potuto rimanere a lungo in quella galera degli Steinheil. Con
un uomo così degradato, così depravato, così insensibile al truogolo in cui
mangiava e con una donna che ha avuto tanti amanti quanti sono i sassi della
strada e che ha buttato il pudore coniugale centinaia di volte dalla finestra,
se non c'ero io quella povera figlia sarebbe divenuta come la madre...
— E non avete dubbi, domandò
dolcemente Bizet, tra due sorsate di thè, che la Steinheil lavorasse per
denari?
— Se ne avessi sarei io la prima
a proclamarli ad alta voce. Purtroppo ogni suo bacio era venduto a contanti. Il
Vert-Logis era la sua succursale. Chi cadeva nell'invito supponeva di avere
conquistato una castellana. Ah! ah! Se ne accorgeva più tardi. I conti di
residenza erano sempre rilevanti. S'intende che per presentarli bisognava avere
il savoir faire della cuciniera avveduta.
— Parola d'onore, non credevo la Steinheil completamente
disinteressata, ma non la supponevo così affezionata al denaro.
— Affezionata? Sì e no, secondo
i momenti. La mancanza di denaro in famiglia era la rissa, era la zuffa, era il
rancore che si buttava sul rancore, l'odio sguinzagliato che prorompeva per la
casa come un uragano corruscato dalla vendetta. Ma quando ce n'era, quando non
se ne sentiva la penuria, allora la moglie lasciava che il marito immelmasse le
sue mani nel piccolo bureau del salotto, tra la stanza di Marta e quella di
Margherita, dove andavano a finire i guadagni di lei, senza mormorare. Era il
prezzo della pace, della concordia, di tutto quello che volete.
— Era una figuraccia di marito a
quanto pare.
— Un criminale del matrimonio!
Era la bestia umana vestita da gentiluomo, con le sue mascelle enormi, con le
sue labbra sporgenti, con i suoi occhi che fosforeggiavano di gioia alla vista
dell'oro ch'egli si metteva in tasca a titolo di prestito senza mai
restituirlo. C'era un medico, ex-amante della Steinheil, che aveva studiato il
marito con le sue vertigini di epilettoide, quando la cassa della prostituzione
era vuota. Che diceva ch'egli non aveva conoscenza della sua caduta morale,
come tutti gli amnesiaci. Può darsi che questa sia la sua scusa. Io però ho
potuto constatare che quando era ben pasciuto, quando non lo si importunava con
qualche conto era un altro uomo, un uomo di una docilità e di una amabilità
introvabili. La vendetta degli affronti subiti alla mia presenza e alla
presenza sovente della loro figlia non aveva più assalti. La moglie non si
lasciava domare neanche con la sua acquiescenza. Si può anzi dire che più egli
si umiliava, più egli si sottometteva alle sue irascibilità, alle sue
escandescenze, alla sua immoralità profonda e più si accumulava in lei la
ripugnanza divenuta in seguito invincibile. Nei momenti in cui madama Steinheil
lo tollerava era un calcolo, un bisogno di pensare ad altro, un istinto di
donna chiamata altrove. Tra l'uno e l'altra però non saprei chi preferire o a
chi attribuire la causa di avere fatta una famiglia basata sulla prostituzione
più invereconda.
— Ci permetterete una sigaretta,
non è vero, Marietta?
— Fate conto di essere in casa
vostra.
— Per me rimarrà sempre un
mistero come gli uomini corrino dietro alle Steinheil che sono di tutti,
fingendo di essere di nessuno.
— Perchè non conoscete gli
uomini. Senza offendervi, in generale, sono porci. La donna buona che li
aspetta, che si cura di loro, che vive per loro e per i loro figli è un essere
monotono, noioso. La criminale ha più nervi, più seduzioni, più fascino. Vecchi
e giovani sono tutti animati dagli stessi istinti. Fèlix Faure, in alto, già
fracido, con delle più belle avventuriere, preferisce diventare un sottovoce
francese, spendere denari a manate, trovarsi a tavola con un uomo repulsivo
come il mantenuto della propria ganza, diventare uno scandalo pubblico e morire
tragicamente. Voilà l'homme. Dopo Fèlix Faure c'è il figlio di un altro
ex-presidente della Repubblica, vittimizzato dal pugnale di un anarchico,
avvocato, pieno di speranze, con tante aderenze che si perde fra le gonne di
una maliarda come la
Steinheil, buttando via anche lui il denaro con la pala e
dando così ragione ai propagandisti del fatto che hanno sulla loro bandiera:
rubare e uccidere!
— Voi alludete a Carnot.
— A Carnot. Dietro loro è venuta
una folla. Ministri, alti funzionari, negozianti, agenti di cambio, sindaci,
gente blasonata, magistrati, grossi berretti dell'esercito, alti piumacci di
marina, benestanti di campagna.
— E tuttavia...
— E tuttavia c'era sovente
penuria... di denaro. Con due mantenuti! il marito da una parte e Bel-Ami
dall'altra... Sciupona essa stessa per indole, per temperamento, per bisogno di
chiasso, per stordirsi, per rovesciarsi nelle orge fantastiche che conducono al
godimento epilettico. Ella aveva eccessi nella sua succursale di Bellevue che
portavano via la ragione agli uomini.
— Le mie informazioni, Marietta,
sono che anche nella vita della Steinheil vi sono momenti passionali...
— Voi ne saprete più di me. Io
poi non ero obbligata a saper tutto Nel primo periodo so che la Steinheil aveva lunghe,
brevi scarrozzate ripetute, viaggi frequenti verso il mezzogiorno della
Francia, dove trovava il Bel-Ami, sempre per delle infedeltà, per amori nati ieri
o per passioni durate poche settimane.
— Sì, ma voi, Marietta,
dimenticate che tramezzo a tanti uomini di gusti differenti, di età diverse, di
fisonomie l'una contro l'altra c'era sempre il Lantier, il monsieur Alphonse,
il mantenuto che succhiava alle sue gonne come tutte le piovre.
— Non dimentico nulla. Voi vi
siete ricordato di Emilio Cami, un metallurgico che l'ha tenuta fra i suor
tentacoli cinque e più anni. Il Bel-Ami di madama Steinheil era sempre un
superbo animale fosco, carico di sangue giovine, pieno di bizzarrie, con
impennamenti che duravano fino alla rinnovazione degli amplessi. Mio figlio
Alessandro che si occupa di cavalli lo direbbe il suo stallone, l'uomo chiamato
ad acquietare i suoi nervi e i suoi furori.
Poi il posto nel cuore di madama
Steinheil è stato preso da un sportsman, un conte pieno di debiti e
quindi con pochi denari. E voi sapete che con la Steinheil o si paga
niente o ci vogliono bigliettoni gialli. È stato un amore di passata.
— Non ha ella mai avuto un
periodo di disoccupazione?
— Sì, come in tutte le
professioni. È stata disoccupata qualche mese nel 1908, per un'indisposizione
che le impediva di sfogarsi passionalmente.
— Borderel...
— Non me lo toccate! Senza di
lui il ménage sarebbe andato in fondo assai prima. Fra l'esercito dei
suoi amatori egli deve essere considerato il gentiluomo. Simpatico, buono,
generoso. A Bellevue inviava il vino migliore delle sue cantine, pagava i conti
a occhi chiusi o li faceva pagare da un suo amico o segretario che fosse... E
che incomodi dava? A Bellevue non si fermava che un giorno o due. E allora era
una festa per tutti, miei cari signori. Ce ne fossero dei Borderel. All'impasse
Ronsin vi andava di rado o a malincuore, perchè non sapeva soffrire il
mantenuto legale. È anche questa una caratteristica del gentiluomo. Gli
rincresceva di vedere il maritaggio insudiciato in quel modo, da un individuo
che poteva fare il lustrascarpe o l'imbianchino d'insegne o qualche cosa di più
modesto e di meno ributtante del souteneur.
— Come spiegate allora,
Marietta, la lode ch'egli ha fatto al suo ingegno, comperando uno o due dei
suoi quadri?
— Bisognava bene trovare un pretesto per giustificare
l'accoglienza che gli si faceva. Sapete come avvengono questi legami di
amicizie spurie. L'ospitato è pieno di riguardi per colui che rappresenta il
padrone di casa. Anche se la sua presenza diventa un'ossessione disgustosa lo
si colma di gentilezze, gli si dicono cose graziose, lo si eleva fino ai
superlativi della bontà, della grandezza e della genialità. Tutto è bello in
lui, anche se ha la faccia larvata di degenerazione.
— A proposito di Borderel,
Marietta, avete udito di una telefonata fatta al suo castello, proprio nella
mattina della scoperta del delitto?
— L'ho letta sui giornali. Può
darsi. E che ci sarebbe di male? Lui non poteva sapere del delitto.
L'importante è di chiarire se sia vero ch'ella abbia fatto correre da un tubo
telefonico a un altro una certa gioia, un certo contento di essere finalmente
libera. Ma io non ne so niente. So solo che il signor Borderel, grande
feudatario delle Ardennes, è un perfetto gentiluomo. Ah, so bene dove tendete.
I giornali hanno raccontato ch'egli avrebbe detto alla Steinheil:
— Se voi foste libera, vi
sposerei.
Sono frasi galanti che dicono
tutti, specialmente coloro che non le sposerebbero affatto. Ma se il signor
Borderel l'avesse anche detto, io non ho nulla da togliere alla mia estimazione
per lui. Forse che quando si fa un complimento a una maritata o a una
malmaritata vuol dire che si invita la signora ad ammazzare o a strangolare il
marito e magari la madre? Come sono ridicoli certi giornalisti! Già io non mi
confido che coi reporters del Journal. Per me è il più bel
giornale della Francia. Esatto e puntuale come la mia sveglia. Narra senza
fronzoli, senza ricami, senza variazioni di pensieri e di parole. Io mi ci vedo
dentro quando si parla di me e sono più che lieta di offrire il thè quando il
suo rappresentante viene a intervistarmi. Avete veduto come ha parlato bene
anche del signor Borderel? E lo merita, sapete, perchè è proprio una brava
persona, incapace di indugiare in un pensiero delittuoso o di compiere anche
mentalmente una bassezza. Vi pare? Ha il cuore in mano come me, caro Bizet. E
se anche in un momento di ebbrezza si fosse lasciato trasportare fino a dirle
che l'avrebbe sposata, libera dai legami matrimoniali, sarebbe sciocco, non vi
pare? supporre in una frase banale e di tutti un consiglio a diventare
omicidiaria.
— Se non ci mancherà il tempo io
e Baragiola andremo al suo castello e gli diremo che le vostre parole ce
l'hanno fatto divenire simpatico prima di conoscerlo personalmente.
— Egli lo deve sapere, ma ad
ogni modo, ve ne ringrazio.
— Siete così buona che io abuso.
Sentite, io so molte cose di Fèlix Faure.
— Sfido io, ne eravate il custode!
— Qualche volta però riusciva a
sottrarsi alla mia vigilanza, specialmente quando si truccava come un detective
per farla ai detectives. Per riaverlo sotto la mia protezione io mi
dovevo mettere alle entrate o in vista alle entrate dove lo supponevo in
colloquio con la signora di alto o di basso bordo, o dovevo essere informato
telefonicamente dalla stessa signora che mi avvertiva gentilmente che l'alto
personaggio all'ora tale sarebbe stato con lei. Pure me l'ha fatta più di una
volta, specialmente quando andava dalla Steinheil. Ci metteva della diligenza a
involarsi ai miei occhi per andare vestito magari in un abito a quadrettoni
come uno sportsman, con barba e capelli di differenti colori.
