|
Luraschi salutava la superba aurora con giubilo. Aveva
passato una notte da cane. Tutte le volte che stava per addormentarsi gli
pareva di sentirsi per le orecchie le grida strazianti di Notarbartolo che
domandava aiuto. Alle due dopo mezzanotte gli era toccato svegliarsi di
soprassalto, come per difendersi dalle mani che volevano strangolarlo. Era
l'incubo. Il dramma lo perseguitava. I personaggi gli turbinavano intorno il
letto cogli abiti chiazzati di sangue coagulato e gli toglievano il respiro.
Sdrucciolò dal letto e andò a tavolino con l'idea di liberarsi di tutta quella
ossessione che gli negava il riposo. Scrivere e scaricarsi, ecco il narcotico.
Ma non si scrive che quando è in noi il sedimento in fermentazione. Luraschi
aveva la mente affollata di materiale ma non aveva la calma per una concezione
artistica. Scriveva e cancellava. Gli venivano fuori scene confuse, personaggi
senza individualità proprie, pensieri che non si adattavano all'ambiente. Buttò
via la penna e incominciò a vestirsi.
Sotto il cielo tersissimo
camminava bene e respirava l'aria fresca a larghi polmoni. Ma la mente non si
distraeva. Passava dai monumenti della antica Palermo e della Palermo moderna,
senza avvedersene. Non si fermò che dinanzi una fabbrica di maccheroni, perché
c'era ressa di uomini e donne che andavano al lavoro. Ma non fu che una pausa. Alla
Croce dei Vespri si ricordò della data famosa, leggendone la epigrafe:
PER
SECOLARE TRADIZIONE
QUI
FU LA DIMORA
DI
GIOVANNI DI SAN REMIGIO
GIUSTIZIERE
DI VAL DI MAZZARA
IN
NOME DI CARLO D'ANGIÒ.
E
QUI L'IRA VENDICATRICE DEL POPOLO
CADEVA
SULL'OPPRESSORE STRANIERO
IL
31 MAGGIO 1282.
Il verde cupo dei giardini
smaglianti che rasentava, mentre dal Foro Italico si recava alla stazione
centrale, non aveva maggiore potenza dei monumenti. Lo lasciavano indifferente.
Per passare il tempo dovette cacciarsi in un caffè e leggere giornali e
giornali fino all'ora della partenza.
Mezz'ora prima egli era alla
stazione centrale che passeggiava innanzi e indietro fumando una sigaretta dopo
l'altra.
Non appena spuntò dalla via in fondo
Giovanni Tiraboschi, Luraschi gli andò incontro con il cuore allargato. Aveva
bisogno di sentire la voce di una persona umana. Fino al suo arrivo non aveva
conversato che coi fantasmi.
«Buon giorno».
«Buon giorno».
«Siete un po' pallido».
«Ho passata una notte insonne».
«Me ne dispiace. Statemi a
sentire. Prima di entrare, gireremo intorno a questa via. Non alzate gli occhi
che quando ve lo dirò io».
«Mi spaventate».
«Non spaventatevi; ascoltatemi».
«Ai vostri ordini».
«Quando vi permetterò di alzare gli
occhi, vedrete due uomini, uno più alto dell'altro, che in apparenza vanno via
parlando dei loro affari. Notate bene quello a destra. Io sono pedinato. La
mafia è alle nostre calcagna».
«E io che non mi sono provveduto
di un revolver».
«Forse non è necessario. Anzi,
ne sono certo. Ma in Sicilia bisogna averne almeno uno per saccoccia».
«Un vero palermitano vi dirà che
ce ne vogliono due. È un'arma che nasce coll'isolano. State attento e
guardate».
«Vedo».
«Adesso prendiamo la via della
stazione. Avete notato bene l'uomo a destra?»
«Potrei descriverlo».
«Quello è Giuseppe Fontana, il
protagonista della nostra inchiesta».
Edoardo Luraschi non ebbe più
fiato. Gli parve di essere lì per perdere l'equilibrio.
«Permettetemi di appoggiarmi al
vostro braccio».
«Fate. Vi credevo più forte.
Quando saremo nel vagone cadrete in deliquio! Per fortuna che ho preso con me
una bottiglietta di cognac. Con essa vi terrò in vita».
«Non ci sarà bisogno», diss'egli
riavendosi completamente.
«Se è il protagonista, perché
non lo fate arrestare subito, subito?»
«I perché sono tanti e li
capirete a mano a mano che entrerete nella matassa intricata. Intanto è
necessario che sappiate che egli è un tipo uscito dal sottosuolo. I bassifondi
sono il suo regno. Appartiene ad una famiglia di mafiosi, di manutengoli, di
ladri e di assassini. Non faccio che riassumerlo. In un altro momento ci
occuperemo dei particolari».
«Veste piuttosto bene».
«Non si sa come. O meglio si
immagina ch'egli tragga i denari dalla malavita. Un'altra cosa importante, che
dovrete inchiodarvi nella testa, è che il Giuseppe Fontana del fu Vincenzo,
abitante in Palermo, è persona del cav. Raffaele Palizzolo, deputato al
Parlamento».
