Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Paolo Valera
La donna più tragica della vita mondana

IntraText CT - Lettura del testo

  • 8
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

* * *

 

Sono in viaggio per Bethune, al nord della Francia, nel dipartimento di Calais, a due ore circa da Parigi. È la prima volta che mi trovo nel romanzo Steinheil senza Bizet e senza di lui mi pare di avere perduto la testa direttiva. Tuttavia non ne sono malcontento. Le sue idee sulla pena di morte sono rimaste quelle dei tempi del terrore. Sarò antiscientifico, ma la terribile macchina elettrica rimessa in servizio come giustiziera è un'involuzione sociale che inorridisce. Si vede che i popoli hanno delle fermate e dei ritorni. Dopo tanto discutere sulla delinquenza, dopo tante oscillazioni, dopo tante bufere oratorie per eliminare dal nostro ambiente il carnefice, il carnefice ritorna in mezzo alla Francia più rispettato di prima. Egli non è più un arnese vivo che disgusti o trasmetta i brividi. No, la gente la saluta, lo riverisce, lo contempla e gli batte le mani quando è in viaggio con la «vedova», per metterla in funzione per la produzione dei capilavori. Tra un secolo e l'altro non c'è dunque che qualche modificazione. Ai tempi di Capeto, Sanson aveva i calzoni corti, portava calze bianche, calzava scarpine scollate e fibbiate, aveva in testa il tricorno e indossava la giubba alla francese e la lunette era un po' più malfatta e un po' più corta di quella che ora serve a Deibler a mietere le teste. La signora Bizet ha voluto munirmi ieri sera di una fiala di cognac, caso mai l'apparato di una esecuzione mi facesse venir male. Ma non ho bisogno del coraggio artificiale. Due esecuzioni in Inghilterra mi hanno dirò così reso insensibile. La soppressione della vita con la corda al collo è assolutamente più spaventosa di quella con la mozzatura del capo. Coloro che vi assistono sentono l'esecuzione capitale assai più che non il condannato. C'è lentezza, c'è il canto religioso che rincupisce per i corridoi della prigione. C'è la voce lugubre del ministro della chiesa, c'è la cadenza dei passi simultanei che fa circolare per il sangue un freddo che agghiaccia e c'è il carnefice coi suoi aiutanti, vicino alla vittima, che intetra i pensieri. L'esecuzione francese è più teatrale, più movimentata, più conscia dell'operazione chirurgica che compie in nome della Società, di quell'altra che pare vergognosa, che avviene fra le mura di un cortile, senza il pubblico. La corda sente troppo del criminale. È come un cappio che vi si getta allo svolto di un angolo per condurvi coi piedi sul trabocchetto che vi lascia precipitare per tre o quattro tratti di fune in una stanza sottoposta, a fianco della quale è una scaletta che permette ai medici e ai curiosi come me di vedere il corpo sussultare o trepidare nel vuoto. L'operazione legale inglese ha poi qualche volta l'inconveniente di scuoiare il collo e inorridire lo spettatore con il mostruoso spettacolo della trachea svestita, lungo la quale si potrebbero contare gli anelli cartilaginosi o di presentare una faccia tutta convulsionata dalla caduta, con l'osso nasale spostato, con le cavità facciali contratte, con le arcate orbitali sollevate, con una linea verticale dalla gobba frontale alla sinfisi del mento, come se ci fosse stato un tentativo di dimezzarla.

La ghigliottina è più audace, più spiccia, più conscia della sua forza. Non deturpa, non stinge, non mette sottosopra le quattordici ossa della faccia come la corda. Si direbbe che il condannato non subisce alterazioni. Una lama gli separa la testa dal collo, ma un ago da rigattiere ne può ricucire i pezzi e gli interessati possono rivederlo ancora tepido senza crispazioni, senza rughe, senza contorcimenti, senza sberleffi alle labbra. La testa di un impiccato ha l'aria di un mostro e di una figura capace di tutti i delitti. È irriconoscibile. La testa di un ghigliottinato conserva la tranquillità di un operato sotto l'azione del cloroformio. La superficie del viso non respinge. Con gli occhi chiusi pare un addormentato. Nessuno può mettere in dubbio la sua identità. Quando l'aiutante di Sanson, un maratista fanatico, non ha potuto trattenersi dal riacciuffare i capelli di Carlotta Corday per rifarla vedere al pubblico e punirla con uno schiaffo del misfatto di avere ucciso l'Amico del Popolo, la gente sulla piazza della Rivoluzione non ha avuto errori ottici incertezze. Ella era la stessa testa apparsa pochi minuti prima sul mantello rosso delle condannate al supplizio.

Il sole era già in alto e l'aria incominciava a divenire meno rigida. Nel mio vagone di seconda classe c'era ressa. La passerella era forse più affollata degli ambienti interni. Se ne discorreva. Nessuno aveva pietà per la Banda Poulet. Tutti erano preoccupati invece del posto. Temevano che qualche ordine li chiudesse fuori con uno steccato o che le esecuzioni con un ministro come il Briand, il quale riservava sempre delle sorprese, venissero ordinate nell’interno della carcere. Fra la moltitudine lungo la passerella c'era un giovine giornalista, il signor Dubois, inviato speciale, che a furia di prendere parte alle conversazioni era diventato una specie di conferenziere dei giustiziati. Ne parlava come se li avesse conosciuti e come se fosse stato con loro sul palcoscenico della decapitazione. Tozzo, faccia irregolare, capelli sbattuti da tutte le parti, bocca batracesca, sormontata da un naso rincagnato, occhi grigiastri, ravvivati da una pupilla che pareva una goccia d'inchiostro dilatata. La voce chiara che si prestava a tutte le piegature del suo pensiero, faceva dimenticare la sua bruttezza. Senza gesti. La sua parola non aveva bisogno di accompagnamenti. Gli usciva dalla bocca con le vibrazioni o i trasalimenti o con la melanconia o la passione o il rincrescimento che voleva darle. Io, per esempio, non saprò mai mettere la sua inflessione di voce sul déjà? dei condannati a morte. Egli è inimitabile. Vi si sentiva il dolore supremo, lo strazio immenso, la preparazione angosciosa a sottomettersi alla volontà della legge. Che! di già? ha detto la Corday alla vista del boia in camicia rossa che andava verso lei con le cesoie per reciderle la ricca capigliatura di un biondo cenerino. Quoi! déjà? — Come venite presto. Signore, diceva Maria Antonietta, vedendolo entrare da lei per la stessa operazione! Non potreste ritardare! Dubois, tra la sorpresa del carnefice e il capriccio di rimandare il taglio dei capelli ormai ingrigiati, sapeva far uscire dalla prima la donna terrorizzata e dal secondo la civetta che conserva fin all'ultimo i gusti della «infame» che aveva disgustato il mondo con i suoi piaceri e la sua depravazione. In un momento, continuava a dire il conferenziere, in cui si portavano al patibolo anche i condannati che si sottraevano al supplizio con il suicidio, il coraggio non era di tutti. La Du Barry, la cortigiana di Luigi XV, non voleva morire. I carnefici hanno dovuto portarla sull'impalcato. Desmoulins si disperava prima di giungervi. Lucilla, sua moglie, piangeva dirottamente. La paura di Roland è stata tale ch'egli ha pensato perfino a proteggere il cadavere. Gli si sono trovate in tasca queste parole: «Roland, rispettate i resti di un uomo virtuoso». Al contrario sua moglie ha avuta l'audacia di Danton. Alla gente che domandava la sua testa mentre era avviata sulla charette, nell'abito bianco, coi capelli neri recisi alla nuca, ella rispondeva: prendetevela!

