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Paolo Valera
L'assassinio Notarbartolo

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  • ALLA RICERCA DI UN METODO
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ALLA RICERCA DI UN METODO

 

Era già tardi. Tutta la casa dormiva. Lui solo vegliava e studiava. Da parecchie settimane egli non si coricava che verso l'alba. Cercava, leggeva, divorava un volume dopo l'altro senza giungere mai alla soluzione del pensiero che rimuginava e lo prostrava. Tutti i romanzieri gli si rivelavano di un'immaginazione puerile. I delitti dei loro personaggi finivano, novantanove volte su cento, nelle mani dei poliziotti scaltri. Di tanto in tanto gli capitava qualcuno che sapeva ordire la trama con una abilità straordinaria, senza però rinunciare ai mezzi volgari che chiamano gente e sollevano il vespaio nel quartiere della tragedia. Egli voleva un metodo meno antidiluviano, più scientifico, senza colpi di scena spettacolosi, senza pagine che sciolgano il dramma col chiasso delle descrizioni sensazionali. Nell'epoca della luce elettrica ci doveva essere qualcosa di meno stantio. La folla degli scrittori era rimasta al veleno, come la signora Lafarge dei processi celebri. Un metodo primitivo che ti lascia sulla sedia o in letto il cadavere per l'analisi e magari per il chimico che te n'ha venduta la dose. Gli avvelenatori di quest'ultimi anni erano stati tutti presi per il colletto come tanti ragazzi. Bastava ricordarsi del dottore americano Neill e della signora Fiorenza Maybrick per non pensarci altro. Il primo era stato appeso alla fune del carnefice e l'altra consumava i giorni alla servitù penale senza speranza di ritornare alla vita.

In mezzo a tanta letteratura criminale non trovava nulla. Gli si suggeriva il modo di andare in galera e questo era l'ultimo dei suoi pensieri. C'erano due o tre romanzieri francesi che buttavano gli assassinati nel fiume o nel mare. Ma i delinquenti di questa natura non erano più fortunati degli avvelenatori. I cadaveri ritornano a galla o vanno a finire su qualche spiaggia come documenti irrefutabili di una morte violenta. Il farmacista Fenayron, il quale aveva fatto uno studio speciale prima di calare nella Senna il suo allievo, non è riuscito a salvarsi dalla guigliottina.

Non c'era dunque da scegliere. Il metodo migliore era ancora il suo. Era un metodo più razionale, più scientifico, più sicuro. Il nemico entrava e non ne usciva più, né vivomorto. Il difficile era di trascinarvelo e di trascinarvelo a insaputa di tutti. Questa doveva essere la sua precauzione massima. Non avere testimoni. Una volta in casa lo avrebbe invitato di sopra, come se il salotto potesse essere all'ultimo piano, e nello stanzone dell'ultimo piano, coll'aiuto del complice, avrebbe compiuto il resto.

La discussione della sua mente e la solitudine che lo circondava lo facevano sudare freddo. Si dava del pusillanime e si premeva la testa come per spegnerne l'incendio. Il suo sistema nervoso non era più di ferro come una volta. Un nonnulla lo faceva trasalire. La poltrona mobile gli giocava tiri birboni. Girando su sé stessa, la sua ombra si prolungava sulla parete e assumeva le forme del fantasma. Notarbartolo continuava a nutrirgli il cervello. Non aveva mai capito così bene il delitto di Giuseppe Luciani come ora che soffriva di una persecuzione quasi identica. Il Notarbartolo di Luciani era la Capitale. La Capitale suggestionava i lettori, la Capitale lo minacciava di far sapere ch'egli era il fratello del Paino dell'Olmo, il ladro che gli aveva fornito i mezzi di frequentare la scuola; la Capitale gli distruggeva l'opinione pubblica ch'egli si era conquistata con la penna, con la eloquenza e con la bellezza del giovine d'ingegno e Luciani procombeva...

