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Paolo Valera
L'uomo più rosso d'Italia

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  • Il Diario di Amilcare Cipriani
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Il Diario di Amilcare Cipriani

 

Da Rimini a Portolongone

 

Incomincia con una letterina a Cesana, il direttore del Messaggero, per dirgli che «sono pensieri gettati giù in fretta, nel tetro bugigattolo di Portolongone», e che avrebbero bisogno di «una limata».

La sua «cittaduzza» come la chiama, gli metterebbe voglia di liticare col dotto riminese Tonini. Ma non vuole accapigliarsi con lui. Gli bastano i nemici politici. Tuttavia se non si acciuffa, si ribella alla tirannia letteraria come da molti anni si è ribellato «a quella della famiglia, della patria, dei preti, dei re, del militarismo, della borghesia dei paesi repubblicani e fiacchi socialisti, come si è ribellato a quella della proprietà, del capitale» di tutti i governi retti con civili ordinamenti.

«Le esigenze, gli usi, i costumi, gli obblighi, le convenzioni sociali, le leggi burocratiche, autocratiche, aristocratiche, oligarchiche, monarchiche, repubblicane, democratiche sono altrettante tirannie contro le quali mi ribellai, mi ribello, mi ribello, e mi ribello».

Evviva la libertà la più ampia, la più illimitata, la più estesa, la più sperticata, la più scapigliata, scartata sempre dal rispetto e dalla giustizia, la vera giustizia eguale per tutti, a condizione che non opprima nessuno. Se opprimesse, si ribellerebbe anche contro la tirannia della libertà. Poi del resto, non ho la pretensione, dice, di saper scrivere nè di scrivere per chicchessia. Per il momento scrivo per me, per ammazzare l'ozio, la noia, lo spleen; cacciar la nostalgia, gli umori neri dell'immobilità e della solitudine alla quale fui condannato ed ingiustamente condannato; scrivo per non sentire i colpi incessanti della precoce vecchiaia accelerata viemmaggiormente dai pessimi trattamenti che soffersi e che soffro; scrivo per trionfare, se posso, sull'imbecillità che sta per piombarmi addosso, conseguenza della solitudine sepolcrale in cui sono arbitrariamente tenuto onde salvaguardare le altrui responsabilità e l'ordine pubblico, il quale, a quanto pare, corre sempre grandissimi pericoli, benchè io sia incatenato, ed incatenato coi fiocchi. Bisogna proprio essere bassamente feroci, per accampare tali pretese, onde tormentare un uomo!

Basta. — Rimini è città antichissima e ciò tutti sanno anche senza leggere il racconto storico di C. Clementini, e l'opera del Tonini. L'importante per questo abbozzo, nato in galera, è che vi è una prigione che è stata il terrore dei «poveri reietti». La Rocca d'oggi non è probabilmente che un pezzo del palazzo dei Malatesta. È da quella torre che il signorotto riminese faceva tremare la popolazione e sguinzagliava per le vie i bravacci che gli procuravano fanciulli e fanciulle. Dal sozzo tiranno è passato nelle mani di un vescovo. Dal brigante laico, al brigante clericale, dal canchero, alla peste. Le turpitudini del secondo hanno fatto desiderare il primo.

La Rocca edificata dal terrore pel terrore, le sue mura non cessano d'essere spettatrici di angosce infinite. Popolata di tormentati e di tormentatori e divenuta prigione d'infimissimo ordine. Non è un edificio imponente e pomposo come il cellulare di Milano, o sinistro come gli ergastoli di Civitavecchia, di Portoferraio e di Portolongone, di Volterra e di Tolone. È un carcere volgare. Carcere umido, freddo, tetro, ammuffito, malsano, reso più malsano da coloro che tolgono al prigioniero la luce, l'aria, il moto e proibiscono il sollievo di poter confidare le proprie afflizioni una cantilena.

Il prigioniero è trattato peggio di una belva ingabbiata. Gli chiudono le finestre, si impedisce che il rumore della vita giunga a lui. Gli si proibisce di parlare, lo si istupidisce, negandogli i libri e lo si caccia in un sepolcro per quindici o venti giorni a pane e acqua per non disturbare il silenzio.

 

* * *

 

Il 31 gennaio 1881 giungevo da Roma a Rimini in treno alle 9 di sera, dopo un'assenza di 22 anni. Me ne ero andato quindicenne, pieno di entusiasmo, di vita e di speranze, lasciandomi al dorso una famiglia numerosa. Vi rientravo vecchio, disilluso, perseguitato. Credevo di giungere in tempo ad abbracciare mio padre. Volevo abbracciare la mia buona Amalia e il caro Alceste. Il fratello era in prigione e io venni agguantato subito dalla polizia. Si dice che io sia stato denunciato da qualche spia. Può darsi. Non ne so niente. Il maresciallo dei carabinieri mi ha veduto scendere dal vagone e mi ha arrestato senza uno straccio di mandato. Circondato da un gruppo di gendarmi e di birri, venni rinchiuso in una carrozzella e condotto al trotto alla caserma della piazza della Rocca. Perquisito alla presenza di un delegato, dal sottoprefetto de Conti e dal luogotenente dei carabinieri Moretti, domandai loro di essere condotto al letto del padre morente. Non s'impietosirono. Il pretesto era l'ora tarda. Fui consegnato alla Rocca. Subii un'altra visita. Lo «sgherro» mi chiuse in un camerone alto, scuro, sporco, gelato come una ghiacciaia, con un pagliericcio e due pezzi di coperta che non bastavano a coprirmi. Rimasi al buio. Mezz'ora dopo rientrò a ispezionare accuratamente le inferriate, i muri, il pavimento, percuotendo un po’ dappertutto. Nell'aria umida, tutto assiderato, non potevo nè sedere, nè coricarmi, nè passeggiare. C'erano molti topi neri. Mi passavano sulle scarpe. Per liberarmene feci dei passi. Mi fu ingiunto di stare quieto. Chiesi una coperta: negata; uno sgabello, rifiutato. Allora mi ribellai. Passeggiai tutta notte, a dispetto dello sgherro imbestialito.

Alla mattina pagnotta nera e buona; un mastello d'acqua e un piatto di jozza, mangiabile. Dieta insufficiente per un uomo.

La mia buona Amelia mi ha inviato un materazzo e delle coperte e i vecchi e i giovani amici mi fecero portare le vivande quotidiane, veramente squisite. Sono i soli giorni buoni che ho avuto della mia prigionia. Mi si era arrestato per cospirazione contro la sicurezza dello Stato — motivo elastico col quale si sopprime ogni anno la libertà a migliaia di cittadini. Come detenuto politico mi aspettavo un trattamento migliore. I detenuti politici in America, in Inghilterra e in Francia sono circondati di riguardi. Non sono umiliati dalle perquisizioni personali, dalla lettura delle loro carte e dai frugamenti nei loro oggetti, dalla confisca dei loro denari, della loro valigia con vestiari, biancheria, libri, temperini e forbici. Altrove sono accomodati diversamente. A Santa Pelagia (a Parigi) ci sono locali esclusivamente per loro. Vi sono biblioteche di migliaia di volumi utili a loro disposizione. Possono ricevere visite a tutte le ore del giorno, per un tempo illimitato e senza testimonii. Libertà di corrispondenza. Scrivono quando piace loro e le lettere sono imbucate non appena consegnate. Non sono condannati a ignorare quello che avviene di fuori. I giornali che si pubblicano sono tutti a loro disposizione in un gabinetto di lettura. In Francia il prigioniero politico continua ad adempiere alle sue funzioni come se fosse libero. Col permesso può uscire e rimanere assente dalla levata alla calata del sole. I giornalisti in prigione rimangono sulla piattaforma. Condannati per reati di stampa è loro permesso scontando la pena di diventare recidivi. Peggio per loro se ripetono lo stesso crimine con prosa violenta. In Italia il detenuto politico è come il detenuto comune. È sottoposto alle perquisizioni oscene, alle insolenze, ai cattivi trattamenti, al vitto immangiabile, alle celle inabitabili, ai sacconi sudici, alla mancanza d'aria e di moto. Da noi si è feroci: mi si è negato perfino di vedere il mio vecchio genitore in fin di vita.

La sudiceria della Rocca era incredibile. Si leggevano sulle pareti iscrizioni vecchie di dieci anni. Gli usci e le finestre eran fracide. I vetri rotti e i rulli opachi lasciavano entrare pioggia, vento, neve, grandine. Il freddo intirizziva. Per scaldarci bisognava pestare i piedi, sbattere le braccia, fiatarci sulle dita. La notte invernale era di sedici ore lunghe, noiose, terribili, in cui il prigioniero si voltolava fra le lenzuola ruvide e gelate, in un silenzio di tomba. Io tossivo nel supplizio. Si andava in cella di rigore a pane e acqua per i minimi rumori. Ci si gettava nella buca sotterranea, nudi, condannandoci a sdraiarci sulla lastra di marmo bagnata e ci si chiudeva dentro senza coperta, con la finestra spalancata sul capo.

Un giorno quando meno me l'aspettava, ho avuto la grata sorpresa di abbracciare mia sorella. L'emozione è stata grande, era la gioia mi è stata diminuita dalla presenza del sottoprefetto, dell'ufficiale dei carabinieri, dei delegati, dei birri in civile e degli sgherri. Non la trattenni molto anche per non prolungare il lavoro di coloro che ci teneva gli occhi addosso. Gli uni seguivano i movimenti delle mani, gli altri adocchiavano le gambe e tutti ascoltavano le parole che dovevano mandare a memoria e riferire. Ritornai al mio isolamento con l'animo attossicato.

