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| Paolo Valera La donna più tragica della vita mondana IntraText CT - Lettura del testo |
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Prima di rifare la tragedia dell'impasse Ronsin, al capezzale della Rescapée, com'è chiamata la superstite della notte dal 30 al 31 maggio 1908, è utile, caro Baragiola, che pennelleggiate con i colori brutali della vostra tavolozza il ménage dei tempi della Repubblica, se volete far capire che il ménage degli Steinheil non era un bubbone slabbrato della specie o un'eccezione in mezzo ai focolari modelli o un angolo della delinquenza coniugale. No, no, ditelo pure, dite che sono io che ve l'ho detto, io, Adolfo Bizet, con vent'anni di servizio poliziesco al mio attivo, con una agenzia di detectives che può dirsi una inchiesta continua sulla vita coniugale francese, dite che il ménage del pittore di quadri storici era il tipo rappresentativo di tutti i ménages della Francia. È il ménage di tutti i giorni, una famiglia che trovate a Parigi, a Bordeaux, a Marsiglia, in tutte le città grandi e piccole del regno, messa assieme dalle stesse convenienze personali, tenuta in piedi dalla stessa ipocrisia, basata sulla stesso egoismo, puntellata dagli stessi interessi, proclamata immortale con la stessa menzogna. Quello del ménage francese è un progresso a rebours, a rovescio. Invece di salire per l'erta delle virtù cittadine, verso la devozione, verso il sacrificio della compatibilità dei caratteri, verso l'affezione eroica, verso il trionfo delle anime legalizzate c'è in tutti i coniugi il gusto della discesa, la voluttà per il fango, la gioia di voltolarsi e perdersi nella infedeltà, nei tradimenti, negli amori portati fino al delirio. Case di scandali, o dei dietro scena scandalosi, sono tutti inferni coniugali, dove mariti e mogli non si rispettano o non si adorano che per la galleria, dove gli affetti creduti santi sono messi sotto i piedi, calpestati, triturati, resi irriconoscibili. Ah se la servitù avesse l'abitudine del diario, di registrare le bufere, le tempeste, gli uragani che si svolgono, di notte e di giorno, a tavola e in letto, quale raccolta di maledizioni, di ingiurie, di vocaboli sventrati dalla collera, di parole maialesche che gli uni scaraventano alla testa degli altri! Quando mi si dice che i libri di Zola sentono dei cattivi odori della popolazione ch'egli ha portato sulla scena pubblica, rido, esclama Bizet fermandosi e accendendo la sigaretta con la risata convulsionaria. Parola d'onore, rido, soggiunse, mettendo il braccio sotto il mio braccio e dicendomi di tacere, perchè io non potevo sapere le ragioni per cui egli, così carico di vita sociale, non si vuotava o non si lasciava vuotare dagli intervistatori che hanno costretto il pubblico a divenire il più importante contributore del grande quotidiano. Non scriveva! Non scriveva perchè la sua agenzia doveva essere un armadio di ferro chiuso per tutti, come è chiuso per tutti l'armadio d'oro dei Rothschild. Ricco, indipendente, chissà! Per ora si contentava di farmi sapere che s'egli avesse potuto raggiungere la sua idealità economica e mettersi a scrivere la storia della famiglia della borghesia francese, avrebbe incominciato da quella di Thiers, il primo presidente della Repubblica e i cui amori clandestini possono essere appaiati a quelli di Napoleone III, l'uomo più dissoluto della Francia imperiale. Thiers! Non c'è espiazione per lui. La Comune che gli ha incendiato il palazzo per punirlo di essere stato il più insaziabile sgozzatore di comunardi, non sapeva di compiere un atto di giustizia sociale contro l'essere più depravato, colpevole di avere portato in Repubblica i vizi e le violenze dell'ancien régime. Venga, venga il giorno delle mie memorie documentali e voi vi troverete nel focolare domestico della Francia contemporanea come nella cloaca massima di tutta la lussuria, di tutte le inversioni, di tutte le inverosimiglianze della commedia coniugale. Félix Faure, l'amante più alto della Steinheil, rappresenta forse più l'impudente facinoroso della morale che la personificazone della corruttela nazionale. Egli circondava la sua immoralità senile di chiasso. Era un esibizionista. Thiers, no. Thiers era il verme solitario dei costumi della famiglia borghese, il roditore segreto delle abitudini della nostra vita intima, lo sgretolatore di tutte le probità, di tutte le rettitudine, di tutte le genialità adamantine del focolare. Il ménage Steinheil è il risultato di una interminabile catena di ménages in cui la donna è tutto e l'uomo è nulla, in cui la donna sovraneggia col diritto dell'adultera che dilaga la casa coniugale di benessere, in cui la donna è la tiranna, il demone, l'anima, il cervello, la morale. Adolfo Steinheil assomiglia al marito del ménage della Humbert, del ménage della Goold, assassina. Debole, fiacco, che perde terreno ogni giorno, che lascia un po' di sè stesso in tutte le beghe, pauroso di alzare la voce, di opporsi alla volontà della moglie; che piega davanti al lusso che gli inghiottisce a poco a poco l'orgoglio e la ripugnanza ad adagiarsi nelle mollezze del mantenuto, finiva per dirmi Bizet, buttando via la sigaretta e premendo il bottone dei campanello elettrico del 6 bis, all'impasse Ronsin. — Leydet, mi disse un po' distrattamente guardando l'orologio, sarà qui fra qualche minuto. Intanto noi avremo tempo di dare un'occhiata all'ambiente. Ci aperse, direi sgarbatamente, Marietta Wolf, la cuciniera, invecchiata in casa Steinheil, che i giornali hanno presentata al pubblico come l'anima dannata della signora. — Vi credevo giornalisti, diss'ella, rasserenandosi e stringendo famigliarmente la mano a Bizet. Entrate. — C'è il giudice? — Lo si aspetta. — E la signora Steinheil? — È disopra sdraiata, sofferente, con allucinazioni che mi fanno paura. La donna dai capelli rossi che l'ha tenuta in soggezione con il revolver alla tempia è la sua ossessione. La vede e prorompe e si dispera e singhiozza e dice freneticamente: — Eccola, eccola che viene! Marietta! Marietta! Se non ci fossa io, caro Bizet, non si arriverebbe a sera. Ho dovuto nascondere il revolver del padrone per evitare un'altra catastrofe. — Se mi permettete, Marietta, faccio vedere a questo mio amico il rez-de-chaussée. — Fate come in casa vostra, diss’ella salendo i gradini e scomparendo dall'uscio del primo piano. La villa di Steinheil è composta di tre piani; il primo nasconde il giardino al dorso. La sala da pranzo a destra, il salone a sinistra pieno zeppo di bibelots preziosi, di quadri dei grandi maestri della pittura francese, compreso qualche Meissonier e qualche caricatura di Gavarni e di Daumier, Nella collezione degli uomini illustri ho veduto due figure spettacolose che mi hanno trattenuto più delle altre: Rothschild e Rochefort. Il primo è rappresentato da un vecchio con in testa lo scettro dei re dell'oro e con le mani scheletriche che stringono avidamente il globo; il secondo è tramutato in un'aquila, con i capelli bianchi sbattuti in aria dalle ventate e col naso adunco che gli dà al viso una rapacità spaventosa. Qua e là ci sono fiori freschi nei magnifici cristalli come se nulla fosse accaduto. — In