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Paolo Valera
La donna più tragica della vita mondana

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* * *

 

Il nostro appuntamento era Chez Maximeristorante tutto pariginizzato, dove il cocottismo di alto bordo cena coi viveurs dopo i teatri. Vi avevo passata la sera prima parecchie ore cogli amici che mi avevano fatto assistere all'Odéon, alla rappresentazione dei Ventri Dorati di Emilio Fabre, un dramma possente che mi ha fatto sentire una ventata del grande teatro che non muore. Al Chez Maxime si spende molto denaro. La mia prima perturbazione borsuale è stata quella di pagare il whisky con soda un franco e mezzo, una lira di più di quello che io e Bizet bevevamo al di della Manica. Le cenette costano dei napoleoni d'oro. Le toilettes delle signorine ai tavolini coi nottivaghi sono tutto ciò che c'è di vaporoso e di elegante nei colori spettacolosi della morale libera. Senza i fraks mi sarei creduto al bazar delle impure. Mangiano da viziate, senza appetito, tra una boccata e l'altra di sigaretta, e bevono di preferenza il Champagne, il Borgogna e il Malaga, come ai tempi dell'impero. Sciupano in guanti una moneta tutte le sere. Sono guanti a cinque o sei bottoni che vanno su fino all'ascella. La maggioranza li calza di pelle camosciata color paglia. Ma ne ho visti di tutte le tinte: rossa, nera, gialla, sanguigna. La descrizione della loro calzatura sarebbe un trattato di scarpologia femminile. Scollate, puntute, chiuse fin al malleolo, alte fino ai polpacci. Coi bottoni, con le stringhe, con i fiocchetti, con i lacci di seta, con le fibbie e con il collo del piede tutto d'un pezzo. Pelli sottilissime, fini, duttili che si adattano ai piedini come il guanto. Le gioie sulle carni vellutate e marmorizzate sono le insegne del loro valore. Il diamante e la perla sono i più quotati. Intanto che mangiavamo un fagiano allo spiedo con tartufi che profumavano l'ambiente, abbiamo veduta una signorina del demi-monde fare un falò del giornale dell'esercito della salute: che stupido! diceva al suo amico, buttando fuori tanto fumo dalla sigaretta per ammansare la sua collera. Chi sa cosa crede rii offrire alle ragazze questo Booth della speculazione filantropica, spalancando le porte delle sue casermacce sudice! Ho notato che nessuna di loro era accompagnata dalla vecchia matrona. La musoneria che mi pareva pesante se ne è andata verso le due. Alle due, quando il champagne incominciava a spandersi per le tovaglie, c'è stato un po' di conversazione chiassosa, un tète a tète più intenso, ma nulla che potesse offendere il puritano che vede nella folla notturna delle cortigiane una decadenza dei costumi.

Certo che non si era in Chiesa. Era la conversazione blanda e lasciviata del demi-monde che si alza alle quattro pomeridiane per essere gaio a mezzanotte. Una conversazione fatta di sottintesi birichini, di veli bucati dalla parola impertinente perchè si intravvedono capelli, del colore del grano, sparsi sulle spalle, di abbandoni di linguaggio acceso che metta in rilievo il naturalismo orgiastico, di audacie immaginose che lascino dare una capatina rapida nelle alcove delle nudità aggressive, di piccole promesse sensuali interrotte da sorsate di vini principeschi e di allusioni che facevano lampeggiare il pensiero portato in mezzo alla carne avida di piaceri gaudiosi. Era una conversazione calda, colorata, lievitata, senza frasi completamente vestite che la facessero diventare immonda.

Fu solo ai liquori ambrati che la conversazione divenne virulenta, acre, fatta di vocaboli turgidi di rancori, acuminati dall'odio, imperversati dalla furia di una classe che si credeva defraudata dei propri diritti. La Steinheil era il soppedaneo di tutte le mercantesse del loro corpo. Fra l'una e l'altra non c'era disaccordo. Era per tutte una schifosa che faceva il mestiere camuffata da donna onesta. La polizia doveva mangiare a due ganasce per chiudere gli occhi intorno alle monachelle che convertono le case maritali in bordelli ad alte tariffe. Per loro c'erano le squadre dei buoni costumi, come se lo svaccamento parigino fosse una loro produzione. Per loro che facevano niente di male a nessuno, che non andavano che con chi voleva andare con loro, c'erano regolamenti noiosi, fastidiosi, insidiosi. Per quelle del focolare domestico, con gerenti di paglia come i mariti, la libertà di darsi, di vendersi, di prostituirsi a piacere! La Steinheil, per la quale nessuna di loro avrebbe scambiata la propria bellezza per la sua rinfrescata o rinverdita ogni mattina dalla crema o dal rossetto, aveva potuto sgonnellare per l'Eliseo, per il Palazzo di Giustizia, per le residenze eleganti senza essere agguantata e trascinata a qualche sezione di polizia.

Mondo birbone! disse la biche in fondo, togliendosi il largo cappello girato in alto da piume duttili e colorate, per dar aria alla sua capigliatura ricca di riccioloni neri.

— Chi nasce con la camicia e chi nasce senza camicia! aggiunse un'altra, vuotando il calice con la manuccia ossuta. La Steinheil è di quelle che nascono vestite.

Mondo birbone! ripetè la prima.

— Noi siamo le cocottes, noi!

La comparsa di un amico ci interruppe, lo studio che stavamo facendo. C'erano toilettes meravigliose. È inutile, le francesi sanno vestirsi come nessun'altra donna del mondo. La maggior parte si direbbe composta di artiste. Guardate quella signorina in fondo, dissi a Bizet, salutando l'amico con la stretta di mano: una dopo l'altra. Osservate: è tutta una nuvola di chiffons rosa che lascia vedere la nudità delle braccia e immaginare la rotondità del seno. L'una più superba dell'altra. E quest'altra vestita in seta verde che pare domini con la sua testa bruna tutte le altre.

Sentite, rimandate la descrizione a un'altra volta. Sono le nove precise e non c'è tempo da perdere. Bevo il whisky in piedi perchè non abbiamo che il tempo d'andare in via Vaugirard, dove ci aspetta Marietta per metterci al dorso del salottino ad ascoltare la nuova confessione ch'ella ha deciso di fare ai due giornalisti — uno dei quali deve essere quello del Matin.

Non c'era molto da sperare dalla Steinheil, perchè era una donna o troppo volubile o troppo furba. Leydet l'aveva abituata a essere impunemente bugiarda, a mentire anche quando la menzogna era inutile. La viveuse de romans, come la si chiama ora, ha spinto l'audacia fino a mettere una perla nel portafoglio del suo domestico Remy Couillard, per farlo arrestare come assassino della Japy e di Steinheil.

Ecco uno dei nodi che si scioglieranno questa sera, se la donna tragica non ci giocherà uno dei suoi tiri. Diffido sempre della ex amante di Felice Faure. È troppo sapiente quando si tratta di far vedere che il rosso è bianco.

— Le date proprio della fantasia romanzesca? domandai a Bizet.

— Al contrario! Quando la nostra inchiesta sarà finita, quando i fasci di luce delle lanterne cieche immaginate da madama Steinheil avranno diradate o distrutte le tenebre che circondano i cadaveri della notte dal 30 al 31 maggio io vi potrò dimostrare che la bella Meg è una plagiaria intelligente come Sardou, ma plagiaria. Vi mette del suo, sia pur il genio, ma si impadronisce della roba degli altri. La prova? Tutta la sua vita di donna e di sposa è un plagio. Ma restiamo per adesso nel delitto. Vi ho detto più di una volta che la Meg esaltata dai personaggi della Repubblica per la sua bocca sensuale, il suo occhio carezzoso e il suo seno pieno di promesse, era una viveuse di romanzi d'appendice o giudiziarii, non è vero? Prendete in mano il volume delle nuove avventure del mio eterno nemico Sherlock Holmes e troverete che la sua donna rossa e il suo cambrioleur dai capelli e dalla barba rossastra sono usciti dall'associazione degli uomini rossi del falso poliziotto londinese.

È in quel capitolo ch'ella ha scelto tra la miscela delle gradazioni rosse e i rossi che si adattavano alle teste degli svaligiatori dei suoi appartamenti. Sentite che plagiaria! Ella ha veduto che gli assassini dell'ex agente di cambio Remy sono stati trovati fra le persone di servizio, e allora lei che cosa ha fatto? Ha messo la perla nel portafoglio di Remy Couillard e lo ha fatto arrestare. È senza pietà per il dolore degli altri. È la donna più insensibile della repubblica. Periscano tutti, purchè si salvino i suoi sogni di essere di tanti senza essere di alcuno, di salire, di arricchire, di giungere alla fama della Du Barry del nostro tempo repubblicano. Quando io non ho sott'occhio la sua fotografia e mi dimentico ch'ella ha stregato tanti uomini, me la vedo davanti come un mostro, con gli occhi fatti di pelle di pulci, con la faccia del colore del fango, con un naso a spegnitoio che spegne ogni idealità nell'uomo per infondergli le febbri lubriche e per suscitargli la foia degli amorazzi.

Bizet, gli dissi interrompendolo, mi pare che usciate dal binario del detective imperturbabile.

— Sono imperturbabile fino all'innocenza, mi rispose buttando dalla vettura il moncone dell'avana ch’egli aveva tenuto acceso aspirandolo tra un periodo e l'altro. Fatto il mio dovere rientro nella mia pelle d'uomo che può avere un pensiero sul fatto compiuto. Si parla tra noi, s'intende. Ma la scena dei miei cani, dei miei Ulmann, del mio Terrible e del mio Sanpeur, deve avere impressionato anche voi. Ah, le mie bestie non si sono mai ingannate. Hanno un flair, mio caro, che sfida tutti i limiers del mondo, compresi quelli geniali usciti dalle fabbriche dei romanzieri.

Io voleva avvertirvi che a Liverpool i cani poliziotti, con il loro odorato, avevano finito per far condannare un innocente. Ma l'errore giudiziario era stato scontato dalla nazione inglese con una somma votata dal Parlamento per la vittima di due anni ai lavori duri e non c'era più da parlarne. Avevo pure nella testa il caso dei cani poliziotti alla ricerca di un assassino in un sobborgo di Berlino. Uno si chiamava Uberhund e l'altro Bullenheisser — tutti e due con il muso della tigre e le orecchie corte, ansiosi sempre di addentare e sbranare qualcuno. Non ricordavo quanti marchi costassero.

Sapete, Bizet, dei due cani poliziotti della polizia berlinese della settimana scorsa?

— Mi pare di averne letto in qualche parte.

Disfatta completa. I due cani hanno fiutato più volte il criminale, gli sono andati in giro menando la coda e drizzando le orecchie senza che i loro artigli si spiegassero e le loro nari fremessero d'impazienza.

— Può darsi. Anche i cani possono avere momenti di distrazione come l'uomo e prendere granchi come Hamard che insiste ancora a cercare gli assassini dello Steinheil e della Japy fra la colonia internazionale dei modelli. E sapete perchè? Le povere bestie non hanno colpa. È il sistema. I cani subiscono le abitudini dei loro padroni, degli ambienti polizieschi. In essi, persone e animali, non sono allevati solamente per la soppressione del male, ma anche per la provocazione. Alcuni, come me, si salvano con la fuga, altri invece vi fanno l'osso, s'abituano come i cani. Pietri, Maupas, Andrieux sono stati i più grandi agenti provocatori dell'impero e della Repubblica. Hanno creato più delitti loro che tutti i delinquenti. Intorno a quella gente i cani non potevano crescere che alla scuola della mistificazione. In Germania poi i cani poliziotti non hanno di sincero che la brutalità dei loro agenti. In ogni perlustrazione lasciano delle vittime. Gli uni e gli altri sono allievi del loro imperatore.

I miei cani non hanno nulla di comune coi cani tirati su da cento maestri senza che uno impari a conoscerne i temperamenti e le loro ambizioni. Sicuro, anche loro hanno le ambizioni come i cani del San Bernardo e come i barboni dei pagliai, contenti i primi se trovano sulla neve un caduto o un cadavere, contenti i secondi se agguantano un malvivente di notte che sta per andare nella fattoria. I miei si distinguono fra tutti. Le rughe tigrate e verticali che hanno sulla fronte sembrano tracciate dagli artigli di un uccello di preda, tanto incutono terrore. La loro testa è sempre alta come se avessero la missione di diffidare sempre della gente che incontrano. Quando Felix Faure andava a trovare le sue Steinheil, sguisato come Napoleone III, quando andava a trovare a Montmartre la Bellanger, io, coi miei cani che avevano imparato a stare al largo, a non mettersi mai ai polpacci dei signori delle signore, io non avevo paura. I Ravachol, i Caserio, i Vaillant, gli Henry avrebbero dovuto fare i conti con loro, Se io mi fossi trovato nella Camera coi miei cani nel giorno in cui Vaillant aveva deciso di buttare la macchina infernale sui deputati per conto dei suoi copains (compagni), vi assicuro che non gli avrei dato tempo di diventare vile dopo il fatto, alla Corte d'Assisi di Parigi, dove ha fatto di tutto per diminuirsi e scomparire dall'elenco degli apostoli del diritto al furto e all'assassinio. Coloro che hanno il cuore pieno di odio, per la società, come lui, non sfuggono ai miei Sanpeurs e ai miei Terribles.

Dalla settimana in cui avete veduto i miei cani al letto della Steinheil è passato del tempo e la scena può essere sbiadita nel vostro cervello, ma nel mio è viva e terribile come se fosse appena avvenuta. È per questo che mi vedete un po' eccitato. Da quel momento io ho davanti una colpevole, una simulatrice, una bugiarda, una creatura criminosa, più criminosa di tutte le Strafforello, di tutte le Lafarge, di tutte le Weiss, di tutte le Giovanne Weber e di tutte le Goold. Perchè la Margherita Steinheil non si contenta di una dichiarazione, ma continua a divorare se stessa ogni giorno per fare nuove rivelazioni con altri accusati, per rimangiare tutto dopo poche ore o pochi giorni e mettere sulla piattaforma altri disgraziati che popolino la sua fantasia.

— È qui che vi aspettavo, Bizet. Perchè mentisce? Perchè non ha paura di rompere le creature per la sua salvezza? La ragione? Non è un'isterica?

— Senza dubbio ella è un'isterica classica, come è un'isterica classica la protagonista di un processo clamoroso che si è svolto in Italia alle Assisi di Torino: la Linda Bonmartini. Come è un'isterica l'amante di Tullio Muri: Rosina Bonetti. Tutte sono isteriche. Isterica è l'amante del De Medici. Ma l'isterismo non ha mai impedito alla Margherita d'essere una simulatrice per calcolo, per interesse, per progetto. Non c'è nulla d'impulsivo nella Steinheil.

Scusate, ma non potrebbe essere una simulatrice incosciente, a sua insaputa, suo malgrado? Tutti sanno ch'ella non aveva che da tacere per salvarsi dal cancan suscitato dalle sue confessioni, dalle sue correzioni, dalle sue aggiunte, dalle sue revisioni. La polizia aveva raccolto le sue parole come parole di cristallo terso. Leydet, il magistrato, faceva trascrivere le mille ed una frottole con una diligenza certosina. Perchè non ha taciuto o non ha insistito sulle sottane levitiche, sui capelli rossi, sulle lanterne cieche, sui fasci di luce e sull'alpenstock? E non le era capitato la fortuna del delitto di via della Pépiniére, dell'agente di cambio, stato assassinato come per far dimenticare il delitto dell'impasse Ronsin? Nossignore, ha voluto rifare il racconto, ritoccare le scene, mondare lo stile, rappresentare il doppio assassinio avvolto negli altri colori della sua immaginazione.

— L'affare Steinheil è come l'affaire Syveton. Più lo si rimesta, più si cerca di andare in fondo e più c'è del marcio. Si è creduto che il deputato Syveton si fosse suicidato, non è vero? Perchè? Il perchè è rimasto nella testa dell'uomo che si è asfissiato mettendo la bocca al tubo tagliato del gas. Pochi hanno creduto alla narrazione della vedova. I giornali, che hanno sovente il fiuto dei miei cani, non sono stati quieti. Hanno continuato ad agitare il cadavero costellato dei loro punti interrogativi, Al pubblico e ai giornali pareva impossibile che l'onorevole che aveva schiaffeggiato ripetutamente il ministro della guerra in piena Camera e che era un membro eminente del partito nazionalista avesse potuto aspirare avidamente il gas per uscire dalla vita nel momento in cui il suo nome era in mezzo alla réclame. E pubblico e giornali hanno avuto ragione della loro inquietudine. Perchè dopo si è venuto a sapere che dietro il dietroscena nazionalista c'era il suicidio forzato. Egli avrebbe delibato una ragazza di casa. Tra l'arresto e la condanna e il disonore pubblico come un satiro avrebbe preferito morire. Ma credete che questa sia la verità? È la verità della Steinheil; più la si cerca e meno la si trova. È una verità che è sempre nel pozzo.

È venuta ad aprire Marietta Wolf con la pelle della sua faccia affumicata, con gli occhi che traducono i suoi movimenti mentali, con la bocca arcuata sotto un naso ingrossato alle pinne che le un'aria minacciosa. Ella è il dietroscena della Steinheil. È la collaboratrice di tutti i suoi intrighi. Ne sa vita e miracoli. Il giorno che le venisse voglia di presentarla al pubblico nei suoi amori, noi vedremmo Margherita Steinheil circondata da una folla di messieurs che l'hanno desiderata, adorata, idolatrata, pagata, caricata di biglietti di banca come Faure e Borderel.

Entrate, disse Marietta stringendo la mano ad Adolfo Bizet. La signora è nel suo gabinetto a farsi toilette. Vi ho preparato un posto dove udrete e vedrete tutto senza essere veduti, diss’ella accompagnandoci per la scala. La Steinheil sa della vostra presenza, ma non desidera che lo sappiano i due intervistatori. Sono le nove e mezzo e possono essere qui di minuto in minuto. Per di , accomodatevi e procurate di non tossire. Potete fumare fin che volete e se desiderate il caffè o qualche bibita non avete che premere il bottoncino che mette in comunicazione con la cucina.

Il salottino di fianco ci permetteva di vedere tutto ciò che avveniva nel salotto senza che gli attori dell'atto che stava per incominciare potessero vederci. Per precauzione la Steinheil aveva fatto appendere un tendone che finiva affagottato su un pancale imbottito e coperto di damasco col quale potevamo oscurare o tappare completamente l'ingresso. La sola cosa spiacevole era uno specchio incorniciato nell'arditezza dello stile liberty che rifletteva l'entrata della stanza da bagno, dove era stato dimenticato o posto il povero pittore di tele storiche. Nel silenzio della penombra in cui eravamo io rivedeva a occhi chiusi Stenheil rialzato, adagiato, aggruppato, sul fianco, con gli occhi sbarattati, con i pugni chiusi, con il nodo alla schiena come era stato descritto dai primi testimoni accorsi alle grida di Remy Couillard. Le deposizioni contradittorie rivelano che la scena ottica si trasforma di occhio in occhio. Quale interesse avrebbe potuto avere l'agente Ghiani di giurare che l'assassinato era rialzato, appoggiato allo stipite del gabinetto da bagno? E quale interesse poteva avere l'ingegnere Lecoq di giurare che Steinheil era posto col dorso sulle gambe piegate? E l'altro teste che ha creduto di averlo trovato sul fianco sinistro, con le gambe incrociate ai polpacci e le braccia unite dall'ultimo stiracchiamento? Il cadavere che mi si voltava negli occhi come se fossi stato un sonnambulo mi ricordava i particolari che contribuivano a convincermi che gli autori del delitto non potevano essere meno di due. Le ecchimose al muscolo tricipite, vale a dire al disopra del gomito, dovevano essere state fatte dalle due mani che lo avevano agguantato di sorpresa e trattenuto, mentre il compagno del delitto gli faceva il nodo della funicella sotto il mento. Erano tutte supposizioni. Come era caduto sul pavimento? Piegato, violentato, stramazzato dagli assassini o precipitato sulle proprie gambe al momento in cui il nodo gli sopprimeva la respirazione e gli faceva rovesciare gli occhi dal dolore e dall'impotenza? A togliermi da quella specie di sonniloquio è venuta Marietta con i suoi capelli ad arco trionfale e il suo viso di faina a portarci il grog e la casella di metallo cesellato, a scompartimenti per la varietà dei sigari e delle sigarette.

Mercì, ma bonne Manette.

— Il n'y a pas de quoi, monsieur.

Ja - t - il rien de noveau?

Rien, mon cher Bizet. Tout va frès bien.

— È vero, domandò Bizet, versando nei bicchierini il rhum con noncuranza, è vero che madama Steinheil vi avrebbe detto, mentre il giudice Leydet e il capo della sicurezza discendevano le scale: «Mariette, je suis enfin libre!»

— Che cosa c'è di male? È una frase alla quale non bisogna dare più importanza del suo significato. Sono infine libera! vuol dire che mi sono levata dalle seccature, non ho più noie, finalmente ho finito di essere tormentata dal cervello poliziesco che finge sempre di approvare e pensa il contrario. Senza queste fiatate espansive, senza queste esclamazioni di contentezza la vita non sarebbe più che un duello a morte fra chi parla e chi ascolta, un tranello verbale nel quale cadrebbe il più debole. Che c'è di male a dire: enfin je suis libre, ou je suis enfin libre? Nulla. È l'interpretazione maligna che lo fa diventare un pensiero criminoso. È la stampa che a furia di rivoltarla l'ha servita al pubblico come una confessione indiretta che lascia capire che chi l'ha pronunciata è lieta di averla fatta alla giustizia o di essersela cavata bene, disse andandosene via e pregandoci di bere il grog intanto che l'acqua era calda. Adolfo Bizet premeva lo zucchero nelle tazze a fiorami indolentemente con il premitoio d'argento e mi riparlava del suo tormento di essere continuamente alle prese col sospetto che la Steinheil fosse una avvelenatrice. Perchè nella sera fatale la Steinheil ha portato in tavola con le sue mani la zuppa o il potage?

Probabilmente perchè la signora aveva l'abitudine di portare la zuppiera in tavola tutte le sere.

— Mai! Abbiamo una testimonianza che non può essere sospetta in Remy Couillard. il quale sapeva la importanza della zuppiera deposta sulla tovaglia dalla padrona quando ne era abituato il servitore. Sul vostro onore, gli ha domandato il giudice, sareste pronto a giurare che la zuppiera è stata messa in tavola dalla signora e che non avete mai veduto madama Steinheil a servire in tavola?

— Lo giuro!

Pensateci bene, Remy Couillard, si tratta di esattezza. Siete proprio sicuro che la vostra signora non vi ha mai sostituito nella funzione di portare il potage in tavola?

— Lo giuro!

Il domestico aggiunse che in quella sera le abitudini del servizio erano state sopraffatte dalla volontà imperiosa della signora, perchè si faceva tutto a rovescio. Mettete assieme a questo fatterello la bottiglia di cognac ordinata da Madama Steinheil che ha voluto fare la gentile in quella sera coi suoi, come la signora Lacoste quando dosava il vecchio marito. La bottiglia trovata la mattina sul bacile con due o tre bicchieri che avevano servito per i grogs...

— Mi spaventate, Bizet, diss'io rimettendo la tazza sul bacile dorato.

— Non abbiate paura, Baragiola. Ho avuto la buona precauzione di farci dare il rhum e non il cognac. Il rhum è meno pericoloso. Non assorbisce così bene come il cognac le sostanze tossiche. Se io fossi giornalista intitolerei l'affare dell'impasse Ronsin il dramma dei veleni, Come quello di Sardou, più meno. Noi siamo alla presenza di una Maddalena di Brinvilliers.

— Allora voi attribuite la loro morte al sublimato?

— No, perchè non è stata trovata lesione nel loro stomaco. Nel sublimato non è la forza preparatrice che gli ha dato Taylor, il tossicologo. Lascia però tracce indistruttibili del suo lavoro nello stomaco del sublimizzato, vi si trova la mucosa congestionata, tumefatta in modo da formare piaghe voluminose. Siccome è un caustico vi troverete la superficie carbonizzata, ma difficilmente l'ulcerazione si spinge fino alla sottomucosa. E come vorreste che le vittime non si fossero accorte di avere ingoiate pastiglie di sublimato? Sarebbe come dire che si può trangugiare l'acido solforico senza sentirsi bruciare le fauci e le vie digerenti. Il dolore diventa subito insopportabile.

— Eccoli, diss'io, udendo dei passi e delle voci per la scala.

Silenzio. Sono loro. Li conosco dalla voce. Colui che parla adesso è Luigi Taine e l'altro che gli risponde è Ettore Brière, due giornalisti che si sono sostituiti al giudice per provare che Leydet è un bestia.

Sono entrati, si sono messi a guardare i quadri alle pareti, conversando tra loro, sommessamente, facendo passare le fotografie dell'album sul tavolino quadrato e circondato da tre poltroncine di una stoffa a fondo chiaro, fiorita di rose appena sbocciate. Non stavano fermi, erano distratti, senza dubbio impazienti. La signora non si è fatta aspettare. Era un funerale dai capelli agli stivaletti. Pendenti di lutto, collare lungo di lutto, abito di lutto, scarpine dalle punte ricamate di giavazzo, braccialetti di jais a tre giri. La camicetta di crepe cinese le accarezzava il busto che allunga il petto della signora che ama mettere in vista le sue grazie e la cintura del nero della camicetta le faceva il vitino e le dava modo di mettere in rilievo le rotondità del seno. Di irriverente non c'erano che i suoi capelli di una biondezza lucente che rompevano il lutto pesante dell'eroina dell'impasse Ronsin. C'era del chic anche nel dolore. In un altro momento i visitatori le avrebbero detto:

Cette toilette, chère madame, vous va delicieusement.

In quella sera, nella luce che pareva aiutasse ad appesantire l'ambiente per riempire la scena o condensare il dolore non c'era che il mutismo. La signora entra con un leggero inchino, additando ai due signori le sedie con la bella mano bianca dalle dita lunghe che lasciano ammirare le unghie lucide, tinte di un rosa pallido.

L'entratura è stata difficile. Nessuno dei tre sapeva da qual parte incominciare. Era un soggetto scabroso, penoso per andare in fondo senza reticenze, senza sotterfugi e senza urtare le convenienze dovute all'intervistata. L'importante era di parlare della perla stata trovata nel portafoglio di Remy Couillard, in quella sera sotto chiave, nelle mani della giustizia, gravemente indiziato come autore o uno degli autori del doppio omicidio. Uno dei due redattori sottoponeva madama Steinheil all'interrogatorio, insistendo sovente con parole calde, con preghiere vive, con gesti di supplicazione perchè dicesse una buona volta la verità che non potesse essere cambiata domani. L'altro interveniva con la frase della benevolenza a cercare nei ricordi, a voltolare le ceneri, a mettere sottosopra i racconti, a far nascere il dubbio.

— Dunque voi, signora Steinheil, persistete a credere che la perla che vi è stata involata dai ladri-assassini del 31 maggio è quella trovata nel portafoglio del Remy Couillard?

— E come potrei dubitarne? È tale e quale. Conosco le mie perle, signori. Le riconoscerei in mezzo a cento mila come loro.

— Il pubblico non capisce come i cambrioleurs si siano data la pena di scastonare la perla per buttarne via l'oro.

— Il pubblico? Il pubblico io l'ho in qualche parte. Che cosa volete che ne sappia più di me, il pubblico, delle cose mie? I ladri avranno un odio per l'oro e l'oro sarà più pericoloso che la perla.

Giusto, signora Steinheil. Vi saremmo però grati se ci diceste se o no il gioielliere Souloy è una vostra conoscenza o meglio se avete avuto affari commerciali con lui.

— Mai! Non l'ho mai veduto, non ne ho mai udito parlare. Mi è perfettamente sconosciuto.

— Sarebbe una scortesia mettere in dubbio la vostra parola, madama. Ma c'è gente che giurerebbe di avervi veduta nel suo negozio.

— È gente che mi vuol male. Perchè mi si vuol male? Dio mi è testimonio che non ho fatto che del bene a questo mondo e il bene mi è ricambiato con tanta ingratitudine!