«E che c'entra l'onorevole
Palizzolo? So che egli è un uomo stimatissimo, amico intimo del duca della
Verdura, di di Rudinì e di Francesco Crispi».
«Non nego tutti questi fatti.
Ricordatevi semplicemente di quello che vi dico se vogliamo andare in fondo a
pescare il nome dell'individuo che ha prezzolato i sicari. Un'altra circostanza
e ho finito di parlarvi di Giuseppe Fontana. Egli non venne processato per
mancanza di indizii. Il collega che aveva in mano tutto l'affare prima di me,
credette al suo alibi, cioè che nel giorno del delitto egli fosse a
Tunisi. In Sicilia non bisogna mai credere all'alibi degli accusati.
Perché quasi tutti i misfatti sono premeditati. Se non sono male informato, il
Fontana, il giorno dell'assassinio del comm. Emanuele Notarbartolo fu visto in
Altavilla. Conosco la persona che lo ha veduto.
Pensiamo che il treno non aspetta. Ecco là l'ispettore
che ci attende. Egli ci farà entrare nel vagone sul quale ha fatto mettere riservato.
Riservato per noi. Cosi non saremo disturbati e potremo continuare le nostre
investigazioni. A proposito, mi sono dimenticato i sigari. Io fumo come un
turco. Signor Ispettore, buon giorno, ho tempo di comperarmeli? Ci sono ancora
dieci minuti? Allora ho tempo anche di trangugiarmi il caffè. Lo prendo sempre
fuori perché ho l'abitudine di leggere i giornali. L'avete già preso? Non
importa. Potrete prendere qualche altra cosa. Adesso sto bene; quando si è al
di là della quarantina tutte le abitudini diventano cose indispensabili. Una
volta me ne infischiavo del caffè. Dei sigari, no. I sigari sono la poesia
dell'uomo. Quando fumo produco della prosa leggibile e sovente delle
istruttorie che potrebbero essere stampate. Salgo io per il primo. Non abbiate
paura. Qua la mano. Addio, signor Ispettore. Grazie. State attento. Vedete i
due uomini dietro la punta dell'altro treno? Sono Fontana e il suo compare che
ci spiano».
I due personaggi rimasero per un
minuto senza parola. Ciascuno era compreso di essere sul teatro sanguinoso di
una delle più scellerate tragedie di quest'ultimo quarto di secolo. E ciascuno,
col pensiero nella tragedia mostruosa, si sentiva terrorizzato come in una
tomba sotterranea.
«Prendete uno dei miei sigari».
La voce del giudice istruttore
gli fece l'effetto di una voce metallica. Se la sentì per le orecchie come un
frastuono. Prese il sigaro, se lo lasciò accendere, e ricadde nel silenzio
cupo, cogli occhi fissi sul divano, ove gli pareva che le macchie del sangue di
Notarbartolo si allargassero e diventassero più scarlatte a ogni sussulto di
treno. Per sottrarsi all'esagerazione ottica dovette passarsi e ripassarsi le
mani nella capigliatura folta come per darle aria.
«Vi sentite male?»
«Respiro a disagio».
«Prendete una goccia del mio
cognac», diss'egli aprendo la valigetta che si era portato seco. «Vi sentirete
meglio. La prima volta che mi si mandò a fare un'inchiesta, perdetti i sensi.
Mi trovai dinanzi una donna strangolata dal suo amante come dissanguata. Il
cadavere contorto dagli sforzi che la vittima doveva aver fatto per liberarsi
dal suo assassino, mi aveva fatto andare in deliquio. Non rinsensai che con una
sorsata di acquavite che mi regalò il brigadiere dei carabinieri. Le prime
impressioni sono eterne. La vedo ancora colle mani crispate sulle lenzuola
candide e con la faccia e il collo biancastri e pieni di lividure. La bocca era
atteggiata a un orribile sberleffo. Dio, come mi fece paura!
Non sono divenuto insensibile,
ma la professione mi ha reso meno facile alle sensazioni che privano dei sensi.
Provatevi a passare degli anni in un gabinetto, ove vanno i delinquenti a narrare
freddamente come sono entrati di notte in una casa o come hanno appeso al
chiodo una ragazza o come hanno compiuto la strage di tutta una famiglia.
Finite per diventare meccanico. Mi capita spesso di dettare al mio copista le
più scellerate pagine della vita criminosa senza smettere di fumare di gusto.
Prima di incominciare la nostra
inchiesta vi devo fare una confessione. S'intende che ciò che vi dico deve
rimanere tra noi, perché posso anche dare del naso in una cantonata. Ma nessuno
mi leva dalla testa che l'uccisore di Notarbartolo sia un uccisore di uomini.
Non si produce un capolavoro senza un po' di pratica.
Io corro dietro la stessa mano da dieci anni senza mai
afferrarla. Più le vado vicino e più mi sfugge. Ma la sento, la sento che è la
stessa mano. È una mano abile, arciabile che produce il suo lavoro diabolico e
scompare.»
«Dunque la conoscete?»
«È la mia fissazione. La conosco
come si conosce la via di una città che attraversate tutti i giorni. I suoi
odiosi malefici portano il suo suggello. Lasciano nel delitto la marca
individuale, il metodo, il sistema. È la mano nota che organizza, che prevede,
che colpisce e non se ne sente più parlare che a un altro delitto più inumano
dell'ultimo».
