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Sono in viaggio per Bethune, al
nord della Francia, nel dipartimento di Calais, a due ore circa da Parigi. È la
prima volta che mi trovo nel romanzo Steinheil senza Bizet e senza di lui mi
pare di avere perduto la testa direttiva. Tuttavia non ne sono malcontento. Le
sue idee sulla pena di morte sono rimaste quelle dei tempi del terrore. Sarò
antiscientifico, ma la terribile macchina elettrica rimessa in servizio come
giustiziera è un'involuzione sociale che inorridisce. Si vede che i popoli
hanno delle fermate e dei ritorni. Dopo tanto discutere sulla delinquenza, dopo
tante oscillazioni, dopo tante bufere oratorie per eliminare dal nostro
ambiente il carnefice, il carnefice ritorna in mezzo alla Francia più
rispettato di prima. Egli non è più un arnese vivo che disgusti o trasmetta i brividi.
No, la gente la saluta, lo riverisce, lo contempla e gli batte le mani quando è
in viaggio con la «vedova», per metterla in funzione per la produzione dei
capilavori. Tra un secolo e l'altro non c'è dunque che qualche modificazione.
Ai tempi di Capeto, Sanson aveva i calzoni corti, portava calze bianche,
calzava scarpine scollate e fibbiate, aveva in testa il tricorno e indossava la
giubba alla francese e la lunette era un po' più malfatta e un po' più
corta di quella che ora serve a Deibler a mietere le teste. La signora Bizet ha
voluto munirmi ieri sera di una fiala di cognac, caso mai l'apparato di una
esecuzione mi facesse venir male. Ma non ho bisogno del coraggio artificiale.
Due esecuzioni in Inghilterra mi hanno dirò così reso insensibile. La
soppressione della vita con la corda al collo è assolutamente più spaventosa di
quella con la mozzatura del capo. Coloro che vi assistono sentono l'esecuzione
capitale assai più che non il condannato. C'è lentezza, c'è il canto religioso
che rincupisce per i corridoi della prigione. C'è la voce lugubre del ministro
della chiesa, c'è la cadenza dei passi simultanei che fa circolare per il
sangue un freddo che agghiaccia e c'è il carnefice coi suoi aiutanti, vicino
alla vittima, che intetra i pensieri. L'esecuzione francese è più teatrale, più
movimentata, più conscia dell'operazione chirurgica che compie in nome della
Società, di quell'altra che pare vergognosa, che avviene fra le mura di un
cortile, senza il pubblico. La corda sente troppo del criminale. È come un
cappio che vi si getta allo svolto di un angolo per condurvi coi piedi sul trabocchetto
che vi lascia precipitare per tre o quattro tratti di fune in una stanza
sottoposta, a fianco della quale è una scaletta che permette ai medici e ai
curiosi come me di vedere il corpo sussultare o trepidare nel vuoto.
L'operazione legale inglese ha poi qualche volta l'inconveniente di scuoiare il
collo e inorridire lo spettatore con il mostruoso spettacolo della trachea
svestita, lungo la quale si potrebbero contare gli anelli cartilaginosi o di
presentare una faccia tutta convulsionata dalla caduta, con l'osso nasale
spostato, con le cavità facciali contratte, con le arcate orbitali sollevate,
con una linea verticale dalla gobba frontale alla sinfisi del mento, come se ci
fosse stato un tentativo di dimezzarla.
La ghigliottina è più audace,
più spiccia, più conscia della sua forza. Non deturpa, non stinge, non mette
sottosopra le quattordici ossa della faccia come la corda. Si direbbe che il
condannato non subisce alterazioni. Una lama gli separa la testa dal collo, ma
un ago da rigattiere ne può ricucire i pezzi e gli interessati possono
rivederlo ancora tepido senza crispazioni, senza rughe, senza contorcimenti,
senza sberleffi alle labbra. La testa di un impiccato ha l'aria di un mostro e
di una figura capace di tutti i delitti. È irriconoscibile. La testa di un
ghigliottinato conserva la tranquillità di un operato sotto l'azione del
cloroformio. La superficie del viso non respinge. Con gli occhi chiusi pare un addormentato.
Nessuno può mettere in dubbio la sua identità. Quando l'aiutante di Sanson, un
maratista fanatico, non ha potuto trattenersi dal riacciuffare i capelli di
Carlotta Corday per rifarla vedere al pubblico e punirla con uno schiaffo del
misfatto di avere ucciso l'Amico del Popolo, la gente sulla piazza della
Rivoluzione non ha avuto errori ottici nè incertezze. Ella era la stessa testa
apparsa pochi minuti prima sul mantello rosso delle condannate al supplizio.
Il sole era già in alto e l'aria
incominciava a divenire meno rigida. Nel mio vagone di seconda classe c'era
ressa. La passerella era forse più affollata degli ambienti interni. Se ne
discorreva. Nessuno aveva pietà per la Banda Poulet. Tutti erano preoccupati invece del
posto. Temevano che qualche ordine li chiudesse fuori con uno steccato o che le
esecuzioni con un ministro come il Briand, il quale riservava sempre delle
sorprese, venissero ordinate nell’interno della carcere. Fra la moltitudine
lungo la passerella c'era un giovine giornalista, il signor Dubois, inviato
speciale, che a furia di prendere parte alle conversazioni era diventato una
specie di conferenziere dei giustiziati. Ne parlava come se li avesse
conosciuti e come se fosse stato con loro sul palcoscenico della decapitazione.
Tozzo, faccia irregolare, capelli sbattuti da tutte le parti, bocca batracesca,
sormontata da un naso rincagnato, occhi grigiastri, ravvivati da una pupilla
che pareva una goccia d'inchiostro dilatata. La voce chiara che si prestava a
tutte le piegature del suo pensiero, faceva dimenticare la sua bruttezza. Senza
gesti. La sua parola non aveva bisogno di accompagnamenti. Gli usciva dalla bocca
con le vibrazioni o i trasalimenti o con la melanconia o la passione o il
rincrescimento che voleva darle. Io, per esempio, non saprò mai mettere la sua
inflessione di voce sul déjà? dei condannati a morte. Egli è
inimitabile. Vi si sentiva il dolore supremo, lo strazio immenso, la
preparazione angosciosa a sottomettersi alla volontà della legge. Che! di già?
ha detto la Corday
alla vista del boia in camicia rossa che andava verso lei con le cesoie per
reciderle la ricca capigliatura di un biondo cenerino. Quoi! déjà? —
Come venite presto. Signore, diceva Maria Antonietta, vedendolo entrare da lei
per la stessa operazione! Non potreste ritardare! Dubois, tra la sorpresa del
carnefice e il capriccio di rimandare il taglio dei capelli ormai ingrigiati,
sapeva far uscire dalla prima la donna terrorizzata e dal secondo la civetta
che conserva fin all'ultimo i gusti della «infame» che aveva disgustato il
mondo con i suoi piaceri e la sua depravazione. In un momento, continuava a
dire il conferenziere, in cui si portavano al patibolo anche i condannati che
si sottraevano al supplizio con il suicidio, il coraggio non era di tutti. La Du Barry, la cortigiana
di Luigi XV, non voleva morire. I carnefici hanno dovuto portarla
sull'impalcato. Desmoulins si disperava prima di giungervi. Lucilla, sua moglie,
piangeva dirottamente. La paura di Roland è stata tale ch'egli ha pensato perfino
a proteggere il cadavere. Gli si sono trovate in tasca queste parole: «Roland,
rispettate i resti di un uomo virtuoso». Al contrario sua moglie ha avuta
l'audacia di Danton. Alla gente che domandava la sua testa mentre era avviata
sulla charette, nell'abito bianco, coi capelli neri recisi alla nuca,
ella rispondeva: prendetevela!
— Alla ghigliottina! — Ci vado,
aggiungeva madama Roland con amarezza, ci vado, vi sarò fra qualche minuto, ma
coloro che mi inviano non tarderanno a seguirmi. Io vi vado innocente, loro vi
andranno insudiciati del sangue delle loro vittime.