 

* * *

 

Alle 4 del mattino del 15 febbraio 1881 la guardia di ronda mi avvertiva di tenermi pronto per la partenza delle 5. Dabbasso, nell'ufficio del capo guardia trovai lo stesso maresciallo che mi aveva arrestato con cinque gendarmi. Fui ammanettato. Un'altra illusione che se ne andava. Da noi si ammanettavano e si incatenavano i detenuti politici come tante bestie. Segni di barbarie. I ferri e le manette sono vergogne italiane. I cuori sanguinano. Innocenti e colpevoli, malvagi e buoni, son legati assieme, condotti per le vie, spettacolo ai curiosi, ai fannulloni.

Sovente fra tanti sventurati in catena sono il detenuto politico e il giornalista che non hanno saputo orare o scrivere come farebbe un questore. Nel paese del delitto di opinione è così. C'è la berlina per la strada, il vagone cellulare, l'arresto preventivo, la corte d'assisi e qualche volta la reclusione o la galera.

Dalla Rocca alla stazione mi sono accorto che agli angoli delle vie erano delle pattuglie. Si aveva paura che i socialisti riminesi mi togliessero dalle loro mani con un'aggressione. Giunti alla stazione mi si è fatto salire in un vagone di seconda classe. A tutte le stazioni ho servito di spettacolo a una processione di ufficiali, di delegati, di spie, e di viaggiatori che protendevamo le teste per vedermi.

— Bologna!

Il viaggio era stato fastidioso. Discesi. Ho dovuto sorridere. Ero aspettato come uno dei più feroci briganti. Sono stato preso d'assalto da una moltitudine di gente armata. Il maresciallo di tanti carabinieri non era mite come quello che mi aveva accompagnato. Per lui non ero ammanettato abbastanza. Mi diede due altri giri e mi fece penetrare i ferri nelle carni. Non gridai. Impallidii. Disprezzo troppo i vili tormentatori dei vinti per lasciarmi scappare un'interiezione di dolore. Andai alla vettura cellulare in mezzo a un nugolo di carabinieri.

— Stiamo attenti! disse il maresciallo ai subalterni. Il maresciallo è entrato con me nell'omnibus circondato da una dozzina di carabinieri. L'omnibus era un cesto d'insalata rotto, fracassato, con punte che uscivano dai sedili mezzo sbottiti.

—Avanti! in guardia! disse il solito maresciallo al cocchiere.

Il cocchiere filava per una direzione contraria. Il maresciallo inviperito, urlava, strepitava, bussava ai vetri.

— Ferma! ferma!

Più cercava di arrestarlo e più il vetturale frustava i cavalli. Egli aveva avuto la consegna di non fermarsi perchè c'era in vettura un capo dell'internazionale o dei socialisti o degli anarchici che le bande armate volevano liberare.

— Ferma! ferma!

C'è voluto i savii e i matti a farlo fermare.

— Boia, cane, assassino! gli diceva il maresciallo. È un'ora che ti chiamo.

— Non mi ha detto di non dar retta a nessuno?

— Al diavolo!

Io non sono facile a ridere.

— Perchè ridete? mi domandò il maresciallo.

— La vostra è una burletta. Non posso che ridere.

In prigione mi portarono in una celletta un pagliericcio gonfio di paglia, duro come un sasso. Non mi si diede da mangiare. Ero partito digiuno, rifiutando i quaranta centesimi per la razione di viaggio. Mi coricai a stomaco vuoto. I miei denari erano andati alla procura. Così dalla sera del 14 al 16, giorno in cui arrivai a Milano, sono rimasto senza mangiare.

Era un viaggio per traduzione. Mi si svegliò alle 4. Alle 5 ero ammanettato e un po' più tardi salivo in una carrozza di terza classe.

A Piacenza c'è stato uno scambio di carabinieri. Quello che era vicino a me ha dimenticato il giornale. Vi si parlava di me. Si accorsero di me anche i viaggiatori del vagone. Tutti m'inviavano saluti e mi facevano segni di simpatia. Tre o quattro donne piangevano. Pregarono i carabinieri di smanettarmi. Non ho mai veduto uomini più imbrogliati di loro. Ho dovuto io stesso persuaderle che i carabinieri non potevano farlo senza compromettersi. All'arrivo c'è stata gara per stringermi le mani.

— Milano!

Sono stato incassato nella celletta della vettura dei prigionieri. Era un buco. Vi soffocavo. Non ho mai sentito il bisogno di giungere al cellulare come allora. Dopo le solite registrazioni e perquisizioni venni chiuso nella cella 75 di un raggio chiamato intermedio. Le celle grandi dette di favore a dieci lire il mese sono occupate di solito dai ladri in guanti glacés. La mia cella mi era stata data per deferenza, secondo il direttore Fassa; ma in verità era per potermi tener d'occhio. All'indomani ho udito che c'erano in diverse celle il Franzini di Milano e il giovine poeta Monticelli di Monselice, coinvolti nel mio processo per cospirazione. Il direttore dopo le mie lagnanze, li fece cellulizzare negli intermedii come me. Davanti alla mia cella era quella del famoso padre Ceresa, di sozzissima memoria. Il miserabile era stato condannato a dieci anni di reclusione per sodomia commessa su alcuni fanciulli affidati alla sua casa educativa, perchè li allevasse nel santo timor di Dio. In carcere era trattato bene. Era riverito; conservava l'abito ecclesiastico e riceveva visite di condoglianze per l'ingiustizia sofferta dai nemici della Santa Sede. La sua cella era un bazar. C'erano tappeti, mobilia, materassi, bauli, quadri, macchinetta da caffè, tutto ciò che potesse desiderare. Sei anni dopo è stato graziato e c'è voluto un fottio di tempo a far San Michele.

Io che ero detenuto politico ero trattato assai più male del depravatore dell'infanzia. Dovevo comperare le medicine per purgarmi col mio denaro. Sputavo sangue e mi fu negata un'ora d'aria di più della consueta. Non ho mai potuto ottenere il secondo lenzuolo per farmi proteggere dalle punte di paglia di grano che sbucavano dal tessuto del pagliericcio e mi penetravano nelle carni. Avevo due valige con biancheria e vestiario sequestrate che marcivano in magazzino. Per un anno sono rimasto con la stessa camicia e con gli abiti tutti maculati e stracciati. I miei di casa mi avevano mandato un pacco di calze, di camicie, di mutande e di fazzoletti, con un paio di calzoni. Il procuratore generale De Oliva mi ha respinto una lettera alla famiglia con la postilla sulla busta: Si rimette al detenuto la presente, ecc. Il sottocapo alla mia custodia una volta letta voleva riprenderla. Io gli feci osservare che il procuratore diceva, si rimetta e non si comunichi. È ritornato con un altro sgherro. Mi si avventarono addosso, mi afferrarono per le braccia, torcendomele indietro come se avessero votato spezzarmele. Mi sono trovato tutto graffiato. Il capo si era servito perfino dei denti per farmi aprire la mano che teneva chiusa la lettera. Avuta la lettera mi svillaneggiarono e mi copersero d'improperii. Me ne dolsi in una lettera alla procura generale, ma la lettera venne trattenuta, come vennero trattenute tutte quelle che accennavano alla vile prepotenza. Ottenuto il permesso di scrivere si leggevano i foglietti quando io ero all'aria. Me ne sono accorto e me ne sono lagnato inutilmente.

 

* * *

 

Miei carissimi fratelli,

Non ho ricevuto risposta alla mia che inviai a Crispi por ottenere un po' d'aria e la libertà per le mie lettere. Quanto mi dite nella ultima vostra sembra che l'inconscia negativa sia quella che mi ha inviato e mi mantenga in prigione. Persuadetevi, mi avrebbero inviato ugualmente. Il vostro ottimismo, anche dopo le tante flagranti violazioni di legge, mi sconforta. Non che io sia pessimista à outrance e voglia che lo siate voi pure. Ma la giustizia e le leggi mi hanno fatto tanto male che è lecito essere scettici. Chi mi ha reso tale sono le spudorate ingiustizie.

Io, come sapete, ad Alessandria d'Egitto sono stato aggredito da dieci e più persone armate; dopo aver riportato tre ferite di una certa gravità difendendo la mia pelle di già bucata, uccisi, involontariamente, alla cieca, uno di quei malandrini. Allora, lì per lì, subito dopo il fatto, non mi furono tributati che encomii e felicitazioni per lo scampato pericolo. Ero nientemeno che un eroe, un valoroso che s'era difeso come un leone.

Dopo 15 anni, arrestato e trasformato in un omicida volontario, colla mente sbalestrata dalla terribile accusa, negai per un momento.

Tradotto dinanzi alle assise, sotto quei tali giurati idonei (perchè uno era stato dichiarato dal p. m. non idoneo), molti idonei ad esercitare il loro ufficio, mi trasformarono nel peggiore degli uomini condannandomi a 25 anni di galera, ridotti dalla magnanime cassazione a venti.

Da quel che si vede, in Italia, sono molto più pericolosi ed insidiosi i pugni che non le stoccate (Cipriani allude a un operaio rimasto negativo per un anno di avere ucciso a pugni un aggressore per difesa personale e di avere confessato il delitto alle assise dalle quali è uscito assolto). Colui che uccide difendendosi dai primi è proclamato innocente. Colui che contende la propria vita alla seconda è dichiarato colpevole e mandato in galera. Fortuna che la mia testa non è da manicomio, altrimenti ci sarebbe proprio da impazzire o suicidarsi, o uccidere volontariamente sul serio.