— E me ne ricordo perchè quando arrivava ero io che
prendevo la sua parrucca e i suoi spazzettoni inglesi che gli davano l'aria del
mylord.
— Quante volte, Marietta, sarà
venuto da voi a pranzo?
— Eh, rispose la cuciniera
agitando la mano per non essere obbligata a darne la cifra. Molte volte, tante
volte, tutte le volte che poteva.
— Lo si aspettava?
— Si capisce. Erano giorni in
cui non bastavo io sola. Facevamo venire vivande preparate, c'erano vini di
bottiglia e di Champagne e si metteva in tavola la grande tovaglia di Fiandra,
coi ricami à jour, bella, lucente, con il bordo di pizzo antico.
I tovaglioli avevano anch'essi il significato del suo
arrivo. Erano tovaglioli della stessa tela, con la donna polputa e nuda al
posto della cifra, in berretto frigio, fasciata al centro da una seta chiara
che si confondeva con la carne del corpo, sorreggente con il braccio tornito la
fiaccola dell'idea eterna. Il servizio di cristallo e di posateria erano regali
del presidente. Scintillavano, davano un'allegria alla tavolata e sopprimevano
anche il pensiero che in casa Steinheil si fosse obbligati qualche volta di
umiliare le cose di valore al Monte. E le alzate di dolci e la profusione dei
fiori e le frutta che rappresentavano tutto quello che c'era di fresco o di
acerbo, di buono, di eccellente e il gelato che pareva una montagnuola di neve
a cono e il caffè fatto dalla signora, alla presenza del Presidente della
Repubblica, nei globi di cristallo uniti dal cordone ombelicale di vetro per il
passaggio dell'acqua nel caffè, versato in chicchere giapponesi, di una
leggerezza e di una finezza che si potevano soffiare in aria.... Ah, che
momenti, caro mio, quando veniva Fèlix Faure e se ne andava lieto e arzillo,
con il viso colorato della sua gioia, ringraziandomi con la benevolenza fatta
di napoleoni d'oro, dicendomi:
— Grazie, buona Marietta,
preparatemi un altro pranzo come quello d'oggi e ritornerò presto.
— Monsieur le Prèsident!
rispondevo io con la curva profonda che traduceva il mio profondissimo
rispetto.
— Dite, Marietta, adesso è morto
e la storia è storia. Se vi toccasse giurare in Tribunale o davanti ai giurati
che il Presidente amoreggiava con la vostra ex-padrona, che cosa rispondereste?
— Che io faceva la cuciniera. Io
non li ho mai veduti ad abbracciarsi, nè ho veduto l'uno in letto con l'altra,
come ho veduto tanti altri amanti della Steinheil. Può darsi. Si sa che un
presidente della Repubblica non lascia l'Eliseo per venire all'impasse
Ronsin a mangiare i pranzi di Marietta, quando ha cuochi stipendiati a
venticinque mila lire l'anno. Ma io, cuciniera, non posso affermare una cosa
che deve diventare storica, come voi dite, quando proprio non ne ho la
certezza.
— E, secondo me, fate bene. La
storia della vita nazionale deve essere fatta di supposizioni. Ma voi, cara
Marietta, che siete ora in una condizione indipendente, non dovete avere paura
di dire ciò che sapete anche se l'avvenimento non si è svolto sotto i vostri
occhi.
— Non ho paura io, e perchè
dovrei averne? Io non potevo andare da loro che chiamata, come non poteva
andarvi il cameriere. E quando suonavano per uno di noi, non erano nè in letto
nè l'una addosso all'altra.
— A me basta questa vostra
dichiarazione di donna prudente. Eh, intanto anche lui, con tutta la grandezza
di presidente, è andato dove dobbiamo andare tutti, buona Marietta. E me ne
rincresce, sapete, A me rincresce morire... Morire, proprio quando si è pieni
di esperienza e si incomincia a conoscerci, a stimarci o disistimarci e si è
raccolto un po' di denaro per una tregua tra noi e i nostri concorrenti. È
cristiano, ma non giusto. Morire poi come è morto Fèlix Faure è
anticristiano...
— Come è morto?
— Voi lo dovete sapere più di
me, Marietta. Alla sua morte che attitudine ha assunto madama Steinheil?
— L'attitudine... che so io...
di donna addolorata. Sono quasi dieci anni, sapete, che il Presidente non
veniva più all'impasse Ronsin... E in dieci anni sbiadisce ogni
ricordo.
— Vi voglio aiutare, se mi
riesce. C'è gente che crede che la morte di Fèlix Faure sia rimasta un mistero.
Chi suppone che una donna abbia preso parte a un complotto e l'abbia avvelenato
e chi crede che la stessa donna l'abbia fatto morire... per imprudenza,
abusando della sua vecchiaia, trascinandolo alla oscenità degli uomini maturi,
agli spasimi della demenza senile che esauriscono anche i vecchiardi stagionati
come la quercia secolare.
— Non vi capisco.
— Non mi spiego di più. Solo vi dico che la donna
accusata di averlo fatto morire o in un modo o nell'altro è madama Steinheil.
La vostra ex-padrona è accusata di essere una avvelenatrice o una provocatrice
di perversioni che conducono alla morte per esaurimento.
— Non ne so nulla e non voglio
saperne nulla.
— In quel giorno che è stato uno
dei miei giorni memorabili, non vi ricordate di averla veduta rientrare
turbata, conturbata, agitata, sottosopra, con i capelli disfatti, magari
tagliati, magari in lagrime?
— In quel giorno io ero a
Bellevue.
— Come nella notte del delitto.
— Guai se fossi stata in Parigi.
A quest'ora non ci sarebbe uno che non crederebbe alla mia colpevolezza. C'è
chi crede invece a quella di mio figlio. Ma io sono troppo sicura di me e dei
miei di casa.
— A ogni modo state tranquilla.
Con la stampa che va dappertutto e mette le mani in ogni affare non c'è
pericolo di andare alla ghigliottina innocenti.
— Non è sempre vero neanche
quello che dite voi, Bizet, dissi rompendo il loro dialogo. Non è molto Deibler
ha accorciato il corpo di un innocente.
— Quando?
— Due anni sono. Si è fatto un
tale chiasso che io credevo che la ghigliottina passasse al solaio dei ricordi
storici. Aspettate, si chiamava...? Non importa il nome, mi verrà in mente. Un
signore era disceso nell'Hotel più chic di Parigi.
— Bisogna andare adagio a
credere all'innocenza dei condannati. C'è il povero Fornaretto... Storia
vecchia! Non ci sono adesso quelli che credono innocente anche Renard, il
maggiordomo di casa Remy? Pederasta, ladro confesso...
— Cose tutte che non hanno
relazione con l'assassinio del proprio padrone.
— D'accordo, ma è sempre uno
stato di servizio che inquieta. Courtois, il valletto di diciassette anni, non
avrebbe potuto accopparlo da solo, in un momento in cui Renard era in casa.
— Lasciando da parte il caso
Renard, il documento che Deibler ha ghigliottinato un innocente è con noi. Si
chiamava... accidenti! i nomi.... me ne ricordo: Paul Maret. Paul Maret non appena
nel suo appartamento fece chiamare una camiciaia con delle camicie di batista
coi davanti flosci e i manichini alti e larghi dei gentiluomini. Provandosene
una davanti alla ragazza della camiciaia si è staccato il bottone di madreperla
alla manica sotto il polsino della sinistra.
— Fate bene a non trascurare i
particolari. Siete già un detective di trenta lire al giorno.
— È un caso su per giù come
quello di Couillard.
— Povero diavolo, aggiunse
Marietta, ho fatto pace anche con lui. Nella disgrazia io sono sempre una
amica.
— Il signore disceso
all'albergo, il quale doveva esser un viveur di professione e degli ambienti
più alti, alla sera è andato a teatro...
— Me ne ricordo benissimo,
m'interruppe Bizet... È stato un avvenimento strepitoso. Solo voi non siete
esatto. Non è la camiciaia, ma la guantaia che ha fatto chiamare all'albergo ed
è il guanto che lo ha mandato al patibolo. È un caso stampato nella mia
memoria. Paul Maret, dopo la rappresentazione della vecchia signora dalle
camelie, è andato a cena e vi ha veduto un vecchio con una delle più splendide biches
del nostro secolo. I loro occhi si sono comunicati tante cose afrodisiache. La biche,
prima di andarsene, ha lasciato due righe al cameriere perchè gliele facesse
avere: «Vi aspetto fra un'ora, via tale, numero tale».
Il giovinotto che pareva fatto a
bella posta per essere il mantenuto di una grande mantenuta che divora le
fortune dei vecchiardi, è andato all'ora giusta, l'ha baciata per due ore e
alle tre era dabbasso, nella strada, avviato alla vettura per farsi ricondurre
all'albergo. La biche del lusso, svestendosi, da grande mondana, aveva
gettato il collare di perle di 100,000 lire in un cassetto qualunque e il viveur
di professione se l'era appropriata, credendo d'essersi procurato il danaro per
qualche mese di buona vita. Guardate le disgrazie quando vogliono capitare.
Sotto il porticato egli aveva perduto il guanto stato raccolto da un apache
che aspettava la sua discesa per andare di sopra a svaligiarla. Siccome ha
trovato resistenza ha dovuto ucciderla per difesa personale o per la propria sicurezza.
Capriccio dell'apache! Prima di andarsene, per dare indizi alla polizia
di chi l'aveva ammazzata, lasciò sul corpo della Maria Antony, biche del
gran mondo, il guanto raccolto d'abbasso. C'era il nome della guantaia, la
guantaia si è ricordata di avere mandata all'albergo la ragazza con i guanti
dello stesso colore paglierino a tre bottoni, la questura lo ha trovato che
stava facendo le valige, gliele ha fatte sfare. Vi ha trovata la collana di
perle preziose e Paul Maret ha lasciato la testa nel paniere di Deibler come
assassino.
— Invece non era che un ladro! —
diss'io completando il fattaccio della cronaca parigina.
— Couillard l'ha dunque scampata
bella. Se la Steinheil
non avesse manifestato dubbi all'indomani del confronto non darei che pochi
soldi per la sua testa.
— Non è lei che lo ha salvato,
caro Bizet — disse Marietta sbattendo la testa da destra a sinistra con impeto
di collera. Sapete chi lo ha salvato? Il bigiottiere Souloy, colui che ha fatto
una deposizione veramente sensazionale.
— Ah sì, questo è vero. La sua
deposizione è un colpo terribile alle narrazioni della Steinheil. Souloy della
via del Tempio, 119, è un vero galantuomo.
— Un tesoro d'uomo — soggiunse
Marietta.
— Senza di lui Couillard sarebbe
stato fritto. La Steinheil
aveva giurato che la perla stata trovata nel portafoglio del cameriere
dell'impasse Ronsin, era fra le gioie rubate nella notte dal 30 al 31 maggio.
Ora in vece Souloy ha demolito tutta la deposizione...
— Di quella bugiardona... Oh
come è bugiarda!