Luraschi ebbe un sorriso di
incredulità per tutto ciò che il giudice istruttore andava dicendo. Se la
conosce non dovrebbe essere difficile tenderle un agguato e sorprenderla e
capitarle sopra quand'essa è ancora fumante di sangue.
«Non vi pare che conoscendola si
potrebbe impadronirsene?»
«È la mia disperazione. La
sento, vi ho detto. La fiuto, e, qualche volta, mi pare di vederla. Ma dessa mi
vince. Io la inseguo inutilmente.
In apparenza non c'è relazione
tra i delitti bestiali di prima e il delitto bestiale di adesso. I primi sono
avvenuti in una casa, o in mezzo alla solitudine di un feudo o all'entrata di
una villa, come è capitato a Francesco Miceli, anni sono. I primi sono stati
ammazzati a colpi di fucile o di rivoltella. L'ultimo pare l'opera di un
macellaio. Ma in questo e in quelli trovate il solito uomo che compie i
misfatti colla stessa audacia, colle stesse precauzioni, colla identica
efferatezza. In ogni suo delitto si sente il malvagio, il bruto, la tigre che
dopo il pasto si lambisce le labbra come per riassaporare il sangue che non
l'ha saziata».
«Non sono del vostro avviso e ho
le mie buone ragioni. Gli assassini di cui parlate non possono essere stati
commessi da una persona sola. Ne convenite? Ella deve avere avuto dei
cooperatori. Lo ammettete?»
«Io mi occupo della mano che
opera».
«Negate che abbia dei complici?»
«Non nego».
«Oh, bravo! Se ha dei complici,
i complici di un delitto non saranno i complici di tutti gli altri delitti. Ne
siete convinto?
E se anche lo fossero, non mi
verrete a dire che gli autori del delitto della quattordicesima vettura,
segnata C., del treno numero tre che filava, nelle ore pomeridiane del primo
febbraio 1893, da Termini a Trabia, possono essere stati gli autori dei delitti
consumati altrove, in epoche diverse. Mi capite? Qui siamo in treno e gli
autori o i cooperatori o i complici non possono essere scovati che tra i
ferrovieri in viaggio col treno. Di qui non si scappa. Voi parlate di uno
nuovo. Ma l'inchiesta che ha preceduto la nostra e la perizia medica che è
stata perfino rifatta, non ci lasciano dubbio alcuno che le mani che commisero
l'atroce misfatto furono due. Una armata di un trinciante nuovo, uscito dalla
celebre fabbrica di coltelli di Palermo, e l'altra armata di un pugnale
bitagliente».
«E chi vi dice che la stessa
mano non si sia servita di tutte e due gli strumenti da taglio? Vi ho detto che
la mano che sento è una mano scaltra, una mano che antivede i disastri e fiuta
i pericoli. Ora volete ch'essa vada al lavoro impreparata? Che non supponga che
la punta di un coltello può andare a rompersi, per esempio, in una scatola di
sigarette di metallo o sulla cerniera di un portamonete o di un portasigari o
in qualche diavolo di ferro o d'acciaio nelle tante tasche della persona
condannata a morire?»
«Voglio ammettere che l'uomo che
portate con voi da dieci anni sia il genio dei delinquenti. Ma qui ci sono due
mani che hanno colpito e due mani volgari che menarono colpi a casaccio, che
crivellarono il corpo di ferite come pazzi infuriati dalla paura. Il genio, mio
caro, è sicuro. Assesta colpi mortali. Non irrita e non imbestialisce la
vittima con puntate che la lasciano in piedi a continuare la lotta, ma va
diritto al cuore dell'avversario. Gli assassini di Notarbartolo erano
tutt'altro che degli esperti nell'arte crudele di assassinare. Sapete quante volte
hanno dovuto cacciargli nella pelle le loro armi assassine? Ventitre. Senza
tener calcolo delle abrasioni, delle spellature, delle escoriazioni. Erano dei
vigliacchi, dei miserabili. Ecco quello che erano. Mi pare di vederli cogli
occhi fuori dell'orbita, coi capelli in piedi, col coltello e col pugnale
intrisi di sangue infuriare cogli strumenti affilati e tirare innanzi e
indietro il braccio a seconda dei movimenti dell'uomo che tenta difendersi.
Ditemi che sono degli esseri abbietti. Ma non gabellatemeli per assassini di
genio. Gli assassini di genio sono morti con Cartouche, con Lacenaire, con
Tropmann, o sono scomparsi con Jack lo squartatore. In questi era il colpo di
grazia che eliminava la tortura.»
«Rammentatevi che il
commendatore era uomo di fegato Era alto un metro e sessantaquattro centimetri
ed aveva una larghezza di spalle di quarantaquattro. Era forte, coraggioso e
sopratutto prudente. Non andava alla ricerca dei suoi nemici, ma se gli
capitavano tra le gambe non scappava. Ve lo dica la carabina che aveva con lui.
Ve lo ridicano i carabinieri dai quali si fece accompagnare dal fondo dei
nipoti alla stazione, ove lo aspettava il suo cameriere Campisi. C'era con lui
il bottaio, ma volle anche i carabinieri.»
