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Era già tardi. Tutta la casa dormiva. Lui solo vegliava e
studiava. Da parecchie settimane egli non si coricava che verso l'alba.
Cercava, leggeva, divorava un volume dopo l'altro senza giungere mai alla
soluzione del pensiero che rimuginava e lo prostrava. Tutti i romanzieri gli si
rivelavano di un'immaginazione puerile. I delitti dei loro personaggi finivano,
novantanove volte su cento, nelle mani dei poliziotti scaltri. Di tanto in
tanto gli capitava qualcuno che sapeva ordire la trama con una abilità
straordinaria, senza però rinunciare ai mezzi volgari che chiamano gente e
sollevano il vespaio nel quartiere della tragedia. Egli voleva un metodo meno
antidiluviano, più scientifico, senza colpi di scena spettacolosi, senza pagine
che sciolgano il dramma col chiasso delle descrizioni sensazionali. Nell'epoca
della luce elettrica ci doveva essere qualcosa di meno stantio. La folla degli
scrittori era rimasta al veleno, come la signora Lafarge dei processi celebri.
Un metodo primitivo che ti lascia sulla sedia o in letto il cadavere per
l'analisi e magari per il chimico che te n'ha venduta la dose. Gli avvelenatori
di quest'ultimi anni erano stati tutti presi per il colletto come tanti
ragazzi. Bastava ricordarsi del dottore americano Neill e della signora
Fiorenza Maybrick per non pensarci altro. Il primo era stato appeso alla fune
del carnefice e l'altra consumava i giorni alla servitù penale senza speranza
di ritornare alla vita.
In mezzo a tanta letteratura
criminale non trovava nulla. Gli si suggeriva il modo di andare in galera e
questo era l'ultimo dei suoi pensieri. C'erano due o tre romanzieri francesi
che buttavano gli assassinati nel fiume o nel mare. Ma i delinquenti di questa
natura non erano più fortunati degli avvelenatori. I cadaveri ritornano a galla
o vanno a finire su qualche spiaggia come documenti irrefutabili di una morte violenta.
Il farmacista Fenayron, il quale aveva fatto uno studio speciale prima di
calare nella Senna il suo allievo, non è riuscito a salvarsi dalla
guigliottina.
Non c'era dunque da scegliere.
Il metodo migliore era ancora il suo. Era un metodo più razionale, più
scientifico, più sicuro. Il nemico entrava e non ne usciva più, né vivo né
morto. Il difficile era di trascinarvelo e di trascinarvelo a insaputa di
tutti. Questa doveva essere la sua precauzione massima. Non avere testimoni.
Una volta in casa lo avrebbe invitato di sopra, come se il salotto potesse
essere all'ultimo piano, e nello stanzone dell'ultimo piano, coll'aiuto del
complice, avrebbe compiuto il resto.
La discussione della sua mente e
la solitudine che lo circondava lo facevano sudare freddo. Si dava del
pusillanime e si premeva la testa come per spegnerne l'incendio. Il suo sistema
nervoso non era più di ferro come una volta. Un nonnulla lo faceva trasalire.
La poltrona mobile gli giocava tiri birboni. Girando su sé stessa, la sua ombra
si prolungava sulla parete e assumeva le forme del fantasma. Notarbartolo
continuava a nutrirgli il cervello. Non aveva mai capito così bene il delitto
di Giuseppe Luciani come ora che soffriva di una persecuzione quasi identica.
Il Notarbartolo di Luciani era la Capitale. La Capitale
suggestionava i lettori, la Capitale lo minacciava di far sapere ch'egli
era il fratello del Paino dell'Olmo, il ladro che gli aveva fornito i
mezzi di frequentare la scuola; la Capitale gli distruggeva l'opinione
pubblica ch'egli si era conquistata con la penna, con la eloquenza e con la
bellezza del giovine d'ingegno e Luciani procombeva...
No, non procombeva... Egli
sapeva, come lui, preparare il delitto, ma non aveva neppur lui il coraggio di
compierlo. Invece di procombere, affidava il coltello alla mano più sicura.