L'ho abbandonato quando si è
compiaciuto di descrivere gli ultimi momenti di Danton, ricordando un po' del
suo passato. Dubois è indubbiamente un giornalista abile, se scrive come parla,
dicevo a me stesso, ma è uno storico che ha bevuto alle fonti impure o che
interpreta gli avvenimenti per dare una mentalità agli uomini che non hanno. Li
sfigura, li denigra, Danton in bocca sua avrebbe salvato Luigi XVI per un
milione. Tanto varrebbe che si dicesse che farei saltare il treno sul quale
viaggiamo se mi si desse un po' di benessere. Eh via, signore! diss'io sempre
mentalmente, al diavolo la vostra fantasia di ubbriacone.
A Bethune ho trovato tanta gente
come avrei potuto trovarla a una fiera o in un luogo di pellegrinaggio. Le vie
rigurgitavano. Osterie, caffè, trattorie pieni zeppi. Si va via a disagio. Le
quattro operazioni chirurgiche hanno attirato più gente che una
rappresentazione di una nuova tragedia del Rostand. Il male attrae più che il
bene. Io sono riuscito a scovare un letto girando un po' dappertutto. Con
l'autorizzazione di Aristide Briand, il guardasigilli socialista degli ultimi
tempi di Hervé, non ho trovato che funzionarii pronti a sberrettarsi e a farmi
largo. La mia prima visita è stata al cellulare, dove cinque illustrazioni del
delitto aspettavano da sessanta giorni di andare ai lavori forzati a vita o al
patibolo. Meritino o non meritino la grazia mi pare che la vitaccia di avere
avuta la mannaia sospesa sul proprio collo per due mesi dovrebbe essere
considerata una espiazione di tutti i peccati...
— Peccati! mi diceva il capo
guardia che mi conduceva alle loro celle, alle celle 24, 26, 28 e 30,
aggiungendomi che il quinto non sarebbe stato ghigliottinato per la sua buaggine.
È un degenerato senza coscienza del male che commette. Voi dite «peccati». È un
nome inadatto per riassumere i loro esecrati misfatti. Semplicemente qui nel
nord estremo della Francia i loro nomi o il nome della banda Poulet fa venire
la pelle d'oca. Hanno compiuto, a dir poco, secondo la loro stessa confessione,
più di mille e cinquecento fra aggressioni e rapine, scassi e ladroneggi e
invasioni di domicili, di giorno e di notte... Fortuna che la Camera dei deputati è
riuscita, se no avremmo avuto il triste spettacolo di vederli sopravvivere ai
loro reati.
Con il capo guardiano mi sentivo
con la tradizione. Egli non vedeva che i delitti. Parlandomi delle loro azioni
di sangue inorridiva come un ragazzo e faceva modacci come se non fosse mai stato
in un ambiente carcerario. Per quale ragione questi cinque malviventi si sono
associati per svaligiare e uccidere? Non è mica, soggiungeva l'alto funzionario
delle guardie, perchè manchino del senso morale o perchè abbiano qualche crepa
cranica, ma perchè per loro rubare o ammazzare era diventato un mestiere, un
mezzo di guadagnarsi l'esistenza. Si potrebbero chiamare professionisti del
male. Piantavano il coltello nel corpo di una persona, come io e voi lo
possiamo piantare in un cappone cotto arrosto. Si servivano di qualunque
strumento per accoppare la gente sorpresa di notte. Una volta hanno assassinato
una famiglia composta di padre, madre e figlia a colpi di coperchio di caldaia
che avevano trovato sui fornelli. I genitori erano vecchi e la figlia si era gettata
in ginocchio a supplicarli di risparmiarle la vita. Abele e Augusto Pollet, due
fratelli, due nemici del genere umano, hanno fracassato loro il cranio con una
coperchiata ciascuno. L'indifferenza al delitto della banda era giunta a un
punto da sbalordire i più inveterati delinquenti. Dopo i fattacci di sangue,
sporchi come erano, andavano in cucina e si mettevano a tavola con quello che
trovavano nelle cazzeruole e nei fiaschi o nelle bottiglie.
Il capo della banda è Abele
Pollet, dalla faccia deliquentizzata dall'ambiente. Pulita, sbarbata e quindici
giorni di aria libera e di cucina generosa la farebbero dire bella a molte
donne. Durante l'aspettativa gli è cresciuta la barba intorno al mento e gli è
andata su per le estremità zigomatiche fino a perdersi nei capelli neri come il
catrame. Arcate sopracciliari di peli folti, mandibole grosse, testa voluminosa
con capelli nerissimi tendenti ad arricciarsi, labbra di sensuale. Il fratello
Augusto, nella cella in fondo, non può più vedere Abele dai giorni del
processo. Andranno alla morte senza abbracciarsi. Augusto non sa persuadersi di
non averlo fatto assolvere. Ha le palpebre sugli occhi come se la luce gli
facesse male, barba con radature agli orli delle guance che lo rendono ancora
più repulsivo. Deroo, uno dei compagni, veduto dall'occhio di bue nell'uscione,
con il berretto in testa, sembra abbia subito una depressione violenta, tanto
ha la fronte bassa. Sulla sua faccia è come uno sforzo perenne per tenersi in
uno stato di concentrazione. Bocca irregolare, con baffetti castani, a uncini
acuminati. Canuto sente troppo della carcere per essere descritto. Il viso è
più gonfio che grasso. Come il Deroo ha il vuoto di separazione tra un baffo e
l'altro, ma le punte di quest'ultimi sono capovolte. Hanno tutti la catena ai
piedi per impedir loro di fare dei passi lunghi. Indossano l'abito dei
condannati, vale a dire il costume a rigoni; sono al loro servizio dieci
guardiani che si danno il cambio, senza abbandonarli un minuto, nè giorno nè
notte.
Passano le ore cantando. A furia
di cullarsi di speranza in speranza sono giunti alla persuasione che andranno
alla Guiana francese a finire i giorni. Tutti l'hanno a morte con Abele Pollet,
considerato dai complici l'organizzatore degli omicidii. Dicono che senza di lui
nessuno di loro sarebbe nella cella dei suppliziandi. È lui, il brigante, che
ha fatto tutto. Qualcuno di loro piange nei momenti di debolezza. Ma subito
dopo si riempie di coraggio cantando la marsigliese: Aux armes, citoyens!
— Se voi non avete paura di un
essere repulsivo vi contento subito, mi rispose gentilmente il capo cacciando
il chiavone nella toppa e spalancandomi la cella segnata col numero 24.
— Buon giorno, signore, mi disse
tendendomi la mano.
— Buon giorno, gli risposi
stringendogliela.
— Vi lascio con lui e l'agente,
soggiunse il capo guardando l'orologio. Fra dieci minuti verrò a riprendervi.
— Suppongo che siete stufo di
aspettare il messaggio presidenziale.
— Se lo sono! mi rispose alzando le braccia per
stiracchiarsi e sbadigliare sgangheratamente, come se avesse voluto
smascellarsi. Immaginatevi che faccio questa vita da più di sessanta giorni.
Impacciato ai piedi, legato al letto quando si va a dormire, con un guardiano
alle costole dal giorno della condanna fin adesso, con tre seccatori per
compagni di corridoio che hanno partecipato ai delitti, ma che avrebbero voluto
che io li dichiarassi innocenti per vedermi solo in compagnia del carnefice.
No, cari signori, se io ho organizzato, voialtri siete venuti con me e avete
avuto tutte le volte la vostra parte di bottino. È dunque giusto che veniate
con me. Abbiamo ucciso, è giusto che ci si uccida. Io sono sincero, sono côlto
e son pronto a pagare. Mi rincresce di avere trascinato la mia compagna sulla
via... Quella si è innocente, poveretta! Lo direi in faccia a centomila
persone. Lasciatela uscire, è madre dei miei figli e pagatevi col mio sangue.
Io solo sono colpevole.
