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Ho raccolto molto materiale su Raffaele Palizzolo, indiziato
come autore di delitti spaventevoli. Ma non lo pubblicherò che quando avrò
finito l'inchiesta col mio amico Tiraboschi.
Ho fatto una preziosa conoscenza.
Sono stato presentato giorni sono al barone di Listulla, conosciuto tra gli
amici come il barone rosso per le sue tendenze radicali. Mi piace, è
uomo di vasta coltura e di modi affabilissimi.
Mi ha invitato a una partita di caccia sul suo latifondo,
un'immensa distesa di tre mila ettari di terreno a parecchi chilometri da
Palermo. Egli non è un assenteista e prende parte al benessere dei suoi
contadini. Vi andremo a cavallo, con un nugolo di campieri e con parecchie mute
di cani e sarà della comitiva il marchese di Cadì, che desidero tanto di
vedere. Mi pare di averlo trattato un po' troppo bruscamente e anche un po'
troppo ingiustamente. Da un po' di tempo ho incominciato anch'io a pensare
all'autonomia. Il governo centrale non capisce un'acca dell'Isola. Tutti i suoi
rappresentanti sono o dei microcefali o dei ladri o dei corrotti. Salvo il mio
buon amico Tiraboschi non c'è persona che valga un centesimo. I prefetti sono
dei gaglioffi.
Non crederei se non avessi
veduto coi miei occhi. Tutti sanno che c'è qui, come commissario straordinario,
il generale Mirri. Non avevo parlato con lui che due volte. Ma me l'era
figurato un altro uomo. La sua parola franca me lo aveva lasciato credere un
soldato leale, incapace di bruttarsi il nome con atti disonorevoli. Non ho mai
preso un granchio così grosso. Il Mirri non è al disopra degli altri che per
l'altezza della persona. Più che un generale venuto in Sicilia a frenare i
furti nelle amministrazioni municipali e a dare la caccia ai mafiosi in
berretto e in guanti, è un misero agente elettorale dei candidati che il suo
governo gli ingiunse di far eleggere. Sciupa tutto il suo tempo in queste
miserie. L'ho saputo ieri nell'ufficio del Procuratore generale Venturini, ove
mi trovavo con l'amico Tiraboschi.
«È inutile, cari amici, darsi
della pena per mettere la mano sugli assassini di Notarbartolo».
La sospensione dell'integerrimo
magistrato mi avrebbe ingrigiato, se non avessi avuto i capelli troppo giovani.
«C'è una mano misteriosa che ci
allontana sempre da loro. Quale? Non so. I miei non sono che sospetti».
Dopo un'altra pausa come per
ricacciarsi in gola il nome che gli veniva alla bocca, riprese la parola.
«Forse le tenebre che avvolgono
un tale misfatto non si sono potute dileguare per l'indirizzo fin qui dato all'istruzione
che forse non è quello che può offrire maggiori probabilità di successo perché
si trascurano le indagini... Non alludo a voi, Tiraboschi... Perché si
trascurano le indagini e non si approfondiscono i pochi indizi raccolti che
pure coltivati potrebbero portare alla scoperta dei rei.
"Generalmente si ritiene —
e forse non senza un sostrato di verità — che movente del delitto abbia potuto
essere la vendetta, o una misura precauzionale da parte di personalità spiccate
lese nella loro reputazione, e forse anche negli averi, dal comm. Notarbartolo
quando era alla direzione generale del Banco di Sicilia. E fra queste vi
potrebbero essere il senatore Tenerelli, l'onorevole Palizzolo, l'avv. Muratori
e altri"».
Non avevo più fiato. Il
Palizzolo non mi era nuovo. Le nostre inchieste sono piene di lui. Ma non avevo
mai sentito parlare né di Tenerelli, né di Muratori.
«Dunque, eccellenza, non si
tratta più di una persona, ma di una cospirazione di parecchi individui?»
L'alto magistrato non mi
rispose. Aperse il cassetto a sinistra della sua scrivania dicendo senza
guardare in faccia né a me né a Tiraboschi.
«C'è di peggio. C'è che abbiamo
degli alti personaggi che si occupano della giustizia solo per far imprigionare
gli elettori del partito contrario al governo...»
S'interruppe un'altra volta.
«E per indurre i magistrati a
mettere fuori gli elettori del partito favorevole».
Io credetti che la magistratura
fosse stata colpita da una grave disgrazia. Che ad uno dei suoi procuratori
generali, che l'avevano servita per tanti anni con tanto zelo e intelligenza,
fosse dato di volta il cervello. Pensavo ch'egli fosse impazzito.
«Leggete, caro Tiraboschi, e a
voce alta perché senta anche il vostro amico».