«Il bottaio non era uomo di sua
fiducia. Lo sospettava in rapporti con la mafia».
«Ora non è possibile che un uomo
colle orecchie tese e con gli occhi aperti abbia voluto lasciarsi scannare
colle mani giunte. Egli si sarà difeso fino all'ultima goccia di sangue».
«Lo credo. Vi rifaccio il dramma
come se fossi stato presente. Non dubitate, la mia fantasia rimarrà assente.
Tutto ciò che vi verrò dicendo è nell'incartamento che mi avete dato. Là vi è
l'antefatto, là vi sono le deposizioni dei testi e degli accusati e le
informazioni delle autorità che sono state alla ricerca degli assassini prima
di noi.
Incominciamo dalle distanze per
sapere se si poteva fare tutto quello che hanno fatto gli assassini lungo lo
spazio che dovevano percorrere. Noi sappiamo che alla stazione di Termini il
commendatore era vivo».
«Vi sono parecchi testimoni che
lo affermano e c'è anche Carollo, il conduttore, che lo dice».
«Dalla stazione di Termini,
procedendo verso Palermo, alla galleria, la distanza è di un chilometro e tre metri,
distanza che il treno omnibus percorre in trenta secondi. E dalla stazione di
Termini alla stazione di Trabia vi sono cinque mila e cento sessanta metri che
un treno omnibus divora in undici minuti e trentatre secondi. Sarò un po'
noioso colle cifre, ma è necessario che io ve le dica se volete capire bene la
tragedia.
Dalla stazione di Trabia alla
galleria omonima è una distanza di novecento quarantun metri che il solito
treno percorre in un minuto e tredici secondi. Dalla galleria al ponte Curreri,
ove venne trovato il cadavere, c'è un tratto di mille cinquecento ottanta metri
che lo stesso treno corre in due minuti e ventiquattro secondi.
Con la carta del tratto alla
mano noi non abbiamo bisogno di fare la via a piedi. Sappiamo che la strada è
qua e là ondulata, che la curva più pronunciata è quella tra Trabia e il ponte
Curreri e che lungo quest'ultima parte della linea ferroviaria c'è da un lato
una collina malagevole e accidentata e dall'altro una pianura ineguale, a
solchi e con molti sassi che rendono difficile la corsa per chi ha paura di
avere i carabinieri alle reni. La pianura è coltivata ad alberi fruttiferi.
In prossimità all'altura del
ponte sorge una casetta colonica».
«Questo si chiama essere
precisi».
«Chi è moderno non può fare
diversamente. Una volta che conosciamo le distanze, sappiamo che a Cerda —
secondo la deposizione del cavaliere Ratteri e dell'ingegnere Avesani — il
Notarbartolo era vivo. Come sappiamo che era vivo alla stazione di Termini.
Quest'ultimo testimonio è un po' sospetto. E non lo metterete in dubbio non
appena vi avrò detto che il suo nome è Carollo. Ma gli si può credere, perché
gli assassini, se erano ributtanti quando coprivano di ferite il commendatore,
conoscevano assai bene la via ferrata e i movimenti del treno».
«Non c'è dubbio».
«E loro, gli assassini, si
sarebbero guardati bene dal giungere a Termini con un cadavere. Perché la
stazione di Termini è molto frequentata e perché il treno vi si ferma non meno
di sedici minuti.
Vi immaginate che degli
assassini colle mani insanguinate, colla faccia stravolta e con un morto nello
scompartimento vogliano star lì a tremare all'arrivo di ogni passeggiero per
sedici minuti? È un supplizio al quale neppure i signori assassini si
sottoporrebbero.
Saltiamo dunque questa supposizione.
Tutti i ferrovieri e tutti gli
ingegneri ferroviarii sono d'accordo che non è possibile montare sul treno
avviato. È molto se uno dei più pratici conduttori può mettere il piede sulla
pedana di un treno omnibus — il quale si incammina, di solito, con fatica e
lentezza — al terzo o quarto buf, buf. Dopo, quando le ruote girano
lestamente, chi è in terra vi rimane e chi si arrischia a buttarsi sul treno
per agguantarne la maniglia o il bastone di ottone lungo la vettura, precipita
sul terreno tutto fracassato. Siete della mia opinione?
Ma supponiamo l'impossibile.
Supponiamo che vi sia un pazzo stufo della vita. Venite al finestrino che mi
capirete meglio. Vi accorgete della corsa vertiginosa? Noi che ne siamo
trasportati, ci pare che si vada adagio. Mettete fuori la testa e vedrete che
la velocità vi parrà raddoppiata. Se potessimo essere lungo il treno essa
aumenterebbe di due o tre volte. Siccome non vogliamo essere spietati come gli
assassini, riduciamo, per comodo del nostro pazzo, la corsa di metà».
«Potete ridurla anche di tre
quarti.»
«Accordato. E ora che il treno è
frenato di tre quarti del suo calore, figuriamoci il nostro eroe lungo il
binario, colle mani tese, in aspettativa di afferrare la maniglia di uno
sportello qualunque o il bastone di ottone lungo le vetture. Dategli pure
l'agilità e la pieghevolezza del clown e immaginatevelo pure così allenato da
arrischiarsi a mettere il piede sulla pedana col garbo di chi intende di
seguirlo e non di farsi trascinare. Ebbene, credete che il pazzo non cadrebbe
sconquassato o tutto a pezzi?»