questi due locali, mi diceva Bizet, è passata l'élite della società francese. Tutto ciò che c'è di maiuscolo, di celebrato, di autorevole, di plastico, di ammirevole, di intellettuale è passato da questo vestibolo che pare un coupé. Vedete, mi diss'egli, quella pendola? additandomela con un dito. Non segna più che l'ora del delitto o dell'entrata dei delinquenti. I signori assassini hanno avuto il buon senso di fermare il pendolo sulle dodici ore e dodici minuti. Passammo dal corridoio che divide la sala da pranzo e prendemmo la scala che conduce ai piani superiori. Non eravamo che ai primi gradini che udimmo le automobili alla porta. Erano Leydet e Hamard coi loro segretari. Salendo udivamo i piedi in fuga. Nella stanza di madama trovammo alcuni signori intorno al letto della sofferente in adorazione e Remy Couillard, con il suo grembialone verde, a giustacuore che andava sulle punte delle scarpe, cupo, trasognato, con le mani in mano, istupidito della mattinata di ieri. La signora Steinheil, adagiata nella batista, con il suo superbo volume di capelli biondi abbandonati con civetteria al morbido guanciale frangiato di pizzo antico, con gli occhi neri che nuotavano nel languore, con la camicia così trasparente che pareva rossa delle sue carni, con il collo che usciva dalla quadratura, come il piedestallo vivo di una testa assopita nei desiderii, pareva a me tutta una deliziosa storia d'amore, un'insegna di idee sensuali, un blocco di estasi che non aspettasse che la carezza e il bacio per diventare una passione divoratrice. La terribile scena ch'essa stava per rievocare alla presenza dei magistrati aveva sfiorato il suo viso e lasciato dappertutto una spruzzatura come di pianto che la illegiadriva. L'entrata dei magistrati e dei segretari ha scomposto il quadro che io stavo intessendo con la navetta del mio pensiero. — Signora, buon giorno, disse Leydet, andando a stringerle la mano nel guanto di una bianchezza lattiginosa che le andava oltre il gomito a lambire il pizzo floscio della manica. Madama Steinheil, trattenuta dall'incubo della donna rossa della notte scorsa, non ha risposto che con la svogliatezza degli occhi, lasciandosi premere le dita come morta. C'è voluta Marietta per scuoterla e farla uscire da quella specie di letargo. — Su, disse la cuoca, aiutandola a sbucare con le forti spalle dalle lenzuola, e circondandogliele con un finissimo cachemire arabescato con gusto francese, su, madama, che c'è il signor giudice istruttore. Con la voce della convalescente, la povera signora domandò scusa al giudice del suo indugio, allungando sulla coltre di seta cruda a rete, filettata ai margini di un azzurro chiaro, le sue braccia dai possenti abbracci, nascoste nella pelle morbida e bianca come la neve. Il giudice si curvò come per dire che non valeva la pena di parlarne e poi, usciti i gentiluomini inutili e pronti i segretari, il signor Hamard, capo della sicurezza, misurò la stanza a passi lunghi, con in mano un fascio di cordicelle, e il giudice diede ordine a Couillard di chiudere le imposte come le aveva trovate la mattina della sorpresa. Malgrado la temperatura dell'estate l'ombra ci trasmise nelle ossa il gelo. Nessuno ebbe più movimenti. Si respirava male. — Madama, domandò il giudice, vi pare che questa sia la oscurità in cui vi trovavate ieri mattina alla entrata del vostro servo? Madama Steinheil girò i suoi grandi occhi pieni di seduzione, come per raccogliere l'ambiente in una volta, si liberò da un respiro affannoso nato col ricordo spaventoso e pronunciò il monosillabo affermativo direi quasi con l'alito. È stato un sì fioco, di donna che aveva paura di lasciarsi credere ancora viva. — Couillard, spalancate le finestre e dite come avete trovata la vostra signora. — Come ho detto ieri, signor giudice, rispose il valletto, con gli occhi smarriti e il volto pallido come se si fosse levato da una sbornia. Io sono disceso, alle sei, a riprendere il servizio come tutte le mattine. Giunto al primo piano mi sono meravigliato di vedere l'uscio della stanza della signorina aperto. È stato un presentimento? Tremai con la testa confusa. Al margine del corridoio m'accorsi che gli usci delle stanze dei miei signori erano socchiusi. In un salto fui nella camera della signora Margherita. C'è voluto tutta la mia prudenza per trattenermi dal gridare. La mia signora era in una condizione da farmi chiudere gli occhi. — Calma, calma, disse Hamard vedendolo commosso. — Dite tutto quello che avete veduto, aggiunse Leydet. La signora sa che le inchieste giudiziarie non hanno riguardi per alcuno. Madama Steinheil, che pareva sempre negli orrori della notte scorsa, ammalata di nervi, spossata dai continui interrogatorî, con la faccia che si era imporporata di sudore, fece segno movendo l'indice della mano destra che era pronta a tutti i supplizi. — La signora soffriva. Ne udivo l'asma, ne vedevo il petto che si alzava, che si gonfiava... Signori, io devo dir tutto in nome della verità. Ho giurato. Madama Steinheil giaceva così allungata... tutta distesa, nuda, nuda fino alla fossetta della gola, con la camicia arrovesciata sulla testa. Signora, dissi togliendole la camicia dal disopra dei capelli e coprendola per non farla arrossire davanti al suo servitore. Non ha parlato, la credetti agonizzante. Le sue braccia erano anch'esse uno spettacolo che faceva piangere. Ributtate indietro, con i pugni legati con parecchi giri di cordicella, i cui capi erano attorcigliati ai bastoni traversali del letto. Una vera tortura. I piedini della signora facevano pietà. Gli assassini dovevano essere torsionisti, Glieli avevano legati passando le cordicelline da un dito all'altro, col giro ai malleoli ogni volta, attorcigliandone e aggruppandone le parti estreme alle stesse sbarre del fusto del letto di ferro. — È vero, signora? le domandò il giudice con la voce molle di emozione. — Tutto vero, diss’ella con dolcezza accompagnando le parole col movimento dell'indice. Remy Couillard, in un momento in cui il ricordo di Giorgio Courtois e Pietro Renard che erano sulla piattaforma come assassini del loro padrone, non si sentiva tranquillo. C'erano intorno a lui indizii che lasciavano supporre tutto quello che si voleva. Pochi giorni prima aveva perduto dalla tasca del grembialone la chiave della porta del giardino che conduce al padiglione, vale a dire alla casa degli Steinheil. Dove era andata a finire? Chi ne sapeva qualche cosa? Perchè non l'aveva rintracciata? Erano congetture che sgretolavano il domestico. Le sue abitudini non erano certamente del servitore di una casa rispettabile come quella del pittore. Di sera, di notte, quando i signori erano in villa, al Vert-Logis, a Bellevue, a un'ora di ferrovia da Parigi, il birichino al buio, apriva la porta al dorso del giardino, introduceva furtivamente una di quelle donne che sono le amanti di tutti e la tratteneva con sè fino all'alba, bevendo magari il cognac dei padroni, senza paura d'appestare l'atmosfera della casa padronale con la lascivia della strada. Chi aveva rivelato il segreto che egli si compiaceva di seppellire nell'angolo più riposto del suo cervello? Marietta Wolf, l'ultimo esempio di virtù domestica, la donna rimasta al mondo per