— Alla ghigliottina! — Ci vado, aggiungeva madama Roland con amarezza, ci vado, vi sarò fra qualche minuto, ma coloro che mi inviano non tarderanno a seguirmi. Io vi vado innocente, loro vi andranno insudiciati del sangue delle loro vittime.

L'ho abbandonato quando si è compiaciuto di descrivere gli ultimi momenti di Danton, ricordando un po' del suo passato. Dubois è indubbiamente un giornalista abile, se scrive come parla, dicevo a me stesso, ma è uno storico che ha bevuto alle fonti impure o che interpreta gli avvenimenti per dare una mentalità agli uomini che non hanno. Li sfigura, li denigra, Danton in bocca sua avrebbe salvato Luigi XVI per un milione. Tanto varrebbe che si dicesse che farei saltare il treno sul quale viaggiamo se mi si desse un po' di benessere. Eh via, signore! diss'io sempre mentalmente, al diavolo la vostra fantasia di ubbriacone.

A Bethune ho trovato tanta gente come avrei potuto trovarla a una fiera o in un luogo di pellegrinaggio. Le vie rigurgitavano. Osterie, caffè, trattorie pieni zeppi. Si va via a disagio. Le quattro operazioni chirurgiche hanno attirato più gente che una rappresentazione di una nuova tragedia del Rostand. Il male attrae più che il bene. Io sono riuscito a scovare un letto girando un po' dappertutto. Con l'autorizzazione di Aristide Briand, il guardasigilli socialista degli ultimi tempi di Hervé, non ho trovato che funzionarii pronti a sberrettarsi e a farmi largo. La mia prima visita è stata al cellulare, dove cinque illustrazioni del delitto aspettavano da sessanta giorni di andare ai lavori forzati a vita o al patibolo. Meritino o non meritino la grazia mi pare che la vitaccia di avere avuta la mannaia sospesa sul proprio collo per due mesi dovrebbe essere considerata una espiazione di tutti i peccati...

Peccati! mi diceva il capo guardia che mi conduceva alle loro celle, alle celle 24, 26, 28 e 30, aggiungendomi che il quinto non sarebbe stato ghigliottinato per la sua buaggine. È un degenerato senza coscienza del male che commette. Voi dite «peccati». È un nome inadatto per riassumere i loro esecrati misfatti. Semplicemente qui nel nord estremo della Francia i loro nomi o il nome della banda Poulet fa venire la pelle d'oca. Hanno compiuto, a dir poco, secondo la loro stessa confessione, più di mille e cinquecento fra aggressioni e rapine, scassi e ladroneggi e invasioni di domicili, di giorno e di notte... Fortuna che la Camera dei deputati è riuscita, se no avremmo avuto il triste spettacolo di vederli sopravvivere ai loro reati.

Con il capo guardiano mi sentivo con la tradizione. Egli non vedeva che i delitti. Parlandomi delle loro azioni di sangue inorridiva come un ragazzo e faceva modacci come se non fosse mai stato in un ambiente carcerario. Per quale ragione questi cinque malviventi si sono associati per svaligiare e uccidere? Non è mica, soggiungeva l'alto funzionario delle guardie, perchè manchino del senso morale o perchè abbiano qualche crepa cranica, ma perchè per loro rubare o ammazzare era diventato un mestiere, un mezzo di guadagnarsi l'esistenza. Si potrebbero chiamare professionisti del male. Piantavano il coltello nel corpo di una persona, come io e voi lo possiamo piantare in un cappone cotto arrosto. Si servivano di qualunque strumento per accoppare la gente sorpresa di notte. Una volta hanno assassinato una famiglia composta di padre, madre e figlia a colpi di coperchio di caldaia che avevano trovato sui fornelli. I genitori erano vecchi e la figlia si era gettata in ginocchio a supplicarli di risparmiarle la vita. Abele e Augusto Pollet, due fratelli, due nemici del genere umano, hanno fracassato loro il cranio con una coperchiata ciascuno. L'indifferenza al delitto della banda era giunta a un punto da sbalordire i più inveterati delinquenti. Dopo i fattacci di sangue, sporchi come erano, andavano in cucina e si mettevano a tavola con quello che trovavano nelle cazzeruole e nei fiaschi o nelle bottiglie.

Il capo della banda è Abele Pollet, dalla faccia deliquentizzata dall'ambiente. Pulita, sbarbata e quindici giorni di aria libera e di cucina generosa la farebbero dire bella a molte donne. Durante l'aspettativa gli è cresciuta la barba intorno al mento e gli è andata su per le estremità zigomatiche fino a perdersi nei capelli neri come il catrame. Arcate sopracciliari di peli folti, mandibole grosse, testa voluminosa con capelli nerissimi tendenti ad arricciarsi, labbra di sensuale. Il fratello Augusto, nella cella in fondo, non può più vedere Abele dai giorni del processo. Andranno alla morte senza abbracciarsi. Augusto non sa persuadersi di non averlo fatto assolvere. Ha le palpebre sugli occhi come se la luce gli facesse male, barba con radature agli orli delle guance che lo rendono ancora più repulsivo. Deroo, uno dei compagni, veduto dall'occhio di bue nell'uscione, con il berretto in testa, sembra abbia subito una depressione violenta, tanto ha la fronte bassa. Sulla sua faccia è come uno sforzo perenne per tenersi in uno stato di concentrazione. Bocca irregolare, con baffetti castani, a uncini acuminati. Canuto sente troppo della carcere per essere descritto. Il viso è più gonfio che grasso. Come il Deroo ha il vuoto di separazione tra un baffo e l'altro, ma le punte di quest'ultimi sono capovolte. Hanno tutti la catena ai piedi per impedir loro di fare dei passi lunghi. Indossano l'abito dei condannati, vale a dire il costume a rigoni; sono al loro servizio dieci guardiani che si danno il cambio, senza abbandonarli un minuto, giorno notte.

Passano le ore cantando. A furia di cullarsi di speranza in speranza sono giunti alla persuasione che andranno alla Guiana francese a finire i giorni. Tutti l'hanno a morte con Abele Pollet, considerato dai complici l'organizzatore degli omicidii. Dicono che senza di lui nessuno di loro sarebbe nella cella dei suppliziandi. È lui, il brigante, che ha fatto tutto. Qualcuno di loro piange nei momenti di debolezza. Ma subito dopo si riempie di coraggio cantando la marsigliese: Aux armes, citoyens!

— Se voi non avete paura di un essere repulsivo vi contento subito, mi rispose gentilmente il capo cacciando il chiavone nella toppa e spalancandomi la cella segnata col numero 24.

— Buon giorno, signore, mi disse tendendomi la mano.

— Buon giorno, gli risposi stringendogliela.

— Vi lascio con lui e l'agente, soggiunse il capo guardando l'orologio. Fra dieci minuti verrò a riprendervi.

Suppongo che siete stufo di aspettare il messaggio presidenziale.

— Se lo sono! mi rispose alzando le braccia per stiracchiarsi e sbadigliare sgangheratamente, come se avesse voluto smascellarsi. Immaginatevi che faccio questa vita da più di sessanta giorni. Impacciato ai piedi, legato al letto quando si va a dormire, con un guardiano alle costole dal giorno della condanna fin adesso, con tre seccatori per compagni di corridoio che hanno partecipato ai delitti, ma che avrebbero voluto che io li dichiarassi innocenti per vedermi solo in compagnia del carnefice. No, cari signori, se io ho organizzato, voialtri siete venuti con me e avete avuto tutte le volte la vostra parte di bottino. È dunque giusto che veniate con me. Abbiamo ucciso, è giusto che ci si uccida. Io sono sincero, sono côlto e son pronto a pagare. Mi rincresce di avere trascinato la mia compagna sulla via... Quella si è innocente, poveretta! Lo direi in faccia a centomila persone. Lasciatela uscire, è madre dei miei figli e pagatevi col mio sangue. Io solo sono colpevole.

