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«Credete a me, caro signor Luraschi, se voi siete un
giornalista con dei pregiudizi, venuto nella nostra Isola con dei preconcetti, la
è finita; io non ho altro da aggiungere. Ma se siete un giornalista che salta
la leggenda e studia l'ambiente per proprio conto, voi ritornerete al vostro
giornale un difensore del siciliano trascinato per le colonne dei giornali come
un delinquente nato.
Qualcuno, non ricordo più chi,
ha paragonato la Sicilia all'Irlanda e non ha avuto torto. In Irlanda un
contadino taglia i garretti al bestiame di un landlord, ed ecco tutta la
Grande Bretagna in aria come se si trattasse di un avvenimento inaudito. Il dizionario
non ha più sostantivi abbastanza roventi per la paisaneria di quel paese di
patate. Gli occhi inglesi non vi vedono più che dei criminali.
Nello stesso giorno in cui
imperversano per il Regno Unito le ventate della collera inglese contro il paddy,
Jack lo squartatore lasciò in Whitechapel - il quartiere popolare di Londra -
la undecima donna colla gola recisa e le cosce insanguinate e a nessuno venne
in mente di chiamare la capitale una città di ammazza donne».
«La ragione di questa differenza
di giudizi, c'è o signore. In Irlanda nessuno, forse neanche il Sindaco,
biasima il malcreato che ha punito le bestie per il padrone, e nessuno, pur
conoscendolo, osa denunciarlo per paura di trovarsi in casa i moonlighters
- una società segreta di giustizieri agrarii. Mentre in Inghilterra, tutta la
gente, dal lord all'uomo della strada, avrà maledizioni per l'assassino. Invece
di nasconderlo o di proteggerlo col silenzio, o di farsi complice difendendolo,
aiuterà la polizia a snidarlo. Ecco la differenza, o signore. In un paese è
sentita la ripugnanza per il delitto; in un altro non è sentita che la voluttà
per il sangue delle vittime.
Non sono ancora passati otto
anni dalla tragedia compiuta nel grande parco di Dublino. C'era alla testa
degli Invincibili un consigliere municipale e tutti assieme hanno scannato, in
pieno giorno, il vicerè d'Irlanda e uno dei suoi segretari, e in tutta l'Isola
Verde, esclusa sempre la zona degli orangisti, non si trovò anima viva che
abbia avuto il coraggio di levarsi in piedi a gridare che gli assassini erano
degli assassini»!
«Non mi avete annientato,
sapete», gli rispose il marchese di Cadì, con un risolino d'uomo che discute
senza mai arrabbiarsi. Passeggiando per il salotto, colle mani nelle tasche dei
calzoni, si mise anzi a pregarlo di accettare una tazza di thè.
«Voi siete stato a Bagheria alla
ricerca della mafia e dovete essere stanco. Prendiamo un po' di thè, tanto per
darci l'illusione di trovarci nell'ambiente di cui parliamo.
Voi avete dimenticato il perché
tutto un popolo tace dinanzi il cadavere di un assassinato o il perché tutta
una nazione lascia credere di approvare col silenzio le mani che hanno sorpreso
e ucciso uomini inermi come quelli che si trovavano nel Parco di Dublino. Ve lo
dico io, o signore. Perché quei disgraziati rappresentavano il governo inglese,
il dispotismo in Irlanda, la coercizione di tutto un popolo. Fu un delitto
politico giustificato dalla crudeltà del landlordismo, giustificato dai
patimenti di migliaia di persone in lotta coi loro nemici naturali per un alito
di libertà che non ottengono mai.
Voi avete dimenticato che
l'Irlanda non è un paese libero e che gl'irlandesi sono alla mercè di
conquistatori implacabili. Così siamo noi siciliani, sissignore, noi siamo
un'isola conquistata. Noi non facciamo parte della vostra penisola che come
contribuenti. Ci avete messo in casa una polizia di malfattori, dei giudici o
spietati o corrotti e ci considerate una popolazione di mafiosi. Volete una
prova della siciliofobia dei continentali? Pochi mesi sono la cosidetta banda
Maurina ammazzò un confidente o uno che aveva parlato coi carabinieri.