ricordare il tempo in cui le persone di servizio non vivevano che per la felicità dei signori. L'episodietto notturno ha dato una scossa al corpo di madama e ha inumidito gli occhi della bella parigina intorno alla quale morivano di languore i signori attempati. Nel suo turbamento diceva al magistrato che coi servitori d'oggi la casa non era più dei padroni. Il rilassamento religioso aveva abbassato il livello del popolo. Era lei che aveva consigliato il suo povero Adolfo di cambiare le serrature per dormire tranquilli. Ma lui, il povero uomo, era di quelli tagliati all'antica, che non credono mai al male. Lasciava i denari dappertutto, riceveva i modelli in casa, come amici, qualche volta dando loro da bere, senza schifo per quei sudicioni di mangia maccheroni che portavano in Francia coi loro odori di carne cotta sul letamaio, i gusti stomachevoli degli amori degli uomini. Se avesse potuto riaversi... Non lo sperava. Ella non avrebbe avuto la pace fino alla scoperta delle canaglie. Ah sì viveva per loro. I pochi anni che le rimanevano, sarebbero stati dedicati a frugare e a mettere sossopra la Parigi sottorranea. Perchè non c'era dubbio che dovevano appartenere alla zavorra umana. Bastava udirne il linguaggio. Vocaboli usciti da Santa Pelagia. Mi chiamavano gosse — parola che nel loro gergo vuol dire ragazza. — Confermate, madama, che gli assassini vi hanno imbavagliata? — Forse ieri mi sono espressa male. La confusione, lo stordimento, il terrore... Volevo dire che mi hanno tamponata la bocca con la ovatta. — Ne siete sicura? — Lo giuro! L'hanno trovata indubbiamente in casa. Lo domandino alla Wolf. Essa ci serve per dividere e impaccare i piatti e i bicchieri quando andiamo a Vert-Logis o altrove. Qui c'è Couillard che può dire come mi ha trovata. — Con la bocca così tamponata che non poteva più respirare che dal naso. Ha potuto liberarsene quando io le ebbi slegate le mani. — Parlava? — Dell'aria! dell'aria! gridava la mia povera padrona. La deposizione è stata sospesa per qualche minuto. Un agente segreto di Hamard è venuto trafelato a farci sapere ch'egli era ormai sulla pista dei cambrioleurs. In un angolo fuori della stanza di madama, gli ha raccontato che il signor Fritz, mercante di vino della via Vaugirard, al numero 191, sua moglie e sua figlia, due o tre giorni prima del delitto, hanno servito i personaggi descritti dalla signora Steinheil. La rassomiglianza si poteva dire perfetta. La donna era una bella rossa, alta, dai capelli di un rosso dorato, con un mantello ricco di pieghe che le andava giù a piombo fino a alla slungatura della balzana. Uno dei due compagni ch'ella chiamava mon copain (linguaggio gergale del popolo per dire mio compagno) era la fotografia dell'uomo bruno, con la barba bruna signorile, veduto da madama Steinheil nel completo di velluto nero del levita, coi calzoni larghi terminati a campana. Del terzo nessuno della famiglia del vinaio ha saputo dire l'abito. Di certo è che egli aveva il berretto identico a quello del secondo. L'agente segreto aggiungeva che il passaggio dei cambrioleurs era pure stato notato dalla signora Marjeot, della casa n. 1, del vicolo Mont-Tennerre, vicino alla via Vaugirard, andata alla finestra del terzo piano nella notte del delitto. Le è rimasta l'impressione fantastica negli occhi. La rossa e i tre uomini nelle lunghe levite che avevano in mano le lanterne cieche, avviati tutti assieme verso l'impasse Ronsin, avevano fatto segnali significativi, ma ai quali ella che doveva alzarsi presto non ha dato importanza. — Bravo! disse Hamard accarezzandosi la barba intiera, tutta infestata di peli banchi del gentiluomo del secolo scorso. Bravo! Egli si vedeva sulla pista che doveva condurgli la mano ad agguantare i ribaldi del mezzogiorno d'Italia. A poco a poco, a forza di induzioni, a forza di ragionamenti i due alti magistrati hanno finito per chiarire il mistero della funicella che lasciava insoluto il problema della strangolazione. Come spiegare l'identicità della cordicella al collo del pittore Steinheil con quella trovata nell'armadio a due ante in cucina? Col metodo di Sherlock Holmes. I cambrioleurs non avevano forse preveduto che per incordicellare il corpo voluminoso della «mome» avrebbero dovuto consumarne otto metri, mentre per il collo della Japy, sua madre, ne sono bastati tre. Venuta la volta del marito hanno dovuto cercare per i cassetti della casa ed ecco come si è spiegato che le cordicelle delle donne erano di qualità diversa da quella che ha strozzato lo Steinheil. Tutto andava bene. Ogni punto interrogativo che usciva dalle deposizioni veniva reciso con la falce della esperienza o con l'acutezza dell'ingegno poliziesco. I due alti magistrati erano un po' imbarazzati a metter d'accordo i due nonsensi della bocca che aveva gridato: Dell'aria! dell'aria! e della bocca che era stata calcata di bambagia. La Steinheil, quasi umiliata della interrogazione, ebbe un impeto nel gesto del braccio che fece andar via la punta del cachemire che le salvava il seno dalla rapacità degli occhi. Le pareva una mancanza di riguardo mettere in dubbio la sua dichiarazione. La sventurata vedova, con una punta d'irritazione nella voce, proruppe in un singhiozzo che avrebbe fatto piangere anche i magistrati, se la loro professione non fosse un argine alle emozioni umane. Passata la pausa del crepacuore, ella si volse a Leydet, con gli occhioni velati di pianto e con la parola che sentiva della sua angoscia, convinse tutti che ella aveva masticato e salivato il cotone come un ruminante, per sei ore di seguito, la durata della sua legatura. — Quando Couillard è balzato in camera con gli occhi fuori dell'orbita, la mia bocca, o signori, era, su per giù, libera, quantunque ancora tutta impiastricciata di peluzzi e di filamenti. Ho gridato: dell'aria! come ho potuto gridare subito dopo, alla vista di un'altra persona, al limitare: chi viene? respingendolo con l'ostinazione delle braccia. — È un vicino, mi rispose il domestico, che viene a soccorrerla. — Ah Dieu merci! io salva e tu pure mio povero Remy! Non c'era che dire, Ella non poteva essere più chiara. La bambagia si era adagiata su sè stessa, nella salivazione, e nella masticazione aveva perduto il volume, la vôlta palatina era ridiventata libera e la cavità boccale aveva ripresa la sua funzione. — E voi, dite madama, intervenne Hamard che non poteva trattenere il pensiero del correre sul mercato dei modelli, vi è proprio parso di riconoscere fra i leviti uno che rassomigliasse all'ultimo o al penultimo che ha posato per il vostro illustre marito, quando dipingeva la tela rapitaci dai dollari di un americano? — Mi pare ancora di averlo sotto gli occhi, rispose la convalescente con la mano tesa, perduta nella sua visione. Amleto, quando rivedeva il genitore, non era più sicuro di me. Potrei riprodurlo con la stessa precisione con cui l'amante di Carlo Dilke ha tracciato per i giurati che non volevano credere ai suoi adulterii, i quadri che popolavano le pareti della stanza dei suoi delitti sessuali: un torso da galleria artistica, una testa affollata di capelli neri come l'ala del corvo, in lotta fra di loro, con le pupille nei grandi occhi che perdevano faville nelle