No, non procombeva... Egli sapeva, come lui, preparare il delitto, ma non aveva neppur lui il coraggio di compierlo. Invece di procombere, affidava il coltello alla mano più sicura. Raffaele Sonzogno voleva ricacciare nel fango Giuseppe Luciani e Luciani gli ha fatto scontare l'audacia e l'insistenza a coltellate... Strasudava e si palpeggiava la fronte. A tavolino egli vedeva chiaramente gli errori che hanno mandato in galera Luciani. Prima di tutto egli occupava il posto sciagurato dell'amante. Gli amanti non dovrebbero mai ammazzare o far ammazzare i loro rivali. Perché non appena si sa del delitto, gli occhi della polizia e del pubblico sono su loro. Se proprio la loro sparizione fosse indispensabile, dovrebbero affidarne il compito alle loro mogli. Poi, Luciani, aveva incaricato troppe persone. Quando si è in due a portare il segreto di un assassinio, uno dei due è già di troppo. L'esistenza del secondo turba continuamente quella del primo. Egli non aveva neppure tenuto calcolo che i sicarii nelle mani della giustizia lasciano giù subito le brighe e accusano il mandante di tutti i loro istinti scellerati. Vi ricordate di Beaujean, il souteneur parigino del 1892? Non ha esitato un minuto a denunciare la sua complice. Sono persone che non hanno coscienza di quello che fanno. Ed è più che naturale. Se l'avessero non accetterebbero di accoppare il nemico di un altro in un paese ove funziona la legge contro gli omicidi. Ma l'errore più grave e più stupido di Luciani è stato quello di non avere distrutto o piuttosto di avere creato un itinerario al denaro. Non è che il pazzo che prende a prestito il denaro che deve pagare gli agenti del misfatto. Lo si ruba, lo si fabbrica, non lo si prende a prestito. Egli è stato proprio perduto dal biglietto da mille che gli ha prestato il principe Odescalchi.

Guardava l'orologio. L'attesa gli era divenuta insopportabile. Veniva o non veniva? Egli si sentiva agitato come se fosse già lordo del sangue che stava per spargere. Si scuoteva e tornava con le idee nere al suo chimico. Se il furto di una testa di chimico fosse stato possibile non avrebbe indugiato un minuto. Come distruggere un cadavere? E nell'interrogazione gli risaliva il livore alle labbra. Maledizione! maledizione! maledizione! E questa parola tragica gli risonava in tutta la persona, e gli rimescolava il fondaccio dei suoi rancori. Come si distrugge un cadavere? Avrebbe dato sé stesso per saperlo. Aveva letto in un libro di anatomia che colla corrosione si distruggevano tutte le materie organiche di un organo. Ma l'autore non gli aveva detto in che cosa consisteva il metodo di corrosione. Di che cosa era composto? L'interrogazione lo mandava al finestrone, attraverso i vetri del quale vedeva il cielo cupo, gli alberi con le rame alte nell'ombra imploranti il perdono di Dio. La luce fosca sul prato bruno gli intetrava il pensiero.

«Sì», diceva, «io sono nel suo cervello come lui è nel mio. Io non posa al suo spirito come lui non posa al mio».

E colle ultime parole gli si contraevano le linee facciali e gli si chiudevano i pugni come se nello sforzo lento si raccogliesse tutto il suo odio.

«Gli mancava un sottovoce e l'ha trovato. Le otto mila e seicento lire del Banco che hanno servito alla mia elezione. Non ci voleva che un'altra goccia perché il liquido traboccasse. È traboccato

Riseduto, cogli occhi sull'orologio, la sua vita interiore ricominciava a rituffarlo nel sangue di colui che gli aveva distrutto la pace. Incendiarlo! ecco tutto. L'idea gliela suggeriva la cremazione. Egli aveva assistito con degli altri onorevoli all'incenerimento del deputato Olivetto, ed aveva veduto che di quel quintale di letame non era rimasto che un pizzico di cenere. Invece di distenderlo sulla grata, egli si proponeva di chiuderlo in un recipiente di zinco con dei preparati chimici che ne assorbissero l'odore pestifero. Il diavolo non avrebbe potuto scovare una fibrilla di Notarbartolo. Egli sarebbe stato consumato, tutto consumato, in un forno ardente.

«Viene o non viene?»

Il suo sguardo si prolungava per la distesa immensa senza scorgere nulla.

«Nessuno!»

L'impazienza lo rodeva.

Non si era ancora voltato che ne sentì il segnale.

«È lui! Eccolo che viene. Ne conosco il mantello che si dibatte tra il vento. Eccolo che esce dagli alberi e infila il sentiero

Gli aperse mettendogli una mano sulla bocca, prendendolo sottobraccio e facendogli chiaro dove metteva i piedi.

«Piano, più piano. Ti ha visto qualcuno?»

