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Dopo la sosta ci fu uno sbatacchiamento di sportello. Il
treno riprese il cammino con grida che si disperdevano come schianti di anime
disperate.
Tiraboschi, seduto nella
penombra, sembrava disfatto dalla discussione senza fondo. Più s'ingolfava nel
mistero e più s'immergeva nelle tenebre. Senza un complice non si sarebbe mai
venuti a capo di nulla. La spia è una immortalità necessaria dell'istruzione
giudiziaria. Esibite il perdono e mettete a disposizione di chi deve rifare il
delitto dinanzi ai giurati una somma che possa far gola a chi vi ha preso
parte, e non aspetterete molto. Egli, con un avvenire assicurato, credetelo,
non esiterà a tradire i suoi complici.
Non c'è legame d'affezione tra i delinquenti. L'interesse
li unisce e l'interesse li disunisce.
Luraschi vedeva tutto chiaro. Il
vagone era per lui l'officina. Qui era stato consumato e qui, colle induzioni,
si doveva poterlo rifare con precisione matematica.
«Voi credete che gli autori
dell'assassinio abbiano aspettato il ponte Curreri per gettarlo nel torrente
sottoposto. Nego persino che ne abbiano avuto l'intenzione. Non avevano il
genio del male, ma erano dei ferrovieri consumati.
Volete sapere il perché hanno
aspettato fino a quel punto a sbarazzarsi del cadavere? Perché il treno in quel
punto fa una lunga curva la quale nasconde a chi è al centro la testa e la coda
del treno. Loro avevano qualcuno che vegliava. E questo qualcuno doveva esser
un altro ferroviero. Ma non potevano essere sicuri che, nel momento di
rovesciarlo, dei passeggeri non mettessero fuori la testa. Ce n'è uno appunto
che dice di avere veduto cadere qualcosa dal treno ma non è sicuro del luogo.
Non c'è che un idiota che possa
discutere seriamente la questione del torrente. Noi siamo fortunatamente
nell'ambiente. Prendiamone le misure. Perché non è che così che voi vi
convincerete della mia convinzione. La larghezza del vagone è di due metri e
sessantatre. Ma lo spazio tra un sedile e l'altro non è che di sessantacinque
centimetri. Ora mettiamoci io e voi con un cadavere di novantasette chilogrammi
sulle braccia o nelle mani e vedrete se saremo capaci di scaraventarlo fuori da
uno sportello alto un metro e ottanta e largo sessanta centimetri. È dubbio se
potremo sostenerlo e avere tanta forza da dare una spinta a un corpo morto.
Ma dato possibile l'impossibile,
voi vedete che non c'è posto per i movimenti. Come è possibile lanciarlo
senz'essere a qualche distanza dal vano attraverso cui deve passare? E poi,
ditemi due corpi, come io e voi, indipendenti l'uno dall'altro, possono mai
trovare il punto di partenza con una spinta isocrona? Proviamoci e vedremo che
il nostro corpo morto andrà a dare della testa o della spalla in uno degli
angoli.
Neanche sei e neanche dodici
persone avrebbero potuto compiere un'operazione di questo genere, in uno spazio
così angusto e col treno che divorava la strada. L'impulso di tutta questa
gente sarebbe stato diminuito in gran parte dalla velocità del treno e dalla
corrente fortissima in senso inverso del convoglio».
«Con una equazione non avrebbero
potuto misurare lo spazio in ragione della velocità del treno e sapere
esattamente a qual punto avrebbero dovuto impiegare le loro energie per
lanciarlo nello spazio?»
«Roberto Macaire avrebbe potuto
sciogliere l'equazione, non c'è dubbio. Ma gli assassini di Notarbartolo, no.
Voi continuate a crederli di una mente superiore. Non lo sono. Se sono qualche
cosa sono dei ferrovieri intelligenti.
Lo so che cosa volete dire. Voi
volete sapere come sciolgo la mia equazione. Cioè come spiego che Notarbartolo
sia stato trovato dalla guardia campestre Sanfilippo, boccone, quasi rasente la
rotaia, a destra di chi va da Termini a Palermo, tra la rotaia e il parapetto
del ponte Curreri. Lo spiego studiando le macchie di sangue nello
scompartimento. Voi avete veduto gli indumenti del commendatore. Internamente
non erano più che un crostone di sangue indurito. La flanella, la camicia e le
mutande sembravano state immerse in un secchione di sangue. Le scarpe dovevano
avere servito di serbatoio, perché al momento di togliergliele, i piedi
parevano ingessati di rosso. È evidente che le tre ferite al cuore e le due ai
polmoni avevano provocato un'effusione di sangue abbondantissima. Ora, come vi
spiegate che gli abiti della vittima potessero esserne letteralmente inzuppati
e il luogo ove venne consumata la strage potesse rimanere direi pulito?