Parlava come tra , con voce commossa, con gli occhi che mi parevano umidi. Forse mi ha creduto un magistrato o qualche pesce grosso della Repubblica.

Più tardi ho saputo ch'egli è sempre stato tenero per le donne del suo cuore. Ne ha amate molte e molte lo hanno ricambiato della stessa affezione. Se ha rubato e assassinato e se è divenuto implacabile con tutti per il denaro e la propria salvezza è stato più per loro che per lui.

Il capo guardiano mi ha tolto dalla posizione penosa. Me ne sono andato come lui per le scale. È un cellulare con i difetti e le nausee degli altri. Lungo i corridoi si sente la puzza pestilenziale di tutti i luoghi di penitenza. In quello della Steinheil c'è forse più pulizia, ma il sistema è identico. Per paura che il recluso o la reclusa fugga dai cannoni di terra latrineschi le autorità che torturano la gente agguantata dal codice eliminano il cesso. Porci! Celle anguste, oscurate dal cassone appeso alle finestre, biancheggiate dalle chiazze di calcina sbattute qua e per le pareti con spavalderia dall'imbianchino che aspetta il processo o il trasloco, con un saccone impuntito, tenuto alla parete rovesciato da una spranga di ferro, con un pavimento di pietre sonore e lucidate ogni mattina dallo strofinaccio dell'inquilino. C'era molta gente. Quasi tutte le 190 celle erano occupate. Ma gli eroi erano sempre quelli della banda Pollet. Nessuno ambiva il loro posto, ma tutti ne ammiravano le gesta. Non sono buoni tutti di fare quello che hanno fatto loro, mi ha detto uno spazzino.

Stupidaccio! gli ha gridato il capo guardia. Ti manderò in cella.

Ho visto troppi malviventi per interessarmi della popolazione che borseggia e svaligia e va per le case altrui come padrona o imbroglia il prossimo. Fra gli imbroglioni non prendo in considerazione che Teresa Humbert — la grande Thérèse, come è chiamata nel mondo dello scroccoLemoine, Fraschini e altri truffatori geniali. Sono delinquenti di lusso come i delinquenti di Sherlock Holmes. Senza di loro i tribunali non darebbero che la noia della ripetizione dello stesso reato. È più divertente un prete che abbia scroccata la somma alla beghina che credeva conquistarsi il paradiso o attrae più pubblico un falsario che sia riuscito a riscuotere uno chèque al portatore di tutta una caterva di ladruncoli che finisce la vita passando da una sentenza all'altra.

Anche i sanguinarii che non arrivano fino alla ghigliottina non possono destare grande interesse. Tolta la comparazione della ferocia con cui compiono le stragi umane non si ha che un tipo — un tipo in arretrato, non evolutorimasto analfabeta e insensibile ai dolori della vita. Sono in mezzo a noi come superstiti di un'epoca che non abbiamo conosciuta. Ammazzare come ammazzavano i Lacenaire e i Troppmann, pazienza. Arrischiavamo il collo per qualche cosa. Sapevano che la riuscita li conduceva a qualche agiatezza. Ma gettarsi sugli sconosciuti con qualunque arma che capiti loro alle mani, senza sapere a chi sopprimono la vita, senza sapere se il sangue che spargono valga la pena del misfatto è azione da pazzo. Eyraud che va alla ghigliottina dopo avere speso di più a disperdere il cadavere di quello che gli abbia data la strangolazione dell'usciere, non suscita che disgusto. La banda Pollet ha trucidato i vecchi e le vecchie come Eyraud. Aggredivano senza sapere se l'aggressione sarebbe stata feconda di quattrini. Evvia, mi diceva un liberato dal carcere che conosceva i Pollet dalla prima volta che vennero messi sotto chiave. La ghigliottina è una elevazione per loro. La legge dovrebbe avere strumenti più umilianti per gentaccia indegna del mestiere.

Lungo il pomeriggio non si gridava che viva Deibler! Chi non sapeva perchè egli si trovasse in Bethune avrebbe potuto crederlo un candidato politico o un eletto del popolo. Viva Deibler! Un tabaccaio ha avuto la genialità di sfruttare la popolarità del carnefice con la tagliapunte di sigari a lunette, tirata su e giù meccanicamente da un personaggio che gli assomigliava. Nella piazza dell'esecuzione Deibler è stato acclamato. Per salvarsi dalla gente che voleva toccargli le mani, vederlo in viso, avere l'onore di parlare con lui, il funzionario dei capilavori, ha dovuto saltare in brougham e farsi condurre dal vice prefetto a prendere gli ordini per il domani.

Al mio albergo durante il pranzo, ho dovuto ascoltare anche gli elogi di Abele Pollet. Ha avuto anche lui il suo lato cavalleresco. Forse sono ricordi d'appendice. Si dice che una notte, mentre stava per finire un vecchio a colpi di tizzonate sulla testa, gli abbia domandato dove teneva nascosto il denaro.

— Voi potete uccidermi, ma non ve lo dirò mai!

La risposta coraggiosa è piaciuta tanto al Pollet che ha buttato via l'attizzatoio.

— Tu meriti il mio perdono!

Un'altra volta saputo che le poche centinaia di lire che aveva trovate in un canterano, di due poveri vecchi erano le sole risorse della loro vecchiaia si è affrettato a restituirle di notte, facendole passare di sotto l'uscio, aggiungendovi qualche biglietto da cento del suo.

Al processo della banda del nord, composta di sessanta accusati, Abele era chiamato il Cartouche per le crudeltà e per qualche atto superiore alla sua classe. La sua moralità sessuale era pure sul banco degli accusati. Fra le dieci donne che l'avevano amato un po' tutte, avevano partecipato alle sue stragi, facendo da stellone, da informatrici, da preparatrici; c'erano Giuliana, sua moglie, Luigia Mathoret, sua amante, e Cecilia, sua sorella. Tutte bellocce. Non si capiva come avessero potuto acconciarsi alle sue infedeltà. Forse erano tenute assieme dalla paura. Pollet, nei suoi momenti di collera, era una tigre, un orso bianco. Non si lasciava ammansare che dal sangue. Alle sette, quando pensavo al letto per essere in piedi prima dell'aurora, mi sono veduto davanti Bizet. Egli era giunto coll'ultimo treno per avvertirmi che Andrè, il giudice istruttore, era probabilmente sulla pista dei veri autori del delitto del passaggio Ronsin.