Perdonateci, signora, se osiamo insistere. Il testimonio pronto a giurare che lo conoscete e che avete avuto rapporti commerciali, con lui è proprio, indovinate? il signor Souloy.

Ci fu un momento di sosta. Madama Steinheil si alzò dalla sedia tutta corrucciata con l'aria di una che voleva cessare una conversazione disgustosa. Con la mano sinistra alla spalla della poltrona aspettava che si alzassero anche i signori giornalisti, ma i giornalisti la pregarono di risedere e di ripensare se mai non se ne fosse dimenticata.

— Il suo cognome è Souloy, madama.

La Steinheil sedette automaticamente con gli occhi al suolo, col fazzolettino fra le dita agitate, cercando evidentemente cosa rispondere.

Madama, è nel vostro interesse, vi imploriamo a dire tutta la verità.

Madama Steinheil pareva sopraffatta dall'emozione. Continuava a gualcire il fazzoletto di battista fra le mani e a impallidire.

— Ebbene, signori... Ebbene, signori, vi ho detto la verità. Non conosco il signor Souloy.

L'aria era diventata irrespirabile. Ciascuno di loro si sentiva a disagio. La voce perlacea della Steinheil si era affievolita. Si sentiva che c'era un mistero fra quello che diceva e quello che pensava.

— Voi siete insistenti, signori. Vi ho detto che io non conosco il signor Souloy. Chi gli ha portato il gioiello per farne estrarre la pietra è Marietta...

Il nome di Marietta aveva fatto trasalire i nervi degli interessati al colloquio, ma nessuno osò manifestare con un pugno o con una parola violenta la propria indignazione. I due giornalisti si contennero con la mano al petto la respirazione rumorosa e madama Steinheil che doveva essersi accorta di avere aperto l'usciolo dei segreti fu investita da un rapido rossore alle guance.

— Dunque, madama, la perla non vi è stata rubata dai cambrioleurs nella notte del 31 maggio, come avevate deposto al giudice Leydet.

Madama Steinheil assentì con un leggero movimento di testa.

— E allora? Allora Courtois, il vostro domestico, non poteva avervela rubata nella notte del doppio assassinio. Siate calma, signora, si tratta della testa di un giovine. Come spiegate la vostra deposizione e perchè lo avete fatto arrestare?

Confusioni, paure! Sono agitata. Tutti i giorni alle prese coi giudici si finisce per non sapere più quello che si fa e si dice. La mia accusa deve essere stata una distrazione. Mi è uscita così, senza saperlo. L'avrei ritirata se mi fossi trovata fra persone comuni. Coi magistrati della sicurezza pubblica e dell'istruttoria un cambiamento di deposizione diventa un delitto, vi fa diventare sospetti, qualche volta vi può costare l'arresto.

— Noi siamo forse un po' troppo esigenti, ma l'esattezza dei fatti è più forte di noi e così voi ci vorrete perdonare la nostra insistenza e la nostra indiscrezione. Se siamo bene informati, signora, l'accusa contro il vostro domestico non vi sarebbe sfuggita durante l'interrogatorio...

— È vero, me ne scordavo. Ho mandato a chiamare un commissario di polizia e ne ho avvertito il signor Hamard.

— E il fatto che vi ha suggerita la denuncia, supponiamo, signora, è stata la scoperta dei gioielli nel vestone di Giorgio Courtois, il domestico che ha partecipato all'assassinio del signor Remy, agente di cambio, non è vero?

— Può darsi. In questo momento non saprei dire come sia avvenuto. I giornali mi hanno riempita la testa di fole. Non so più a chi dare ascolto. Faccio bene, faccio male?

I due giornalisti impressionati dalla rivelazione e dalla presenza di una donna capace di mandare alla ghigliottina il proprio domestico per distrazione, l'hanno lasciata parlare senza interromperla e senza fare osservazioni.

— Se i signori non hanno più nulla da domandarmi... disse madama, facendo l'atto di alzarsi per accomiatarli.

— Se ci permettete, signora, vorremmo da voi una dichiarazione franca e leale. Remy Couillard, vostro servitore, non è un ladro di perle, non è vero?

— Non ve l'ho detto? Non è! non è! è stata una mia distrazione. Non avevo la testa a posto.

— Se Remy Couillard non ha carpito la perla, prima dopo il delitto, possiamo dunque dire che egli è innocente, non è vero?

— Ve lo ripeto: Remy Couillard è innocente, è innocente!

Adolfo Bizet ebbe delle contorsioni che traducevano i suoi spasimi. Mi prese la mano e con il pollice me ne premeva il palmo, quasi avesse voluto farmi penetrare il suo disgusto.

— La Steinheil è più svergognata di una prostituta di strada, mi sussurrò all'orecchio, mentre durava la paura. Egli avrebbe voluto gridare, urlare, chiamar gente, per dirle in faccia a tutti:

«Voi siete una mentitrice, sì, una mentitrice e la più grande mentitrice del mondo

— Allora, signora, chi potrebbe essere stato a mettere la perla che noi abbiamo veduta nel portafoglio di Remy Couillard?

— Loro signori mi faranno perdere la pazienza. Una volta che ho detto ch'egli è innocente chi deve avervela messa? La padrona. Sono stata io, io! Oui, c'est moi qui ai mis la perle dans le portefeuille de Remy Couillard.

Le ultime parole le ha pronunciate con una convulsione di singhiozzi. La sua freddezza, la sua insensibilità, la sua anestesia morale erano sopraffatti da un'ondata sentimentale. La commediante lasciava il posto alla donna. Con il fazzolettuccio premuto agli occhi dalle sue dita continuava a piangere con singulti che ci avrebbero rotto il cuore se la nostra emozione non fosse stata impregnata di dubbi. In quel momento i nostri animi erano preparati a perdonare i suoi errori, le sue sciocchezze, la sua crudeltà, i suoi sentimenti.

— Non pianga, signora, disse uno dei giornalisti.

Pianga, invece, aggiunse il secondo. Il pianto riabilita e consola e rifà l'anima buona.

Diventerò scandalosa, ridicola, disse la bella Meg con la voce piena di lacrime.

— Che importa! rispose il secondo giornalista, se non si può andare alla verità che a questo prezzo! Siate generosa e lasciate che il pubblico vada liberamente nei sotterranei della vostra vita se esso deve imparare a conoscervi come siete e non come vi hanno rappresentata.

Ricomposta dal turbamento ella pareva più seducente, più in pace con la sua coscienza. In lei non c'era più dispetto, più sdegno, più affezione per le virtù discusse, per le sue affermazioni assolute in conflitto sovente con i fatti. Scaricatasi dalla terribile menzogna che aveva inchiodato alla croce dei delinquenti un innocente si sentiva più libera, più sollevata, più preparata ad andare in fondo al mistero.

Dite, madama Steinheil, si può sapere la ragione per cui voi avete accusato Couillard? Vi ha egli fatto del male, covavate una vendetta o avevate interesse a denunciarlo?

Ella non rispose che con un'alzata di spalle. Non lo sapeva. Ero stata un'insensata, influenzata dai cattivi pensieri, che ne sapevo? C'era tuttavia una cosa che aveva bisogno di essere spiegata. Come la perla rubata era mai ritornata nelle sue mani? Ecco l'orrore, ecco l'inverosimiglianza, ecco il dramma nero. Via i veli, su il sipario, signora, parlate!

— Se i bijoux sono stati portati via dai ladri, potete dirci come la perla sia rimasta con voi?

Si ritornava al buio, alla donna astuta, alla impudica, all'omicida, all'avara che coltivava la sensualità degli amanti per tenerli soggiogati all'impoverimento. Per due minuti ha conservato l'atteggiamento della sfinge. Ella era tutta un blocco di femminilità plastica senza espressione, senza pensieri, senza vergogna. Per scuoterla, per ritrascinarla nella zona del fattista, il primo interrogatore ha dovuto riscuoterla fino alla smorfia del viso. La voce con cui si è confessata bugiarda rimarrà nelle mie anfrattuosità uditive. C'era in essa il sentimento della signora che voleva risalire dall'abbiezione in cui era caduta per domandare perdono di avere offesa la Giustizia.

Signori, avrebbero dovuto capire e risparmiarmi questo momento avvelenato della mia esistenza. Parlando delle mie gioie, non sono stata sincera. Non mi erano state involate. I cambrioleurs non mi hanno derubata che del denaro.

— Allora dovevate averle nascoste, perchè il signor Haimard non è stato capace di rinvenirle. Vi domando scusa se sono indiscreto: avete forse un armadio nel muro?

Le è spuntato il sorriso che spuntava alla scellerata Brinvilliers quando parlava cogli ammalati ch'essa stava dosando per mandarli all'inferno col treno lampo. Era un sorriso in cui era la premeditazione di sviare un'altra volta la traccia di coloro che si erano dato il compito di eliminare la menzogna intorno al delitto dell'impasse Ronsin.

— I miei gioielli, ripose la Steinheil, erano alla mia villa di Bellevue. Il mio marito da un po' di tempo nuotava più nella penuria che nell'agiatezza. Non arrossisco. I miei gioielli sono stati impegnati al Monte di Pietà. Noi li avevamo spegnati da poco tempo. Per quel falso pudore della vita convenzionale, ne ho fatti fare dei falsi che assomigliassero a quelli che avevo al Monte. Mi rincresceva che si fosse saputo che mio marito si trovasse in condizioni un po' difficili.

Continuando a occuparsi del suo sacrificio compiuto sull'altare del convenzionalismo è andata innanzi affastellando una storia coll'altra, evitando l'obbrobrio personale, mettendo stessa nella luce languida della romantica, buttando addosso al marito tutta la immondizia della famiglia che splendeva di un ricchezza fittizia. Strada facendo faceva il processo al consorte, circondandolo d'ignominia, lasciandolo supporre un omosessuale come il maggiordomo della casa Remy. mettendolo a tavola come un mantenuto che finge di ignorare da che parte viene il denaro. I suoi adulteri non figuravano nella narrazione neppure come pleonasmi. Ella era una vittima dell'abbominazione dei tempi. Nessuna più di lei sentiva l'orgoglio della padrona di casa che chiude l'uscio in faccia al disonore. Non era senza debolezze, ma le sue debolezze erano quelle di tutte le donne della Francia: un po' di civetteria, un po' di flirtage, un po' di infedeltà, perchè l'uomo che le avevano dato come un sacco di scudi era un povero imbrattatele che aveva vizii stomachevoli. Tutti tacevano. Noi tacemmo. C'era in lei il genio della narratrice che sapeva colorire gli intrighi d'alcova, senza sdrucciolare nel nudo, nel vecchio, nel mostruoso. Ma i due molossi del giornalismo, pur ascoltando la mondana con qualche compiacenza, non erano preparati a lasciarsela fuggire con il razzo finale della convertita.

— Tutto ciò che avete detto, signora, sarà esatto, ma noi avremmo caro di udire le vostre spiegazioni sull'arresto di Remy Couillard. Convenite con noi, madama, che è stato un atto abbominevole. L'invenzione colla quale avete accompagnato il furto è odiosa, nera, infame. Non c'è che il furore di perdere un innocente che potesse darvi pensieri così abbominevoli.

C'era un po' di Fouché in madama Steinheil. Anche quando parevano spontanee le sue risposte erano meditate. Il tono un zinzino arrogante del giornalista invece di indebolirla le aveva rimescolato il fondaccio dei suoi istinti di Medea. I suoi occhi parevano incendiati dai barbagli dei suoi odii. Ma non fu che un attimo. Le sue violenze mentali furono subito avvolte in un denso vapore nero e il suo volto riapparve nella luce, tutto colorito dal rimorso.

— Si capisce il perchè ho accusato Remy, rispondeva con la solita concitazione, Steinheil. Si capisce. Io ero come sotto una valanga di sospetti. La valanga era fatta di commenti, di insinuazioni, di materiale odioso e osceno, raccolto dai giornali. Remy mi giovava con un po' della sua libertà. Sapevo bene che la sua innocenza sarebbe stata riconosciuta e che la sua assoluzione sarebbe stata inevitabile per mancanze di prove.

Fummo di nuovo davanti alla copia fedele della celebrità giudiziaria di Maria Maddalena di Brinvilliers.

Lo stesso tipo che tradisce, che sagrifica, che immola, che schiaccia, che annichilisce, che distrugge, che passa col carro affollato delle sue ambizioni sul corpo di chi può giovare alla sua salvezza e alla sua gioia. Remy Couillard? Ce ne sono tanti di servitori! All'inferno! Se lo porti via il boia! Ecco il pensiero intimo della Steinheil egoista, personalista, come un io che vuole torreggiare e trionfare sull'io degli altri, con una propensione sentita per una vita lussuosa, costasse anche un delitto.

— E allora, madama, se avete sacrificato Couillard per sviare la Giustizia è segno che un altro doveva essere al suo posto. Potreste dircene il nome!

Ella non ci aveva pensato. L'interrogazione la fece allibire, la sconvolse, la lasciò intontita con gli occhi che si velavano di un bianco che le dava una durezza al viso spaventosa. Non fu che dopo una pausa lunga ch'essa si sovvenne che i giornalisti aspettavano una risposta. Si tolse dall'immobilità con un brivido, mettendosi le mani nei capelli dorati, come per dar loro aria e dicendo al tempo stesso:

— Ah! questo no, questo no! non me lo domandate. Non posso dirvelo, no, no, non posso dirvelo! E la donna ricadde nella crisi della desolazione, delle lagrime, dei singhiozzi, delle smanie e dei rimpianti.

— Ah, questo no, questo no! Non me lo domandate! Non posso dirvelo!

Era un segreto, e nel segreto c'era l'uomo indispensabile allo scioglimento del dramma. Perchè lo tratteneva nascosto fra le gonne, perchè non voleva lasciarlo andare sulla piattaforma, perchè voleva prolungare le torture di un altro che aspettava dalla sua padrona la parola che doveva salvarlo dalla ghigliottina, una volta che Deibler, il tagliateste, fosse in funzione? La donna che come la Steinheil ha fatto del lusso e del vulgivaghismo il pensiero centrale della propria esistenza non sa liberarsi della maschera neanche nei momenti in cui la passione o il dolore è esaltato. Gli psicologi delle femmine fanno ridere quando fingono di discendere nei loro abissi a studiare il meccanismo dei loro odii, dei loro amori, delle loro violenze, delle loro follie rosse o nere. Le loro supposizioni sono accomodamenti mentali, sono la forza dei loro drammi. Perchè la Brinvilliers esecrava il padre che le aveva dato tutto il superfluo dell'agiatezza e tutta la suppellettile letteraria per scrivere lettere calde, appassionate, infocate, piene del suo cuore, tutte rigurgitanti di tenerezza voluttuosa al suo mantenuto?

E perchè poi nel disastro delle avvelenatrici, l'amore per il suo mantenuto si è tramutato in una pioggia torrenziale di sostantivi che sono scoppiati sulla sua testa come un uragano di maledizioni? Rinunciamo alla risposta. Siamo sempre alla Feynerou. Perchè accettava di trucidare il proprio amante col marito che prima esacrava, che prima tradiva, che prima avrebbe consegnato al boia? Rinunciamo alla risposta e contentiamoci di studiare la donna nei suoi ambienti — forse i più colpevoli, forse i più grandi collaboratori dei delitti umani. Perchè, dite, la donna, sovente, la preferenza al dissipatore, al giocatore di bisca, al gozzovigliatore, a colui che vive dei contributi della femmina e paga il proprio mantenuto con le sottrazioni che fa al marito che lavora dalla mattina alla sera, che fa prosperare i proprii affari solo per dare il benessere alla famiglia? Sono questi nonsensi che i psicologi non sanno spiegare e che ci lasciano davanti alle Steinheil come tanti imbecilli.

Passata la crisi la vedova del pittore era nella poltrona come disfatta, con gli occhi divenuti più scintillanti dal pianto che era passato loro sopra, con le braccia affrante, adagiate sul bracciuoli e la testa sul petto che pulsava dall'agitazione passata.

— È crudele la nostra posizione, signora, di dovere insistere proprio quando voi avete bisogno di riposo; ma il mestiere è più forte di noi. Siate buona, via, non teneteci in pena. Il pubblico è ansioso di uscire da questa perplessità angosciosa, parlate. Voi siete già all'uscio. Spingetelo, madama, e voi non sarete più dominata da un incubo che non vi deve lasciare tranquilla.

Madama Steinheil, visibilmente turbata, visibilmente in lotta con stessa per decidersi se mantenere celato il nome del favorito o abbandonarlo alla curiosità pubblica, dondolava leggermente la testa la quale conservava il fascino anche nella scena tragica. Poi se la tratteneva come in ascoltazione per sapere se le sue energie selvagge le permettessero la confessione. Le sue labbra pronunciavano un nome e se lo rimangiavano simultaneamente per lasciarlo sbucare di nuovo con gli schianti di cuore.

— No, credete, non è lui. Ho mentito, ho mentito un'altra volta. C'è dentro di me il demonio! diss’ella con il braccio alzato che ricadde con uno scoppio di pianto. Dio mio, Dio mio, chi mi aiuta! chi mi aiuta! ripeteva con la voce della donna che non sa più dove dare della testa. Chi mi aiuta!

— Voi stessa dovete aiutarvi! disse con qualche energia il giornalista che la teneva sempre alla sua corda professionale.

Si alzò, si mise a passeggiare concitata, palpandosi i capelli con le due mani, raccogliendosi la coda della lunga veste nera e ricominciando la narrazione del delitto, con le varianti, con minuzie più particolareggiate, sostituendo al nome di Remy Couillard un altro nome, cancellandolo subito, dicendolo un'altra menzogna e curvandosi verso loro, ombreggiandoli con le lunghe guarniture delle maniche di tulle nero pieghettato. Pareva volesse sgravarsi del segreto comunicandolo alle loro orecchie, ma poi si rialzò, con il dito al collo candido che rompeva il nero con una illuminazione diafana. Andò agli usci, chiuse a chiave, si voltò indietro più volte, girò gli occhi lucidi da una parte e dall'altra e poi, dopo avere raccolta sul braccio la coda nera, si tirò con la poltrona fino a loro, sedendo come dopo una corsa, ansante, respirando affannosamente, mettendosi il moccichino alla bocca, non si sapeva bene se per impedirsi di parlare o per trattenersene l'alito. Si sarebbe udito volare un moscerino.

I due giornalisti avevano capito che la Steinheil era matura, giunta al momento psicologico. Pendevano dalle di lei labbra.

— Ebbene, diss’ella, con una sonorità cavernosa della voce. Volete proprio sapere chi è stato il complice o l'assassino di mio marito e di mia madre? Io l'ho veduto fra i cambrioleurs nella veste ebraica, riflesso nello specchio in fondo alla mia stanza, mentre ero in letto terrorizzata. Volete sapere, signori chi era l'uomo che conoscevo, che avevo veduto, che lasciavo ospitare alla tavola della mia servitù e che trattavo famigliarmente come uno della casa? È una faccia che non dimenticherò facilmente. Ecco, potrei, dipingervela, fotografarvela, farne un medaglione, tanto m'è negli occhi con la sua faccia di scozzone, con la sua berretta buttata spavaldamente indietro alla locca per lasciarne vedere il ciuffo nero, con le sue orecchione appese come anse alle guance grasse, perdute nella pappagorgia ridondante sotto il mento leggermente rialzato. Naso truculento, su due baffoni neri come il carbone, con le punte grosse e arruffate in alto e divisi da una mancanza di peli al centro del labbro superiore.

— Il nome, il nome, signora!

— Sia! Peggio per lui se va alla ghigliottina! il suo nome è Alessandro Wolf.

Alessandro Wolf, che cosa?

— L'assassino, colui che ha ucciso.

— E perchè avrebbe ucciso?

— Per rubare! per rubare! o signori.

Ci fu una sospensione lunga. I due giornalisti si guardavano l'un l'altro esterrefatti e io non sapevo che cosa dire della smorfia intraducibile di Bizet. Che cosa significava? Era la smorfia della sua incredulità per coloro che hanno mentito una volta o la smorfia dolorosa di sapere che la sua buona Marietta era colpita indirettamente al cuore? La Steinheil non ci diede tempo di scambiarci l'impressione.

— Per rubare! o signori, ripetè per la terza volta, paurosa che gli intervistatori non avessero capito. Alessandro Wolf, figlio della mia cuciniera, separato dalla moglie, ignorava che noi fossimo in casa. Ci credeva a Bellevue. Egli è venuto da noi per derubarci, sissignori! L'ho visto coi miei occhi. Egli è entrato nella mia camera: io mi sono svegliata di soprassalto. Ho gridato. Ho chiamato: soccorso! aiuto! È venuto mio marito. Alessandro Wolf gli fu sopra e l'ha ucciso.

Madama Steinheil era avviata e continuava facendo entrare nel racconto tutta la sua nervosità di donna isterica, tutto il suo spavento di narratrice asmatica, tutti i suoi gesti di artista insuperabile che sa con la mano o le mani, con il braccio o le braccia punteggiare, virgolare, sillabare, scandere le parole o precipitarle con una corrente di piombo liquefatto.

Gridavo, gridavo come una disperata. Aiuto! soccorso! Accorrete. Tutto a un tratto intesi la voce di mia madre che mi chiamava: Meg! Meg!... Che cosa c'è?

Io non ho potuto rispondere.

Alessandro Wolf è andato nella di lei stanza e l'ha uccisaet il a tué mama!

Tutti eravamo pieni di brividi. Ci pareva di vederlo in azione, con le spallone di venditore di cavalli alle fiere, con le sue dita che parevano tentacoli sulla vittima che si piegava come un giunco, domandando misericordia, mentre lui le faceva il nodo per stringere il cappio e farla morire con la lingua fuori come un'arrabbiata e con gli occhi sbattuti violentemente alla superficie dai terribili strapponi che le dava.

L'assassino, Alessandro Wolf, è ritornato verso di me. Io gridavo, urlavo, gestivo, chiamavo gente, supplicavo di accorrere, ma nessuno mi udiva, nessuno veniva. Allora il bruto, oh il bruto! mi ha rovesciata violentemente sul mio letto, mi ha imbavagliata, mi ha legata e mi ha detto:

— Se ti faccio grazia della vita è per tua figlia; ma se tu parli, dirò che sei stata tu che mi hai detto di uccidere tuo marito e tua madre e che sei tu che mi hai aiutato a compierne le strangolazioni.

Dopo il terrore io sono svenuta e non so più che cosa sia successa. Fu così che all'indomani io ho simulato un furto di più, nascondendo le mie gioie. Alessandro Wolf non ha portato via che il denaro.

La Steinheil era un artista capace di impressionare Clitennestra e madama Brinvilliers. Ma non era possibile ch'ella volesse mentire un'altra volta per trovarsi a tu per tu con un uomo che poteva domani stritolarla. Mi pareva che l'attrice mancasse nelle ultime dichiarazioni. Bizet dubitava ancora. Con la sua smorfia diabolica mi guardava stupefatto della mia stupefazione.

— Ella è una commediante! mi disse, curvato al mio orecchio, con la voce fra le palme alle estremità della bocca.

— Ella è una commediante! È la Sarah Bernardt della piattaforma delittuosa.

Intanto che durava la stupefazione io giravo intorno alla Steinheil come il Terribile di Bizet, fiutando, annusando, spalancando la bocca, cercando di aspirare di odorare e distinguere se ero alla presenza di una commediante o di una delle più inveterate ludre del delitto. Perchè un uomo, dicevo tra me e me, peggio! perchè un assassino di bassa condizione potesse ingiungere a una donna della aristocrazia mondana il silenzio, potesse imporre di tacere di una strage nella quale erano vittime la di lei madre e il di lei marito, bisognava che la intimità dell'una e dell'altro fosse colposa, fosse un amorazzo, fosse un intrigo d'alcova. Bastava che all'indomani lo avesse denunciato perchè la sua persona fosse come in una fortezza. Alessandro Wolf sarebbe stato arrestato, ammanettato, processato e ghigliottinato dai signori in tuba del palcoscenico dei capi lavori umani.

— E allora, caro Bizet, sussurrai al suo orecchio, nelle strangolazioni sono i turbini passionali. C'è la vendetta di un amante....

Nego, non c'entra l'amore. Se fosse come dice lei, la spinta sarebbe semplicemente sessuale. Ma come ho detto io, non vedo che una commedia — la commedia di una donna antisociale.

I due colleghi si voltarono di nuovo l'uno verso l'altro, come se una stessa interrogazione fosse nata nei loro cervelli, e tutti e due, a loro insaputa, rivolsero la faccia verso la mondana e con la mano tesa dissero

— Allora voi, madama, siete l'amante di Alessandro Wolf.

— Ne, ve lo giuro!

Fu una risposta gagliarda, spontanea, accompagnata anch'essa dalla mano tesa come suggello al giuramento.

— Il vostro giuramento è un dilemma: o la persona non vi era indifferente o un'altra signora al vostro posto avrebbe parlato.

— A tavolino, quando voi scrivete, allora si parla, perchè non c'è di mezzo la vostra pelle. Sulla carta sono tutti coraggiosi, tutti atleti, tutti eroi, tutti virtuosi. In pratica si è un po' diversi, signori. Un'altra signora al mio posto sarebbe anche morta di paura. Ma la morte sarebbe stata forse la migliore soluzione. Tutto sarebbe finito. Nessuno avrebbe messo in dubbio le mie dichiarazioni, sindacate le mie azioni, frugato nel mio passato, nessuno sarebbe entrato nei segreti di una donna come in casa propria, da padrone, da giudice, da accusatore, diss'ella alzandosi e raccogliendo con eleganza nella mano bianca e pozzettata la lunga coda adagiata in giro alla poltrona come una coda di serpente nero. Vorrei vedere le altre, aggiunse con un sospiro, che cosa avrebbero fatte le altre al mio posto! Avrebbero parlato! Si fa presto a parlare. Ci sono momenti in noi che non si possono spiegare. Si rimane paralizzate. Lo so io perchè ho parlato? Tocca agli altri a sciogliere questi problemi. Io so che ho avuto paura, paura! Egli è un omone che mi ha terrorizzata senza vederlo con le cavità delle guance che gli prolungano il mento come quello di uno scimmione.

Paura? domandò come a se stesso uno dei giornalisti. Di che, madama, che vi uccidesse?

— No, che mi denunciasse come sua complice. Siccome non c'era alcun testimonio tra me e lui, così io non avrei avuto modo di difendermi.

Adolfo Bizet di solito tranquillo, con le dita fra le dita, piegava le mani come per unirne i bicipiti con lo sforzo di tutta la persona. Egli aveva bisogno di sottomettere se stesso per non scattare.

Marietta Wolf ha partecipato anch'essa al delitto di suo figlio?

Stenheil ebbe un momento di perdizione, con la mano che pareva in aria come una vendetta ed è andata col fazzolettino a premersi le labbra.

— Ella, rispose con un filo di voce, non ha saputo del delitto che dopo qualche giorno. Le ho raccontato tutto io stessa, rispose pallida dell'incubo che in apparenza si era tolto dallo stomaco.

L'orologio del salone segnava le dodici e di fuori si udiva la pioggia che scrosciava sui vetri, con i lampi che illuminavano di una luce fosca la Steinheil in piedi, assorbita e trasecolata di quello che aveva raccontato.

I giornalisti avevano raccolto una confessione che all'indomani avrebbe indiavolata tutta la magistratura e l'opinione pubblica. Anche se monca, anche senza altri particolari, la rivelazione che la perla era stata messa nel portafoglio del domestico con le sue mani e che l'assassino era Alessandro Wolf bastava a rendere orgogliosi due giornalisti principi. Io stesso mi sentivo umiliato di non essere stato al loro posto, o per lo meno con loro, tanto l'avvenimento professionale mi sembrava di quelli che fanno storia. Come i tempi cambiano, mi diceva appunto Bizet, intanto che il cielo prorompeva con fragori che si ripercuotevamo nel salone con sprazzi rossi che investivano e incendiavano la signora e toglievano a tutti la voglia di continuare il colloquio.

— Come sono cambiati i tempi? C'è stato Rochefort, ancora vivo, che ha rifiutato con sdegno l’invito di Pranzini di andare nella sua cella a udire la storia dei suoi crimini.

Allora i delinquenti non erano ancora il materiale d'oro dei giornali.