Raffaele Sonzogno voleva ricacciare nel fango Giuseppe Luciani e Luciani gli ha
fatto scontare l'audacia e l'insistenza a coltellate... Strasudava e si
palpeggiava la fronte. A tavolino egli vedeva chiaramente gli errori che hanno
mandato in galera Luciani. Prima di tutto egli occupava il posto sciagurato
dell'amante. Gli amanti non dovrebbero mai ammazzare o far ammazzare i loro
rivali. Perché non appena si sa del delitto, gli occhi della polizia e del
pubblico sono su loro. Se proprio la loro sparizione fosse indispensabile,
dovrebbero affidarne il compito alle loro mogli. Poi, Luciani, aveva incaricato
troppe persone. Quando si è in due a portare il segreto di un assassinio, uno
dei due è già di troppo. L'esistenza del secondo turba continuamente quella del
primo. Egli non aveva neppure tenuto calcolo che i sicarii nelle mani della
giustizia lasciano giù subito le brighe e accusano il mandante di tutti i loro
istinti scellerati. Vi ricordate di Beaujean, il souteneur parigino del
1892? Non ha esitato un minuto a denunciare la sua complice. Sono persone che
non hanno coscienza di quello che fanno. Ed è più che naturale. Se l'avessero
non accetterebbero di accoppare il nemico di un altro in un paese ove funziona
la legge contro gli omicidi. Ma l'errore più grave e più stupido di Luciani è
stato quello di non avere distrutto o piuttosto di avere creato un itinerario
al denaro. Non è che il pazzo che prende a prestito il denaro che deve pagare
gli agenti del misfatto. Lo si ruba, lo si fabbrica, non lo si prende a
prestito. Egli è stato proprio perduto dal biglietto da mille che gli ha
prestato il principe Odescalchi.
Guardava l'orologio. L'attesa
gli era divenuta insopportabile. Veniva o non veniva? Egli si sentiva agitato
come se fosse già lordo del sangue che stava per spargere. Si scuoteva e
tornava con le idee nere al suo chimico. Se il furto di una testa di chimico
fosse stato possibile non avrebbe indugiato un minuto. Come distruggere un
cadavere? E nell'interrogazione gli risaliva il livore alle labbra.
Maledizione! maledizione! maledizione! E questa parola tragica gli risonava in
tutta la persona, e gli rimescolava il fondaccio dei suoi rancori. Come si
distrugge un cadavere? Avrebbe dato sé stesso per saperlo. Aveva letto in un
libro di anatomia che colla corrosione si distruggevano tutte le materie
organiche di un organo. Ma l'autore non gli aveva detto in che cosa consisteva
il metodo di corrosione. Di che cosa era composto? L'interrogazione lo mandava
al finestrone, attraverso i vetri del quale vedeva il cielo cupo, gli alberi
con le rame alte nell'ombra imploranti il perdono di Dio. La luce fosca sul
prato bruno gli intetrava il pensiero.
«Sì», diceva, «io sono nel suo cervello come lui è nel
mio. Io non dò posa al suo spirito come lui non dà posa al mio».
E colle ultime parole gli si
contraevano le linee facciali e gli si chiudevano i pugni come se nello sforzo
lento si raccogliesse tutto il suo odio.
«Gli mancava un sottovoce e l'ha
trovato. Le otto mila e seicento lire del Banco che hanno servito alla mia
elezione. Non ci voleva che un'altra goccia perché il liquido traboccasse. È
traboccato.»
Riseduto, cogli occhi
sull'orologio, la sua vita interiore ricominciava a rituffarlo nel sangue di
colui che gli aveva distrutto la pace. Incendiarlo! ecco tutto. L'idea gliela
suggeriva la cremazione. Egli aveva assistito con degli altri onorevoli
all'incenerimento del deputato Olivetto, ed aveva veduto che di quel quintale
di letame non era rimasto che un pizzico di cenere. Invece di distenderlo sulla
grata, egli si proponeva di chiuderlo in un recipiente di zinco con dei
preparati chimici che ne assorbissero l'odore pestifero. Il diavolo non avrebbe
potuto scovare una fibrilla di Notarbartolo. Egli sarebbe stato consumato,
tutto consumato, in un forno ardente.
«Viene o non viene?»
Il suo sguardo si prolungava per
la distesa immensa senza scorgere nulla.
«Nessuno!»
L'impazienza lo rodeva.
Non si era ancora voltato che ne
sentì il segnale.
«È lui! Eccolo che viene. Ne
conosco il mantello che si dibatte tra il vento. Eccolo che esce dagli alberi e
infila il sentiero.»
Gli aperse mettendogli una mano
sulla bocca, prendendolo sottobraccio e facendogli chiaro dove metteva i piedi.
«Piano, più piano. Ti ha visto
qualcuno?»
«Il diavolo!»
«Parla sottovoce, cane!»
Il sicario s'era truccato bene.