— Si è trovato un certo Tardivel, del sottosuolo, con una chiave nel baule che tutti vogliono far diventare quella mancata dal grembialone del servitore Couillard. Se fosse vero il mistero sarebbe svelato e il nostro romanzo documentale avrebbe bisogna di molti ritocchi. Ma io sono arrivato a bella posta, perchè non vi lasciate impressionare. Lo credo un trucco cucinato fra gli amanti della Steinheil o da qualcuno di loro. A ogni modo aspettiamo che si svolga l'avvenimento. Per noi, l'affare Steinheil, non avrà finale che con Deibler, se la Repubblica manterrà la legge uguale per i due sessi. Ah ci metterei del mio collo per andare in fondo al dramma! Sono così sicuro delle mie indagini che se sbagliassi smetterei di fare il mestiere. Se vi ho fatto venire qui è stato per allenarvi, come direbbe uno sportsman, alle esecuzioni. Mentre parlo ci sono nelle celle dei condannati a morte ventisei colli che aspettano il colpo di grazia. Mangio un boccone e filo in letto, perchè io non vado mai alle esecuzioni capitali che in una condizione fisica buona. È un momento in cui si ha bisogno dei proprii nervi. La discesa precipitata di una lama è una sola sospensione di fiato. Ma il principio e la fine sono due momenti terribili, più per coloro che vi assistono che per quelli che vi partecipano. Ho veduto cadere la testa di Ravachol, più mostro che uomo. Ho fatto di tutto per padroneggiarmi col tenermelo negli occhi con le ginocchia sullo stomaco del vecchio mendicante che aveva strangolato. Non ci sono riuscito. In quel momento il condannato non era per me che un uomo. Sicuro! Un uomo come lui che aveva meritato tutti i supplizi della immaginazione per le sue crudeltà e le sue carneficine mi ha fatto venire qualche cosa alla gola che mi soffocava. Voi volete dire che così dovrei mettermi fra gli abolizionisti. V'ingannate. Le mie indisposizioni non devono modificare o riformare la giustizia. Prima di andarvi avevo bevuto un caffè all'uovo. Fu peggio. Bisognava andarvi a digiuno, questo è il mio consiglio ed è il consiglio che vi darebbe anche Deibler. Lui e i suoi uomini vi vanno con un solo assenzio nello stomaco. Pensate. Ero a Monbrisson, in piedi dalle due del mattino per vedere il furgone dei cosidetti «legni della giustizia», tirato da tre cavalli per la ripida strada che conduce nei dintorni del palazzo di giustizia e la prigione. Piantata la ghigliottina, io e il carnefice e il procuratore della Repubblica, signor Cabannes, siamo andati nella cella del condannato. Ravachol dormiva come un ghiro. Aveva letto fino alle dieci di sera, senza pensare che sarebbe stata la sua ultima notte.

Coraggio! gli disse il direttore delle carceri svegliandolo.

Egli non si era neanche svestito. Si è messo sentone, ha guardato in faccia a coloro che erano intorno al suo letto e poi ha detto toccandosi le gambe

Coraggio! coraggio! ne avrò; vedrete che avrò del coraggio.

Il condannato deve andare al supplizio vestito dei suoi abiti. Ravachol ha lasciato giù il costume carcerario e indossato il suo diceva: mi sta bene, via, si direbbe che sto per andare a un ballo. Finita la toilette il procuratore gli ha domandato se desiderava qualche cosa:

Parlare alla folla, rispose con la bocca piena di cinismo; ma non me ne darete il tempo.

Desiderate il prete?

— Non ne ho bisogno. Non ho mai avuto religione. È cosa buona per gli idioti.

E al prete Claret che gli è andato incontro con il crocefisso, gli ha detto:

Portatelo via se non volete che gli sputi sopra. La vostra religione è stupida.

Ai carnefici che gli legavano le mani al dorso disse:

— Si vede che avete l'abitudine del mestiere. Siete così gentili!

Ravachol è uno dei pochi che sono andati al patibolo digiuni. Egli non ha vuotato che un bicchiere di vino. Di solito, consigliati dai funzionarii della prigione, mangiano. Maria Antonietta si è fatta portare una tazza di cioccolata e un panino che allora si chiamava mignonette. Capeto ha avuto il fegato di trangugiare due uova al latte con pane e burro. C'era molta folla alla esecuzione di Ravachol. Deibler aperse la vettura con la chiave e i due aiutanti fecero discendere il suppliziando. Non si udirono che imprecazioni. Se c'erano fra la gente anarchici non hanno osato applaudire. C'era troppo pericolo. Ravachol, a ottanta centimetri dalla ghigliottina, era pallido come la camicia che il boia gli aveva largamente tagliata al collo, perchè gli si vedessero anche le spalle. Lo sparato aperto gli lasciava vedere il petto villoso. Ha tolto l'illusione a coloro che avevamo supposto il suo pallore della paura. In faccia allo strumento che doveva accorciarlo, egli riprese la canzone smessa uscendo dalla vettura

Pour être heureux, nom de Dieu....

Venuto il momento di essere sdraiato sulla tavola rossa che si alza dalla bascule per ricevere il corpo senza obbligarlo a curvarsi e ritornare al posto con il condannato che si trova poi il collo incastrato nelle due mezzelune, Ravachol ha tentato di parlare: Cittadini! Gli aiutanti lo hanno preso per le spalle ed egli ha cercato di sottrarsi alla violenza con uno scotimento.

Lasciatemi, nom de Dieu!

Non gli si è dato tempo di aggiungere «io ho» che il suo collo si è trovato chiuso fra le parti arcuate.

Viva la Riv....

La lama triangolare non gli ha lasciato finire la parola. La sua testa è sdrucciolata nel paniere, spruzzando di sangue le gambe degli aiutanti vicini. In quel momento di colluttazione fra gli aiutanti e Ravachol mi è venuto il capogiro. Ho veduto come una strage fra di loro e non ho avuto che il tempo di mettermi la fiala al naso. Ohè, è tempo di coricarsi, diss'egli tirando dalla sigaretta una boccata di fumo.

— È tempo, diss'io sbadigliando. Avviandoci alle stanze preceduti dal cameriere, dicevo a Bizet se tutto ciò che mi aveva raccontato non lo avesse sconvolto e data la ripugnanza per le operazione pubblica del collo compiuta da un carnefice.

— Io sono impregnato come voi di lamartinismo e di victorhughismo. E devo fare, naturalmente, un grande sforzo per essere del mio tempo e soffocare la repulsione intollerabile che m’ispira la ghigliottina. Darei la preferenza alla sedia elettrica americana, anche perchè con essa non c'è diffusione di sangue. Ma non sopprimerei mai la pena di morte, il più alto gradino delle nostre leggi punitive. Sarebbe come un edificio senza tetto. A domattina, Baragiola.

— A domattina, risposi.

Col sonno che avevo non ho potuto dormire. Il chiasso era enorme. Si ripeteva la scena di ogni esecuzione. La gente era tutta alzata o non era andata a letto. Pareva una notte di carnevale. Si parlava ad alta voce, si udivano frotte di piedi e canzoni infiammate dall'alcool. Non ho potuto resistere. Sono saltato giù dal letto e disceso in strada, dopo avere passato un biglietto sotto l'uscio di Bizet per avvertirlo che sarei risalito alle quattro e mezzo a prenderlo. Pioveva. Si camminava nel pattume.

La città era foscamente illuminata. Quasi tutte le botteghe erano aperte. Si mangiava, si beveva, si fumava e si cantava la Marsigliese come alle corse dei cavalli. Le finestre dei luoghi delle esecuzioni erano vendute a prezzi d'oro. Non si ascoltavano gli aspiranti all'affitto che a pezzi d'argento. Si camminava a disagio, come alle fiere. Agli angoli giungevano carrozzate di provinciali accorsi allo spettacolo. La piazza Lamartine era piena da due ore. Gli aiutanti piantavano le due travi quadrate dalla pialla e arrossate dall'imbianchino nei quadrettoni cavi della bascule e i soldati ricevevano alla schiena le ondate impetuose delle moltitudini. Viva Deibler! era il ritornello della nottata.

Al caffè dalle tendine di guipure, come nei caffè fiamminghi, mi sono imbattuto con i giornalisti. Non ne conoscevo uno. Probabilmente erano tutti corrispondenti. Dubois era in mezzo a loro a raccontare gli episodii delle esecuzioni alle quali diceva di avere assistito. Io non ne raccolsi una parola. Mi pareva un ciarlatano con molta fantasia. A me bastava Bizet.

Bussai al suo uscio alle quattro, dicendogli che lo aspettavo dabbasso. Alle quattro e mezzo abbiamo veduto il boia che scuoteva le travi con le sue mani per assicurarsi che fossero salde e facessero correre su e giù per le incavature nei fianchi il pezzo mobile a mezza luna. La lama in alto era avvolta nel suo sudario.