Basta, torniamo alla negativa.

Negai perchè ebbi vergogna, rossore dell'accusa; per un complesso d'ira e di dolore; negai perchè sapevo che i giudici di questo governo e sopratutto del governo di Depretis e Zanardelli, non ci badavano tanto per il sottile trattandosi di noi socialisti; negai perchè mi vidi perduto non avendo nessunissima fiducia in questi miei giudici, essendo ancora fresca nella mia mente la lacrimevole fine dei poveri Rustacchini di Ravenna e Gaspare Rivalla di Milano, morti entrambi di crepacuore, il primo nella galera di Finalborgo, l'altro in un luogo di reclusione ove erano stati inviati innocentissimi, perchè socialisti, da quei tali giudici in cui io avrei dovuto avere fiducia.

La legge stessa — la pretesa infallibile — dovette poi riabilitarne la memoria; ma dopo morti, si sa.

Ed è forse quello che avverrebbe di me, se io fossi uomo da lasciarmi ammazzare dal dolore.

Ma vivete pure in pace; non c'è pericolo perchè io mi ritempro e mi fortifico nella sventura e sotto i colpi de' miei nemici. Negai per un momento la verità perchè, ripeto, sapevo ch'essa non mi sarebbe valsa a nulla e l'esito del processo ne fa fede.

Entriamo in più ampi particolari e vediamo quando mai finirò di rinnovare questo disperato dolore che in cuor mi preme.

Detenuto politico fin dal 31 gennaio 1881, la lunghissima e noiosissima istruttoria era ultimata. Io, in attesa dei dibattimenti m'accingevo a comparire alle assise a difendere sull'onorato banco d'accusa quelle idee che sono l'avvenire certo inevitabile dei popoli, delle nazioni, dell'umanità e che un'ingiustissima intolleranza, ci vietava e ci vieta di esporre pubblicamente nel seno di quella società che ha il diritto di conoscere tutto, per guidare e scegliere, accettare e combattere a seconda dei proprii interessi, del suo avvenire.

Mi ero insomma preparato come il nostro amatissimo Costa, per difendere quel partito che è la libertà, la giustizia, l'uguaglianza, la fratellanza dei popoli e che è perseguitato e velenosamente qualificato composto di malfattori.

Eppure gran parte dei governanti d'oggi furono precursori di questi malfattori; i perseguitatori d'oggi sono i perseguitati di ieri. Per questo non dovrebbero ignorare che le persecuzioni furono sono e saranno sempre la vita dei partiti e delle idee nuove. Sono le persecuzioni che le fanno grandeggiare, stimare, amare, difendere, adattare, perchè le vittime non producono dei carnefici, ma dei vendicatori.

Le persecuzioni sono la vita, l'alimento, l'anima, la forza delle rivoluzioni, anzi sono la stessa rivoluzione. Immerso in tali idea alla vigilia del dibattimento mi è giunta una lettera di Enrico Bignami nella quale era detto che per la festa dello Statuto sarebbe stato promulgato un decreto d'amnistia per tutti i reati politici e che a giorni sarei stato libero.

Da Rimini, voi cari fratelli, confermavate la piacevole notizia con tutte quelle parole che mi facevano sentire il desiderio della libertà.

Preparai il sacco e attesi.

Eravamo ai primi di giugno. Le giornate eterne, tetre ed infuocate, mi rendevano l'aspettativa più penosa e la cella insopportabile.

Ogni volta che la porta si schiudeva, m'alzavo automaticamente, mi mettevo il cappello in testa, guardavo la guardia e aspettavo che mi dicesse: avanti, si parte. Ma l'uscio si richiudeva ed io deluso, risedevo dicendo a me stesso: a domani! Io, che non mi lascio sorprendere da nulla, che nulla m'abbaglia e m'entusiasma, io che non fui sorpreso nè commosso riacquistando la libertà dopo dieci anni di Caledonia e che mi lascio guidare in tutto dalla ragione, oggi ricordando pacatamente questo momento della mia vita, non so spiegarmi nè perdonarmi l'impazienza febbrile che s'era impossessata di me. Che fosse un tacito presentimento dell'uragano che rumoreggiava sul mio capo, della grandissima sventura che mi sovrastava? A tutto pensavo, tranne che all'Egitto, a Santini, alla galera.

Tutto congiurava ad aumentare la mia inquietudine. Le lettere che nei primi mesi erano rarissime, nel momento dell'amnistia mi pervenivano da tutte le parti, piene di affettuose felicitazioni e augurii e inviti fraterni.

Qualche amico di Milano mi annunciava che stava preparandomi l'immortale risotto; a Napoli mi aspettavano i leggendarii maccaroni; a Rimini avrei avuto l'antichissimo brodetto; a Ravenna avrei mangiate le anguille marinate; a Bergamo, a Brescia la democratica polenta e uccelli; a Bologna la grave e succolenta pasticciata. I toscani, ameni sempre e sempre spiritosi avevano pensato all'inaffiamento di tanta roba. Amilcare, mi dicevano, tu che hai sofferto la sete nei lunghi dieci anni sotto la zona torrida e che devi avere la gola asciutta come un sughero, vieni, ti abbiamo preparato un Imalaia di fiaschetti. I veneziani si erano promessi di trasformarmi in una zucca barucca.

Era un supplizio. Avevo la febbre di uscire. Non potevo più stare seduto. A furia di aspettare ero quasi ammalato. Finalmente un giorno si aperse l'uscione.

— Lo vogliono dabbasso.

Ci siamo, dissi tra me e me e scesi. La guardia che mi conduceva non mi rispondeva che a monosillabi. Le guardie lungo i raggi invece di farmi il solito saluto militare mi sbirciavano a stracciasacco.

— Curiosi, dicevo mentalmente. Si direbbe che sono malcontenti di vedermi andar via.

Credevo che per la mia uscita non ci fosse che un foglio da firmare o da adempiere a qualche formalità noiosa. Nella stanza non ho trovato che visi burberi. Mi si diede una carta piegata. Invece dell'amnistia era un mandato di cattura. Ero ilare e sorridente e rimasi sorridente e ilare. Coloro che mi erano d'intorno mi erano cogli occhi in faccia. Riabbassai gli occhi sul foglio fatale e confusamente avevo veduto che si trattava di un omicidio volontario. Lessi: Egisto, Fortunato Santini, ecc. Compresi tutto. Il sangue mi diede un tal tuffo al cuore che credetti di cadere fulminato. Non vidi più nulla, non intesi più nulla. Gli occhi mi si appannarono, le orecchie mi fischiavano come dopo l'esplosione di una formidabile mina; intesi il pavimento muovermisi sotto i piedi, grondavo sudore e malgrado lo sforzo, se non mi fossi trovato al muro, sarei senza dubbio caduto. Fu un brutto momento, di quei momenti che spezzano il cuore di un uomo e se non l'ammazzano, lo istupidiscono per tutto il tempo della vita e se non è cacciato in un manicomio lo si trova appeso a una corda.

— Allorquando tornai in me una sola esclamazione mi è traboccata dal cuore, profondamente piagato.

— Oh, che infamia! Io omicida volontario!

Colla morte nell'anima e barcollando come persona ebbra m'accingevo a tornarmene nella tetra e solitaria cella che io poco prima credevo di avere lasciata per sempre quando una vociaccia arrogante mi chiamò:

— Cipriani, di qui.

Mi volsi sdegnato e fummi indicata la stanza del giudice istruttore.

Vi trovai il giudice Greco che aveva istruito il processo politico con una persona che lo assisteva e lo scrivanello.

Nei frequenti colloqui col primo, quando si istruiva il processo politico, mi era nata una certa simpatia per lui.

Nell'istruire il processo per reato comune trovai un altr'uomo. Era sgarbato, scortese, severo. Se la seconda istruttoria fosse stata fatta da un altro non mi sarei umiliato colla negativa.

Ma cosa volete, fu un momento di debolezza! Forse il primo della mia vita, che pagai così caro. Davanti a quell'uomo non ebbi la forza lì sui due piedi, di riconoscermi come l'uccisore, benchè involontariissimo, del Santini.

Schiacciato sotto il peso dell'infame accusa, l'orrore per essa, avvilito, offeso, umiliato, adirato, con un misto, ripeto, di rabbia e di vergogna, senza sapere quello che facessi, negai come un fanciullo e fui proprio come il cigno che crede evitare il micidiale artiglio dell'aquila spietata che gli minaccia il petto col celarsi la testa sotto le ali.

Coglierò quest'occasione per rettificare, secondo la verità, una delle solite inezie che mi valsero la galera senza lasciarmi adito a nessuna riparazione legale.

Non negai nel modo spigliato e sfacciato, come si legge nel processo. Le mie risposte non furono fatte colla regolarità che trovasi nell'istruttoria. Nell'abbattimento morale in cui mi trovavo, il passaggio repentino dalla speranza alla libertà, alla prospettiva della galera, dalla gioia al dolore, da uomo onorato, riverito, amato, caduto nella fogna del comune delinquente, il dispiacere cocente nel pensare che tutti, guardando il fatto, m'avrebbero creduto colpevole e abbandonato senza meritarlo, tutti questi sentimenti mi toglievano quella lucidità di mente che mi si supporrebbe leggendo la elegante e corretta negativa che trovasi nel processo.

