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«Cosa hai, papa».
«Nulla, Ada».
«Non mi hai dato neanche un
bacio, oggi, cattivo!»
«Te ne chieggo scusa. Alle volte
questo benedetto ufficio ci rende crudeli!»
La baciò sulla fronte senza
metterci la solita espansione paterna. Egli era inquieto e distratto. Guardava
l'orologio e andava in su e in giù per la sala da pranzo ragionando coi suoi
pensieri.
«Non è ancora venuto Luraschi?»
«No, papà. Mancano ancora
quindici minuti. Tu sai ch'egli non viene mai prima».
«E l'Alongia?»
«Neppure; ma è presto sai».
«E la mamma, perché non
discende?»
«Sta terminando la toilette».
«Va a dirle di fare presto, va!»
Poi si mise a rileggere la lettera che lo aveva messo
sottosopra. Di lettere minatorie ne aveva ricevute da mettere assieme un
epistolario. Ma in quest'ultima c'era qualcosa di più. C'era un indizio che
qualcuno teneva dietro alle cose sue. Chi rivelava i segreti del suo ufficio? E
a chi li rivelava? La prova era nelle sue mani. Lo scrittore della epistola era
esattamente informato di tutto. Il suo portiere? Eh, via! Era dubitare di sé
stesso: e che cosa avrebbe potuto sapere il portiere s'egli metteva e teneva
tutto sotto chiave? La mano c'era. La mano ladra ci doveva essere. Perché senza
leggere le sue note in margine all'ultimo foglio del suo diario segreto nessuno
avrebbe potuto supporre ch'egli era sulla via diretta per gettare il cappio al
collo degli assassini e ai complici degli assassini di Notarbartolo.
Prefaci era escluso. Non era
stato nel suo gabinetto che una volta, non sapeva leggere e non aveva interesse
alcuno a ingannarlo. Dubitare di Luraschi? Sarebbe stato come insultare la
lealtà in persona. Egli cercava. Cercava tra le donne. Lui non ne conosceva e
coloro che conosceva non erano di quelle alle quali si fanno confidenze
d'ufficio. Luraschi poteva essere un donnaiolo, ma per il momento egli era
disgustato di femmine. L'ultima lo aveva tradito in un modo così plateale, che
gli aveva fatto giurare di non pensare mai più all'altro sesso. Le donne erano
troppo volubili, troppo incostanti. Chi edificava la propria felicità su una di
queste signorine era sicuro di andare al suicidio.
«O dunque chi ha potuto far
sapere all'ignoto scrittore di questa lettera che io accumulo informazioni
sulla famiglia Barone-La Monica?»
Il campanello gli fece smettere
di scervellarsi. Era l'avvocato Alongia, l'autore del Mondo Mafioso, un
libro che aveva fatto qualche scalpore sul continente, solo perché se n'era
occupato il corrispondente del Times.
«Come stai?»
«Bene, grazie. E la tua
signora?»
«Sarà qui a momenti. E questo Luraschi? Me ne scordavo.
Egli non arriva mai né un minuto prima né un minuto dopo. È un'abitudine che
gli hanno regalato i suoi amici inglesi. Eccolo in anticamera. Pare che in
Inghilterra gli invitati entrino e vadano a tavola.
È un caro ragazzo con molta intelligenza.
È un pezzo ch'egli desiderava di fare la tua conoscenza. Ha letto il tuo libro
che egli chiama un sacco d'informazioni. C'è bisogno di fare le presentazioni?
L'avvocato Stefano Alongi e il signor Luraschi di cui ti ho parlato tante
volte».
«Sono lieto di fare la tua
conoscenza».
«Il piacere è mio».
Tiraboschi andò alla parete a
premere il bottoncino del campanello elettrico.
«Giulia, dirai alla signora e
alla signorina che sono le sei e mezzo suonate».
Non ci fu bisogno. Entrarono
come una folata di profumi. Ada, tutta vestita di bianco, con un filo arcuato e
solcato di occhiolini di brillanti sul velluto rosso che le fasciava il collo,
riproduceva la vergine. La si guardava e dava la vertigine. Ella era alta,
esile con una testa che ridondava di capelli chiari senz'essere biondi, con la
frangia delle lunghe ciglia che le gettava come del pudore sulle guance
colorite dallo scarlatto delle labbra.
Alongia le strinse la mano,
Luraschi la salutò con un inchino.