Giunti il sostituto procuratore della Repubblica, Monnier, il prefetto, il sottoprefetto e l'elemosiniere, si ammisero anche gli invitati che avevano il loro biglietto in regola. Il carnefice con due dei suoi aiutanti in tuba e stiffelius come lui completavano il gruppo funebre. Capo, sottocapi e guardie andavano e venivano con le lanterne e tutta la prigione immersa nel silenzio sentiva forse della funzione che si stava per compiere. Era troppo il baccano che si faceva in piazza Lamartine, perchè i prigionieri non udissero viva Deibler! e il nome di Pollet in tutte le bocche. Per rompere quel momento lungo e angoscioso, dicevo sottovoce a Bizet che aveva le mie paure che il carnefice, per quanto figlio di carnefice, e abituato a mietere teste, potesse avere l'animo di continuare fino alla quarta operazione senza sentirsi oppresso o magari rimanere a mezza via.

— Che! lo vedrete dopo fare una buona colazione. Egli ha perduto la sensibilità degli altri uomini. Tagliare una testa per lui non è più che un movimento meccanico. Che cosa avrebbe fatto il povero Sanson se fosse stato importunato da simile sentimentalismo!

Prima che spuntasse il giorno sentivamo lo scalpitio dei cavalli giunti intorno a quella specie di steccato che correva intorno alla ghigliottina e aveva le estremità fino a 50 metri dalle muraglie della prigione. Si è voluto lasciare l'esecuzione pubblica, ma si è cercato con lo steccato di ridurla a 400 o 500 invitati. Prima di muoverci verso la cella dei condannati abbiamo dovuto aspettare una trentina d'uomini in abito nero, con cravatta azzurra, con camiciotto bianco a lattuga e col bicorno per copricapo. Erano i soci della confraternita bethunese, incaricati di seguire i morti che non sono accompagnati da amici da parenti al cimitero.

Ci hanno tenuti in quella posizione penosa per più di due ore. Finalmente io e Bizet siamo stati chiamati dal direttore del penitenziario per sentirci dire che il ministro gli aveva telegrafato di ammetterci con le autorità alle celle dei condannati, purchè ci uniformassimo alle disposizioni carcerarie che non ci permettevano di parlare con loro. Ci curvammo e ci mettemmo al suo dorso. Infilato il corrodoio con il capo guardiano, Deibler e due dei suoi aiutanti alla testa, ci si è detto che tre dei giustiziandi dormivano ancora della grossa e uno, il capo Abele Pollet, era sveglio dalle cinque.

Spalancata la cella 24 uno dei signori in abito nero si è avvicinato al letto, al quale Abele era ancora incatenato, dicendogli:

— Il vostro ricorso in cassazione è stato respinto e il vostro ricorso alla grazia del presidente è stato pure respinto. Il momento è giunto. Coraggio!

— Non ve l'avevo detto, rispose Pollet, rivolto alla guardia che lo custodiva, che stavano preparando il mio caffè nero! alludendo alla bevanda concessa ai condannati prima dell'esecuzione. Slegatemi, aggiunse, e facciamo presto.

La guardia aveva portato con lei il fagotto degli abiti che indossava al momento dell'arresto. Intanto che si vestiva faceva le sue raccomandazioni:

— Ho commessa dei delitti e devo espiarli. Io però ho moglie. E la mia povera donna è stata spinta al male da me. Ella non è punto colpevole. Io supplico che la mia morte serva a ridarle la libertà. Ho dei figli. Raccomando che si prenda cura di loro.

Gli abati, Mercant e Galliot, al limitare della cella, veanero respinti.

l'uno l'altro. Non ho bisogno di voialtri. Non ho nulla da dire ai preti che non sono più vecchi di me. Un libero pensatore che avesse paura di questi momenti sarebbe ridicolo. Piuttosto, disse volgendosi al direttore, fatemi mandare un foglio di carta e l'occorrente per scrivere. Mi voglio liberare da un pensiero che non mi lascia quieto. «Muoio repubblicano, rimpiango mia moglie e i miei figli e ringrazio i miei guardiani e tutte le persone che si sono occupate di me. Abele Pollet, 11 gennaio 1909».

— No, no, lasciate giù la giacca, disse il carnefice prendendo possesso del condannato. Voi potete venire con me anche in manica di camicia, aggiunse tagliandogli il collo e gran parte del quadrato della camicia. Siate forte, diceva a mano a mano che gli vedeva il largo della schiena possente.

La stessa operazione è avvenuta nelle altre celle. I tre condannati non si aspettavano di essere risvegliati con il caffè nero. A furia di aspettare avevano finito per dimenticare la pena di morte. Canut-Vromant, compreso che si trattava degli ultimi momenti, gli si è tramutata la faccia. Aveva l'aria di un pazzo. Bianco, esterrefatto, con gli occhi fissi e istupiditi. È una trasformazione fisica che avviene sovente nei condannati a morte. Il signor Claude ha raccontato che Troppmann è uscito dalla Roquette con i suoi vent'anni ed è giunto al patibolo con un viso da cinquanta. Egli era invecchiato precipitosamente. Sulla piazza della ghigliottina egli era un vecchio pallido, abbattuto, con i lineamenti facciali sconvolti, con gli occhi rossi non dalle lagrime, perchè non aveva pianto, ma dalla febbre o dalla sovraeccitazione.

Quando gli si è comunicato che l'ora era giunta di avere del coraggio, rispose:

— Non ho paura!

Ma poi sul palco il terrore gli ha dato la forza della rivolta. Non voleva morire. Ci son voluti tutti e quattro gli aiutanti per curvarlo sull'asse e poi ha lottato col boia che voleva fargli entrare la testa sotto la mezza luna, dando al proprio corpo e alla testa un movimento di contorsione che lo mettesse sul fianco. Ripreso per la testa per farla entrare nella lunetta, egli ha cercato di spingervi la spalla destra.

I più spaventati del supplizio sono stati Deroo e Vromant. Entrambi hanno udito la sentenza con balbettii di voce e brividi. Hanno accettato gli abbracci dei preti come una suprema consolazione e hanno ascoltata la messa in ginocchio, dall'apertura dell'uscione ganciato, detta da una dei sacerdoti, sul tavolo di cucina camuffato da altare. Augusto Pollet ha ascoltato anche lui la messa, dicendo continuamente ch'egli moriva per la perfidia del fratello.

Nessuno dei quattro ha rifiutato la sigaretta offerta, secondo l'abitudine, dal direttore come viatico. Tranne Abele fumavano febbricitanti, aspirandola frettolosamente, quasi avessero voluta colorirsi la faccia con il fuoco della punta. L'ultimo a fumare è stato Deroo. Egli non l'ha lasciata cadere dalle labbra che al portone d'uscita. Aspirando fumo, perdeva la sua immensa agitazione. Lasciandone cadere gli avanzi disse: Ora non ne ho più bisogno.

Venuti gli ultimi momenti gli aiutanti del boia ricevettero l'ordine di completare la loro toletta di morte con il legamento delle mani al dorso e con il laccio ai malleoli, perchè il loro passo fosse misurato a quello degli altri e togliesse loro il pensiero della fuga. Una volta riuniti nel corridoio nessuno dei condannati diede il buon giorno ai compagni o manifestò qualche rincrescimento. Dall'atteggiamento si capiva che ciascuno di loro attribuiva la propria disgrazia al capo della banda, specialmente il fratello di Pollet. Il movimento è stato sincrono. I piedi di tutti si sono messi in moto simultaneamente. I capi delle corregge passarono nelle mani degli aiutanti a destra dei condannati. Prima che si aprisse il portone si è udito il comando del presentat'arm. Passammo noi e il carnefice. Non abbiamo avuto che il tempo di prendere il nostro posto, a fianco a quello di Monnier, sostituto procuratore. Noi eravamo su un rialzo di legno a fianco della gente sull'acciottolato e vedevamo ogni movimento. Due aiutanti erano già sulla piattaforma. L'apparizione di Deibler fece scoppiare il battimano.

