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Luraschi, con le sue lettere di presentazione, era riuscito a
scavarsi delle miniere di informazioni.
Il prefetto di Palermo lo
invitava ai suoi ricevimenti quindicinali, il questore gli aveva fatto
conoscere tutti i suoi dipendenti, il procuratore generale si lasciava vedere
nei ritrovi pubblici con lui sottobraccio, il capo della guarnigione lo aveva
spesso a pranzo, in certe case palermitane poteva passare qualche ora della
sera, ma la mafia, dietro la quale correva da più mesi, non si lasciava
studiare. Quando credeva di esserle alle calcagna, scompariva, ne perdeva la
pista, rimaneva disorientato.
Ma che cos'è dunque questa mafia
maledetta di cui tutti parlano senza conoscerla? Dove è, dove ha sede, come si
riunisce, chi l'ha veduta mai?
È dessa una associazione di
malviventi, un'organizzazione politica, una federazione di uomini e di donne
tenebrosi che si conoscono con una strizzatina d'occhi o con una stretta di
mano o con una modulazione di voce o con una parola d'ordine comunicata dal
numero Uno dei mafiosi? Chi ne sa qualche cosa?
Tutti gli dicevano che esiste,
ma nessuno gliela faceva vedere al lavoro. Accadeva un assassinio? Si susurrava
che era stata la mafia. Si svaligiava una casa di qualche pezzo grosso? Si
accusava la mafia. Il Banco di Sicilia faceva delle operazioni disastrose? Si
diceva che il Consiglio era composto di mafiosi con a capo il duca della
Verdura. Si rubava un cavallo o una carrozza o delle mule? Non poteva essere
che l'opera dei mafiosi. Ma dunque questa mafia è una setta di associati
distesa su tutta l'Isola per impedire che i galantuomini si facciano strada,
per intimorire gli onesti, e per far largo dappertutto ai malvagi? Avrebbe
pagato qualche cosa per venirne a capo. Quando domandava se era un'associazione
coi suoi statuti, con la sua sede centrale, con i suoi capi, con il suo
esercito, gli si rispondeva di no. Non c'è che l'omertà che la tenga
assieme. E che cos'è l'omertà? Della solidarietà, della connivenza, del
consenso e dell'approvazione? In nome della omertà il testimonio non
parla al processo, in nome della omertà la polizia non riesce a mettere
le mani addosso alla popolazione che vive di delitti, in nome dell'omertà
certe persone diventano impopolari e certe altre sono evitate e boycottate o
considerate delle spie, dei traditori.
«Chi mi spiega questo mistero?»
«Io» gli disse Giovanni
Tiraboschi, tendendogli le mani per stringere le sue.
«Siete voi? Avete fatto bene a
venire a trovarmi. Voi forse potrete aiutarmi a sgarbugliare una matassa che ho
per le mani da mesi senza riuscire a trovarne il bandolo».
«La vostra matassa è la mafia.
Lo so e io sono venuto apposta per aiutarvi a dipanarla. Almeno se sarà
possibile. Perché è un pezzo che sono giudice istruttore, ma non posso ancora
dire di conoscerla intimamente. Non c'è che il mafioso che potrebbe
rivelarcela. Ma il traditore non vivrebbe due minuti. E tra i mafiosi questo
sacrificio è sconosciuto. Per carità, non perdiamoci in divagazioni. Ho per le
mani una missione importante. La ricerca degli assassini del commendatore
Emanuele Notarbartolo, avvenuta il primo febbraio 1893, nel territorio di
Trabìa. Mi sono imposto di non fidarmi di nessuno. Più di una volta durante le
mie investigazioni ho dovuto sospettare perfino dei delegati e degli ispettori
di P. S. Ho perfino, indovinate? creduto di essere stato sviato dal questore.
Può darsi che io mi sia ingannato, ma a ogni modo i dubbi mi perseguitano
sempre. Basta, adesso non occupiamoci che del morto. Accettate?»
«Di essere vostro compagno in
questa missione nobile e santa di consegnare alla giustizia gli assassini di un
uomo che personificava la moralità e la rettitudine dell'Isola? Eccomi tutto
vostro. Valetevi di me, di giorno, di notte, sguisato o truccato, vestito dei
miei abiti, come vi piace, come le circostanze vi suggeriranno».