Nel turbamento morale in cui mi trovavo vi lascio pensare quali potessero essere le mie risposte. Dei monosillabi, i quali, destramente svisati dalla malevole intelligenza del Greco, presero quella forma di menzogna furba, elegante, spigliata, forbita, disinvolta e sfacciata che lascia una cattivissima impressione a chi la legge, impressione che provai io stesso quando la lessi, per la prima volta, nell'ultimo opuscolo «Per Amilcare Cipriani e pel Diritto».

Non potrei con certezza asserire se le domande fossero veramente quelle che mi furono rivolte, perchè ripeto, ero turbato, profondamente turbato, ma certo quelle non furono le risposte.

Eccovele, confrontate e giudicate:

— Interrogato se si rammenti di essersi trovato in Alessandria d'Egitto il 13 settembre 1867:

Risposta — Non rammento troppo bene; a me sembra che fossi di già a Londra.

Int. — Procuri risovvenire le prove delle sue discolpe, dichiarando dove si trovasse a Londra alla metà del settembre 1867.

Risp. — In Dean Street (ed infatti è qui che dimorai per più di sei mesi).

Int. — Se abbia conosciuto Lanzoni Alessandro, Raffaele Ciucci, Belincioni Enrico, un tal Baroni, Sante Menicagli e Santini Fortunato.

Risp. — Il nome solo del Lanzoni farmacista, mi è noto.

Int. — Dal mandato di cattura che gli venne notificato questa mattina avrà rilevato il titolo dell'imputazione per la quale oggi è chiamato a rispondere dinanzi la giustizia.

Risp. — No, non ne ebbi il tempo, perchè non fummi rimesso che in questo momento.

Int. — Lo legga.

Risp. — (Dopo averlo guardato superficialmente) Dico che l'imputazione non mi riguarda, perchè non sono un omicida involontario.

Int. — Si rammenta ove fosse suo fratello Camillo nel settembre 1867?

Risp. — Non so. Dopo la campagna del 1866 ci separammo (Ed anche questo è vero).

In quanto alla firma risposi con un gesto negativo del capo. È vero che ciò non attenua in nulla la negativa, perchè in fondo rimaneva sempre. Ma questa è la verità, perchè queste furono le risposte più in armonia col turbamento morale in cui mi trovavo e non quelle.

Ma calmato alquanto e ridivenuto padrone di me e della mia ragione, sorpreso io stesso dell'inconscia negativa, esclamai:

— Ma che pazzo sono io a negare!

Chiesi che si distruggesse tale negativa; mi fu rifiutato. Dichiarai che non avrei firmato.

— Firmeremo noi, mi risposero.

Allora deposi grosso modo il fatto come mi si presentò alla mente ammalata e dopo tanti anni di oblio. Sperai in una seconda istruttoria che il Greco sesso mi promise e che, naturalmente, non ebbi mai.

Anche la mia deposizione, benchè più a mio vantaggio che altro, subì le stesse alterazioni della negativa. Un'altra irregolarità che non ha potuto essere una svista fu nel precisare l'arma con cui mi difesi. Io non mi sono mai servito della parola pugnale, perchè tale non era, ma bensì di piccolo coltello.

E così vi ho narrato con la mia solita sincerità i motivi di quella terribile negativa.

Se dalla presentazione del mandato di cattura a quella della istruttoria fossero corse almeno due ore avrei avuto agio di calmarmi, raccogliermi, ricordare il fatto che io stesso avevo in gran parte obliato, perchè, padrone di me stesso, avrei saputo che, una sol cosa mi avrebbe perduto, la negativa, e che dalla narrazione minutamente particolareggiata dell'accaduto potevo sperare salvezza.

Il fatto d'essere rinvenuto subito, dopo cinque minuti dalla negativa, dimostra chiaramente che se negai, fu la confusione mentale in cui mi aveva gettata l'ingiusta e terribile accusa e la repentina istruttoria.

Ogni giudice imparziale l'avrebbe veduto, come lo videro i miei giudici, ma, disgraziatamente, tutt'altro che imparziali.

Concludo come ho esordito e dico che mi avrebbero condannato alla galera anche senza la negativa, e forse, chi sa! sarebbero stati capaci d'inviarmi anche senza l'uccisione del Santini, tanto sono profondamente, radicalmente, irremissibilmente convinto che alla politica, nient'altro che alla politica io debba le mie catene.

Questa ferma convinzione l'attinsi nel corso del processo, alle assisi, dalla conferma della cassazione e da mille fatti che voi conoscete meglio di me, dalle multiformi violazioni di legge, dalla poco lodevole insistenza, dal non volerci rendere giustizia a voi, a me; ed al paese che la chiedeva. Nel corso della mia pena vi furono visite e parole lasciate cadere non a casaccio dai berrettoni altolocati che mi squarciavano il velame delli versi strani.

Ed oggi più che mai. Dopo tutto quello che fu fatto, scritto e detto fino in Parlamento, il dubbio è divenuto certezza.

Ed è questa maledetta incertezza che mi fa disperare dell'avvenire. Nè sono le ambigue e vaghe promesse di ministri che possono farmi concepire salde promesse.

Ne furono fatte tante!

Osservate bene che con ciò non voglio mica metter in dubbio i buoni voleri dell'onorevole Zanardelli; ma la verità vuole che io vi faccia osservare, che egli è lo stesso guardasigilli che ha sanzionato la condanna d'Ancona e la conferma della Cassazione romana. Anche lui ha fatto promesse che non ha poi mai mantenute.

Oggi non sconfortato, ma dubbioso e disgustato esclamo con l'esimio L. Zuppetta: Vox praetereaque nikil.

Le ragioni di questo mio scetticismo ve lo svolsi nella lettera del maggio in cui vi riassumeva la questione dell'aborrita grazia.

In un'altra io diceva: — Voi tutti dite: la revisione è impossibile. Io aggiungevo che ero pago della splendida revisione morale che mi accordarono moltissimi italiani, e fra i primi i forlivesi e i ravennati. Ma se ciò mi ha restituito l'onore immacolato, non mi restituisce però i miei diritti politici e civili. Essi non possono essermi restituiti che dalla revisione o dall'amnistia. Non certo dalla grazia. La grazia è la remissione della pena. Non cancella la criminalità del fatto nè la macchia della condanna.

 

Amilcare Cipriani.

 

* * *

 

Ritorniamo al momento tragico. Dopo l'istruttoria risalii alla mia cella talmente accorato che rimasi tre giorni senza mangiare. Ma poi, la ragione prevalse. Mi sentivo quello che ero. Disprezzai le mene inique per perdere un nemico politico. Non mi considerai perduto. Non ho sbagliato.

Gli sgherri non potevano farmi un gran male per farmi sentire la differenza che corre tra il detenuto politico e il detenuto per reato comune. Ma me la fecero sentire tutte le volte che hanno potuto. Mi tolsero i pochi foglietti scritti che portavo in tasca, le lettere di famiglia e mi fecero angheriucce sbirresche che io disprezzavo. Prima mi si portava il cibo in una tazzina comperata coi miei denari. Dopo me lo si dava nella gamellaccia più sozza che ci fosse al cellulare. Andai per mangiare e vi trovai un mozzicone masticato. M'accontentai di un tozzo di pane. Il giorno dopo vi trovai un pizzico di peli, di schifosissimi peli. Il terzo giorno vi avevano buttato un pugno di cenere e di carbone. Non toccai più la gamella e senza lagnarmi per non udire che io ero un detenuto comune. Vissi due mesi a pane e acqua. Ammalato e spossato un giorno mi sono fatto comperare mezzo litro di latte. Me lo portarono in un vaso di rame non stagnato. È mancato poco che non morissi avvelenato dal verderame. Sfinito ho cercato di tirarmi su con un po' di vino che non bevevo da vent'anni, e due uova. Nel primo erano un centinaio di mosche. Le seconde erano putrefatte. Ne scrissi alla famiglia. La lettera venne trattenuta, ma il sistema venne cambiato. Ripresi un po' di vita.

Il cellulare di Milano, il carcere così detto aristocratico è il più malsano di tutt'Italia e forse d'Europa. Non ha che l'apparenza. Le celle furono misurate con una parsimonia veramente feroce e feroce e crudele è tutto il resto. Se soffiano i venti del sud-est o se c'è scirocco, l'acqua gronda dai muri. Il pavimento, fatto di cemento, trasuda come una spugna. È sempre umido. Nei giorni piovosi è bagnato. Vi si sente l'aria di un sotterraneo. Tutto si inumidisce: coperte, pagliericcio, lenzuola, vestiario. Umidità fitta, fredda e costante che penetra nelle midolla delle ossa. Con sei mesi di questo carcere si è tutti reumatizzati, addolorati, idropici. Si hanno delle flussioni, delle oftalmie. Si è marci, bolsi, snervati, impotenti a qualunque lavoro manuale e intellettuale. L'intelligenza è la prima ad andarsene. La seguono i capelli e la barba. La pelle si stringe. La voce diventa fioca, i muscoli indeboliscono. Non si ha più forza nè salute. L'umidità è così intensa che una saponetta di glicerina in otto giorni è divenuta molle come se fosse stata immersa tutto quel tempo nell'acqua. Uno sputo è rimasto al suolo tale e quale per più di un mese. Per farlo scomparire c'è voluta la scopa. Se soffia un po' di tramontana si vive. Ma le piogge in Lombardia durano sei mesi. E per tutto quel tempo riappaiono le gocce. I muri del cellulare sembrano costruiti con calce stemperata col sale. Sono viscidi.