Viva Deibler!

Gli applausi mi hanno fatto allibire e vergognare. Ma non era il momento di sussurrare la mia emozione, neppure all'orecchio di Bizet, per paura di passare per l'amico degli assassini. Deroo è uscito dal portone proprio nel momento in cui Deibler aveva provato su e giù le aste della lama triangolare. Era preceduto da un guardiano e accompagnato dal prete che gli ha dato l'ultimo abbraccio. I suoi occhi erano già mezzo morti. Deroo disfatto, quasi inerte. I suoi piedi strascicavano. Gli aiutanti più che sorreggerlo, lo portavano. Egli è giunto in faccia alla lunetta più bianco della camicia mal tagliata. Non c'era più vita in lui. Addossato alla tavola verticale, discese con essa con la testa passata nella lunetta e il clic del bottone elettrico è stato simultaneo alla mozzatura. La testa è caduta nel paniere di vimini, foderato internamente di zinco e il corpo vi è stato spinto in un attimo allo stesso posto. Intanto che uno degli uomini avvolgeva il collo e la testa del decapitato nella segatura del paniere, un altro con la spugna, puliva le chiazze di sangue. Tutti gli atti sono avvenuti in un modo così fulmineo che senza il soccorso di Bizet mi sarei dimenticato di dire che il corpo di Deroo ha avuto come un tentativo di raddrizzarsi, dopo che la testa era già rotolata di sotto. I fasci muscolari e i fasci nervosi avranno avuto delle contrazioni. Più tardi ho saputo dalla gente che stava di fronte al ghigliottinabile che al momento della separazione le cavità orbitali hanno avuto un allargamento violento e un restringimento immediato con la calata delle palpebre allungatesi come pelle che moriva o era morta. L'operazione non ha destato alcun orrore. La gente è scoppiata cogli applausi come alle rappresentazioni teatrali.

Bravo! bravo Deibler!

Deibler è stato il più prudente. Invece di curvarsi alla platea ha preso dalla tasca di sotto allo stiffelius la pelle di daino, ha asciugata la lama ch'egli aveva fatto ridiscendere fino alla portata della mano, e l'ha fatta risalire prima che terminasse lo scroscio delle vociferazioni applauditive e dei battimani frenetici.

Si è udito una voce che parve in cielo:

— Ha pagato!

Tutti gli occhi, compresi quelli degli uomini sulla piattaforma della giustizia sanguinaria, hanno cercato in aria l'autore della frase. Era quella di un birichino, nascosta nel fogliame di un alto ippocastano che solcava il largo circolo degli ippocastani della piazza.

Bravo!

Canut-Kromant è stato il secondo. Egli non era così pusillanime. Era ancora il condannato che aveva cantato in cella, per sessanta giorni, le canzoni gaie e popolari della banda. Stava in piedi senza il braccio degli aiutanti. Egli non si lasciava che guidare verso il patibolo. Giunto ai gradini ha alzato il viso e ha guardato senza paura all'altura della ghigliottina, dove era la lama, poi è andato senza tremiti alla tavola e senza contorcimenti si è lasciato calare con la testa che passava nel vano e ha subito il taglio dopo che gli aiutanti lo hanno spinto coi piedi perchè il collo giungesse dove cade lo strumento di recisione. Il taglio avviene di solito all'anello delle vertebre cervicali. Il movimento della chiusura delle labbra si è compiuto come se la lama gli avesse ingiunto di tacere.

Bravo! Bravo! hanno gridato quelli dei posti privilegiati. Bravo! rispose la moltitudine, scoppiando in un altro uragano d'applausi.

Il fratello di Pollet è stato veduto al portone abbracciato dal prete. Egli non aveva più sangue indosso. Era cadaverico. Andava innanzi automaticamente, con dei trasalimenti che lo trattenevano e obbligavano i dipendenti del boia a scuoterlo e a spingerlo. Sapeva che la lotta era inutile, ma al momento di mettere il ventre sull'asse verticale si è sentito una ventata fredda sul sangue che gli ha dato l'impeto di rinculare. Sotto la mannaia ha cercato di capovolgersi come per vedere la lama che si precipitava su di lui. È andato nel paniere senza convulsioni.

Abele Pollet è stato l'ultimo. Al capo della banda si è voluto prolungare l'agonia facendola precedere dai complici. Anche nel vestibolo del carcere non ha voluto saperne del prete. Per allontanarlo ha dovuto fare l’atto, come Ravachol, di sputare sul cristo che gli si presentava.

Via quel balocco!

Egli esce e si ferma quando le mani degli aiutanti cercano di tenerlo al braccio. A testa alta, con passo ferino va direttamente alla volta del patibolo e ai piedi del gradino, cerca come una sosta per girare gli occhi sugli spettatori di destra e di sinistra. È stato il momento in cui il prete ha ritentata dir abbracciarlo.

A bas les calotins! gli ha risposto respingendolo con la fiancata.

Sulla piattaforma ha assunto un atteggiamento di tribuno. Egli voleva spiegare la ragione dei suoi delitti. Ma il carnefice non gli ha dato tempo che di gridare:

Viva la Repubblica!

Ha voluto morire da uomo politico. Il suo volto aveva conservato l'aria di sfida. Nessuna decomposizione facciale. Se fosse stato slegato avrebbe incrociato le braccia. Alla tavola che si è levata mentre egli era ancora nel vuoto ha dato la sua persona curvata e il collo nelle mani di Deibler che non ha voluto che parlasse ai cittadini. L'incidente è stato il sangue. Il taglio ha fatto schizzare il liquido rosso a tre metri di circonferenza. Si sono vedute facce punteggiate di macchioline di un colore scarlatto scintillante. Lo stesso boia aveva i calzoni macchiati. Il sangue sul nero del panno, forse per un effetto di luce, pareva di un giallo aranciato con del rossastro sotto la superficie.

La caduta della testa del capo banda è stata come la scena finale che sollevava l'uditorio alla mimica parossistica. In piedi, con la faccia alla ghigliottina, con le mani in alto, prorompeva con le grida di: Bravo! bravo Deibler! e batteva il palmo destro sul sinistro fino allo straccamento delle braccia e della voce. Irving nell'Amleto e Zaccone negli Spettri di Ibsen non hanno mai avuto l’omaggio di un applauso più lungo, più entusiastico e più fragoroso di quello che ha avuto il carnefice che ha reciso quattro teste in cinque minuti, dalle 7 e 15 alle 7 e 20. Con l'insistenza furiosa pareva che il pubblico volesse il bis. Io ero in mezzo al fragore con gli occhi sul moncone del collo di Pollet che perdeva filamenti sanguinosi sotto il fiotto liquido che usciva a fiotti come spinto da una pompa intermittente.

— A morte! a morte! urlavano i più scalmanati, mentre il teatro si vuotava. A morte i Pollet!

Ho dovuto togliermi dall'oppressione con una sorsata di cognac. Bizet mi ha detto che ero scolorato più di una volta e che una volta mi ha scosso al gomito senza che io me ne fossi accorto.

— Tanto è vero che avevate la testa chi sa dove, che voi avete veduto portare al furgone il paniere che non si è mai mosso. Lo si chiudeva a ogni operazione finita, perchè l'altro, giungendo, non vedesse il decapitato nel sangue, ma lo si schiudeva non appena il decapitando fosse adagiato ad aspettare il coltello. State attento, adesso lo si porta sul furgone carico dei quattro cadaveri. Sareste un reporter poco esatto davanti alle operazioni di giustizia, mi diss'egli offrendomi una sigaretta che rifiutai per la prima volta, sentendo ancora nella mia testa gli spruzzi del sangue dei ghigliottinati. Seguiamo Deibler. Egli è responsabile dei condannati fino alla consegna.