Rochefort diss'io, non è stato che un frasaiuolo

— In quei tempi la sua frase equivaleva alla folgore che udiamo adesso.

Ritornata la calma in cielo i signori giornalisti si sono alzati con i guanti e le tube in mano, ringraziando madama di avere loro accordato l'intervista.

— Siate solo esatti, signori, ecco quello che non mi farà rimpiangere di avervi ricevuti.

— È tardi, ma s'ella desiderasse la bozza de nostro colloquio non ha che da parlare.

Grazia, diss’ella, sono stanca, e quando loro staranno correggendo io sarò addormentata.

C'è un punto, disse uno dei due con l'indice alle labbra, che non mi so spiegare e che rimane il punto nero della confessione.

— Per esempio?

— Dal momento che la paura vi ha impedito di dire la verità perchè non avete taciuto quando l'assassino Remy era il chiasso del giorno e nessuno pensava più al vostro affare, anzi quando era già sepolto come un delitto di volgari malfattori che sarebbero capitati un giorno o l'altro nelle mani della polizia?

Perchè... perchè... rispondeva cercando nel pensiero il consiglio se sì o no dovesse completare la narrazione. Perchè io speravo di potermi giustificare agli occhi di una persona.

— Il nome? si affrettarono a domandarle i giornalisti.

— È il nome di una persona che non voglio nominare, rispose la Steinheil con la lascivia negli occhi.

— È un segreto?

— È una persona che non voglio nominare, aggiunse premendosi il fazzolettino agli occhi avviati al pianto.

Poi, tra i singhiozzi, continuava a dire: No, no, non voglio nominarla! È una persona che non mi ama più. Il suo amore è perduto... perduto... perduto!

Gli altri erano usciti in fretta e se n'erano andati con le automobili che li avevano aspettati, avviandosi l'uno all'Eco di Parigi, l'altro al Mattino, e madama Steinheil che non aveva finito di ripetere a stessa che quello era il più tragico momento della sua vita e che ormai non le rimaneva più che morire, in piedi, come la donna più addolorata e più infelice di Francia, singhiozzava sempre, cercando inutilmente di frenarsi con il fazzoletto ora agli occhi e ora alla bocca, mettendosi sovente la mano alla fronte, agitando qualche volta la mani nell'aria come per tradurre la sua disperazione. Poi lentamente, automaticamente, sempre scossa dai singulti, si avviò verso l'uscio che metteva nella galleria, sostando qua e con sospiri angosciosi, rovesciando il viso tutto bagnato di lagrime in alto, scoppiando prima di scomparire in un pianto dirotto e dicendo con la voce fatta di singulti e di lagrime: Marietta! oh, Marietta!

Udimmo i passi della cuciniera che accorreva presso di lei, segno evidente che essa non aveva origliato alla toppa e che non sapeva ancora ch'ella soccorreva l'accusatrice di suo figlio.

La pioggia era cessata e noi prima di trovare un fiacchere abbiamo avuto tempo di sgranchirci le gambe. Bizet, ragionatore, che cerca la ragione in ogni cosa, mi consolava dicendomi che io e lui dovevamo scovare a qualunque costo la persona amata dalla donna dai capelli color del vin bianco, come dice una canzone romanesca. E ci riusciremo senza dubbio, diss'egli, prendendomi sottobraccio tutto contento della sua persuasione. E sapete perchè?

Perchè domani i giornali incominceranno col sottovoce a fare allusioni a Tizio e a Caio.

— No. Baragiola, no. Un detective come me non aspetta mai il soccorso dai giornali. Non sono un Leydet del detectismo. A proposito, questa sera si è completata la sua disfatta. Presto, Briand, il ministro di grazia e giustizia, lo manderà a quel paese. Non vorrà più saperne di lui. È stato un giudice istruttore troppo compiacente. Immaginatevi... Basta, ci pensi lui. Per mio conto è un uomo rovinato. È la sorte comune. Chi va su e chi va giù. I delitti di commozione pubblica danno ad alcuni la fama, ad altri il riposo. Leydet è probabilmente tra questi ultimi. Stava dicendomi il perchè noi ci impadroniremo del Bel-Ami e del nome dell'amico di madama Steinheil e di altre cose insperate quando siamo entrati nella di lui casa.

Partecipo delle vostre speranze, ma confesso che non so dove vada il vostro pensiero.

— Non sarete mai un buon detective se non fiutate la miniera durante il colloquio. In questo momento noi siamo all'orlo di una miniera di informazioni.

Marietta Wolf! sclamai rosso di vergogna per non averci pensato prima.

Marietta Wolf! La confessione di Madama Steinheil ha scatenato la bufera. Tra lei e la cuciniera non ci può più essere che odio inestinguibile. Domani mattina, alla lettura dei giornali, le due donne saranno due fiere. L'una cercherà di distruggere l'altra. Marietta non avrà più ritegno. I suoi anni di servizio saranno a nostra disposizione. Ella ci racconterà tutto. Anche la Steinheil ci può render grandi servigi. Voi vi sarete accorto che la Steinheil, parlando della persona che l'ha spinta a giustificarsi in pubblico, per conservarne il suo amore, metteva nelle parole un rincrescimento sdegnoso e una collera sorda. Collera di trovarsi oggi disillusa senza l'amante e nella condizione direi quasi di accusata. Ha parlato troppo e ha variato troppo e quel che è peggio è che sarà obbligata a parlare ancora e a variare un'altra volta, come tutte le anomale di mente e di cuore.

Anomala!

— Ella è tutta un'anomalia!

— Voi siete dunque lombrosiano.

— Al contrario: Io sono più vicino al Tarde che al Lombroso.

Per lui la ditta del delinquente è la faccia, sulla quale egli vede sempre un caleidoscopio di ripugnanti espressioni e delle fattezze criminose. Quand'è che si diventa delinquente nelle mani di Lombroso? Quando si è in prigione come assassino, come ladro, come truffatore, come stupratore, come pederasta, come falsario, come lenone, come perduta.

Quando la fisonomia si è alterata nell'ambiente delle sofferenze umane, quando il rimorso o il dolore di essere perduti per sempre ha minato l'organismo. E sapete quando mi sono accorto che la teoria lombrosiana non può avere vita lunga, almeno riguardo alla anatomia facciale? Quando sono andato in una casa di pena per ragioni professionali. Lombroso mi pareva proprio il più grande scienziato del mondo. Lo paragonavo a Darwin. Mi pareva l'iniziatore di una grande scuola. Non vedevo che visi truci, che facce cosparse di tutti i segni degenerativi. Senza pulizia, con alimenti che fanno schifo, con la vita claustrale dell'imbecille o dell'analfabeta in pochi anni i padiglioni delle orecchie sembrano due volte più grandi, il naso pare deviato, le arcate orbitali hanno l'aria di essere ingrossate, i zigomi diventano sporgenti da far paura e la mandibola inferiore si prolunga e pare tenda a voltarsi verso la bocca come quella, dell'urangotano. È un uomo, quello dei penitenziarii, che io direi disambientato. Quanti sono quelli che hanno l'insensibilità fisica e morale di Poulet e di Renard e muoiono tranquilli nei loro letti senza che alcuno li supponga criminali? Quanti sono quelli che hanno la mano lunga del ladro che passano all'altra vita senza appropriarsi la roba degli altri? Dire che i geniali hanno la faccia pallida, gli epilettici rossa, gli idioti giallastra e i cretini rugosa e flaccida, non è difficile. Ma quanti hanno una fisonomia identica senza essere cretini, idioti, geniali? La tavolozza lombrosiana non ha che colori orridi. Senza di che perirebbe. Io e voi abbiamo veduto Courtois e Renard poche ore dopo il loro arresto e qualche mese dopo, la loro prigionia, non è vero? Che differenza! ditelo voi. Courtois era fisicamente un bel ragazzo, un bel giovine. con della femminilità sul volto, con della grazia nella persona. A nessuno sarebbe venuto in mente di considerarlo un delinquente. Sano bastati tre o quattro mesi di carcere con le torture dell'istruttoria penale per farne un delinquente classico. Egli ne ha ora tutte le caratteristiche. Le orecchie ad ansa... con tutto il bagaglio clinico del prof. Lombroso. Se non sarà ghigliottinato, perchè è minorenne, e potremo rivederlo dopo qualche anno di galera, troveremo in lui tutta la decadenza fisica e intellettuale del criminale e dei criminali.

La Steinheil, come avete veduto, è il demonio della bellezza, senz'essere l'apoteosi della carne modellata, come avete detto voi esagerando. Se dovesse andare in prigione e rimanervi per un po' di tempo la vedremmo imbruttita, senza seduzioni, con tante irregolarità fisionomiche da meravigliarci che ci siano stati uomini capaci di baciarla, di amarla e di andarne pazzi come il defunto presidente della Repubblica e l'esercito dei maschi di tutte le altre classi sociali. Vestita poi dell'abito della reclusa penale, senza orecchini, senza anelli, senza sfoggio di capelli, la vedremmo invecchiata, cadente, con gli occhi spenti, magari sdentata, con le guance flosce, con le labbra assecchite, con la persona piegata dal dolore atroce di un dramma che l'ha ridotta un numero di reclusorio.

Marietta Wolf, che noi dobbiamo fare di tutto per vedere domani, sarà già tutta alterata, tutta disfatta. Il colpo terribile che le ha assestato al cuore la Steinheil col consegnare la testa di suo figlio, Alessandro, al signor Deibler, le deve aver dato una tale scossa elettrica ai nervi da decomporle le linee facciali. Studiata in quel momento noi le vedremo gli occhi spiritati della folle a intermittenza, la udremo forse parlare con la memoria sconquassata e non è dubbio che nella voce e nei gesti sentiremo le sue rivolte. Insomma le espressioni lombrosiane a furia di essere applicate a tutti i tipi della delinquenza, nel fatto sono diventate clichés.

Nei giorni passati ho flanellato un po’ per le botteghe di mode con la signora Tally, una mia conoscenza divenuta corrispondente di un grande giornale londinese dopo la morte del marito, uno dei primi sarti di donna che avrebbe raggiunta la celebrità del Wörth se un tifo crudele non lo avesse soppresso a quarantanove anni. Non è più bella e non ha più i misoneismi inglesi che la tenevano nella rete della morale filistea delle sue connazionali, ma ha imparato a descrivere una toeletta o un cappello con la penna che ricama, che illustra, che introduce le lettrici in tutti i labirinti delle luci combinate dalle stoffe messe assieme dalle artiste delle sartorie e delle modisterie. In verità io ero più interessato nei prezzi che nelle descrizioni. Perchè la mia escursione, attraverso i magazzini che fanno felici le signore, era di riuscire a farmi un'idea del costo di una donna parigina e di sapere, alle somme finali, come i mariti possano salvare la morale matrimoniale. Passavo dunque da un cabriolet direttorio, fatto con la stoffa del tempo, di seta rossa, ricamato d'argento doppio, con merletti d'argento vecchio che dava al copricapo femminile un gusto tutto francese, di una grande ricchezza francese, e le domandavo:

Ella mi rispondeva alzando le dita della sua manina inguantata e le dita rappresentavano le centinaia. Quando c'erano i rotti parlava:

Four hundreds and fifty450!

Io non rabbrividivo, perchè non ero che uno spettatore. Ma pensavo che se per un semplice cappello che non poteva durare che il tempo di un capriccio, si doveva spendere tanto, il marito che non sapesse fabbricare i biglietti da mille con l'abilità del Fraschini o che non fosse uno scroccone come Lemoine, o non avesse la rendita dei Baring o dei Rothschild, doveva necessariamente permettere che sua moglie non fosse tutta sua.

— Siete un ragazzo, mi diceva la signora Tally, meravigliata che io fossi così piccino da mettere in discussione la miseria di 450 lire. Guardate, vedete quelle capotine per teatro.

— Non sono proibiti i cappelli a teatri?

— L'ingegno della modista parigina che non si è rassegnata a perdere l'acconciatura serale della clientela, ha immaginato quei cosini che vedete. È una cosuccia impero, modernizzata dalle grosse perle graziosamente avvolte in una specie di rete che incassetta il chignon, passando sul davanti della testa e posandosi sotto il cammeo posto al disopra dell'orecchio destro. Che cosa credete che costi? Domandiamolo alla signora Maria Crozet, proprietaria del superbo negozio di via della Pace, 19.

— Le perle costano, ci rispose. Rifiuterei 800 lire.

Senz'altro siamo usciti e con lo stesso automobile che ci aspettava ci siamo fatti condurre chez Maubant e Dugdale, al pianterreno della casa situata all'angolo tra la via Rivoli e la via Cambon. È una ditta che data da anni e che serve le più eleganti signore di Parigi. La sua specialità è il flou, un vocabolo che vuol dire che vende tutto ciò che c'è di morbido, di leggero, di pastoso nelle vesti. Una tea-gown (abito per il thè alle cinque del pomeriggio), la si poteva soffiar via senza sforzi di gola. Ho veduto un deshabillé (abito di mattino) di seta rossa orlato di pelliccia liberty dello stesso colore che non pesava più delle mie calze scozzesi. Una casacca, una grande casacca di tulle bianco ricamato, scollata davanti per l'ammirazione del seno, 1,200 lire.

— Non è cara, signore, mi disse la venditrice, facendomi, notare che il davanti della casacca aveva nodi alla Luigi XV, incrostati di rose leggiadre di mussolina. Andando avanti ho dovuto fermarmi davanti a una altra tea-gown con ghiande d'argento vecchio terminate a nodo, perchè mi pareva identica a quella che ho veduto appesa nella stanza della signora Steinheil, la prima volta che mi trovai in casa sua con Leydet, il giudice, che sta per perdere l'incarico di continuare la istruttoria del delitto della via Vaugirard. Me ne sono andato con la signora Tally pieno di cifre enormi.

— Quella signora che avete veduto entrare, nella toilette per il déjuner al restaurant, aveva indosso non meno di cinque o sei mila lire, senza le sottovesti, il busto e le calze che noi non abbiamo veduti. Indossava un abito di rascia bianca di grande valore, con una sciarpa di pizzo floscio e abbondante che le andava giù fino all'alto volante ricamato al fondo della veste. Il bolero era un bijou elegante, aderente ai fianchi, con ricami sulle eminenze del seno che si prolungavano fino allo stringimento del vitino. E che cappello che aveva sul mucchio dei capelli castani! Era un cappello della casa Renée Demilière, della via Reale, con penne di struzzo che costano quello che costano.

— Allora devono essere tutti ricchi i mariti a Parigi.

Prima di tutto le signore che vediamo non sono tutte maritate e non tutte sono andate a marito senza dote. Ma già una signora che voglia vivere in quello che si chiama il gran mondo, deve spendere, deve avere molte toilettes, molte gioie, molti guanti, molti stivalini. Colei che spende direi venti mila lire l'anno è una snob, una che porta in giro il suo snobismo, sostantivo che nel linguaggio della moda vuol dire malvestita, con il vestito dell'altra settimana o con il vestito che le altre signore manderebbero alla guardaroba dei rifiuti. Per vestirsi a buon mercato la donna deve andare al Louvre, dove può vestirsi a tutti i prezzi, o al Bon Marché di Aristide Boucicant, dove tutto è a prezzo fisso, o alla Belle Jardinière o al Printemps, dove il caro è sconosciuto.

Ma la donna che va al Louvre o alla Samaritana o è una buona signora di famiglia con tanti. marmocchi o è una donna che si può invitare a pranzo dal Duval, il macellaio che ha fondato i restaurants per tutte le saccocce.

— Quello che per me è sempre un'operazione algebrica è la moltitudine delle signore abbigliate con tanto lusso. Pare che abbiano tutte delle cave d'oro. Ieri sera sono andato a vedere Coquelin nel Cyrano, l'eroe che rappresenta la bontà e il coraggio, tra le sue disgrazie fisiche e le sue nobiltà morali. Che cosa vi devo dire? Piena. Pienona. Eleganza, sfarzo, bellezza. Spalle nude, rosate, seni che parevano bacheche di voluttà in vendita, teste adorabili civettizzate da un nastro perlaceo, da una corona di brillanti, da occhiolini nascosti nel mucchio dei capelli che buttavano scintille dappertutto. Proprio, non ho mai veduto tanto sfoggio, tanta ricchezza, tanto chic, neanche al Convent Garden, nelle serate di gala, con le ladies dai tiri a due e dai tiri a quattro.

— Mi fate ridere, Baragiola. A Parigi non siete in una provincia. Siete nel cervello del mondo. Qui anche i poveri sulle braccia delle istituzioni benefiche sentono tre volte di più degli altri poveri il peso della miseria. La miseria, la penuria, le privazioni, le angustie, sono spasimi intollerabili per i parigini. Tutti vogliono vivere, godere, partecipare alle ricchezze. Una volta il pensiero era di possedere senza esistere; ora è il contrario: si vuole esistere anche se manca il necessario, a costo di rubare, a costo di violentare qualche articolo del codice, a costo di gridare che la proprietà è un furto. È l'individualismo che sta perfezionandosi. Non ci sono più fisime, non c'è più pazienza. C'è invece fretta in ciascuno di salire, di entrare nel benessere, di non avere più le seccature del domani. Siete invecchiato, mio caro Baragiola. Vi occupate delle virtù delle signore! Voi parlate una lingua sconosciuta a Parigi. Che cosa diavolo avete fatto in tutto questo tempo? Se l'avessero, la venderebbero, magari al mercato, al miglior offerente. La Steinheil non è peggiore migliore delle altre. Non c'è signora perbene, con tanto di famiglia riconosciuta dalla carta bollata, che non abbia il monsieur o i messieurs che paghino i conti della casa. Un marito non basta più a supplire ai bisogni del ménage. C'è troppa differenza fra l'antica e la nuova famiglia. La famiglia di una volta viveva di modestia, di sagrifici, di affezioni, di intimità. Era la famiglia del tutto per uno o dell'uno per tutti. La speranza di un avvenire migliore li teneva tutti legati fino alla morte. Nella casa moderna l'affetto è morto. Non c'è più lealtà fra marito e moglie. L'uno inganna l'altra o tutti e due vanno d'accordo, come gli Steinheil, per spogliare gli adoratori, magari disprezzandosi, magari svillaneggiandosi ogni giorno, magari buttandosi alla testa le parole purulenti del loro cervello. Di chi la colpa? Di tutti e di nessuno. È il nuovo la sociale che ha buttato in aria tutto senza dare un assetto economico ad alcuna. Lo Steinheil, pittore, che sapeva e godeva della prostituzione della moglie, può disgustare, può anche inorridire. Ma se si sa che la condizione del povero strangolato è la condizione su per giù di tutti i mariti del ménage senza rendita fissa, il disgusto, credetelo, diminuisce. È il marito dell'ambiente del lusso eccessivo e del pauperismo eccessivo. O si diventa idioti nell'isolamento come i pitocchi o si mettono sotto i piedi tutte le convenienze della vecchia morale rimasta fra noi come una vecchia grinzosa che agita le mani d'orrore, come una paralitica fra le risate di coloro che preferiscono essere una individualità dell'alto o del basso demi-monde che un numero fra le moraliste che fanno la fame.

Mi sono separato dalla pessimista al Louvre, dove mi aspettava Bizet tutto affaccendato ad attorcigliarsi i baffi più belli della Francia.

— Dieci minuti di ritardo, mi disse tendendomi la mano. Offritemi una sigaretta. Ho dimenticato la boîte a casa. Andammo nell'automobile.

Via Giangiacomo Rousseau, diss'egli al chaffeur.

Mi fermerò due minuti alla porta, poi andremo sul boulevard des Italiens, dove vi offrirò un whisky con soda per movimentarci il cervello e poi andremo diffilati da Marietta Wolf, già scappata dalla via Vaugirard, dopo un terribile scroscio di villanie fra lei e la sua padrona. Due minuti e sono di ritorno, mi disse Bizet. Intanto leggete l'intervista dei due giornalisti di ieri sera e i commenti degli altri giornali usciti dopo.

Per paragonare il baccano sollevato dalla confessione di madama Steinheil a qualche altro baccano che gli assomigli, bisogna passare la Manica, anche se è tutta agitata dai cavalloni che muggiscono disperatamente. Non c'è che l'Inghilterra che possa dare simili rigurgiti di commozione o di convulsione o di irritazione nazionale. Crawford e mrs. O' Shea sono state nella indignazione pubblica come è ora madama Steinheil.

Il motivo dei tre personaggi è identico; pornografia volgare, pornografia comune, pornografia di tutti i giorni, adulteri di tutte le ore. La differenza tra il loro fattaccio e il fattaccio di tutte è che le tre adultere si sono avviticchiate agli uomini rappresentativi, agli uomini portati sulle alture della vita sociale dal suffragio degli elettori, ai deputati, ai senatori, ai sovrani della opinione pubblica. La Steinheil ha al dorso Felice Faure, la Crawford uno degli statisti più eminenti del Regno Unito, Carlo Dilke, e la signora O' Shea nientemeno che Parnell, allora un quintale di influenza politica negli affari britannici, il leader del partito irlandese alla Camera, l'agitatore per l'indipendenza del suo Paese. La confessione della Crawford, documentata con la matita alla mano, disegnando la stanza dei bagordi carnali col ministro che rappresentava la morale cromwelliana e passata agli occhi di tutti per un puritano autentico, ha fatto saltare in aria la nazione con i pugni tesi, con la bocca piena di vituperii. È stata una esecuzione capitale compiuta a colpi di torsoli marci, di uova putride, di scaracchi fermentati. Parnell ha tentato di passare attraverso il subisso della esecrazione universale con la rivolta, ma ha dovuto anche lui piegare e morire soffocato dalle maledizioni come un criminale che si butta furtivamente nei letti degli altri per insudiciarli. Il turbine della collera francese è essenzialmente per la morale offesa non mica dalla Steinheil, ma da Felix Faure, presidente della Repubblica. La gente è intorno a lei, ma l'accusato è lui. Io non mi meraviglierei di vederlo spanteonizzato prima della fine dell'affaire.

Chin-chin, mi disse Bizet toccando il mio col suo bicchiere. Che cosa vi avevo detto? Domani l'opinione pubblica sarà incendiata. Ecco, guardate, gli articoli di commento sono in grassetto, sono in corpo nove, in corpo dieci e perfino in corpo dodici.

— Avete avuto ragione, ma io, straniero che rimane spettatore dura fatica a capire tutto questo diavolerio per una donna, sia pure bella...

— È bella!

— Non lo nego, è una bella bestia fresca e bianca e piena di seduzioni, ma credo che senza i personaggi che l'hanno sviluppata con la loro concupiscenza e con i loro biglietti da mille non farebbe tanto scalpore.

— Voi non siete completamente penetrato dell'avvenimento. Non lo avete ancora assorbito bene. Avete un cervello, scusate se ve lo dico, poltrone.

La Steinheil, in questo momento, non è più una persona, ma un tipo. E mi pare di avervelo già detto. Ora il tipo di una specie è interessante. Intorno a lei si studia la società, come se fosse essa la presidentessa della Repubblica.

— Se i nomi che corrono intorno a lei non sono calunnie o invenzioni, la Steinheil dovrebbe essere miliardaria.

— Forse esagerate; ma sarebbe più volte miliardaria se le donne come lei e come le Blanche d'Antigny non avessero per finale la catastrofe, la miseria nera, la galera, il naufragio completo. Su, in vettura, mi disse, dopo avere riaccesa la sigaretta.

— Dove andavano a finire tanti denari?

— Le Steinheil grassano i signori con i sorrisi, ma si lasciano grassare alla loro volta da chi sorride loro...

— Ho capito. Intorno alla Steinheil c'è l'uomo invisibile per tutti, il sogno della mente, l'amante del cuore.

Appunto l'amante del cuore è stato ed è ancora la sanguisuga della bella Meg. In casa Steinheil si è dovuto, per saziare la piovra alla tasca di madama, bere, come la Marietta e Couillard, domestici, il vino da otto soldi la bottiglia, cosa che inaspriva il carattere bilioso del pittore.

Era un bel soggetto, sapete, quel caro sgorbiatore della pittura... barocca. Se non aveva il vino buono andava in bestia, come quando si trovava senza napoleoni d'oro. Nel momenti di bolletta verde perdeva la staffa. Avrebbe mangiato il naso agli uomini e schiaffeggiato la moglie o data l'anima al diavolo. Vedeva fosco, si rintanava nel suo atelier come un cane ringhioso e si sfogava a insudiciare le tele di colori sporchi, di colori, fangosi, di colori di lisciva, di colori che parevano messi assieme da un matto.

Era il Bel-Ami che costava, che divorava, che pesava, che svaligiava, che grassava madama Steinheil coi sorrisi, con le carezze, con gli abbracci... Per lui un giorno ella è stata obbligata a impegnare il fermaglio prezioso, sormontato dal monogramma F. F., vale a dire di Felix Faure.

— L'unico gioiello rimasto nella cassa forte nella notte del delitto.

Appunto.

— E di Bel-Ami ne ha avuti parecchi, sapete. Uno solo è stato piovra alla sua tasca per dieci anni! Lo manteneva come un principe. Vita di lusso, bisca, cavalli, mare, montagna, regione calda d'inverno e fresca d'estate. Il Bel-Ami era la bestia nera del povero Steinheil. Diventare lo zimbello degli adoratori della moglie, assumere la maschera del marito che ignora da che parte giunga in casa il benessere, assistere alla propria decomposizione morale, subire gli oltraggi sanguinosi della venditrice di baci del focolare domestico, rimanere nel truogolo del mantenuto senza uno scatto e poi vedere lo sperpero, e poi vedere la donna che fa uscire tutto ciò che è entrato con la stessa spensieratezza e poi trovarsi di nuovo alle prese con la miseria, in lotta col luigi d'oro era per lui il massimo dei dolori. Si disperava, brontolava, si lamentava, minacciava. Era allora che la bega coniugale diventava una tempesta che finiva con la sua fuga. L'imbrattatele si rifugiava nel suo atelier.

Guadagnava...

Bizet rispose con una spallata.

— Come spiegate che il suo pennello ha fatto il ritratto a tanti signori, da Faure a Borderel?

— È una spiegazione che vi può dare anche un asino. Ci vuole un po' di vernice nelle cose. Per andare in casa di una signora senza farle perdere il rispetto che le devono i servi bisogna che gli amici siano presentati al marito. E lo Steinheil sapeva rappresentare bene la sua parte. Diventava di gomma. Era tutto curve, pieno di piaggerie e sapeva girare intorno agli amici della moglie come un cane che frema d'impazienza di entrare nelle grazie del nuovo padrone. Il cliente della moglie diventava sovente il cliente del marito. Entrava presentato, lo faceva sedere, gli metteva davanti cinque o sei quadri, raccontandogli la storia di ciascuno, gli parlava dei suoi successi, non dimenticava mai di additargli ch'egli era seduto dove aveva posato quel grand'uomo che fu Felice Faure e poi tra una pennellata e l'altra, gli raccontava del trionfo del suo genere all'esposizione fatta in casa, proprio l'anno prima. L'aspirante all'amicizia della padrona di casa fingeva di ammirare tutto ciò che gli sciorinava, dicendogli che gli sarebbe piaciuto, se non fosse stato troppo caro, di avere questo o quel quadro alla parete del suo salotto. Il salasso era di mille, di due, di tre e anche di quattro mila lire, secondo la persona, se era facoltosa o meno. Mi ricordo di un tale.... Aspettate: si chiamava...? Me ne sono scordato, ma devo averlo sul diario di quel mese il nome. Del resto il nome importa poco. Era un gentiluomo che la signora Steinheil aveva conosciuto aspettando alla stazione il treno per Bellevue. Si erano dati appuntamento dopo e il pagamento è stato di ottocento lire con dei grazie per il piacere di farsi mandare a casa un quadro che forse avrà mandato al solaio o in cantina.

— Insomma, se non fosse per il rispetto che voi avete per il matrimonio, lo mettereste fra i mantenuti bollati.

— Non al condizionale però, perchè io non ho dubbi ch'egli fosse un monsieur Alphonse della famiglia.

Sapete come sono gli autori, credono sempre che la loro merce sia smerciabile. È una semplice supposizione la mia. Ma Steinheil non poteva ignorare quello che avveniva al suo dorso e credere proprio alla sua genialità pittorica.