tenebre della notte del mio martirio, una bocca dalle labbra grosse e dai denti che biancheggiavano il buio. Senz'accorgersi la voce di madama Stheinheil era rientrata nella tonalità della grandezza recitativa. — Come mi sono svegliata? E chi se ne ricorda? Sono momenti che fanno vivere un secolo, che lasciano rughe nel cuore, che portano via la memoria... Aspettate, io sono pazza. Me ne ricordo. Vivessi mille anni, non potrei dimenticare i visi atroci del mio orribile sogno... A me pare ancora un sogno. Perdonatemi, signori, se mi si rompe il filo della narrazione, perchè ho le idee che si urtano nel mio cervello per riuscire a illuminarvi. — Signora, voi siete turbata, rispose Leydet, e, se desiderate, possiamo rimandare la continuazione al pomeriggio. — Avete ragione, sono agitata. Che cosa volete? è come se rivivessi della scena che ho veduta. Abbiate pazienza. Continuando mi risparmiarete di riandare per i miei orrori. Come mi sono svegliata, mi avete domandato? Dormivo, dormivo, come dormono coloro che sono senza rimorsi. Mi pare ancora di sentire la mano pesante sullo stomaco che mi ha scossa e mi ha fatto aprire gli occhi. Fossi morta in quel momento! Io soffocava, io morivo soffocata. Sudavo. Aprii gli occhi... Nulla. La mia testa era chiusa in un fazzoletto di batista molle di sudore. Mi dibattevo. La mano che mi aveva brutalizzata mi ha strappato il fazzoletto con lo stesso garbo e l'uomo che mi era venuto addosso di peso mi ha detto di non fare la marmotta. — E voi siete sicura, signora, che i tre uomini indossavano vesti nere dalle maniche larghe come quelle dei leviti? — Sicurissima! — I raggi delle Lanterne cieche non vi impedivano di vedere i banditi? — È una sottigliezza da vero giudice istruttore. Ma la verità è più forte di tutti. I malandrini non erano impalati come le insegne dei vecchi tabaccai, ma si muovevano e con loro la luce che mi permetteva di vedere tra gli sprazzi quello che avveniva. — Un'altra domanda, signora. Ella ci deve scusare se la giustizia è esigente. Non ha udito gridare nè il marito nè la madre? — Dormivo. Quando io dormo non sento nulla, come probabilmente non sentiranno nulla lor signori. — Mi pareva che ieri ci avesse detto di avere udito gridare la signora Japy: Meg! Meg; — Allora ero sveglia. Che cosa hai, mamma? ho risposto. — Nulla. L'uomo bruno, alla soglia del salottino, scomparve. Non la uccidete! urlai con tutta la voce. Non la uccidete! Non la uccidete per pietà! Giuratemi che non la uccidete! — Ebbene? — L'uomo spaventoso fu subito di ritorno. Il resto lo sanno. I raggi della sua lanterna mi fecero chiudere gli occhi. Mi sentii la camicia sulla mia faccia e delle mani che mi legavano come un salsiccione. — Quante mani, signora? — Quattro. Quattro mani che mi passavano sul ventre la corda che mi faceva soffrire orribilmente. — I quattro malvagi vi hanno pure strappato gli anelli dalle dita, non è vero, signora? — Guardino! disse loro presentando le mani. Leydet, che aveva sulle spalle la responsabilità dell'istruzione, non poteva convincersi che quattro persone avessero potuto penetrare in una casa custodita da un gran cane senza averlo fatto abbaiare e senza essersi fatti sentire. — Da che parte supponete, signora, siano entrati? — Domandatelo al mio domestico. La porta di ferro del passaggio Ronsin è una porta per modo di dire. Ieri gli agenti della sicurezza pubblica e i giornalisti hanno potuto aprirla, ciascuno con la loro chiave di casa. Una volta entrati nel giardino non c'è più che un urto per trovarsi nel vestibolo. Era di così poca importanza per noi la serratura che qualche volta ci si dimenticava di chiuderla. — Il cane, come spiegate, signora, che il cane abbia potuto lasciar passare liberamente quattro malviventi.... — In un modo facilissimo. Turco era un molosso inquieto che rovesciava e rovinava tutto quello che incontrava sul suo passaggio. Qualche volta ridevo, qualche volta mi indispettiva. Era puzzolente. Lasciava dappertutto gli odori nauseabondi della sua pelle. Me ne stancai. E proprio in sull'imbrunire del 30 maggio alla vigilia del delitto, ho detto al servitore: Remy, riconducetelo al suo padrone. Le sue zampe avevano quelle unghie a uncino che mi laceravano le vesti tutte le volte che mi saltava addosso per allegria. Assez de Turc. È entrato in quel momento il medico Acheray a pregare i signori giudici di sospendere per qualche minuto gli interrogatori, perchè la sua malata aveva bisogno di una iniezione di siero di Quinton all'acqua di mare. Dalla tragedia non aveva toccato cibo. Le faceva nausea ogni cosa. Brodo, marsala, ali di pernici, petti di quaglie, coscie di fagiani... — Un'ultima interrogazione, signora, e abbiamo finito. I medici accorsi hanno trovato sul vostro corpo delle macchie d'inchiostro. Sapreste dirci in che modo e da chi sono state fatte? — È facile. Loro signori avranno veduto nell'altra stanza un piccolo mobile che serve da scrittoio. Gli assassini lo devono avere frugato, perchè rovesciandone i cassetti hanno lasciato cadere un biglietto da lire cinquanta, dimenticato in terra e capovolto il calamaio. Non si capovolge un calamaio senza sporcarsene le dita. Ecco la ragione delle ditate nerastre sulla mia pelle. — Dottore, mi consenta un'altra domanda. La signora Japy, vostra madre, è stata trovata col bendaggio alle gambe? — Mi accuso. Sono stata io. Mia madre era stanca ed addolorata. Si è coricata, le ho fatto delle frizioni, le ho ovattate le gambe, gliele bendai e le diedi il bacio con la felice notte. Confesso che non credevo di essere così sfortunata. Gli assassini si sono serviti della mia ovatta per soffocarne le grida. — Ho finito, disse Leydet, alzandosi. Mi piacerebbe sapere se era un'abitudine di lasciare socchiusi gli usci delle stanze da letto nella notte. — Senza dubbio, signor giudice. Fra gente che si vuol bene c'è sempre qualche cosa da dirsi anche quando si è a letto. L'ultima sera il mio povero Adolfo era molto inquieto per la mia salute. Sapeva che avevo avuto dolori acuti di ventre nella giornata e che nella sera ero stata turbata da violente coliche. Così è naturale che mi domandasse come stavo. — Meg, mi diceva, ti sono passati i dolori? Meg, vuoi che ti faccia un po' di camomilla o che ti dia qualche goccia di laudano? Il laudano contiene dell'oppio e non posso tollerarlo. Ho preferito un grog. Ero ancora in vestaglia; premetti il bottoncino, pregai Coillard di portarmi il cognac e l'occorrente per il grog e poi lo mandai a letto. — Siete dunque voi, signora, che li avete serviti a vostra madre e a vostro marito? — Io, signor giudice, Mia madre non poteva addormentarsi per i bruciori della frizione. Mamma, vuoi un grog caldo? Sì, bambina mia, mi rispose. Se sono stracca, non vado mai a letto senza il bagno. Mi spogliai nel gabinetto, intanto che discendeva l'acqua. Vi sparsi delle essenze per la profumatura della mia pelle e poi avvolta nell'accappatoio ritornai nella mia stanza, mi coricai e diedi la buona notte a tutti e due. Dormi bene, Adolfo. Mamma, riposa bene. E tutte e due quelle povere creature, risposero di fare altrettanto, senza sapere che erano le ultime parole che pronunciavano in questo mondo. I magistrati coi segretari si