Parlava come tra sè, con voce
commossa, con gli occhi che mi parevano umidi. Forse mi ha creduto un
magistrato o qualche pesce grosso della Repubblica.
Più tardi ho saputo ch'egli è
sempre stato tenero per le donne del suo cuore. Ne ha amate molte e molte lo
hanno ricambiato della stessa affezione. Se ha rubato e assassinato e se è
divenuto implacabile con tutti per il denaro e la propria salvezza è stato più
per loro che per lui.
Il capo guardiano mi ha tolto
dalla posizione penosa. Me ne sono andato come lui per le scale. È un cellulare
con i difetti e le nausee degli altri. Lungo i corridoi si sente la puzza
pestilenziale di tutti i luoghi di penitenza. In quello della Steinheil c'è
forse più pulizia, ma il sistema è identico. Per paura che il recluso o la
reclusa fugga dai cannoni di terra latrineschi le autorità che torturano la
gente agguantata dal codice eliminano il cesso. Porci! Celle anguste, oscurate
dal cassone appeso alle finestre, biancheggiate dalle chiazze di calcina
sbattute qua e là per le pareti con spavalderia dall'imbianchino che aspetta il
processo o il trasloco, con un saccone impuntito, tenuto alla parete rovesciato
da una spranga di ferro, con un pavimento di pietre sonore e lucidate ogni
mattina dallo strofinaccio dell'inquilino. C'era molta gente. Quasi tutte le
190 celle erano occupate. Ma gli eroi erano sempre quelli della banda Pollet.
Nessuno ambiva il loro posto, ma tutti ne ammiravano le gesta. Non sono buoni
tutti di fare quello che hanno fatto loro, mi ha detto uno spazzino.
— Stupidaccio! gli ha gridato il
capo guardia. Ti manderò in cella.
Ho visto troppi malviventi per
interessarmi della popolazione che borseggia e svaligia e va per le case altrui
come padrona o imbroglia il prossimo. Fra gli imbroglioni non prendo in considerazione
che Teresa Humbert — la grande Thérèse, come è chiamata nel mondo dello scrocco
— Lemoine, Fraschini e altri truffatori geniali. Sono delinquenti di lusso come
i delinquenti di Sherlock Holmes. Senza di loro i tribunali non darebbero che
la noia della ripetizione dello stesso reato. È più divertente un prete che
abbia scroccata la somma alla beghina che credeva conquistarsi il paradiso o
attrae più pubblico un falsario che sia riuscito a riscuotere uno chèque al
portatore di tutta una caterva di ladruncoli che finisce la vita passando da
una sentenza all'altra.
Anche i sanguinarii che non
arrivano fino alla ghigliottina non possono destare grande interesse. Tolta la
comparazione della ferocia con cui compiono le stragi umane non si ha che un
tipo — un tipo in arretrato, non evoluto — rimasto analfabeta e insensibile ai
dolori della vita. Sono in mezzo a noi come superstiti di un'epoca che non
abbiamo conosciuta. Ammazzare come ammazzavano i Lacenaire e i Troppmann,
pazienza. Arrischiavamo il collo per qualche cosa. Sapevano che la riuscita li
conduceva a qualche agiatezza. Ma gettarsi sugli sconosciuti con qualunque arma
che capiti loro alle mani, senza sapere a chi sopprimono la vita, senza sapere
se il sangue che spargono valga la pena del misfatto è azione da pazzo. Eyraud
che va alla ghigliottina dopo avere speso di più a disperdere il cadavere di
quello che gli abbia data la strangolazione dell'usciere, non suscita che
disgusto. La banda Pollet ha trucidato i vecchi e le vecchie come Eyraud.
Aggredivano senza sapere se l'aggressione sarebbe stata feconda di quattrini.
Evvia, mi diceva un liberato dal carcere che conosceva i Pollet dalla prima
volta che vennero messi sotto chiave. La ghigliottina è una elevazione per
loro. La legge dovrebbe avere strumenti più umilianti per gentaccia indegna del
mestiere.
Lungo il pomeriggio non si
gridava che viva Deibler! Chi non sapeva perchè egli si trovasse in Bethune
avrebbe potuto crederlo un candidato politico o un eletto del popolo. Viva
Deibler! Un tabaccaio ha avuto la genialità di sfruttare la popolarità del
carnefice con la tagliapunte di sigari a lunette, tirata su e giù
meccanicamente da un personaggio che gli assomigliava. Nella piazza dell'esecuzione
Deibler è stato acclamato. Per salvarsi dalla gente che voleva toccargli le
mani, vederlo in viso, avere l'onore di parlare con lui, il funzionario dei
capilavori, ha dovuto saltare in brougham e farsi condurre dal vice prefetto a
prendere gli ordini per il domani.
Al mio albergo durante il
pranzo, ho dovuto ascoltare anche gli elogi di Abele Pollet. Ha avuto anche lui
il suo lato cavalleresco. Forse sono ricordi d'appendice. Si dice che una
notte, mentre stava per finire un vecchio a colpi di tizzonate sulla testa, gli
abbia domandato dove teneva nascosto il denaro.
— Voi potete uccidermi, ma non
ve lo dirò mai!
La risposta coraggiosa è
piaciuta tanto al Pollet che ha buttato via l'attizzatoio.
— Tu meriti il mio perdono!
Un'altra volta saputo che le
poche centinaia di lire che aveva trovate in un canterano, di due poveri vecchi
erano le sole risorse della loro vecchiaia si è affrettato a restituirle di
notte, facendole passare di sotto l'uscio, aggiungendovi qualche biglietto da
cento del suo.
Al processo della banda del
nord, composta di sessanta accusati, Abele era chiamato il Cartouche per le
crudeltà e per qualche atto superiore alla sua classe. La sua moralità sessuale
era pure sul banco degli accusati. Fra le dieci donne che l'avevano amato un
po' tutte, avevano partecipato alle sue stragi, facendo da stellone, da
informatrici, da preparatrici; c'erano Giuliana, sua moglie, Luigia Mathoret,
sua amante, e Cecilia, sua sorella. Tutte bellocce. Non si capiva come avessero
potuto acconciarsi alle sue infedeltà. Forse erano tenute assieme dalla paura.
Pollet, nei suoi momenti di collera, era una tigre, un orso bianco. Non si
lasciava ammansare che dal sangue. Alle sette, quando pensavo al letto per
essere in piedi prima dell'aurora, mi sono veduto davanti Bizet. Egli era
giunto coll'ultimo treno per avvertirmi che Andrè, il giudice istruttore, era
probabilmente sulla pista dei veri autori del delitto del passaggio Ronsin.
— Si è trovato un certo
Tardivel, del sottosuolo, con una chiave nel baule che tutti vogliono far
diventare quella mancata dal grembialone del servitore Couillard. Se fosse vero
il mistero sarebbe svelato e il nostro romanzo documentale avrebbe bisogna di
molti ritocchi. Ma io sono arrivato a bella posta, perchè non vi lasciate
impressionare. Lo credo un trucco cucinato fra gli amanti della Steinheil o da
qualcuno di loro. A ogni modo aspettiamo che si svolga l'avvenimento. Per noi,
l'affare Steinheil, non avrà finale che con Deibler, se la Repubblica manterrà la
legge uguale per i due sessi. Ah ci metterei del mio collo per andare in fondo
al dramma! Sono così sicuro delle mie indagini che se sbagliassi smetterei di
fare il mestiere. Se vi ho fatto venire qui è stato per allenarvi, come direbbe
uno sportsman, alle esecuzioni. Mentre parlo ci sono nelle celle dei condannati
a morte ventisei colli che aspettano il colpo di grazia. Mangio un boccone e
filo in letto, perchè io non vado mai alle esecuzioni capitali che in una
condizione fisica buona. È un momento in cui si ha bisogno dei proprii nervi.
La discesa precipitata di una lama è una sola sospensione di fiato. Ma il
principio e la fine sono due momenti terribili, più per coloro che vi assistono
che per quelli che vi partecipano. Ho veduto cadere la testa di Ravachol, più
mostro che uomo. Ho fatto di tutto per padroneggiarmi col tenermelo negli occhi
con le ginocchia sullo stomaco del vecchio mendicante che aveva strangolato.