Lo si trovò putrefatto, col ventre divorato dai vermi in una grotta. Era un
delitto spaventevole, s'intende. Era, se volete, della vendetta siciliana, una
cosa che trovate del resto in tutti i paesi del mondo. Supponete che la banda,
composta di latitanti di S. Mauro, sia di venti, di trenta malfattori. Ebbene
la stampa continentale parla di noi come di tre milioni e mezzo di briganti!
Convenite che neanche i vostri
signori giornalisti non sono teneri di noi siciliani.
Pochi giorni dopo, il 24
dicembre 1890 — vedete che mi ricordo anche della data — a Milano, la città che
voialtri signori continuate a illustrare come quella che racchiude tutto ciò
che vi è in Italia di altamente intellettuale e morale, si commette di giorno,
in una via popolosa, diciamo Via Torino, un assassinio feroce, un assassinio
direi quasi siciliano o irlandese, se vi garba. Si è squarciata la gola, tra le
dieci e le dieci e mezzo antimeridiane, a certa Ida Carcano, la figliastra
dell'orefice al numero 22, mentre si trovava sola in bottega. È stato un
audace, un enorme delitto. Guai se fosse stato commesso in Palermo! I
giornalisti avrebbero ripreso la mafia per il collo e l'avrebbero annegata nel
loro inchiostro velenoso. È stato commesso in Milano, nella capitale morale
d'Italia, e non si è tirata in ballo la solita fratellanza dei delinquenti. Gli
assassini erano scappati e non si parlò più che della assassinata, della povera
Ida che venne accompagnata al cimitero dalla pietà morbosa di 40.000 persone.
Una popolazione forte,
credetelo, non avrebbe sciupato tante lagrime e tanto tempo per un fatto di
cronaca. Il colpo era stato crudele, lo si doveva registrare e passare oltre.
Noi, siciliani, non ci siamo tuttavia soffermati a biasimare o ad accusare. Non
abbiamo chiamato i milanesi una massa di assassini. Ci siamo contentati di
leggere la notizia con dei brividi, perché ciò è umano. Così si dovrebbe fare
sul continente, quando al di qua dello stretto di Messina siamo colpiti da
qualche sventura comune a tutti i popoli».
Luraschi prese la tazza e la
vuotò di un fiato. Lui pensava che il marchese ragionava bene, come avvocato.
L'avvocato non ha scelta. Egli è obbligato dalla professione a difendere Boggia
o Verseni. Anzi, l'avvocato, di solito, dà la preferenza alla causa più
mostruosa e la sostiene con argomentazioni che più di una volta inducono i
giurati ad assolvere dei veri malviventi pericolosi. Ma il suo concetto era
arcisano. Il popolo che non dimostra cogli atti e colle parole che è disgustato
dal delitto, è un popolo così poco evoluto da meritare di essere chiamato un
popolo barbaro.
«Voi pensate a qualche cosa,
Luraschi».
«Sì, pensavo che il vostro
ragionamento non mi ha convinto. Voi vi occupate del delitto materiale, io mi
occupo anche della opinione pubblica. Mi spiego. Se si ammazza la Carcano e la
cittadinanza rimane così indifferente da farmi quasi supporre che meritava la
fine che ha fatto, io non mi sento più sicuro, io non sono più tranquillo, e il
mio pensiero infuria e corre sui cittadini a scuoterli, a domandar loro se non
sentono della mia repulsione, del mio disgusto. Così è in Irlanda. Dove voi,
marchese, vedete il dispotismo, io vedo la legge, la legge che vuole imporsi, che
deve essere suprema, che deve tutelare la vita e la proprietà di tutti. La
libertà di accoppare il padrone che esige gli affitti, la libertà di buttarsi
sul vicerè coi coltelli degl'Invincibili, o la libertà delle donne di
Misilmeri, per esempio, di andare per le vie, come nel '66, a gridare:
A sei grana la carni d' 'u
surdatu!
a otto chidda d' 'u
carrubbinieri!