ritirarono e lasciarono passare il dottore con la siringa dall'ago avvolto nella bambagia sterilizzata. Leydet e Hamard erano abbastanza soddisfatti delle risposte della vedova. Non aveva avuto esitazioni. A ogni domanda ella aveva aperta la bocca rispondendo con chiarezza, con prontezza, con la franchezza della donna leale che ha ossequio per la verità e per la giustizia. Dalle sue risposte era pure uscito il culto della figlia per la madre e della sposa per lo sposo. Ogni dubbio si dissipava a udire la sua voce che si piegava a tutte le sensazioni e ricomponeva la tragedia con la naturalezza e la inconsapevolezza di un'attrice consumata. Leydet, per eccesso di zelo, non ha voluto discendere la scala della casa tragica senza farsi fare più volte i nodi della strangolazione come per capire fin dove gli avvolgimenti erano riusciti criminosi. Couillard sfaceva i nodi con una disinvoltura che impallidiva il capo della sicurezza. — Mi sapreste dire, domandò Hamard, intanto che il domestico annodava la funicella perchè quella stata trovata al collo della signora Japy era più sudicia e più consumata di quella stata trovata al collo del vostro padrone? — È difficile indovinare le ragioni per cui i cambrioleurs hanno adoperata una corda piuttosto che l'altra. Ma se una supposizione può essere utile, direi che la cordicella che ha strangolata la madre della signora è uscita dal cassetto del buffet di cucina. Sente del grassume delle mani di Marietta. Poi il signor Hamard volle sapere il nome e cognome della venditrice di amoreggiamenti a buon mercato che aveva dormito con lui l'ultima volta. — Violetta Saccard. — Un'altra informazione. Voi non dormivate sempre nella soffitta del terzo piano, sopra l'atelier del vostro signore? — Tutte le volte che i miei padroni si assentavano, il signore mi dava il suo revolver che aveva l'abitudine di tenere nel cassetto del comò da notte, e la signora mi raccomandava di coricarmi sulla dormeuse della veranda quadrangolare che dava sul verde. La dormeuse è vicina al telefono e in caso di sorprese, io avrei potuto telefonare subito alla sezione di Polizia. — Sapete perchè i signori Steinheil, arrivati sabato con la signora Japy, non sono ritornati alla sera alla loro villa di Bellevue, dove avevano lasciata la signorina Marta con la Marietta Wolff? — Un po' erano stracchi, La signora era stata in giro tutto il pomeriggio e non era rincasata che tardi, verso le sette. La signora Japy era un po' indisposta. Così si sono messe d'accordo di dormire all'impasse Ronsin e di prendere il treno di buon mattino. — Voi, Remy, stasera dormirete di sopra, nella vostra stanza. È anche troppo che vi rompiate le ossa quando siamo in villa, mi disse la padrona. — Eravate al servizio degli Steinheil quando il pittore ha esposto dabbasso nel salone al pianterreno, i suoi quadri? — Sissignore, è stata la sua esposizione. Posso chiamarli i miei giorni di festa. Ho preso molte mance. C'è stato concorso di gente. Parecchi compratori. Il prezzo minimo dei quadri venduti credo sia stato di due mila lire, e il prezzo massimo di dieci. Leydet e Hamard si sono guardati in faccia più soddisfatti di prima, hanno fatto una curva a chi rimaneva e con la tuba in mano sono discesi parlando tra loro, preceduti da Couillard che aperse loro la porta del vestibolo con un inchino di servitore riverente. Adolfo Bizet li ha lasciati scendere la scala quasi con disgusto. Gli sembravano al di sotto del compito. Il loro metodo, se meritava un simile nome, era troppo sommario, troppo abborracciato, troppo incurante dell'esperienza di coloro che li hanno preceduti sulla via dei giudici istruttori che studiano gli uomini e le loro passioni nei fatti criminosi. Voi avete veduto e udito. I Leydet e gli Hamard si sono contentati delle narrazioni asmatiche, delle narrazioni piagnucolose, delle narrazioni buone per impietosire gli uditori, ma insufficienti per far nascere i contrasti e dai contrasti le figure che hanno consumato il delitto. La mia opinione è fatta su Leydet e su Hamard. Sono idealisti che sopravvivono alla loro scuola. Buoni per i delinquenti che si presentano pentiti, che hanno la smania della confessione, che si genuflettono implorando misericordia, ma impotenti per i criminali subdoli, chiusi, simulatori, spergiuri o con la fantasia romanzesca di inscenare un dramma assai meglio che un direttore della Commedia francese. Siamo al due giugno, vale a dire sono passate più di quarontott'ore dai due assassinii e nessuno di loro ha studiato e fotografato il teatro in cui si sono compiuti. Domani sarà troppo tardi, aggiunge Bizet con accento di disperazione, come se l'insuccesso fosse stato di un disonore per tutti coloro che appartenevano, direttamente o indirettamente, alle classi giudiziarie e poliziesche. Loro, i Leydet e gli Hamard, fanno forse dell'arte; qui invece bisogna fare della scienza o se il nome fosse troppo sonoro, dell'empirismo. Non metto in dubbio la buona fede del giudice, come non metto in dubbio l'innocenza di madama Steinheil. Ma qual'è il giudice, per quanto di cervello grossolano, che non avrebbe domandato spiegazione alla vedova di avere detto ieri che gli assassini indossavano lunghe bluse nere, oggi vesti dalle maniche larghe come quelle dei leviti? È stata una trascuratezza imperdonabile, mi diceva Bizet, conducetemi alla stanza del pittore. — E sapete perchè? Perchè la vedova deve avere saputo questa mattina o ieri sera che è stato commesso un furto di vestiarii dalla guardaroba del vestiarista Guilbert del teatro israelita. Guardate, aggiungeva additandomi il letto del signor Steinheil, siamo al due giugno e nessuno ha pensato a fotografare come fotografo io adesso l'ambiente. Perchè il signor Leydet non ha notato il contrasto tra il disordine della stanza, vale a dire il cassetto del comò da notte vuoto, e l'ordine delle scarpe, delle pantofole lasciate lì al loro posto come se nessuno fosse entrato e come se l'assassinato non fosse stato trascinato o portato nella sala da bagno? Perchè? Perchè non è stato fatto quello che faccio io in questo momento. Se le impronte dei piedi andate di qua e di là per l'appartamento sporchi d'inchiostro, sono indispensabili per il confronto dei piedi di coloro che erano in casa nella notte fatale. Volete che vi dica un'altra dimenticanza più grave, per non dire imperdonabile? Perchè ieri il buon giudice non ha fatto fotografare la coscia di madama Steinheil, prima che sparisse l'impronta digitale di inchiostro rimasta sulla coscia, vicina alla fuga sinuosa, se dessa poteva condurre la giustizia a mettere le mani sul dito che ve l'aveva lasciata? — Voi mi spaventate, diss'io, col brivido per la schiena. Dubitereste forse.... Matricida! eh, via! Potrei capire l'uxoricida. Si può procombere sul marito in un momento di follia, si può anche odiare il marito e venire alla decisione di buttarlo fuori della propria vita con due tratti di corda, ma la madre.... La madre è il nostro sangue. Ci mette al mondo, ci allatta, ci tira su a baci, e a carezze e allibisce per i nostri malucci. Bizet non mi diede neanche risposta. Le donne erano isteriche e l'isterismo conduceva a tutto. Le donne più affettuose possono diventare domani le