Diffatti egli è saltato nella nicchia, accanto al cocchiere, e il furgone si è messo in moto circondato da un plotone di gendarmi. Arrivati al cimitero il ruotabile si è fermato all'entrata della sala mortuaria, gli addetti al cimitero lo scaricarono del paniere che pesava più di cinque quintali e deposero i corpi dei ghigliottinati vicino al teatro delle autopsie, dove erano parecchi chirurghi e una diecina di studenti con il grembiale di guttaperga fino alla fossetta della gola e le maniche rimboccate al di sopra del gomito.

Il dottor Debierre, professore della Facoltà di Lilla, fece la ricevuta dei cadaveri a mano a mano, che gli uomini li adagiavano sul marmo e poi con un inchino mise in mano la stampiglia firmata a Deibler, dicendogli che doveva avere avuto una giornata faticosa.

— Sono gli incerti del mio mestiere, rispose il carnefice, mettendosela nel portafogli e volgendo le spalle a tutti.

Avrei voluto domandare al professore se il pensiero sopravvive alla decapitazione, ma Bizet mi ha tirato per la falda, dicendomi sottovoce che avevo tempo di far l'esperienza con altri. Ce ne sono altri ventisei che aspettano Deibler. Nei vostri panni aspetterei fino alla ghigliottinatura di madama Steinheil.

L'affare Steinheil dormiva da un mese e mezzo. Non si aspettava altro che la camera d'accusa si decidesse per la libertà o per la Corte d'assise. Parigi non aveva però cessato di occuparsi della charmeuse d'hommes, entrata alla chetichella nel suo quarantesimo anno. Lo spiritista Souchard che aveva potuto studiarla più intimamente di ogni altro e che aveva ottenuto il permesso di andare nella sua pistole di San Lazzaro quando gli piaceva, l'ha presentata alla fantasia paritali e le eseguisce come un automa. La charmeuse d'hommes occupava sempre Parigi. Non c'era giornale che non se ne occupasse. Pareva un tema inesauribile. Frugavano in tutti i domicilii dei personaggi celebri. L'altro giorno era venuta la volta di Victor Hugo, in giro per il mondo come una fama di marito modello, autore della più bella prosa francese e descrittore delle inarrivabili cose veute. Ebbene questo romanziere geniale che aveva fatto tremare un regno, che aveva avuto le genialità delle creazioni come la piovra, l'uomo che ride e Jean Valjean, in fatto di donne non è stato superiore agli altri uomini. Giulietta Drouot, la copiatrice dei suoi manoscritti, viveva simultaneamente alla moglie, quando la moglie non era ancora con Saint Beuve, basso, rotondo, contadinesco, con un cranio calvo e lucente. Caro Baragiola se dovessimo entrare nelle intimità delle passioni, delle depravazioni, delle corruzioni, non sapremmo più dove trovare un ménage onesto. Non appena si rialza lo scenario ci si trova in mezzo alle scene immorali. La moglie non ha più privilegi. È divenuta la degenerata di tutti i matrimoni. La donna che delirava ieri sul mio corpo, oggi mi guarda con disgusto. La gloria stessa non ha privilegi. Austerliz è un episodio immortale.

Alla vigilia della vittoria la moglie di Napoleone ha preferito Barras. I contemporanei non volevano credere. L'uomo, più grande della Francia era stato trattato come un pezzente della famiglia borghese. Se si entra nella vita sessuale, caro Baragiola, si rimane abbattuti. Nessuno è più salvo dall'adulterio. La mia agenzia non ha più un minuto da perdere. La donna ci fa pedinare l'uomo e l'uomo ci fa pedinare la donna. Siamo in un continuo dramma. La Sand trascina il massimo poeta a Venezia e al primo febbrone Musset è sostituito da un medico che non ne capisce nemmeno la lingua. Nessuno è salvo dalla ipocrisia dei sensi. Vi cito un caso italiano, interruppe Baragiola: la moglie di Raffaele Sonzogno. Ella ha passato la notte con Luciani che doveva rappresentare all'alba il marito, direttore della Capitale, in un duello in Svizzera. I tempi non sono cambiati. La contessa Maria Tiepolo è uno degli ultimi documenti di questi amorazzi. La consorte di un capitano dei bersaglieri, nata in aristocrazia, abbracciava di preferenza l'ordinanza del marito: Quintilio Polimanti. Lo ha ammazzato con la browning per gelosia. Il primo incontro col marito fu una bugia. Gli andò incontro «È stato per te, Ferruccio. Ho difeso il mio onore. Ho voluto essere tutta tua»!

Ella ha voluto far apparire il cadavere il risultato di una aggressione. Invece si sono trovate lettere cartoline sulla tresca. Pare ch'ella ne fosse innamorata. Si seppe che andavano in barca assieme. Il Polimante era un bel giovane. Era un torello.

Assolta! proruppe Bizet.

Assolta!

L'assoluzione dei giurati è rimasto un problema. Perchè l'hanno assolta?

Perchè l'adulterio non è più che un episodio della vita coniugale. È avvenuta la stessa scena anche da noi. La Gaillaux che aveva ammazzato con quattro colpi di rivoltella Calmette, direttore del Figaro, è stata assolta. A tutti è sembrato che fosse in circolazione l'indignazione pubblica. Niente affatto. Assolta.

La tuese ha avuto l'applauso e il perdono della giuria.

Al momento dell'arresto ha gridato «Lasciatemi» je suis une dame. Non voglio scappare. Ho dabbasso il mio auto per andare alla polizia con gli agenti.

Tanto i delitti politici quanto i delitti d'amore, quando si tratta di donne, l'assoluzione è quasi sempre certa.

Io non so come sciogliere il problema di questi amori spuri. La mia agenzia fa scovare i fedifraghi, ma non sa rappattumare le passioni o riallacciare i contratti sociali. Se cessa nel matrimonio la proprietà, addio istituzione. Tutto cade, tutto va a rotoli. La stessa teoria lombrosiana è una teoria artificiosa. Si diventa dei degenerati. Vi si trovano le orecchie ad ansa, le mandibole esagerate e la precocità sessuale. Si diventa isterici. Vi si fa bere fino alla alcoolizzazione e si vede in voi dei succhioni alle labbra delle donne. La Steinheil ha avuto figli prima del matrimonio. Ha venduto l'amore a caro prezzo. La Tarnosky fu forse la più vicina alla degenerazione della Steinheil. Tanto l'una che l'altra sentivano ripugnanza per il marito. La Steinheil sentiva orrore anche per la madre. Non se ne capisce il loro dramma. Intanto che i due detectives cercavano di andare in fondo al terribile delitto i camlots du roi strillavano la notizia che la Steinheil era stata inviata alle assise.

Nessuno faceva previsioni. Era un processo indiziario.

Molti dubbi avviavano sulla strada della Steinheil colpevole. I cani di Bizet avevano ancora l'ultima parola. La civetteria è giunta fino alla descrizione degli abiti che indosserà l'accusata. L'abito tailleur di stoffa nera le si adatterà alle carni e ai movimenti flessuosi per la prima seduta. Per la seconda giornata abito di seta nero con cappello piccolo ricoperto di un ricco velo che le scenderà fino ai piedi.

La giornata terribile era venuta. Si sapeva che il giudice istruttore aveva concesso alla figlia Marta, un colloquio con la madre e che le due donne si erano separate con uno svenimento della madre e con la figlia in una crisi di lacrime. Marta ne era uscita tutta tremante. Aveva promesso a se stessa il silenzio, ma più si allontanava dalla carcere e più si accorgeva che la donna imprigionata era l'assassina. Aveva fiotti di pianto. Aspettava le assisi come una liberazione. Sarebbe andata monaca. La sua vita era finita. Non metteva in dubbio l'assoluzione. Essa non ignorava le altre che la precedevano. Come era stata assolta la Caillaux, poteva benissimo venire assolta la Steinheil.