«Grazie. Vi prometto che
cercheremo e non smetteremo che quando avremo messo le mani sugli esecutori del
delitto e sui mandanti».
«Mandanti, avete detto?»
«Silenzio, state zitto. Ma è
probabile che quest'affare finisca per condurci alla scoperta di mafiosi
altolocati, di mafiosi che occupano la sommità delle posizioni sociali. Non
fiatate con alcuno. Per riuscirvi è necessario la precauzione di Claude, il
defunto ancien chef de la sureté di Parigi, quando andava alla ricerca
dei nemici personali di Napoleone III. Tutto deve essere fatto da noi.»
«Non dubitate. Ma intanto
silenzio, tutto ciò che mi avete confidato non è che della supposizione, non è
vero?»
«Per ora sì. Ma può darsi che io
non mi inganni. Intanto, se voi volete partecipare alla inchiesta dovete
conoscere bene i fatti. Senza dire il perché, ho ordinato alla compagnia
ferroviaria di attaccare al treno della seconda corsa di domattina che va da
Palermo ad Altavilla e a Termini Imerese il vagone nel quale venne assassinato
il povero commendatore. Alla stazione di Termini troveremo una carrettella
della ferrovia che ci condurrà lungo la linea ferroviaria fino ad Altavilla.
Con essa potremo fermarci in diversi punti e segnatamente nella galleria di
Termini, al luogo ove il casellante Tomasello Rosario trovò il coltello
insanguinato.
Non c'è tempo da perdere. Io ho
molte cose da fare in ufficio. Vi lascio queste carte che vi metteranno al
corrente del delitto. Il resto ve lo dirò domani in treno. Addio Luraschi».
«Addio avvocato, a domani».
Si mise a passeggiare come se
avesse avuto indosso l'argento vivo. Non sapeva più stare nella pelle. Gli era
capitato quello che andava sognando da anni. Di diventare il Lecoq degli
appendicisti italiani. Al reporter la fantasia era inutile. Al
romanziere era necessaria. Egli sentiva di averne da buttar via. Era la sua
idea fissa di sprofondarsi negli abissi dei delitti e risalire alla superficie
col materiale dei drammi da sciorinare nel pianterreno del giornale più diffuso
d'Italia. Emile Gaboriau che molti paragonavano a un romanziere da fiera, era,
per Luraschi, un genio, un mouchard della penna che faceva la fortuna di
qualunque giornale che lo pagava profumatamente.
Era in lui il fiuto del membro
della polizia sotterranea, l'astuzia fine dell'uomo del gabinetto d'istruzione,
l'alano che va sicuro sulle orme del cignale. Le sue inchieste rumorose e
spettacolose hanno fatto il Goron, il quale prima di diventare romanziere aveva
saputo rintracciare il baule in cui 1'Eyraud e la Gabriella Bompard avevano
sepolto il Gouffé. Ah sì, senza questo discepolo di Lecoq il mondo avrebbe
perduto lo spaventevole documento della delinquenza parigina che ha fatto
trasalire milioni di lettori.
Con un'altra stropicciatina di
mani egli si andava dicendo che se il governo avesse saputo delle sue
attitudini a quest'ora sarebbe in mezzo ai drammi della vita dei sanguinarii.
Invece, pazienza. Ormai la sua vita era tracciata. O romanziere di appendice o
il ritorno alla vita oscura del maestro di villaggio che imbestialisce colle
vocali e colle consonanti. L'occasione gli era capitata e non se la lascerebbe
scappare tanto facilmente.
Il primo compito di un
romanziere verista come lui era di tener conto di tutto ciò che ha relazione
col delitto. Le inezie o le minuzie possono condurre allo scioglimento del
capolavoro. Gli tornava in mente il delegato di P. S. ch'era riuscito a svelare
il mistero di una donna stata trovata nuda, senza testa, colle gambe piegate e
legate sul seno, ravvolta in parecchi giornali, sotto la finestra della sua
sezione di polizia! Colui che ve l'aveva deposta aveva perduto nello sforzo un
bottone dei calzoni. Gli è bastato. Incominciò a esaminare il tronco
dell'assassinata. Il suo corpo era ben nutrito e le sue dita non erano della
lavoratrice che agucchiava o si guadagnava l'esistenza colle mani. Le unghie
pulite, arrotondate con cura dalla limetta, dicevano chiaro che il delegato si
trovava alla presenza del cadavere di una signora o di una mantenuta. Colla
ditta del sarto sul bottone si procurò la lista dei clienti e due giorni dopo
l'assassino era in questura a subire l'interrogatorio che doveva mandarlo in
galera a vita.