Le celle sono piccolissime. Calata la branda non c'è più spazio. Se è voltata al muro si fanno cinque passucci senza urtarla. Le finestre sono del sistema. A due metri dal suolo con inferriate a scacchi e buffe di pietre che oscurano lo spazio del prigioniero e impediscono di circolare con gli occhi per l'aria libera. Piegandosi e rizzandosi sulla punta dei piedi si riesce a vedere un pezzo di cielo largo un fazzoletto. L'aria da uno spazio così angusto entra fredda, pesante, umida, malsana. L'aria di dentro è corrotta dai miasmi, dalla respirazione e dal vaso innominabile che serve da water closet. Con la spia sempre chiusa non c'è corrente per rimuovere l'aria.

C'è una biblioteca. La più fornita di volumi delle carceri d'Italia. Ma c'è il guaio che è dimezzata. C'è la biblioteca detta del direttore la quale non è che della carcere. Nelle sue mani diventa un privilegio. È lui che concede i libri. Poi c'è quella circolante nelle mani del prete, ammucchiata di libri religiosi. La biblioteca circolante distribuisce libri ogni venerdì. Durante la mia prigionia a Milano ho letto più di quattrocento volumi.

I cortiletti di passaggio sono gemelli delle celle. I nemici dello spazio si sono saziati di crudeltà. Hanno dato ai detenuti un circolo diviso in tanti spicchi a piccoli triangoli, circondati da alte mura. Il prigioniero vi si muove a disagio. L'apertura d'entrata è chiusa da un cancello attraversato da una larga lastra di ferro che circola in tutto il recinto cancellato per impedire al recluso di vedere chi passa. Dei prigionieri e delle guardie di fuori non si vedono che i piedi.

 

* * *

 

Nel pomeriggio del 5 gennaio 1882 il direttore Fassa è venuto ad avvertirmi che mi preparassi per la partenza. Aggiungeva che la procura generale aveva dato ordini di farmi viaggiare in seconda classe. Ho saputo dagli stessi carabinieri che la gentilezza era perchè in un tentativo di fuga fossi più alla portata dei revolvers.

Discesi alle otto nell'ufficio del capo-guardia, dove trovai un mucchio di spie che mi guardavano insolentemente quasi avessero voluto imprimersi la mia fisionomia nella memoria. Ammanettato ben bene, uscii in mezzo a una dozzina di gendarmi e salii nella vettura cellulare con loro. C'era pure il sotto-capo delle guardie carcerarie Bianchi. Alla stazione fui attorniato da altri carabinieri con due brigadieri, i quali si servirono delle dragone delle loro sciabole per tenermi per le braccia. Sei gendarmi mi precedevano e sei mi seguivano. Passammo in mezzo a due cordoni di soldati di linea che andavano dalla vettura cellulare al treno. La prima sorpresa è stata quella della classe. La mia seconda classe è stata quella cassa da morto in piedi del vagone cellulare. Non c'era luce, non c'era aria, non c'era spazio. Non potevo stendere le gambe, nè muovere un braccio. Ne aspiravo il fetore. Il buco era cella e latrina. Il sedile del prigioniero è così inzuppato di materia nauseabonda. L'uscio venne chiuso con serratura a triplice mandata, piantonata da un carabiniere che mi toglieva il barlume di luce che avrei potuto vedere nello stretto corridoio delle due linee parallele. Ero sottoposto a una lenta asfissia.

Con le braccia ed i polsi addolorati dalle manette che mi laceravano le carni, le mani nere dal sangue che vi si era fermato dalla pressura dei ceppi ed il freddo intenso che sentivo più di ogni altro per i miei dieci anni di Caledonia e per l'anno passato nell'umidore del cellulare milanese.

Il 6 giungevo ad Ancona. Solito apparato di forza. Venti gendarmi di più di quelli che mi accompagnavano. Passai in una carrozzella quasi portato. Mi trovai pigiato in mezzo alla forza. Mi si legarono i piedi e mi misero la catenella alle braccia. Si aveva. sempre paura che io venissi liberato dai socialisti. La vettura andava adagio perchè aveva molti carabinieri ai fianchi. Si saliva. Si andava a far tappa al carcere Santa Pelagia. All'entrata c'era gente. Birri in civile. Legato come ero mi si trascinò giù e mi si portò nel carcere quasi di peso. Mi aspettava un facente funzione di capo-sgherro. Mi lasciarono ammanettato un'ora. Non sono molto sensibile al dolore. Pure non ne potevo più. Avevo le mani nere, morte, gelate, le braccia gonfie, i polsi indolenziti e scorticati. Smanettato, le braccia mi andarono giù come un peso morto. Divennero infuocate. Avevano la febbre. Subii la perquisizione che si subisce alle entrate dei carceri. Mi si fece spogliare e mi si vestì da condannato. Venni chiuso nella cella 14. Il direttore Alzenighi era buono. È lui che mi ha fatto portare in cella la mia biancheria personale. Sono stato trattato umanamente. Vedevo spesso il direttore. Potevo domandargli quello che il regolamento permette; ma io ho l'abitudine di non chiedere nulla nè agli amici nè ai nemici. La cella a pianterreno era triste, angusta, malsana, al disotto del livello della strada. Un buco senz'aria, dove non avevo nemmeno la consolazione del sole a scacchi, perchè avevo di faccia il muro di cinta che me ne dava la sola riverberazione. Io era considerato un transitante, un transitante che vi dovette rimanere sette mesi.

Il sole che dardeggiava al disopra del piccolissimo spazio che separava la cella dal muro di cinta assorbiva il poco d'aria che v'era, e si rimaneva ansanti, bagnati di sudore, istupiditi, soffocati, con la bocca aperta. Il vitto era lo stesso degli altri luoghi: 730 grammi di pane nero, un piatto di minestra e fagiuoli cotti nell'acqua con soffritto di lardo. Un'ora di passeggio in un cortiletto a raggi, peggio di quello di Milano. Al pagliericcio ho potuto aggiungere un buon materasso che mi ha inviato un amico. Mi vi adagiavo con piacere. Incominciai a sputar sangue. Dovetti ricorrere al medico. Piccolo, capelli e barba, bionda, cortese, giovane, intelligente, istruito, erudito. Un cuore. Curava umanamente.

Mi ordinò subito il vitto d'infermeria; mi fece dare qualche goccia d'arsenico diluito in un bicchiere d'acqua. Riacquistai la salute.

Sono rimasto otto giorni senza libri per non chieder nulla al prete. Non parlo mai coi preti.

Ero stufo. Non aspettavo che il dibattimento. Finalmente un giorno mi si è portato l'atto d'accusa. Un altro si sarebbe messo le mani nei capelli. C'era di che fremere. Risi. Nel voluminoso scartafaccio si parlava di un lungo pugnale col quale avevo freddamente e premeditatamente ucciso lo sventurato Santini che veniva ad abbracciarmi amorevolmente. Con l'arma ancora fumante del suo sangue l'immersi ripetutamente nel petto della sventurata guardia. Non mi difendo, non mi sono difeso sul banco d'accusa, abituato a disprezzare le calunnie, sopratutto se vengono dai togati. Ma tanto per esalare un po' lo sdegno dirò che i giudici questa volta mi calunniarono col proposito deliberato. Tutto il processo è stato una menzogna. È in questo intervallo che mi sono veduto venire in cella «un amico di Ravenna» come diceva lui, incaricato dagli amici di domandarmi se avevo bisogno di qualche cosa. Era una spia. Io l'avevo subudorato subito. Erano su lui le stigmate del suo infame e bassissimo mestiere. Egli era una ditta, un ceffo che si poteva riconoscere a prima vista. Sguardo bieco del cane arrabbiato, incerto, tremante sotto lo sguardo altrui. Capo chino, sempre inclinato dalla parte opposta dove si guarda; andatura bislacca, corpo rigido. Un simulatore. Parola umile. La sua vocazione era tutta nel portamonete. Mi accontentai di spiatellare una sdegnosa e sonora risata sul grugno della spia rinnegata.

Ai 22 di febbraio io non sapevo ancora niente del mio processo. Conoscevo solo l'accusa principale. In quella stessa mattina mi venne presentata la lista dei giurati scelti dal procuratore generale Costa. Nel pomeriggio ho avuto un colloquio con l'avvocato Pacetti, mio difensore, che aveva scelto come compagno l'avvocato Busi. Il dibattimento era per il 27 febbraio. Non avevo che cinque giorni per prepararmi la difesa. Tempo insufficiente perchè non conoscevo i particolari, i nomi e i cognomi, i luoghi di nascita dei testimoni mischiati direttamente o indirettamente all'aggressione della notte 13-14 del settembre 1867. La procura generale ha trascurato, per esempio, che nella stessa Livorno abitava il livornese Sante Menicagli, al n.° 12 delle Spianate, testimonio oculare del fatto. Dopo la mia condanna a 25 anni, sorpreso di non essere stato citato, scrisse al mio avvocato Leonida Busi, lamentandosene.

Se il Menicagli avesse avuto modo di comparire alle assisi di Ancona, avrebbe deposto quello che aveva deposto quindici anni prima al Consolato italiano in Alessandria d'Egitto, cioè, che io mi ero difeso contro persone determinate a togliermi la vita. I giurati non avrebbero avuto da discutere che il caso di legittima difesa. Era decisa la galera. E il processo si fece senza il Menicagli.