La Corte d'Assise della Senna era zeppa prima che giungessero i giurati. C'era un sussurrìo di gente che non aveva un'opinione. Gli uni combattevano gli altri.

— la Cour, mesieurs!

Al cenno presidenziale risiedevano tutti e il cancelliere si mise a leggere ad alta voce i nomi dei giurati. Subito dopo il presidente rivolge loro queste parole:

— Voi dovete giurare e promettere davanti a Dio e davanti agli uomini di esaminare con attenzione scrupolosa le accuse che saranno pronunciate contro la signora Margherita Steinheil; di non tradire gli interessi dell'accusata quelli della Società, che l'accusa; di non ascoltare l'odio, la cattiveria, la paura, l'affezione; di giudicare secondo le accuse e le difese, seguendo la vostra coscienza e la vostra intima convinzione, con la imparzialità e la fermezza degli uomini probi e liberi.

Ciascuno dei giurati risponde:

Je le jure — Io giuro.

Cancelliere, leggete la sentenza della Camera di accusa che ha rinviata l'accusata alla Corte d'Assise.

Poi il presidente che, conosceva fatti, particolari, amori, uomini, date, luoghi, condizioni, precedenti incominciò l'interrogatorio, costringendola a rimanere nell'atmosfera dei delitti.

Accusata, alzatevi.

Egli non è un insidiatore. Con la voce fredda, la parola tranquilla aiuta l'accusata a rammentarsi delle deposizioni, delle contraddizioni, delle affermazioni e delle negazioni simultanee.

Il pubblico è composto del Tout-Paris. Gente alla ricerca di nuove sensazioni, di nuove rivelazioni, di nuovi vizii. Psicologhi illustri, romanzieri moderni, sociologhi dell'avvenire, cronisti principi, salottisti rinomati, veristi che aspettano l'angolo nuovo sociale per le loro descrizioni, per le loro inchieste sociali. Superuomini, egoarchi, neurologhi che assolvono tutti i protagonisti delle tragedie umane in nome del supremo godimento personale, periti che sanno dove finisca la bellezza e dove incominci il delitto e libertarii della carne che giustificano tutte le nudità, tutte le indecenze tutte le inversioni, tutti i desiderii del sadismo sapiente. Dietro i giudici dell'alta società, la folla, la moltitudine dagli appetiti volgari, dai gusti plebei, con delle revulsioni per le raffinatezze lussuriose, per le svergognatezze clandestine. E accanto a tutta la massa rimasta negli amori tradizionali e senza deviazioni femminili gli accomulatori delle turpitudini e delle scene lubriche che vogliono tonificare con la documentazione numerosa del presente le generazioni sane che preparano l'avvenire.

Sono sfilati centinaia di testimoni. I più terribili furono Marietta e Alessandro Wolf. Remy Couillard parve più ammansato. Con loro si sono veduti artisti in auge, uomini di lettere celebri, alienisti famosi, personaggi clamorosi della vita mondana, la contessa Ghiringhelli con altre condetenute, l'ex giudice istruttore Leydet, senatori, deputati, immortali, generali, il capo della polizia Hamard e un numero infinito di persone minuscole e maiuscole che l'hanno conosciuta. Borderel sarà fra gli amanti più simpatici e probabilmente sarà dichiarato dai futuristi la spinta indiretta al delitto per le sue 200.000 lire di rendita annuale.

Il pubblico ministero con la truculenza nella voce, con i colori di una tavolozza tetra, con il bagaglio legale ferruginoso, con la eloquenza turbolenta del diffusore di costumi, con gli impeti del padre sociale che insorge come una vendetta contro i soppressori della vita degli altri, domanderà la testa della protagonista del passaggio Ronsin in nome della giustizia, in nome delle vittime, in nome della civiltà offesa, con parole roventi, con prosa che scoppierà nell'aula con fragore di urti cerebrali.

La difesa sta per andare all'assalto. Con il materiale storico, con il materiale medico, con l'eredità dell'accusata, con le perversioni maritali, con gli ambienti che neutralizzano o distruggono le volontà personali, con i dubbi, con gli errori giudiziari passati, con i parossismi di risate feline, assurgendo con pensieri che rumoreggeranno nei cervelli dei giurati, parlando di pazzia, di irresponsabilità, di lesioni fisiche e morali, di temperamenti in colluttazione eterna...

Ah! tonnerre de Dieu! questa è la vera psicologia del delitto e non quella del pubblico ministero. Orrore! i suoi orrori sono senza espressione, sono meccanici, gli servono per tutte le accuse, per tutti i delinquenti. Egli ha sempre degli orrori per qualcuno. Il pubblico ministero ha giudicato una donna! Madama Steinheil non è una donna. Ditela un quartiere, un angolo della vita comune, una mondana dai nostri costumi sociali, il tipo di una intera classe o di molte classi, una nevrosi, una febbre, un'esaltazione, una passione, un'isterica, tutto quello che volete, ma non una donna. La donna è un episodio volgare. La donna mangia, lavora, cammina. Le Steinheil agitano i nervi, esercitano un'influenza, riaffermano un'epoca, riassumono la legge ereditaria delle generazioni e cadono infrante come cadono infrante le epoche. Ella ha disseminata la gioia di vivere senza pensare ai vostri confini morali, ignorando le vostre virtù codificate e le vostre insurrezioni atrabiliari per una crisi dovuta a un semplice squilibrio fra il pensiero e i nervi, fra il cervello e il cuore.

Dopo tante sedute il presidente riassume con la prosa chiara, con il cervello tranquillo, con la voce che non ha colori per sottolineare le accuse o le difese, i discorsi che si sono contesi la testa della Steinheil.

Accusata, avete qualche cosa da aggiungere a quello che hanno detto i vostri difensori?

Madama Steinheil, tutta affranta, con la testa incendiata come una fornace dalle cose udite, si abbandona sopra stessa con un movimento di testa negativo e i gendarmi la riconducono nella sala d'aspetto.

Signori giurati, voi avete udito quello che ha detto il rappresentante della legge e quello che hanno detto i difensori dell'accusata. A voi il giudizio. Voi dovete ritirarvi nella vostra stanza e deliberare. Se vi occorressero delle spiegazioni voi non avrete che da suonare.

Io aspettavo il verdetto con la tranquillità del presidente, sicuro di avere riprodotta la Steinheil nella società in cui aveva passato gli anni della sua splendida maturazione fisica con l'esattezza del giudice degli uomini e delle loro passioni, indifferente, se lascerà la testa sotto la lama di Deibler o se verrà restituita al Tout-Paris per ricominciare con gli amorazzi clandestini la strage degli uomini o se si adagerà nei ricordi vertiginosi dei folgoranti trionfi della carne e dell'ora per la decomposizione finale.

Fu un subbuglio. L'entrata dei giurati aveva commosso. Il silenzio era divenuto più sepolcrale.

I giurati venivano alla volta della Corte. Tutto era finito. Nessuno era colpevole. Madama Steinheil aveva altri amori da tessere. Essa venne dichiarata innocente.

Poteva uscire. Poteva ritornare alle scene degli uomini che l'avevano goduta. Ci fu una interruzione di dispetto. Il figlio di Marietta Wolf sbattè nel vuoto le nocche delle dita con uno scoccamento di protesta e Guillard fece udire il digrignamento dei denti.

Continuate pure a delinquere, diss'egli con la mano tesa verso di lei. La Steinheil può essere ripresa dal farabuttismo della vita mondana.

All'indomani si sapeva che la donna di Felix Faure aveva passata la Manica alle dipendenze del cuore di un lord.

 

FINE.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License