— Di Steinheil, provando ch'egli
era stato mandato a chiamare dalla donna fatale il 12 giugno, cioè dodici
giorni dopo il tragico avvenimento, quando ella si faceva cullare dalla stampa
come una bambinuccia viziata...
— Era ospite del conte d'Arlon.
— Suo intimo amico, soggiunse
Bizet con un'occhiata significativa. Nella famosa perla... Ah che stupida! Non
finirò mai di darle della cretina! A me piace la gente sveglia. Si può essere
più imbecille della Steinheil? Non sappiamo ancora s’ella abbia qualche
relazione cogli assassini di sua madre e di suo marito. La perla non è che un
indizio, un grave indizio, ma nella scastonatura della perla c'è tutta la sua
deficienza. Se ella l'aveva messa, come l'ha messa, nel catalogo delle gioie rubate,
doveva ricorrere a un orefice per scastonarla dall'anello? Bastava una
tenagliuccia o un punteruolo per non farlo sapere al pubblico. È proprio vero
che il diavolo fa le pentole e non i coperchi.
— Ella è stupida, è maligna, è
cattiva, è assassina... Non si assassina una povera madre come me,
denunciandogli il figlio come autore di un atroce delitto.
— La perla che ha salvato
Couillard salverà anche Alessandro Wolf. Bugie di quel genere, capite, non
danno più diritto a essere credute neanche dai giudici amici come i Leydet.
Ella è al principio della fine. La perla non solo non è mai stata rubata,
l'anello non solo è stato portato da lei dall'orefice Souloy dodici giorni dopo
la tragedia, ma ha poi compiuta la sciocchezza come una criminale qualunque di
andare dall'orefice a pregarlo di non mettere in circolazione il suo anello e
di fonderlo con l'oro. Ella ha avuto paura che capitasse nelle mani della
polizia che ha la descrizione stampata di tutta la oreficeria rubata...
— Uhm! fece Marietta.
— La penso come voi, Marietta.
Io credo che la ladra sia... Acqua in bocca. Ne volete la prova? La Steinheil non appena ha
udito la deposizione dell'orefice Souloy è svenuta, si è fatta venire un
deliquio e ci sono voluti i sali inglesi del giudice Leydet per farla
rinsensare. Non credo ai suoi svenimenti. Mi ricordo delle smanie che faceva
nel salottino attiguo al salotto dove ella aveva lasciato moribondo il povero
Felix Faure. Ci sono voluti i savi e i matti a ridurla al silenzio.
— A proposito, Bizet, avete
veduto che i giornali nazionalisti mettono in dubbio che egli sia morto all'ora
ufficiale delle sei o delle otto e mezzo? Si vuole che alle tre e mezzo o alle
quattro fosse già cadavere.
— Può darsi, sull'ora non mi
ostino e sapete perchè? Perchè il presidente è morto in un oscurità che pareva
notte.
— Si dice di più, Bizet. Si dice
che non si è potuto fotografarlo sul letto di parata perchè il suo viso era
orribilmente contratto dalle contorsioni e dalle crispazioni prodotte dal sigaro
leggendario preparato col cianuro di potassio.
— Ve l'ho già detto: è l'odio
antimassonico, è l’odio antisemita, è l'odio di tutta la colluvie umana che ha
lottato per anni per mantenere un innocente all'isola del Diavolo, un luogo
perfido con un clima che uccide.
— Per oggi abbiamo seccato
Marietta anche troppo, e noi non vogliamo abusare della sua cortesia.
— Per voi la mia porta è sempre
aperta, gli rispose Marietta con voce sommessa.
— State tranquilla.
— Sono tranquilissima, ma
sapete, quella danna è tale artista che possiamo aspettarci una scena tutti i
giorni. Voi avete presente quella tra lei e l'orefice. Come è andata a finire?
— È la debolezza del giudice,
che prolunga o promette alla Steinheil di allestire la scena commovente per il
pubblico. Souloy giura che la perla trovata nel portafoglio è proprio quella scastonata
da lui e lei risponde che Souloy non ha memoria e che l'anello «arte moderna»
non poteva essere da lui per la ragione semplicissima che gli assassini
l'avevano rubato dodici giorni prima. E quando Souloy prova coi registri del
suo negozio che l'aveva avuto dodici giorni dopo il giudice le permette
un'altra volta di svenire e di dire semisvenuta con voce fioca
— Dell'aria! dell'aria! Muoio!
— Proprio come nella mattina del
delitto.
— Tale e quale. È una grande
artista, non c'è dubbio. Non per nulla l'hanno chiamata la Sarah Bernardt del
passaggio Ronsin. Dopo che il giudice Leydet l'ha fatta rinvenire una seconda
volta col suo flacone di sali inglesi la Steinheil si è veduta messa al muro da questa
interrogazione:
— Perchè avete domandato al
signor Souloy se era stato distrutto l'anello dal quale aveva tolta la perla?
— Dio mio, rispose la Steinheil, che c'è sotto
a tutto questo? Ah, dunque è vero quello che mi hanno detto parecchie persone
che l'assassinio di mia madre e del mio povero marito è un delitto politico....
E la scena è finita con i suoi
nervi agitati, con la sua voce conturbata, con il suo viso che aveva assunto
una rigidità penosa, con i suoi occhi che parevano lì lì per ascendere e
nascondersi sotto la coperta palpebrale. Che Sarah Bernardt possa rappresentare
la signora dalle Camelie, Adriana Lecouvreur, la Froufrou, tutto quello
che vuole non è dubbio; ma non potrà mai imitare Margherita Steinheil, una
artista della romanticheria teatrale che nessuno può superare.
In mezzo alla strada mi pareva
di essere in una nebbia sanguinolenta che diventasse sempre più rossa e che mi
bruciasse sempre più gli occhi. Fiutavo sangue come i cani di Bizet e l'odore
del sangue che non mi ha abbandonato che quando Bizet mi ha preso per il
braccio domandandomi se avevo notato il cambiamento narrativo di Marietta.
Senza dubbio.
— È una furbona. Si capisce. Una
donna che ha vissuto in una casa postribolare per tanti anni diventa prudente.
Prima, quando la Steinheil
era ancora la sua confidente e la sua padrona, la casa coniugale era il
santuario delle virtù coniugali; dopo che la confidente e la padrona è divenuta
l'accusatrice di suo figlio, la casa Steinheil era un inferno, dove si svolgeva
il repertorio delle scene più oscene. Bisogna però perdonare queste nuances
verbali a una donna della sua condizione. La cuciniera passata attraverso le
bufere della vita non getta via il pane per sè e per i suoi di casa per un po’
d'indipendenza linguale. L'indipendenza di giudizio è cosa cara per i ricchi.
Per la servitù povera non è che menzogna e miseria.
È stata una giornatona. In
un'epoca in cui i grandi delitti, delitti che io chiamerei di lusso,
appassionano la gente più di ogni altro avvenimento, la commozione nata
all'annuncio dell'arresto di madama Steinheil non mi poteva meravigliare. Pure
sono rimasto stupefatto, sbalordito. Con una vita vissuta nel mondo degli
scellerati non trovavo ricordi nè in Francia nè altrove che potessero essere
paragonati alla opinione tumultuata dal «finalmente!» parigino che voleva dire
la fine della commedia della donna tragica dell'impasse Ronsin. L'assassinio di
Victar Noir è stato una fiammata d'indignazione. L'arresto del deputato
Palizzolo fu una semplice ventata di collera nazionale. La disossazione della
moglie di Alberto Olivo? C'erano troppi personaggi che avevano disossate le
loro vittime, perchè l'Olivo potesse diventare più di una bestia umana. Il
processo di Nunzio Nasi? Era già preceduto da quello di Baïhaut, perchè un
furfante di peculati e di ladroneggi ministeriali potesse uscire dall'atmosfera
dei delinquenti comuni. Per trovare fra i criminali qualcuno che abbia suscitato
tanta emozione, tanta esasperazione, tanta discussione, per il mistero del
crimine, per la ferocia dell'esecuzione, per la condizione dell'indiziato ho
dovuto risalire fino al delitto del Formilli, ex direttore dei giardini
pubblici di Roma, un viveur di buona famiglia che si è pazzamente
innamorato di una ragazza qualunque, trovata al Veglione e per la quale ha
preso la moglie fra le braccia sul ponte di Ripetta e l'ha rovesciata nel
Tevere, percuotendola orribilmente sulle mani che non volevano staccarsi dalla
sbarra di ferro che avevano agguantata. Il momento pallidamente paragonabile a
quello della Steinheil è stato quello dei funerali della povera donna trovata
in una insenatura del fiume. Eravamo nel mese afoso del 1890. C'era dietro il
feretro tutta Roma: la Roma
dei preti e la Roma
dei laici: poveri e ricchi. Era una Roma che pareva avesse trovato il suo
delitto per inorridire e intenerirsi in una manifestazione di lutto cittadino
non mai veduto in quel secolo. Ma anche con tutti i romani alla coda della
vittima il confronto è appena tollerabile. In venti anni il giornalismo francese
ha dato alla vita pubblica un impulso così violento che può dirsi una
rivoluzione.
L'opinione pubblica è stata
svegliata, spoltrita, resa tutta nervi, elevata a una sensibilità direi quasi
isterica. Non occorre più che la notizia a caratteri sesquipedali per
indiavolarla. I passanti sembravano tutti famelici. Divorato un giornale ne
compravano un altro.
Ho voluto studiare l'avvenimento
Steinheil sul boulevard Poissonnière, di faccia al grandioso palazzo del Matin,
il giornale che è stato fondato con cinquanta milioni di capitale e che ha un
magnifico riportaggio politico, parigino, mondano, artistico, letterario,
scientifico, giudiziario, finanziario, cucinato con lo stile sensazionale dei
giornalisti più celebri sul mercato del giornalismo parigino. Avevo saputo al
palazzo di Giustizia che Margherita Steinheil avrebbe cambiato dimora alle due
del pomeriggio. Senza dubbio i quotidiani non avevano bisogno della mia
informazione, perchè sono usciti simultaneamente col grido frenetico che ha
fatto trasalire i nervi dei parigini. Davanti al Matin è stato un
finimondo. Tanto all'entrata che lungo l'entrata c'erano parecchie fotografie
al naturale della donna che si stava per arrestare, dinanzi le quali c'era una
folla enorme che la guardava, ne cercava le stigmate e la discuteva. Anche gli
strilloni hanno evoluzionato col giornalismo moderno. Sono veri professionisti
che contemplano la diffusione affidata alle loro gole. Gli apaches, gli
ex condannati, i recidivisti non hanno più posto fra loro. Una volta sguinzagliati
con una notizia sensazionale mettono a soqquadro Parigi. I giornali nelle loro
mani diventano vivi. Parlano, attirano, invogliano, si fanno leggere. Lo
strillonaggio con l'arresto di madama Steinheil ha fatto salire la tiratura di
nove giornali di più di due milioni di copie in due o tre ore. È una statistica
che mi sono procurato passando da una amministrazione all'altra, del Matin,
del Journal, dell'Intransigeant, dell'Eclair, del Figaro,
del Soleil, dell'Humaníté, della Petite Républíque, del Paris
Journal e del Temps. I pachidermi della stampa sono sempre il Journal
des Debats e il Temps.