La barba intiera gli dava la fisonomia di un altro. Buttò il mantello
affagottato sur una poltrona e si mise in un'altra. Indossava una giacca scura
che gli lambiva a mala pena i fianchi, un panciotto verdone, delle brache che
non gli andavano oltre le calze azzurre su fino al ginocchio, calzava un paio
di scarpe di pelle chiara che non facevano più fracasso della gomma e portava
un cappello nero a larga tesa. Dalla fascia nerastra che gli cingeva i fianchi
si poteva indovinare che non era senza armi di difesa. Gli occhi di un fulvo
dorato, sotto arcate pelose e salienti, illuminavano la sua faccia brigantesca.
«Dammi qualcosa da bere. Il
vento indiavolato mi ha asciugato la gola».
«Bevi e addolcisci quel tuo
vocione!»
«Non siamo in casa tua?»
«Lo siamo, ma non voglio che si
sappia della tua presenza».
«In malora!»
E col suo gesto largo di
disprezzo rovesciò gli occhi come sapeva fare lui quando voleva dimostrare che
stava per perdere la pazienza.
«Veniamo piuttosto all'affare.
Ci hai pensato?»
«Ci ho pensato. Bevi e seguimi.
Non parlare fino a quando te ne darò il permesso».
Erano degli anni ch'egli non
saliva le scale dell'ala disabitata e piena di bauli e di mobilia inservibile.
Erano scale di legno che scricchiolavano in un modo da gelare il sangue.
«Ecco un inconveniente!»
«Taci!»
Giunti in cima alla seconda
scala l'onorevole ebbe bisogno di fiatare. Non si era mai sentito così nervoso
come in quella notte. Gli pareva di essere giallo. Si vedeva le mani con paura.
«Coraggio!»
«Maledette scale!»
«Tremano come se stessero per
schiantarsi!»
«Lo credi?»
«Non lo credo. Ma credo che
facciano davvero del rumore».
«Eccoci».
L'onorevole si tolse dalle tasche
una chiave e aperse.
«Bisognerà darle un po' d'olio».
«È ruggine chi sa da quanto
tempo».
L'aria di chiuso li obbligò a
spalancare le finestre.
«Mi pareva di morire!» disse il
sicario. «E ora?»
«E ora chiudi quell'uscio».
«Parola da galantuomo che non ne
capisco un'acca».
«Capirai, aspetta».
Tirò con ambe le mani un
lastrone di ferro.
«Vedi?»
«Vedo!»
«È un forno».
«Capisci?»
«Ti capisco meno di prima».
«E là dentro che deve sparire
Notarbartolo».
«Tu impazzisci».
«Meno di quello che credi.
L'impresa non è facile; ma in compenso è sicura. Di lui non resterà neppure
un'unghia».
«E chi lo porterà di sopra? Tu
lo pigli per un fuscello di paglia. Ci dici poco a portarti in alto un
cadavere? Ma tu impazzisci! Ci vorranno tre uomini, non meno. E poi un cadavere,
figurati! Le scale diventeranno un lago di sangue, gli uomini che lo avranno
sulle spalle ne scapperanno gelati dallo spavento e io non rimarrò al mio posto
di sicuro! Il tuo è un sogno da pazzi e io amo troppo la mia testa per lavorare
con loro».
«Lingua maledica! Chi ti ha
detto che lo si debba portare di sopra? Egli ci verrà con le sue gambe,
capisci? Non occupartene; a questo penso io. L'importante è che tu stia attento
e che tu eseguisca i miei ordini senza osservazioni».
«Sono tutto orecchi».
«Ci verrà in una maniera o
nell'altra. Il tuo compito deve incominciare quando egli sarà nella stanza. Qui
ci sarà un mobile dietro il quale starai nascosto fino alla parola convenuta,
la quale sarà: Notarbartolo. Io non pronuncerò il suo nome che al momento di
avvertirti di uscire. Aiutami a portare da questa parte l'armadio in fondo e
facciamone l'esperimento. Tu devi essere tranquillo. No, non va bene. Rientra
nel tuo nascondiglio e rifai la prova. Se tu esci come hai fatto adesso, con
impeto e col coltello in aria, tu gli dai tempo di spaventarsi e di gridare.
Quassù può sfiatarsi senza essere sentito. Ma è sempre meglio fare le cose
senza strepito. Notarbartolo sarà voltato dalla mia parte. Tu non avrai dunque
che la schiena. Il tuo colpo deve essere mortale. La lama del tuo coltello deve
passarlo da una parte all'altra. Probabilmente egli dirà: Oh Dio! o Madonna
santa! e cadrà come un sacco di cenci».
«E se invece il coltello
piegasse o trovasse qualche cosa di duro che lo deviasse, come, per esempio, la
fibbia delle bretelle?»
«Non si salverebbe lo stesso.