Non ci sono riuscito. In quel momento il condannato non era per me che un uomo.
Sicuro! Un uomo come lui che aveva meritato tutti i supplizi della
immaginazione per le sue crudeltà e le sue carneficine mi ha fatto venire
qualche cosa alla gola che mi soffocava. Voi volete dire che così dovrei
mettermi fra gli abolizionisti. V'ingannate. Le mie indisposizioni non devono
modificare o riformare la giustizia. Prima di andarvi avevo bevuto un caffè
all'uovo. Fu peggio. Bisognava andarvi a digiuno, questo è il mio consiglio ed
è il consiglio che vi darebbe anche Deibler. Lui e i suoi uomini vi vanno con
un solo assenzio nello stomaco. Pensate. Ero a Monbrisson, in piedi dalle due
del mattino per vedere il furgone dei cosidetti «legni della giustizia», tirato
da tre cavalli per la ripida strada che conduce nei dintorni del palazzo di
giustizia e la prigione. Piantata la ghigliottina, io e il carnefice e il
procuratore della Repubblica, signor Cabannes, siamo andati nella cella del
condannato. Ravachol dormiva come un ghiro. Aveva letto fino alle dieci di
sera, senza pensare che sarebbe stata la sua ultima notte.
— Coraggio! gli disse il
direttore delle carceri svegliandolo.
Egli non si era neanche
svestito. Si è messo sentone, ha guardato in faccia a coloro che erano intorno
al suo letto e poi ha detto toccandosi le gambe
— Coraggio! coraggio! ne avrò;
vedrete che avrò del coraggio.
Il condannato deve andare al
supplizio vestito dei suoi abiti. Ravachol ha lasciato giù il costume
carcerario e indossato il suo diceva: mi sta bene, via, si direbbe che sto per
andare a un ballo. Finita la toilette il procuratore gli ha domandato se
desiderava qualche cosa:
— Parlare alla folla, rispose
con la bocca piena di cinismo; ma non me ne darete il tempo.
— Desiderate il prete?
— Non ne ho bisogno. Non ho mai
avuto religione. È cosa buona per gli idioti.
E al prete Claret che gli è
andato incontro con il crocefisso, gli ha detto:
— Portatelo via se non volete
che gli sputi sopra. La vostra religione è stupida.
Ai carnefici che gli legavano le
mani al dorso disse:
— Si vede che avete l'abitudine
del mestiere. Siete così gentili!
Ravachol è uno dei pochi che
sono andati al patibolo digiuni. Egli non ha vuotato che un bicchiere di vino.
Di solito, consigliati dai funzionarii della prigione, mangiano. Maria
Antonietta si è fatta portare una tazza di cioccolata e un panino che allora si
chiamava mignonette. Capeto ha avuto il fegato di trangugiare due uova
al latte con pane e burro. C'era molta folla alla esecuzione di Ravachol.
Deibler aperse la vettura con la chiave e i due aiutanti fecero discendere il
suppliziando. Non si udirono che imprecazioni. Se c'erano fra la gente
anarchici non hanno osato applaudire. C'era troppo pericolo. Ravachol, a
ottanta centimetri dalla ghigliottina, era pallido come la camicia che il boia
gli aveva largamente tagliata al collo, perchè gli si vedessero anche le
spalle. Lo sparato aperto gli lasciava vedere il petto villoso. Ha tolto
l'illusione a coloro che avevamo supposto il suo pallore della paura. In faccia
allo strumento che doveva accorciarlo, egli riprese la canzone smessa uscendo
dalla vettura
Pour être heureux, nom de Dieu....
Venuto il momento di essere
sdraiato sulla tavola rossa che si alza dalla bascule per ricevere il corpo
senza obbligarlo a curvarsi e ritornare al posto con il condannato che si trova
poi il collo incastrato nelle due mezzelune, Ravachol ha tentato di parlare:
Cittadini! Gli aiutanti lo hanno preso per le spalle ed egli ha cercato di
sottrarsi alla violenza con uno scotimento.
— Lasciatemi, nom de Dieu!
Non gli si è dato tempo di aggiungere «io ho» che il suo
collo si è trovato chiuso fra le parti arcuate.
— Viva la Riv....
La lama triangolare non gli ha
lasciato finire la parola. La sua testa è sdrucciolata nel paniere, spruzzando
di sangue le gambe degli aiutanti vicini. In quel momento di colluttazione fra
gli aiutanti e Ravachol mi è venuto il capogiro. Ho veduto come una strage fra
di loro e non ho avuto che il tempo di mettermi la fiala al naso. Ohè, è tempo
di coricarsi, diss'egli tirando dalla sigaretta una boccata di fumo.
— È tempo, diss'io sbadigliando.
Avviandoci alle stanze preceduti dal cameriere, dicevo a Bizet se tutto ciò che
mi aveva raccontato non lo avesse sconvolto e data la ripugnanza per le operazione
pubblica del collo compiuta da un carnefice.
— Io sono impregnato come voi di
lamartinismo e di victorhughismo. E devo fare, naturalmente, un grande sforzo
per essere del mio tempo e soffocare la repulsione intollerabile che m’ispira
la ghigliottina. Darei la preferenza alla sedia elettrica americana, anche
perchè con essa non c'è diffusione di sangue. Ma non sopprimerei mai la pena di
morte, il più alto gradino delle nostre leggi punitive. Sarebbe come un
edificio senza tetto. A domattina, Baragiola.
— A domattina, risposi.
Col sonno che avevo non ho
potuto dormire. Il chiasso era enorme. Si ripeteva la scena di ogni esecuzione.
La gente era tutta alzata o non era andata a letto. Pareva una notte di
carnevale. Si parlava ad alta voce, si udivano frotte di piedi e canzoni
infiammate dall'alcool. Non ho potuto resistere. Sono saltato giù dal letto e
disceso in strada, dopo avere passato un biglietto sotto l'uscio di Bizet per
avvertirlo che sarei risalito alle quattro e mezzo a prenderlo. Pioveva. Si
camminava nel pattume.
La città era foscamente illuminata.
Quasi tutte le botteghe erano aperte. Si mangiava, si beveva, si fumava e si
cantava la Marsigliese
come alle corse dei cavalli. Le finestre dei luoghi delle esecuzioni erano
vendute a prezzi d'oro. Non si ascoltavano gli aspiranti all'affitto che a
pezzi d'argento. Si camminava a disagio, come alle fiere. Agli angoli
giungevano carrozzate di provinciali accorsi allo spettacolo. La piazza
Lamartine era piena da due ore. Gli aiutanti piantavano le due travi quadrate
dalla pialla e arrossate dall'imbianchino nei quadrettoni cavi della bascule e
i soldati ricevevano alla schiena le ondate impetuose delle moltitudini. Viva
Deibler! era il ritornello della nottata.
Al caffè dalle tendine di
guipure, come nei caffè fiamminghi, mi sono imbattuto con i giornalisti. Non ne
conoscevo uno. Probabilmente erano tutti corrispondenti. Dubois era in mezzo a
loro a raccontare gli episodii delle esecuzioni alle quali diceva di avere
assistito. Io non ne raccolsi una parola. Mi pareva un ciarlatano con molta
fantasia. A me bastava Bizet.
Bussai al suo uscio alle
quattro, dicendogli che lo aspettavo dabbasso. Alle quattro e mezzo abbiamo
veduto il boia che scuoteva le travi con le sue mani per assicurarsi che
fossero salde e facessero correre su e giù per le incavature nei fianchi il
pezzo mobile a mezza luna. La lama in alto era avvolta nel suo sudario.