è una libertà che mi fa rifluire il sangue alla testa e mi
trasporta in mezzo a dei forsennati, ai selvaggi, alla plebe sitibonda di
sangue, alla feccia che io distruggerei a cannonate. Una società come quella
del Comune di Artena della provincia di Roma, coi suoi grassatori, coi suoi
malandrini, coi suoi criminali nati, mi fa paura, parola d'onore, mi fa paura».
«E a me no, dunque! Ma la paura
non mi impedisce né mi deve impedire di rimanere imperturbabile come un giudice
istruttore e di andare alla ricerca delle cause della perturbazione o delle
anomalie colla tranquillità dello studioso che desidera di trovare la radice
del male. Quando il generale Mesentzef cade pugnalato lungo un viale di
Pietroburgo io non mi abbandono alla disperazione, ma raccolgo il pugnale e
trovo che il nichilismo lo ha punito per essere il capo della terribile polizia
segreta di tutta la Russia, per essere il sanguinario della cancelleria
dell'impero che ha torturato i prigionieri politici che volevano dare ai loro
concittadini una costituzione, una semplice costituzione come hanno gli altri
popoli civili, una costituzione per governarsi col suffragio universale e manifestare
la volontà del paese, colla parola parlata e stampata. Nella morte di qualche landlord
io vedo la fame di tanti parìa della gleba irlandese, io vedo le evizioni
strazianti dei coloni impotenti a pagare gli affitti, come nelle tragedie
politiche di Phoenix Park, io vedo la tirannia del Castello di Dublino che
tratta gli indigeni a fucilate, a tratti di corda e a filate d'anni di servitù
penale. Questo io vedo, o signore. Voi inorridite che le nostre povere donne di
Misilmeri abbiano sgolato grida selvagge. Ma voi non vi siete ricordato della
loro miseria. Voi non vi siete ricordato del momento psicologico in cui scoppiò
l'ira delle affamate e non vi siete neppure ricordato che i vostri inglesi, a
pochi mesi di distanza, hanno conquistato la Birmania, e massacrato i vinti
colle scariche delle mitragliatrici e portate in processione, per le vie di
Mandalay, le teste dei capi che avevano voluto difendere la capitale colle
armi. La vostra civiltà, o signore, è una civiltà violenta, una civiltà che
permette al forte di impoverire il debole, che vive di stragi e si diguazza nel
sangue delle sue vittime».
Luraschi ebbe paura. Egli aveva
veduto il marchese pronunciare le ultime parole come un ispirato o un uomo che
farnetica dietro un ideale senza ritorno. L'idea piccola dei piccoli italiani
che vorrebbero sbocconcellare il regno per crearsi una felicità politica
insulare. In lui sono sviluppate tutte le rancide sentimentalità irlandesi che
conducono alla ribellione politica e all'indifferenza per tutto ciò che è benessere
intellettuale ed economico. No, no, egli rimaneva fermo sulla base granitica
della società senza delitti collettivi e senza associazioni segrete. Solo lo
Stato ha diritto di punire per la sua conservazione e per il bene di tutti. Si
alzò calzandosi un guanto giallo come la scorza di un arancio e con un inchino
disse addio al marchese, il quale si era riseduto ed era rimasto cogli occhi
imbambolati su una tela appesa alla parete che riproduceva suo padre colla bonaca
di velluto, il berretto rotondo col risvolto di peli, la carabina in spalla, la
cartucciera al ventre, a zonzo per il latifondo circondato da un nugolo di
campieri.
E il suo sogno di un'Italia
insulare ripopolava il suo cervello. Egli, guardando il genitore che
rappresentava il capo della baronia, vedeva una Sicilia libera, autonoma,
padrona di sviluppare le sue risorse. Una Sicilia bella, operosa, colma di
ricchezze, con un avvenire sempre più lieto per i siciliani. Pieno di tenerezza
per tutti, aveva finito per odiare cotesti signori continentali che volevano
obbligare i siciliani a foggiarsi sul loro modello e che non sapevano pensare
all'Isola del Sole senza pensare a un'isola di briganti e di mafiosi.
«Imbecilli»!
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