Egli ha sciorinato un sorriso satanico. Capiva che io gli facevo ripetere l'accusa di mantenuto per mettere in fuga anche l'ultimo pensiero che potesse essere diffamatorio. Dopo la pausa rispose:

— Poteva, se avesse voluto. Ma lui ha sempre preferito il comfort a quella finzione.

— Sarei giustificato se io lo facessi entrare nel camerone degli uomini obbrobriosi?

— Che benedetto ragazzo! C'è bisogno di domandarlo? Come uomo, a nominarlo come vivo, era un porco. Come morto, e specialmente per la fine che ha fatto, merita la mia compassione. Tolto il cappello per rispetto al defunto che passa, me lo rimetto in testa e riprendo la mia funzione di detective. Allora voi lo sapete, non ho più ritegni. Parlo delle cose come sono. E le cose come sono mi obbligano a mettere sulla sua croce questo laconico epitaffio: «Qui giace un pederasta e un mantenuto».

Bizet era troppo leale e troppo scrupoloso per cadere nei tranelli delle esagerazioni. Mi diceva sempre: Se io calunnio, fatemi strappare la lingua come l'hanno strappata al Pilone del «Quo Vadis». Tuttavia mi sono arrischiato a domandargli se non gli pareva violento l'epitaffio?

Violento? La verità è già troppa violenta, perchè io vi metta della energia mentale. Vi pare? Il signor Steinheil era così conscio della sua funzione che lo si potrebbe chiamare il collaboratore delle tresche amorose della moglie. Perchè era lui che in certi brutti quarti d'ora dettava alla cara consorte le lettere per sollecitare i signori a mandare somme di denaro. Oh, non faceva complimenti il pittore di roba storica!

Quando la cassa di famiglia era vuota, pregava madama di rifornirla e di s'arranger. Non è dunque una calunnia dire che svaligiavano la clientela insieme. Dal documentista voi esigete il documento. E io vi contenterò il primo giorno che verrete a pranzo a casa mia. A proposito è mia moglie che vi invita per sabato.

— I miei ringraziamenti e i miei ossequi alla signora Bizet.

— Sempre complimentoso! Chauffeur, deve diavolo ci conducete? Prendete la sinistra. Vi ho detto alla Gare de Sceaux, piace Denfert-Rochereau. Sceaux non è che a due chilometri. Vi saremo fra pochi minuti. Ah, benedetto cab! È la mia vettura ideale, se è guidata da un cocchiere inglese. Che bellezza! Non c'è mai bisogno di parlare con lui. Si entra, si punta il bastone in direzione del posto che si vuol andare, e la si fa andare a destra o a sinistra con lo stesso sistema fino al momento di piantarlo nell'aria come un punto di ammirazione che per lui equivale all'ordine di fermarsi.

Mi adagiai con la testa nel soffice del dorsale della vettura cercando di indovinare in che cosa consiste il documento della depravazione di Steinheil, consapevole del mercato della moglie. Ma la mia testa non è fertile come quella di Sherlock Holmes. Perdetti il tempo.

— Voi avete detto, mio caro Bizet, che il documento delle turpitudini del pittore è già in casa vostra, non è vero?

— L'ho detto e lo ripeto. Capisco la vostra curiosità. Voi non potete aspettare fino a sabato e voglio contentarvi in parte. Il consenso che la moglie si vendesse a chi volesse è in una sua lettera, scritta un po' prima della sua fine tragica. È una lettera che ha tutta l'apparenza di una rivolta contro la prostituzione della moglie. Ma letta bene è la condanna dell'autore. Perchè? Perchè non è un'insurrezione morale dell'uomo che ha scoperto la moglie in flagrante adulterio o di un marito che non transige. È la lettera di un uomo che è stanco di un'altro. La relazione della moglie con Borderel era diventata così notoria che gli seccava, che gli pareva che la gente cominciasse a sparlare di lui. Non ricordo che il contenuto della lettera. Ma è evidente che nella chiusa è la sua confessione. Perchè occupandosi della sua pazienza esaurita, aggiungeva che era risoluto a non sopportare quello che aveva tollerato fin allora. Un marito che si rispetti non tollera mai. E perchè ha tollerato? Perchè Borderel era un riccone che pagava profumatamente, pagava persino la villeggiatura di Bellevue a condizione, s'intende, che il marito se ne andasse tutte le volte che era importuno. Se voi interrogate la stessa Steinheil vi dirà senza esitazione che suo marito era tale quale l'ho condensato nel mio epitaffio. Ci voleva un orbo o un sordo per non vedere o sentire che in casa Steinheil si andava avanti col carnimonio di madama. La stessa Marta, sua figlia, vittima del luogo, aveva imparato a fare le riverenze ai signori che andavano e venivano a trovare la mamma.

— In un tale ambiente l'ambientista non dovrebbe essere inesorabile neanche col marito.

Giustissimo. Io l'ho già assolto. Non sono i suoi peccati che mi preoccupano. È il tipo che mi disgusta. È il marito della borghesia impotente che mi nausea. Se la mia morale non dovesse trovarsi a disagio dove il matrimonio è come una licenza per esercitare impunemente il mercato della carne proibita o legalizzata a maggior prezzo non ci sarebbe più ragione di avere la polizia dei costumi e di perseguitare le mestieranti per lo scandalo che danno.

— Anche il mestiere della Steinheil deve essere un cattivo affare se le donne giungono a trentanove anni con le gioie impegnate.

Perchè quelle donne hanno poco giudizio. Spendono come la Nanà. Non hanno discrezione. Non credono d'invecchiare e non suppongono mai che anche il loro corpo è una merce deprezzabile.

Da un anno all'altro il valore della bellezza discende. Quando c'era «monsieur», vale a dire il presidente della Repubblica, le trattative della Steinheil costavano care. Monsieur pagava tutti i grossi conti che gli facevano pervenire. E qualche volta erano conti per far denari.

Gli anni passano e si avvizzisce. Non c'è sapienza di toilette, caro mio, che possa ridare la gioventù andata. Io e voi non potremo mai più riavere i nostri vent'anni, E poi non è una vita comoda quella della Steinheil. È una vita di sotterfugi, di ripieghi, di umiliazioni, di bugie, di menzogne. Si tappa un buco per farne un altro. Si svaligia un individuo per soccorrerne un altro. L'amante del cuore della Steinheil deve costare tanto oro quanto pesa. Sono otto anni, sapete, che vive à ses crochets, come diciamo noi francesi, o alle sue spalle, come dite voialtri. E otto anni di vita allegra passati alla bisca, alle corse dei cavalli, alle soirées mondane, ai teatri, in villa, al mare, in campagna, sono una bella somma. Oh, eccoci, disse al chauffeur. Non abbiamo più che mezz'ora di ferrovia.

Sceaux è una sottoprefettura di quattro o cinque mila anime, celebre per un castello che è stato demolito ai tempi della grande Rivoluzione. Della sua struttura non c'è più che un angolo o una cinta del parco, ma la gente va a vederlo come va a vedere i rottami di Roma imperiale.

— E il Bel-Ami dello Steinheil si chiama?

— Non posso dirvelo, perchè anche lui è sospetto di avere partecipato alla strangolazione dello Steinheil e della Japy. Quello che vi posso dire è come è nata la relazione tra lui e Margherita. Otto anni fa era un giovanotto in fiore. Forme atletiche, mucchi di capelli biondi, baffi del colore dell'ambra, occhioni di un azzurro di cielo. La Steinheil, in intimi rapporti con la sua famiglia, è stata pregata dai suoi genitori di indurlo ad abbandonare una biche del gran mondo in cui le donne sono quotate come i cavalli del Turf. I genitori le dicevano che il loro ragazzo stava per perdersi e rovinarsi la carriera. La buona Meg si intromise e a furia di intromettersi ha preso lei il posto della biche. L'epoca? Tra il 1900 e il 1901.

Fu l'inizio di un grande amore, di una grande passione. E come tutti i grandi amori e le grandi passioni tra lei e lui ci sono state scenate di gelosie, abbandoni piangevoli, burrasche durante le quali tutto andava sotto i piedi, riprese lunghe di abbracci più intensi, di baci che suggellavano l'anima dell'uno nell'anima dell'altra. I litigi erano come pretesti per ricercarsi e impromettersi una collaborazione più gagliarda e più poderosa, più calda dei loro trasporti senza prudenza, ma pieni di felicità segrete e di perdoni bagnati di lagrime. E via, sempre così. Nuove ricadute con collere tempestose, nuovi sdegni per riunirsi coi pentimenti reciproci e ricominciare la lotta dei sensi fino al rilassamento dei nervi e alla stanchezza dell'uno e dell'altra. L'amore fatto di orgoglio e di ritrattazioni, di genuflessioni e di bestemmie, di magnanimità e vigliaccherie costa assai più dell'amore perfetto che per me è quello della famiglia regolare. Che cosa volete, io non posso sedere a tavola con la donna reduce dagli altri uomini, siano pure più belli e più premurosi di me. Se mi permettete il paragone io ho un po' della Giorgio Sand. Lei non sapeva amare due uomini alla volta e io non so amare due donne in uno stesso periodo. Mi pare una profanazione, un amore senza stima reciproca, senza culto l'uno per l'altra. Gambetta, il mio grande amico Gambetta, il superbo e glorioso oratore del quadrivio, come veniva trivialmente chiamato dai nemici, pur non essendo ammogliato, era della mia opinione. La sua donna era la donna che gli offriva la chiave, perchè la chiudesse in casa a pensare di lui assente.

Eccoci giunti, diss'egli scendendo. Mi aspetterete di fuori. Non so se la Marietta può ricevere in casa d'altri. Lo suppongo.

Strada facendo continuò a parlarmi dell'amante della Steinheil.

Se una donna si impadronisce di un giovane che sia adorato dalle biches e più giovane di lei, sacrificherà se stessa, compierà atti eroici o vili per non lasciarselo sfuggire. Non sono psicologico come Bourget e non ve ne posso dire la ragione. A me basta il fatto. E il fatto è che la Steinheil con le sue risorse gli dava modo di fare la grande vita, di perdere sovente ingenti somme al giuoco e di uscire dagli imbrogli dei debiti con aiuti pecuniari che le costavano un po' di reputazione.

— È dunque una vera passione.

Ditela il delirio della passione. Lei che ha saputo presentare con tanta disinvoltura la nota dei conti da pagarsi al magistrato amico di Félix Faure dopo la sua morte, e al «monsieur» della campagna, che andremo a trovare uno di questi giorni, riversava poi tutti i suoi guadagni nelle tasche del suo mantenuto con una generosità ignorata da suo marito. Figuratevi che per tenerselo vicino, per vederlo quando non era spiata dai suoi contribuenti, gli ha preso un appartamento elegante in Parigi, con il telefono in casa per comunicare con lui di giorno e di notte e con il cavallo da sella in stalla per le passeggiate al Bosco di Bologna. Con lui e le sue orgie, il marito non poteva non passare attraverso squallide ore, o le ore crudeli da bisogni urgenti per qualche miserabile centinaio di napoleoni d'oro.

— E costui sarebbe quello che i giornali chiamano Bel-Ami e sospettano complice o autore dei delitti della via Vaugirard?

— E sapete perchè lo si sospetta?

— Prima perchè il Bel'Ami è sempre stato un amante invisibile per tutti, tranne che per la loro mezzana, e poi perchè egli si sarebbe trovato in Parigi negli otto giorni che rinchiudono la notte fatale della strangolazione. I giornali lo conoscono, ma per evitare noie giudiziarie, preferiscono che sia il giudice istruttore che ne butti in piazza il nome. S'egli diventasse nemico della Steinheil come Marietta Wolf e si lasciasse sbottonare senza restrizioni mentali noi verremmo a sapere tutti i suoi pensieri, tutti i suoi digusti, tutti i suoi rancori, tutti i suoi bisogni, tutte le sue gioie. Con Marietta Wolf e Bel-Ami saremmo nel cervello e nel cuore di Margherita Steinheil, la donna degli uomini che hanno avuto denari per pagarla.

— E allora Borderel?

Borderel era il «monsieur» della campagna che pagava i conti come il «magistrato», amico di Felix Faure. Borderel è ricco, è un uomo che vale, come direbbero gli inglesi, più di duecentomila lire di rendita l'anno, senza pensare alle sue possessioni e ai suoi castelli. Quando andremo da lui saremo trattati come principi. Eccoci al numero 24. Guardate in aria, fra due minuti, disse guardando l'orologio. Se c'è e ne avrò il permesso vi farò segno di salire.

Maledizione! disse, ricomparendo. L'ex eminenza grigia di madama Steinheil non ha fatto a tempo ad arrivare che è giunto un ispettore della piazza degli Orfèvres a prenderla e a condurla in una elegante vetturina Martini al Tribunale. Eh, dovevamo immaginarcelo. La confessione di ieri sera non poteva lasciar tranquilli il giudice la Marietta. Senza aspettare prendiamo l'automobile che viene verso di noi e andiamo difilati al Palais — al Palazzo di giustizia.

Cielo splendido, sole temperato da un'ariettina fresca e una distesa verde ai lati che bastava per tenere occupati i nostri occhi. Abbiamo fumato una sigaretta dopo l'altra senza interrompere la contemplazione del magnifico spettacolo di essere per pochi minuti fuori della Babilonia francese, dove si è sempre in pericolo di essere inruotati o buttati a destra o a sinistra dalla gente che passa con un pardon.

— Se è al tribunale potremo bene incontrarla.

— Eh, sì, ve la troveremo di sicuro, ma chi sa quanti giornalisti sono alle sue calcagna! Da ieri sera ella è una donna preziosa. Non capisco la sua chiamata se non è per qualche confronto con Remy Couillard, il quale sarà a quest'ora alla Souricière. Seduta drammatica per la liquidazione dell'affare della perla trovata nel taccuino del domestico, alla quale mi piacerebbe assistere se la mia agenzia me la permettesse. Sapete che da noi gli accusati sono assistiti durante l'istruttoria a porte aperte dai loro avvocati. Vi presenterò al giudice e voi potrete ascoltare tutto al dorso del paravento che protegge la schiena del magistrato.

Addio, Baragiola.

Addio, Bizet.

Penserò io all'appuntamento con la Marietta e vi manderò il mio domestico all'albergo. A proposito, prendete il mio biglietto di visita, mi diceva Bizet, intanto che scriveva la raccomandazione per un cancelliere di sua conoscenza. Egli vi farà passare da Leydet.

— Tante grazie, Bizet.

Non era la prima volta che io drizzavo gli occhi sulla facciata del palazzo di giustizia dalla piazza dell'Orologio come un fannullone, tra gli abitudinarii che chiaccherano sul va e vieni della popolazione che carica e scarica il panier à salade, la vettura cellulare, che va nella Conciergerie come il prologo di un dramma del detenuto e ne esce come l'epilogo del suo atto tragico. È una struttura medioevale tutta ammantata di tetraggine. Ha delle torri con le punte sul cielo, degli edifici che sembrano stati uniti dai bisogni crescenti di allargare l'ambiente, e un'entrata storica che manda alle nari un profumo d'arcaismo e l'idea di essere in un castello feudale che sente della fortezza, della residenza ducale e della prigione coi sotterranei per far morire la gente a oncia a oncia.

La Conciergerie d'oggi è forse più carcere di una volta, ma ogni pietra è una pagina storica. Essa ha veduto passare tutti i personaggi del Tribunale rivoluzionario dei grandi giorni della grande Rivoluzione, coi loro ricchi mantelli neri e i loro cappelli dall'ala alla nuca, sormontati dalle alte penne nere cadenti su se stesse. Fourquier-Tinville, l'organizzatore della magistratura di quel tempo, l'accusatore della vedova Capeto, è ancora un'immagine viva, il simbolo della giustizia a vapore, che sedeva imperturbabile nella poltrona del pubblico ministero con i suoi capelli neri, coi suoi occhi piccoli e rotondi, con la sua fronte bassa, con la faccia terrea nel mezzo della quale era un naso tutto butterato.

L'austero giudice non aveva sensibilità per i nemici della Rivoluzione ch'egli faceva condannare a morte e condurre al patibolo nella camicia rossa dei parricidi della patria. Quando l'indignazione di Maria Antonietta, accusata d'incesto, scoppiava con la celebre frase: me ne appello a tutte le madri che possono trovarsi in questo luogo! o quando la Dubarry, ancora bella a cinquanta anni, cercava la sua protezione per non andare sulla carretta di Sanson, egli conservava il suo sangue freddo come quando i girondini lo ingiuriavano con fiotti di parole criminose. Mentre egli era tenerissimo con i personaggi della Convenzione, non ha permesso a Marat, all'amico del popolo, accusato dai suoi colleghi, che venisse confuso nelle celle coi traditori della patria. Egli ha voluto che dormisse in una sala del Tribunale e all'indomani ha pronunciato il suo elogio con l'eloquenza che incita il popolo a battere le mani e a coronare la vittima della cattiveria umana con i fiori del trionfo pubblico.

Si passa una porticina, si entra in un piccolo cortile, si legge sulla porta d'entrata alla Conciergerie: «Casa di giustizia» e la Casa di giustizia è il deposito del materiale vivo della Corte di Assise. Rinchiude accusati che devono andare davanti ai giurati e condannati a morte che aspettano di firmare il ricorso in cassazione, perchè venga loro risparmiato il collo. I grandi criminali, come i Troppmann e gli Eyraud, vi sono trattenuti per non dar loro modo di fuggire durante il trasporto dal palazzo di giustizia in una delle carceri come quella di Mazas o della piccola e grande Roquette. Alla casa di giustizia si permette pure di scontare la condanna ai favoriti della delinquenza politica e degli avventurieri della finanza e dell'industria. L'edificio mi interessa per i protagonisti del delitto di casa Steinheil. Voi vedrete che si parla sempre della Souricière. È la topaia dei detenuti al deposito, composta di settantasei celle, venti delle quali destinate alle donne. Non sono identiche, ma sono tutte comprese nel rettangolo a due piani, con facciate a corridoio, in mezzo alle quali è un cortile a cielo aperto per il passeggio. Il soprannome che ha fatto storia è esatto. Il prigioniero è come in una tana di due metri e 50 di altezza e di pochi passi di lunghezza. Non ne esce che per andare dal giudice istruttore, al processo o all'aria. In cella egli non è che un numero e non ridiventa uomo che in Corte d'Assise.

Giunto al piano del giudice istruttore Leydet ho saputo che Remy Couillard era dabbasso, in una tana della Souricière, venuto da una mezz'ora dalla prigione della Santè, dove è detenuto dal giorno che gli si è trovato nel taccuino la perla della sua padrona. Sono incominciati i dubbi sulla sua colpevolezza, anche perchè madama Steinheil è stata accompagnata al palazzo di giustizia, per la prima volta, da due ispettori dell'edificio di piazza degli Orefici. L'ho veduta sulla scranna, con la posa della donna che non smette di farsi ammirare neanche in un luogo così triste e così pericoloso come l'anticamera del giudice istruttore. È coperta di un velo nero che le l'aria di un salice piangente. L'aria della dolente non la salva dalla maldicenza. La gente che va in su e in giù parlando di lei rammenta i suoi «lo giuro»! per non avere qualche sospetto intorno alla storia della perla. Ma coloro che sono indulgenti o credono di essere più giusti degli altri fiutano in Remy Couillard un tocco di gaglioffo che sa imitare egregiamente i Courtois e i Renard. Ci sono al suo dorso tanti punti interrogativi da spaventare. Non parliamo della chiave smarrita, diceva uno. È cosa che può capitare a tutti i vivi.

— Ma è possibile, dite, che un domestico affezionato ai proprii padroni non abbia udito, a pochi passi dalle stanze dei signori, legare tre persone e strangolarne due?

— E se fosse stato narcotizzato come le vittime dei cambrioleurs?, domandò uno degli orefici stati citati come periti.

— Se ne sarebbe ricordato svegliandosi.

Supponete che siano andati nella sua stanza, com'è probabile, e si siano precipitati su di lui con una pezzuola inzuppata di cloroformio, avrebbe potuto vedete i suoi aggressori?

— No, ma avrebbe potuto ricordarsi dall'aggressione. Il cloroformio addormenta, ma non distrugge la memoria. Ora io non ammetto ch'egli sia stato cloroformizzato. Per me è complice, e un complice che ha dormito per conto dei ladri e degli assassini. Metterei la testa sotto la ghigliottina. Aggiungete che lui era armato di revolver. Perchè non si è mosso? Servi vili come Couillard non ne vorrei in casa mia.

— Forse il signore ha ragione, aggiunse una tuba grigia, che i conoscenti chiamavano monsieur Boncefert. I cambrioleurs non potevano che essere di casa o essere guidati da qualcuno della casa. Perchè sono andati alla casa Steinheil senza gli strumenti per assassinarli? Perchè erano stati avvertiti che i padroni erano a Bellevue. L'indisposizione della Japy ha capovolto il piano. Ed ecco la ragione per cui prima del furto hanno dovuto compiere la strangolazione. —

— Intanto che Couillard fingeva di dormire della grossa!

Il signore scettico e incredulo dondolava la testa.

— Io non ci vedo chiaro. Perchè non ha parlato prima la signora Steinheil, non ha sospettato subito di delitto Couillard?

— Per la stessa ragione che la signora Remy, non ha mai supposto che in casa sua si potessero annidare gli assassini di suo marito.

— E quando è che la Steinheil ha sospettato di Couillard?

Caro signore, se non sapete niente è inutile che parliate. Quando si è riavuta dalle sorprese, quando ha avuto tempo di domandarsi il perchè il servo invece di andare nella stanza da letto del padrone, come faceva tutte le mattine, è andato in quella di Marta.

Esaminate, ha detto alla polizia, la sua condotta alla scoperta del delitto. Egli è disceso come ogni mattina alle 6 e mezzo. È forse andato come al solito in camera di mio marito? Egli è venuto invece in camera di mia figlia, dove io ero legata come un salsicciotto. E quale è stato il suo primo pensiero?

— Di aiutarla, diavolo.

Doveva chiamare il padrone. Ecco il dovere di un domestico innocente. E non lo ha fatto neppur dopo. E perchè? Perchè, signore, era un complice. Invece di chiamare monsieur! monsieur! sapete che cosa ha fatto? È corso alla finestra e ha chiamato gente a cavalcioni della balaustrata.

— Come avrei fatto io, signore!

— E avreste fatto male. Io non vi vorrei per mio domestico, rispose con voce spregiativa il signor Boncefert.

— Io mi chiamo Luigi Carlevet, cordaio, e non ho bisogno di rendervi servigi domestici.

— Voi vendete la corda agli assassini che difendete!, rispose con il pugno in aria, come se fosse stato un intimo di casa Steinheil.

Rispetto i vostri capelli bianchi! disse strisciando sulla voce per sottolineare le parole.

Rispettate la vostra vigliaccheria! proruppe Boncefert. Tutti e due alzarono la canna e si misero in posizione di rompersi la testa a vicenda.

Rispettate il luogo, disse il portiere.

Chiamatevi fortunato, chiamatevi!

— Sempre ai vostri ordini! rispose ingrossando la voce il vecchio.

Siccome il giudice non giungeva mai, dopo un po' di su è giù il gruppo che era stato disfatto dalla violenza si ricompose, e ricominciò a rimestare di nuovo il materiale stato raccolto intorno al delitto dell'impasse Ronsin.

— Mi dispiace di essere stato un po' esagerato. Io sono una furia quando mi si contraddice. So bene che per parlare di una cosa bisogna saperla. E il signor cordaio, aggiungeva Boncefert, non sa forse tutte le inezie del delitto. E le inezie, o signori, nei delitti sono quelle che conducono nei misteri. Per esempio, sa il signor cordaio come sia stata trovata la perla fra le pieghe della carta del taccuino del portafoglio di Remy Couillard?

— Io non sono il signor Dubot, il giornalista poliziotto, e non posso saperne il dietroscena.

— Io che non sono il signor Dubot, investigatore della vita del domestico di casa Steinheil, vi dico che è stata trovata nel modo più semplice del mondo.

Aggiungete che lui grida che è innocente e che la perla nel suo portafoglio ve l'ha messa una mano che non è la sua.

Grazie dell'informazione! E voi vi aspettate che i delinquenti vi confessino i loro delitti? State fresco! Courtois ha confessato di essere il ladro di casa Remy, per salvarsi la testa e mandare quella di Renard alla ghigliottina.

Adesso non si ghigliottina più in Francia. Il signor Fallières fa dell'umanitarismo a spese dello Stato.

— Siamo un popolo civile! aggiunse il vecchio con ironia.

Già, io non sono per i presidenti. Che cosa ci stanno a fare all'Eliseo? A fare firme inutili. Se fossero necessarie basterebbe un impiegato a 3200.

Il campanello elettrico ha trillato, e io sono corso al dorso della poltrona del cancelliere, dove mi era stato concesso di rimanere durante l'interrogatorio di Remy Couillard e il confronto tra lui e Margherita Steinheil. Prima che comparisse l'accusato il magistrato Leydet è stato in colloquio con alcune persane di toga, convincendosi sempre più della colpevolezza del domestico. Non era possibile, diceva lui ai suoi colleghi, che Couillard, a sessanta centimetri di distanza, non sentisse tutto il trambusto dei ladri che staccavano gli arazzi per portarli via. Non si può andare avanti e indietro, sia pure con le precauzioni dei signori ladri, senza urtare e fare del baccano. E come hanno potuto portarli via? Con il rumore dei fiaccherai non avrebbe dovuto svegliarsi?

— A me pare, disse uno dei consultati.

C'è di più, c'è di più, aggiunse il giudice. Madama Steinheil che si è data la missione di non rimanere quieta che quando avrà consegnato i colpevoli alla giustizia, è in questo momento raggiante di aver messo la mano su Remy Couillard, ch'essa ha sospettato fino dal primo momento. È una sua impressione, diceva il giudice passando da un foglio all'altro dell'incartamento, ma un'impressione che dura ancora in lei.

— Quale? domandarono ad una voce i magistrati.

— Quella che Couillard, slegandola, volesse strangolarla.

— E allora perchè lo ha trattenuto al servizio per altri quattro mesi?

Perchè è una donna intelligente. Ella è nata detective. Tenendolo con lei la fiducia della padrona lo avrebbe indotto un giorno o l'altro a tradirsi...

— Ah!

— L'affare della perla è ancora più grave. La perla non è di grande valore. Costerà novanta o cento lire a dir molto. Eccola nella sua forma bizzarra. È ovale, piatta di sopra e gobba di sotto.

I magistrati se la passarono da una mano all'altra. guardandola con attenzione e comunicandosi le impressioni personali.

— L'importanza non è sul prezzo, ma nell'averla trovata in un portafoglio che apparteneva a lui. La perla e le informazioni che mi sono giunte dal giorno della sua nascita ad oggi mi convincono sempre più che è un poco di buono,

— Come è venuta l'idea a madama Steinheil di guardare nel portafoglio del servitore di casa?

Madama si era intestardita e voleva riuscire a ogni costo a mettere le mani sugli assassini di sua madre e di suo marito. E per riuscirvi aveva anche lei i suoi agenti privati, fra i quali uno che avea investigata la vita del domestico a fondo. Come aveva vissuto, dove era stato, quali donne frequentava, come spendeva il denaro? Fu durante questa inchiesta che l'incaricato di madama Steinheil ha potuto sapere che la famosa «Rauquine», cioè la rossa, la complice dei cambrioleurs, quella che ha puntato il revolver alla tempia della Steinheil, è viva, sana e arnica di Remy Couillard.

— Allora non c'è più dubbio; è lui il complice dei ladri e degli assassini.

— Questa è l'opinione del giudice istruttore e di Hamard, capo della pubblica sicurezza.

Continuate, vi prego, gli ha detto uno dei signori che prendeva delle note.

— L'incaricato a frugare nell'esistenza del valletto si è persuaso che il protagonista della sua inchiesta era una persona losca. Non gli occorrevano più che alcuni particolari, perchè madama Steinheil si decidesse a consegnarlo alla giustizia.

— Vi è un mezzo facile, rispose la signora. Remy che ha ottenuto la licenza di fare il chauffeur in Parigi ha probabilmente sul libretto municipale il nome del paese dove è nato.

— Dove è il permesso? domandò l'incaricato.