Luraschi guardò l'orologio e si
mise al lavoro.
«Vediamo e leggiamo dunque
queste carte».
"Verso le ore diciotto del
primo febbraio del 1893, in uno scompartimento di prima classe del treno numero
tre, lungo il tratto ferroviario Termini, Trabia, S. Nicola, Altavilla fu
assassinato il commendatore Emanuele Notarbartolo".
«Siamo alle prese con persone
altamente educate. L'idea di assassinare un uomo in treno non poteva nascere
che nella testa dei lettori di Zola. Più leggo e più mi accorgo che hanno
commesso uno dei plagi più sfacciati. Cambiate i nomi e la linea e troverete
che il coupé della Bestia umana riproduce la scena avvenuta nello
scompartimento di prima classe del treno siciliano. Monsieur Grandmorin e il
signor Notarbartolo sono stati sgozzati in una identica maniera. A noi manca il
Jacques per raccontarci il momento tragico. Jacques vide distintamente dai vetri
del coupé che passava con una violenza vertiginosa un uomo che ne teneva
un altro rovesciato sul divano e che gli piantava il coltello nella gola mentre
una massa nera, forse una terza persona, pesava con tutto il suo corpo sulle
gambe in convulsione dell'uomo che si stava assassinando. Anche qui i nostri
signori assassini si sono serviti di un coltello dal manico di osso bianco, con
lama a punta acuminata, lunga diciannove centimetri. Si dica quel che si vuole,
ma ci vuole del fegato a precipitarsi su un passeggiero e ammazzarlo con un
colpo che non lo lasci rialzare a difendersi.
Tiriamo innanzi. Quale ha potuto
essere il movente del delitto? Gli assassini del signor Grandmorin hanno voluto
punire con un colpo mortale la concupiscenza del vecchio che aveva delibata la
futura moglie del sottocapo stazione Roubaud. Questi di Notarbartolo non
potevano avere gli stessi motivi, poiché l'ex direttore del Banco di Sicilia
era conosciuto per un uomo laborioso, devoto alla moglie, affezionato ai figli.
Qualche volta, è vero, anche i modelli della virtù e della rettitudine ci
vengono rivelati dagli accidenti per dei libertini o degli scostumati che
passano da una donna all'altra. Ma il nostro caso è diverso. Qui abbiamo le
prove della sua temperanza, del suo amore per la famiglia e della sua attività
negli affari e nella cosa pubblica. Possiamo dunque escludere la vendetta
femminile compiuta per mandato. Messo da una parte l'amore ci troviamo dinanzi
l'interrogazione interesse. Ma anche qui mi ci perdo. Perché il procuratore
generale di Palermo dice che era noto a tutti che il commendatore Notarbartolo
non andava in giro con somme rilevanti. Si aggiunge che egli aveva per massima
che i denari mettono in pericolo la vita del possessore. Ma perché aveva 400
lire nel portafogli? Perché il suo mezzadro, Salvatore Randazzo, gli consegnò
qualche biglietto da cento che doveva portare al barone di Valdibella, cognato
di Notarbartolo. Io entro nel buio delle ipotesi. È mai possibile che gli
assassini, i quali, tra parentesi, dovevano conoscere molto bene la loro
vittima, abbiano voluto buscarsi la galera a vita per una manata di biglietti
di piccolo taglio? Non è possibile. E allora perché lo hanno svaligiato,
strappandogli perfino la catena dal panciotto? No no, non si ammazza un uomo
eminente come Notarbartolo, armato di carabina a retrocarica, con la
cartucciera intorno al ventre senza gravi motivi. Quali? Più vado avanti e più
il buio infittisce. E chi ha mai potuto comunicare l'ora e il treno nel quale
sarebbe passato il commendatore? Il suo cameriere Gioacchino Campisi no, perché
è un vecchio cresciuto in casa che ha versato tutte le lacrime dei suoi occhi
sulla perdita del padrone. Il curatolo del fondo di Mendolilla no, perché era
un uomo fidato al quale il padrone voleva un gran bene. Tutte le volte che
Notarbartolo discendeva alla stazione di Causo gli metteva una mano sulla
spalla in segno di confidenza, gli domandava come stava, saltava sulla
cavalcatura e si avviavano verso il tenimento chiacchierando familiarmente di cose
di campagna.
