Amilcare
Cipriani
è nato in tempi procellosi
Amilcare Cipriani è nato in Rimini il 18 ottobre 1844. Tempi
sciagurati. I popoli erano della stramaglia umana. L'Italia nella camicia di
forza si dibatteva per non morire soffocata. Cinque tiranni le erano sopra con
gli arnesi della coercizione dolorosa e della soppressione violenta. Tempi di
congiura. La gente era disperata. La sollevazione tumultuava, era in tutti i
cervelli. Si cospirava, si correva al sacrificio, si spasimava nelle attese, si
comunicava di bocca in bocca l'ebbrezza patriottica. Era il sogno di tutti.
Tutti si scaldavano dello stesso pensiero, tutti si affratellavano e si
proponevano di vincere o morire. Le angosce, le disillusioni, le persecuzioni,
le afflizioni erano spinte che spingevano classi e masse nell'atmosfera che
aspettava la scintilla.
Tempi eroici. Il regicidio era coltivato in ogni Paese. Era
un principio di difesa, un atto morale di politica collettiva. Il tirannicidio
frenava la tirannia. I sudditi torturati, sgozzati, incatenati, calati nei
pozzi, nei sotterranei, nei sepolcri dei vivi non avevano contro la ferocia e la barbarie che
il pugnale, la bomba, l'agguato, e la strage. Il regicidio era santo. Il
regicida era l'olocausto, un nome benedetto da tutte le bocche. La sua morte
era una pausa fra il potere regio e l'anima nazionale. Era la tregua di un
attimo tra l'uno e l'altra. Ma subito dopo ricominciava la furia omicida. Alle
condanne capitali, ai massacri di folle, alle deportazioni penali si rispondeva
con gli assassinii politici. Il sogno di ogni popolo tribolato era la testa del
suo Luigi XVI. I più grandi patriotti dell'epoca sono stati tutti credenti nel
giustiziere che puniva il giustiziardo con la morte violenta. La sua morte
tragica era considerata un'espiazione dei delitti regi. Il monarca più esecrato
e più cercato dal regicida di quei tempi era l'Imperatore d'Austria. Egli era
salito al trono in un momento in cui tutti i popoli domandavano a grandi grida
la costituzione. Le sue riforme sono state le fucilate in massa, le
impiccagioni simultanee, le condanne a migliaia d'anni per volta. Borghesi e
proletarii hanno confuso il loro sangue, come avevano confuso l'ideale della
risurrezione politica. Vienna come Budapest sono stati il teatro di sommosse.
L'Austria e l'Ungheria erano solcate di croci. Francesco Giuseppe aveva
soppresso le inquietudini dei sudditi con i carnefici. Egli ha continuato a
uccidere e impiccare senza paura del vituperio internazionale.
Tempi di sospetti, di calunnie, di delazioni. Il despotismo
non poteva vivere nel suo immenso edificio della politica sanguinaria che
circondato di complici prezzolati. I sudditi tremavano. Vivevano in
un'agitazione continua. Avevano paura delle stesse pareti tra cui conversavano
a bassa voce. L'orecchio poliziesco era dappertutto, a tutte le toppe. Nessuno
era sicuro di rincasare, nessuno era tranquillo nel proprio letto. La vita
individuale e pubblica era insidiata, denigrata, molestata, pedinata da nugoli
di birri camuffati da operai, da popolani, da gentiluomini. Le polizie erano
officine di bassezze e di turpitudini, e di infamie criminose. Tramavano,
disfacevano le riputazioni, insudiciavano i nomi, agguantavano di notte e di
giorno, giovani e vecchi, uomini e donne. I loro direttori erano figure
patibolari con la fantasia del boia. Seviziavano, suppliziavano. Erano belve.
Per loro non esistevano che vigilati. Curavano l'italianità con i castighi
corporali. Completavano i disastri inviando le vittime ai giudici inquirenti
accompagnati da tutti i delitti di opinione. Tempi turbolenti. Tempi infami. La
gente non aveva più testa per i lavori. La vita di ciascuno e di tutti era
spezzata. Si viveva di crisi, di dolori, di commozioni, di spaventi. Le nocche
all'uscio d'entrata facevano trasalire, impallidire, come l'annuncio di una
sventura. Erano tempi di lagrime. Si piangeva. Le donne si alzavano e si
coricavano con gli occhi gonfi, umidi, pieni dei loro crepacuori. Tempi
maledetti, in cui non si aveva diritto all'esistenza che in ginocchio. In
piedi! ingiungevano le voci sommesse dei pionieri che preparavano le
insurrezioni nei sotterranei. In piedi! Inutile! L'audacia personale fecondava
l'audacia., ma lasciava nella impotenza e nella catastrofe.
Tempi d'azione. L'infanzia e la giovinezza di Amilcare
Cipriani si sono sviluppati in mezzo ai terrori regi, agli eroismi di moti
immortali e ai tumulti degli uomini d'azione. I martiri di Belfiore, lo strazio
di Antonio Scesa, la strage dei fratelli Bandiera, lo spettacolo grandioso di
Carlo Pisacane e di Giovanni Nicotera, la morte di Mameli sono tutti episodii
che hanno risonanza nella sua vita adulta. Egli è cresciuto in un periodo
veramente fantastico. Ha udito della resistenza di Roma, e ha partecipato alla
spedizione dei Mille. Spedizione epica, rapida, trionfale, fatta da gente che
aveva il coraggio e la passione di morire.
Fra gli uomini d'azione il più possente del periodo è stato
Giuseppe Mazzini. Predicatore di rivolte, organizzatore di insorti, incitatore
di moti. Nessuno uguale a lui. Tormentato dalla visione dell'Italia libera e
una, egli era riuscito a trasfondere nella gioventù la fede nelle barricate,
nelle battaglie di strada, negli assalti ai forti, alle caserme, alle truppe
regie, nelle rivoluzioni. Il cercato da tutte le polizie stava a tavolino per
dei mesi, chiuso in una stanza ospitale, con i suoi libri e le sue carte
geografiche. Scriveva, gridava, ingiuriava, spargeva la sua prosa tempestosa
per scuotere gli increduli, gli indifferenti, i neghittosi e non taceva che
quando vedeva la gioventù avviata alla morte per la liberazione della patria
negli abiti degli insorti. Amilcare Cipriani è stato suo. Egli ha vissuto
intorno a lui fino al tentativo di adunare i repubblicani in Palermo per andare
a Roma a proclamare la città eterna capitale d'Italia.
Giuseppe Mazzini, mi ha detto un giorno Cipriani, è stato un
vero fabbricatore di eroi. Con la sua tenacia, con la sua fede, con la sua
visione di un'Italia libera ed una, con il suo genio ha dato alla nazione
schiava i contingenti per redimerla.
Nel movimento della risurrezione italiana rimarranno soli
Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.
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