Probabilmente nel portafoglio ch'egli tiene sempre nella tasca del soprabito, rispose madama.

È comparsa la Marietta col suo grande acume a rammentare alla signora che il soprabito era sul letto della sua stanza e che mandando Remy a fare qualche commissione si sarebbe potuto guardare nel suo portafoglio.

Purchè non lo si mandi molto lontano, aggiunse la padrona di casa, per impedirgli di indossare il paltò.

E la signorina Marta, con l'aria della buona ragazza, lo ha fatto discendere e gli ha detto di andare a prendere un litro di essenza di minerale. Che cosa è avvenuto durante la sua corsa? Cose inaspettate. Una volta chiusa la porta del giardino, dalla quale era uscito, la Marietta, dal pianterreno dove si trovavano, è andata nella sua stanza passando per la cucina ed è ritornata allo stesso posto con il pardessus. Le donne febbrilmente si sono messe a frugare e non appena hanno aperto il portafoglio che cosa hanno veduto? Il galantuomo aveva trattenuto una letterina che la figlia di madama Steinheil gli aveva dato da imbucare. Altra scorrettezza grave per un domestico. Remy che non doveva avere la coscienza tranquilla è ritornato in pochi minuti. L'operazione non era finita e la Marta ordinò al Couillard di andare al terzo piano a smontar un letto che doveva essere portato via. Cari signori, io, giudice istruttore, non ho più niente da imparare dai criminali. Pure Remy Couillard mi ha insegnato cha la simulazione è svariata e infinita. Dopo avergli fatto confessare ch'egli si era trattenuto non una, ma due lettere, ventiquattro ore dopo si riguarda nel suo portafoglio e si trova il suo capolavoro; la perla accusatrice — la perla che apparteneva all'anello stato rubato dai cambrioleurs nella notte fatale!

Era sola la signora Steinheil quando si trovò la perla? domandò un signore con la gran barba d'apostolo della giustizia.

— Allora la giustizia si troverebbe male. I maligni sarebbero capaci di fare brutte supposizioni su madama Steinheil. C'è stata la santa provvidenza. Due giornalisti erano presenti alla scoperta. Anzi a essere giusti si può dire che chi l'ha estratta è stata proprio la mano di uno dei più intraprendenti giornalisti di Parigi.

— Il suo nome?

— Il signor Dubot.

— Oh! dissero tutti con una lunga aspirazione in segno di rispetto.

Cercando aveva trovato in una taschetta del portafoglio una marchetta d'uscita del music-hall — altro segno della sua depravazione. Le persone per bene non vanno in luoghi frequentati da quelle signore che Lombroso chiama giustamente semi-criminali. Il celebre giornalista, tirando fuori la contromarca dell'Etoille-Palace si è veduto venir su un involto di carta velina gualcita. È in quella carta, o signori, che si è trovato il corpo del delitto. La scoperta è così importante che mi sono deciso a mettere il servitore a faccia a faccia con la padrona.

È stato come se avesse detto ai signori di passare dietro la fiomba che nascondeva l'entrata per giungere alle sedie tra il magistrato e il cancelliere.

Fate entrare Remy Couillard, disse il giudice dopo avere suonato per l'usciere.

L'accusato è comparso accompagnato dai suoi guardiani, negli abiti del signore a spasso, con il cappello in mano. Ha una faccia un po' assimetrica con qualche cosa di truce intorno agli occhitrucidità che scompare non appena gli torna il sorriso. Molti capelli neri, naso lungo con tendenza leggerissima alla deviazione, baffetti biondi arcuati sulla bocca larga. Fronte alta, meno forte e pozzettata al centro. È tutto assieme un giovanotto robusto che ha toccato i vent'anni.

— Voi sapete, gli disse il giudice Leydet, che venerdì scorso è stata trovata nel vostro portafoglio, avvolta in una carta di seta, una perluccia.... che voi avete trovata in uno degli anelli di madama Steinheil, stati rubati nella tragica notte in cui avete dato prova di essere sordo.

Signor magistrato, rispose Remy, arruffandosi i capelli con le dita convulse come per ridursi alla calma, chi dorme è sordo.

— Non fate osservazione e rispondete piuttosto alle mie interrogazioni. Come spiegate la presenza della... perluccia... nel vostro portafoglio? gli ridomandò con voce vibrata l'integerrimo magistrato.

Couillard, coi suoi grandi occhi letificati di placidezza e con il sorriso sulle labbra di uomo che non capiva la gravità della domanda, rispose allargando le braccia e dicendo ch'egli ne sapeva meno di lui.

Accusato, vi proibisco di confondermi nella vostra deposizione. Rispondete alla mia interrogazione.

— Che dosa volete che io ne sappia? Se la perla è stata trovata nel mio portafoglio vorrà dire che qualcuno ve l'avrà messa.

— E quel qualcuno potrebbe essere Remy Couillard, non è vero? Pensate che il vostro caso è gravissimo. Voi parlate da ragazzo strafottente, e io, magistrato, sono obbligato a ricordarvi che le conseguenze di una perla nel vostro portafoglio possono essere fatali. Siate serio e dite tutto quello che sapete.

— Quello che so, di sicuro, è che io non ve l'ho messa.

— E allora chi supponete possa avervi giuocato un tiro così assassino? Avete dei nemici?

— Che io sappia..., rispose Remy cercando nella memoria. Io non saprei proprio chi accusare.

— Chi dunque ha messa la perla nel vostro portafoglio? Voi! È la vostra padrona che vi accusa.

Remy Couillard intrecciò le dita di una mano con le dita dell'altra, aspettando indifferentemente nuove interrogazioni.

— È l'ultima volta che ve lo domando: Chi pensate abbia potuto mettere la... perluccia... nel vostro portafoglio?

Couillard, senza uscire dalla sua calma, rispose con una spallata:

— Che volete che ne sappia? Io non faccio il giudice istruttore. Cercate. Tocca voi a sciogliere l'imbroglio.

— Invece di essere petulante vorreste compiacervi di dirmi come e perchè voi avete trattenuto, sempre nel vostro portafoglio, due... letterucce... della signorina Marta Steinheil?

— Me ne sarò scordato, forse lo avrò fatto a posta... Non si ha sempre voglia di fare il ruffiano, aggiunse egli lentamente, toccandosi la guancia.

Vedo, negare per voi è un sistema. Che cosa avete fatto nelle due ore tra la scoperta nel portafoglio e il vostro arresto?

— Sono andato a mangiare un boccone e a bere un bock di birra per farmi passare la rabbia.

— Ah, voi vi arrabbiate! Usciere, disse imperiosamente il giudice istruttore, fate entrare madama Steinheil. Vedremo se il vostro sistema vi servirà anche davanti la vostra accusatrice.

La pausa di silenzio mi ha dato tempo di paragonare la nostra istruttoria a porte chiuse con quella francese a porte aperte.

In Repubblica l'accusato non è abbandonato alla sua paura ai suoi terrori alle insidie dei giudici che vedono sempre in lui un colpevole. Egli è nel gabinetto col suo avvocato o con i suoi avvocati che lo proteggono dai tranelli o dalle violenze verbali e può rispondere al giudice che si permetta licenze o spinga l'ironia al di delle convenienze con altrettanta ironia o altrettante parole sentite. Con la istruzione a porte aperte il giudice è sotto il controllo del giornalismo che raccoglie anche l'alito e non può a capriccio trattenere gli accusati tre, quattro, dieci mesi in gattabuia per poi pronunciare un non luogo per inesistenza di reato, senza essere preso a pedate dalla opinione pubblica e sostituito o destituito dal ministro di grazia e giustizia.

Tutte le volte che vedo madama Steinheil sono obbligato a ritoccare il ritratto o il profilo che l'ultima volta supponevo perfetto.

In questo pomeriggio mi pare più viva, più sensuale, più in carne.

Forse è la pettinatura diversa. I capelli senza cocuzzolo alla sommità del cranio sono più abbondanti, più soffici e danno alla faccia piena un'ampiezza maggiore. È una testa apparecchiata con meno arte ed è più artistica. Così, come è davanti al giudice istruttore mi pare manifesti un carattere, un temperamento. Non ci sono più gli abbellimenti fatti con la mano della ritoccatrice che le prepara un viso ideale. L'arbitrio che altera e deforma mi indispone. Io vedo oggi Madama Steinheil nella pienezza gloriosa della sua carne giovine, tinta di un bruno che riproduce la solidità del suo corpo plastico. Con il velo rialzato io contemplo la bianchezza satineggiata del collo nel pizzo nero a trafori, come contemplo il piedino aristocratico che sbuca dalle vesti floscie, ricche di pieghe, giù a fianco della scranna come un attorcigliamento voluttuoso.

Ella è entrata con i suoi avvocati consulenti, i quali, anche loro, hanno assunto l'aria della mortificazione di vedere la loro clamorosa cliente disturbata dalla cocciutaggine d'un domestica che si ostina come tutti i signori dei bassifondi a negare l'esistenza del sole. Couillard, all'entrata della sua padrona, è diventato pallido come il Cristo dei religiosi che risorge con l'aria fredda del sepolcro sulla faccia. È stato un minuto di titubanza che gli ha illividita la fronte. Non appena il giudice ha fatto sentire la sua voce l'ex servitore di casa Steinheil è rientrato nella sua noncuranza di prima.

Madama Steinheil, dopo aver giurato di dire tutta la verità, con la voce fioca delle agonizzanti, riprese il suo posto sguantando la mano elegantizzata dal candore, senza anelli, come gliel'hanno lasciata i cambrioleurs.

Signora, disse Leydet, quasi pauroso di rattristarla con la miseria delle interogazioni giudiziarie, riconoscete in Remy Couillard il vostro ex valletto di casa?

Sissignore, diss'ella con la voce tremula.

— Stia pure seduta, signora, aggiunse il giudice non appena s'accorse che la sua amica stava per scomodarsi.

— E voi, Remy Couillard, conoscete questa... perluccia....

Nossignore.

Guardatela.

— È la prima volta che la vedo.

— È strano! Voi volete dire che non avete mai veduto questa... perluccia... al dito della vostra signora?

— Vi ho risposto di no, rispose seccato Couillard.

Madama, vi sembra che l'affermazione del vostro domestico...

— Ex, prego.

Pardon... Che l'affermazione del vostro ex domestico possa essere ammissibile?

Remy...

Ella aveva tutta la bocca piena di sarcasmo e la polpa del braccio alzandosi divenne rossa rossa come se fosse stata attraversata da un fiotto di sangue.

Remy non ha potuto non vedere il mio anello d'arte moderna e la perla che vi si trovava incassata. Se dice il contrario, mente. Egli è un mentitore.

— Io non mento, rispose risentito, e non permetto ad alcuno di darmi del mentitore. Io non ho mai veduta la perla. Coloro che dicono il contrario sono impostori.

— A me dell'impostora! diss’ella alzandosi come se fosse scattata una molla sotto di lei e lasciando che il suo velo le andasse giù sulle spalle e la sua testa diventasse un capolavoro di collera sul corpo di un'eleganza sovrana. A me dell'impostora!

Madama Steinheil, si tranquillizzi. Io glielo già detto. Malgrado tutte le sue negazioni nessuno può credere ch'egli non sappia come la... perluccia... sia andata nella carta di seta, tra le paginette del taccuino del suo portafoglio. Se non si ammettesse che siete voi che ve l'ha messa, chi si potrebbe sospettare? Io? no di certo.

— Io? no di certo! rispose Couillard imitando il tono della voce di Leydet.

Remy Couillard, voi giocate con la vostra testa.

— Che m'importa! Se è la mia testa che desidera, te, eccovela, non ve la contendo. Ma se desiderate una dichiarazione che mi accusi rimarrete disilluso. Io combatto non per la mia vita, ma per il mio onore, diss'egli con lo sguardo fisso e le sopracciglia aggrottate.

Madama Steinheil, in piedi con le sue linee serpentine, con il viso in alto sparso del turbamento della sua anima, illuminata da un riflesso di luce soave e le braccia giù lungo i fianchi come una prostrazione di chi è in lotta con la menzogna, disse tutta bionda di bellezza, con la voce della adolescente:

Signore, voi che mi leggete nel cuore, aiutatemi in quest'ora suprema a far trionfare la verità! concluse la Steinheil con una cadenza di voce nella quale era la sua conferma possente e profonda che Remy mentisse.

— Insomma, Remy Couillard, confessate, aggiunse il giudice con voce più intensa e più alterata. Non vedete come la vostra padrona soffre? Rinsavite e pensate che c'è un giudice in questa e in quell'altra vita che punisce i misfatti di sviare la giustizia per nascondere un reato. Parlate, Remy Couillard, e troverete quel perdono che non troverete persistendo nella menzogna.

Remy Couillard invece di impietosirsi e di lasciarsi commuover dalla scena rimase al suo posto come un pezzo di granito. Alla superficie della sua faccia se c'era qualche cosa, c'era un idea di scherno. Più gli altri cercavano di essere passionali, tragici, fatali e più lui si ammucchiava di indifferenza e rimaneva tra le voci enfatiche come una voce sincera spruzzata di ironia.

— Se volete che dica veramente quello che penso, signor giudice....

— Se lo voglio!..... Parlate una buona volta..... parlate!...

— Quello che penso è che chi ha messo la perla nel mio taccuino è madama Steinheil, rispose freddamente, senza guardare intorno, lasciando che tutti impallidissero nel fracasso della loro indignazione cerebrale.

— Oh, infamia! abbominevole infamia! disse a se stessa la Steinheil, con le mani che andavano agli occhi a impedir loro di vedere la menzogna svergognata fatta uomo. Tu menti! tu menti! bugiardo e ladro!

E con un'insurrezione di singhiozzi, col fazzolettino agli occhi, diceva con voce rotta: Insolente! ipocrita! mentitore!... Bugiardo e ladro!

La stoffa della sua veste si era come allungata in un'asta nera di desolazione e il suo viso infuriato pareva congestionato da un'ondata di sangue.

Usciere, gridò alzandosi il giudice, fate entrare i guardiani per ricondurre il detenuto alla sua prigione, Così avrete tempo, aggiunse rivolto a lui di pensare sulla sorte che vi è serbata e di vedere se non vi convenga discendere sul terreno dei pentiti che implorano misericordia per i loro misfatti.

— Mi aspetterete un pezzo! disse Remy Couillard, andandosene fra le due guardie municipali, dopo essersi messo il cappello in testa, calcandoselo con una battuta di mano, come se fosse stato la interiezione dell'ultima sua parola.

Remy Couillard è passato fra il pubblico che fa ressa in tutti i corridoi dei tribunali di tutto il mordo, composto di vagabondi, di fannulloni, di pensionati, di testimoni, di accusati a piede libero, di avvocati, di donne impigliate in qualche causa, sotto la tenda grigia e fumosa dei fumatori, in mezzo al frastuono della conversazione a gruppi che l'idea di essere in un'atmosfera affollata di vespe che inseguano i pecchioni.

E così, Couillard, come va? gli domandavano alcuni, tra mezzo la folla.

Bene! Bene!

— Quando si esce?

— Presto! Presto!

Uscita la vedova in gramaglia, col braccio appoggiato al braccio di uno dei suoi avvocati, a passi lenti, con la faccia nascosta nel velo fitto, seguita dai due ispettori di polizia, e inseguita dalle mormorazioni che nascevano alle sue calcagne. Il pubblico incominciava a perdere un po' di rispetto.

Non capiva le sue variazioni. C'era in piazza Alessandro Wolf, come assassino di Japy e di Steinheil, e la vedova riaffermava l'accusa di ladro contro Remy Couillard. Erano d'accordo o erano falsamente denunciati da madama Steinheil?

Di fuori gli strilloni gridavano a perdita di fiato la nuova confessione di madama Steinheil e la sostituzione del giudice istruttore Andrè al giudice Leydet, il quale aveva finito per disgustare l'opinione con le sue compiacenze e le sue riverenze a beneficio dell'accusatrice e a danno degli accusati.

Mi sono trovato all'agenzia del detective, mentre Adolfo Bizet usciva dagli abiti del personaggio che rappresentava la ricchezza nella casa squallida per rientrare nei suoi. La sua conturbazione non gli ha permesso neanche di salutarmi. Andava in su e in giù come una bestia in gabbia, abbottonandosi e dicendo parole grosse contro i nazionalisti che volevano ritrascinare sulla piattaforma una specie di donna velata nella persona di Margherita Steinheil per togliere dal Pantheon Zola, per imbrattare la fama di quella grande figura di uomo onesto che fu Scheurer-Kestner, per travolgere nel fango i migliori della terza Repubblica e rimandare Dreyfus all'Isola del Diavolo.

— Che cosa c'entra la Steinheil con l'agitazione degli antidreyfusardi?

C'entra! e lo vedrete voi stesso se ne seguirete assiduamente e attentamente l'istruttoria. Leggendo i giornali nazionalisti non vi siete mai accorto che negli articoli sulla Steinheil è sovente il nome di Scheurer-Kestner? Perché? Non ve lo siete mai domandato? Perchè l'ex presidente del Senato è stato l'amante della Japy, madre, come sapete, dell'eroina dell'impasse Ronsin.

Datemi dell'ignorante, ma io sono qui ancora come un punto interrogativo. Che rapporto può esistere fra l'amore della Japy e del Kestner e la perturbazione di quella gentaccia che crede di andare all'impero inzaccherando la terza Repubblica col pattume del loro cervello?

Perchè si suppone che madama Steinheil sia stata un agente segreto, messo ai fianchi di Felice Faure dalla diplomazia germanica, per sapere quello che avveniva all'Eliseo e perchè si suppone che madama Steinheil sia stata il trait d'union, fra il governo tedesco e l'ex capitano Dreyfus.

— E allora, secondo i si dice degli intimi dell'ex presidente della Repubblica, che interesse avrebbe avuto la Steinheil di avvelenare Faure?

— Tutti sanno ch'egli era in favore della cosa giudicata e ch'egli credeva alla colpevolezza di Alfredo Dreyfus. La sua presenza all'Eliseo era un ostacolo alla revisione del processo e alla riabilitazione di un innocente.

— E così l'ostacolo sarebbe stato soppresso.

— Dalla Steinheil.

— Senza danari la Steinheil non avrebbe arrischiato il proprio collo. Chi dunque supponete che l'abbia prezzolata?

— Non c'è che Marietta Wolf che possa rispondere alla vostra domanda. Da sedici anni ella è depositaria di tutti i segreti della padrona. Col suo fare di donna inconsapevole di tutto quello che si svolgeva in casa dei suoi signori la cuciniera s'ammucchiava il cervello di ogni cosa. Si è messa nei suoi mobili al numero 20 della via Armorique, a pochi passi da noi, e ci aspetta. È lei che ha bisogno di consultarmi e così spero di venire in chiaro di molte cose.

— Se sarà sincera.

— È nel suo interesse di esserlo ora che suo figlio è arrestato come assassino della Japy e del pittore Steinheil.

Adolfo Bizet ha bussato con le nocche all'uscio più di quattro volte prima che Marietta venisse ad aprirci. Ella ha una paura maledetta di essere assassinata. Sa troppe cose per essere lasciata tranquilla.

Vedete, ci disse una volta entrati; ho fatto mettere quattro catenacci dietro l'uscio e domani il fabbro vi appenderà una palla di ferro, grossa più della mia testa, che ammazzerà sul colpo colui che tenterà violentarlo per entrare senza il mio permesso. Accomodatevi che vi preparo il thè.

— Non vorrete mica avvelenarci? le disse Bizet con voce mista d'ironia.

— Ah, sì, avete udito? Mancava proprio anche quello per ringraziarmi di averli serviti con affezione materna! Hanno messo in circolazione la storiella che io confezionavo il thè. Buona gente! Difatti sono tutti morti coloro che l'hanno bevuto. Sporcaccioni! Facciano, facciano; se Dio è giusto... La Marietta non ha paura... I Wolf sono galantuomini... Non contano assassini nella loro famiglia...

— E a chi lo dite, Marietta? Quanti anni che ci conosciamo? Non avete dunque bisogno di leggermi la vostra fedina criminale. Lo so, è pulita.

— Ed è pulita anche quella dei miei figli, sapete? diss’ella mettendo al fornello la pentolina dell'acqua.

Alla credenza, mentre toglieva fuori le tazze e i cucchiaini con la scatola colorata del thè, si inteneriva, ricordando il suo marito.

— Ah, se fosse al mondo, caro Bizet... Meglio che non ci sia. Almeno lui non prova i miei dolori. E passando per i ricordi del suo cuore ha finito per mettere la mano sull'album di famiglia, piangendo come una ragazza.

Andiamo via, Marietta, se ci volete offrire il thè con dentro le vostre lagrime ce ne andiamo.

Giuro, gridò la povera donna coi singhiozzi che la soffocavano, giuro sulla testa di mio marito, su tutto ciò che ho di caro al mondo che il mio Alessandro è innocente!

— E chi ve lo nega? La Steinheil? Non è ditta che possa farvi paura.

— Oh, questo no! Ma sapete sono cose che rompono il cuore. Io che più che cuciniera sono stata per la Steinheil una confidente... come lo proverò alle assise, se ne verrà il momento! io che non ho che il torto di averla accarezzata troppo... Ah, non mi aspettavo, credetelo, di trovare in lei l'accusatrice... di mio figlio, disse asciugandosi con i dorsi delle mani gli occhi. Già, mio figlio l'ho fatto io... e lo conosco bene sapete? Dai quattordici anni egli mi ha raccontata tutta la sua vita, giorno per giorno. Le sue tendenze, i suoi desiderii, i suoi amoretti, i suoi peccati veniali... poichè di mortali non ne ha mai commessi. È un giovanottone grande e grosso, attaccato alle gonne della madre come quando era ragazzo. Andrebbe nel fuoco per sua madre. Ve lo giuro e lo giuro davanti al mondo che se il mio Alessandro avesse preso parte direttamente o indirettamente all'affare dell'impasse Ronsin io ne saprei qualche cosa. Alessandro non ha parlato e io sono arcisicura della sua innocenza.

L'acqua bolliva e Marietta andava a riguardare il pentolino e a versare l'acqua nella teiera di ceramica a grandi svolazzi azzurri, mettendo subito dopo chicchere e zuccheriera e cucchiaini su una specie di portavivande argentato. Intanto che si faceva nella teiera, Marietta si era messa ad affettare e a burrare il pane.

Poichè si vuole proprio che io metta i puntini sugli i, disse l'ex cuciniera dell'impasse Ronsin, sapete che cosa vi devo dire? Fino adesso non ho fiatato con alcuno, neanche col giudice istruttore. È una confidenza che vi faccio.

— Sono tutt’orecchio, rispose Bizet, attorcigliandosi i baffi dall'impazienza.

— All'indomani del delitto, rispose Marietta curvandosi e parlando sottovoce come se avesse avuto paura che qualcuno l'ascoltasse, all'indomani del delitto ella mi ha detto è vero ch'ella aveva veduto gli assassini vestiti da leviti e accompagnati dalla donna rossa, ma mi ha anche confidato, un po' più tardi, quando eravamo sole, una frase spaventosa, una frase che ho perfino paura di ripetere.

— Quello che ci dite, Marietta è roba vostra e noi non ne usiamo che col vostro permesso. Dunque?

— Dunque... È un'impressione che non dimenticherò mai... In poche parole più gesticolate che pronunciate mi ha fatto sentire il dramma. Parlando era come una che si scaricasse di un'oppressione. Ormai, Marietta, incomincio a essere tranquilla, mi disse alzando le braccia come se si fosse tolto un gran peso dallo stomaco. Ormai, Marietta, incomincio a essere tranquilla.

Versava il thè e la sua faccia curvata diventava più rugosa e più minacciosa. Si capiva che versava e pensava alla Steinheil.

— La prima sorsata è mia, diss’ella trattenendo la mano di Bizet che stava per prendere la tazza. Con le dicerie mi obbligano perfino a dubitare di me stessa. Bevete pure, aggiunse con un risolino alle labbra; non è avvelenato.

Bizet alzò le spalle, mi passò la tazza e si mise a centellinare la sua con compiacenza.

Povera Marietta, siete maestra, le diceva facendo scoppiettare la lingua e porgendo la tazza perchè glie la riempisse. È eccellente. Offritemi un'altra fetta di pane burrato con un cucchiaino di quella conserva deliziosa. Sapete che state bene qui nel nuovo alloggio, soggiungeva Bizet guardando in giro come se fosse stato a farne l'inventario.

— Sempre meglio che in quell'inferno che si chiama impasse Ronsin, rispose con una certa veemenza Marietta.

— Lo credo. Perchè in fin dei conti non doveva essere un piacere a vivere con coniugi...

Nemici! chiamateli. Erano coniugi per la platea. Quando c'erano in casa estranei allora sembravano tortorelle che tubassero l'uno per l'altra. Sì, caro, sì amor mio, sì buona Margherita, rispondeva lui a lei. Margherita parlava del pittore con una grazia che pareva vivesse dei suoi occhi. Qualche volta lo esaltava come artista, paragonandolo ai primi maestri del pennello, dicendo che le sue tele erano angoli di vita che sarebbero andati alla posterità per lo studio del gusto e dei costumi del nostro tempo. E poi parlava dei suoi trionfi finanziarii, pur sapendo ch'egli saccheggiava la sua cassa personale, e rammentava a tutti con giubilo che il suo Adolfo era stato chiamato all'Eliseo a riprodurre quella grande figura della Repubblica vivente impersonata in Fèlix Faure,

Io ascoltavo e ammiravo. Cercavo una parola che sapesse incidere Marietta Wolf con le sue caratteristiche e con la sua mentalità senza riuscirvi. Ella ha un viso largo e ossuto che pare quello di una megera vissuta come Zoè nelle case delle grandi artiste della carne. Ma studiato bene il suo viso si trasfigura e sotto la pelle invecchiata sono il suo coraggio, le sue turbolenze, le sue audacie e anche la sua insolenza di donna che subisce eccessi rudi e brutali. Più la guardavo e più mi si sviluppava la madre che ha sfacchinato tutta l'esistenza, passando attraverso gli orrori della vita degli altri senza inzaccherarsi e caricarsi dei loro vizii per giungere con i figli delle sue viscere fuori della bufera, dove non urla il lupo dalla fame, e sedere, nei giorni della vecchiaia, in mezzo alle consolazioni degli affetti filiali. Più che una cuciniera, Marietta è stata un pilastro della casa Steinheil, facendo da spegnitoio nei momenti in cui i cervelli coniugali si laceravano e si distruggevano con la villania che equivaleva a una esecuzione morale, portando la parola soave che leniva le ferite fatte a colpi di lingue, che salvaguardava la famiglia dal naufragio portando in mezzo ai vituperii che turbinavano da una bocca all'altra Marta, la figlia innocente dei loro dissidii.

— Non ci sono che io, caro Bizet, che abbia potuto rimanere a lungo in quella galera degli Steinheil. Con un uomo così degradato, così depravato, così insensibile al truogolo in cui mangiava e con una donna che ha avuto tanti amanti quanti sono i sassi della strada e che ha buttato il pudore coniugale centinaia di volte dalla finestra, se non c'ero io quella povera figlia sarebbe divenuta come la madre...

— E non avete dubbi, domandò dolcemente Bizet, tra due sorsate di thè, che la Steinheil lavorasse per denari?

— Se ne avessi sarei io la prima a proclamarli ad alta voce. Purtroppo ogni suo bacio era venduto a contanti. Il Vert-Logis era la sua succursale. Chi cadeva nell'invito supponeva di avere conquistato una castellana. Ah! ah! Se ne accorgeva più tardi. I conti di residenza erano sempre rilevanti. S'intende che per presentarli bisognava avere il savoir faire della cuciniera avveduta.

Parola d'onore, non credevo la Steinheil completamente disinteressata, ma non la supponevo così affezionata al denaro.

Affezionata? Sì e no, secondo i momenti. La mancanza di denaro in famiglia era la rissa, era la zuffa, era il rancore che si buttava sul rancore, l'odio sguinzagliato che prorompeva per la casa come un uragano corruscato dalla vendetta. Ma quando ce n'era, quando non se ne sentiva la penuria, allora la moglie lasciava che il marito immelmasse le sue mani nel piccolo bureau del salotto, tra la stanza di Marta e quella di Margherita, dove andavano a finire i guadagni di lei, senza mormorare. Era il prezzo della pace, della concordia, di tutto quello che volete.