Considerate bene e vedrete che non c'è paragone tra il sangue perduto e le
macchie trovate sui cuscini e sul tappeto dello scompartimento. Dove era seduto
e dove si suppone sia stato assalito e ucciso, non c'è quasi traccia della
ferocia degli assassini. Non ci sono che spruzzi, che macchioline perdute più
dalle mani che dal corpo. La macchia più larga è della rotondità di un
centimetro. Voi mi potrete dire che il sangue non avendo potuto trovare la via
d'uscita veniva assorbito dalla maglia, dalla camicia, dal panciotto. Senza
dubbio. Ne abbiamo avuto le prove. Ma dallo sparato della camicia — ove le
coltellate e le puntate di pugnale sono state più numerose — avrebbe dovuto
sgorgare a fiotti e inondare il sedile e il tappeto. Ma i sicari — dato che essi
sieno stati incaricati dell'uccisione — avevano troppo interesse a non
insudiciare lo scompartimento. Le precauzioni sono state il loro capolavoro.
Senza la scoperta del cadavere lungo il tronco ferroviario, si sarebbe
difficilmente sospettato l'assassinio in treno. Guardate. Non ci sono che
quelle che i periti chiamano sbavature. Alcune tracce scolorate e
strofinate o colla pezzuola bagnata o coll'aspirazione delle labbra».
«Non mi avete ancora chiarito il
punto della vostra tesi. Perché il sangue non è uscito dagli abiti di
Notarbartolo?»
«Perché questi specialisti del
delitto — come li hanno chiamati i componenti la commissione d'inchiesta — si
sono giovati di tutti gli strattagemmi. Non gli avevano ancora tolte le forze
di difendersi, che già il Notarbartolo aveva sotto i piedi il suo paletot.
Palpitava ancora e l'assassino
che gli aveva trattenuto le braccia, gli toglieva la giacca per ravvolgergli la
testa insanguinata. Aspettate. Non vi ho risposto. La mia risposta è questa:
che non appena il commendatore piegava da tutte le parti, non lo lasciarono più
adagiare. Lo finirono in piedi. L'aiutante del carnefice lo teneva su per le
spalle e il carnefice gli sprofondava con veemenza il pugnale o il trinciante
nella regione cardiaca. In piedi il sangue non usciva: discendeva. Colava dalla
maglia nelle mutande. Usciva dalle ferite, si diffondeva e irrorava la pelle e
si accumulava nelle scarpe.
Sapete che io non parlo mai a
casaccio. Ciò che dico è il risultato delle mie indagini e dei miei studii.
Metterei la mano nel fuoco che gli assassini hanno portato Notarbartolo allo
sportello prima che lo avessero completamente finito. Egli era allo sportello
d'uscita che gemeva col naso sui vetri, che implorava forse ancora il
soccorso».
«È strano che con gente nello
stesso vagone, con gente nel terzo scompartimento, gli assassini abbiano potuto
consumare il loro esecrabile delitto, senza che le grida del povero
commendatore abbiano potuto essere sentite!»
«In questo c'è nulla di strano.
Il signor Poinsot, del quale vi ho parlato, è caduto vittima nelle identiche
condizioni o in condizioni migliori. Perché il suo vagone aveva popolato anche
lo scompartimento di mezzo. Nessuno lo ha sentito e nessuno ha cercato di lui.
Lo si è trovato irrigidito colla faccia coperta di uno strato di sangue secco.
Capisco, allora era di notte, il
suo vagone era vicino alla locomotiva e poteva darsi che i viaggiatori
dormissero della quarta. Ma in treno c'è sempre qualcuno che dorme male, e
qualcuno che si desta al volo di un insetto.
Tra qualche minuto potremo farne
l'esperimento. Voi passerete nel terzo e, se farete in tempo, anche nel secondo
scompartimento. Durante il passaggio io mi varrò di tutta la mia voce per farvi
sentire che sono in bisogno di aiuto. Ruggirò come un leone ferito nel fianco e
tenterò di commuovervi coi muggiti lunghi e strazianti del toro male atterrato
dalla mazza del beccaio. Correte».
Luraschi si mise a urlare, a
dare dei pugni alle pareti, a gridare: aiuto! mi ammazzano! Abbiate pietà! Sono
morto! Signori, aiuto! aiuto!
Ricomparve il giudice
istruttore.