Il punto nero è il bottaio
Antonio Piazza, andato con lui a travasare il vino e a empirne quattro
barilotti per la famiglia del commendatore a Palermo. Era egli abituato ad
accompagnarlo a Mendolilla? Il procuratore generale risponde affermativamente.
Ma me lo dipinge come una figura losca, me lo lascia credere mafioso, mi fa
supporre che non sia stato un amico dell'ex sindaco di Palermo e mi assicura
che aveva rapporti con certi tipi ladri, con certi tipi che la giustizia non ha
mai potuto cacciare nella giacca del galeotto per insufficienza di prove. È una
figura tenebrosa, che parla poco, che preferisce passare per un asinaccio che
non s'accorge mai di nulla. Mio caro, non ti abbandono che per continuare i
miei studi. Ti riprenderò non appena ricomincerò dove principia questo dramma
macchiato di sangue. Non avere paura che la mia mano verrà a riprenderti.
Notarbartolo, quando è partito
alla volta di Palermo, aveva qualche altra cosa con sé, oltre la carabina?
Aveva l'impermeabile, il paletot. Null'altro? Nelle tasche gli si sono trovati
dei fiammiferi e una scatoletta di pastiglie di clorato di potassio. Ecco
un'altra prova che il furto non fu la causa dell'omicidio. Il portafogli glielo
hanno portato via perché potevano crederlo pieno di carte compromettenti o
utili a loro. Mentre lo spillo d'oro e l'anello d'oro visibili ai loro occhi
sono rimasti, il primo sulla cravatta, il secondo sull'anulare della mano
destra. È vero, quando si è insanguinati, quando si è sottosopra, quando si è
dinanzi la vittima che stravolge gli occhi con dei rantoli da far gelare il
sangue nelle vene, non si pensa a tutto e non si vede magari quello che
vedrebbe un bambino. Cartouche, per esempio, dopo avere compiuto una di quelle
sue operazioni che mettono indosso la febbre terzana, si asciugò la
faccia spruzzata del sangue della sua vittima, col proprio fazzoletto,
dimenticandoselo poi in saccoccia tale e quale, per il policier che
doveva andare a fargli visita!
A ogni modo io escludo
l'interesse, come ho escluso l'amore. La serata del delitto era splendida. I
casellanti dicono che c'era una luna che illuminava le distese attraverso cui
passa la locomotiva di una luce chiara la quale avrebbe permesso di vedere i
piedi di un fuggente o dei fuggenti alla distanza di due chilometri. Le guardie
campestri hanno deposto come i casellanti. Erano ancora intorno per i latifondi
e parecchie, subito dopo il passaggio del treno, erano avviate verso i binarii.
Non hanno visto anima viva. Li hanno ripassati e sono rincasati senza
incontrare l'ombra di un loro simile. Dunque dal treno non è disceso alcuno.
Di questo possiamo essere
sicuri. Dalla stazione di Termini al ponte Curreri, ove venne gettato il
cadavere, non c'è stato trasbordo di passeggieri e non è salita o discesa
alcuna persona dal treno. Da Termini a Trabia i treni passano lungo una
galleria che fa fremere, che non lascia neppure germinare l'idea di una fuga. È
una galleria buia, umida, appestata dalla nuvolaglia che perde la locomotiva,
rintronata come da un terremoto che ne fa tremare le muraglie. L'inferno è
completato dal braciere della macchina che incendia l'aria che attraversa e
dalle faville che si disperdono a nugole. Signore, chi sarebbe capace di
mettere fuori la testa dallo sportello? Chi vorrebbe mai discendere da un treno
in un momento così spaventevole come questo? Nessuno. E se ci fosse? E se ci
fosse stato? Pazzi! Se ci fosse stato non sarebbe rimasto di lui che una
poltiglia sanguinosa e fumosa appiccicata alla parete viscida. Il treno lo
avrebbe immedesimato nella muraglia. Non pensiamone dunque più. Il fuggente
sarebbe stato un suicida.