Era una figuraccia di marito a quanto pare.

— Un criminale del matrimonio! Era la bestia umana vestita da gentiluomo, con le sue mascelle enormi, con le sue labbra sporgenti, con i suoi occhi che fosforeggiavano di gioia alla vista dell'oro ch'egli si metteva in tasca a titolo di prestito senza mai restituirlo. C'era un medico, ex-amante della Steinheil, che aveva studiato il marito con le sue vertigini di epilettoide, quando la cassa della prostituzione era vuota. Che diceva ch'egli non aveva conoscenza della sua caduta morale, come tutti gli amnesiaci. Può darsi che questa sia la sua scusa. Io però ho potuto constatare che quando era ben pasciuto, quando non lo si importunava con qualche conto era un altro uomo, un uomo di una docilità e di una amabilità introvabili. La vendetta degli affronti subiti alla mia presenza e alla presenza sovente della loro figlia non aveva più assalti. La moglie non si lasciava domare neanche con la sua acquiescenza. Si può anzi dire che più egli si umiliava, più egli si sottometteva alle sue irascibilità, alle sue escandescenze, alla sua immoralità profonda e più si accumulava in lei la ripugnanza divenuta in seguito invincibile. Nei momenti in cui madama Steinheil lo tollerava era un calcolo, un bisogno di pensare ad altro, un istinto di donna chiamata altrove. Tra l'uno e l'altra però non saprei chi preferire o a chi attribuire la causa di avere fatta una famiglia basata sulla prostituzione più invereconda.

— Ci permetterete una sigaretta, non è vero, Marietta?

Fate conto di essere in casa vostra.

— Per me rimarrà sempre un mistero come gli uomini corrino dietro alle Steinheil che sono di tutti, fingendo di essere di nessuno.

Perchè non conoscete gli uomini. Senza offendervi, in generale, sono porci. La donna buona che li aspetta, che si cura di loro, che vive per loro e per i loro figli è un essere monotono, noioso. La criminale ha più nervi, più seduzioni, più fascino. Vecchi e giovani sono tutti animati dagli stessi istinti. Fèlix Faure, in alto, già fracido, con delle più belle avventuriere, preferisce diventare un sottovoce francese, spendere denari a manate, trovarsi a tavola con un uomo repulsivo come il mantenuto della propria ganza, diventare uno scandalo pubblico e morire tragicamente. Voilà l'homme. Dopo Fèlix Faure c'è il figlio di un altro ex-presidente della Repubblica, vittimizzato dal pugnale di un anarchico, avvocato, pieno di speranze, con tante aderenze che si perde fra le gonne di una maliarda come la Steinheil, buttando via anche lui il denaro con la pala e dando così ragione ai propagandisti del fatto che hanno sulla loro bandiera: rubare e uccidere!

— Voi alludete a Carnot.

— A Carnot. Dietro loro è venuta una folla. Ministri, alti funzionari, negozianti, agenti di cambio, sindaci, gente blasonata, magistrati, grossi berretti dell'esercito, alti piumacci di marina, benestanti di campagna.

— E tuttavia...

— E tuttavia c'era sovente penuria... di denaro. Con due mantenuti! il marito da una parte e Bel-Ami dall'altra... Sciupona essa stessa per indole, per temperamento, per bisogno di chiasso, per stordirsi, per rovesciarsi nelle orge fantastiche che conducono al godimento epilettico. Ella aveva eccessi nella sua succursale di Bellevue che portavano via la ragione agli uomini.

— Le mie informazioni, Marietta, sono che anche nella vita della Steinheil vi sono momenti passionali...

— Voi ne saprete più di me. Io poi non ero obbligata a saper tutto Nel primo periodo so che la Steinheil aveva lunghe, brevi scarrozzate ripetute, viaggi frequenti verso il mezzogiorno della Francia, dove trovava il Bel-Ami, sempre per delle infedeltà, per amori nati ieri o per passioni durate poche settimane.

— Sì, ma voi, Marietta, dimenticate che tramezzo a tanti uomini di gusti differenti, di età diverse, di fisonomie l'una contro l'altra c'era sempre il Lantier, il monsieur Alphonse, il mantenuto che succhiava alle sue gonne come tutte le piovre.

— Non dimentico nulla. Voi vi siete ricordato di Emilio Cami, un metallurgico che l'ha tenuta fra i suor tentacoli cinque e più anni. Il Bel-Ami di madama Steinheil era sempre un superbo animale fosco, carico di sangue giovine, pieno di bizzarrie, con impennamenti che duravano fino alla rinnovazione degli amplessi. Mio figlio Alessandro che si occupa di cavalli lo direbbe il suo stallone, l'uomo chiamato ad acquietare i suoi nervi e i suoi furori.

Poi il posto nel cuore di madama Steinheil è stato preso da un sportsman, un conte pieno di debiti e quindi con pochi denari. E voi sapete che con la Steinheil o si paga niente o ci vogliono bigliettoni gialli. È stato un amore di passata.

— Non ha ella mai avuto un periodo di disoccupazione?

— Sì, come in tutte le professioni. È stata disoccupata qualche mese nel 1908, per un'indisposizione che le impediva di sfogarsi passionalmente.

Borderel...

— Non me lo toccate! Senza di lui il ménage sarebbe andato in fondo assai prima. Fra l'esercito dei suoi amatori egli deve essere considerato il gentiluomo. Simpatico, buono, generoso. A Bellevue inviava il vino migliore delle sue cantine, pagava i conti a occhi chiusi o li faceva pagare da un suo amico o segretario che fosse... E che incomodi dava? A Bellevue non si fermava che un giorno o due. E allora era una festa per tutti, miei cari signori. Ce ne fossero dei Borderel. All'impasse Ronsin vi andava di rado o a malincuore, perchè non sapeva soffrire il mantenuto legale. È anche questa una caratteristica del gentiluomo. Gli rincresceva di vedere il maritaggio insudiciato in quel modo, da un individuo che poteva fare il lustrascarpe o l'imbianchino d'insegne o qualche cosa di più modesto e di meno ributtante del souteneur.

— Come spiegate allora, Marietta, la lode ch'egli ha fatto al suo ingegno, comperando uno o due dei suoi quadri?

Bisognava bene trovare un pretesto per giustificare l'accoglienza che gli si faceva. Sapete come avvengono questi legami di amicizie spurie. L'ospitato è pieno di riguardi per colui che rappresenta il padrone di casa. Anche se la sua presenza diventa un'ossessione disgustosa lo si colma di gentilezze, gli si dicono cose graziose, lo si eleva fino ai superlativi della bontà, della grandezza e della genialità. Tutto è bello in lui, anche se ha la faccia larvata di degenerazione.

— A proposito di Borderel, Marietta, avete udito di una telefonata fatta al suo castello, proprio nella mattina della scoperta del delitto?

— L'ho letta sui giornali. Può darsi. E che ci sarebbe di male? Lui non poteva sapere del delitto. L'importante è di chiarire se sia vero ch'ella abbia fatto correre da un tubo telefonico a un altro una certa gioia, un certo contento di essere finalmente libera. Ma io non ne so niente. So solo che il signor Borderel, grande feudatario delle Ardennes, è un perfetto gentiluomo. Ah, so bene dove tendete. I giornali hanno raccontato ch'egli avrebbe detto alla Steinheil:

— Se voi foste libera, vi sposerei.

Sono frasi galanti che dicono tutti, specialmente coloro che non le sposerebbero affatto. Ma se il signor Borderel l'avesse anche detto, io non ho nulla da togliere alla mia estimazione per lui. Forse che quando si fa un complimento a una maritata o a una malmaritata vuol dire che si invita la signora ad ammazzare o a strangolare il marito e magari la madre? Come sono ridicoli certi giornalisti! Già io non mi confido che coi reporters del Journal. Per me è il più bel giornale della Francia. Esatto e puntuale come la mia sveglia. Narra senza fronzoli, senza ricami, senza variazioni di pensieri e di parole. Io mi ci vedo dentro quando si parla di me e sono più che lieta di offrire il thè quando il suo rappresentante viene a intervistarmi. Avete veduto come ha parlato bene anche del signor Borderel? E lo merita, sapete, perchè è proprio una brava persona, incapace di indugiare in un pensiero delittuoso o di compiere anche mentalmente una bassezza. Vi pare? Ha il cuore in mano come me, caro Bizet. E se anche in un momento di ebbrezza si fosse lasciato trasportare fino a dirle che l'avrebbe sposata, libera dai legami matrimoniali, sarebbe sciocco, non vi pare? supporre in una frase banale e di tutti un consiglio a diventare omicidiaria.

— Se non ci mancherà il tempo io e Baragiola andremo al suo castello e gli diremo che le vostre parole ce l'hanno fatto divenire simpatico prima di conoscerlo personalmente.

— Egli lo deve sapere, ma ad ogni modo, ve ne ringrazio.

— Siete così buona che io abuso. Sentite, io so molte cose di Fèlix Faure.

Sfido io, ne eravate il custode!

— Qualche volta però riusciva a sottrarsi alla mia vigilanza, specialmente quando si truccava come un detective per farla ai detectives. Per riaverlo sotto la mia protezione io mi dovevo mettere alle entrate o in vista alle entrate dove lo supponevo in colloquio con la signora di alto o di basso bordo, o dovevo essere informato telefonicamente dalla stessa signora che mi avvertiva gentilmente che l'alto personaggio all'ora tale sarebbe stato con lei. Pure me l'ha fatta più di una volta, specialmente quando andava dalla Steinheil. Ci metteva della diligenza a involarsi ai miei occhi per andare vestito magari in un abito a quadrettoni come uno sportsman, con barba e capelli di differenti colori.

— E me ne ricordo perchè quando arrivava ero io che prendevo la sua parrucca e i suoi spazzettoni inglesi che gli davano l'aria del mylord.

— Quante volte, Marietta, sarà venuto da voi a pranzo?

— Eh, rispose la cuciniera agitando la mano per non essere obbligata a darne la cifra. Molte volte, tante volte, tutte le volte che poteva.

— Lo si aspettava?

— Si capisce. Erano giorni in cui non bastavo io sola. Facevamo venire vivande preparate, c'erano vini di bottiglia e di Champagne e si metteva in tavola la grande tovaglia di Fiandra, coi ricami à jour, bella, lucente, con il bordo di pizzo antico.

I tovaglioli avevano anch'essi il significato del suo arrivo. Erano tovaglioli della stessa tela, con la donna polputa e nuda al posto della cifra, in berretto frigio, fasciata al centro da una seta chiara che si confondeva con la carne del corpo, sorreggente con il braccio tornito la fiaccola dell'idea eterna. Il servizio di cristallo e di posateria erano regali del presidente. Scintillavano, davano un'allegria alla tavolata e sopprimevano anche il pensiero che in casa Steinheil si fosse obbligati qualche volta di umiliare le cose di valore al Monte. E le alzate di dolci e la profusione dei fiori e le frutta che rappresentavano tutto quello che c'era di fresco o di acerbo, di buono, di eccellente e il gelato che pareva una montagnuola di neve a cono e il caffè fatto dalla signora, alla presenza del Presidente della Repubblica, nei globi di cristallo uniti dal cordone ombelicale di vetro per il passaggio dell'acqua nel caffè, versato in chicchere giapponesi, di una leggerezza e di una finezza che si potevano soffiare in aria.... Ah, che momenti, caro mio, quando veniva Fèlix Faure e se ne andava lieto e arzillo, con il viso colorato della sua gioia, ringraziandomi con la benevolenza fatta di napoleoni d'oro, dicendomi:

Grazie, buona Marietta, preparatemi un altro pranzo come quello d'oggi e ritornerò presto.

Monsieur le Prèsident! rispondevo io con la curva profonda che traduceva il mio profondissimo rispetto.

Dite, Marietta, adesso è morto e la storia è storia. Se vi toccasse giurare in Tribunale o davanti ai giurati che il Presidente amoreggiava con la vostra ex-padrona, che cosa rispondereste?

— Che io faceva la cuciniera. Io non li ho mai veduti ad abbracciarsi, ho veduto l'uno in letto con l'altra, come ho veduto tanti altri amanti della Steinheil. Può darsi. Si sa che un presidente della Repubblica non lascia l'Eliseo per venire all'impasse Ronsin a mangiare i pranzi di Marietta, quando ha cuochi stipendiati a venticinque mila lire l'anno. Ma io, cuciniera, non posso affermare una cosa che deve diventare storica, come voi dite, quando proprio non ne ho la certezza.

— E, secondo me, fate bene. La storia della vita nazionale deve essere fatta di supposizioni. Ma voi, cara Marietta, che siete ora in una condizione indipendente, non dovete avere paura di dire ciò che sapete anche se l'avvenimento non si è svolto sotto i vostri occhi.

— Non ho paura io, e perchè dovrei averne? Io non potevo andare da loro che chiamata, come non poteva andarvi il cameriere. E quando suonavano per uno di noi, non erano in letto l'una addosso all'altra.

— A me basta questa vostra dichiarazione di donna prudente. Eh, intanto anche lui, con tutta la grandezza di presidente, è andato dove dobbiamo andare tutti, buona Marietta. E me ne rincresce, sapete, A me rincresce morire... Morire, proprio quando si è pieni di esperienza e si incomincia a conoscerci, a stimarci o disistimarci e si è raccolto un po' di denaro per una tregua tra noi e i nostri concorrenti. È cristiano, ma non giusto. Morire poi come è morto Fèlix Faure è anticristiano...

— Come è morto?

— Voi lo dovete sapere più di me, Marietta. Alla sua morte che attitudine ha assunto madama Steinheil?

— L'attitudine... che so io... di donna addolorata. Sono quasi dieci anni, sapete, che il Presidente non veniva più all'impasse Ronsin... E in dieci anni sbiadisce ogni ricordo.

— Vi voglio aiutare, se mi riesce. C'è gente che crede che la morte di Fèlix Faure sia rimasta un mistero. Chi suppone che una donna abbia preso parte a un complotto e l'abbia avvelenato e chi crede che la stessa donna l'abbia fatto morire... per imprudenza, abusando della sua vecchiaia, trascinandolo alla oscenità degli uomini maturi, agli spasimi della demenza senile che esauriscono anche i vecchiardi stagionati come la quercia secolare.

— Non vi capisco.

— Non mi spiego di più. Solo vi dico che la donna accusata di averlo fatto morire o in un modo o nell'altro è madama Steinheil. La vostra ex-padrona è accusata di essere una avvelenatrice o una provocatrice di perversioni che conducono alla morte per esaurimento.

— Non ne so nulla e non voglio saperne nulla.

— In quel giorno che è stato uno dei miei giorni memorabili, non vi ricordate di averla veduta rientrare turbata, conturbata, agitata, sottosopra, con i capelli disfatti, magari tagliati, magari in lagrime?

— In quel giorno io ero a Bellevue.

— Come nella notte del delitto.

Guai se fossi stata in Parigi. A quest'ora non ci sarebbe uno che non crederebbe alla mia colpevolezza. C'è chi crede invece a quella di mio figlio. Ma io sono troppo sicura di me e dei miei di casa.

— A ogni modo state tranquilla. Con la stampa che va dappertutto e mette le mani in ogni affare non c'è pericolo di andare alla ghigliottina innocenti.

— Non è sempre vero neanche quello che dite voi, Bizet, dissi rompendo il loro dialogo. Non è molto Deibler ha accorciato il corpo di un innocente.

— Quando?

— Due anni sono. Si è fatto un tale chiasso che io credevo che la ghigliottina passasse al solaio dei ricordi storici. Aspettate, si chiamava...? Non importa il nome, mi verrà in mente. Un signore era disceso nell'Hotel più chic di Parigi.

— Bisogna andare adagio a credere all'innocenza dei condannati. C'è il povero Fornaretto... Storia vecchia! Non ci sono adesso quelli che credono innocente anche Renard, il maggiordomo di casa Remy? Pederasta, ladro confesso...

Cose tutte che non hanno relazione con l'assassinio del proprio padrone.

— D'accordo, ma è sempre uno stato di servizio che inquieta. Courtois, il valletto di diciassette anni, non avrebbe potuto accopparlo da solo, in un momento in cui Renard era in casa.

Lasciando da parte il caso Renard, il documento che Deibler ha ghigliottinato un innocente è con noi. Si chiamava... accidenti! i nomi.... me ne ricordo: Paul Maret. Paul Maret non appena nel suo appartamento fece chiamare una camiciaia con delle camicie di batista coi davanti flosci e i manichini alti e larghi dei gentiluomini. Provandosene una davanti alla ragazza della camiciaia si è staccato il bottone di madreperla alla manica sotto il polsino della sinistra.

Fate bene a non trascurare i particolari. Siete già un detective di trenta lire al giorno.

— È un caso su per giù come quello di Couillard.

Povero diavolo, aggiunse Marietta, ho fatto pace anche con lui. Nella disgrazia io sono sempre una amica.

— Il signore disceso all'albergo, il quale doveva esser un viveur di professione e degli ambienti più alti, alla sera è andato a teatro...

— Me ne ricordo benissimo, m'interruppe Bizet... È stato un avvenimento strepitoso. Solo voi non siete esatto. Non è la camiciaia, ma la guantaia che ha fatto chiamare all'albergo ed è il guanto che lo ha mandato al patibolo. È un caso stampato nella mia memoria. Paul Maret, dopo la rappresentazione della vecchia signora dalle camelie, è andato a cena e vi ha veduto un vecchio con una delle più splendide biches del nostro secolo. I loro occhi si sono comunicati tante cose afrodisiache. La biche, prima di andarsene, ha lasciato due righe al cameriere perchè gliele facesse avere: «Vi aspetto fra un'ora, via tale, numero tale».

Il giovinotto che pareva fatto a bella posta per essere il mantenuto di una grande mantenuta che divora le fortune dei vecchiardi, è andato all'ora giusta, l'ha baciata per due ore e alle tre era dabbasso, nella strada, avviato alla vettura per farsi ricondurre all'albergo. La biche del lusso, svestendosi, da grande mondana, aveva gettato il collare di perle di 100,000 lire in un cassetto qualunque e il viveur di professione se l'era appropriata, credendo d'essersi procurato il danaro per qualche mese di buona vita. Guardate le disgrazie quando vogliono capitare. Sotto il porticato egli aveva perduto il guanto stato raccolto da un apache che aspettava la sua discesa per andare di sopra a svaligiarla. Siccome ha trovato resistenza ha dovuto ucciderla per difesa personale o per la propria sicurezza. Capriccio dell'apache! Prima di andarsene, per dare indizi alla polizia di chi l'aveva ammazzata, lasciò sul corpo della Maria Antony, biche del gran mondo, il guanto raccolto d'abbasso. C'era il nome della guantaia, la guantaia si è ricordata di avere mandata all'albergo la ragazza con i guanti dello stesso colore paglierino a tre bottoni, la questura lo ha trovato che stava facendo le valige, gliele ha fatte sfare. Vi ha trovata la collana di perle preziose e Paul Maret ha lasciato la testa nel paniere di Deibler come assassino.

— Invece non era che un ladro! — diss'io completando il fattaccio della cronaca parigina.

Couillard l'ha dunque scampata bella. Se la Steinheil non avesse manifestato dubbi all'indomani del confronto non darei che pochi soldi per la sua testa.

— Non è lei che lo ha salvato, caro Bizetdisse Marietta sbattendo la testa da destra a sinistra con impeto di collera. Sapete chi lo ha salvato? Il bigiottiere Souloy, colui che ha fatto una deposizione veramente sensazionale.

— Ah sì, questo è vero. La sua deposizione è un colpo terribile alle narrazioni della Steinheil. Souloy della via del Tempio, 119, è un vero galantuomo.

— Un tesoro d'uomosoggiunse Marietta.

— Senza di lui Couillard sarebbe stato fritto. La Steinheil aveva giurato che la perla stata trovata nel portafoglio del cameriere dell'impasse Ronsin, era fra le gioie rubate nella notte dal 30 al 31 maggio. Ora in vece Souloy ha demolito tutta la deposizione...

— Di quella bugiardona... Oh come è bugiarda!

— Di Steinheil, provando ch'egli era stato mandato a chiamare dalla donna fatale il 12 giugno, cioè dodici giorni dopo il tragico avvenimento, quando ella si faceva cullare dalla stampa come una bambinuccia viziata...

Era ospite del conte d'Arlon.

— Suo intimo amico, soggiunse Bizet con un'occhiata significativa. Nella famosa perla... Ah che stupida! Non finirò mai di darle della cretina! A me piace la gente sveglia. Si può essere più imbecille della Steinheil? Non sappiamo ancora s’ella abbia qualche relazione cogli assassini di sua madre e di suo marito. La perla non è che un indizio, un grave indizio, ma nella scastonatura della perla c'è tutta la sua deficienza. Se ella l'aveva messa, come l'ha messa, nel catalogo delle gioie rubate, doveva ricorrere a un orefice per scastonarla dall'anello? Bastava una tenagliuccia o un punteruolo per non farlo sapere al pubblico. È proprio vero che il diavolo fa le pentole e non i coperchi.

— Ella è stupida, è maligna, è cattiva, è assassina... Non si assassina una povera madre come me, denunciandogli il figlio come autore di un atroce delitto.

— La perla che ha salvato Couillard salverà anche Alessandro Wolf. Bugie di quel genere, capite, non danno più diritto a essere credute neanche dai giudici amici come i Leydet. Ella è al principio della fine. La perla non solo non è mai stata rubata, l'anello non solo è stato portato da lei dall'orefice Souloy dodici giorni dopo la tragedia, ma ha poi compiuta la sciocchezza come una criminale qualunque di andare dall'orefice a pregarlo di non mettere in circolazione il suo anello e di fonderlo con l'oro. Ella ha avuto paura che capitasse nelle mani della polizia che ha la descrizione stampata di tutta la oreficeria rubata...

Uhm! fece Marietta.

— La penso come voi, Marietta. Io credo che la ladra sia... Acqua in bocca. Ne volete la prova? La Steinheil non appena ha udito la deposizione dell'orefice Souloy è svenuta, si è fatta venire un deliquio e ci sono voluti i sali inglesi del giudice Leydet per farla rinsensare. Non credo ai suoi svenimenti. Mi ricordo delle smanie che faceva nel salottino attiguo al salotto dove ella aveva lasciato moribondo il povero Felix Faure. Ci sono voluti i savi e i matti a ridurla al silenzio.

— A proposito, Bizet, avete veduto che i giornali nazionalisti mettono in dubbio che egli sia morto all'ora ufficiale delle sei o delle otto e mezzo? Si vuole che alle tre e mezzo o alle quattro fosse già cadavere.

— Può darsi, sull'ora non mi ostino e sapete perchè? Perchè il presidente è morto in un oscurità che pareva notte.

— Si dice di più, Bizet. Si dice che non si è potuto fotografarlo sul letto di parata perchè il suo viso era orribilmente contratto dalle contorsioni e dalle crispazioni prodotte dal sigaro leggendario preparato col cianuro di potassio.

— Ve l'ho già detto: è l'odio antimassonico, è l’odio antisemita, è l'odio di tutta la colluvie umana che ha lottato per anni per mantenere un innocente all'isola del Diavolo, un luogo perfido con un clima che uccide.

— Per oggi abbiamo seccato Marietta anche troppo, e noi non vogliamo abusare della sua cortesia.

— Per voi la mia porta è sempre aperta, gli rispose Marietta con voce sommessa.

— State tranquilla.

— Sono tranquilissima, ma sapete, quella danna è tale artista che possiamo aspettarci una scena tutti i giorni. Voi avete presente quella tra lei e l'orefice. Come è andata a finire?

— È la debolezza del giudice, che prolunga o promette alla Steinheil di allestire la scena commovente per il pubblico. Souloy giura che la perla trovata nel portafoglio è proprio quella scastonata da lui e lei risponde che Souloy non ha memoria e che l'anello «arte moderna» non poteva essere da lui per la ragione semplicissima che gli assassini l'avevano rubato dodici giorni prima. E quando Souloy prova coi registri del suo negozio che l'aveva avuto dodici giorni dopo il giudice le permette un'altra volta di svenire e di dire semisvenuta con voce fioca

— Dell'aria! dell'aria! Muoio!

— Proprio come nella mattina del delitto.

— Tale e quale. È una grande artista, non c'è dubbio. Non per nulla l'hanno chiamata la Sarah Bernardt del passaggio Ronsin. Dopo che il giudice Leydet l'ha fatta rinvenire una seconda volta col suo flacone di sali inglesi la Steinheil si è veduta messa al muro da questa interrogazione:

Perchè avete domandato al signor Souloy se era stato distrutto l'anello dal quale aveva tolta la perla?

Dio mio, rispose la Steinheil, che c'è sotto a tutto questo? Ah, dunque è vero quello che mi hanno detto parecchie persone che l'assassinio di mia madre e del mio povero marito è un delitto politico....

E la scena è finita con i suoi nervi agitati, con la sua voce conturbata, con il suo viso che aveva assunto una rigidità penosa, con i suoi occhi che parevano per ascendere e nascondersi sotto la coperta palpebrale. Che Sarah Bernardt possa rappresentare la signora dalle Camelie, Adriana Lecouvreur, la Froufrou, tutto quello che vuole non è dubbio; ma non potrà mai imitare Margherita Steinheil, una artista della romanticheria teatrale che nessuno può superare.

In mezzo alla strada mi pareva di essere in una nebbia sanguinolenta che diventasse sempre più rossa e che mi bruciasse sempre più gli occhi. Fiutavo sangue come i cani di Bizet e l'odore del sangue che non mi ha abbandonato che quando Bizet mi ha preso per il braccio domandandomi se avevo notato il cambiamento narrativo di Marietta.

Senza dubbio.

— È una furbona. Si capisce. Una donna che ha vissuto in una casa postribolare per tanti anni diventa prudente. Prima, quando la Steinheil era ancora la sua confidente e la sua padrona, la casa coniugale era il santuario delle virtù coniugali; dopo che la confidente e la padrona è divenuta l'accusatrice di suo figlio, la casa Steinheil era un inferno, dove si svolgeva il repertorio delle scene più oscene. Bisogna però perdonare queste nuances verbali a una donna della sua condizione. La cuciniera passata attraverso le bufere della vita non getta via il pane per e per i suoi di casa per un po’ d'indipendenza linguale. L'indipendenza di giudizio è cosa cara per i ricchi. Per la servitù povera non è che menzogna e miseria.

È stata una giornatona. In un'epoca in cui i grandi delitti, delitti che io chiamerei di lusso, appassionano la gente più di ogni altro avvenimento, la commozione nata all'annuncio dell'arresto di madama Steinheil non mi poteva meravigliare. Pure sono rimasto stupefatto, sbalordito. Con una vita vissuta nel mondo degli scellerati non trovavo ricordi in Francia altrove che potessero essere paragonati alla opinione tumultuata dal «finalmente!» parigino che voleva dire la fine della commedia della donna tragica dell'impasse Ronsin. L'assassinio di Victar Noir è stato una fiammata d'indignazione. L'arresto del deputato Palizzolo fu una semplice ventata di collera nazionale. La disossazione della moglie di Alberto Olivo? C'erano troppi personaggi che avevano disossate le loro vittime, perchè l'Olivo potesse diventare più di una bestia umana. Il processo di Nunzio Nasi? Era già preceduto da quello di Baïhaut, perchè un furfante di peculati e di ladroneggi ministeriali potesse uscire dall'atmosfera dei delinquenti comuni. Per trovare fra i criminali qualcuno che abbia suscitato tanta emozione, tanta esasperazione, tanta discussione, per il mistero del crimine, per la ferocia dell'esecuzione, per la condizione dell'indiziato ho dovuto risalire fino al delitto del Formilli, ex direttore dei giardini pubblici di Roma, un viveur di buona famiglia che si è pazzamente innamorato di una ragazza qualunque, trovata al Veglione e per la quale ha preso la moglie fra le braccia sul ponte di Ripetta e l'ha rovesciata nel Tevere, percuotendola orribilmente sulle mani che non volevano staccarsi dalla sbarra di ferro che avevano agguantata. Il momento pallidamente paragonabile a quello della Steinheil è stato quello dei funerali della povera donna trovata in una insenatura del fiume. Eravamo nel mese afoso del 1890. C'era dietro il feretro tutta Roma: la Roma dei preti e la Roma dei laici: poveri e ricchi. Era una Roma che pareva avesse trovato il suo delitto per inorridire e intenerirsi in una manifestazione di lutto cittadino non mai veduto in quel secolo. Ma anche con tutti i romani alla coda della vittima il confronto è appena tollerabile. In venti anni il giornalismo francese ha dato alla vita pubblica un impulso così violento che può dirsi una rivoluzione.