Era una lettera lunga, in data
del 10 maggio 1895, nella quale il generale Mirri avvertiva il Venturini che
alla commissione provinciale per la lista elettorale di Alcamo era stato
presentato un reclamo firmato dai favoreggiatori della candidatura Crispi, per
far eliminare elettori anticrispini. "Io sono d'avviso, scriveva il
generale, che il reclamo debba essere accetto. Gli elettori da eliminarsi sono
contrari ‘al noto personaggio’".
«Il noto personaggio?»
«Crispi, s'intende».
Mi ripassa per la mente il marchese
di Cadì. Egli aveva ragione. L'isola è nelle mani dei farabutti e dei
paltonieri.
«Leggete anche questa,
Tiraboschi».
Palermo,
15 agosto.
"Caro Venturini,
La situazione elettorale ad
Alcamo ci dà speranza di riescita se la sorveglianza nelle sezioni sarà fatta
bene.
Ora ad assicurare ciò, è
necessario che la costituzione dei seggi sia fatta colla massima imparzialità e
nelle forme strettamente volute dalla legge. Ora in Alcamo se si toglie il
Pretore, non vi sono altri che possano fare le funzioni di Presidenti per la
costituzione dei seggi in quanto che i due vicepretori ed i conciliatori sono
firmatari dei manifesti dell'avversario avv. Mauro e membri del suo comitato.
È dunque necessario provvedere
con altro personale, per cui a te mi rivolgo con calda preghiera perché siano
colà inviati fin dal giorno 17 numero quattro magistrati che amerei, se
possibile, fossero inviati da qualunque luogo meno che da Trapani, perché il
Mauro è strettamente legato di amicizia con tutti i magistrati di quel tribunale.
La legge prescrive, ed un
comunicato del Ministero dell'interno conferma, che nella elezione dei seggi si
debba scrivere la scheda con tre nomi in presenza del Presidente e non già
presentarsi colla scheda già scritta. Se quest'ultimo metodo fosse accettato in
Alcamo, si correrebbe il pericolo di vedere i seggi nelle mani di gente
analfabeta essendo tale grossa parte degli elettori alcamesi.
Io dunque mi raccomando
caldamente per l'invio colà di quattro magistrati colla raccomandazione che
mettano in pratica ed esigano l'osservanza stretta di questo articolo di legge.
Tuo
aff.mo amico
G. Mirri."
Tiraboschi non pareva
meravigliato. Leggeva senza fremere.
Egli conosceva i segreti di
quasi tutta la vita politica siciliana. E quindi sapeva che le elezioni
parlamentari e amministrative non erano che cose risevoli.
«Va bene», diss'io. «Ma come
spiegate le elezioni continuate di Napoleone Colaianni e di
Defelice-Giuffrida?»
«Mosche bianche della mappa
elettorale! I loro ambienti erano ambienti speciali. Coi Fasci organizzati la
polizia e gli agenti del governo erano impotenti.»
«Leggete quest'ultima ed ho
finito. Io me ne lavo le mani. Fra poco io non sarò più in Sicilia. Ogni
momento che passa la toga scolorisce».
"Caro Venturini,
Mi scuserai se abuso un po'
troppo della tua amicizia, ma il telegramma oggi stesso ricevuto, che qui ti
accludo, mi obbliga ad importunarti nuovamente sull'affare della libertà
provvisoria al Saladino.
Sembra che un mezzo vi sarebbe
quando tu il volessi, e cioè notificare subito l'accusa all'interessato, ed il
processo passarlo quindi al Presidente la (sic) Corte d'Assise.
Una volta che il processo è
nelle mani del Presidente, pare che resti in facoltà del medesimo il concedere
la libertà provvisoria all'imputato, e che la legge non si opponga. Se ciò è
possibile, bisognerebbe farlo subito, ed in questo caso il processo lasciarlo
discutere a Trapani, perché diversamente la cosa andrebbe per le lunghe e
quindi fallirebbe lo scopo.
Ti scrivo non potendo venire da
te domani dovendomi recare ad Alcamo. Spero domani sera trovare al mio ritorno
una tua risposta.
Perdonami, te ne prego, le noie
che ti reco, ma mettiti nei miei non invidiabili panni, e ti persuaderai che non
è per me che chiedo, che io non chiedo e non chiederò mai nulla, ma pel
partito. Bisogna ad ogni costo che Damiani sorga vittorioso dalla lotta perché
Damiani è Crispi.
Tuo
amico
G.
Mirri."
«Damiani può esser Crispi, ma
Saladino chi è?»
«La risposta è nella mia lettera
al generale.»