Luraschi con la fronte imperlata
di sudore, come se fosse uscito da un bagno a vapore, si teneva la mano sul
cuore. A furia di sgolare parole spaventevoli era riuscito a trasmettersi il
terrore dell'uomo veramente in pericolo.
«Lasciatemi fiatare. Un altro
minuto e sarei morto di spavento! Sono dotato di un sistema nervoso troppo
sensibile. Tutti i miei nervi sono in vibrazione. Toccatemi.
Ho polmoni potenti. La mia voce avrebbe
potuto traversare un portone di ferro. Non mi avete sentito? Ne ero sicuro! Io
stesso capivo che il rumore infernale confondeva la mia voce».
«C'è stato un momento in cui mi
parve di udire tra lo strepito dei vagoni infuriati come un filo di voce umana
che mi fece accapponare la pelle. Può essere stato l'eccitamento. Credevo di
essere divenuto insensibile agli orrori tragici, ma pare di no. Pare che
anch'io sia ridivenuto impressionabile. Confesso che se il passaggio fosse
stato più lungo non avrei potuto resistere. Sepolto nel buio pesto dello
scompartimento, colla vostra narrazione che mi teneva dinanzi gli occhi il
commendatore che si divincolava sotto i colpi che lo trucidavano, rabbrividivo
come se fossi stato io alle prese cogli "specialisti" dell'assassinio!
Lasciatemi fumare. Se avessi avuto in bocca il mio sigaro non avrei avuta tanta
paura».
«Ma sareste stato distrutto[1]. E la nostra impresa ha bisogno di tutta
la nostra attenzione. Nella galleria di Termini mi sono accorto di un'altra
cosa. Che gli assassini dovevano essere muniti di una lanterna cieca».
«Indubbiamente».
«Ritorno alla mia teoria. Uscito
dalla galleria di Termini, Notarbartolo poteva essere vivo o morto? Tenuto
calcolo delle ventisette ferite, della lotta tra assassini e assassinato e del
sopimento parziale del commendatore, io concludo che Notarbartolo ferito a
morte respirava ancora.
Perché si sarebbero acconciati,
dite, a stare in compagnia di un nemico così pericoloso se non avessero avuto
paura di scaraventare un delatore? E perché, come vi ho già detto, avrebbero
prolungato il martirio di tenerselo con loro alla stazione di Trabia, ove il
treno si ferma e ove è tanto frequente lo scambio di passeggieri che vanno e
vengono? Perché colui che avrebbe potuto diventare il delatore ha aperto gli
occhi un'altra volta; perché il Notarbartolo non era che moribondo. Credete che
fosse morto quando l'hanno rovesciato — badate che dico rovesciato — dal treno?
Non lo era. Voi potete fare delle smorfie. Ma io ho la prova scientifica che
non lo era. Non vi ricordate che la perizia ha constatato che il Notarbartolo
riportò cadendo altre ferite alla testa? Avrei capito le ammaccature. Ma le
ferite con perdita di sangue documentano la mia asserzione; cioè che l'azione
vitale dei tessuti non era ancora spenta. In una parola Notarbartolo precipitò
sul terreno caldo, ansante, colle ultime oscillazioni della vita. Il suo
strazio deve avere durato più di quindici minuti. È per questo che vi ho detto
fin da principio che gli assassini di Notarbartolo erano dei macellai».
«Io sono tra coloro che credono
che sia stato lanciato fuori dallo sportello morto. E ve ne dico la ragione.
Non mi avete detto che non si sono arrischiati a sbarazzarsi del commendatore
prima della stazione di Trabia per paura di sbarazzarsi di un denunciatore? Se
è vera la vostra supposizione, volete che abbiano poi commessa l'imprudenza di
rovesciarlo ansante, caldo di vita? Non conoscete gli assassini di
Notarbartolo, allora. Essi non erano uomini da risparmiare alla vittima qualche
pugnalata per rimanere nel treno col dubbio atroce se avevano lanciato un vivo
o un morto. Ma caro mio, non erano né potevano essere tanto stupidi! Sapevano
bene che alle volte i corpi tepidi ritornano alla vita!
Eccomi a disfare la vostra
teoria scientifica. Via, siamo serii! Non è da par vostro disputare su
un'opinione generale. Qual era il loro interesse? Protrarre più che mai la
certezza dell'assassinio e fare scomparire le tracce che l'assassinio sia stato
consumato in treno. Di qui non si scappa.