La divorazione pubblica dei giornali di quel giorno è un
capitolo che qualcuno dovrebbe scrivere nella storia del giornalismo francese.
È stata una vera ingurgitazione di lettere stampate. Se la Steinheil non fosse
stata celebre lo sarebbe divenuta in un fiato. Il suo nome circolava turbinosamente
per l'atmosfera in ogni via, in ogni corso, in ogni viottolo, in ogni piazza.
— Il giornale tale coll'arresto
di madama Steinheil!
E gli strilloni facevano fermare
i pedoni, attiravano alle finestre gli inquilini, facevano venire persone alle
entrate delle abitazioni con il soldo in mano, strillando continuamente la
bracciata di merce che andava via a ruba.
Le edizioni si succedevano alle
edizioni. Prima abbiamo letto l'annuncio dell'arresto, poi l'arresto, poi
l'itinerario percorso dall'automobile in cui era l'arrestata, poi le
descrizioni delle moltitudini che si sono riversate lungo il passaggio della
donna abbrunata, poi la lotta atroce di più di centocinquanta mila cittadini
ingorgati nel sobborgo di Saint-Denis, dove è Saint-Lazare, la bastiglia delle
donne che peccano contro il codice e contro i cosidetti buoni costumi. Se si
fosse trattato dell'arresto di Maria Antonietta o della Du Barry o di Madama
Roland o di Lucilla, moglie del celebre lanterniere, non si sarebbero vedute
tante folle aggruppate, pigiate, calcate, soffocate per assistere allo
sfilamento di una automobile carica di una signora e di due ispettori di
polizia. Io non so condensare le grida di tutto quel mare turbolento di persone
agitate, scalmanate, indiavolate che volevano giungere alle prime file o
sbucare davanti l'entrata per essere più vicine al passaggio del ruotabile con
la madama Steinheil. Mi sono parse: turbini di voci che cigolavano
rincorrendosi e attorcigliandosi, salendo per il cielo come sibili che si
schiantavano in alto come petardi di disperazione umana. L'eco di un ruotabile
che passasse per le adiacenze si ripercuoteva in tutte le teste e il commovente
diventava generale. I sergents de ville che avevano l'incarico di
mantenere lo spazio libero dovevano continuamente risospingere le ondate che
tendevano a sopraffarli e a chiuderli, Dopo due ore di aspettativa, sotto un
cielo di piombo, in mezzo a un'aria che di tanto in tanto passava sulla faccia
come una ventata fredda, l'apparizione delle automobili è stata avvertita da un
tentativo di spostarsi per veder meglio. Ma la calca era come cementata.
Nessuno poteva muoversi senza che tutti si muovessero verso uno stesso punto.
Più l'automobile con la donna fatale si avvicinava, e più le facce si
stingevano, si scoloravano e biancheggiavano di collera concentrata.
Prima che arrivasse al margine
della muraglia umana, ì più violenti hanno cercato di farsi largo con urti di
spalle e di gomiti, ma la gente ondeggiava senza spostarsi. L'arrivo è stato
annunziato da una esplosione di improperii. La Steinheil, non appena
tra la spazio della gente gremita ai lati, deve avere udito il la della
opinione pubblica che la chiamava assassina! matricida! prostituta! bestia
feroce! strangolatrice! mariticida! sporcacciona! mome! Brinvilliers.
Pareva già condannata. Se l'avessero potuta avere fra le mani non le avrebbero
lasciato un capello. Via! disse imperiosamente uno degli ispettori al chauffeur.
L'automobile con la
Steinheil era preceduto da quello in cui era Hamard e il suo
segretario e seguito da quello dei due commissari incaricati di proteggerla
dalle aggressioni.
— Parricida!
Gli agenti di polizia non hanno potuto fare da argine
alle moltitudini che volevano straripare durante il passaggio. È stato una
confusione, una irruzione un tumulto senza fine. Le automobili erano scomparse
nell'interno dell'edificio e le gole continuavano a ingiuriare la prigioniera,
come se Parigi fosse ritornata ai tempi dei versagliesi contro i comunardi.
C'erano pugni tesi, occhi stravolti, bocche feroci, volti verso l'entrata come
minacce o rimproveri.
Adolfo Bizet era sempre al mio
fianco che mi teneva la mano per non perdermi. Facevo intanto un soliloquio. Mi
trovavo in mezzo a un popolo assetato di giustizia o in mezzo ai fanatici delle
esecuzioni sommarie? A Bizet la sensibilità pubblica per i delitti non
spiaceva. Vedeva in essa una elevazione popolare e una maggiore sicurezza che
la giustizia non devii. Sapeva benissimo che la magistratura era contraria ai
giudizi della popolazione che si costituiva gran giudice delle cause celebri
senza avere le sue conoscenze procedurali, ma fra i due mali sceglieva il
minore.
— In generale il verdetto del
popolo è sempre più giusto di quello dei togati, i quali hanno un articolo per
un dato delitto che serve per qualunque individuo. Il popolo ignora le
sottigliezze giuridiche, ma ha una grande sensazione per valutare il
delinquente nelle sue condizioni mentali e sociali. Senza i cittadini che
seguono a passo a passo le fasi di un delitto, Leydet sarebbe ancora il giudice
istruttore della Steinheil e madama continuerebbe a rappresentare la commedia
nella villa dell'impasse Ronsin. La giuria delle Assisi con
l'ascensione di Aristide Briand, al ministero di Grazia e Giustizia, è composta
di quelli che hanno e di quelli che non hanno. Ma fino a quando si sarà
raggiunta la parità di condizione anche fra i giurati io do e darò sempre la
preferenza al giudice, vale a dire alle moltitudini. La prova è sotto i nostri
occhi. Non è molto alle Assisi di Vacluse si è condannato a morte Ramy Danvers,
figlio di un ex-galeotto. Aveva venticinque anni e un passato di rapine, di
furti, di condanne alla reclusione e di relegazioni alla Guiana. Evaso, egli è
tornato in Francia; ha saputo che i suoi ex-padroni di campagna avevano messo
da parte un discreto peculio, li ha assassinati a colpi di fucile ed è stato
sorpreso mentre stava legando la tela dove li aveva avvolti tepidi tutti e due,
marito e moglie, per buttarli poco dopo nel Rodano. Certo io non salverei dalla
ghigliottina un mostro così pericoloso. Ma il gran giudice, pur non sapendo
come disfarsi di una bestia umana come lui, non è tranquillo. Esso sente che la
maggiore responsabilità dei suoi delitti non è di chi li ha compiuti, ma di chi
ha trascurato la fanciullezza del figlio dell'ergastolano. E ha ragione. La
colpa dei suoi misfatti è sociale.
Le folle veduto il ritorno delle
automobili se ne erano andate e avevano lasciato il largo completamente vuoto.
Adesso è ora che io vi faccia
visitare la prigione della donna, diss'egli col battaglio in mano, per farsi
aprire.
È venuto al buco di
riconoscimento del guardiano:
— Oh, il signor Bizet!
— Come va, caro Bonneau?, gli
domandò Bizet, stringendogli la mano.
— È un pezzo che non venite a
trovarci.
— Davvero! C'è il direttore?
— Sarà nei suoi uffici,
s'accomodi gli disse, facendo una mezza riverenza con il berretto alzato come
per invitarci a passare.
Prima di essere annunciati
abbiamo avuto lo spettacolo del passaggio di una folata di donne reclutate sul
selciato di Parigi per molte e ripetute infrazioni ai regolamenti dei buoni
costumi. Parecchie di loro non si erano presentate a far vistare la licenza rossa
al dispensario da più settimane e alcune da più mesi. Altre avevano adescati
gli uomini lungo le vie.
— Addio, mia biche,
dicevano alla monaca superiora che passava dal corridoio centrale.
— Siete ancora qui, siete?
Nello stabilimento carcerario ci sono più di cinquanta
religiose che adempiono ai servizi della guardiana. Indossano una veste nera,
con la cuffia bianca della beghina, col velo azzurro, con la lunga corona del
rosario al fianco e con le scarpe che sembrano di cimossa, tanto attutiscono i passi
di chi li porta.
— Restino serviti, ci disse una
guardia municipale che faceva da portiere all'entrata del direttore.
— Che buon vento, disse il
direttore alzandosi con le mani allungate per stringere quelle di Bizet.
— Vi presento il mio amico Baragiola,
venuto a Parigi a studiare l'affare Steinheil.
— Oh, oh! la mia nuova
inquilina! È ora nella stanza che subisce la visita personale prima di andare
nella sua pistole (cella).
— Quando entro qui non posso non ricordarmi di Filippo
Hesse, il direttore di questa carcere di arresto e di correzione dei tempi
della Comune.
— Un ex venditore ambulante di
non so più che cosa!
— Povero diavolo! è morto da
poco tempo. Ha esercitato il suo ufficio con pietà inusitata in questi luoghi.
— Eccone la fotografia, diss'egli
tirandola fuori da una busta nel cassetto.
La guardai con una curiosità
grandissima. Era un uomo di circa 34 anni. Aveva la faccia di un vero
funzionario che esige ubbidienza.
— Non ho mai capito perchè i
comunardi alla loro ascensione non abbiano spalancate le porte delle prigioni.
Se i prigionieri sono il risultato di un ambiente sociale in disarmonia con i bisogni
delle vita, perchè non hanno cominciato a far giustizia almeno per le donne
vittime della concupiscenza umana?
— Caro Bizet, voi mi domandate
un segreto sceso nella tomba coi personaggi di quel tempo.
Ma se c'è una supposizione da
farsa è che i rivoluzionari o i sanculottisti del 70 avessero più vizii di noi.
Donne e uomini riassumevano il servaggio del tempo.
— Ne volete una? aggiunse il
direttore di S. Lazaro. L'altro giorno ho dovuto ospitare una anarchica per
discorsi incendiari. Era una allieva di Luisa Michel, imbevuta delle teorie
della maestra. Siccome tutte le donne hanno una grande paura dell'isolamento
l'ho fatta chiudere in una pistola. Apriti cielo! Fu come se l'avessi
presa a schiaffi. Ha vomitato un sacco di ingiurie per dirmi che essa si
trovava disonorata in mezzo alle prostitute e alle delinquenti comuni.
— Scioccherella! aggiunse Bizet
con il suo sorriso bonario.
— Luisa Michel, le ho detto era
più avanti di voi. Ella non aveva paura dei contatti che voi chiamate immondi.
Se la società è fatta male, come dite voi, che colpa hanno loro se sono
vittime? Aiutatele a riabilitarsi, a rialzarsi. Non c'è stato verso. La moralista,
la sanculottista ha strepitato fin quando ho dovuto chiuderla con le sue virtù
nella sua cella.
— Sciocca! disse un'altra volta
Bizet, alzandosi per la presenza della superiora.
— Madre superiora, disse il
direttore alzandosi anche lui, volete compiacervi di far vedere la
conformazione della casa a questi signori?
Poi, rivolto a noi, soggiunse:
— Voi, Bizet, conoscete
benissimo i nostri regolamenti. Ma per il vostro amico devo dirvi che gli
uomini non sono ammessi dove sono le donne, tranne il direttore. Così dovete
contentarvi di vedere dai corridoi e dagli usci di cella. La madre superiora
sarà tanto buona da permettervi qua e là di dare un'occhiata negli interni
dagli spiatoi o occhi di bue, come diciamo noi comunemente. Non dimenticate di
far loro vedere la pistola n. 13, nella quale è la nuova venuta al primo
piano.