È stato detto, che avrei potuto chiedere un rinvio. Lascio giudicare il mio caso a coloro che si sono trovati nei miei guai. Un rinvio è un tormento. Si vive agitati e angustiati. Il rinvio mi aveva spaventato. Ho così ottenuto i miei 25 anni di galera. Ci sono e benedico le mie catene, perchè sono stato circondato della simpatia di Nocito, di Menotti, di Carducci, di Rapisardi, di Turati, di Piselli e di una moltitudine di uomini generosi e di generosi popolani, di giureconsulti insigni, il fiore degli italiani, onore del nostro giovine paese, imbrattato del fango di chi governa, e che da quattro anni lottava disperatamente per ridarmi la libertà. Io devo loro la mia riputazione, devo qualche cosa di più caro, di più prezioso che la libertà.

Un dopo pranzo più triste e più annoiato del consueto, con idee funebri per la testa, mi arrampicai alla finestrella per il bisogno immenso di vedere un pezzo di cielo. Ho udito che nella cella vicina doveva essere qualcuno con le grosse maglie della catena del galeotto. Tacqui. Discesi tutto sudato. Corsi all'uscio e bussai. Domandai al guardiano chi abitava la cella n° 13, accanto alla mia. Mi rispose che era un giovane di vent'anni, condannato a vent'anni. Vent'anni di catene! Una eternità! In quel momento condannato, decisi di sopportare la seconda Caledonia con disprezzo e disinvoltura. Incominciai a famigliarizzarmi guardando un uomo che non aveva più nulla dell'uomo. Il fragore delle sue catene al passeggio mi lasciava tranquillo. Mi persuasi. Lacerai tutti gli scritti, tutte le lettere; feci la valigia, attesi cento volte più vigilato di prima. Non mi si dava tregua. Dormiva, mi si svegliava. Leggevo, si entrava a perquisire, a battere i muri, le inferriate, a mettere tutto sottosopra.

Ero a letto febbricitante.

— Signor Cipriani, entrò a dirmi il direttore, bisogna armarsi di coraggio. Sono venuti a prenderlo per partire.

In un attimo la mia cella fu zeppa. Entrarono delegati, commissari, agenti, guardie. Non mi hanno lasciato che il tempo di mettermi le gambe nei calzoni. Mi hanno condotto via in ciabatte, ammanettato e caricato in una carrozzella chiusa con cinque carabinieri che mi pigiavano da tutte le parti. Mi incatenarono le gambe. Lungo il passaggio c'erano agenti e carabinieri. La stazione era gremita di soldati, di questurini, di gendarmi. Viaggiammo in seconda classe. A Roma ci fu cambiamento di treno. Usciti di Roma i carabinieri si misero a mangiare e a bere. Il vino li rese più buoni. Mi svitacchiarono le manette di due giri. Bisogna aver provato l'immobilità per ventiquattro ore in un'afa calda, con dieci persone addosso che fumano, ciccano, sputano, scatarrano, bevono, mangiano, ruttano e schiamazzano, mentre voi rimanete a ventre vuoto e siete avviati alla galera per venti anni per avere idea del mio strazio. Pare anche a me un sogno.


Amilcare Cipriani a Portolongone

 

Scendemmo a Livorno. Come altrove la stazione era tumultuata di soldati, di benemerita e di questurini. Passai in mezzo a loro altezzoso col mio zazzerone e venni chiuso nella cella n.° 2. Fetida. Condotto all'imbarcadero, passai a bordo dell'«Elba», il postale di quell'isola. Mi fecero scendere sotto coperta e mi misero su un pezzo di ferro a prua in mezzo ai cordami e un cerchio di carabinieri. Mare indiavolato. I passeggeri ruzzolavano. Nella stiva rotolavano. Il mare infuriato percuoteva il fragile piroscafo e lo tratteneva dalla corsa impetuosa, scapigliata, vertiginosa con ondate frementi. I cavalloni giungevano intorno all'«Elba» arruffati come montagne in moto e si disfacevano su di esso, seppellendolo. Credevo di rimanere annegato coi miei incatenatori. Si giunse a Capraia. Sosta per la discesa di alcuni passeggeri. Calmata la tempesta si riprese la corsa. Calò l'ancora a Portoferraio. Si discese e si fece la strada al carcere a piedi. Nella cella non ho potuto dormire. Le cimici mi dissanguarono. Alla mattina ricominciai la via crucis. Risalii sull'«Elba» e in tre ore fui a Portolongone. Mattinata fresca. Scesi in una lancia affollata di carabinieri. L'ultimo segno di simpatia mi era stato dato dal timoniere dell'«Elba». A terra altri carabinieri. C'era sempre la preoccupazione che io venissi liberato da una aggressione socialista. Ero ansioso di giungere alla mia destinazione e seppellirmi nella cloaca che avevo deciso di accettare senza scoraggiamento. Il tragitto mi parve lungo. Salimmo per la collina dove è il forte. Brutta impressione. Il fabbricato in cima era tozzo, massiccio, barocco, cupo, sinistro e maledetto. La sua fama infame mi era nota. Aveva inghiottito parecchi socialisti vittime dei furori politici. Direttore Banago: capo-guardia Carlo Lamberini. Ci attendevano. Attraversato il piazzale, passai il cancello dell'ergastolo con i gendarmi e le guardie carcerarie. Notai che erano le otto antimeridiane del 13 luglio del 1882.

Venni alloggiato nella cella n. 13. Mi si fecero indossare gli abiti matricolati. Io non ero più che il numero 2403. Sono stato fotografato. Subito dopo passai sotto l'operazione di un galeotto che mi fece cadere barba e capelli. Le mie sofferenze intime durante la toeletta vergognosa le lascio nella penna. Dovrei piangere e io non sono abituato alle lagrime. La cosa più penosa è stata quella di allungarmi in terra perchè mi ribadissero le catene. Ogni colpo di martello era una ferita al mio cuore. Mi sono alzato che non ero più lo stesso. Mi ero steso al suolo rivoluzionario mite e compassionevole. Mi alzai implacabile e spietato. Quei colpi di martello hanno abbattuto la barriera che mi ha fatto sempre retrocedere nella mia vita politica e sopratutto nel momento della lotta.

Un mese dopo il mio arrivo mi si concesse un'ora d'aria e il permesso di comperarmi un po' di latte. Il medico Campanella negli altri giorni che rimasi a letto è sempre venuto a trovarmi. Il capo guardia Carlo Lamberini, era un'ottima persona. Senza venir meno al suo dovere cercava di non appesantire la mia pena. Il direttore Banago contribuì alla mia guarigione col darmi dei libri da leggere. Mi tirai su, gagliardo e vegeto. Nei primi due mesi sono stato veduto da molti funzionari. Ne arrivava sempre qualcuno. Una volta è venuto il prefetto in persona. Ne ero stato avvertito. Mi feci trovare in mutande, in camicia e in ciabatte. Egli era accompagnato da un nugolo di persone.


L'ingegnere Ballière deportato alla Caledonia con Cipriani

 

— Avete delle lagnanze? mi domandò.

— No.

— Desiderate qualche cosa?

— Si, accordatemi di scrivere alla famiglia ogni mese.

— Ve l'accordo. Come mai siete stato condannato a vent'anni?

— L'ignoro. I miei giudici soli potrebbero appagare i vostri desideri.

— Non potreste essere meno aspro con le vostre riposte!

— Vanno di pari passo con le vostre domande.

— Vi ho pure accordato un favore.

— Riprendetevelo e me ne farete due.

— Ebbene allora nulla.

— E nulla sia.

Qualche minuto dopo venni informato che se lo avessi chiesto in iscritto me lo avrebbe riaccordato.

— Ditegli che Cipriani non ritorna sulle sue decisioni e che l'esorta a imparare come si visita un prigioniero.

I giorni correvano tediosi, monotoni, solitarii, ma tranquilli, perchè non avevo nè lettere nè notizie. Ripiegai su me stesso ed è in me stesso che cercai e trovai la forza di vincere la noia che m'invadeva e il tormento della catena, avanzo della schiavitù.

Essa m'impediva di camminare e di muovermi. Mi lacerava le carni al malleolo. Se ero coricato il freddo del ferro m'impediva di dormire e se dormivo mi destava. Se m'alzavo pei bisogni corporali, dimenticando che l'estremità era chiusa all'estremità della branda, stramazzavo bocconi ai primi passi. Alla mia rassegnazione contribuirono la quiete e il silenzio del bagno. I condannati non andavano tutti al lavoro ma chi voleva istruirsi domandava a pagamento carta, penna, calamaio e libri d'istruzione. Cosa che mi fece dire:

— Alla fine in Italia, si trattano gli uomini da uomini. Così a Portolongone gli analfabeti sparivano. La galera era una scuola. Chi sapeva si metteva a disposizione di chi non sapeva. Con un sistema simile il direttore ha potuto dire:

— Sono sei mesi che le celle di rigore sono vuote. Non ho avuto occasione d'infliggere una punizione di otto giorni.

Ma oihmè! Il 19 settembre 1882 il posto di capo-guardia è stato preso da Karl Simon, uomo fatto per spingere i condannati al delitto.