La madre era un tronco di donna che
faceva tremare le pareti della casa quando era in moto. Ammantata di carne, con
una faccia larga e fiorente di salute, con i capelli neri come l'ala di corvo,
bipartiti e girondolati sulla nuca, risvegliava i sensi. I suoi grandi occhi
sotto le stupende sopracciglia avevano i lampeggiamenti della lussuria.
Vestiva con gusto squisito.
Indossava un bolero violaceo che le lasciava libero il collo senza scendere per
il largo e una veste color sabbia scura fiorita di viole cupe aggruppate
intorno a testoline di fanciulle. La fascia nera che le cingeva i fianchi
staccava i colori e dava maggior risalto all'uno e all'altra.
«A tavola signori e signore!»
Giunsero al terzo piatto coi
soliti luoghi comuni delle persone che non sanno cosa dire o non sanno trovar
modo di scaldare la conversazione. Arrivati al soggetto donna la discussione
divenne generale. I commensali si divisero in due partiti. Femministi e
antifemministi.
La signora Tiraboschi diceva che
il regime siciliano era troppo severo per la donna. La si considerava una
schiava dell'harem. Non era la sposa, ma la proprietà dell'uomo. Domani il
barone tale poteva invitare uomini al suo castello, al suo palazzo, alla sua
residenza e pranzare con loro senza neppure far loro conoscere la signora di
casa.
«Mi terrei offesa se mio marito
facesse degli inviti e mi lasciasse in cucina o in un'altra stanza a mangiare
sola o coi servi. È un costume medievale che dovrebbe indisporre tutte le
isolane».
«Paese che vai, costumi che
trovi», le disse il marito.
«Va bene e io li rispetto, ma
non li ammiro».
Inumidì le labbra in un calice
di vino di Capri e si volse verso l'Alongia che le era vicino.
«Le confesso che non so come la
siciliana di carattere passionale abbia saputo acconciarsi a simile tirannia».
«Glielo dico io», rispose
Luraschi. «Nella tirannia, come ella la chiama, c'è un'intimità superba, una
dolcezza che rende la sottomissione un premio ambito. Vuol essere dominata...
dall'amore.»
«Siamo ancora alla bambola. La
donna in questa condizione non ha sopraccapi, non ha noie. Le responsabilità
del casato, degli affari, degli avvenimenti sono tutte sulle spalle dell'uomo.
La missione della donna è l'amore. Grazie tante. Io voglio partecipare alla
vita di mio marito».
Alongia approvava con sorrisi.
«Io del resto non voglio
occuparmi delle funzioni della donna siciliana. Noi continentali siamo, su per
giù, sull'istesso livello. Il mio concetto è che il distacco tra sesso e sesso
della stessa classe è esagerato. Entrate in una casa siciliana e fiutate il
feudalismo. La moglie dello strato inferiore dà del Voi al marito e quella
dello strato superiore lo chiama conte, marchese. L'altro giorno ero alla
fattoria di Petrella, un gabellotto che ha assunto l'aria di barone. La
moglie parlava col consorte col pronome di seconda persona plurale e i figli
davano dell'eccellenza al padre!»
«Cara Ortensia, tu ti occupi
troppo della forma. E gli inglesi non si parlano tutti col voi?»
«Se ti piace, serviamocene. Ma
tutti e due. Non voglio essere schiacciata da un pronome che in Sicilia è
considerato di qualità inferiore».
«Se c'è qualcosa», continuò il
marito, «che ho trovato in quest'isola di grande è la religione per la
famiglia. La capanna e il castello hanno lo stesso significato della sweet
home. Nell'una e nell'altro l'affetto si svolge più intensamente che non
nel santuario domestico di noi continentali. Nella casa siciliana l'uomo è
atteso, le donne soffrono del suo ritardo e lo ricevono a braccia aperte, con
la fronte protesa per il bacio!»
Ada ascoltava a bocca aperta.
«Incomincio a credere» gli disse
Alongia «che tu sia effeminato!»
«Punto. Le vostre ubbìe di
emancipazione non mi entrano. Non sono del mio tempo. Io non precedo mai i
tempi. La vostra donna è la donna dell'avvenire? Non nego. Io voglio la donna
del presente. Voi siete intrusi. La vostra emancipazione in un ambiente
inadatto sfascia la famiglia patriarcale e indebolisce i legami dell'amore. Il
vostro incivilimento sgretola. La vostra libertà conduce alla licenza. Io resto
col siciliano che chiude in casa il suo tesoro e ne custodisce tutte le
entrate».