Bizet che si trovava come si dice in casa propria non
aveva bisogno di ascoltare la superiora che mi dava tanti particolari da
farmela credere la storiografa del luogo.
— La si può dire una prigione di
arresto e di appellanti e una infermeria, perchè, come sapete, qui si portano
tutte le razziate che hanno violati i regolamenti sanitarii.
— C'è molta recidività fra le
inquiline di San Lazzero? domandai alla madre superiora, quando ci trovammo
nella corte, dimezzata dal lungo muro che va da una estremità all'altra.
Intanto ch'ella cercava la risposta i miei occhi circolavano come per
raccogliere in un'occhiata tutto l'ambiente. In tutti gli edifici in cui
l'umanità soffre c'è tanta tetraggine che fa passare attraverso i brividi.
Recidività? rispose la superiora
dopo una lunga pausa. Lo può dire anche il signor Bizet, pratico di questo
luogo. Su per giù sono sempre quelle. Chi entra ritorna. È difficile rimanere
fuori, Noi siamo inesorabili con le donne del mestiere. Voialtri non avete
paura delle malattie segrete. Avete avuto un Crispi che le ha slibrettate e
ormai fra noi con c'è più che sangue guasto. Una donna per cinque o dieci lire
è libera di rovinare ogni notte la salute di due o tre uomini. Noi non sappiamo
che farcene della libertà che permette di sifilizzarci e di ridurci dei
mostricciattoli.
— Eh, sì, la morale
sanculottista ha fatto il suo tempo anche in Francia. Le donne di malaffare
potevano andar bene in impero. Con Napoleone III la prostituzione era generale.
Lui era figlio spurio, suo fratello, il duca di Morny, era un bastardo. La loro
madre era di chi la voleva e come una qualunque donnaccia. La imperatrice era
stata sul pavè spagnuolo e parigino e si era venduta a contanti come un tempo la Du Barry. Non c'erano
dunque freni. Ma in Repubblica siamo così consci dell'importanza della salute
pubblica che se non possiamo sopprimere le venditrici di malattie segrete le
assoggettiamo ai regolamenti che rendono la loro vita una tribolazione.
L'ultimo sanculottista francese
che si è convertito è stato il nostro Clemenceau. Vissuto qualche anno in
America voleva importare per le nostre donne la libertà di prostituirsi quando
e come piaceva loro. Ha dovuto convenire anche lui, non è vero, madre
superiora? che la libertà di corrompere il sangue della nazione è il delitto
più grave che si possa commettere.
— Se volete seguirmi, signori,
voltiamo a destra, dove sono le celle, le segrete, le due infermerie, la
cappella del nostro signore Gesù Cristo, delle due sezioni separate e delle
quattro categorie di prigioniere.
— Quattro categorie?
— Sissignore. Sono le categorie
delle prevenute, delle correzionali, delle figlie pubbliche, delle giudicate.
— Le condannate non scontano le
sentenze alle prigioni centrali?
— Si concede loro di rimanere a
San Lazzaro se la sentenza non va oltre l'anno e un giorno.
Giunti alla prima sezione, cioè
dove sono le prevenute per crimini e delitti, andammo in punta di piedi a
mettere l'occhio allo spiatoio della cella numero 13. La cella era buia e una
delle condetenute o delle co-pistoliéres, come le chiamava la superiora,
stava accendendo la bugia che costa loro quindici centesimi al giorno. Presi il
posto di osservazione dopo Bizet. La vedova era ancora seduta sulla scranna di
lisca coi lunghi veli del lutto sulle ginocchia che raccontava con parole
indignate l'oltraggio che la fouilleuse — la visitatrice — le aveva fatto
subire nella cella di spogliamento. Era un'indegnità che una donna come lei
venisse obbligata a snudarsi davanti a una vecchia lercia e grinzosa e a
lasciarsi palpeggiare dappertutto, persino nelle parti indecenti, come se fosse
l'ultima delle ladre. Ma domani l'avrebbero sentita. Non era mica una donna
qualunque. Grazie a Dio aveva ancora protezioni che potevano frenare i quattro
scalzacani della prigione. Poi si alzò, si mise a percorrere la cella tutta
concitata, buttando il cappello a callotta russa e i veli sulla coperta
verdastra del letto, che a lei sembrava un canile.
— Chi è quella detenuta che le
sta dietro accarezzandole le spalle per farle capire che nessuna entra a San
Lazzaro senz'essere sottoposta alla visita?
La monaca si avvicinò all'occhio
di bue e ritirandosi mi rispose all'orecchio.
— È la contessa Alba Ghirelli,
un'altra detenuta che ha fatto la stessa scenata la sera della sua entrata.
Loro credono di andare in un albergo quando vanno in prigione. Finiscono tutte
per adattarsi. Qui non ci sono privilegi. Ricche e povere, donne di alto e di
basso bordo, pierreuses o roquines — prostitute e ladre — sono
trattate con lo stesso regolamento. Il nostro direttore, il signor Pons, è
rigido e imparziale.
— E l'altra che è con le mani
dietro la testa per sorreggergliela tutta di peso, chi è? domandai
sommessamente.
— È la detenuta Margherita Boselli
— tutte e tre sotto processo.
Prima che entrasse l'oscurità
anche nei corridoi ho avuto l'opportunità di vedere una trentina circa di
«figlie pubbliche» che rientravano nei dormitorii accompagnate dalle suore
guardiane. Il costume di quelle che aspettavano la condanna era azzurro, con la
testa libera, come quelle alle Mantellate di Roma. Le condannate erano più
tetre. Indossavano una veste brunastra, con un fazzoletto color ruggine stretto
in testa, allacciato alla nuca, che nascondeva loro la ricchezza e il colore
delle chiome, con le cocche puntate in direzione opposta come due frecce. Ho
notato che le suore guardiane si distinguono dalle altre per il velo azzurro
che raccoglie loro la testa come in una bacheca religiosa. Mentre rientravano a
fianco della superiora, ho potuto vedere che il dormitorio delle figlie
pubbliche occupa quasi tutto il piano, fino alla cappella, dove si dice sia
morto sant Vincenzo di Paola.
— La disciplina, mi diceva la
superiora, è rigorosissima. Guai se le accusate si confondono con le figlie del
selciato o le giudicate con le correzionali. La separazione delle une dalle
altre è per impedire che la depravazione e il delitto facciano altre vittime.
Così si tengono distanti il lavorerio e l'infermeria delle donne.
Al primo piano, al secondo
piano, al terzo piano del selciato, del lavorerio e della infermeria la stessa
monotonia, lo stesso va e vieni di detenute e di guardiane. Le detenute, nella
modestia dell'abito carcerario, sembravano tutte eguali. Ma vedute da vicino la
bellezza assumeva un fascino più grande di quante sono nei costumi di moda.
L'occhio vivo splende di più, i capelli biondi e castani, neri o chiari danno
loro un'aria di vergine, e i seni che stanno sospesi senza busto rendono il
corpo più vigoroso e lasciano supporre forme deliziose. Ne ho veduta una con i
capelli d'oro che le erano usciti dal fazzoletto per spargersi per la schiena
della veste nera che pareva una principessa in mezzo a una ciurma di
condannate. Le sue ànche erano in fiore.
Le infermiere nei luoghi di pena
sono sempre tristi. È come l'ultima tappa per passare da una vita all'altra. Vi
si sentono perdute, abbandonate, alla mercè dell'incuranza dei medici. Ma la
carcere femminile riempie ancora di più di malessere. Vi passava commosso, con
le lagrime in gola, pieno di un dolore indefinibile. Sotto il soffitto dalle
travi tarlate, fra le lunghe pareti bianche di calcina, nei letti di ferro
dalla copertura color cimice, con i risvolti a pieghe, di panno isabella, le
ragazze, le cui forme vedevo disegnate sotto le coltri, parevano di cera. Di
vivo non avevano che gli occhi nelle occhiaie fonde, cerchiate di abbattimento
e di desolazione. La fiamma degli occhi era il solo segno in cui la loro vita
non fosse spenta.
Dopo i su e giù dalle scale di
legno, le andate e venute per i corridoi bui come la notte, le filate di usci,
di celle, la luce qua e là fredda come quella dei conventi, i silenzi rotti
dalle chiavi e dai catenacci e dagli sbatacchiamenti degli usci delle recluse
che uscivano e entravano, ringraziammo la madre superiora che voleva farci
vedere la lavanderia e la cucina.
— L'una e l'altra sono identiche
in quasi tutti gli ospedali e le case di correzione penali, disse Bizet,
prendendomi per il braccio e rivolgendosi verso la direzione.
Ma prima di giungervi siamo
stati disgustati dalle scenate di una reclusa che si dibatteva fra le braccia
delle guardiane che la portavano in una cella di rigore, che qui chiamano
gergalmente jettard, per le insommissioni e per le parolacce
postribolari che essa aveva disseminata e disseminava nell'edificio tutto
ammantato di sudiceria e di un giallastro secolare. Era una riottosa
dell'infermeria venerea, con la faccia bullettata di crostine, con gli occhi
scerpellati, con la pelle delle orecchie che si sfaldellava e con le labbra
paonazze come se la rabbia gliele avesse dissanguate. Il naso era in incipiente
cancrena. Mentre tirava calci alle guardiane ci ha fatto vedere le gambe
rossastre, con i polpacci che avevano larghi e fondi solchi di carne divorata
dalla malattia. Negli sforzi per divincolarsi perdeva la bambagia dalle
medicature. Io ho voluto assistere fino a quando le guardiane sono riuscite a
chiuderla nella cella dove ve la lasciarono chiusa come una belva feroce nella
propria gabbia, dietro una porta di quattro dita di spessore, sormontata da una
graticolata attraverso la quale non vedevo più che una massa informe di carne e
ossa.
— È triste, dicevano le
guardiane che andavano verso la direzione con me, è triste punire un essere che
fa schifo e che ha bisogno di tutta l'assistenza medica. Ma con tipi felini
come lei non c'è altro rimedio. Di tanto in tanto ci fa disperare con fiotti di
parole cloacali.
Salutando il signor Pons io e
Bizet ci siamo avviati a una uscita, passando tra gli alti pignoni, vale a dire
fra le alte muraglie fatte di sassi e di rottami, annerite dal tempo, con le
finestruccole a quadrettoni di ferro, e imbucammo la porta carrettiera, dove
escono le immondizie della prigione, perchè Bizet ha voluto farmi passare per
un bubello allineato di botteghe basse, sporche, fetide, con qualche bettola
tra loro dai lumicini oleosi, dai vetri opachi di porcherie, dove sostano i souteneurs
e le momes, i mantenuti e le loro amanti.
Voltando il dorso al convento
stato trasformato dalla Rivoluzione in una carcere di femmine, il più grande detective
dei tempi nostri, il detective che avrebbe dato punti a Fauché s'egli
avesse potuto essere il ministro della polizia di Napoleone I, mi offerse una
sigaretta di tabacco americano fulvo come i capelli della donna coi cambrioleurs
dell'impasse Ronsin e, braccio sotto braccio, a piedi, nella foscaggine
della sera, riprese il suo pensiero sulle figlie pubbliche, rammentandomi che
in Svezia e in Norvegia s'erano già messi a purificare il sangue dei due popoli
con una colonia dei sifilitici dei due sessi dalla quale non si poteva più
uscire che completamente guariti, vale a dire dopo una cura speciale di quattro
anni continui.