"Caro Mirri,
Come ieri ti dissi, il Saladino
fu rinviato al giudizio della Corte d'Assise fin dal 16 luglio scorso, e fu
contro di lui rilasciata ordinanza di cattura perché diffamato pei delitti di
associazione a delinquere, omicidio, furto e falso! Nell'attuale stadio del
procedimento nessuna autorità quindi potrebbe ammetterlo a libertà provvisoria,
e neppure il Presidente della Corte d'Assise, a ciò opponendosi l'articolo 208
alinea Cod. proc. penale.
Tanto in risposta alla tua di
ieri e ti stringo la mano.
Aff.mo
Venturini."
Ritornai a casa disgustato.
L'uomo di toga non ha ceduto all'uomo di spada e ha fatto bene. Ma il
magistrato non ha dato al generale la lezione che io avrei voluto. Invece di
stringergli la mano doveva dirgli di occuparsi dei suoi soldati e delle sue
caserme. È una indecenza che un monturato metta il naso negli affari della
giustizia, la quale non dovrebbe mai trescare colle autorità politiche o
militari. Ed è una cosa obbrobriosa che un commissario straordinario inciti un
magistrato a mettere al largo i malviventi per far uscire dall'urna un
crispino. Ma io impedirei che lo stesso Crispi potesse venire eletto coi voti
della ciurmaglia di galera!
«Ingenuo!» mi disse Tiraboschi
entrando nel mio studio.
«Crispi, in quest'ultimi tempi,
non è mai stato eletto che dai malandrini fuori e dentro la carcere. La
magistratura è stata obbligata a processare gli elettori indipendenti e
contrarii al grand'uomo di cartapesta per avere il pretesto di tenerli sotto
chiave durante le elezioni».
«Il nostro è dunque un governo
di briganti!»
«Melchiorre Candino, l'ultimo
capo della banda Maurina ancora al largo, era assai più onesto e sentiva la
moralità a un grado più alto dei nostri arfasatti della politica.
Io non mi occupo di politica. Ma
se me ne occupassi non sarei mai governativo».
«E saresti?»
«Te lo dico in un orecchio
perché nessuno mi senta: sarei socialista. I socialisti in galera sono gli
uomini più sensati dell'Isola.
La voce mafia è stata il mio
rebus, il mio rompicapo. Ho interrogato quasi ogni persona intelligente senza
riuscire a trovarne l'esatta definizione. Giuseppe Pitrè, il più grande
folklorista siciliano, mi ha assicurato che la parola esisteva quarant'anni fa,
in Borgo, un rione di Palermo. Ma che dessa, coi suoi derivati, voleva dire
bellezza, leggiadria, perfezione. Una ragazza belloccia coi soliti occhioni
neri e coi soliti capelli lunghi e morbidi era una mafiusa, una mafiusedda.
Se si vedeva una casina di qualche popolano linda, in piedi con una certa
civetteria, la gente la diceva una casa mafiusedda. Un oggetto fatto con
garbo, in Borgo, diventava mafiusu. I girovaghi, i venditori ambulanti
passavano per le vie gridando le loro cose mafiose. il venditore di scope, per
esempio, si serviva di quest'aggettivo».
«Haju scupi d'a mafia! Haju
chiddi mafiusi veri!»
Non mi stanco mai di sciupare un'oretta in via Maqueda,
dove sono i negozi grandiosi di mode. Il mio piacere è quello delle signore. Mi
fermo davanti le offellerie come dinanzi ai quadri dei pennelli illustri.
Guardo, vi lascio gli occhi nei pasticci qualche minuto e poi entro a farmene
delle spanciate. Non ho mangiato tanti dolci in vita mia. Le palermitane non ne
sono mai sazie. Che belle donne le palermitane! Un uomo muore nei loro occhioni
annegati nella dolcezza che inghiottisce! Hanno teste superbe. I loro capelli
sono tutto ciò che ho veduto di lussurioso. C'è da perdersi dentro come in un
mantello di fili di seta lunghi fino ai piedi. Oh come è bella la capigliatura
delle palermitane! Ne ho vedute tre ieri che andavano via nel sole abbagliante
del marciapiede, le quali avrebbero imparadisato l'artista alla ricerca della
grandiosità plastica!
La loro mollezza non imbruttiva
la forma.
Girellando per le vie vi
accorgete di essere in casa di una popolazione che ha l'arte nei costumi. C'è
nell'abito delle signore uno sfarzo e un'eleganza che superano indubbiamente
quelle delle continentali. L'uomo ci dà dei punti. Pare sempre un signore anche
in maniche di camicia. La sua camicia odora di bucato, il suo solino pare
appena uscito dalle mani della stiratora, la sua cravatta ha tutta la
freschezza della cravatta nuova e le sue scarpe sono annerite bene, lucidate
bene, conservate benissimo. Fa piacere a vederlo. Il sarto del ricco e del povero
è superiore al nostro. È un sarto che ha imparato il taglio, che adatta il
vestito alla persona e non la persona al vestito. Sono inezie che impediscono a
un popolo di indugiarsi nella sporcizia e di rimanere nell'ambiente dove la
concezione della vita è meno alta.