«Mucchi d'egoisti!» gridò la
signora Tiraboschi allungando il braccio verso gli antifemministi. Io non parlo
della donna fragile. Io parlo della donna sana, della donna equilibrata, della
donna che non ha bisogno di salvare la sua virtù con una palizzata o con una
trincea o con una muraglia alta parecchi uomini per impedirne la scalata. La
mia donna, cresciuta in un ambiente libero, educata all'uguaglianza dei sessi,
non si perde, non cade nella vecchia trappola dei lenocini maschili. La tua
donna è un ornamento, una passività sociale come mi pare abbia detto una sera
il signor Luraschi. A voialtri piacciono le tragedie d'amore. Voi andate in
sollucchero tutte le volte che un compare Alfio pianta una coltellata in pieno
petto a compare Turiddu. Romanticherie! Romantici!»
«Tu, mamma, fai bene; sei del
comitato fiorentino per la emancipazione della donna e svolgi le tue teorie. Ma
io sono col papà. Mi fanno tanto bene queste romanticherie! Io, vedi, mi
chiamerei orgogliosa di dare a mio marito tutto ciò che è mio: anima, vita,
pensiero, senza per questo credermi vittima. Tu, mamma, dai a questo
compiacimento della sposa il significato della tua immaginazione. Ah, come mi
piacerebbe di essere schiava di un uomo che mi volesse tanto bene!»
«Ada!»
La giovine, senza badare al
rimprovero materno, strisciò cogli occhi sugli occhi di Luraschi e rimase li
imbambolata.
Al caffè si parlò del Gibus.
«Diamine, fumate, fumo anch'io. Le mie signore non
patiscono il fumo».
«Per ora non si tratta che di un
sottovoce».
«Molto trasparente».
«Trasparentissimo. Il nome è
sulle labbra di tutti. Diventerà il cri cri palermitano. Al Caffè lo si
passava da un orecchio all'altro tra gli ah! e gli oh! di sorpresa. E passata la
sorpresa i signori facevano a gara a scambiarsi informazioni private che
facevano allibire. In un minuto non era rimasto più nulla del galantuomo di
ieri, dell'onorevole che poche ore prima salutavano con profonde scappellate,
del grand'uomo che gli elettori eleggevano a proprio rappresentante con tanto
entusiasmo. Per Tizio è divenuto un ladro e un assassino, per Caio il tipo più
svergognato della delinquenza siciliana, per Sempronio un farabutto cui la
giustizia avrebbe dovuto appendere da un pezzo.»
«Ma in fine», domandò la signora
Giselda», si può sapere di chi si parla»?
Gli uomini si guardarono in
faccia.
«Ormai», disse il giudice istruttore, «è il segreto di
pulcinella».
«Si parla di Raffaele
Palizzolo».
Si sonò il campanello e vennero
annunciati il signor Legato procuratore generale, con la sua signora; e i
coniugi Arrivabene.
«Se si passasse nell'altro
salotto?»
Erano tutte persone che si
conoscevano e che si vedevano ai giovedì della conversazione.
Il Legato era un omaccione con
una faccia sempre rannuvolata come un temporale, ma di temperamento dolcissimo.
La voce pubblica ne aveva fatto fuori un magistrato inesorabile, ma gli intimi
sapevano ch'egli non lo era che per le alte canaglie. La pietà per costoro non
era il suo forte.
Si abbandonava nella poltrona a
braccioli come un quintale di carne abbandonata nel vuoto. Accanto al tavolino
che gli si metteva nei dintorni della sua immensa poltrona, accendeva il sigaro
e si umettava di tanto in tanto la gola con dell'acqua zuccherata.
Egli era astemio. La lunga
carriera giudiziaria aveva finito per fare di lui un credente dell'astinenza.
In trent'anni non gli era toccato di occuparsi dei nemici delle bevande
spiritose che due volte. E anche in queste due volte non si trattava che di
reati passionali.
L'Arrivabene ne aveva sentito il
bisbiglio, ma ora che tutti gli andavano coi piedi sullo stomaco era divenuto
reticente.
La folla può frantumare la
statua dell'eroe che lo ha disilluso, ma lo spettatore deve temporeggiare prima
di unirsi alla massa che lapida e mette in croce. Il Palizzolo non era tra le
sue simpatie politiche, ma questa non era ragione per sprofondarlo nella melma
di tutti i reati della fantasia popolare.