— In Francia siamo vicini alla
soluzione dei paesi nordici, ma abbiamo, ahimè! i residui del sanculottismo
morale nel sangue atavico e perciò dovremo aspettare la scomparsa della
generazione presente per raggiungere le vette della praticità scientifica che
salva gli individui dalle catastrofi fisiche. Da questo problemaccio sociale
giudicate la lotta che si deve fare per trapanare il cervello di un popolo e
fargli penetrare una riforma tutta a suo benefico. La cosa più sorprendente,
caro Baragiola, è che nelle questioni morali il partiti più avanzati sono i più
retrogradi. Mentre si grida se lo Stato non ci statizza e non regola anche
l'aria che respiriamo, si esige poi la libertà assoluta per le donne fra noi
come diffusori di pestilenze. È cosa inconcepibile. Dite, non è delitto sociale
rimettere al largo una donna come quella che abbiamo veduta or ora entrare
nella cella di rigore? I vecchi moralisti, e quelli che continuano la
tradizione morale dei sanculottisti sono più immorali delle criminali del
selciato. E dietro la prostituta pubblica, per la donnaccia che ha sempre una
scusa romantica per la vitaccia ladra e ludra, c'è la prostituta privata, come la Steinheil, quella dei
focolari domestici, quella mascherata dalla posizione sociale che occupa,
quella che viene accolta nei ritrovi mondani e non mondani, quella che passa
dalla società in cui vive, come un ciclone, come una folata di venti rotatorii
che sradicano, schiantano, trascinano nei loro vortici anche l'idea degli
affetti e degli amori sinceri.
— Io però non vedo il
ravvicinamento tra voi francesi e gli svedesi e norvegesi. Trovo donne che si
vendono dappertutto, dove si spende poco e dove si spende molto; ai teatri, per
le vie, ai ricevimenti, nei grandi restaurants, alle corse. Insomma, dove è che
non sono le donne che voi esecrate?
— Un male secolare non lo si
guarisce con un decreto o con un regolamento.
— È vero, risposi.
— Tanto più che per salire fino
alle Steinheil bisognerebbe mettere le mani sui Felix Faure, ammogliati e non
ammogliati. Ma prima che voialtri riusciate a raggiungere la moralità
scientifica della Repubblica nostra dovrete percorrere molti chilometri.
— Parole! direbbe Amleto.
— Fatti. Con noi la figlia
pubblica non ha tregua. È obbligata ad avere la sua licenza.
— Che non potete negare a chi
vuol esercitare la professione di diffondere...
— Se è riconosciuta sana.
— Non ce ne sono di sane. Voi lo
sapete meglio di me. Sul pavé non c'è che la malattia segreta.
— Io non voglio parlarvi dei
nostri sforzi. La donna da noi deve avere la sua carta d'esercizio per
presentarla all'agente che desidera assicurarsi dell’autorizzazione. È proibita
a circolare di giorno, cosa che non esiste da voi. In qualunque stagione non
può scendere nelle vie se non dopo le sette di sera. La corsa all'uomo deve
cessare a mezzanotte.
— Se è accompagnata dall'uomo
può circolare fin che vuole.
— Purchè l'uomo non sia un
mantenuto. Voi sapete che il Parlamento francese ha votato una legge che relega
il mantenuto alla Caledonia o alla Guiana. Si fa di tutto per sbarazzare la Francia dei malviventi.
L'uomo con la donna della strada non può essere che un cliente. E chi è porco
stia porco. Noi non siamo ancora in Svezia e in Norvegia, dove gli agenti
conducono alla sezione di questura e chi compera e chi vende. All'indomani,
subìta la visita, vengono mandati, sul semplice certificato medico, alla colonia
venerea, fossero dei Felix Faure e delle Steinheil.
— Per darvi l'idea della
moralità delle nostre leggi contro gli oltraggiatori dei buoni costumi, vi dirò
che la figlia chiamata dagli stupidi romanzieri di una volta «figlia di gioia»,
non può parlare coi minorenni.
— Vedi Courtois, l'assassino di
Remy, che a diciassette anni e forse prima andava in pubblico con loro e con
loro dormiva in casa dei padroni.
— I delinquenti, mio caro, sono
superiori alle leggi. C'è un codice contro il furto e l'assassinio e tuttavia
non c'è giorno che non si registri e l'uno e l'altro. Il delinquente non entra
nel mio studio. È un'eccezione sociale. La donna pubblica non è più la Gervasa di Zola che poteva
fermarsi dove voleva a esibirsi a chi passava. Quella dei nostri giorni è una
ebrea errante, condannata a filare per la sua via senza adocchiare la gente che
passa. E come non può flanellare sui larghi delle cantonate, non può girellare
con le sue compagne di professione.
— Come i sorvegliati.
— Tali e quali. Il souteneur che
la seguisse sarebbe arrestato. La femmina non può stare alla finestra, neanche
con le imposte socchiuse, come non può vivere in concubinaggio con alcuno o abitare
un appartamento o stanza con una figlia. Voi capite come da noi il lenonismo
sia inseguito.
— Insomma la donna pubblica
della Repubblica è coercizzata dal regolamento che avevamo noi prima della
slibrettatura di Crispi.
— Da noi le leggi sanitarie sono
davvero in azione e sono più coercitive, Per noi la donna pubblica, quella che
chiamiamo pierreuse, è considerata nè più nè meno del bandito, del
grassatore di strada, dell'assassino e del ladro. Dopo poche ripetizioni delle
stesse violazioni alle leggi sanitarie viene imbarcata come tutte le persone
pericolose per la Guiana
— dalla quale non ritorna più nè viva nè morta.
Giunti sul boulevard degli
Italiani ci siamo offerti l'aperitivo il quale per noi era la bibita inglese.
— Chin chin, fece Bizet toccando
il mio col suo bicchiere.
— Chin chin, risposi con la
stessa gentilezza.
— L'invio delle donne pubbliche
alle isole della Salute, nel territorio francese, il quale si estende
dall'Orenoque al fiume delle Amazzoni, è anche un disinfettante salubre. Esse
incominciano a rarefare i matrimonî socratici, così diffusi nei nostri bagni
penali. Immaginatevi che quando ho dovuto andare all'Isola del Diavolo per
interrogare Dreyfus per conto di Sheurer-Kestener, ho studiato un po' anche i
nostri forzati. Quale disgusto! Gli uomini erano matrimoniati liberamente con
gli uomini come se la comunanza penale fosse stata composta di tanti Oscar
Wilde, di tanti Eulenburg e di tanti Moltke. L'abbietta passione non stomacava
più nessuno, neanche i guardiani, neanche gli impiegati della direzione. Così
mi è toccato vedere i vecchi satiri che chiamavano i loro compagni di pena mignons.
Sarah di Battignoles, la
Rouquine di qualche altra parte di Parigi. La «Figlia» si
dava a tutti. Costoro, i passivi, erano considerati le momes (amanti) di
Tizio e di Caio, del numero tale o tal’altro. Ho trovato perfino uno di questi
orribili mostri della perversione che si era votato alla castità dopo la morte
del suo mome, del quale conservava, idolatrava il fazzoletto. L'invio
delle figlie pubbliche alla Guiana è dunque un servizio altamente morale:
sbarazzare e spopolare Parigi delle creature immonde e aiutare a disfare o a
impedire le unioni mostruose dei giovani condannati con i costots
(uomini forti) che proteggono gli invertiti alla Guiana
È una grande riforma morale
quella di mandare le donne avariate nella zona torrida a purificare la
gentaglia dell'isola Reale, dell'isola di San Giuseppe, di San Giovanni, del
Maroni...
Mi accorsi che Bizet andava per
i campi dell'utopia e così lo interruppi bruscamente dicendogli che le relegate
all'isola della Salute erano delle recluse di un penitenziario.
— Per tre anni. Con tre anni di
buona condotta possono ottenere la relegazione, mi dicevano le autorità locali.
È che nel termine probatorio le relegate diventano una specie di associazione
saffica. I loro dormitori sono spesso il teatro del tribadismo più ributtante.
— Sono dunque perdute e per
sempre!
— Come gli uomini, d'accordo. È
meglio che s'appestino fra loro, che fra noi.
— D'accordo.
Parlando, delle variazioni
mentali della Steinheil con un allievo del dottor Enrico Martineau, l'illustre
psichiatra che ha fatto uno studio importantissimo sui Rougon-Macquart di Zola,
nei rapporti colla medicina scientifica per cercare l'idea direttrice del
genere umano, gli ho confidato il mio imbarazzo giornalistico di non sapere in
quale categoria classificare una donna che ha tutte le caratteristiche di una
pazza, senza precedenti di follia e senza squilibrii che mettino al sicuro la
coscienza di un giudice o di uno studioso. Tutte le volte che ho avuto la
presunzione di appenderla al gancio del mio studio, come cosa finita, sono
stato obbligato dagli avvenimenti a rimetterla sul tavolo della patologia umana
senza mai venirne a una conclusione. Coloro che l'hanno conosciuta intimamente
me l'hanno potata in alto, descrivendomela come una charmeuse raffinata,
colta, con dei desideri di piacere, nei ritrovi mondani, con idee alate, sempre
in viaggio, verso un futurismo di bontà e di amore, cose tutte che dovrebbero
essere della donna sana, equilibrata, cosciente, padroneggiatrice dei proprii
nervi.
— E invece voi vi trovate, mi
rispondeva l'alienista, di fronte a una donna che pare più perversa delle
perverse, non è vero?
Per la scienza il corpo della
Steinheil è di cristallo terso. La vediamo internamente come se fosse stata
scuoiata e aperta sulla lastra anatomica. Con dei motivi diversi ella è la
compagna di Giacomo Lantier nella Bestia Umana e nel libro scientifico
del mio indimenticabile maestro. Tanto l'uno che l'altra sono vittime
dell'automatismo nervoso. La loro volontà è un impulso, la loro vocazione è una
violenta passione, il loro godimento, furore. È la corteccia cerebrale che ha
assunto la direzione del funzionamento dei loro nervi. Perchè Giacomo Lantier,
a 26 anni, alto, bruno, forte, con un viso pallido, rotondo, regolare, pur
amando la donna o la femmina, ha bisogni prepotenti di ucciderla, si chiami
Flore o Severine? Cercate sul suo cranio e vi troverete una crepa o una
cicatrice o una linea male marginata che gli darà a momenti febbri brutali o
accessi di tristezza da rendergli insoffribili la luce e la vita sociale,
voluttà infrenabili di possedere la femmina per piantarle una coltellata in
qualche parte. E tutte le volte che esce dalle sue crisi egli si crede guarito
del male abbominevole, della follia impulsiva, follia che gli risuona nelle
orecchie e pare voglia perforargli l'ambiente cerebrale.
