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Paolo Valera
L'uomo più rosso d'Italia

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  • Amilcare Cipriani è nato in tempi procellosi
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Amilcare Cipriani

è nato in tempi procellosi

Amilcare Cipriani è nato in Rimini il 18 ottobre 1844. Tempi sciagurati. I popoli erano della stramaglia umana. L'Italia nella camicia di forza si dibatteva per non morire soffocata. Cinque tiranni le erano sopra con gli arnesi della coercizione dolorosa e della soppressione violenta. Tempi di congiura. La gente era disperata. La sollevazione tumultuava, era in tutti i cervelli. Si cospirava, si correva al sacrificio, si spasimava nelle attese, si comunicava di bocca in bocca l'ebbrezza patriottica. Era il sogno di tutti. Tutti si scaldavano dello stesso pensiero, tutti si affratellavano e si proponevano di vincere o morire. Le angosce, le disillusioni, le persecuzioni, le afflizioni erano spinte che spingevano classi e masse nell'atmosfera che aspettava la scintilla.

Tempi eroici. Il regicidio era coltivato in ogni Paese. Era un principio di difesa, un atto morale di politica collettiva. Il tirannicidio frenava la tirannia. I sudditi torturati, sgozzati, incatenati, calati nei pozzi, nei sotterranei, nei sepolcri dei vivi non avevano           contro la ferocia e la barbarie che il pugnale, la bomba, l'agguato, e la strage. Il regicidio era santo. Il regicida era l'olocausto, un nome benedetto da tutte le bocche. La sua morte era una pausa fra il potere regio e l'anima nazionale. Era la tregua di un attimo tra l'uno e l'altra. Ma subito dopo ricominciava la furia omicida. Alle condanne capitali, ai massacri di folle, alle deportazioni penali si rispondeva con gli assassinii politici. Il sogno di ogni popolo tribolato era la testa del suo Luigi XVI. I più grandi patriotti dell'epoca sono stati tutti credenti nel giustiziere che puniva il giustiziardo con la morte violenta. La sua morte tragica era considerata un'espiazione dei delitti regi. Il monarca più esecrato e più cercato dal regicida di quei tempi era l'Imperatore d'Austria. Egli era salito al trono in un momento in cui tutti i popoli domandavano a grandi grida la costituzione. Le sue riforme sono state le fucilate in massa, le impiccagioni simultanee, le condanne a migliaia d'anni per volta. Borghesi e proletarii hanno confuso il loro sangue, come avevano confuso l'ideale della risurrezione politica. Vienna come Budapest sono stati il teatro di sommosse. L'Austria e l'Ungheria erano solcate di croci. Francesco Giuseppe aveva soppresso le inquietudini dei sudditi con i carnefici. Egli ha continuato a uccidere e impiccare senza paura del vituperio internazionale.

Tempi di sospetti, di calunnie, di delazioni. Il despotismo non poteva vivere nel suo immenso edificio della politica sanguinaria che circondato di complici prezzolati. I sudditi tremavano. Vivevano in un'agitazione continua. Avevano paura delle stesse pareti tra cui conversavano a bassa voce. L'orecchio poliziesco era dappertutto, a tutte le toppe. Nessuno era sicuro di rincasare, nessuno era tranquillo nel proprio letto. La vita individuale e pubblica era insidiata, denigrata, molestata, pedinata da nugoli di birri camuffati da operai, da popolani, da gentiluomini. Le polizie erano officine di bassezze e di turpitudini, e di infamie criminose. Tramavano, disfacevano le riputazioni, insudiciavano i nomi, agguantavano di notte e di giorno, giovani e vecchi, uomini e donne. I loro direttori erano figure patibolari con la fantasia del boia. Seviziavano, suppliziavano. Erano belve. Per loro non esistevano che vigilati. Curavano l'italianità con i castighi corporali. Completavano i disastri inviando le vittime ai giudici inquirenti accompagnati da tutti i delitti di opinione. Tempi turbolenti. Tempi infami. La gente non aveva più testa per i lavori. La vita di ciascuno e di tutti era spezzata. Si viveva di crisi, di dolori, di commozioni, di spaventi. Le nocche all'uscio d'entrata facevano trasalire, impallidire, come l'annuncio di una sventura. Erano tempi di lagrime. Si piangeva. Le donne si alzavano e si coricavano con gli occhi gonfi, umidi, pieni dei loro crepacuori. Tempi maledetti, in cui non si aveva diritto all'esistenza che in ginocchio. In piedi! ingiungevano le voci sommesse dei pionieri che preparavano le insurrezioni nei sotterranei. In piedi! Inutile! L'audacia personale fecondava l'audacia., ma lasciava nella impotenza e nella catastrofe.

Tempi d'azione. L'infanzia e la giovinezza di Amilcare Cipriani si sono sviluppati in mezzo ai terrori regi, agli eroismi di moti immortali e ai tumulti degli uomini d'azione. I martiri di Belfiore, lo strazio di Antonio Scesa, la strage dei fratelli Bandiera, lo spettacolo grandioso di Carlo Pisacane e di Giovanni Nicotera, la morte di Mameli sono tutti episodii che hanno risonanza nella sua vita adulta. Egli è cresciuto in un periodo veramente fantastico. Ha udito della resistenza di Roma, e ha partecipato alla spedizione dei Mille. Spedizione epica, rapida, trionfale, fatta da gente che aveva il coraggio e la passione di morire.

Fra gli uomini d'azione il più possente del periodo è stato Giuseppe Mazzini. Predicatore di rivolte, organizzatore di insorti, incitatore di moti. Nessuno uguale a lui. Tormentato dalla visione dell'Italia libera e una, egli era riuscito a trasfondere nella gioventù la fede nelle barricate, nelle battaglie di strada, negli assalti ai forti, alle caserme, alle truppe regie, nelle rivoluzioni. Il cercato da tutte le polizie stava a tavolino per dei mesi, chiuso in una stanza ospitale, con i suoi libri e le sue carte geografiche. Scriveva, gridava, ingiuriava, spargeva la sua prosa tempestosa per scuotere gli increduli, gli indifferenti, i neghittosi e non taceva che quando vedeva la gioventù avviata alla morte per la liberazione della patria negli abiti degli insorti. Amilcare Cipriani è stato suo. Egli ha vissuto intorno a lui fino al tentativo di adunare i repubblicani in Palermo per andare a Roma a proclamare la città eterna capitale d'Italia.

Giuseppe Mazzini, mi ha detto un giorno Cipriani, è stato un vero fabbricatore di eroi. Con la sua tenacia, con la sua fede, con la sua visione di un'Italia libera ed una, con il suo genio ha dato alla nazione schiava i contingenti per redimerla.

Nel movimento della risurrezione italiana rimarranno soli Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

 




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