Giunti il sostituto procuratore
della Repubblica, Monnier, il prefetto, il sottoprefetto e l'elemosiniere, si
ammisero anche gli invitati che avevano il loro biglietto in regola. Il
carnefice con due dei suoi aiutanti in tuba e stiffelius come lui completavano
il gruppo funebre. Capo, sottocapi e guardie andavano e venivano con le
lanterne e tutta la prigione immersa nel silenzio sentiva forse della funzione
che si stava per compiere. Era troppo il baccano che si faceva in piazza
Lamartine, perchè i prigionieri non udissero viva Deibler! e il nome di Pollet
in tutte le bocche. Per rompere quel momento lungo e angoscioso, dicevo
sottovoce a Bizet che aveva le mie paure che il carnefice, per quanto figlio di
carnefice, e abituato a mietere teste, potesse avere l'animo di continuare fino
alla quarta operazione senza sentirsi oppresso o magari rimanere a mezza via.
— Che! lo vedrete dopo fare una
buona colazione. Egli ha perduto la sensibilità degli altri uomini. Tagliare
una testa per lui non è più che un movimento meccanico. Che cosa avrebbe fatto
il povero Sanson se fosse stato importunato da simile sentimentalismo!
Prima che spuntasse il giorno
sentivamo lo scalpitio dei cavalli giunti intorno a quella specie di steccato
che correva intorno alla ghigliottina e aveva le estremità fino a 50 metri dalle muraglie
della prigione. Si è voluto lasciare l'esecuzione pubblica, ma si è cercato con
lo steccato di ridurla a 400 o 500 invitati. Prima di muoverci verso la cella
dei condannati abbiamo dovuto aspettare una trentina d'uomini in abito nero,
con cravatta azzurra, con camiciotto bianco a lattuga e col bicorno per
copricapo. Erano i soci della confraternita bethunese, incaricati di seguire i
morti che non sono accompagnati nè da amici nè da parenti al cimitero.
Ci hanno tenuti in quella
posizione penosa per più di due ore. Finalmente io e Bizet siamo stati chiamati
dal direttore del penitenziario per sentirci dire che il ministro gli aveva
telegrafato di ammetterci con le autorità alle celle dei condannati, purchè ci
uniformassimo alle disposizioni carcerarie che non ci permettevano di parlare
con loro. Ci curvammo e ci mettemmo al suo dorso. Infilato il corrodoio con il
capo guardiano, Deibler e due dei suoi aiutanti alla testa, ci si è detto che
tre dei giustiziandi dormivano ancora della grossa e uno, il capo Abele Pollet,
era sveglio dalle cinque.
Spalancata la cella 24 uno dei
signori in abito nero si è avvicinato al letto, al quale Abele era ancora
incatenato, dicendogli:
— Il vostro ricorso in
cassazione è stato respinto e il vostro ricorso alla grazia del presidente è
stato pure respinto. Il momento è giunto. Coraggio!
— Non ve l'avevo detto, rispose
Pollet, rivolto alla guardia che lo custodiva, che stavano preparando il mio
caffè nero! alludendo alla bevanda concessa ai condannati prima
dell'esecuzione. Slegatemi, aggiunse, e facciamo presto.
La guardia aveva portato con lei
il fagotto degli abiti che indossava al momento dell'arresto. Intanto che si
vestiva faceva le sue raccomandazioni:
— Ho commessa dei delitti e devo
espiarli. Io però ho moglie. E la mia povera donna è stata spinta al male da
me. Ella non è punto colpevole. Io supplico che la mia morte serva a ridarle la
libertà. Ho dei figli. Raccomando che si prenda cura di loro.
Gli abati, Mercant e Galliot, al
limitare della cella, veanero respinti.
— Nè l'uno nè l'altro. Non ho
bisogno di voialtri. Non ho nulla da dire ai preti che non sono più vecchi di
me. Un libero pensatore che avesse paura di questi momenti sarebbe ridicolo.
Piuttosto, disse volgendosi al direttore, fatemi mandare un foglio di carta e
l'occorrente per scrivere. Mi voglio liberare da un pensiero che non mi lascia
quieto. «Muoio repubblicano, rimpiango mia moglie e i miei figli e ringrazio i
miei guardiani e tutte le persone che si sono occupate di me. Abele Pollet, 11
gennaio 1909».
— No, no, lasciate giù la
giacca, disse il carnefice prendendo possesso del condannato. Voi potete venire
con me anche in manica di camicia, aggiunse tagliandogli il collo e gran parte
del quadrato della camicia. Siate forte, diceva a mano a mano che gli vedeva il
largo della schiena possente.
La stessa operazione è avvenuta
nelle altre celle. I tre condannati non si aspettavano di essere risvegliati
con il caffè nero. A furia di aspettare avevano finito per dimenticare la pena
di morte. Canut-Vromant, compreso che si trattava degli ultimi momenti, gli si
è tramutata la faccia. Aveva l'aria di un pazzo. Bianco, esterrefatto, con gli
occhi fissi e istupiditi. È una trasformazione fisica che avviene sovente nei
condannati a morte. Il signor Claude ha raccontato che Troppmann è uscito dalla
Roquette con i suoi vent'anni ed è giunto al patibolo con un viso da cinquanta.
Egli era invecchiato precipitosamente. Sulla piazza della ghigliottina egli era
un vecchio pallido, abbattuto, con i lineamenti facciali sconvolti, con gli
occhi rossi non dalle lagrime, perchè non aveva pianto, ma dalla febbre o dalla
sovraeccitazione.
Quando gli si è comunicato che
l'ora era giunta di avere del coraggio, rispose:
— Non ho paura!
Ma poi sul palco il terrore gli
ha dato la forza della rivolta. Non voleva morire. Ci son voluti tutti e
quattro gli aiutanti per curvarlo sull'asse e poi ha lottato col boia che
voleva fargli entrare la testa sotto la mezza luna, dando al proprio corpo e
alla testa un movimento di contorsione che lo mettesse sul fianco. Ripreso per
la testa per farla entrare nella lunetta, egli ha cercato di spingervi la
spalla destra.
I più spaventati del supplizio
sono stati Deroo e Vromant. Entrambi hanno udito la sentenza con balbettii di
voce e brividi. Hanno accettato gli abbracci dei preti come una suprema
consolazione e hanno ascoltata la messa in ginocchio, dall'apertura dell'uscione
ganciato, detta da una dei sacerdoti, sul tavolo di cucina camuffato da altare.
Augusto Pollet ha ascoltato anche lui la messa, dicendo continuamente ch'egli
moriva per la perfidia del fratello.
Nessuno dei quattro ha rifiutato
la sigaretta offerta, secondo l'abitudine, dal direttore come viatico. Tranne
Abele fumavano febbricitanti, aspirandola frettolosamente, quasi avessero
voluta colorirsi la faccia con il fuoco della punta. L'ultimo a fumare è stato
Deroo. Egli non l'ha lasciata cadere dalle labbra che al portone d'uscita.
Aspirando fumo, perdeva la sua immensa agitazione. Lasciandone cadere gli
avanzi disse: Ora non ne ho più bisogno.
Venuti gli ultimi momenti gli
aiutanti del boia ricevettero l'ordine di completare la loro toletta di morte
con il legamento delle mani al dorso e con il laccio ai malleoli, perchè il
loro passo fosse misurato a quello degli altri e togliesse loro il pensiero
della fuga. Una volta riuniti nel corridoio nessuno dei condannati diede il
buon giorno ai compagni o manifestò qualche rincrescimento. Dall'atteggiamento
si capiva che ciascuno di loro attribuiva la propria disgrazia al capo della
banda, specialmente il fratello di Pollet. Il movimento è stato sincrono. I
piedi di tutti si sono messi in moto simultaneamente. I capi delle corregge
passarono nelle mani degli aiutanti a destra dei condannati. Prima che si
aprisse il portone si è udito il comando del presentat'arm. Passammo noi e il
carnefice. Non abbiamo avuto che il tempo di prendere il nostro posto, a fianco
a quello di Monnier, sostituto procuratore. Noi eravamo su un rialzo di legno a
fianco della gente sull'acciottolato e vedevamo ogni movimento. Due aiutanti
erano già sulla piattaforma. L'apparizione di Deibler fece scoppiare il
battimano.