Perché il mio coltello non gli darebbe tempo di riaversi. Lo vedi? Non è il
coltellaccio di un macellaio. Il mio coltello sarà questo. È uno strumento che
può servire per la dissezione. Ha del bisturi. È una lama a due tagli, lunga,
affilata, acuminata. Essa gli entrerebbe diritta fino al manico nella vena
jugulare».
«Ti dirò la mia opinione sul tuo
coltello chirurgico. Intanto facciamo delle supposizioni. Supponiamo una cosa
vera. Supponiamo ch'egli riesca a sottrarsi ai nostri coltelli e a mettersi in
posizione di scaricare su noi il suo revolver».
«Confessa che tu hai paura!»
«Paura? È una cosa che bisogna
prevedere! Tu non mi verrai a dire che Notarbartolo verrà in casa tua con
l'animo tranquillo come quando va in casa di un galantuomo! Prima di tutto non
ci verrà. Ti conosce intimamente e sa che da te non può aspettarsi gentilezze.
Ma dato il caso che tu riesca a trascinarlo nel tranello è bene sapere che cosa
si deve fare contro una sorpresa. Chi ti assicura che accettando il tuo invito,
egli non ti imiti e non prepari il laccio per il tuo collo? Egli è un uomo del
quale devi sempre diffidare.»
«Ammetto la critica. Può
avvenire quello che tu dici. Non hai però pensato che io e te non saremo mica
senza revolver. Non hai pensato che se egli tentasse sottrarsi ai nostri
coltelli, noi non si rimarrebbe lì in piedi come pioli! Ma gli si terrebbe
dietro, anzi, gli si starebbe ai panni e con un'arme o con l'altra lo si
finirebbe. Il buttarglisi sopra non sarebbe che un movimento spontaneo».
«Supponiamolo in terra. Svenato
dal tuo bisturi, come impediremo al sangue di inondare il suolo, di uscire
dalla stanza, di raggiungere la scala e di andare giù, adagio adagio, per i
gradini, fino in fondo, dove passano i tuoi domestici, le tue sorelle, i tuoi
di casa? Il tuo piano mi pare complicato».
«L'armadio sarà pieno di spugne
e di segatura. Ma non ci sarà bisogno né delle une, né dell'altra. Perché il
corpo non appena svenato od esangue andrà in quel bagno o in quel semicupio,
dove avremo disteso una tela di diachilon o impenetrabile per avvolgerlo come
in un sacco e passarlo nel forno».
Il sicario ebbe un moto di
repulsione.
«Le fiamme divoreranno il nemico
senza lasciarci neppure l'odore della sua carne. In mezz'ora egli sarà a casa
del diavolo. Non avremo più nella stanza che la puzza d'acido nitrico che ci
avrà servito a confondere le tanfate del cadavere in combustione.»
«Il tuo progetto non è comune,
ma è troppo complicato. Esige troppa energia, troppo coraggio, troppo ingegno.
Non mi entra nella testa che come una cosa confusa. Io ho bisogno di una cosa
semplice: atterrare la bestia e andarmene senz'altre precauzioni. Il forno ha
molti inconvenienti. Costringe l'esecutore a trascinare il condannato in un
luogo prestabilito. Per la strada, si può essere veduti da qualcuno a qualunque
ora. Il mio concetto è che l'esecutore aspetti il suo uomo come in
un'imboscata. Gli si capita addosso quand'egli meno se l'aspetta. Il forno ha
poi il precedente di un ghigliottinato. Ti ricorderai di quel Carrara,
bergamasco, che ha infornato nella sua casa rustica, in qualche parte nei
dintorni di Parigi, il fattorino di una banca per non pagargli la cambiale.
L'operazione era andata bene, ma il chimico seppe raccogliere le tracce
dell'arrosto umano. Fa a modo mio. Lascia che me ne occupi io. Tu continua a
fare il legislatore e non darti pensiero alcuno. Notarbartolo è affidato al mio
coltello, il quale non conosce perdono, lo sai. Al tuo posto poi non vorrei
mischiarmene. L'odio personale ti potrebbe far scattare prima del momento
opportuno. Io sono impersonale. L'esecutore non adempie che a un mandato. Io
ammazzo Tizio come Caio, colla stessa indifferenza con cui ti ho ammazzato gli
altri. È il mio mestiere».
«Ti sei procurato l'alibi?»
«Sarò in Tunisia».
«Egli sarà ammazzato in un
treno. Il treno ha dei precedenti buoni. Non ha mai rivelato i passeggieri che
dimenticano negli scompartimenti i compagni di viaggio irrigiditi».
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