È l'ossessione. E l'ossessione
non è pacifica, non scompare che quando è soddisfatta. Ecco perchè Giacomo
Roubaud ha la gola squarciata dal suo coltello. Egli è contento! Alla fine egli
ha ucciso! Margherita Steinheil è su per giù nelle stesse condizioni di Giacomo
Lantier. Il suo tormento cerebrale era l'avversione, l'antipatia, la ripugnanza
per il marito. Ella sperava sempre in una sua catastrofe. Non è mai avvenuta.
Ecco l'ossessione. Come in Lantier non era in lei il fiat di una volontà
libera, come direbbe il vostro Ferri, e allora si caricava a periodi di odii
per lui, con tendenza continuamente a disfarsene, a progettarne la morte, a
dare alla sua concezione una forma pratica che sfuggisse agli occhi della
legge.
— Sarà o non sarà vero quello
che dite, ma voi come spiegate le denuncie di un uomo dopo l'altro, cancellando
un nome per consegnarne un altro al carnefice, senza rimpianti, senza scuse,
per poi magari far risorgere la figura eliminata, riaccusandola dello stessa
delitto, ribadendone le accuse con la stessa ferocia?
— È un'isterica perfetta. E come
tutte le isteriche è suggestionabile. La suggestione può trovarla fuori di lei
o in lei. Fuori di lei può essere lo spavento di ritrovarsi sulla piattaforma
criminale. La ricerca di un delinquente dopo che l'altro è stato soppresso dal
giudice istruttore per mancanza di prove o per inesistenza di reato, è cosa che
noi scienziati chiamiamo amnesia cerebrale.
Il nome che prima torreggiava
nei pensieri arroventati dal bisogno acre di trovare un colpevole, nel cervello
dell'isterica sbiadisce, scolorisce, cessa a poco a poco di esistere.
All'indomani della così detta notte delle confessioni fatte ai due giornalisti,
la Steinheil
ha ripetuto, parola per parola, tutte le dichiarazioni notturne al capo della
pubblica sicurezza Hamard, non è vero? State attento. Nella stessa giornata
ella si è trovata davanti il giudice Leydet, ha riaffermato ripetutamente che
il figlio di Marietta Wolf era stato lo strangolatore di sua madre e di suo
marito e poi dopo, a poco a poco, le sue affermazioni diventarono meno
energiche, le sue parole meno violente, la sua irascibilità più fiacca e
lentamente ella, come una smemorata, si è messa la mano alla fronte, con gli
occhi, della smarrita o della allucinata, si è domandata se era vero che avesse
pronunciato il nome di Alessandro Wolf! Se lo aveva pronunciato doveva essere
stato per suggestione e con una esclamazione di stupore si è battuta la mano
alla fronte e ha soggiunto che era vero, che era stata la suggestione dei
giornalisti dell'Eco di Parigi e del Mattino che le
avevano fatto accusare un uomo a sua insaputa.
Ecco la storia dell'ammalata. È una delle più autentiche
femmine della degenerazione epilettica che passa attraverso i parossismi e
finisce affranta, spossata, inconsapevole di quello che si è svolto in lei e
intorno a lei. Se si potesse scarnarle la faccia come sul tavolo anatomico ve
ne farei vedere le stigmate degenerative sulle sue mascelle, sui suoi lobi
frontali, nei suoi occhi che pare ingrossino sotto l'azione automatica dei suoi
furori accusatori, nella ruvidezza dei suoi capelli biondi, resi morbidi dalle
essenze odorose. Il la dei la è nella sua parlantina, nella sua
smania tragica di confessarsi e di rifare le sue scene come un'artista che
voglia ripassare loro sopra con tocchi e ritocchi, nella sua sicurezza
minuziosa di affermare e riaffermare cose che poi smentisce alla stessa udienza.
È una isterica suggestionabile che va al di là dei pensieri di chi parla o la
interroga, che afferma quello che è già nella sua testa, che è obbligata a fare
rivelazioni anche quando le sue rivelazioni la conducono a San Lazzaro.
E da chi v'è spinta all'abisso?
Dall'automatismo, dal suo spirito romanzesco, dalle predisposizioni ataviche...
Come Lantier, astemio, sente il delitto degli avi ubbriaconi, così Margherita
Steinheil sconta le anomalie di coloro che l'hanno preceduta. Forse nelle
anomalie ch'ella sconta per i suoi parenti è la antipatia incoercibile per la Japy, per la madre. È una
supposizione che potrà avere valore quando la Steinheil giungerà alla
narrazione finale della notte tragica e condurrà alla ricerca dei complici che
non si trovano mai.
Per trovare un tipo identico,
vale a dire automatico e suggestionabile come la Steinheil, e senza
uscire dalla Francia, voi avete la
Humbert.
— Scusate, professore, ma mi
pare che la creatrice di fortune immaginarie fosse il rovescio della medaglia
della donna dell'impasse Ronsin.
— Al contrario. Come la Steinheil ha bisogno di
credere essa stessa alla sua narrazione per farla credere agli altri, così la Humbert aveva bisogno
dell'autosuggestione per credere e far credere ai milioni invisibili che
dovevano arrivare e non arrivavano mai.
— Il metodo dell'una non era
però quello dell'altra.
— Avete ragione, l'una parla
troppo e l'altra parlava troppo poco. La Steinheil è teatrale, le piace drammatizzare le
sue scene. La Humbert
rispondeva sempre al giudice istruttore.
— Nous parlerons à l'udience — noi parleremo all'udienza.
E all'udienza tutte le fortune si sono liquefatte,
svitalizzate, disperse. Ma l'una non è meno artista dell'altra. Bisogna
esercitare del fascino, avere una forza suggestiva non comune per tirar fuori
il denaro agli avari che sperano di moltiplicare le loro somme sui bisogni
degli altri e per continuare per degli anni a nutrire le fantasie dei
minchioni, corbellandoli sempre con nuove estorsioni. L'importante per la
scienza è che tutte e due, come Giacomo Lantier, escono dalle truffe e dai
delitti senza rimorsi. L'automatismo nasce in una mente senza memoria. Lantier
si scorda di ammazzare due donne, solo perchè l'una entra da un fornaio e
l'altra è rasentata da un passante. Due passi dopo egli aveva dimenticato che
stava per diventare assassino. Così è della Steinheil. Ella può giurare con
perfetta ragione, di non avere mai narrato o confessato o accusato.
Così è della Humbert. Ella ha
gabbato il suo mondo direi quasi, a sua insaputa, convinta essa stessa che
l'eredità fosse in viaggio. Come adesso ella vive tranquilla, con il denaro
delle truffe, persuasa che la giustizia ha commesso contro di lei
un'ingiustizia. Volete un altro esempio di amnesia cerebrale? In questi giorni
non si parla, a proposito della Steinheil, che del Bel-Ami. Voi sapete chi è
non è vero? È una creazione geniale di Guy de Maupassant. Pieno di
suscettibilità, geloso dell'onore maschile fino a vergognarsi se un'amica gli
paga il pranzo, si trova in tasca dei napoleoni d'oro che fanno trasalire la
sua coscienza e gridare mentalmente il suo orgoglio di volerli restituire all'indomani
con indignazione e col proposito determinato di far cessare l'obbrobrio di
lasciar sdrucciolare i napoleoni dello stesso giallo infuocato fino nei suoi
stivali. State attento. Egli è un amnesiaco. Impotente a restituirli, riduce i
napoleoni trovati nelle tasche e nei taschini a un debito e poi il deluso a
poco a poco sbiadisce nella sua memoria e scompare senza che la sua coscienza
abbia la rivolta dei primi momenti. Se voi andate a dire al signor Bel-Ami che
è un dos-vert (mantenuto), come gli ha detto una sera una Rachele delle
Folies Bergère, sarebbe capace di staccare la sciabola dalla parete per
piantarvela nello stomaco fino all'elsa.
— Così voi credete, professore,
che madama Steinheil sia assolutamente irresponsabile delle sue confessioni
fatte, rifatte, toccate, rammendate, rimpolpate, alleggerite, sfigurate,
deturpate o migliorate.
— Non sarei neanche lombrosiano
se non la credessi irresponsabile, mi rispose egli con accento di convinzione.
Le sue confessioni sono impulsi parossistici. In quei momenti ella può uccidere,
strangolare, fare un romanzo senza alcuna responsabilità dei suoi nervi, in
piena insurrezione epilettica. Ella è una nevrotica, come è nevrotico Tullio
Murri. Il vostro concittadino non ha narrato tutti i particolari del delitto in
un documento scritto con la sua penna e poi non lo ha corretto e ricorretto
nell'assieme e nei particolari, cambiando perfino l'ora in cui era stato
compiuto?
Le sue dichiarazioni fatte dopo
il verdetto di Torino che lo seppelliva in un ergastolo per trent'anni non sono
una prova del suo automatismo? Non è lui che ha ammazzato il Bonmartini. È la
voce interna che gliel'ha fatto vittimizzare ingiungendogli di colpire.
Ricordatevi della sua lotta di 13 ore consecutive, chiuso nell'appartamento del
cognato con Pio Naldi. Tutti i suoi ragionamenti, tutte le sue considerazioni,
tutti i disastri ch'egli vedeva con l'uccisione del marito di Linda, finivano
in un pensiero che era poi il pensiero di Giacomo Lantier: ch'egli non poteva
fare diversamente, che sua sorella moriva e che lui doveva compiere il
sacrificio. Udite: sono su per giù le sue parole che mi serviranno per la mia
perizia mentale sulla Steinheil.
Linda moriva: questo pensiero mi
era fisso in capo. Che colpa ne avevo io? Di fronte a me stesso, io sapevo di
avere fatto quanto sforzo mi era umanamente possibile per indurmi a salvarla a
prezzo di qualunque sagrificio; tredici ore il sentimento del dovere aveva
resistito contro l'impulso, della pietà e dell'egoismo: che colpa avevo io se
la natura mi aveva dotato di un animo fiacco e se non m'era stato possibile di
vincere me stesso?
Gli isterici, gli epilettici, i
nevrotici sono tutti smemorati, sono tutti degli amnesiaci, sono tutte persone
che compiono atti automaticamente come marionette dalle cordicelle nelle mani
del marionettista.
— Vi ringrazio, professore,
disse Bizet, stringendogli con forti sussulti la mano nella sua, di avergli
dato modo di penetrare scientificamente nel tenebroso cervello di madama
Steinheil.
— Figuratevi, rispose il
professore, è sempre un piacere per me di avere l'opportunità di applicare la
teoria uscita dallo studio dei fatti al nuovo fatto che viene sulla nostra
piattaforma scientifica. E sopratutto, concluse salutandomi, non dimenticate
ch'ella paga per le degenerazioni mentali dei suoi nonni, delle sue bisnonne,
per i peccati degli altri.
Se fosse stato qui il vostro
immenso Ferri non avrebbe potuto farvi una diagnosi migliore, Perchè come
sapete è lui che ha proclamato Emilio Zola un cervello che si è ossigenato
all'aria viva e pura della scienza umana.
Bizet, sempre scettico sulle
teorie delle mascelle voluminose, dei baffi fitti e delle orecchie a grandi
padiglioni, ha ascoltato ciò che mi ha detto il dottore con smorfie che mi
toglievano la voglia di continuare.