La posizione si prestava. C'era
il dislivello che dava loro la posizione dell'altura. La distanza non era di
quelle insuperabili. Dallo sportello della vettura al muretto non esistevano
che trenta centimetri. Un po' più di forza e sarebbero riusciti. Tutto induce a
credere che questa era la loro intenzione. Le macchie di sangue sulla predella
sgoggiolate dal cadavere, le macchie di sangue sul gradino, le macchie di
sangue sul terreno, la chiazza di sangue a pochi millimetri dal murello e la
scrostatura dell'intonaco segnano il viaggio del cadavere. Un po' più di
sforzo, caro mio, e Notarbartolo sarebbe stato travolto dal torrente e
scaricato in mare. Ma se non era la loro intenzione di far scomparire la
traccia di un viaggiatore assassinato in treno, perché gli avrebbero tolto il
biglietto ferroviario?
Un altro dubbio e ho finito. Il
coltello. Perché avrebbero buttato via il coltello nella galleria se non
avessero finito di servirsene?»
«Ve lo dico subito. Perché uno
degli accoltellatori è stato preso dal panico».
«Di tanto in tanto vi piace
dimenticare che sono assassini determinati, abituati agli assassinamenti. Non è
gente da lasciarsi sgomentare, perché il treno passa dalle tenebre alla luce.
Il mio dubbio è di un'altra natura. Voi lo avete veduto. Il coltello è stato
trovato vicino al casello numero trentadue, cioè un po' prima di arrivare alla
stazione di Trabia. La lama è lunga diciannove centimetri e larga ventitre
millimetri. Come è che è stata trovata coperta di uno strato di materia rossa e
secca, dalla punta alla base? Lo hanno sprofondato nel corpo di Notarbartolo
fino al manico? La perizia medica non ha trovato ferite proporzionate alla
lunghezza della lama del trinciante e l'analisi chimica non ci ha saputo dire se
il sangue del coltello sia sangue umano. Essa tende piuttosto a credere al no
che al sì. Ecco il mio dubbio. Perché gli assassini avrebbero buttato via il
trinciante e non il pugnale? Ripeto che la paura non può essere stata la
determinante. Paura, assassini che si portano via, come trofei del misfatto, la
carabina, la cartucciera e il cappello — notate, il cappello! —
dcll'assassinato!»
«Il cappello! Probabilmente è la
nostra fortuna. Guai agli assassini che si affezionano a qualche cosa delle
loro vittime. Un giorno o l'altro si vedono ghermiti. Il copricapo di
Notarbartolo diventerà il mio sogno. Non starò quieto che quando lo avrò nelle
mani. Chi era il cappellaio del commendatore? Lo domanderò alla famiglia non
appena a Palermo».
«Siamo sempre nel vago. È sempre
la nostra mente che lavora. Ma perché gli assassini si sono portati via oggetti
così pericolosi come un fucile?»
«Per difendersi se attaccati
mentre ritornavano a domicilio?»
«Portando via il fucile per
difendersi si capisce che si siano presa anche la cartucciera. Ma il cappello?
A che cosa poteva servir loro il cappello? Per metterselo in testa? No, perché
sarebbe stato come andare a torno con un ordine d'arresto. Allora? Non so
trovare risposta. I mandanti? Non avevano interesse alcuno a farsi portare in
casa le spoglie di un reato che avrebbe fatto tanto scalpore e sguinzagliato
tanti bracchi alla loro ricerca».
«I vostri dubbi me ne fanno
nascere un altro. Noi abbiamo detto che non si sale quando il treno è in moto,
non è vero? Ora, si può discendere?»
«A me pare di sì. S'intende che
il treno deve rallentare. L'esempio è nel caso che voi avete citato del
presidente della Corte imperiale di Parigi, uno dei più alti e più integerrimi
magistrati del momento ascensionale di Napoleone terzo. Se studiate la linea
che percorreva il treno francese col cadavere del signor Poinsot, voi troverete
che l'assassino è disceso qualche secondo prima di Nogent-sur-Marne, vicino a
Noisy. Il treno non si fermava in quest'ultima stazione, ma incominciava a
fischiare e a rallentare la corsa. L'assassino aveva la mano sulla maniglia,
cogli occhi nel vano del finestrino e le orecchie in piedi. Così hanno fatto i
nostri assassini. Il treno a San Nicola non si ferma che per due o tre signori
che hanno i fondi lungo la trazzera Passo Palermo, una trazzera congiunta con
l'altra che parte dalla stazione ferroviaria per San Michele, nel territorio di
Altavilla. Sono signori conosciutissimi, come il marchese Artale e il deputato
Oddo Salemi. In quel giorno non c'era alcuno di questi signori nel treno. Ma il
treno, colla connivenza dei due ferrovieri di servizio, sarà stato frenato.
Questa è la sola supposizione che non sia in contraddizione col resto della
nostra inchiesta.
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