«Ne sono sicuro. Vi dirò di più.
Se egli potesse, per un'ipotesi, attaccarsi alla maniglia o al bastone, col
primo strappo il treno gli porterebbe via le braccia e il corpo
capitombolerebbe sulle rotaie e vi rimarrebbe stritolato».
«E voi sapete che i sanguinarii,
quando si tratta della loro pelle, sono vili. Diventano bimbi pieni di paura.
Pranzini ne è un esempio. Lui che non ha esitato ad ammazzare la prostituta
Maria Régnault, per derubarla; che si è gettato, collo stesso coltello fumante
del sangue della Régnault, sulla sua bonne la quale avrebbe potuto
denunziarlo, e sul bimbo di quest'ultima perché strillava, è andato sulla
piattaforma della guigliottina tremante come una foglia! E stato Deibler che ha
dovuto fargli coraggio. Coraggio, vigliacco!
Eliminata la possibilità colla
corsa vertiginosa, non ci rimane che il treno in moto o lì lì per mettersi in
moto. E anche per questo movimento è necessario una pratica non trascurabile.
Tanto più se si pensa che la predella lungo il vagone è larga diciotto
centimetri e alta, dalle rotaie, un metro e alcuni centimetri. Lo si può fare
ci hanno detto e noi alla esperienza facciamo di cappello.
Il primo assassino, per evitare
di farsi conoscere da qualche passeggiero, doveva sapere la vettura e lo
scompartimento nel quale era la vittima. Senza questa condizione l'assassinio
non sarebbe avvenuto. Non vi pare? Alle prime eruzioni di fumo infocato della
locomotiva, il malvivente saltò sulla predella, lasciò che il treno si avviasse
bene, mise la mano sulla maniglia, aperse, montò sulla pedana, ed entrò ansante
nello scompartimento.
Da qual parte era egli mai entrato alla stazione? Dalla
sala d'aspetto o dalla cancellata lungo la piazza? Il guardia sala Cannella
Francesco ci ha lasciato nella confusione delle sue affermazioni e delle sue
smentite. Io, al posto del giudice inquirente, lo avrei fatto arrestare. Mi ha
l'aria di un complice. Egli ci ha parlato di due sconosciuti trafelati giunti
quando la campana era già suonata. Si può raggiungere un treno in moto, quando
si è nella sala d'aspetto e si aspetta che la guardia finisca di bucare i
biglietti? Ci ha detto che uno degli sconosciuti era "altetto" e che
l'altro era "bassotto". Che il primo aveva il biglietto di ritorno per
Palermo di prima classe e il secondo di seconda. Due amici che viaggiano in
separati vagoni?
Il giudice istruttore gli fece
osservare che in quel giorno, alla stazione di Palermo, non era stato venduto
che un biglietto di prima classe con ritorno e anche questo a una persona
conosciuta. Allora il Cannella, confuso, venne fuori con la storiella che i
biglietti potevano essere scaduti. In una parola è un teste che vi annerisce il
dramma».
«Vi annuncio con grande dolore
che è morto.»
«Me ne duole. Perché è il
consenso tacito di questi malandrini che alimenta i delitti.
Ritorniamo alla stazione di
Termini coll'assassino nello scompartimento ove era Notarbartolo. Mancavano
dieci minuti alle sei. Può darsi che all'entrata dello sconosciuto il
commendatore abbia avute delle apprensioni. Ma era troppo tardi. La locomotiva
aveva fischiato disperatamente e il treno filava in un modo che non lasciava
più pensare a un cambiamento di vagone.
L'uno sedeva in faccia
all'altro. Il commendatore occupava l'angolo verso il mare, lo sconosciuto
l'angolo verso il monte».
«Scusate se vi interrompo. Ma
c'è stato qualcuno che ha detto che lo sportello dello scompartimento dove era
Notarbartolo era aperto».
«È impossibile. Il commendatore
lo avrebbe chiuso.
Entra in scena il ferroviero.
Egli è il conduttore, egli deve controllare i biglietti, apre ed entra. Il
commendatore vedendo uno del personale ferroviario si rassicura e riadagia la
testa sul guanciale. Né lo sconosciuto...»
«Aspettate. Io vi ho parlato di Fontana.
L'opinione pubblica lo additta come il principale assassino. Il suo stato
penale è tristissimo. Egli è stato coinvolto in non pochi processi di sangue.
La sua notorietà di famigerato mafioso doveva mettere in guardia anche un uomo
meno prudente di Notarbartolo. Se era lui e se lo conosceva, come
indubitatamente lo doveva conoscere, perché non ha dato mano alla carabina o
non se l'è messa tra le gambe o non corse allo sportello opposto a chiamare
gente?»
«La risposta è facile: non
abbiamo detto che era coraggioso?»
«Va bene, ma quando si è in
gabbia, a faccia a faccia con uno abituato agli omicidi, non si presta tanta
fede al proprio coraggio. Il mio sarebbe venuto meno».