— Ve l'ho già detto, sono stufo
di cataloghi lombrosiani. Se devo dar retta a qualcuno, credere in qualcuno
preferisco il loro maestro: Cesare Lombroso. Per voi che siete un documentista
non occorre la sintesi scientifica. A voi deve bastare nel vostro lavoro il
fatto criminale nell'ambiente in cui si è svolto. Il nuovo personaggio
acquisito alla causa, come direbbe l'avvocato Labori, se fosse al mio posto, è
Alessandro Wolf. Chi è, che cosa fa? Lo sappiamo. Egli è al servizio del signor
Guichard, mercante di cavalli, della via Rosenwald, 20. È separato da sua
moglie e la sua ex sposa divenuta attrice di una compagnia di operette di canto
e recitazione, per la fabbrica dell'appetito, l'ha dipinto come un violento
della famiglia, capace di andare fino al coltello, capacissimo di far
traballare o schiantare un tavolo con un semplice pugno.
Non appena le ho domandato di
lui, mi ha risposto con la bella faccia di canzonettista che riesce a malapena
a rabbuiarsi:
— Che cosa penso di Alessandro
Wolf? Contentatevi del mio silenzio, mi rispose madama Miriella Wolf, facendo
l'atto di andarsene. Che ne devo pensare? Vorrei non averlo conosciuto. Maledetto
il giorno che mi è capitato tra i piedi! Il mio sposo era il mio padrone, il
mio pirata, il mio proprietario. Con le sue minacce da facchino mi faceva
paura. Quando stravolgeva gli occhi potevo aspettarmi tutto: anche una
coltellata. Sono stata battuta come una mantenuta o una donnaccia del selciato.
Ah, Cristo, voi mi obbligate a ricordarmi dei miei giorni atroci! Credevo di
aver messo una pietra sul passato. Basta il ricordo per farlo uscire dal
sepolcro. Mi dava schiaffi, ceffoni, pugni, morsicate, mi piantava i piedi
nelle carni e sovente mi rincorreva con il suo coltellaccio da tasca. Ecco,
guardate questa mia mano. Le due cicatrici sono il suggello della sua lama che
egli voleva piantarmi nel seno. Se stavo assieme un po' ancora avrei finito
come la povera Cifariello. Mi sono salvata facendomi arruolare dalla compagnia del
teatro Monmartre. Ah, sì, mi faccia citare al tribunale e ne udrà delle belle.
Io ho tante scenate nella mia vita matrimoniale da far saltare in piedi tutta la Francia. E adesso come
mi tratta? Io scappo. Vado a Tolone a rappresentare madame Sans-Gêne. Se
lo incontrassi avrei paura. Griderei: aiuto! Che vita! Ah, che vita ho fatto
con quel bruto, con quello scozzone, con quell'animalaccio di uomo! Era il mio cauchemar,
il mio incubo. Le donne del buon mercato ch'egli conduce nella sua stanza
mobiliata, le fa registrare sul libro della locanda sempre col mio nome per
disprezzo. Per non passare per una volgarissima pierreuse ho dovuto tramutare
il mio nome di Leonida in Miriella. Mi sono salvata da un po' del suo fango
assumendo un nome di guerra.
Ella aveva già la borsetta in mano per discendere dove
l'aspettava la vettura, ma a me premeva una sua parola sulla possibilità del
delitto. Credete, madama, vostro marito truce abbastanza per compiere il doppio
assassino del passaggio Ronsin? È stata in forse. Per un momento ha deposto sul
tavolino la borsetta di pelle rugginosa a cerniera d'acciaio tersissimo, si
accomodò la grande capigliatura nera che le fa da cornice al viso sfiorato
dalla tristezza, mi lasciò vedere un filare di denti serrati e bianchi e poi quasi
con rincrescimento mi rispose:
— Le collere di Alessandro sono
terribili. Ne conosco i ruggiti. Beone, ubbriacone, sporcaccione, è capace di
qualunque violenza, anche con effusione di sangue, ma lo credo incapacissimo di
compiere delitti meditati, organizzati, senza motivi, per della rapina. La
premeditazione fredda del delinquente nato non è del suo carattere. La mia è
una opinione e voi potete prenderla per quello che vale. Ma io non ho dubbi
sulla sua innocenza. Nel delitto del passaggio Ronsin bisogna cercare in alto,
come ha detto sua madre.
Non ho potuto trattenerla di più
perchè il treno in Francia non aspetta neanche i ministri. A me bastava un
abbozzo di suo marito e lei con una pennellata di nero me lo ha messo in piedi
nelle sue abitudini. Fracassone, smanaccione, sbevazzone, con momenti di
collera elevata che possono finire nel sangue. Tutto questo non basta per
chiamarlo delinquente. Il dubbio è sempre a beneficio dell'accusato. E allora
sapete che cosa ho fatto? Sono andato sulle pedate di Alessandro Wolf. Come e
dove ha passato la notte del delitto? Ho incominciato a mettermi sulla sua
pista alle cinque e mezzo del trenta maggio, la sera del delitto o la sera che
precedette la notte del delitto. Che cosa ho trovato? Ch'egli aveva lasciato le
scuderie della via Rosenwald con un cavallo aspettato dal compratore alla
stazione del Nord. Non avendo trovato colui che doveva ricevere la bestia vi
rimase fino alle dieci — ora in cui la strage poteva essere premeditata, ma non
compiuta. Rifatta la strada da solo lo si è visto col padrone Guichard,
mezz'ora dopo, a pranzo, all'Hotel della Creuse, in via Brancion. Passate le
undici il padrone era stracco, Wolf alticcio. Tutti e due si avviarono verso i
rispettivi domicilî, salutandosi con un bock di birra in via di Vouillè.
Alessandro Wolf, attraversata la piazza Falquière, si accorse di non avere
sigarette e andò a comperarle dal tabaccaio della via Processione. Amico di
tutti ha trovato di fare una partita al zanzibar col padrone dello spaccio e
con un avventore che vi si trovava. Wolf è uscito alle dodici e mezzo
coll'avventore e tutti e due sono andati a berne un bicchiere a un caffè dei
dintorni. L'avventore alla 1 e 30 prese la carrozza e Wolf, brillo, si è
fermato un po' ancora. A che ora sia rientrato all'Hôtel Meublé
non è sicuro. Lui dice alle due o alle due e mezzo, ma c'è la padrona delle
stanze mobiliate che le pare sia o non sia rincasato che tardi nella mattina in
cui furono strangolati la Japy
e lo Steinheil.
Fina alla una e mezzo della domenica
del 31 maggio, l'alibi di Wolf è completo. Ma dove sia stato dalla una e mezzo
alle sei e mezzo antimeridiane non abbiamo più testimonianze. O bisogna credere
che egli si sia coricato ubbriaco o bisogna lavorare di fantasia e supporre
male e credere alla Steinheil.
— La condizione della Steinheil
a ogni modo mi pare migliorata e mi pare migliori di ora in ora.
— Lo sapremo fra qualche minuto.
Io mi aspetto una ripetizione di quello che è avvenuto con Remy Couillard. La
sua condizione è migliorata se voi alludete a quello che è stato trovato nel
letto in cui si trovava la
Steinheil. Sono però sempre in lotta col dubbio. Le materie
fecali nelle quali è stata trovata immersa la donna fatale alla scoperta del
delitto non faranno parte del materiale della mise en scéne? Sono i
leviti e la donna dai capelli rossi che glie l'hanno fatta fare addosso o è
invece la purga che ha completata la farsa? Marietta potrà dircene qualche
cosa. Io tendo per il drastico. Capirete che la donna che è andata
spontaneamente da Hamard a fare una delle tante confessioni senza farsi saltare
le cervella, non ha più diritto a essere creduta.
— E che cosa ha confessato?
— Su per giù quello che ha detto
ai due giornalisti. Signori, gli ha detto la Steinheil, sono venuta a
farvi confessioni complete. Ho accusato falsamente Remy Couillard, mio
domestico, di avere ucciso mio marito e mia madre. Sono io che ho messo nel suo
carnet la perla che vi si è trovata. L'autore dell'orrendo delitto non è
Couillard, è Alessandro Wolf, il figlio di Marietta Wolf. Vi pare poco? Mi
meraviglio che Hamard non l'abbia presa per il collo e consegnata subito agli
agenti per la prigione di San Lazzaro. Quando si credeva ch'ella trangugiando
una simile balena crepasse ha soggiunto: «I bijoux non mi sono mai stati
rubati. La lista che ho dato a voi, signore, era tutta della mia immaginazione.
Il motivo del delitto è però sempre il furto, perchè Alessandro Wolf, dopo gli
omicidî, mi ha derubata di cinque mila lire».
— Allora, signora, la narrazione
che mi avete fatta subito dopo il delitto è tutta una canzonatura? Gli
assassini non erano dunque tre e non indossavano nè le vesti levitiche nè le redingotes?
E la raquine dai capelli rossi dove è andata a finire?
— Erano tutti personaggi
immaginarii. Lettrice di Sherlock Holmes ho rubato al fecondo autore un
capitolo per sviare le vostre ricerche. L'assassino unico e solo è Alessandro
Wolf. Almeno io non ho visto che lui. Ve lo giuro: egli è l'assassino di mio
marito e di mia madre.
— Perchè avete aspettato a farmi
queste comunicazioni?
— Per compassione. Marietta Wolf
è stata la mia cuciniera per tanti anni e anche un po' la mia confidente.
Capirete la mia Marietta è la madre del criminale. Ieri mattina quando voi,
signor Hamard, siete venuto da me, e l'individuo che sapete ha dichiarato alla
mia e alla vostra presenza, che l'autore della tragedia era Alessandro Wolf io
ho sentito il peso del vostro sguardo che cercava di penetrare nel mio
cervello. Io non ho potuto trattenermi un brivido e voi dovete esservi accorto
del mio turbamento. E allora tutto è stato finito. Io ho provato il grande
rimorso di avere accusato per lui quel povero Remy Couillard.
— Voi dunque volevate salvare
Alessandro Wolf? Per quale motivo?
— Per non addolorare una serva
fedele, alla quale devo molti ringraziamenti.
— Alessandro Wolf sarà arrestato
fra pochi minuti.
— Grazie, signore.
— Faccio il mio dovere. Io non
posso interrogarvi, ma se mi è permesso una interrogazione vi domando un'ultima
volta se voi, prima di uscire dal mio gabinetto confermate l'accusa contro Alessandro
Wolf.
— Absolument! Ripeto che
è lui l'assassino di mio marito e di mia madre. Nella notte della spaventosa
sventura io non ho veduto che lui. Sì, o signore, Alessandro Wolf, credendo che
nella mia villa dell'impasse Ronsin non ci fosse alcuno, vi è entrato
per derubarci. Invece si è trovato alla presenza dello Steinheil e della Japy e
li ha uccisi.
— E voi?
— Risparmiata! diss’ella
lasciando cadere la testa sul seno come se avesse compiuto un sacrificio.
— Perchè?
— L'ho supplicato di lasciarmi
la vita, aggiunse madama con accento ancora più tragico.
— Non sono passate che delle ore
e io ho paura, caro Baragiola, di assistere nella sala dei giudici istruttori a
un'altra confessione.
— Allora sarebbe giudicata....
— Pazza!... E chi vi dice che
non sia il suo giuoco? Giovanna Weber, la strangolatrice di bimbi, non è
riuscita a farsi mandare al manicomio a furia di narrazioni? Da quella donna,
per la quale ha sospirato tanta gente, possiamo aspettarci tutto.
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