L'opinione pubblica è stata svegliata, spoltrita, resa tutta nervi, elevata a una sensibilità direi quasi isterica. Non occorre più che la notizia a caratteri sesquipedali per indiavolarla. I passanti sembravano tutti famelici. Divorato un giornale ne compravano un altro.

Ho voluto studiare l'avvenimento Steinheil sul boulevard Poissonnière, di faccia al grandioso palazzo del Matin, il giornale che è stato fondato con cinquanta milioni di capitale e che ha un magnifico riportaggio politico, parigino, mondano, artistico, letterario, scientifico, giudiziario, finanziario, cucinato con lo stile sensazionale dei giornalisti più celebri sul mercato del giornalismo parigino. Avevo saputo al palazzo di Giustizia che Margherita Steinheil avrebbe cambiato dimora alle due del pomeriggio. Senza dubbio i quotidiani non avevano bisogno della mia informazione, perchè sono usciti simultaneamente col grido frenetico che ha fatto trasalire i nervi dei parigini. Davanti al Matin è stato un finimondo. Tanto all'entrata che lungo l'entrata c'erano parecchie fotografie al naturale della donna che si stava per arrestare, dinanzi le quali c'era una folla enorme che la guardava, ne cercava le stigmate e la discuteva. Anche gli strilloni hanno evoluzionato col giornalismo moderno. Sono veri professionisti che contemplano la diffusione affidata alle loro gole. Gli apaches, gli ex condannati, i recidivisti non hanno più posto fra loro. Una volta sguinzagliati con una notizia sensazionale mettono a soqquadro Parigi. I giornali nelle loro mani diventano vivi. Parlano, attirano, invogliano, si fanno leggere. Lo strillonaggio con l'arresto di madama Steinheil ha fatto salire la tiratura di nove giornali di più di due milioni di copie in due o tre ore. È una statistica che mi sono procurato passando da una amministrazione all'altra, del Matin, del Journal, dell'Intransigeant, dell'Eclair, del Figaro, del Soleil, dell'Humaníté, della Petite Républíque, del Paris Journal e del Temps. I pachidermi della stampa sono sempre il Journal des Debats e il Temps.

La divorazione pubblica dei giornali di quel giorno è un capitolo che qualcuno dovrebbe scrivere nella storia del giornalismo francese. È stata una vera ingurgitazione di lettere stampate. Se la Steinheil non fosse stata celebre lo sarebbe divenuta in un fiato. Il suo nome circolava turbinosamente per l'atmosfera in ogni via, in ogni corso, in ogni viottolo, in ogni piazza.

— Il giornale tale coll'arresto di madama Steinheil!

E gli strilloni facevano fermare i pedoni, attiravano alle finestre gli inquilini, facevano venire persone alle entrate delle abitazioni con il soldo in mano, strillando continuamente la bracciata di merce che andava via a ruba.

Le edizioni si succedevano alle edizioni. Prima abbiamo letto l'annuncio dell'arresto, poi l'arresto, poi l'itinerario percorso dall'automobile in cui era l'arrestata, poi le descrizioni delle moltitudini che si sono riversate lungo il passaggio della donna abbrunata, poi la lotta atroce di più di centocinquanta mila cittadini ingorgati nel sobborgo di Saint-Denis, dove è Saint-Lazare, la bastiglia delle donne che peccano contro il codice e contro i cosidetti buoni costumi. Se si fosse trattato dell'arresto di Maria Antonietta o della Du Barry o di Madama Roland o di Lucilla, moglie del celebre lanterniere, non si sarebbero vedute tante folle aggruppate, pigiate, calcate, soffocate per assistere allo sfilamento di una automobile carica di una signora e di due ispettori di polizia. Io non so condensare le grida di tutto quel mare turbolento di persone agitate, scalmanate, indiavolate che volevano giungere alle prime file o sbucare davanti l'entrata per essere più vicine al passaggio del ruotabile con la madama Steinheil. Mi sono parse: turbini di voci che cigolavano rincorrendosi e attorcigliandosi, salendo per il cielo come sibili che si schiantavano in alto come petardi di disperazione umana. L'eco di un ruotabile che passasse per le adiacenze si ripercuoteva in tutte le teste e il commovente diventava generale. I sergents de ville che avevano l'incarico di mantenere lo spazio libero dovevano continuamente risospingere le ondate che tendevano a sopraffarli e a chiuderli, Dopo due ore di aspettativa, sotto un cielo di piombo, in mezzo a un'aria che di tanto in tanto passava sulla faccia come una ventata fredda, l'apparizione delle automobili è stata avvertita da un tentativo di spostarsi per veder meglio. Ma la calca era come cementata. Nessuno poteva muoversi senza che tutti si muovessero verso uno stesso punto. Più l'automobile con la donna fatale si avvicinava, e più le facce si stingevano, si scoloravano e biancheggiavano di collera concentrata.

Prima che arrivasse al margine della muraglia umana, ì più violenti hanno cercato di farsi largo con urti di spalle e di gomiti, ma la gente ondeggiava senza spostarsi. L'arrivo è stato annunziato da una esplosione di improperii. La Steinheil, non appena tra la spazio della gente gremita ai lati, deve avere udito il la della opinione pubblica che la chiamava assassina! matricida! prostituta! bestia feroce! strangolatrice! mariticida! sporcacciona! mome! Brinvilliers. Pareva già condannata. Se l'avessero potuta avere fra le mani non le avrebbero lasciato un capello. Via! disse imperiosamente uno degli ispettori al chauffeur. L'automobile con la Steinheil era preceduto da quello in cui era Hamard e il suo segretario e seguito da quello dei due commissari incaricati di proteggerla dalle aggressioni.

Parricida!

Gli agenti di polizia non hanno potuto fare da argine alle moltitudini che volevano straripare durante il passaggio. È stato una confusione, una irruzione un tumulto senza fine. Le automobili erano scomparse nell'interno dell'edificio e le gole continuavano a ingiuriare la prigioniera, come se Parigi fosse ritornata ai tempi dei versagliesi contro i comunardi. C'erano pugni tesi, occhi stravolti, bocche feroci, volti verso l'entrata come minacce o rimproveri.

Adolfo Bizet era sempre al mio fianco che mi teneva la mano per non perdermi. Facevo intanto un soliloquio. Mi trovavo in mezzo a un popolo assetato di giustizia o in mezzo ai fanatici delle esecuzioni sommarie? A Bizet la sensibilità pubblica per i delitti non spiaceva. Vedeva in essa una elevazione popolare e una maggiore sicurezza che la giustizia non devii. Sapeva benissimo che la magistratura era contraria ai giudizi della popolazione che si costituiva gran giudice delle cause celebri senza avere le sue conoscenze procedurali, ma fra i due mali sceglieva il minore.

— In generale il verdetto del popolo è sempre più giusto di quello dei togati, i quali hanno un articolo per un dato delitto che serve per qualunque individuo. Il popolo ignora le sottigliezze giuridiche, ma ha una grande sensazione per valutare il delinquente nelle sue condizioni mentali e sociali. Senza i cittadini che seguono a passo a passo le fasi di un delitto, Leydet sarebbe ancora il giudice istruttore della Steinheil e madama continuerebbe a rappresentare la commedia nella villa dell'impasse Ronsin. La giuria delle Assisi con l'ascensione di Aristide Briand, al ministero di Grazia e Giustizia, è composta di quelli che hanno e di quelli che non hanno. Ma fino a quando si sarà raggiunta la parità di condizione anche fra i giurati io do e darò sempre la preferenza al giudice, vale a dire alle moltitudini. La prova è sotto i nostri occhi. Non è molto alle Assisi di Vacluse si è condannato a morte Ramy Danvers, figlio di un ex-galeotto. Aveva venticinque anni e un passato di rapine, di furti, di condanne alla reclusione e di relegazioni alla Guiana. Evaso, egli è tornato in Francia; ha saputo che i suoi ex-padroni di campagna avevano messo da parte un discreto peculio, li ha assassinati a colpi di fucile ed è stato sorpreso mentre stava legando la tela dove li aveva avvolti tepidi tutti e due, marito e moglie, per buttarli poco dopo nel Rodano. Certo io non salverei dalla ghigliottina un mostro così pericoloso. Ma il gran giudice, pur non sapendo come disfarsi di una bestia umana come lui, non è tranquillo. Esso sente che la maggiore responsabilità dei suoi delitti non è di chi li ha compiuti, ma di chi ha trascurato la fanciullezza del figlio dell'ergastolano. E ha ragione. La colpa dei suoi misfatti è sociale.

Le folle veduto il ritorno delle automobili se ne erano andate e avevano lasciato il largo completamente vuoto.

Adesso è ora che io vi faccia visitare la prigione della donna, diss'egli col battaglio in mano, per farsi aprire.

È venuto al buco di riconoscimento del guardiano:

— Oh, il signor Bizet!

— Come va, caro Bonneau?, gli domandò Bizet, stringendogli la mano.

— È un pezzo che non venite a trovarci.

Davvero! C'è il direttore?

— Sarà nei suoi uffici, s'accomodi gli disse, facendo una mezza riverenza con il berretto alzato come per invitarci a passare.

Prima di essere annunciati abbiamo avuto lo spettacolo del passaggio di una folata di donne reclutate sul selciato di Parigi per molte e ripetute infrazioni ai regolamenti dei buoni costumi. Parecchie di loro non si erano presentate a far vistare la licenza rossa al dispensario da più settimane e alcune da più mesi. Altre avevano adescati gli uomini lungo le vie.

Addio, mia biche, dicevano alla monaca superiora che passava dal corridoio centrale.

— Siete ancora qui, siete?

Nello stabilimento carcerario ci sono più di cinquanta religiose che adempiono ai servizi della guardiana. Indossano una veste nera, con la cuffia bianca della beghina, col velo azzurro, con la lunga corona del rosario al fianco e con le scarpe che sembrano di cimossa, tanto attutiscono i passi di chi li porta.

Restino serviti, ci disse una guardia municipale che faceva da portiere all'entrata del direttore.

— Che buon vento, disse il direttore alzandosi con le mani allungate per stringere quelle di Bizet.

— Vi presento il mio amico Baragiola, venuto a Parigi a studiare l'affare Steinheil.

— Oh, oh! la mia nuova inquilina! È ora nella stanza che subisce la visita personale prima di andare nella sua pistole (cella).

— Quando entro qui non posso non ricordarmi di Filippo Hesse, il direttore di questa carcere di arresto e di correzione dei tempi della Comune.

— Un ex venditore ambulante di non so più che cosa!

Povero diavolo! è morto da poco tempo. Ha esercitato il suo ufficio con pietà inusitata in questi luoghi.

Eccone la fotografia, diss'egli tirandola fuori da una busta nel cassetto.

La guardai con una curiosità grandissima. Era un uomo di circa 34 anni. Aveva la faccia di un vero funzionario che esige ubbidienza.

— Non ho mai capito perchè i comunardi alla loro ascensione non abbiano spalancate le porte delle prigioni. Se i prigionieri sono il risultato di un ambiente sociale in disarmonia con i bisogni delle vita, perchè non hanno cominciato a far giustizia almeno per le donne vittime della concupiscenza umana?

Caro Bizet, voi mi domandate un segreto sceso nella tomba coi personaggi di quel tempo.

Ma se c'è una supposizione da farsa è che i rivoluzionari o i sanculottisti del 70 avessero più vizii di noi. Donne e uomini riassumevano il servaggio del tempo.

— Ne volete una? aggiunse il direttore di S. Lazaro. L'altro giorno ho dovuto ospitare una anarchica per discorsi incendiari. Era una allieva di Luisa Michel, imbevuta delle teorie della maestra. Siccome tutte le donne hanno una grande paura dell'isolamento l'ho fatta chiudere in una pistola. Apriti cielo! Fu come se l'avessi presa a schiaffi. Ha vomitato un sacco di ingiurie per dirmi che essa si trovava disonorata in mezzo alle prostitute e alle delinquenti comuni.

Scioccherella! aggiunse Bizet con il suo sorriso bonario.

Luisa Michel, le ho detto era più avanti di voi. Ella non aveva paura dei contatti che voi chiamate immondi. Se la società è fatta male, come dite voi, che colpa hanno loro se sono vittime? Aiutatele a riabilitarsi, a rialzarsi. Non c'è stato verso. La moralista, la sanculottista ha strepitato fin quando ho dovuto chiuderla con le sue virtù nella sua cella.

Sciocca! disse un'altra volta Bizet, alzandosi per la presenza della superiora.

Madre superiora, disse il direttore alzandosi anche lui, volete compiacervi di far vedere la conformazione della casa a questi signori?

Poi, rivolto a noi, soggiunse:

— Voi, Bizet, conoscete benissimo i nostri regolamenti. Ma per il vostro amico devo dirvi che gli uomini non sono ammessi dove sono le donne, tranne il direttore. Così dovete contentarvi di vedere dai corridoi e dagli usci di cella. La madre superiora sarà tanto buona da permettervi qua e di dare un'occhiata negli interni dagli spiatoi o occhi di bue, come diciamo noi comunemente. Non dimenticate di far loro vedere la pistola n. 13, nella quale è la nuova venuta al primo piano.

Bizet che si trovava come si dice in casa propria non aveva bisogno di ascoltare la superiora che mi dava tanti particolari da farmela credere la storiografa del luogo.

— La si può dire una prigione di arresto e di appellanti e una infermeria, perchè, come sapete, qui si portano tutte le razziate che hanno violati i regolamenti sanitarii.

C'è molta recidività fra le inquiline di San Lazzero? domandai alla madre superiora, quando ci trovammo nella corte, dimezzata dal lungo muro che va da una estremità all'altra. Intanto ch'ella cercava la risposta i miei occhi circolavano come per raccogliere in un'occhiata tutto l'ambiente. In tutti gli edifici in cui l'umanità soffre c'è tanta tetraggine che fa passare attraverso i brividi.

Recidività? rispose la superiora dopo una lunga pausa. Lo può dire anche il signor Bizet, pratico di questo luogo. Su per giù sono sempre quelle. Chi entra ritorna. È difficile rimanere fuori, Noi siamo inesorabili con le donne del mestiere. Voialtri non avete paura delle malattie segrete. Avete avuto un Crispi che le ha slibrettate e ormai fra noi con c'è più che sangue guasto. Una donna per cinque o dieci lire è libera di rovinare ogni notte la salute di due o tre uomini. Noi non sappiamo che farcene della libertà che permette di sifilizzarci e di ridurci dei mostricciattoli.

— Eh, sì, la morale sanculottista ha fatto il suo tempo anche in Francia. Le donne di malaffare potevano andar bene in impero. Con Napoleone III la prostituzione era generale. Lui era figlio spurio, suo fratello, il duca di Morny, era un bastardo. La loro madre era di chi la voleva e come una qualunque donnaccia. La imperatrice era stata sul pavè spagnuolo e parigino e si era venduta a contanti come un tempo la Du Barry. Non c'erano dunque freni. Ma in Repubblica siamo così consci dell'importanza della salute pubblica che se non possiamo sopprimere le venditrici di malattie segrete le assoggettiamo ai regolamenti che rendono la loro vita una tribolazione.

L'ultimo sanculottista francese che si è convertito è stato il nostro Clemenceau. Vissuto qualche anno in America voleva importare per le nostre donne la libertà di prostituirsi quando e come piaceva loro. Ha dovuto convenire anche lui, non è vero, madre superiora? che la libertà di corrompere il sangue della nazione è il delitto più grave che si possa commettere.

— Se volete seguirmi, signori, voltiamo a destra, dove sono le celle, le segrete, le due infermerie, la cappella del nostro signore Gesù Cristo, delle due sezioni separate e delle quattro categorie di prigioniere.

— Quattro categorie?

Sissignore. Sono le categorie delle prevenute, delle correzionali, delle figlie pubbliche, delle giudicate.

— Le condannate non scontano le sentenze alle prigioni centrali?

— Si concede loro di rimanere a San Lazzaro se la sentenza non va oltre l'anno e un giorno.

Giunti alla prima sezione, cioè dove sono le prevenute per crimini e delitti, andammo in punta di piedi a mettere l'occhio allo spiatoio della cella numero 13. La cella era buia e una delle condetenute o delle co-pistoliéres, come le chiamava la superiora, stava accendendo la bugia che costa loro quindici centesimi al giorno. Presi il posto di osservazione dopo Bizet. La vedova era ancora seduta sulla scranna di lisca coi lunghi veli del lutto sulle ginocchia che raccontava con parole indignate l'oltraggio che la fouilleuse — la visitatrice — le aveva fatto subire nella cella di spogliamento. Era un'indegnità che una donna come lei venisse obbligata a snudarsi davanti a una vecchia lercia e grinzosa e a lasciarsi palpeggiare dappertutto, persino nelle parti indecenti, come se fosse l'ultima delle ladre. Ma domani l'avrebbero sentita. Non era mica una donna qualunque. Grazie a Dio aveva ancora protezioni che potevano frenare i quattro scalzacani della prigione. Poi si alzò, si mise a percorrere la cella tutta concitata, buttando il cappello a callotta russa e i veli sulla coperta verdastra del letto, che a lei sembrava un canile.

— Chi è quella detenuta che le sta dietro accarezzandole le spalle per farle capire che nessuna entra a San Lazzaro senz'essere sottoposta alla visita?

La monaca si avvicinò all'occhio di bue e ritirandosi mi rispose all'orecchio.

— È la contessa Alba Ghirelli, un'altra detenuta che ha fatto la stessa scenata la sera della sua entrata. Loro credono di andare in un albergo quando vanno in prigione. Finiscono tutte per adattarsi. Qui non ci sono privilegi. Ricche e povere, donne di alto e di basso bordo, pierreuses o roquines prostitute e ladre — sono trattate con lo stesso regolamento. Il nostro direttore, il signor Pons, è rigido e imparziale.

— E l'altra che è con le mani dietro la testa per sorreggergliela tutta di peso, chi è? domandai sommessamente.

— È la detenuta Margherita Boselli — tutte e tre sotto processo.

Prima che entrasse l'oscurità anche nei corridoi ho avuto l'opportunità di vedere una trentina circa di «figlie pubbliche» che rientravano nei dormitorii accompagnate dalle suore guardiane. Il costume di quelle che aspettavano la condanna era azzurro, con la testa libera, come quelle alle Mantellate di Roma. Le condannate erano più tetre. Indossavano una veste brunastra, con un fazzoletto color ruggine stretto in testa, allacciato alla nuca, che nascondeva loro la ricchezza e il colore delle chiome, con le cocche puntate in direzione opposta come due frecce. Ho notato che le suore guardiane si distinguono dalle altre per il velo azzurro che raccoglie loro la testa come in una bacheca religiosa. Mentre rientravano a fianco della superiora, ho potuto vedere che il dormitorio delle figlie pubbliche occupa quasi tutto il piano, fino alla cappella, dove si dice sia morto sant Vincenzo di Paola.

— La disciplina, mi diceva la superiora, è rigorosissima. Guai se le accusate si confondono con le figlie del selciato o le giudicate con le correzionali. La separazione delle une dalle altre è per impedire che la depravazione e il delitto facciano altre vittime. Così si tengono distanti il lavorerio e l'infermeria delle donne.

Al primo piano, al secondo piano, al terzo piano del selciato, del lavorerio e della infermeria la stessa monotonia, lo stesso va e vieni di detenute e di guardiane. Le detenute, nella modestia dell'abito carcerario, sembravano tutte eguali. Ma vedute da vicino la bellezza assumeva un fascino più grande di quante sono nei costumi di moda. L'occhio vivo splende di più, i capelli biondi e castani, neri o chiari danno loro un'aria di vergine, e i seni che stanno sospesi senza busto rendono il corpo più vigoroso e lasciano supporre forme deliziose. Ne ho veduta una con i capelli d'oro che le erano usciti dal fazzoletto per spargersi per la schiena della veste nera che pareva una principessa in mezzo a una ciurma di condannate. Le sue ànche erano in fiore.

Le infermiere nei luoghi di pena sono sempre tristi. È come l'ultima tappa per passare da una vita all'altra. Vi si sentono perdute, abbandonate, alla mercè dell'incuranza dei medici. Ma la carcere femminile riempie ancora di più di malessere. Vi passava commosso, con le lagrime in gola, pieno di un dolore indefinibile. Sotto il soffitto dalle travi tarlate, fra le lunghe pareti bianche di calcina, nei letti di ferro dalla copertura color cimice, con i risvolti a pieghe, di panno isabella, le ragazze, le cui forme vedevo disegnate sotto le coltri, parevano di cera. Di vivo non avevano che gli occhi nelle occhiaie fonde, cerchiate di abbattimento e di desolazione. La fiamma degli occhi era il solo segno in cui la loro vita non fosse spenta.

Dopo i su e giù dalle scale di legno, le andate e venute per i corridoi bui come la notte, le filate di usci, di celle, la luce qua e fredda come quella dei conventi, i silenzi rotti dalle chiavi e dai catenacci e dagli sbatacchiamenti degli usci delle recluse che uscivano e entravano, ringraziammo la madre superiora che voleva farci vedere la lavanderia e la cucina.

— L'una e l'altra sono identiche in quasi tutti gli ospedali e le case di correzione penali, disse Bizet, prendendomi per il braccio e rivolgendosi verso la direzione.

Ma prima di giungervi siamo stati disgustati dalle scenate di una reclusa che si dibatteva fra le braccia delle guardiane che la portavano in una cella di rigore, che qui chiamano gergalmente jettard, per le insommissioni e per le parolacce postribolari che essa aveva disseminata e disseminava nell'edificio tutto ammantato di sudiceria e di un giallastro secolare. Era una riottosa dell'infermeria venerea, con la faccia bullettata di crostine, con gli occhi scerpellati, con la pelle delle orecchie che si sfaldellava e con le labbra paonazze come se la rabbia gliele avesse dissanguate. Il naso era in incipiente cancrena. Mentre tirava calci alle guardiane ci ha fatto vedere le gambe rossastre, con i polpacci che avevano larghi e fondi solchi di carne divorata dalla malattia. Negli sforzi per divincolarsi perdeva la bambagia dalle medicature. Io ho voluto assistere fino a quando le guardiane sono riuscite a chiuderla nella cella dove ve la lasciarono chiusa come una belva feroce nella propria gabbia, dietro una porta di quattro dita di spessore, sormontata da una graticolata attraverso la quale non vedevo più che una massa informe di carne e ossa.

— È triste, dicevano le guardiane che andavano verso la direzione con me, è triste punire un essere che fa schifo e che ha bisogno di tutta l'assistenza medica. Ma con tipi felini come lei non c'è altro rimedio. Di tanto in tanto ci fa disperare con fiotti di parole cloacali.

Salutando il signor Pons io e Bizet ci siamo avviati a una uscita, passando tra gli alti pignoni, vale a dire fra le alte muraglie fatte di sassi e di rottami, annerite dal tempo, con le finestruccole a quadrettoni di ferro, e imbucammo la porta carrettiera, dove escono le immondizie della prigione, perchè Bizet ha voluto farmi passare per un bubello allineato di botteghe basse, sporche, fetide, con qualche bettola tra loro dai lumicini oleosi, dai vetri opachi di porcherie, dove sostano i souteneurs e le momes, i mantenuti e le loro amanti.

Voltando il dorso al convento stato trasformato dalla Rivoluzione in una carcere di femmine, il più grande detective dei tempi nostri, il detective che avrebbe dato punti a Fauché s'egli avesse potuto essere il ministro della polizia di Napoleone I, mi offerse una sigaretta di tabacco americano fulvo come i capelli della donna coi cambrioleurs dell'impasse Ronsin e, braccio sotto braccio, a piedi, nella foscaggine della sera, riprese il suo pensiero sulle figlie pubbliche, rammentandomi che in Svezia e in Norvegia s'erano già messi a purificare il sangue dei due popoli con una colonia dei sifilitici dei due sessi dalla quale non si poteva più uscire che completamente guariti, vale a dire dopo una cura speciale di quattro anni continui.

— In Francia siamo vicini alla soluzione dei paesi nordici, ma abbiamo, ahimè! i residui del sanculottismo morale nel sangue atavico e perciò dovremo aspettare la scomparsa della generazione presente per raggiungere le vette della praticità scientifica che salva gli individui dalle catastrofi fisiche. Da questo problemaccio sociale giudicate la lotta che si deve fare per trapanare il cervello di un popolo e fargli penetrare una riforma tutta a suo benefico. La cosa più sorprendente, caro Baragiola, è che nelle questioni morali il partiti più avanzati sono i più retrogradi. Mentre si grida se lo Stato non ci statizza e non regola anche l'aria che respiriamo, si esige poi la libertà assoluta per le donne fra noi come diffusori di pestilenze. È cosa inconcepibile. Dite, non è delitto sociale rimettere al largo una donna come quella che abbiamo veduta or ora entrare nella cella di rigore? I vecchi moralisti, e quelli che continuano la tradizione morale dei sanculottisti sono più immorali delle criminali del selciato. E dietro la prostituta pubblica, per la donnaccia che ha sempre una scusa romantica per la vitaccia ladra e ludra, c'è la prostituta privata, come la Steinheil, quella dei focolari domestici, quella mascherata dalla posizione sociale che occupa, quella che viene accolta nei ritrovi mondani e non mondani, quella che passa dalla società in cui vive, come un ciclone, come una folata di venti rotatorii che sradicano, schiantano, trascinano nei loro vortici anche l'idea degli affetti e degli amori sinceri.

— Io però non vedo il ravvicinamento tra voi francesi e gli svedesi e norvegesi. Trovo donne che si vendono dappertutto, dove si spende poco e dove si spende molto; ai teatri, per le vie, ai ricevimenti, nei grandi restaurants, alle corse. Insomma, dove è che non sono le donne che voi esecrate?

— Un male secolare non lo si guarisce con un decreto o con un regolamento.

— È vero, risposi.

— Tanto più che per salire fino alle Steinheil bisognerebbe mettere le mani sui Felix Faure, ammogliati e non ammogliati. Ma prima che voialtri riusciate a raggiungere la moralità scientifica della Repubblica nostra dovrete percorrere molti chilometri.

Parole! direbbe Amleto.

Fatti. Con noi la figlia pubblica non ha tregua. È obbligata ad avere la sua licenza.

— Che non potete negare a chi vuol esercitare la professione di diffondere...

— Se è riconosciuta sana.

— Non ce ne sono di sane. Voi lo sapete meglio di me. Sul pavé non c'è che la malattia segreta.

— Io non voglio parlarvi dei nostri sforzi. La donna da noi deve avere la sua carta d'esercizio per presentarla all'agente che desidera assicurarsi dell’autorizzazione. È proibita a circolare di giorno, cosa che non esiste da voi. In qualunque stagione non può scendere nelle vie se non dopo le sette di sera. La corsa all'uomo deve cessare a mezzanotte.

— Se è accompagnata dall'uomo può circolare fin che vuole.

Purchè l'uomo non sia un mantenuto. Voi sapete che il Parlamento francese ha votato una legge che relega il mantenuto alla Caledonia o alla Guiana. Si fa di tutto per sbarazzare la Francia dei malviventi. L'uomo con la donna della strada non può essere che un cliente. E chi è porco stia porco. Noi non siamo ancora in Svezia e in Norvegia, dove gli agenti conducono alla sezione di questura e chi compera e chi vende. All'indomani, subìta la visita, vengono mandati, sul semplice certificato medico, alla colonia venerea, fossero dei Felix Faure e delle Steinheil.

— Per darvi l'idea della moralità delle nostre leggi contro gli oltraggiatori dei buoni costumi, vi dirò che la figlia chiamata dagli stupidi romanzieri di una volta «figlia di gioia», non può parlare coi minorenni.