«Il mio, no. Io avrei imitato il
commendatore. Avrei pensato, come deve avere pensato lui, che un attimo di
debolezza non mi avrebbe giovato che a farmi scannare qualche minuto prima. Col
Lacenaire siciliano che può dire come quello francese: uccido un uomo colla
stessa facilità con cui vuoto un bicchiere di vino, non c'è da scherzare, né da
pensare alla pietà. Non c'è che da premunirsi e prepararsi al duello corpo a
corpo. Fu l'entrata del conduttore, che gli fece smettere di dedicarsi al
pericolo.
Lasciatemi dunque continuare.
Lo scompartimento del vagone
fumatori era questo. Tappezzato di un tessuto di crino bianco, con uno spazio
tra i sedili di sessantacinque centimetri. La lotta spaventevole è incominciata
in questo luogo angusto. Lo sconosciuto, non appena vide il ferroviere, mise la
mano sul coltello o sul pugnale. Il ferroviere doveva tenere o l'uno o l'altro
nella manica o nella saccoccia destra. Lo sconosciuto, colle spalle verso
Palermo, si è alzato e si è precipitato sul viaggiatore che aveva le spalle
verso Termini, menandogli un colpo che lo deve avere fatto gridare: assassini!
aiuto!»
«Se avesse avuto tempo di
gridare, è probabile che i viaggiatori del terzo scompartimento avrebbero
sentito e sarebbero accorsi a disturbare il loro lavoro».
«Il secondo scompartimento, cioè
quello tra il primo e il terzo, era vuoto. Le grida del povero commendatore
dovevano passare così due pareti prima di arrivare alle orecchie dei
passeggieri del terzo. Ho già detto, o mi pare dì avere detto, che l'assassinio
non poteva avvenire che nella galleria. Nelle gallerie voi e io siamo passati molte
volte. C'è un fragore così assordante e spesso, come in questa di Termini, un
buio cosi pesto, che due individui dello stesso scompartimento potrebbero
ammazzarsi senza, direi quasi, farsi sentire dalle persone sugli stessi sedili.
Ve ne accorgerete non appena perderemo di vista il ponte Curreri.
Che il primo colpo non sia stato
mortale e che l'ex sindaco di Palermo abbia tentato di alzarsi e dar mano alla
carabina abbiamo qui le prove. Guardate la retina dei portabagagli, ove il
commendatore aveva messo la sua arma da fuoco. La retina ha uno strappo. La
mano che era riuscita ad afferrarla è stata brutalmente strappata giù da uno
degli assassini. Osservate bene la violenza. La retina è uscita dal suo asse di
ferro. Caduta la mano egli tentò rialzarla ed ecco un'altra lacerazione alla
tendina che rasenta la sua spalla. Non ci sono che macchioline di sangue. E si
capisce. Il commendatore venne assalito con le mani inguantate. Dai tagli che
gli faceva la punta dell'assassino non uscirono che degli spruzzi. Voltatevi
indietro. Voi vedrete l'ultimo sforzo di Notarbartolo. Egli stava per cadere
sotto la violenza e l'insistenza dei colpi malvagi. La sua mano ha tentato di
sorreggersi appoggiandosi al tessuto ricamato della spalliera. Eccone la
lacerazione: eccone i puntini di sangue scolorato. Qui, uno degli assassini, o
probabilmente il complice che stava fuori alla vedetta, è venuto con del
liquido a cercare di farli scomparire. Questa sfregatura è di una importanza
somma. E ne troveremo delle altre. Se i complici o qualcuno degli assassini o
gli assassini avessero avuto nulla di comune col personale di servizio, perché
si sarebbero data la cura di far scomparire le tracce di sangue?
La colluttazione è innegabile.
Ce lo dicono tutte queste macchie di sangue mal lavate e sbiadite. Ce lo
confermano i suoi guanti tagliati e le sue mani ferite.»
«Ah se il commendatore non
avesse avuto i guanti!»
«La lotta sarebbe stata più
accanita. Ma il povero Notarbartolo sarebbe caduto sotto i loro colpi lo
stesso. In uno spazio di due metri e centimetri di lunghezza e di due metri di
larghezza il fucile può diventare un impaccio. Il revolver avrebbe cambiato la
sua posizione. A proposito, e perché i nostri signori assassini si sono serviti
del coltello da beccaio — sempre lungo — sempre incerto dove va a ferire,
invece dell'arma da fuoco, spiccia, che finisce la vittima senza darle tempo di
difendersi? Notate anche questa circostanza. Non potevano essere esperti come
credete».
«Certo, non negherete che hanno
avuto l'abilità di preparare bene il delitto».
«Non si cresce sui treni senza
imparare qualche cosa, diamine!
Dalle ferite alle mani
inguantate, è fuori di dubbio che il commendatore ha tentato più volte di
impadronirsi del ferro omicida. Ma si può supporre che mentre tentava di impedire
che una punta gli passasse nel corpo, l'altra lo raggiungeva».
«Credo che abbiate ragione. Noi
abbiamo qui la fotografia del defunto. Guardate. La colluttazione è stampata
sul braccio sinistro, ove vedete un taglio lungo due centimetri e largo uno. Il
braccio si difendeva».