«Il diavolo

«Parla sottovoce, cane

Il sicario s'era truccato bene. La barba intiera gli dava la fisonomia di un altro. Buttò il mantello affagottato sur una poltrona e si mise in un'altra. Indossava una giacca scura che gli lambiva a mala pena i fianchi, un panciotto verdone, delle brache che non gli andavano oltre le calze azzurre su fino al ginocchio, calzava un paio di scarpe di pelle chiara che non facevano più fracasso della gomma e portava un cappello nero a larga tesa. Dalla fascia nerastra che gli cingeva i fianchi si poteva indovinare che non era senza armi di difesa. Gli occhi di un fulvo dorato, sotto arcate pelose e salienti, illuminavano la sua faccia brigantesca.

«Dammi qualcosa da bere. Il vento indiavolato mi ha asciugato la gola».

«Bevi e addolcisci quel tuo vocione

«Non siamo in casa tua?»

«Lo siamo, ma non voglio che si sappia della tua presenza».

«In malora

E col suo gesto largo di disprezzo rovesciò gli occhi come sapeva fare lui quando voleva dimostrare che stava per perdere la pazienza.

«Veniamo piuttosto all'affare. Ci hai pensato

«Ci ho pensato. Bevi e seguimi. Non parlare fino a quando te ne darò il permesso».

Erano degli anni ch'egli non saliva le scale dell'ala disabitata e piena di bauli e di mobilia inservibile. Erano scale di legno che scricchiolavano in un modo da gelare il sangue.

«Ecco un inconveniente

«Taci

Giunti in cima alla seconda scala l'onorevole ebbe bisogno di fiatare. Non si era mai sentito così nervoso come in quella notte. Gli pareva di essere giallo. Si vedeva le mani con paura.

«Coraggio

«Maledette scale

«Tremano come se stessero per schiantarsi

«Lo credi

«Non lo credo. Ma credo che facciano davvero del rumore».

«Eccoci».

L'onorevole si tolse dalle tasche una chiave e aperse.

«Bisognerà darle un po' d'olio».

«È ruggine chi sa da quanto tempo».

L'aria di chiuso li obbligò a spalancare le finestre.

«Mi pareva di moriredisse il sicario. «E ora

«E ora chiudi quell'uscio».

«Parola da galantuomo che non ne capisco un'acca».

«Capirai, aspetta».

Tirò con ambe le mani un lastrone di ferro.

«Vedi

«Vedo

«È un forno».

«Capisci

«Ti capisco meno di prima».

«E dentro che deve sparire Notarbartolo».

«Tu impazzisci».

«Meno di quello che credi. L'impresa non è facile; ma in compenso è sicura. Di lui non resterà neppure un'unghia».

«E chi lo porterà di sopra? Tu lo pigli per un fuscello di paglia. Ci dici poco a portarti in alto un cadavere? Ma tu impazzisci! Ci vorranno tre uomini, non meno. E poi un cadavere, figurati! Le scale diventeranno un lago di sangue, gli uomini che lo avranno sulle spalle ne scapperanno gelati dallo spavento e io non rimarrò al mio posto di sicuro! Il tuo è un sogno da pazzi e io amo troppo la mia testa per lavorare con loro».

«Lingua maledica! Chi ti ha detto che lo si debba portare di sopra? Egli ci verrà con le sue gambe, capisci? Non occupartene; a questo penso io. L'importante è che tu stia attento e che tu eseguisca i miei ordini senza osservazioni».

«Sono tutto orecchi».

«Ci verrà in una maniera o nell'altra. Il tuo compito deve incominciare quando egli sarà nella stanza. Qui ci sarà un mobile dietro il quale starai nascosto fino alla parola convenuta, la quale sarà: Notarbartolo. Io non pronuncerò il suo nome che al momento di avvertirti di uscire. Aiutami a portare da questa parte l'armadio in fondo e facciamone l'esperimento. Tu devi essere tranquillo. No, non va bene. Rientra nel tuo nascondiglio e rifai la prova. Se tu esci come hai fatto adesso, con impeto e col coltello in aria, tu gli dai tempo di spaventarsi e di gridare. Quassù può sfiatarsi senza essere sentito. Ma è sempre meglio fare le cose senza strepito. Notarbartolo sarà voltato dalla mia parte. Tu non avrai dunque che la schiena. Il tuo colpo deve essere mortale. La lama del tuo coltello deve passarlo da una parte all'altra. Probabilmente egli dirà: Oh Dio! o Madonna santa! e cadrà come un sacco di cenci».