E dire che sono 15 anni, fra Caledonia e Italia, che lotto contro lo spietato sistema dei pretesi domatori d'uomini. A quale prezzo lotto! Se ho salvato il carattere e l'onore, questo grazie agli amici, ho però perduto la salute, la gioventù, la forza, l'intelligenza! Nella battaglia per l'esistenza della forza morale si lasciano tanti brandelli di vita. Sono cinque e più anni che il governo mi tiene sepolto vivo in celle fetide, orride, anguste, malsane, segregato da tutti, senza una parola di conforto. Le mie carni impregnate di umidità marciscono sulle ossa. Lo scorbuto mi guasta il sangue, l'anemia mi spegne lentamente, la noia mi rende i giorni più eterni. Se mangio una cucchiaiata di riso soffro i dolori dell'indigestione per dieci ore; se non mangio soffro quelli della fame. Ho perduto il sonno. Se m'addormento mi sveglio spossato, più stanco che se avessi dormito. Lo spazio della stanza di cinque passi in lungo di 50 centimetri è troppo esiguo, mi dà i capogiri. Mi mareggia il suolo sotto i piedi. Io che ho fatto il viaggio di circomnavigazione intorno la terra senza sapere cosa fosse il mal di mare, lo soffro in questa celletta. Se mi arrischio a sforzare l'andatura che è suppergiù di 26 centimetri, al secondo cado sfinito, balzo ansante, coperto di sudori freddi. E non ho altro modo per vivere. Non c'è che il moto che mi possa tenere in piedi. Passeggio dalle 7 alle 11 — ora della puzzolente jozza — fermandomi di tanto in tanto a respirare e a riposare. Mangio con disgusto, sbadatamente, automaticamente e ricomincio il moto monotono, solitario, regolare e cadenzato come il pendolo d'un'orologio, fino a mezzogiorno, non interrotto che dal triste rumore della mia catena. Riposo circa mezz'ora e mi rimetto in moto fino alle 4, ora della seconda jozza peggiore della prima e della pulizia. La pulizia nella mia cella è fatta dalle guardie per paura che i mozzi mi facciano sapere quello che avviene di fuori in mio favore. Trangugiata la nauseante jozza, riprendo il movimento gambatorio fino alle cinque e mezzo — ora in cui vengo incatenato di nuovo. Allora seggo al tavoluccio, ai piedi della branda e leggo e scrivo fino a mezzanotte o un'ora. Prima di questo permesso rimanevo seduto a fantasticare fino alle 9. Mi coricavo e continuavo a fantasticare qualche volta fino a ora tardissima. D'inverno mi alzo alle 5 e d'estate alle 4. Mi lavo, mi sciacquo la bocca., gargarizzo, bevo una sorsata d'acqua, faccio la branda, sbocconcello un tozzo di pane, mi avvicino alla finestra per un po' d'aria ai polmoni e aspetto il capo guardia che venga a scatenarmi dai piedi della branda. Delle volte leggo e scrivo giorni interi. Ma da quando mi sono accorto che l'immobilità mi danneggia la salute, mi sono dato al moto. È la sola cura. Dopo 60 mesi di vitaccia tediosa mi è stato accordato il passeggio all'aperto. Non appena «smarrato» salgo al terrazzo del Bagno, diviso in piccoli cortili, circondati da altissime mura a fare delle vere scorpacciate d'aria fino alle dieci e mezzo. Passeggio continuamente. L'aria libera mi ha fatto un. po' di bene. Mi ha liberato dallo scorbuto, e mi lascia qualche ora di più per lo studio. Ho ancora l'enfiagione ai piedi e alle gambe. Sul terrazzo mi porto la lavagna per gli appunti che faccio leggendo un libro a passi di corridore. Lo svago che mi sono creato è di gettare il becchime ai passerotti che vengono a prenderlo fin dalle mie mani. Sono i miei soli compagni che ingrasso per il ventre altrui. Il 20 settembre è incominciato il mio inferno. È venuto nella mia cella il capo sgherro Simon minaccioso, insolente. Egli era stato al fianco di Passanante 4 anni. Parlò subito di mettermi al puntale. Gli feci osservare che ci volevano dei motivi.

— I motivi sono io, mi rispose con burbanza. Vi ci ho messo Passanante, ci metterò anche Cipriani.

Simon era di natura velenoso. Odiava. Feroce e crudele non era mai sazio di far soffrire. Malvagio, così malvagio da punire per il piacere di fare male e per il gusto di udire gemere e maledire. Nulla lo placava. Nè buona condotta nè sottomissione servile nè assiduità bestiale al lavoro. Al Bagno c'erano 1250 condannati. Con lui sono stati tutti turbati. In tutte le celle, in tutti i piani, in tutti gli androni del Bagno si ribadivano le doppie catene. Si urlava, si imprecava, si bestemmiava e si minacciava. La sua prima vendetta fu di sopprimere l'occorrente per scrivere che dava loro tanto sollievo e di spazzare le celle di ogni ricordo del prigioniero e di ogni lavoro compiuto con anni di pazienza. Otto giorni dopo il suo arrivo le celle di rigore erano tutte piene e il terzo piano dove mi trovo è stato trasformato in piano di punizione e di segregati. I puniti erano più di 300. Prigionieri buoni in una settimana sono divenuti, per lui, tumultuosi, cattivi, villani, ribelli. Il direttore Barrago lasciava fare. Il capo guardia puniva perchè ridevano, perchè parlavano, perchè facevano rumore con le catene. Una parola, uno sguardo, un cenno, erano tante colpe. Non si sentiva che lui. La sua voce urlava. La sua grande ira era che al n.° 13 vi fosse un uomo che si rideva delle sue smargiassate e che lo disprezzava con sdegnose alzate di spalle. Egli si vendicava col vitto, col riposo, coll'aria, col passeggio. Mi faceva infliggere con falsi rapporti ingiuste punizioni. Le sue vessazioni, le sue prepotenze, le sue angherie, le sue violenze mi potevano angustiare, non imbestialire. Mettiamo un po' d'ordine alle afflizioni che mi infliggeva. Al suo arrivo io andavo al passeggio in terrazza da tre giorni. Con lui voleva che mi si palpeggiasse all'uscita e all'entrata della cella. Non volli. E mi tolse il passeggio. La perquisizione era arbitraria. Io non ero addetto ai lavorerii, non ero al contatto con alcuno e andavo alla passeggiata fra due guardie che non mi perdevano di vista fino al ritorno. Fece di tutto per provocarmi. Durante le perquisizioni mi faceva guardare in bocca, sulla testa senza capelli, nelle orecchie e in altre parti; mi buttavano tutto all'aria. Non mi lasciavano nulla in cella. Si sfaceva la scopina, si guardava nelle fessure delle pietre, si battevano i muri, si sbriciolava il pane, si frugava nell'acqua, nell'immondizie, nelle materie fecali. Ebbi la pazienza di tacere per un mese. Poi mi lagnai. Era quello che si voleva. Simon mi fece rapporto e il direttore mi condannò a 15 giorni di catena fissa ai piedi della branda senza interrogarmi.

Non è stato contento. Un giorno mentre scontavo i miei quindici giorni e mangiavo a bocconi il mio pane, acido e nero, è uscito dalla pagnotta questo biglietto:

 

Caro Cipriani,

Non credere che t'abbiamo abbandonato. Gli amici di Livorno, lavorano con quelli di Rimini. L'amico Tito Z.... è stato arrestato a Torino. Qui accluso troverai un pezzetto di carta bianca ed un lapis acciocchè ci faccia pervenire la risposta per la via che tu sai e dirai come dobbiamo fare per venirti a prendere.

Questa sera parte un amico fidato da Portolongone sopra una barca per Livorno.

Coraggio.

Tuo E. M.

 

Non ebbi bisogno di una grande accortezza per accorgermi che lo sgorbio doveva essere il lavoro di un ignorante tutt'altro che amico e socialista. Si voleva liberarmi dalla galera e dovevo essere io, sepolto vivo, a dire loro come. La via che sapevo era abbastanza per mettermi in guardia. Lacerai il bigliettino e lasciai il pezzo di matita nel pane. Alla mattina il sospetto divenne maggiore. Il capo-guardia è venuto alla mattina prima della solita ora per una perquisizione straordinaria. Si scalcinarono i muri, si è abbattuto il telaio della finestra, messo sottosopra il pavimento, rovesciati gli abiti, il materasso. Tutto. Egli aveva trovato il lapis e continuava a frugare senza dire che cosa cercasse. Mi ha fatto svestire tre volte. Una guardia gli ha suggerito di guardarmi nella parte recondita del corpo. Li per li mi è andato il sangue alla testa e credetti di essere colpito da una congestione cerebrale. Rinvenuto stavo per avventarmi alla gola del birbante, ma mi trattenni perchè era il capo-guardia che nel mio cuore avevo decretato di strangolare. Tale oltraggio non si fa subire nemmeno ai cadaveri, e un uomo deve piuttosto uccidere o essere ucciso che tollerarlo. Simulando calma e come se nulla avessi inteso, mi vestii e mi allacciai fortemente la catena ai fianchi per essere più libero. Stavo per avventarmi su lui, quando il direttore che osservava dalla sua finestra quello che avveniva e temendo qualche scandalo che lo compromettesse, venne nel Bagno e comparve all'uscio della mia cella. Giunse in tempo. Andai a lui senza esitazione.

— È d'ordine vostro che mi si vuole far subire questo infame oltraggio?

Devo aver parlato con voce brusca. Mi rispose:

— Oh, no; questo poi no; ciò non si farà mai a Cipriani.

— Va bene; allora che cosa si cerca da stamane?

— Santo Iddio, quel biglietto che era nel lapis?

— Dunque siete voialtri che lo avete scritto e messo nel pane.

— Sì.

— Che cosa si diceva?