«Ma dappertutto! La contusione
diffusa sulla palpebra superiore dell'occhio destro, le due contusioni al
centro della regione frontale, le tre contusioni alla testa verso la zona
occipitale, la puntata all'occipite parietale sinistro ed altre lacerazioni che
dimentico, sono tanti testimoni che convincono che Notarbartolo contese la sua
vita agli assassini fino all'esaurimento. Egli non si è dato vinto che quando
il sangue gli veniva fuori a fiotti dalla testa, dalle mani, dal torace, dal
ventre, dalle gambe.
Datemi le fotografie dei suoi
abiti.
Esaminate i calzoni. Voi vedete
nella regione inguinale della gamba destra due lacerazioni, una triangolare,
l'altra quasi lineare, con una incavatura al centro. Per me queste ferite hanno
l'importanza degli ultimi colpi. Il povero commendatore estenuato, dissanguato,
con un barlume di conoscenza di quello che avveniva, si lasciò andare sul
divano colla respirazione grave, stralunando gli occhi. Gli assassini paurosi
che i colpi non l'avessero ancora assassinato completamente o sovreccitati dal
sangue disperso dovunque, gli piantarono replicatamente il pugnale — perché
sono ferite di pugnale — nel molle della carne.
Il panciotto è un altro
documento che non era in loro il genio dell'assassino. Il Boggia atterrava le
sue vittime con un colpo di scure. Jack lo squartatore recideva la gola alle
donnacce alla caccia del pitocco con un taglio netto che sopprimeva loro colla
voce di gridare la vita. Carlo Jud, del quale dovrò parlarvi più tardi perché
anche lui ha ammazzato un alto personaggio in treno, il signor Poinsot,
presidente della corte imperiale di Francia, si serviva di una scarica o due di
revolver. Costoro, guardate il gilet, erano dei principianti, degli individui
che menavano colpi tremando, all'impazzata, dove andavano andavano».
«Buttatela via, riponetela nella
valigia. È una fotografia che mi ricorda quello che c'è nel sacco nell'angolo
del mio ufficio. Il rovescio del panciotto è letteralmente coperto di sangue
assecchito. Tutti i tagli sono piuttosto lunghi e più fitti in direzione del
torace. Ah canaglie, se potessi avervi nelle mani!»
«Non li avrete», disse
freddamente Luraschi. «La polizia del continente vale poco. Quella di Sicilia
meno. È composta di ladri, di manutengoli, di partecipanti alla divisione dei
bottini. Ho raccolto un sacco di documenti. Ne parlerò. Vi dirò anzi che non
arriverete mai a vedere nel vostro gabinetto di giudice istruttore gli
assassini del commendatore Notarbartolo. Perché le mie indagini personali e la
lettura dei documenti che avete avuto la bontà di darmi mi hanno fatto nascere
un sospetto terribile, un sospetto che non oso confessare a me stesso».
Ci fu del silenzio. Luraschi
sembrava in dubbio se dovesse continuare. Allargò la mano, come se stesse consultandosi,
e poi riprese con voce più sottomessa.
«È troppo presto per pronunciare
un'accusa di questo genere. Noi non siamo che alla prefazione dell'inchiesta.
Ma quando saremo nel cuore del libro, ci troveremo forse dinanzi a nomi che
dovremo nascondere per salvare l'istituzione di cui fanno parte o denunciarli
per distruggerla».
«E voi credete che non me ne sia
accorto? Credete che sarei in treno se non sospettassi che alcuni lanciati
dietro gli assassini continuano a farcene perdere le tracce? Caro mio, io sono
determinato a imitare Tajani, un uomo che divenne ministro di giustizia».
«Ne ho sentito parlare, ho letto
alcuni suoi discorsi e so che è morto.»
«Benissimo. Aspettate, la
locomotiva fischia».
«Non è Trabia. Ci mancano ancora
tre stazioni».
«Abbiamo del tempo. Dovete
sapere che in Sicilia si può dire che vi siano quattro corpi di polizia, l'uno
rivale dell'altro. La polizia dei prefetti e dei questori, la polizia
dell'ordine giudiziario — la polizia dei carabinieri e la polizia delle zone
militari. C'era anche la milizia a cavallo — che andava per la campagna — ma
venne sciolta nel 1876. Trascuro la polizia delle guardie campestri perché mi
pare non abbia importanza.
Il Tajani, in allora procuratore
generale a Palermo, si trovava sempre sullo scrittoio dei rapporti quotidiani
di persone ammazzate nelle vie o nelle case o nel largo delle campagne, senza
che gli portassero in ufficio gli autori. Disilluso degli agenti comuni volle
mettersi alla testa di una polizia segreta composta di persone di sua fiducia.
Che cosa credete che abbia trovato? Non credeva ai suoi occhi. Un giorno mise
le mani su un certo Ciotti, un poliziotto del questore Albanesi che aveva fatto
di casa sua il magazzino degli oggetti rubati. Un altro giorno mise le mani su
un delegato il quale era divenuto capo della mafia del distretto. Questo nobile
arnese della sicurezza pubblica aveva fatto assassinare due banditi per il loro
atto di sommissione fatto alla gendarmeria! I due banditi conoscevano le gesta
del delegato e il delegato che temeva le loro rivelazioni si fece portare dai
complici dei suoi misfatti la loro lingua.»