— Viva Deibler!
Gli applausi mi hanno fatto
allibire e vergognare. Ma non era il momento di sussurrare la mia emozione,
neppure all'orecchio di Bizet, per paura di passare per l'amico degli
assassini. Deroo è uscito dal portone proprio nel momento in cui Deibler aveva
provato su e giù le aste della lama triangolare. Era preceduto da un guardiano
e accompagnato dal prete che gli ha dato l'ultimo abbraccio. I suoi occhi erano
già mezzo morti. Deroo disfatto, quasi inerte. I suoi piedi strascicavano. Gli
aiutanti più che sorreggerlo, lo portavano. Egli è giunto in faccia alla
lunetta più bianco della camicia mal tagliata. Non c'era più vita in lui.
Addossato alla tavola verticale, discese con essa con la testa passata nella
lunetta e il clic del bottone elettrico è stato simultaneo alla
mozzatura. La testa è caduta nel paniere di vimini, foderato internamente di
zinco e il corpo vi è stato spinto in un attimo allo stesso posto. Intanto che
uno degli uomini avvolgeva il collo e la testa del decapitato nella segatura
del paniere, un altro con la spugna, puliva le chiazze di sangue. Tutti gli
atti sono avvenuti in un modo così fulmineo che senza il soccorso di Bizet mi
sarei dimenticato di dire che il corpo di Deroo ha avuto come un tentativo di
raddrizzarsi, dopo che la testa era già rotolata di sotto. I fasci muscolari e
i fasci nervosi avranno avuto delle contrazioni. Più tardi ho saputo dalla
gente che stava di fronte al ghigliottinabile che al momento della separazione
le cavità orbitali hanno avuto un allargamento violento e un restringimento
immediato con la calata delle palpebre allungatesi come pelle che moriva o era
morta. L'operazione non ha destato alcun orrore. La gente è scoppiata cogli
applausi come alle rappresentazioni teatrali.
— Bravo! bravo Deibler!
Deibler è stato il più prudente.
Invece di curvarsi alla platea ha preso dalla tasca di sotto allo stiffelius la
pelle di daino, ha asciugata la lama ch'egli aveva fatto ridiscendere fino alla
portata della mano, e l'ha fatta risalire prima che terminasse lo scroscio
delle vociferazioni applauditive e dei battimani frenetici.
Si è udito una voce che parve in
cielo:
— Ha pagato!
Tutti gli occhi, compresi quelli
degli uomini sulla piattaforma della giustizia sanguinaria, hanno cercato in
aria l'autore della frase. Era quella di un birichino, nascosta nel fogliame di
un alto ippocastano che solcava il largo circolo degli ippocastani della
piazza.
— Bravo!
Canut-Kromant è stato il
secondo. Egli non era così pusillanime. Era ancora il condannato che aveva
cantato in cella, per sessanta giorni, le canzoni gaie e popolari della banda.
Stava in piedi senza il braccio degli aiutanti. Egli non si lasciava che
guidare verso il patibolo. Giunto ai gradini ha alzato il viso e ha guardato
senza paura all'altura della ghigliottina, dove era la lama, poi è andato senza
tremiti alla tavola e senza contorcimenti si è lasciato calare con la testa che
passava nel vano e ha subito il taglio dopo che gli aiutanti lo hanno spinto
coi piedi perchè il collo giungesse dove cade lo strumento di recisione. Il
taglio avviene di solito all'anello delle vertebre cervicali. Il movimento
della chiusura delle labbra si è compiuto come se la lama gli avesse ingiunto
di tacere.
— Bravo! Bravo! hanno gridato
quelli dei posti privilegiati. Bravo! rispose la moltitudine, scoppiando in un
altro uragano d'applausi.
Il fratello di Pollet è stato
veduto al portone abbracciato dal prete. Egli non aveva più sangue indosso. Era
cadaverico. Andava innanzi automaticamente, con dei trasalimenti che lo
trattenevano e obbligavano i dipendenti del boia a scuoterlo e a spingerlo.
Sapeva che la lotta era inutile, ma al momento di mettere il ventre sull'asse
verticale si è sentito una ventata fredda sul sangue che gli ha dato l'impeto
di rinculare. Sotto la mannaia ha cercato di capovolgersi come per vedere la
lama che si precipitava su di lui. È andato nel paniere senza convulsioni.
Abele Pollet è stato l'ultimo.
Al capo della banda si è voluto prolungare l'agonia facendola precedere dai
complici. Anche nel vestibolo del carcere non ha voluto saperne del prete. Per
allontanarlo ha dovuto fare l’atto, come Ravachol, di sputare sul cristo che
gli si presentava.
— Via quel balocco!
Egli esce e si ferma quando le
mani degli aiutanti cercano di tenerlo al braccio. A testa alta, con passo ferino
va direttamente alla volta del patibolo e ai piedi del gradino, cerca come una
sosta per girare gli occhi sugli spettatori di destra e di sinistra. È stato il
momento in cui il prete ha ritentata dir abbracciarlo.
— A bas les calotins! gli
ha risposto respingendolo con la fiancata.
Sulla piattaforma ha assunto un
atteggiamento di tribuno. Egli voleva spiegare la ragione dei suoi delitti. Ma
il carnefice non gli ha dato tempo che di gridare:
— Viva la Repubblica!
Ha voluto morire da uomo
politico. Il suo volto aveva conservato l'aria di sfida. Nessuna decomposizione
facciale. Se fosse stato slegato avrebbe incrociato le braccia. Alla tavola che
si è levata mentre egli era ancora nel vuoto ha dato la sua persona curvata e
il collo nelle mani di Deibler che non ha voluto che parlasse ai cittadini.
L'incidente è stato il sangue. Il taglio ha fatto schizzare il liquido rosso a
tre metri di circonferenza. Si sono vedute facce punteggiate di macchioline di
un colore scarlatto scintillante. Lo stesso boia aveva i calzoni macchiati. Il
sangue sul nero del panno, forse per un effetto di luce, pareva di un giallo
aranciato con del rossastro sotto la superficie.
La caduta della testa del capo
banda è stata come la scena finale che sollevava l'uditorio alla mimica parossistica.
In piedi, con la faccia alla ghigliottina, con le mani in alto, prorompeva con
le grida di: Bravo! bravo Deibler! e batteva il palmo destro sul sinistro fino
allo straccamento delle braccia e della voce. Irving nell'Amleto e
Zaccone negli Spettri di Ibsen non hanno mai avuto l’omaggio di un
applauso più lungo, più entusiastico e più fragoroso di quello che ha avuto il
carnefice che ha reciso quattro teste in cinque minuti, dalle 7 e 15 alle 7 e
20. Con l'insistenza furiosa pareva che il pubblico volesse il bis. Io ero in
mezzo al fragore con gli occhi sul moncone del collo di Pollet che perdeva
filamenti sanguinosi sotto il fiotto liquido che usciva a fiotti come spinto da
una pompa intermittente.
— A morte! a morte! urlavano i
più scalmanati, mentre il teatro si vuotava. A morte i Pollet!
Ho dovuto togliermi
dall'oppressione con una sorsata di cognac. Bizet mi ha detto che ero scolorato
più di una volta e che una volta mi ha scosso al gomito senza che io me ne
fossi accorto.
— Tanto è vero che avevate la
testa chi sa dove, che voi avete veduto portare al furgone il paniere che non
si è mai mosso. Lo si chiudeva a ogni operazione finita, perchè l'altro,
giungendo, non vedesse il decapitato nel sangue, ma lo si schiudeva non appena
il decapitando fosse adagiato ad aspettare il coltello. State attento, adesso
lo si porta sul furgone carico dei quattro cadaveri. Sareste un reporter poco
esatto davanti alle operazioni di giustizia, mi diss'egli offrendomi una
sigaretta che rifiutai per la prima volta, sentendo ancora nella mia testa gli
spruzzi del sangue dei ghigliottinati. Seguiamo Deibler. Egli è responsabile
dei condannati fino alla consegna.