Sono triste! Tutte le volte che
esco da Palermo per qualche escursione rientro scorato. Trovo cose che non
suppongo. Il mese scorso mi è toccato di vedere dei contadini che dividono la
stanza col porco e colle galline e dei terratichieri che hanno dietro il
giaciglio comune il somarello! Mi hanno assicurato che la moralità delle
famiglie della campagna non potrebbe essere più alta. E io ci credo, anche
perché pare sconosciuta la nascita di illegittimi in queste tane buie, nere,
viscide, senza finestre, senza focolare o con un focolare che riempie il buco
di fumo! Ma se non fosse così, colla confusione dei sessi sullo stesso saccone,
addio ai legami della famiglia della buona società. I vincoli di parentela non
esisterebbero che nella nostra mente.
Lo strazio maggiore l'ho avuto
ieri. L'avvocato Alongi mi aveva fatto leggere una descrizione sulla vitaccia
dei carusi nelle zolfare siciliane. Leggendo che lo scrittore era disceso nei pozzi
accompagnato dai socialisti, credetti che il quadro che me ne faceva fosse
carico delle emozioni e della tinta tetra di quest'ultimi. Non mi pareva vero
che i siciliani così pronti alla vendetta, che sfregia o ammazza la donna che
si dimentica di essere fedele, potessero poi essere così incuranti dei loro
figli. Sapevo che la libertà che ha fame poteva rendere indifferenti o
insensibili molte persone, ma i padri e le madri, via! non era neanche
immaginabile. Ho dovuto ricredermi e confessare che la tavolozza dell'autore
dell'articolo era assai povera di colori.
Io non sono qui a studiare la
questione sociale. Io godo assai più a vedere una processione di ragazze che
vanno colla brocca sulla testa o sui fianchi ad attingere l'acqua che a vedere
una torma di cenciosi. Ma il quadro dei carusi mi aveva impressionato e non mi
avrebbe lasciato tranquillo che dopo avere avuto modo di dare il mio giudizio.
Sono andato un po' lontano. Ma
ciò che ho veduto nelle zolfare di Favara e di Cianciana non è mai stato portato
in piazza da nessuno. Adesso non ho tempo. Ma quando sarò tranquillo sulla
scranna di casa mia o della redazione del giornale che rappresento, voglio
commuovere e far piangere l'Italia intera. Mi pareva di essere in un istituto
di rachitici. Dico male, mi pareva di essere all'inferno. C'era dell'ospedale e
del girone dantesco. Vedete frotte di ragazzi e di ragazze, tra i nove e i
dodici, nudi o quasi, venire alla superficie coi loro carichi di trentacinque
chilogrammi, piegando sovente sulle gambe come ubbriachi. I piccini e le
piccine portano sulle spalle un carico superiore a quello del portatore
abissino. Ci dovrebbe essere una legge che impedisse che la speculazione
frustasse la carne giovine in un modo così orribile.
La giornata era piuttosto umida
e fredda e loro uscivano da una temperatura se non ardente, caldissima. Le loro
spalle avrebbero fatto compassione ai sassi. Erano spellate, cicatrizzate,
mendate, rosse dal peso che scaricavano. Coi visi macilenti, con le braccia
spolpate, con le ossa delle spalle aguzze, con le gambe scarne e sovente
storte, mi sono sentito salire dalle viscere la commozione che annebbia gli
occhi.
In quello stato di dolore
veramente sentito, io che non sono socialista, io che non voglio diventarlo
perché la vita delle moltitudini non è la mia, in quell'attimo angoscioso ho
veduto, come in una visione, frangersi tutta la civiltà che si è accumulata in
questi secoli, come una vanteria inutile. Tu non hai ragione di esistere fino a
quando le miniere siciliane saranno popolate di fanciulli e di fanciulle che
imbrutiscono, ischeletriscono e muoiono nelle cave dello zolfo per mantenere
nel lusso degli ingrati!
La scena mi è qui inchiodata nel
cervello. Vedo ancora la ragazza che precipitava, tra le risa delle altre,
dalla scala che metteva nel pozzo e risaliva scorticata senza una parola di
lamento. Vedo i nani, vedo i deformati, vedo i ragazzi quasi senza cassa
toracica e vedo voialtri pieni di gibbosità e di slogature come in una crociera
di ospedale. La civiltà che vi consuma per non servirsi dei mezzi meccanici di
estrazione è una malignità raffinata nella crudeltà e condannata a perire. E
non ne parlo altro per non guastarmi il sangue.
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