«Perché non si difende, se è
innocente?» domando Tiraboschi.
«Dio buono, se l'uomo pubblico
dovesse occuparsi di tutte le dicerie che corrono sul suo conto, non gli
rimarrebbe più tempo neanche di dormire».
Legato si abbandonava al dorso
della poltrona buttando in aria il fumo del sigaro.
«Gli scrupoli dell'Arrivabene»,
diss'egli, «onorano la sua vecchiaia. C'è sempre tempo di stroncare un uomo. Ma
il caso nostro mi pare di una gravità eccezionale».
«Sono anni che si vocifera
ch'egli sia un mafioso. Ma questa accusa non ha impedito che lo si facesse
cavaliere, che lo si nominasse consigliere municipale, che diventasse
commendatore, che torreggiasse al Banco di Sicilia, che lo si mandasse una
volta, due volte, tre volte, quattro volte al Parlamento e che fosse accolto
dappertutto a braccia aperte.
Essere mafioso non è poi un
delitto. È una malattia siciliana che penetra nel corpo sociale come la malaria
o come il bacillo tubercolare. È in tutti. Nessuno è sicuro di essere immune.
Io stesso posso esserne il focolare. Ho sempre sentito il bisogno di difendere
il debole contro il forte».
«Non si tratta di sapere se la
mafia sia diffusa in tutto l'organismo sociale. Si tratta di sapere se un
legislatore ne sia il microbio».
«E se lo fosse? Sono i suoi
elettori che dovrebbero occuparsene e non la gazzetta della maldicenza — le
gazzette dei sottovocisti che raccolgono i più ignominiosi si dice della
moltitudine irresponsabile. Grazie a questi giornali noi abbiamo perduto
l'indipendenza di giudizio. La così detta opinione pubblica non è più che
l'opinione di quattro scapigliati che si buttano su tutto ciò che fa loro
invidia».
Luraschi, che si sentiva dare,
di tanto in tanto, del letterato, tacque. Tanto più che non c'era da
meravigliarsi di quello che diceva l'Arrivabene, una banderuola, sulla quale
non si poteva contare da un giovedì all'altro.
«Volete una prova ch'egli non è
quel farabutto che si suppone? L'ho veduto ieri, in pieno giorno, in mezzo al
sole, che andava via col duca della Verdura. E due ore sono era in compagnia
col primo magistrato del Comune. Vi pare questo il contegno di un imputato?
Andate stasera al Casino e ve lo troverete circondato dalla crema cittadina.»
Tiraboschi si alzò in piedi e si avvicinò all'Arrivabene.
«Ora che le signore sono passate
dall'altra parte possiamo parlarci chiaro. O tu sei un grande ingenuo, o sei un
uomo che ignora completamente la vita politica dell'Isola».
«Nossignore. La conosco tanto
bene che io non trovo differenza tra il deputato di Palermo e quello per
esempio... acqua in bocca. Voi avete capito a chi alludo. Il primo non è più
mafioso del secondo e il secondo è più fatale del primo».
Il procuratore generale, che non
andava mai d'accordo con Arrivabene, assentiva. Era un vero scandalo che si
potesse dire di un alto magistrato ch'egli aveva fatto parte di un'associazione
a delinquere come la Fratellanza, composta di fratelli mafiosi che
avevano sulla coscienza non pochi omicidi.
«Questo daltonismo morale è
sempre stato il mio cruccio».
«Eccovi nella trappola della opinione pubblica che vi
serve sovente di corda al collo del Palizzolo! Non è stata l'opinione pubblica
di un Comune che voi tutti conoscete che ha decretato una lapide con caratteri
d'oro? Datemi retta che non sono vecchio per niente. Non è stata l'opinione
pubblica che lo ha mandato alla Camera? Voi dite che non conosco l'opinione del
mio paese. Me ne duole per voi. La conosco tanto bene che sono obbligato a non
disfarmi di un Palizzolo per mancanza di uomini che abbiano maggiore
sensibilità morale di lui. Che cosa volete che vi dica? Accetto il male minore.
L'espurgazione non può essere il lavoro di un uomo colla distruzione di un
altro. C'è tutto da rifare, da ricominciare.