Diffatti egli è saltato nella
nicchia, accanto al cocchiere, e il furgone si è messo in moto circondato da un
plotone di gendarmi. Arrivati al cimitero il ruotabile si è fermato all'entrata
della sala mortuaria, gli addetti al cimitero lo scaricarono del paniere che
pesava più di cinque quintali e deposero i corpi dei ghigliottinati vicino al
teatro delle autopsie, dove erano parecchi chirurghi e una diecina di studenti
con il grembiale di guttaperga fino alla fossetta della gola e le maniche rimboccate
al di sopra del gomito.
Il dottor Debierre, professore
della Facoltà di Lilla, fece la ricevuta dei cadaveri a mano a mano, che gli
uomini li adagiavano sul marmo e poi con un inchino mise in mano la stampiglia
firmata a Deibler, dicendogli che doveva avere avuto una giornata faticosa.
— Sono gli incerti del mio
mestiere, rispose il carnefice, mettendosela nel portafogli e volgendo le
spalle a tutti.
Avrei voluto domandare al
professore se il pensiero sopravvive alla decapitazione, ma Bizet mi ha tirato
per la falda, dicendomi sottovoce che avevo tempo di far l'esperienza con
altri. Ce ne sono altri ventisei che aspettano Deibler. Nei vostri panni
aspetterei fino alla ghigliottinatura di madama Steinheil.
L'affare Steinheil dormiva da un
mese e mezzo. Non si aspettava altro che la camera d'accusa si decidesse per la
libertà o per la Corte
d'assise. Parigi non aveva però cessato di occuparsi della charmeuse
d'hommes, entrata alla chetichella nel suo quarantesimo anno. Lo spiritista
Souchard che aveva potuto studiarla più intimamente di ogni altro e che aveva
ottenuto il permesso di andare nella sua pistole di San Lazzaro quando
gli piaceva, l'ha presentata alla fantasia paritali e le eseguisce come un
automa. La charmeuse d'hommes
occupava sempre Parigi. Non c'era giornale che non se ne occupasse.
Pareva un tema inesauribile. Frugavano in tutti i domicilii dei personaggi celebri.
L'altro giorno era venuta la volta di Victor Hugo, in giro per il mondo come
una fama di marito modello, autore della più bella prosa francese e descrittore
delle inarrivabili cose veute. Ebbene questo romanziere geniale che
aveva fatto tremare un regno, che aveva avuto le genialità delle creazioni come
la piovra, l'uomo che ride e Jean Valjean, in fatto di
donne non è stato superiore agli altri uomini. Giulietta Drouot, la copiatrice
dei suoi manoscritti, viveva simultaneamente alla moglie, quando la moglie non
era ancora con Saint Beuve, basso, rotondo, contadinesco, con un cranio calvo e
lucente. Caro Baragiola se dovessimo entrare nelle intimità delle passioni,
delle depravazioni, delle corruzioni, non sapremmo più dove trovare un ménage
onesto. Non appena si rialza lo scenario ci si trova in mezzo alle scene
immorali. La moglie non ha più privilegi. È divenuta la degenerata di tutti i
matrimoni. La donna che delirava ieri sul mio corpo, oggi mi guarda con
disgusto. La gloria stessa non ha privilegi. Austerliz è un episodio immortale.
Alla vigilia della vittoria la
moglie di Napoleone I° ha preferito Barras. I contemporanei non volevano
credere. L'uomo, più grande della Francia era stato trattato come un pezzente
della famiglia borghese. Se si entra nella vita sessuale, caro Baragiola, si
rimane abbattuti. Nessuno è più salvo dall'adulterio. La mia agenzia non ha più
un minuto da perdere. La donna ci fa pedinare l'uomo e l'uomo ci fa pedinare la
donna. Siamo in un continuo dramma. La
Sand trascina il massimo poeta a Venezia e al primo febbrone
Musset è sostituito da un medico che non ne capisce nemmeno la lingua. Nessuno
è salvo dalla ipocrisia dei sensi. Vi cito un caso italiano, interruppe
Baragiola: la moglie di Raffaele Sonzogno. Ella ha passato la notte con Luciani
che doveva rappresentare all'alba il marito, direttore della Capitale,
in un duello in Svizzera. I tempi non sono cambiati. La contessa Maria Tiepolo
è uno degli ultimi documenti di questi amorazzi. La consorte di un capitano dei
bersaglieri, nata in aristocrazia, abbracciava di preferenza l'ordinanza del
marito: Quintilio Polimanti. Lo ha ammazzato con la browning per gelosia. Il
primo incontro col marito fu una bugia. Gli andò incontro «È stato per te,
Ferruccio. Ho difeso il mio onore. Ho voluto essere tutta tua»!
Ella ha voluto far apparire il
cadavere il risultato di una aggressione. Invece si sono trovate lettere
cartoline sulla tresca. Pare ch'ella ne fosse innamorata. Si seppe che andavano
in barca assieme. Il Polimante era un bel giovane. Era un torello.
— Assolta! proruppe Bizet.
— Assolta!
L'assoluzione dei giurati è
rimasto un problema. Perchè l'hanno assolta?
— Perchè l'adulterio non è più
che un episodio della vita coniugale. È avvenuta la stessa scena anche da noi. La Gaillaux che aveva
ammazzato con quattro colpi di rivoltella Calmette, direttore del Figaro,
è stata assolta. A tutti è sembrato che fosse in circolazione l'indignazione
pubblica. Niente affatto. Assolta.
La tuese ha avuto
l'applauso e il perdono della giuria.
Al momento dell'arresto ha
gridato «Lasciatemi» je suis une dame. Non voglio scappare. Ho dabbasso
il mio auto per andare alla polizia con gli agenti.
Tanto i delitti politici quanto
i delitti d'amore, quando si tratta di donne, l'assoluzione è quasi sempre
certa.
Io non so come sciogliere il
problema di questi amori spuri. La mia agenzia fa scovare i fedifraghi, ma non
sa rappattumare le passioni o riallacciare i contratti sociali. Se cessa nel
matrimonio la proprietà, addio istituzione. Tutto cade, tutto va a rotoli. La
stessa teoria lombrosiana è una teoria artificiosa. Si diventa dei degenerati.
Vi si trovano le orecchie ad ansa, le mandibole esagerate e la precocità
sessuale. Si diventa isterici. Vi si fa bere fino alla alcoolizzazione e si
vede in voi dei succhioni alle labbra delle donne. La Steinheil ha avuto figli
prima del matrimonio. Ha venduto l'amore a caro prezzo. La Tarnosky fu forse la più
vicina alla degenerazione della Steinheil. Tanto l'una che l'altra sentivano
ripugnanza per il marito. La
Steinheil sentiva orrore anche per la madre. Non se ne
capisce il loro dramma. Intanto che i due detectives cercavano di andare in
fondo al terribile delitto i camlots du roi strillavano la notizia che la Steinheil era stata
inviata alle assise.
Nessuno faceva previsioni. Era
un processo indiziario.
Molti dubbi avviavano sulla
strada della Steinheil colpevole. I cani di Bizet avevano ancora l'ultima
parola. La civetteria è giunta fino alla descrizione degli abiti che indosserà
l'accusata. L'abito tailleur di stoffa nera le si adatterà alle carni e ai
movimenti flessuosi per la prima seduta. Per la seconda giornata abito di seta
nero con cappello piccolo ricoperto di un ricco velo che le scenderà fino ai
piedi.
La giornata terribile era
venuta. Si sapeva che il giudice istruttore aveva concesso alla figlia Marta,
un colloquio con la madre e che le due donne si erano separate con uno
svenimento della madre e con la figlia in una crisi di lacrime. Marta ne era
uscita tutta tremante. Aveva promesso a se stessa il silenzio, ma più si
allontanava dalla carcere e più si accorgeva che la donna imprigionata era
l'assassina. Aveva fiotti di pianto. Aspettava le assisi come una liberazione.