«E se invece il coltello piegasse o trovasse qualche cosa di duro che lo deviasse, come, per esempio, la fibbia delle bretelle

«Non si salverebbe lo stesso. Perché il mio coltello non gli darebbe tempo di riaversi. Lo vedi? Non è il coltellaccio di un macellaio. Il mio coltello sarà questo. È uno strumento che può servire per la dissezione. Ha del bisturi. È una lama a due tagli, lunga, affilata, acuminata. Essa gli entrerebbe diritta fino al manico nella vena jugulare».

«Ti dirò la mia opinione sul tuo coltello chirurgico. Intanto facciamo delle supposizioni. Supponiamo una cosa vera. Supponiamo ch'egli riesca a sottrarsi ai nostri coltelli e a mettersi in posizione di scaricare su noi il suo revolver».

«Confessa che tu hai paura

«Paura? È una cosa che bisogna prevedere! Tu non mi verrai a dire che Notarbartolo verrà in casa tua con l'animo tranquillo come quando va in casa di un galantuomo! Prima di tutto non ci verrà. Ti conosce intimamente e sa che da te non può aspettarsi gentilezze. Ma dato il caso che tu riesca a trascinarlo nel tranello è bene sapere che cosa si deve fare contro una sorpresa. Chi ti assicura che accettando il tuo invito, egli non ti imiti e non prepari il laccio per il tuo collo? Egli è un uomo del quale devi sempre diffidare

«Ammetto la critica. Può avvenire quello che tu dici. Non hai però pensato che io e te non saremo mica senza revolver. Non hai pensato che se egli tentasse sottrarsi ai nostri coltelli, noi non si rimarrebbe in piedi come pioli! Ma gli si terrebbe dietro, anzi, gli si starebbe ai panni e con un'arme o con l'altra lo si finirebbe. Il buttarglisi sopra non sarebbe che un movimento spontaneo».

«Supponiamolo in terra. Svenato dal tuo bisturi, come impediremo al sangue di inondare il suolo, di uscire dalla stanza, di raggiungere la scala e di andare giù, adagio adagio, per i gradini, fino in fondo, dove passano i tuoi domestici, le tue sorelle, i tuoi di casa? Il tuo piano mi pare complicato».

«L'armadio sarà pieno di spugne e di segatura. Ma non ci sarà bisogno né delle une, né dell'altra. Perché il corpo non appena svenato od esangue andrà in quel bagno o in quel semicupio, dove avremo disteso una tela di diachilon o impenetrabile per avvolgerlo come in un sacco e passarlo nel forno».

Il sicario ebbe un moto di repulsione.

«Le fiamme divoreranno il nemico senza lasciarci neppure l'odore della sua carne. In mezz'ora egli sarà a casa del diavolo. Non avremo più nella stanza che la puzza d'acido nitrico che ci avrà servito a confondere le tanfate del cadavere in combustione

«Il tuo progetto non è comune, ma è troppo complicato. Esige troppa energia, troppo coraggio, troppo ingegno. Non mi entra nella testa che come una cosa confusa. Io ho bisogno di una cosa semplice: atterrare la bestia e andarmene senz'altre precauzioni. Il forno ha molti inconvenienti. Costringe l'esecutore a trascinare il condannato in un luogo prestabilito. Per la strada, si può essere veduti da qualcuno a qualunque ora. Il mio concetto è che l'esecutore aspetti il suo uomo come in un'imboscata. Gli si capita addosso quand'egli meno se l'aspetta. Il forno ha poi il precedente di un ghigliottinato. Ti ricorderai di quel Carrara, bergamasco, che ha infornato nella sua casa rustica, in qualche parte nei dintorni di Parigi, il fattorino di una banca per non pagargli la cambiale. L'operazione era andata bene, ma il chimico seppe raccogliere le tracce dell'arrosto umano. Fa a modo mio. Lascia che me ne occupi io. Tu continua a fare il legislatore e non darti pensiero alcuno. Notarbartolo è affidato al mio coltello, il quale non conosce perdono, lo sai. Al tuo posto poi non vorrei mischiarmene. L'odio personale ti potrebbe far scattare prima del momento opportuno. Io sono impersonale. L'esecutore non adempie che a un mandato. Io ammazzo Tizio come Caio, colla stessa indifferenza con cui ti ho ammazzato gli altri. È il mio mestiere».

«Ti sei procurato l'alibi

«Sarò in Tunisia».

«Egli sarà ammazzato in un treno. Il treno ha dei precedenti buoni. Non ha mai rivelato i passeggieri che dimenticano negli scompartimenti i compagni di viaggio irrigiditi».




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