Statemi a sentire. Ho sentito
io, con le mie orecchie, un prefetto di Palermo dire a un funzionario che gli proponeva
di arrestare il barone Sgadari, per il falso testamento: Ma lei non ha proprio
altro da pensare?
Andate a fidarvi dell'opinione
pubblica in un paese governato dalla mafia. Vi ricorderete della lettera del
Barone Lidestri al Precursore del 1877. Egli denunciava un funzionario
di P. S., stato incaricato, se mi ricordo bene, dal prefetto Malusardi, di
estirpare il malandrinaggio nella nostra provincia. Lo chiamava il bastonatore
dei contadini siciliani e diceva che il suo passaggio era segnato da per tutto
da una striscia di sangue ungano. In poche settimane il nobile funzionario
della sicurezza pubblica era divenuto il terrore delle popolazioni di Termini,
di Alla, di Collesano, di Gangi, di Petralia, di Alimena. Si parlava di lui
come del brigante Masi che aveva ucciso gli uomini con minore ripugnanza del
beccaio che uccide le bestie e si piangeva dicendo che "sbirri a stu
locu 'un cci ponnu abbitari". Perché la squadriglia del funzionario
staffilava, percuoteva, sfigurava, incanagliva contro chiunque non andava in
ginocchio come un delatore di briganti e di mafiosi.
Ebbene, o signori, la voce del
barone Lidestri è stata soffocata dall'opinione comunale che lodava e
stralodava i precursore del Livraghi il quale aveva lasciato una striscia di
sangue sul suo passaggio. La manifestazione comunale è stato il monumento più
vergognoso della provincia di Palermo del nostro tempo. Invece dell'esecrazione
degli uomini onesti, lo si è santificato e nicchiato nelle aule municipali!
Ecco il risultato della opinione
pubblica. L'Arrivabene prese fiato, si asciugò la fronte, si scavallò le gambe
e vuotò il bicchiere.
«I Palizzolo, se li giudico
bene, sono l'orgoglio, la vanità, la sregolatezza, e, se volete, sono i sintomi
dell'insensibilità morale. Gli altri, protetti dall'opinione pubblica, sono la
vendetta, la malvagità brutale, la perversione intellettuale».
«E se vi provassi», disse
Luraschi all'orecchio dell'Arrivabene, «che Raffaele Palizzolo è affondato nei
delitti fino al labbro inferiore?»
«E se aggiungessi», saltò su a
dire il procuratore generale, «che sono in lui le attività criminose di una
intera generazione?»
«Parole, parole, parole! Voglio
fatti, o egregi contraddittori».
«Ve li daremo!»
«Li so a memoria. Mi direte
ch'egli è stato un manutengolo di briganti. Ch'egli è stato in intimi rapporti
con Nobile, con Valvo, con De Pasquali».
«Lo proveremo».
«Coi si dice!»
«No, colendissimo amico mio! Non
sono un calunniatore; non mi valgo dei si dice. Mi valgo del mio armadio. Io
non starò quieto fino a quando lo avrò consegnato ai giurati come omicida. Lo
so, lo so, nessuno lo ha mai veduto piantare il coltello nel corpo di un altro.
Egli è un tipo più moderno. La sua vendetta non è quella del capobanda De
Cesaris che strappa e mangia il cuore del suo nemico. La vendetta del Palizzolo
è più lunga, è più covata, se posso così esprimermi. Egli è il Luciani, il
Luciani che medita a lungo, il Luciani che prepara il delitto isolandosi da
esso. Nella sua testa c'è l'ordine del crimine. Egli lo matura come un artista
matura il suo capolavoro. Ma ormai la sua mano ha lasciato l'impronta sul
cadavere. Gli indizii sono divenuti certezza. Egli è nelle mie mani e nelle
mani di Tiraboschi. I questurini sono al suo uscio. Non abbiamo che da dire una
parola: entrate! Perché egli passi dall'aria libera nella cella degli
accusati».
«Egli è accusato di un delitto
nero».
«Come quello di avere fatto
assassinare il commendatore Emanuele Notarbartolo».
Le guance rubiconde
dell'Arrivabene scolorirono. Egli non era ancora convinto, ma le parole del
procuratore generale gli avevano gettato nel cervello un dubbio feroce.
S'aperse la vetrata del salone
dove erano le signore coll'avvocato Stefano Alongia e la sala degli uomini
venne inondata dalla musica che accompagnava le voci che cantavano:
Con una dolcezza che andava al
cuore.
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