Vedi Courtois, l'assassino di Remy, che a diciassette anni e forse prima andava in pubblico con loro e con loro dormiva in casa dei padroni.

— I delinquenti, mio caro, sono superiori alle leggi. C'è un codice contro il furto e l'assassinio e tuttavia non c'è giorno che non si registri e l'uno e l'altro. Il delinquente non entra nel mio studio. È un'eccezione sociale. La donna pubblica non è più la Gervasa di Zola che poteva fermarsi dove voleva a esibirsi a chi passava. Quella dei nostri giorni è una ebrea errante, condannata a filare per la sua via senza adocchiare la gente che passa. E come non può flanellare sui larghi delle cantonate, non può girellare con le sue compagne di professione.

— Come i sorvegliati.

— Tali e quali. Il souteneur che la seguisse sarebbe arrestato. La femmina non può stare alla finestra, neanche con le imposte socchiuse, come non può vivere in concubinaggio con alcuno o abitare un appartamento o stanza con una figlia. Voi capite come da noi il lenonismo sia inseguito.

— Insomma la donna pubblica della Repubblica è coercizzata dal regolamento che avevamo noi prima della slibrettatura di Crispi.

— Da noi le leggi sanitarie sono davvero in azione e sono più coercitive, Per noi la donna pubblica, quella che chiamiamo pierreuse, è considerata più meno del bandito, del grassatore di strada, dell'assassino e del ladro. Dopo poche ripetizioni delle stesse violazioni alle leggi sanitarie viene imbarcata come tutte le persone pericolose per la Guiana — dalla quale non ritorna più viva morta.

Giunti sul boulevard degli Italiani ci siamo offerti l'aperitivo il quale per noi era la bibita inglese.

Chin chin, fece Bizet toccando il mio col suo bicchiere.

Chin chin, risposi con la stessa gentilezza.

— L'invio delle donne pubbliche alle isole della Salute, nel territorio francese, il quale si estende dall'Orenoque al fiume delle Amazzoni, è anche un disinfettante salubre. Esse incominciano a rarefare i matrimonî socratici, così diffusi nei nostri bagni penali. Immaginatevi che quando ho dovuto andare all'Isola del Diavolo per interrogare Dreyfus per conto di Sheurer-Kestener, ho studiato un po' anche i nostri forzati. Quale disgusto! Gli uomini erano matrimoniati liberamente con gli uomini come se la comunanza penale fosse stata composta di tanti Oscar Wilde, di tanti Eulenburg e di tanti Moltke. L'abbietta passione non stomacava più nessuno, neanche i guardiani, neanche gli impiegati della direzione. Così mi è toccato vedere i vecchi satiri che chiamavano i loro compagni di pena mignons. Sarah di Battignoles, la Rouquine di qualche altra parte di Parigi. La «Figlia» si dava a tutti. Costoro, i passivi, erano considerati le momes (amanti) di Tizio e di Caio, del numero tale o tal’altro. Ho trovato perfino uno di questi orribili mostri della perversione che si era votato alla castità dopo la morte del suo mome, del quale conservava, idolatrava il fazzoletto. L'invio delle figlie pubbliche alla Guiana è dunque un servizio altamente morale: sbarazzare e spopolare Parigi delle creature immonde e aiutare a disfare o a impedire le unioni mostruose dei giovani condannati con i costots (uomini forti) che proteggono gli invertiti alla Guiana

È una grande riforma morale quella di mandare le donne avariate nella zona torrida a purificare la gentaglia dell'isola Reale, dell'isola di San Giuseppe, di San Giovanni, del Maroni...

Mi accorsi che Bizet andava per i campi dell'utopia e così lo interruppi bruscamente dicendogli che le relegate all'isola della Salute erano delle recluse di un penitenziario.

— Per tre anni. Con tre anni di buona condotta possono ottenere la relegazione, mi dicevano le autorità locali. È che nel termine probatorio le relegate diventano una specie di associazione saffica. I loro dormitori sono spesso il teatro del tribadismo più ributtante.

— Sono dunque perdute e per sempre!

— Come gli uomini, d'accordo. È meglio che s'appestino fra loro, che fra noi.

— D'accordo.

Parlando, delle variazioni mentali della Steinheil con un allievo del dottor Enrico Martineau, l'illustre psichiatra che ha fatto uno studio importantissimo sui Rougon-Macquart di Zola, nei rapporti colla medicina scientifica per cercare l'idea direttrice del genere umano, gli ho confidato il mio imbarazzo giornalistico di non sapere in quale categoria classificare una donna che ha tutte le caratteristiche di una pazza, senza precedenti di follia e senza squilibrii che mettino al sicuro la coscienza di un giudice o di uno studioso. Tutte le volte che ho avuto la presunzione di appenderla al gancio del mio studio, come cosa finita, sono stato obbligato dagli avvenimenti a rimetterla sul tavolo della patologia umana senza mai venirne a una conclusione. Coloro che l'hanno conosciuta intimamente me l'hanno potata in alto, descrivendomela come una charmeuse raffinata, colta, con dei desideri di piacere, nei ritrovi mondani, con idee alate, sempre in viaggio, verso un futurismo di bontà e di amore, cose tutte che dovrebbero essere della donna sana, equilibrata, cosciente, padroneggiatrice dei proprii nervi.

— E invece voi vi trovate, mi rispondeva l'alienista, di fronte a una donna che pare più perversa delle perverse, non è vero?

Per la scienza il corpo della Steinheil è di cristallo terso. La vediamo internamente come se fosse stata scuoiata e aperta sulla lastra anatomica. Con dei motivi diversi ella è la compagna di Giacomo Lantier nella Bestia Umana e nel libro scientifico del mio indimenticabile maestro. Tanto l'uno che l'altra sono vittime dell'automatismo nervoso. La loro volontà è un impulso, la loro vocazione è una violenta passione, il loro godimento, furore. È la corteccia cerebrale che ha assunto la direzione del funzionamento dei loro nervi. Perchè Giacomo Lantier, a 26 anni, alto, bruno, forte, con un viso pallido, rotondo, regolare, pur amando la donna o la femmina, ha bisogni prepotenti di ucciderla, si chiami Flore o Severine? Cercate sul suo cranio e vi troverete una crepa o una cicatrice o una linea male marginata che gli darà a momenti febbri brutali o accessi di tristezza da rendergli insoffribili la luce e la vita sociale, voluttà infrenabili di possedere la femmina per piantarle una coltellata in qualche parte. E tutte le volte che esce dalle sue crisi egli si crede guarito del male abbominevole, della follia impulsiva, follia che gli risuona nelle orecchie e pare voglia perforargli l'ambiente cerebrale.

È l'ossessione. E l'ossessione non è pacifica, non scompare che quando è soddisfatta. Ecco perchè Giacomo Roubaud ha la gola squarciata dal suo coltello. Egli è contento! Alla fine egli ha ucciso! Margherita Steinheil è su per giù nelle stesse condizioni di Giacomo Lantier. Il suo tormento cerebrale era l'avversione, l'antipatia, la ripugnanza per il marito. Ella sperava sempre in una sua catastrofe. Non è mai avvenuta. Ecco l'ossessione. Come in Lantier non era in lei il fiat di una volontà libera, come direbbe il vostro Ferri, e allora si caricava a periodi di odii per lui, con tendenza continuamente a disfarsene, a progettarne la morte, a dare alla sua concezione una forma pratica che sfuggisse agli occhi della legge.

— Sarà o non sarà vero quello che dite, ma voi come spiegate le denuncie di un uomo dopo l'altro, cancellando un nome per consegnarne un altro al carnefice, senza rimpianti, senza scuse, per poi magari far risorgere la figura eliminata, riaccusandola dello stessa delitto, ribadendone le accuse con la stessa ferocia?

— È un'isterica perfetta. E come tutte le isteriche è suggestionabile. La suggestione può trovarla fuori di lei o in lei. Fuori di lei può essere lo spavento di ritrovarsi sulla piattaforma criminale. La ricerca di un delinquente dopo che l'altro è stato soppresso dal giudice istruttore per mancanza di prove o per inesistenza di reato, è cosa che noi scienziati chiamiamo amnesia cerebrale.

Il nome che prima torreggiava nei pensieri arroventati dal bisogno acre di trovare un colpevole, nel cervello dell'isterica sbiadisce, scolorisce, cessa a poco a poco di esistere. All'indomani della così detta notte delle confessioni fatte ai due giornalisti, la Steinheil ha ripetuto, parola per parola, tutte le dichiarazioni notturne al capo della pubblica sicurezza Hamard, non è vero? State attento. Nella stessa giornata ella si è trovata davanti il giudice Leydet, ha riaffermato ripetutamente che il figlio di Marietta Wolf era stato lo strangolatore di sua madre e di suo marito e poi dopo, a poco a poco, le sue affermazioni diventarono meno energiche, le sue parole meno violente, la sua irascibilità più fiacca e lentamente ella, come una smemorata, si è messa la mano alla fronte, con gli occhi, della smarrita o della allucinata, si è domandata se era vero che avesse pronunciato il nome di Alessandro Wolf! Se lo aveva pronunciato doveva essere stato per suggestione e con una esclamazione di stupore si è battuta la mano alla fronte e ha soggiunto che era vero, che era stata la suggestione dei giornalisti dell'Eco di Parigi e del Mattino che le avevano fatto accusare un uomo a sua insaputa.

Ecco la storia dell'ammalata. È una delle più autentiche femmine della degenerazione epilettica che passa attraverso i parossismi e finisce affranta, spossata, inconsapevole di quello che si è svolto in lei e intorno a lei. Se si potesse scarnarle la faccia come sul tavolo anatomico ve ne farei vedere le stigmate degenerative sulle sue mascelle, sui suoi lobi frontali, nei suoi occhi che pare ingrossino sotto l'azione automatica dei suoi furori accusatori, nella ruvidezza dei suoi capelli biondi, resi morbidi dalle essenze odorose. Il la dei la è nella sua parlantina, nella sua smania tragica di confessarsi e di rifare le sue scene come un'artista che voglia ripassare loro sopra con tocchi e ritocchi, nella sua sicurezza minuziosa di affermare e riaffermare cose che poi smentisce alla stessa udienza. È una isterica suggestionabile che va al di dei pensieri di chi parla o la interroga, che afferma quello che è già nella sua testa, che è obbligata a fare rivelazioni anche quando le sue rivelazioni la conducono a San Lazzaro.

E da chi v'è spinta all'abisso? Dall'automatismo, dal suo spirito romanzesco, dalle predisposizioni ataviche... Come Lantier, astemio, sente il delitto degli avi ubbriaconi, così Margherita Steinheil sconta le anomalie di coloro che l'hanno preceduta. Forse nelle anomalie ch'ella sconta per i suoi parenti è la antipatia incoercibile per la Japy, per la madre. È una supposizione che potrà avere valore quando la Steinheil giungerà alla narrazione finale della notte tragica e condurrà alla ricerca dei complici che non si trovano mai.

Per trovare un tipo identico, vale a dire automatico e suggestionabile come la Steinheil, e senza uscire dalla Francia, voi avete la Humbert.

Scusate, professore, ma mi pare che la creatrice di fortune immaginarie fosse il rovescio della medaglia della donna dell'impasse Ronsin.

— Al contrario. Come la Steinheil ha bisogno di credere essa stessa alla sua narrazione per farla credere agli altri, così la Humbert aveva bisogno dell'autosuggestione per credere e far credere ai milioni invisibili che dovevano arrivare e non arrivavano mai.

— Il metodo dell'una non era però quello dell'altra.

— Avete ragione, l'una parla troppo e l'altra parlava troppo poco. La Steinheil è teatrale, le piace drammatizzare le sue scene. La Humbert rispondeva sempre al giudice istruttore.

Nous parlerons à l'udience — noi parleremo all'udienza.

E all'udienza tutte le fortune si sono liquefatte, svitalizzate, disperse. Ma l'una non è meno artista dell'altra. Bisogna esercitare del fascino, avere una forza suggestiva non comune per tirar fuori il denaro agli avari che sperano di moltiplicare le loro somme sui bisogni degli altri e per continuare per degli anni a nutrire le fantasie dei minchioni, corbellandoli sempre con nuove estorsioni. L'importante per la scienza è che tutte e due, come Giacomo Lantier, escono dalle truffe e dai delitti senza rimorsi. L'automatismo nasce in una mente senza memoria. Lantier si scorda di ammazzare due donne, solo perchè l'una entra da un fornaio e l'altra è rasentata da un passante. Due passi dopo egli aveva dimenticato che stava per diventare assassino. Così è della Steinheil. Ella può giurare con perfetta ragione, di non avere mai narrato o confessato o accusato.

Così è della Humbert. Ella ha gabbato il suo mondo direi quasi, a sua insaputa, convinta essa stessa che l'eredità fosse in viaggio. Come adesso ella vive tranquilla, con il denaro delle truffe, persuasa che la giustizia ha commesso contro di lei un'ingiustizia. Volete un altro esempio di amnesia cerebrale? In questi giorni non si parla, a proposito della Steinheil, che del Bel-Ami. Voi sapete chi è non è vero? È una creazione geniale di Guy de Maupassant. Pieno di suscettibilità, geloso dell'onore maschile fino a vergognarsi se un'amica gli paga il pranzo, si trova in tasca dei napoleoni d'oro che fanno trasalire la sua coscienza e gridare mentalmente il suo orgoglio di volerli restituire all'indomani con indignazione e col proposito determinato di far cessare l'obbrobrio di lasciar sdrucciolare i napoleoni dello stesso giallo infuocato fino nei suoi stivali. State attento. Egli è un amnesiaco. Impotente a restituirli, riduce i napoleoni trovati nelle tasche e nei taschini a un debito e poi il deluso a poco a poco sbiadisce nella sua memoria e scompare senza che la sua coscienza abbia la rivolta dei primi momenti. Se voi andate a dire al signor Bel-Ami che è un dos-vert (mantenuto), come gli ha detto una sera una Rachele delle Folies Bergère, sarebbe capace di staccare la sciabola dalla parete per piantarvela nello stomaco fino all'elsa.

— Così voi credete, professore, che madama Steinheil sia assolutamente irresponsabile delle sue confessioni fatte, rifatte, toccate, rammendate, rimpolpate, alleggerite, sfigurate, deturpate o migliorate.

— Non sarei neanche lombrosiano se non la credessi irresponsabile, mi rispose egli con accento di convinzione. Le sue confessioni sono impulsi parossistici. In quei momenti ella può uccidere, strangolare, fare un romanzo senza alcuna responsabilità dei suoi nervi, in piena insurrezione epilettica. Ella è una nevrotica, come è nevrotico Tullio Murri. Il vostro concittadino non ha narrato tutti i particolari del delitto in un documento scritto con la sua penna e poi non lo ha corretto e ricorretto nell'assieme e nei particolari, cambiando perfino l'ora in cui era stato compiuto?

Le sue dichiarazioni fatte dopo il verdetto di Torino che lo seppelliva in un ergastolo per trent'anni non sono una prova del suo automatismo? Non è lui che ha ammazzato il Bonmartini. È la voce interna che gliel'ha fatto vittimizzare ingiungendogli di colpire. Ricordatevi della sua lotta di 13 ore consecutive, chiuso nell'appartamento del cognato con Pio Naldi. Tutti i suoi ragionamenti, tutte le sue considerazioni, tutti i disastri ch'egli vedeva con l'uccisione del marito di Linda, finivano in un pensiero che era poi il pensiero di Giacomo Lantier: ch'egli non poteva fare diversamente, che sua sorella moriva e che lui doveva compiere il sacrificio. Udite: sono su per giù le sue parole che mi serviranno per la mia perizia mentale sulla Steinheil.

Linda moriva: questo pensiero mi era fisso in capo. Che colpa ne avevo io? Di fronte a me stesso, io sapevo di avere fatto quanto sforzo mi era umanamente possibile per indurmi a salvarla a prezzo di qualunque sagrificio; tredici ore il sentimento del dovere aveva resistito contro l'impulso, della pietà e dell'egoismo: che colpa avevo io se la natura mi aveva dotato di un animo fiacco e se non m'era stato possibile di vincere me stesso?

Gli isterici, gli epilettici, i nevrotici sono tutti smemorati, sono tutti degli amnesiaci, sono tutte persone che compiono atti automaticamente come marionette dalle cordicelle nelle mani del marionettista.

— Vi ringrazio, professore, disse Bizet, stringendogli con forti sussulti la mano nella sua, di avergli dato modo di penetrare scientificamente nel tenebroso cervello di madama Steinheil.

Figuratevi, rispose il professore, è sempre un piacere per me di avere l'opportunità di applicare la teoria uscita dallo studio dei fatti al nuovo fatto che viene sulla nostra piattaforma scientifica. E sopratutto, concluse salutandomi, non dimenticate ch'ella paga per le degenerazioni mentali dei suoi nonni, delle sue bisnonne, per i peccati degli altri.

Se fosse stato qui il vostro immenso Ferri non avrebbe potuto farvi una diagnosi migliore, Perchè come sapete è lui che ha proclamato Emilio Zola un cervello che si è ossigenato all'aria viva e pura della scienza umana.

Bizet, sempre scettico sulle teorie delle mascelle voluminose, dei baffi fitti e delle orecchie a grandi padiglioni, ha ascoltato ciò che mi ha detto il dottore con smorfie che mi toglievano la voglia di continuare.

— Ve l'ho già detto, sono stufo di cataloghi lombrosiani. Se devo dar retta a qualcuno, credere in qualcuno preferisco il loro maestro: Cesare Lombroso. Per voi che siete un documentista non occorre la sintesi scientifica. A voi deve bastare nel vostro lavoro il fatto criminale nell'ambiente in cui si è svolto. Il nuovo personaggio acquisito alla causa, come direbbe l'avvocato Labori, se fosse al mio posto, è Alessandro Wolf. Chi è, che cosa fa? Lo sappiamo. Egli è al servizio del signor Guichard, mercante di cavalli, della via Rosenwald, 20. È separato da sua moglie e la sua ex sposa divenuta attrice di una compagnia di operette di canto e recitazione, per la fabbrica dell'appetito, l'ha dipinto come un violento della famiglia, capace di andare fino al coltello, capacissimo di far traballare o schiantare un tavolo con un semplice pugno.

Non appena le ho domandato di lui, mi ha risposto con la bella faccia di canzonettista che riesce a malapena a rabbuiarsi:

— Che cosa penso di Alessandro Wolf? Contentatevi del mio silenzio, mi rispose madama Miriella Wolf, facendo l'atto di andarsene. Che ne devo pensare? Vorrei non averlo conosciuto. Maledetto il giorno che mi è capitato tra i piedi! Il mio sposo era il mio padrone, il mio pirata, il mio proprietario. Con le sue minacce da facchino mi faceva paura. Quando stravolgeva gli occhi potevo aspettarmi tutto: anche una coltellata. Sono stata battuta come una mantenuta o una donnaccia del selciato. Ah, Cristo, voi mi obbligate a ricordarmi dei miei giorni atroci! Credevo di aver messo una pietra sul passato. Basta il ricordo per farlo uscire dal sepolcro. Mi dava schiaffi, ceffoni, pugni, morsicate, mi piantava i piedi nelle carni e sovente mi rincorreva con il suo coltellaccio da tasca. Ecco, guardate questa mia mano. Le due cicatrici sono il suggello della sua lama che egli voleva piantarmi nel seno. Se stavo assieme un po' ancora avrei finito come la povera Cifariello. Mi sono salvata facendomi arruolare dalla compagnia del teatro Monmartre. Ah, sì, mi faccia citare al tribunale e ne udrà delle belle. Io ho tante scenate nella mia vita matrimoniale da far saltare in piedi tutta la Francia. E adesso come mi tratta? Io scappo. Vado a Tolone a rappresentare madame Sans-Gêne. Se lo incontrassi avrei paura. Griderei: aiuto! Che vita! Ah, che vita ho fatto con quel bruto, con quello scozzone, con quell'animalaccio di uomo! Era il mio cauchemar, il mio incubo. Le donne del buon mercato ch'egli conduce nella sua stanza mobiliata, le fa registrare sul libro della locanda sempre col mio nome per disprezzo. Per non passare per una volgarissima pierreuse ho dovuto tramutare il mio nome di Leonida in Miriella. Mi sono salvata da un po' del suo fango assumendo un nome di guerra.

Ella aveva già la borsetta in mano per discendere dove l'aspettava la vettura, ma a me premeva una sua parola sulla possibilità del delitto. Credete, madama, vostro marito truce abbastanza per compiere il doppio assassino del passaggio Ronsin? È stata in forse. Per un momento ha deposto sul tavolino la borsetta di pelle rugginosa a cerniera d'acciaio tersissimo, si accomodò la grande capigliatura nera che le fa da cornice al viso sfiorato dalla tristezza, mi lasciò vedere un filare di denti serrati e bianchi e poi quasi con rincrescimento mi rispose:

— Le collere di Alessandro sono terribili. Ne conosco i ruggiti. Beone, ubbriacone, sporcaccione, è capace di qualunque violenza, anche con effusione di sangue, ma lo credo incapacissimo di compiere delitti meditati, organizzati, senza motivi, per della rapina. La premeditazione fredda del delinquente nato non è del suo carattere. La mia è una opinione e voi potete prenderla per quello che vale. Ma io non ho dubbi sulla sua innocenza. Nel delitto del passaggio Ronsin bisogna cercare in alto, come ha detto sua madre.

Non ho potuto trattenerla di più perchè il treno in Francia non aspetta neanche i ministri. A me bastava un abbozzo di suo marito e lei con una pennellata di nero me lo ha messo in piedi nelle sue abitudini. Fracassone, smanaccione, sbevazzone, con momenti di collera elevata che possono finire nel sangue. Tutto questo non basta per chiamarlo delinquente. Il dubbio è sempre a beneficio dell'accusato. E allora sapete che cosa ho fatto? Sono andato sulle pedate di Alessandro Wolf. Come e dove ha passato la notte del delitto? Ho incominciato a mettermi sulla sua pista alle cinque e mezzo del trenta maggio, la sera del delitto o la sera che precedette la notte del delitto. Che cosa ho trovato? Ch'egli aveva lasciato le scuderie della via Rosenwald con un cavallo aspettato dal compratore alla stazione del Nord. Non avendo trovato colui che doveva ricevere la bestia vi rimase fino alle dieci — ora in cui la strage poteva essere premeditata, ma non compiuta. Rifatta la strada da solo lo si è visto col padrone Guichard, mezz'ora dopo, a pranzo, all'Hotel della Creuse, in via Brancion. Passate le undici il padrone era stracco, Wolf alticcio. Tutti e due si avviarono verso i rispettivi domicilî, salutandosi con un bock di birra in via di Vouillè. Alessandro Wolf, attraversata la piazza Falquière, si accorse di non avere sigarette e andò a comperarle dal tabaccaio della via Processione. Amico di tutti ha trovato di fare una partita al zanzibar col padrone dello spaccio e con un avventore che vi si trovava. Wolf è uscito alle dodici e mezzo coll'avventore e tutti e due sono andati a berne un bicchiere a un caffè dei dintorni. L'avventore alla 1 e 30 prese la carrozza e Wolf, brillo, si è fermato un po' ancora. A che ora sia rientrato all'Hôtel Meublé non è sicuro. Lui dice alle due o alle due e mezzo, ma c'è la padrona delle stanze mobiliate che le pare sia o non sia rincasato che tardi nella mattina in cui furono strangolati la Japy e lo Steinheil.

Fina alla una e mezzo della domenica del 31 maggio, l'alibi di Wolf è completo. Ma dove sia stato dalla una e mezzo alle sei e mezzo antimeridiane non abbiamo più testimonianze. O bisogna credere che egli si sia coricato ubbriaco o bisogna lavorare di fantasia e supporre male e credere alla Steinheil.

— La condizione della Steinheil a ogni modo mi pare migliorata e mi pare migliori di ora in ora.

— Lo sapremo fra qualche minuto. Io mi aspetto una ripetizione di quello che è avvenuto con Remy Couillard. La sua condizione è migliorata se voi alludete a quello che è stato trovato nel letto in cui si trovava la Steinheil. Sono però sempre in lotta col dubbio. Le materie fecali nelle quali è stata trovata immersa la donna fatale alla scoperta del delitto non faranno parte del materiale della mise en scéne? Sono i leviti e la donna dai capelli rossi che glie l'hanno fatta fare addosso o è invece la purga che ha completata la farsa? Marietta potrà dircene qualche cosa. Io tendo per il drastico. Capirete che la donna che è andata spontaneamente da Hamard a fare una delle tante confessioni senza farsi saltare le cervella, non ha più diritto a essere creduta.

— E che cosa ha confessato?

— Su per giù quello che ha detto ai due giornalisti. Signori, gli ha detto la Steinheil, sono venuta a farvi confessioni complete. Ho accusato falsamente Remy Couillard, mio domestico, di avere ucciso mio marito e mia madre. Sono io che ho messo nel suo carnet la perla che vi si è trovata. L'autore dell'orrendo delitto non è Couillard, è Alessandro Wolf, il figlio di Marietta Wolf. Vi pare poco? Mi meraviglio che Hamard non l'abbia presa per il collo e consegnata subito agli agenti per la prigione di San Lazzaro. Quando si credeva ch'ella trangugiando una simile balena crepasse ha soggiunto: «I bijoux non mi sono mai stati rubati. La lista che ho dato a voi, signore, era tutta della mia immaginazione. Il motivo del delitto è però sempre il furto, perchè Alessandro Wolf, dopo gli omicidî, mi ha derubata di cinque mila lire».

— Allora, signora, la narrazione che mi avete fatta subito dopo il delitto è tutta una canzonatura? Gli assassini non erano dunque tre e non indossavano le vesti levitiche le redingotes? E la raquine dai capelli rossi dove è andata a finire?

— Erano tutti personaggi immaginarii. Lettrice di Sherlock Holmes ho rubato al fecondo autore un capitolo per sviare le vostre ricerche. L'assassino unico e solo è Alessandro Wolf. Almeno io non ho visto che lui. Ve lo giuro: egli è l'assassino di mio marito e di mia madre.

Perchè avete aspettato a farmi queste comunicazioni?

— Per compassione. Marietta Wolf è stata la mia cuciniera per tanti anni e anche un po' la mia confidente. Capirete la mia Marietta è la madre del criminale. Ieri mattina quando voi, signor Hamard, siete venuto da me, e l'individuo che sapete ha dichiarato alla mia e alla vostra presenza, che l'autore della tragedia era Alessandro Wolf io ho sentito il peso del vostro sguardo che cercava di penetrare nel mio cervello. Io non ho potuto trattenermi un brivido e voi dovete esservi accorto del mio turbamento. E allora tutto è stato finito. Io ho provato il grande rimorso di avere accusato per lui quel povero Remy Couillard.

— Voi dunque volevate salvare Alessandro Wolf? Per quale motivo?

— Per non addolorare una serva fedele, alla quale devo molti ringraziamenti.

Alessandro Wolf sarà arrestato fra pochi minuti.

Grazie, signore.

— Faccio il mio dovere. Io non posso interrogarvi, ma se mi è permesso una interrogazione vi domando un'ultima volta se voi, prima di uscire dal mio gabinetto confermate l'accusa contro Alessandro Wolf.

Absolument! Ripeto che è lui l'assassino di mio marito e di mia madre. Nella notte della spaventosa sventura io non ho veduto che lui. Sì, o signore, Alessandro Wolf, credendo che nella mia villa dell'impasse Ronsin non ci fosse alcuno, vi è entrato per derubarci. Invece si è trovato alla presenza dello Steinheil e della Japy e li ha uccisi.

— E voi?

Risparmiata! diss’ella lasciando cadere la testa sul seno come se avesse compiuto un sacrificio.

Perchè?

— L'ho supplicato di lasciarmi la vita, aggiunse madama con accento ancora più tragico.

— Non sono passate che delle ore e io ho paura, caro Baragiola, di assistere nella sala dei giudici istruttori a un'altra confessione.

— Allora sarebbe giudicata....

Pazza!... E chi vi dice che non sia il suo giuoco? Giovanna Weber, la strangolatrice di bimbi, non è riuscita a farsi mandare al manicomio a furia di narrazioni? Da quella donna, per la quale ha sospirato tanta gente, possiamo aspettarci tutto.

 




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