più inique criminali. Mi ha ricordato la Trossarello. — Ella è un'eroina dei vostri processi celebri. Amava e odiava. Il suo amore si elevava sino alla superstizione come il suo odio si è spinto fino all'assassinio. Non era donna d'impeti. Sapeva imbrigliare le sue tempeste di cuore. Invece di sprofondare il coltello nel petto ch’essa esacrava e idolatrava per punirlo dei tradimenti ha prezzolato la mano, si è servita del sicario, come Giuseppe Luciani, quando ha fatto accoppare Raffaele Sonzogno, il direttore della Capitale, del quale godeva la moglie. La Trossarello è la vostra isterica. Ella è stata ai fianchi del sicario, lo ha spinto con la voce piena di promesse a immergere il coltello ch'ella avea fatto affilare e poi si è curvata sulla faccia del morente per dirgli ch'era lei che lo aveva fatto uccidere! E come vi sono donne furiose, indemoniate dalla vendetta, spronate da un bisogno di frantumare l'idolo di ieri come un busto di gesso, così ci sono donne fredde, che meditano il delitto, che non calcolano le conseguenze e preparano la sconfitta della giustizia con una precisione direi quasi matematica. Queste femmine geniali appartengono di solito alle avvelenatrici. Vi ricordate della signora Lacoste? Ambiziosa, con dei sogni forse come quelli della Steinheil, a ventisei anni ha sposato un vecchio zio di ottantasei per impadronirsi delle sue ricchezze di milionario. È stata più terribile e più romanzesca della Trossarello. Per due anni ella non ha fatto che dedicarsi a lui, ai suoi acciacchi, ai suoi cattivi umori, ai suoi gusti, al suoi capricci senili. Aveva imparato perfino a radergli la barba senza tagli. Alla fine, vedendo che la carcassa era più resistente di quello che aveva supposto si è messa a dosarlo con l'arsenico e in modo che i giurati non hanno saputo condannarla. L'arsenico era stato trovato nel corpo del marito, ma chi glielo aveva fatto trangugiare? Nessuna prova. Io non ho ragione di mettere madama Steinheil fra le avvelenatrici e le assassine, ma sua madre e suo marito non possono essersi lasciati strangolare come due agnelli. O sono stati cloroformizzati o hanno bevuto qualche narcotico. La madre è stata trovata attraverso il letto, con le gambe penzoloni, coi piedi che sfioravano il tappeto. Nessuna ecchimosi, nessuna macchia di sangue, nessun segno di lotta. Dunque? C'erano però neracci alle gambe che lascerebbero supporre la presenza di un veleno. E il marito? È stato trovato in terra, come un grosso rospo, col dorso sulle gambe piegate, senza segni di colluttazione e di difesa personale. È impossibile dite, che due persone si siano lasciate strangolare senza neanche un grido, un gemito, un urlo, senza neanche un po' di strepito, senza una caduta, senza che piedi degli assassini non si siano fatti sentire da chi dormiva in una stanza vicina? Che cos'è questo? si domandò Bizet, curvandosi e raccogliendo qualche cosa sul tappeto. È un anello. C'è troppa roba dimenticata dai ladri in questa casa! Nello studietto hanno dimenticato in terra un biglietto da cinquanta e qui un anello! Eh, è un altro mistero! ne hanno tolta la perla e la pietra. Non potevano portarlo via com'era? ci vuole del tempo a cavare i diamanti dai loro incassi e i ladri e gli assassini non hanno tempo nè voglia di fare l’orefice di notte in casa d'altri. Lo consegnerò alla Marietta. Bizet che ha la buona abitudine di dubitare di tutto e di tutti davanti al delitto, ha voluto fare un altro giro con il kodak in mano, pronto a raccogliere sulla lastra quello che domani può diventare importante. Rientrati nel salottino che separava le due stanze dei coniugi Steinheil egli m'ha fatto capire tutta l'importanza della innovazione di Alfonso Bertillon, il sapiente e ingegnoso organizzatore dell'antropometria giudiziaria che ha messo i signori ladri e i signori assassini nell'alternativa di cambiare sistema o di lasciarsi intrappolare come sorci. La trappola di Bertillon è inesorabile. Chi ha mani e piedi e cammina o s'appoggia si muri o tocca qualche cosa o stringe con le dita un bicchiere, una bottiglia o un oggetto qualunque solido o molle, è côlto. Non scappa più. Se si suppone che l'autore del misfatto sia un delinquente nel casellario allora se ne guardano le fiches, cioè le cartine fotografiche, dove si trovano le loro mani e i loro piedi; se invece è uno della casa o un frequentatore non sospetto lo si sottopone alla fotografia e poi si fanno i confronti e si cercano nelle impressioni digitali e palmari le uguaglianze e le disuguaglianze. Voi vedete il calamaio rovesciato in terra e un guanto da signora sul rovescio della cartella che serve da scrittoio, non è vero? Nelle mani di Bertillon possono diventare due terribili documenti d'accusa. Le tracce di colui o colei o coloro che li hanno toccati sono fatte visibili con una finissima polvere bianca o nera, secondo il colore dell'oggetto, e raccolte dall'impressione fotografica che vi lascia vedere tutte le strie epidermiche. Nelle fiches giudiziarie il Bertillon per ora non raccoglie dei malviventi misurati che le quattro dita della mano destra, cioè il pollice, l'indice, il medio e l'anulare. Ma io credo che farà bene a inchiudere anche l'altra mano e perchè vi sono dei mancini, e perchè la sinistra, se è esercitata, è uno strumento di forza e d'appoggio, come quell'altra. La mia impressione in questo salottino è che ci sia troppa mise en scène. È un disordine sospetto o come lo ha chiamato il mio amico Mounier, stato qui prima di me, un po' troppo artistico. Si direbbe che c'è della ricercatezza. Hamard, diceva Bizet cogli occhi sull'anello scastonato, è più duro del ferro. Si ostina ancora a supporre che i signori della notte scorsa siano volgari malfattori. E perchè avrebbero portato via solo la pietra, il rubino, lo raffiro, lo smeraldo, il diamante o quello che c'era e non l'oro? L'oro di ventiquattro carati come questo non è materia trascurabile per gente che arrischia di andare in galera o alla ghigliottina. Curiosi spazzacase! Non avete notato, Baragiola, che i signori ladri assassini si sono pure dati il lusso di dimenticare nel vassoio di cristallo i tre anelli, pure gemmati e sfaccettati, che la signora aveva l'abitudine di togliersi ogni sera prima di andare a letto? Più studio e più respingo l'idea che tutta questa sia l'opera di quattro apaches o di quattro modelli o di quattro mantenuti o di tre uomini e una donna dai capelli di un rosso sporco come ha detto stamane la signora Steinheil. Bisogna staccarsi da questa idea fissa e cercare fra le altre classi. Potete immaginarvi che i signori ladri-assassini commettessero la buaggine di cacciare la pendoletta artistica e di valore in una cappelliera senza portarla via? — Non voglio interrompere le vostre preziose osservazioni, Bizet, ma vi pare che una signora come la Steinheil sapesse inventare una narrazione infarcita di parole gergali? Una signora che frequenta l'alta aristocrazia ignora la lingua dei bassi fondi. — Dovrebbe! Ma io ho conosciuto dame che avrebbero dato dei punti alle donne di Saint-Lazare, il deposito di tutto ciò che c'è di avariato e di puzzolento e di sbracato nel mondo femminile. Poi, disse abbassando la voce, la «cheffesse» di Stato, o la