Le deposizioni ci portano via
gli ultimi dubbi. Esse ci dicono che qualche minuto prima di entrare nella
galleria gli sportelli di ciascuna vettura erano chiusi, ermeticamente chiusi,
come erano chiusi i finestrini.
C'è un punto che ci darà molto
da lavorare. Ma ne parleremo nel vagone. Dove si è compiuto l'assassinio? Da
Trabia al ponte Curreri il treno percorre un tratto di un chilometro e novecento
ottanta metri in tre minuti circa. In tre minuti si può accoltellare un uomo,
frugarlo in tutte le saccocce, strappargli la catena dell'orologio, tirargli
fuori la giacca, ravvolgerlo nella giacca, aprire lo sportello, prenderlo nelle
braccia e buttarlo nel vuoto? Vedremo. Quello che a noi importa, per ora, è di
non commettere errori se o no siano stati scambiati dei passeggieri alla
stazione di Altavilla, dove i due treni si incontrano in coincidenza. E qui
siamo tranquillati dal personale ferroviario. I passeggieri che smontavano dal
treno numero tre erano tutte persone conosciute e nessuna di esse è entrata nel
treno numero 18 in viaggio verso Termini. Il treno numero tre era a Trabia alle
6.3'.
Nel vagone di prima classe
continueremo la nostra inchiesta. Per ora, signori assassini, vi saluto. Io
vado a pranzo. Vado a pranzo colla convinzione che il capo stazione di Palermo
e la questura della stessa città non hanno dimostrato quella sollecitudine che
io avrei dimostrato al loro posto. Come, o signori, avete potuto mettervi a
tavola senza avere la testa piena di punti interrogativi? Arriva il treno. I
figli di Notarbartolo sono là con la carrozza che aspettano il genitore. Dal
vagone di terza classe escono il bottaio e il cameriere».
«E il padrone?»
«Era nel vagone di prima
classe».
A nessuno viene in mente di
aprire la vettura.
«Ma parla, Campisi, dove hai
lasciato il padrone?»
«Io sono montato in treno a
Causo coi quattro barili di vino. Il padrone mi aveva detto che andava a Sciara
a portare i dolci ai nipoti Giovanni e Sofia, i quali si sono appena maritati.
Alle tre pomeridiane lo rividi alla stazione di Sciara ove venne allo sportello
a domandarmi se avevo bisogno di qualche cosa. Non lo vidi più; non so più
niente. So che è salito in treno, in un vagone, di prima classe».
I figli allibiscono. Essi,
sapendo che il padre non ha l'abitudine di telegrafare una cosa e farne
un'altra, incominciano a tormentarsi colle supposizioni. Tempestano di domande
il personale viaggiante, suggestionano il capo stazione, parlano coi delegati e
nessuno si muove.
Io non sarei stato quieto. La
questura non supponeva un delitto, al capo stazione non venne neanche in mente
che si trattasse di un assassinio, e così l'uno e l'altro andarono a pranzo,
come me, adesso. Io avrei indagato, aperto per lo meno il vagone ove si diceva
che era stato visto il Notarbartolo e avrei interrogato i ferrovieri del treno
tenendo gli occhi nei loro occhi.
So la scusa del capo stazione.
Se si dovesse pensare a una disgrazia tutte le volte che a una data stazione
non arriva un dato passeggiero, il povero diavolo incaricato di questo ufficio
morirebbe di spavento in pochi giorni. Un tale lungo la linea si ricorda di un
appuntamento, o che ha bisogno di restare a un dato punto per vedere qualcuno e
discende. Un altro cambia idea. Si ferma e riprende il viaggio col treno della
parte opposta. Sono avvenimenti di tutte le ore. Un capo stazione poi ha da
pensare più ai treni in partenza e in arrivo che ai passeggieri e ai loro
interessi.
Giusto, giustissimo. Ma se lui
avesse ordinato a un suo dipendente di dare un'occhiata allo scompartimento ove
si supponeva il viaggiatore perduto o irreperibile, non avrebbe adempito al suo
dovere e non ci risparmierebbe ora, forse, la noia di andare a tentoni alla
ricerca degli assassini?
Bastava aprire lo sportello del
vagone per non avere dubbi che nello scompartimento era avvenuta una lotta
sanguinosa».
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