Henry Rochefort deportato alla Caledonia a vita e compagno di Cipriani

 

 

Allora avendomelo ripetuto parola per parola, gli dissi l'uso che ne avevo fatto. Senza la presenza del direttore sarebbe avvenuto una catastrofe provocata dalla perfidia di quest'uomo iniquo, fatto unicamente per tormentare gli uomini e spingerli alla disperazione o sulla via del delitto. Ma non è stata finita. La perfidia del capo continuava. Quel po' di latte che comperavo per rifocillarmi dalla fresca malattia cercava di rendermelo odioso. La guardia doveva assistere alla mungitura. Davanti alla cella, prima di darmelo, lo faceva versare a goccia a goccia in un altro recipiente e prima di lasciarmelo bere si serviva di un fuscello di granata che aveva servito a spazzare i catarri e a sciacquare i buioli per scuoterlo e frugare in fondo se vi era qualche cosa. Un giorno il mezzo litro di latte non era che acqua di calce e farina. Lo rifiutai. Era quello che si voleva. È d'allora che è incominciato quel lungo e crudele digiuno che doveva durare dal novembre '82 al giugno '84. È il periodo che mi ha rovinata la salute irremisibilmente. Mi negò qualunque nutrimento a mie spese. La mia povera salute deperiva. Non potendo inghiottire la schifosa jozza non mi rimaneva che l'acqua e una crosta di pane nero che mi si dimezzava e si tagliuzzava per la solita paura che vi si trovasse qualche biglietto clandestino. Tutte queste sevizie e queste proibizioni a comperarmi qualche cosa mi avevano ridotto a uno scheletro. Sentendo che venivo meno, dissi al direttore che volevo scrivere al prefetto. Ma il direttore mi disse che non potevo, perchè i bagni penali erano autonomi e i prefetti non c'entravano.

Mi sentii perduto. Quotidianamente provocato, privo di libri e di notizie, malandato in salute, pensai più di una volta di farla finita. Ripiegato su me stesso, non rispondevo più che con disprezzo, con sarcasmo amaro, mordente. Le lettere della famiglia mi venivano cancellate qua e là o soppresse addirittura perchè contenevano cose che un prigioniero non doveva sapere. Le mie che scrivevo erano tagliate, ridotte, trattenute o protratte, magari di uno o due mesi. Una disperazione. Sevizie sopra sevizie. Udite. Era l'ora del pasto. Cercai del mio pane. Era in briciole per i soliti sospetti. Bussai all'uscio per lamentarmi. È entrato lui. Non mi permise neppure di parlare. Incominciò subito a urlare, a chiamare le guardie.

— Lo voglio fare in mille pezzi, il pane, se mi piace.

— Sono dispetti e provocazioni indegne....

— Mozzi, guardie avanti, presto, portate una grossa maniglia; mettetelo al puntale. Portate fuori tutto, incatenatelo.

E fui incatenato al muro per quindici giorni.

La seconda volta che andai al puntale fu per delle lettere della famiglia che mi ero messo in tasca per impedire a quell'anticristo di Simon di lacerarmele. Ero stato rasato dal solito parrucchiere che veniva in cella ogni settimana. Durante la perquisizione il Simon andò sulle furie, chiamò tutti gli sgherri che mi trattennero, mi violentarono, mi piegarono, mi imprigionarono nelle loro braccia e mi incatenarono. Incatenato il maledetto Simon mi svillaneggiò chiamandomi omicida. Tutto questo avveniva dopo le elezioni di Pesaro, dove io non sono stato eletto per 300 voti contro il prof. Panzacchi.

Sembrava che gli onori che mi tributavano i cittadini lo indispettissero. Eletto a Forlì e a Ravenna egli ebbe l'imprudenza di venire a dirmi:

— Ah! fra poco farò mangiare un po' di pane e acqua al signor deputato.

E ha mantenuto la parola. Io ho avuto il torto di perdere la pazienza e di rintuzzare le sue insolenze con altre insolenze.

— Taci, abborritissimo birro — gli risposi — tu non hai mai avuto tanto onore da che mi custodisci. Valgo più io nella ruggine della mia catena che tu in tutta la tua abbiettissima persona. La casacca di birro ti ha salvato da quella di galeotto che ti attende in Austria e saresti in galera in Italia se tu non ti fossi fatto volontariamente aguzzino.

Continuai con serque d'improperii fino a quando non l'ho veduto scappare. Credevo avesse avuto vergogna di sè. Egli è ritornato con una dozzina di sgherri coi pugni chiusi.

Io mi lasciai incatenare al muro e mi sdraiai in terra per più giorni a pane ed acqua.

Allora il direttore del penitenziario era Astengo.

Egli mi mandò un foglio di carta all'indomani con queste parole:

— Condono la pena a Cipriani, purchè faccia le scuse al capo-guardia.

— Risposi:

— Non so che fare del perdono non chiesto; non ho scuse da fare per scuse non fatte. Non ne faccio a un birro malvagio e insolente come il capo guardia. Cedo alla forza brutale per le perquisizioni non prescritte.

Credo che il direttore abbia dato una lavata di capo al capo-guardia. Perchè durante la sua gestione sono stato lasciato in pace.

Il 2 novembre 1882 è avvenuto quello che doveva avvenire. Con un uomo come il Simon, sbrigliato, con le mani libere, con la voluttà di tormentare la gente in galera non era possibile che non si finisse con un tumulto generale. Alle cinque antimeridiane io ero alla finestra a rinfrescarmi la faccia e a correre dietro ai sogni di ritornare cittadino. Incominciai a udire un baccano che a poco a poco era diventato generale. Che diavolo succedeva? Una dimostrazione? Proprio. Mille e più persone nell'interno del Bagno con grida selvagge, accompagnate da fischi, da colpi contro gli usci e contro le brande di legno erano in piedi minacciosi, pronti a conquistarsi il diritto al trattamento umano o la morte. Per loro sarebbe stata meglio la morte che l'aguzzino Simon che studiava ogni giorno il modo di indemoniarli. L'ultima sua trovata è stata quella di chiudere loro gli usci che lasciavano passare nella cella un po' d'aria da quarant'anni. Non c'erano che 15 giorni a tramutarli in cancelli. Ma il Simon non ha voluto aspettare. Ha soppresso loro la respirazione. E così è nato un putiferio indiavolato. Gli abitanti del forte si chiusero in casa o fuggirono. I più paurosi e i più vili erano gli autori della rivolta. Il bravaccio Simon era pallido come un morto. Il Bagno fu subito circondato dalla forza. I soldati di guarnigione penetrarono nel bagno coi carabinieri e i condannati che non avevano voluto il tumulto per indurre qualche autorità estranea all'ambiente ad ascoltarli si lasciarono incatenare alle brande senza resistenza e senza parole. Ma come al solito è finita male per loro. Il capo-guardia che volevano eliminare dal Bagno è rimasto e più forte e più autoritario e più sgherro di prima. L'inchiesta è riuscita contro di loro. Le loro lagnanze passarono come menzogne. Invece di migliorare la loro tormentosa esistenza a poco a poco, si isolavano i più risoluti, si inaspriva il regolamento e cessata la paura non ci furono ritegni. Divennero feroci. La rivolta era stata una smargiassata, ma la repressione durò più di tre anni e per taluni dura ancora. Molti morirono di stenti nelle celle di rigore, altri perdettero la ragione e non pochi la salute. Simon ha avuto modo di mettere in azione tutti i suoi risentimenti. Egli ha punito o fatto punire gli infelici con mesi e mesi di cella di rigore a pane ed acqua, colla doppia catena. Mandò molti al puntale alla terza maglia, mezzo nudi, lasciandoveli d'inverno coricati sulle lastre di marmo, con le finestre sul capo aperte giorno e notte. Puniva, turbava, esasperava. Le ronde ogni mezz'ora completavano i suoi castighi. Uno dei condannati a vita dopo un anno consecutivo di cella di rigore a pane ed acqua, incatenato al puntale con doppia catena ed alla terza maglia, mezzo morto, più morto che vivo, veduto il direttore in visita, supplicava perchè almeno lo liberasse dal sudiciume che gli marciva le carni.

Il direttore Barrago se ne andò via con lo scherno in bocca. Il povero diavolo era nella cella n.° 12, quasi di fronte alla mia. Udivo le sue parole. Era impazzito e lo si lasciava alla catena.

Diceva: sono il principe Cesarini di Roma, datemi da mangiare!

Simon non si placava che coi galeotti che si prestavano a fargli la spia.

Dunque posso dire che dal primo all'ultimo giorno tutti si scapricciarono sulle mie spalle. Il 18 luglio 1888 fui visitato dal fratello Alceste e da alcuni amici che avevano agitato il paese per liberarmi. Un'elezione dopo l'altra mi aveva avvicinato all'uscita. Il personale era divenuto mansueto. Aveva perduto la tracotanza dello sgherro. Giornata memoranda. Ai 20 di luglio fui scatenato e trattenuto in arresto per i fatti di Aspromonte. È venuto a prendermi l'Ispettore Sangiorgi. Giunsi a Milano. Tre giorni di Castello. Davanti il Consiglio di guerra fui assolto. Dopo è stato tutto un trionfo. Lungo il viaggio da Roma a Rimini si accorreva a vedermi. Ho dimenticato i miei otto anni di galera e quell'anticristo di Simon che aveva fatto di tutto per farmi diventare un galeotto autentico. Non ho però saputo sbarazzarmi la memoria, del numero di matricola. Lo porto come inciso sugli occhi. Lo vedo. Vedo sempre il 2403.

 




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