grande Meg, come dice il foglietto che si vende per le strade, è una delle più appassionate lettrici della letteratura giudiziaria che le procura il libraio della via più opulenta di Parigi. Fra le lettrici ella è una modernista. Non c'è delitto d'appendice o libro di poliziotto o romanzo per il gusto del popolo che non sia letto avidamente dalla signora di cui parliamo. È vero, voi avete ragione, non è la sola che si compiaccia della lettura spaventosa. Ci sono anche degli uomini. Napoleone III, quando aveva l’emicrania, leggeva Rocambole. Mi è stato detto da un mio collega morto anni sono, che il signor Roulland, governatore della Banca di Francia, mandava ogni settimana il groom alla libreria E. Dentu, al Palais Royal, a comprare i libri polizieschi. Lo aiutavano, diceva il grande finanziere, non solo a distrarsi, ma a seguire i progressi degli amici del denaro degli altri. La signora Steinheil, per quanto assidua lettrice dei nostri Sherlock Holmes, non si ricorda lì per lì e non raccoglie neanche in una notte simile le parole del linguaggio furbesco, se non ha già una certa conoscenza della lingua del sottosuolo sociale. Io non voglio precedere gli avvenimenti. Ma qui, tutto quello che vedo, mi inquieta. Siamo stati nella camera di madama Steinheil, dove ha dormito l'ultimo sonno sua madre. Ebbene non vi ha detto nulla quel tavolino pieno di bibelots rimasti intatti davanti all'armadio a specchio, dai quali sono stati tolti gli astucci con o senza gioie sparsi per terra vuoti? — Venite, signor Bizet, venite col vostro amico, gridò Marietta Wolf. Vi ho preparato un thè con tartine che vi farà dimenticare la noia della mattinata. Non so perchè ci sia tanto interesse intorno a un fattaccio, buono appena per l'Oeil de la Police. Presto, aggiunse battendo le mani, venite col vostro amico. Vi tratto alla buona, sapete, in cucina. — Volontieri, rispose Bizet, con la sua solita bonomia, affrettando il passo e tirandomi dietro per la mano. Aspetto i miei cani, Sanpeur e Terrible, per una escursione nei dominî della plebaglia criminosa. Sapete, cara Marietta, che il vostro thè è delizioso, più buono di quello che bevevo col mio amico Baragiola al National Liberal Club di Londra? — Ce lo manda un signore inglese, tutti gli anni, alla stessa data, con la stessa quantità. — Un ex, ma che ha conservato per madama una schietta amicizia. Che mance mi dava quando frequentava la nostra casa! Era forse più generoso di quello che c'è adesso. — Il signor Borderel, suppongo? le domandò Bizet senz'ansia nella interrogazione. Marietta Wolf, come se non avesse udito, mi presentò la tazza con una mano e il piatto delle tartine, con l'altra, pregandomi con l'inchino di aggradirle. — Se non è un segreto, Marietta, la signora è abbonata alla lettura amena? — Non è una divoratrice di libri come si pensa, perchè la mia padrona si occupa della casa, qualche volta degli intingoli per farmi arrabbiare, spesso è al lavoro di sarta e di modista. Mentre parliamo, ella è in letto che confeziona il suo cappello di crêpe nero, guarnito di bacche dello stesso colore, ricoperto dal lungo velo per il suo pesante lutto. Stasera o domani ella sarà ospite del conte d'Arlong. Se legge? Legge le appendici dei giornali popolari e i delitti celebri della libreria mondiale, che le porta a casa Fanny, la cameriera. — Fate bene a non rispondermi, Marietta, quando sono indiscreto. In confidenza c'era armonia, c'era amore, c'era affezione, c'era simpatia fra lui e lei? — Fra marito e moglie, volete dire? A me pareva. Già, sapete che io non ho tempo di scendere nel cuore degli altri per sapere se si vogliono bene o male. Mi pareva. Sono qui da sedici anni e potrò avere veduto degli sgarbi. Chi ha famiglia, sa che certe scene, certe scenacce sono inevitabili fra marito e moglie. Il mio marito era un fiaccheraio, una pasta di uomo che non doveva morire, ma qualche volta andava in bestia e andava in furia per niente, magari perchè lo facevo aspettare due minuti a mettere in tavola. Tutti così gli uomini! Anche il pittore, che Dio lo abbia in gloria, povero diavolo! Non doveva fare una fine così misera. Se aveva fame e la signora non entrava in tempo pareva un leone in gabbia. Passeggiava in su e in giù, con le mani in tasca, borbottando, dicendo parole screanzate... Gli anni lo hanno domato. A poco a poco; sapete, ci si abitua. La signora ha delle abitudini, lui ne aveva delle altre e uno dei due doveva sottomettersi. — Naturalmente! Steinheil era un perfetto gentiluomo. Piuttosto che umiliare la moglie, come fanno i mariti del popolo, si morsicava la lingua. Lo si poteva dire un ottimo cristiano. — Guadagnava molto coi suoi quadri, si dice. — Era bravo. Coloro che andavano nel suo studio rimanevano a bocca aperta. Io non so di pittura. Per me vale di più la fotografia. Davanti a lei non faccio fatica a riconoscermi. Dico quello che dicevano i suoi ammiratori. Se gli assassini non gli avessero tolto la vita così presto chi sa che cosa sarebbe diventato. Il Dio misericordioso non lo ha permesso. — Eppure c'è gente che maligna, cara Marietta! — Maligna! Ormai non c'è più nessuno salvo dalla maldicenza. Il nostro primo amico sparla di noi. Credete che non si dica male anche di voi, signor Bizet? — Mi dorrebbe se fosse il contrario. Fino a quando c'è vita c'è invidia, c'è odio, c'è vendetta, c'è perversione. Io non posso essere la mosca bianca. — Non appena fate una confidenza a uno che considerate intimo vi trovate in piazza. Se la moglie contribuisce a mantenere la casa all'onore del mondo si fa tanto di bocca. Pare uno scandalo. Io sono un vecchia senza importanza. Credete voi che mi si lasci stare? Il delitto è ancora caldo, ed ecco che cosa ho ricevuto per la posta: «Marietta Wolff — Parigi. «Tu non sei che una... e una... (metteteci voi la parola. Io non ho il coraggio di pronunciarla). Quanto alla Steinheil... anche lei è... e qui un'altra parola oscena) come te. È lei e tu che avete assassinato il marito e la madre; tu sai bene ch'essa doveva farti ricca sposando Borderel: tu sai bene che tu sei ritornata nella notte per darle una mano: siete voialtre due che avete fatto il colpo, così ti denuncio. «Un testimonio sul quale tu non contavi e che ti perde». Sgomentata? Io? E perchè? La mando ai giornali perchè si sappia che io non ho paura, come mando quest'altra che ho ricevuto alla distribuzione delle undici. È gentile la signora «Verità!»Udite: «Vecchia bandita, tu hai fatto bene il colpo con la tua Arianna; negli angoli più riposti della Francia ti si condanna, e siccome la ghigliottina non avrà la tua testa, sloggia, ma per il bagno. Verità». — Sono le vipere della vita! disse Marietta, buttando la lettera sul tavolo con un gesto che sentiva della sua angoscia e del suo disprezzo. C'è gente che si dà la pena di farvi soffrire, che vuole addolorarvi stando appiattata nell’anonimo, che conta sulla vostra disgrazia! Vipere maledette! aggiunse con un colpo di tacco in segno di schiacciamento. — Non ci badate, Marietta, e datemene un'altra tazza se vi piace. Colpa vostra. È buono e io lo bevo. E voi, Baragiola? Allungate la tazza e imitatemi. Non parliamo di voi, riprese a dire Bizet, guardando la cuciniera con una gamba