«Sapevo che li aveva fatti
sgozzare, ma ignoravo quest'ultimo particolare».
«È in una nota dell'inchiesta
Tajani che vi farò leggere un giorno o l'altro».
«Voi avete detto che alcune
persone vi fanno perdere le tracce del delitto. Sapete dove a me è nato lo
stesso sospetto?»
«Forse dove mi sono soffermato
io più di una volta».
«In una casa poco lontana dalla
stazione di Altavilla».
«Probabilmente».
«È desolante la vostra
confessione!»
«La vostra più della mia. Un
magistrato onesto come voi non fa di queste confessioni che quando ha perduto
la fede negli esecutori della giustizia».
«L'ho perduta, è vero. Ma non ho
perduto la speranza che tutto ciò si cambi. Uno scandalo qualunque potrebbe
sollevare domani l'opinione pubblica e ridarci un ambiente purificato».
«Fra molti anni, forse. L'Italia
dei Nicotera, amici della camorra, e dei Crispi, capo di mafiosi, non può darvi
che poliziotti birbanti».
«Nicotera? Non c'è uomo che
abbia fatto tanto per estirpare la mafia in Sicilia».
«Lo so; so anche che fu lui che
voleva ammonire Raffaele Palizzolo, allora cavaliere e ora commendatore e
deputato. Ma di costui e di Nicotera un'altra volta».
In tutta Italia, dal giorno
dell'Indipendenza, non abbiamo mai avuto un questore colto, all'altezza
dell'ufficio, coll'ideale unico di non essere che il nemico dei ladri, dei
truffatori, degli imbroglioni, dei malandrini, della gente che ammazza per
incarico o per proprio conto. Penetrate nei misteri delle questure e troverete
che questa persona onnipotente, alla quale affidiamo la sicurezza della nostra
vita e dei nostri averi, è sempre amico di qualcuno dei ribaldi che vi ho
citato».
«È vero. Il vero questore non
l'ha mai avuto né il nord, né il centro, né il mezzodì. E la colpa,
lasciatemelo dire, voi che siete tanto superiore alla vostra classe, è un po'
anche della magistratura».
«Non amo gli elogi fatti in
questo modo. La magistratura, in generale, è onesta. Ma in una corba di mele
sane non è meraviglia che ne troviate qualcuna fradicia».
«Giusto. Né io volevo dire di
più. Ma c'è un vezzo che è comune a tutti i magistrati che seggono in Corte.
Non ho mai capito l'utilità di permettere agli agenti di P. S. di ripararsi
dietro il segreto d'ufficio quando si tratta di documentare le deposizioni o le
informazioni».
«Spiegatevi».
«Un questore o un ispettore o un
semplice delegato viene al tribunale o alle assise a dichiarare, per esempio,
che la sua convinzione è che io sono il ladro o l'assassino che si cerca».
Io e i miei avvocati gli
domandiamo le prove delle sue affermazioni e lui ci risponde:
"Non posso!"
"Perché?"
"Perché non posso nominare
i miei informatori!"
"Tocco di un gaglioffo! Ma
io voglio sapere chi sono i tuoi informatori — io ho diritto di saperlo — tu
devi parlare!
Ne nasce un incidente formale
che la Corte scioglie in favore della maschera, del calunniatore invisibile.
Quando i giudici convengono col questore capisco il consiglio dei dieci,
capisco questi organizzatori di omicidi che mettevano l'uomo mascherato alle
spalle dei creduti nemici della repubblica di Venezia.
Ci vorrebbe così poco a essere
veri, a essere chiari, a essere forti! Perché è dei forti la giustizia sana, la
giustizia che non vive né di chimere, né di supposizioni, né di esigenze, né di
riguardi. Il privilegio in un uomo dinanzi alla giustizia uguale per tutti
indispone un uomo d'ordine come sono io.
Forse avrò il torto di avere
vissuto un po' in Inghilterra. In Inghilterra, ove il sentimento della
giustizia è più sviluppato e ove l'opinione domina dappertutto, un questore che
non potesse documentare le sue accuse verrebbe preso a calci e processato come
diffamatore».
«Ma ci sono le spie...»
«Tanto peggio per le spie! Il Le
Caron, il più grande spione politico di questo secolo, quando il partito
conservatore voleva distruggere il partito parlamentare irlandese, dovette
mostrare il suo faccione nel palazzo delle Corti di Giustizia.
Era una spia salariata da tanti anni
e c'era pericolo di morire ammazzato magari prima di ritornare in strada. Ma
non ci fu segreto d'ufficio che lo abbia salvato. Egli dovette subire il fuoco
delle interrogazioni e poi, per paura del coltello irlandese, farsi annunciare
dai giornali morto. Gli hanno fatto il funerale. Ma non so se sia morto
davvero. So che il mestiere della spia porta con sé il pericolo di corroborare
al Tribunale ciò che si va a riferire nel gabinetto di un questore, di un
prefetto o di un ministro. Io non credo necessarie le spie. Ma chi ha paura di
andare in piazza come una figuraccia abbominevole, faccia come me: si dia a
qualche altra occupazione.
|