Sarebbe andata monaca. La sua vita era finita. Non metteva in dubbio
l'assoluzione. Essa non ignorava le altre che la precedevano. Come era stata
assolta la Caillaux,
poteva benissimo venire assolta la Steinheil.
La Corte d'Assise della Senna
era zeppa prima che giungessero i giurati. C'era un sussurrìo di gente che non
aveva un'opinione. Gli uni combattevano gli altri.
— la Cour,
mesieurs!
Al cenno presidenziale
risiedevano tutti e il cancelliere si mise a leggere ad alta voce i nomi dei
giurati. Subito dopo il presidente rivolge loro queste parole:
— Voi dovete giurare e
promettere davanti a Dio e davanti agli uomini di esaminare con attenzione
scrupolosa le accuse che saranno pronunciate contro la signora Margherita
Steinheil; di non tradire nè gli interessi dell'accusata nè quelli della
Società, che l'accusa; di non ascoltare nè l'odio, nè la cattiveria, nè la
paura, nè l'affezione; di giudicare secondo le accuse e le difese, seguendo la
vostra coscienza e la vostra intima convinzione, con la imparzialità e la
fermezza degli uomini probi e liberi.
Ciascuno dei giurati risponde:
— Je le jure — Io giuro.
— Cancelliere, leggete la
sentenza della Camera di accusa che ha rinviata l'accusata alla Corte d'Assise.
Poi il presidente che, conosceva
fatti, particolari, amori, uomini, date, luoghi, condizioni, precedenti
incominciò l'interrogatorio, costringendola a rimanere nell'atmosfera dei
delitti.
— Accusata, alzatevi.
Egli non è un insidiatore. Con
la voce fredda, la parola tranquilla aiuta l'accusata a rammentarsi delle
deposizioni, delle contraddizioni, delle affermazioni e delle negazioni simultanee.
Il pubblico è composto del
Tout-Paris. Gente alla ricerca di nuove sensazioni, di nuove rivelazioni, di
nuovi vizii. Psicologhi illustri, romanzieri moderni, sociologhi dell'avvenire,
cronisti principi, salottisti rinomati, veristi che aspettano l'angolo nuovo
sociale per le loro descrizioni, per le loro inchieste sociali. Superuomini,
egoarchi, neurologhi che assolvono tutti i protagonisti delle tragedie umane in
nome del supremo godimento personale, periti che sanno dove finisca la bellezza
e dove incominci il delitto e libertarii della carne che giustificano tutte le
nudità, tutte le indecenze tutte le inversioni, tutti i desiderii del sadismo
sapiente. Dietro i giudici dell'alta società, la folla, la moltitudine dagli
appetiti volgari, dai gusti plebei, con delle revulsioni per le raffinatezze
lussuriose, per le svergognatezze clandestine. E accanto a tutta la massa
rimasta negli amori tradizionali e senza deviazioni femminili gli accomulatori
delle turpitudini e delle scene lubriche che vogliono tonificare con la
documentazione numerosa del presente le generazioni sane che preparano
l'avvenire.
Sono sfilati centinaia di
testimoni. I più terribili furono Marietta e Alessandro Wolf. Remy Couillard
parve più ammansato. Con loro si sono veduti artisti in auge, uomini di lettere
celebri, alienisti famosi, personaggi clamorosi della vita mondana, la contessa
Ghiringhelli con altre condetenute, l'ex giudice istruttore Leydet, senatori,
deputati, immortali, generali, il capo della polizia Hamard e un numero
infinito di persone minuscole e maiuscole che l'hanno conosciuta. Borderel sarà
fra gli amanti più simpatici e probabilmente sarà dichiarato dai futuristi la
spinta indiretta al delitto per le sue 200.000 lire di rendita annuale.
Il pubblico ministero con la
truculenza nella voce, con i colori di una tavolozza tetra, con il bagaglio
legale ferruginoso, con la eloquenza turbolenta del diffusore di costumi, con
gli impeti del padre sociale che insorge come una vendetta contro i soppressori
della vita degli altri, domanderà la testa della protagonista del passaggio
Ronsin in nome della giustizia, in nome delle vittime, in nome della civiltà
offesa, con parole roventi, con prosa che scoppierà nell'aula con fragore di
urti cerebrali.
La difesa sta per andare
all'assalto. Con il materiale storico, con il materiale medico, con l'eredità
dell'accusata, con le perversioni maritali, con gli ambienti che neutralizzano
o distruggono le volontà personali, con i dubbi, con gli errori giudiziari
passati, con i parossismi di risate feline, assurgendo con pensieri che
rumoreggeranno nei cervelli dei giurati, parlando di pazzia, di irresponsabilità,
di lesioni fisiche e morali, di temperamenti in colluttazione eterna...
— Ah! tonnerre de Dieu!
questa è la vera psicologia del delitto e non quella del pubblico ministero.
Orrore! i suoi orrori sono senza espressione, sono meccanici, gli servono per
tutte le accuse, per tutti i delinquenti. Egli ha sempre degli orrori per
qualcuno. Il pubblico ministero ha giudicato una donna! Madama Steinheil non è
una donna. Ditela un quartiere, un angolo della vita comune, una mondana dai
nostri costumi sociali, il tipo di una intera classe o di molte classi, una nevrosi,
una febbre, un'esaltazione, una passione, un'isterica, tutto quello che volete,
ma non una donna. La donna è un episodio volgare. La donna mangia, lavora,
cammina. Le Steinheil agitano i nervi, esercitano un'influenza, riaffermano
un'epoca, riassumono la legge ereditaria delle generazioni e cadono infrante
come cadono infrante le epoche. Ella ha disseminata la gioia di vivere senza
pensare ai vostri confini morali, ignorando le vostre virtù codificate e le
vostre insurrezioni atrabiliari per una crisi dovuta a un semplice squilibrio
fra il pensiero e i nervi, fra il cervello e il cuore.
Dopo tante sedute il presidente
riassume con la prosa chiara, con il cervello tranquillo, con la voce che non
ha colori per sottolineare le accuse o le difese, i discorsi che si sono
contesi la testa della Steinheil.
— Accusata, avete qualche cosa
da aggiungere a quello che hanno detto i vostri difensori?
Madama Steinheil, tutta
affranta, con la testa incendiata come una fornace dalle cose udite, si
abbandona sopra sè stessa con un movimento di testa negativo e i gendarmi la
riconducono nella sala d'aspetto.
— Signori giurati, voi avete
udito quello che ha detto il rappresentante della legge e quello che hanno
detto i difensori dell'accusata. A voi il giudizio. Voi dovete ritirarvi nella
vostra stanza e deliberare. Se vi occorressero delle spiegazioni voi non avrete
che da suonare.
Io aspettavo il verdetto con la
tranquillità del presidente, sicuro di avere riprodotta la Steinheil nella società
in cui aveva passato gli anni della sua splendida maturazione fisica con
l'esattezza del giudice degli uomini e delle loro passioni, indifferente, se
lascerà la testa sotto la lama di Deibler o se verrà restituita al Tout-Paris
per ricominciare con gli amorazzi clandestini la strage degli uomini o se si
adagerà nei ricordi vertiginosi dei folgoranti trionfi della carne e dell'ora
per la decomposizione finale.
Fu un subbuglio. L'entrata dei
giurati aveva commosso. Il silenzio era divenuto più sepolcrale.
I giurati venivano alla volta
della Corte. Tutto era finito. Nessuno era colpevole. Madama Steinheil aveva altri
amori da tessere. Essa venne dichiarata innocente.
Poteva uscire. Poteva ritornare
alle scene degli uomini che l'avevano goduta. Ci fu una interruzione di
dispetto. Il figlio di Marietta Wolf sbattè nel vuoto le nocche delle dita con
uno scoccamento di protesta e Guillard fece udire il digrignamento dei denti.
— Continuate pure a delinquere,
diss'egli con la mano tesa verso di lei. La Steinheil può essere
ripresa dal farabuttismo della vita mondana.
All'indomani si sapeva che la
donna di Felix Faure aveva passata la
Manica alle dipendenze del cuore di un lord.
FINE.
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