incavallata sull'altra. Voi siete e superiore a ogni sospetto. Ma chi ci conosce, chi ci vede, chi ci frequenta si fa un giudizio, di quello che abbiamo, di quello che spendiamo. Il lusso se non è in armonia con le nostre rendite fa chiasso, suscita gelosie, invidie, nasce il sottovoce. Ora tutti sanno fare i conti. Mettono una cifra sull'altra e sommano. Chi guadagnava non era che il pittore... — Lavorava dalla mattina alla sera, povero uomo. — Non lo metto in dubbio. Ma un treno di casa come questo, con cuoco, domestico, cameriera, donna di grosso, Dick, un cane che mangia più di due operai al giorno, una signora che è paragonata alla Bianca d'Antigny, la modella che ha servito a Zola per la sua Nanà, sciupona e spendacciona come lei. Teatri, bagni, al mare, settimane in villa; alle corse dei cavalli, nei tiri a quattro, i balli bianchi ch'ella dava tutti gli anni, qualche cosa di veramente chic... Capite, tutte queste cose fanno scalpore, e la gente che ha messo una cifra sull'altra per tirare la somma dei vostri guadagni e sa che la vostra rendita è la vostra bellezza, esulta e gode di vedervi sul terreno delle alte grisette della casa coniugale. — Caro Bizet, invecchiate. Se si dovesse dare spiegazione di tutto a tutti saremmo tutti tristi, tutti immusoniti. Eh via, io sono repubblicana perchè non voglio guardiani al mio dorso. Voglio essere libera di svolgere la mia esistenza e di circolare come mi pare e piace. Diavolo! una vita che mi costringesse ad affiggere il menu della giornata alla porta per paura della maldicenza! — Voi esagerate ed esagerate bene. Ma prima di giungere alla indipendenza assoluta, vale a dire alla strafottenza di tutto ciò che esiste, ci vorranno parecchi secoli. Bianca d'Antigny, coi suoi capelli color del vin bianco e con le sue carni materiate di bellezza, viveva senza coperte matrimoniali, all'aria aperta, dove ciascuno poteva vedere chi era e come guadagnava. Ma la signora Steinheil è donna di società, frequenta l'Eliseo, passa per i salotti delle persone blasonate e ci tiene alla sua riputazione. È diverso, cara Marietta. O si entra tutta intera nel demi-monde, come Bianca d'Antigny, dove il verbo della lingua parlata è grasso e petulante, o si rimane nei costumi, dove la censura suprema è la maldicenza che fa a pezzi e bocconi i trespassers, i trasgressori. Non è mica per nulla che vi ho domandato se i guadagni del pittore non fossero al disotto delle spese. Perchè di fuori, ci sono migliaia di persone che credono che il budget di casa Steinheil sia sempre stato in disordine. Sarà una diceria, voglio sperarlo, ma c'è. E quando il budget di famiglia è in disordine, cara Marietta, chi lo mette in ordine? — Chi ha i denari, s'intende: io no, di certo. — I miei cani? si domandò Bizet guardando l'orologio. Eccoli, ne sento i brontolii. Bizet, come la polizia parigina sotto la direzione di Hamard, ha una turba di cani polizieschi che gli servono egregiamente per la ricerca dei ladri e dei sanguinari. Una volta sguinzagliati sul terreno del delitto, non c'è poliziotto che li valga. Frugano, fiutano, penetrano, sentono gli spargitori di sangue umano a un chilometro di distanza. — Signor Bizet, chiamò il loro custode ai piedi dell'entrata. — Sanpeur! Terrible! abbasso! gridò Bizet impadronendosi dei guinzagli e cercando di agguantare le bestie infuriate e farle cadere a terra a colpi di scudiscio. Non conoscevano più nessuno. Si piegavano si drizzavano sulle zampe con la bocca tutta bavosa e abbaiavano lottando per la loro liberazione con divincolamenti e violenze che spaventavano. — Sanpeur! Terrible! I due cani alti, a quadrettoni, con il muso del bull-dog e con la testa del mastino, coi denti bianchi che traducevano la ferocia, si sono levati, piantando le zampe sul petto di Bizet con un tremendo urto; poi, con uno strappo violento si sottrassero ai guinzagli e con una giravolta e con un salto si lanciarono alla corsa sfrenata con versacci cavernosi che terrorizzavano la casa. Bizet e il custode dei molossi si precipitarono dietro loro chiamandoli a squarciagola. — Terrible! Sanpeur! venite qui subito! Uomini e cani si inseguivano passando da una stanza all'altra senza raggiungersi. Gli uni e gli altri sgolavano un assieme di voci intraducibili. Urlavano, urlavano, indemmoniavano, ruggivano, buttando mani e piedi e code dappertutto. La stanza da letto della Steinheil in un attimo ha perduto la sua bianchezza di vergine. I panneggiamenti chiari sono andati in terra come carta velina addentata nella corsa. Il comò da notte, su cui erano le bevande e il cestino della modista, è rotolato spalancandosi e perdendo il pitale che si è rovesciato sul tappeto. Madama Steinheil, impaurita, rannicchiata fra le lenzuola, faceva compassione. Aiuto! aiuto! gridava. Ma i cani che indemoniavano intorno al suo letto abbaiavano disperatamente, cercando di piantare i loro artigli nelle sue carni, voltandosi con il muso verso Bizet, con la gola infiammata e la lingua di fuoco. — Terrible! Sanpeur! Mon dieu! mon dieu! I colossi della sua cagnaia avevano spiccato il salto, erano addosso alla Steinheil con le nari fumanti che facevano sforzi per disseppelirla dal viluppo lettereccio e impadronirsi di lei come di una preda. — Giù, abasso! fece Bizet, prendoli tutti e due per il colletto, tenendoli sotto di sè intanto che il custode metteva loro la museruola che doveva stringere loro le nari e renderli impotenti. — Madama, vi domando scusa dei miei cani poliziotti, diceva Bizet, consegnandone i guinzagli a Giovanni e facendoli andare avanti a scudisciate. — Mi hanno fatto tanta paura! — E loro magari credevano di manifestarvi il loro affetto! Ci separammo di fuori. Bizet aveva ricevuto l'incarico segreto da Sua Eccellenza il ministro. Aristide Briand, di scovare gli autori che avevano aggredito il vagone postale del treno numero 16, compiuto da un sedicente Albinet. — Quando vedete i miei cani fare come hanno fatto, mi diceva Bizet, stringendomi la mano, nella stanza di madama Steinheil, dove è stata strangolata Japy, pensate a Deibler, a colui che sta per essere richiamato in attività di servizio per l'audacia di assassini, audacia divenuta dal giorno della commutazione della pena della prigione perpetua, di un carattere così impressionante che ha spaventato anche gli hughisti, nemici acerrimi della pena di morte. Quando i miei cani fanno gli scherzi che avete veduto io mi sono sempre trovato vicino il carnefice, meno due volte e anche di quelle due ho sempre i miei dubbi. Dimenticai i cani e cominciai a parlare tra me e me sulla condizione finanziaria della casa Steinheil. Nei giornali c'erano già le briciole delle conversazioni confidenziali che ella aveva tenuto con persone intime. Al signor Borderel, che io andrò a trovare al suo castello, ella avrebbe detto un giorno, che odiava il marito e la madre, perchè vivevano di lei. Ma la signora Steinheil si è difesa contro l'insinuazione dicendo che dopo sua figlia, sua madre era la persona che aveva amato più di ogni altra. Allora? Chez Maxime... Vi aspetto. Andremo a trovare la persona, la cosidetta zia Lily, che la conosce fino nelle pieghe interne del cuore.
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