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Paolo Valera
L'assassinio Notarbartolo

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  • RIPRENDENDO L'INCHIESTA
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RIPRENDENDO L'INCHIESTA

 

«Bravo Prefaci! Non possiamo essere malcontenti di te. Tu meriti più del denaro per il quale tu arrischi la pelle. Con lui le notizie che avevamo raccolte intorno la tenebrosa famiglia dei Barone vanno perdendo ogni giorno dell'incertezza.

Egli ci ha, direi quasi, convinti che le sue informazioni escono dalla bocca di Bastone Nicolò, figliastro di quelle due figure losche che signoreggiano il dramma fino in ultimo. Prefaci non ha dubbio alcuno. Gli assassini di Emanuele Notarbartolo, dopo il misfatto, si sono cambiati e lavati in casa dei Barone. Il guaio, mio caro e illustre Tiraboschi, è che Prefaci, colla sua affermazione, scompiglia la nostra inchiesta fatta nella quattordicesima vettura del treno numero tre. Abbiamo o non abbiamo concluso che gli esecutori materiali del delitto non potevano essere che due? Con il terzo personaggio che entra in scena senz'essere invitato, il nostro edificio si sfascia. Se i malviventi che accoltellarono il commendatore erano due e uno dei due era un ferroviere, come è possibile, ditemi, che siano andati in due alla casa del Barone? Voi vedete l'imbroglio. I due ferrovieri non hanno potuto abbandonare il treno. Se uno di loro se ne fosse andato, il mistero sarebbe svelato. Aggiungete che la loro presenza sul treno è documentata fino a Palermo, dove il Garufi e il Carollo vennero interrogati dal capo stazione e, credo ancora, dal questore Lucchesi. Siamo dunque dinanzi al dilemma gravissimo: o noi, colle nostre supposizioni, abbiamo calunniato alcuni del personale di viaggio, o gli individui che hanno partecipato al nefando macello sono aumentati».

«La nostra conclusione non era assoluta. Vi ricorderete che il Cannella, bucatore dei biglietti alla stazione di Termini, ci ha parlato di due sconosciuti vestiti di scuro che avrebbero raggiunto il treno in moto».

«Egli era un mafioso bugiardo come una strega. Non credo un ette della sua deposizione. Credo al capo-stazione Diletti. E il capo-stazione di Termini ci ha assicurati di avere veduto nello scompartimento di Notarbartolo la faccia di un passeggiero che aveva tutta l'apparenza di un uomo volgare, quantunque indossasse un abito signorile. I suoi connotati, se me li ricordo bene, erano, su per giù, questi: testa grossa e rotonda, capelli nerissimi, fitti, crespi, rasenti il cuoio come quelli dell'arabo. Faccia piena, carnagione pallida, occhi neri e truci, baffi grossolani e ruvidi, coi peli in zuffa fra di loro, collo carnoso e breve».

«Non metto in dubbio la deposizione del Diletti. Sono però pronto a scommettere che nessuno, neanche un fisionomista consumato, è capace di portarsi via, con una guardata, tanto lusso di particolari. Un capo stazione che passa lungo il treno potrà sbozzarvi una figura, o anche dirvi l'insieme di una faccia, ma non potrà mai soffermarsi sui bitorzoli, sui nèi o sul bianco opaco e duro o trasparente delle guance. È capitato a un capo della polizia parigina, di scoprire un assassino, certo Kaps, solo guardandogli le mani, straordinariamente lunghe e larghe, perché gli ricordavano quelle di Troppmann. Ma Goron, l'ex capo della sureté ha fatto degli studii antropologici, è stato un limier di primo ordine e aveva agio di confabulare coi futuri inquilini del museo criminale.

Se vogliamo fare senza la dichiarazione del Cannella, abbiamo quella di Pancrazio Garufi, un altro della cosca, è vero».

«Spiegatevi, non vi capisco».

«Lo sapevo che non mi avreste capito. Voi ignorate il gergo o il linguaggio mafioso. Non c'è classe di delinquenti che non si serva di parole speciali, create dal bisogno di non essere intesi dai membri delle altre classi. Nei bassi fondi trovate dei filosofi. Cosca è un carciofo. Ma il significato mafioso è combriccola, lega, gente unita come le foglie di un carciofo. L'insieme è il capo, le foglie sono gli associati. La mafia non è un'associazione propriamente detta, ma può essere la cosca di un dato luogo, di un dato paese, di un dato capo. La cosca palizzoliana, per esempio, è l'aggregazione degli aderenti alla persona di Raffaele Palizzolo. La mafia non ha un dizionario ricco come la camorra, ma le cosche si servono di vocaboli comuni. I mandriani delle cosche delle montagne del mistrettese chiamano lu lecca sapuni il coltellaccio, e lu scusàturi il coltello col quale il mafioso scucisce il tessuto, la pelle della vittima. Notate come è espressivo questo arnese che scucisce la pancia o la regione lombare?

Se vogliamo servirci della deposizione di Pancrazio Garufi, noi sappiamo che anche lui è stato irremovibile sul due. Prima di arrivare alla stazione di Altavilla egli si era accorto che alcuni sportelli erano aperti. Rallentò la corsa, discese, passò lungo la predella, li chiuse, ed annunciò la stazione di fermata. State bene attento che leggo le note del mio promemoria. "Il Garufi vide due sconosciuti che giravano la coda del treno, come passeggicri usciti dal treno che andava a Palermo, per entrare nel diretto che aspettava il campanello per riprendere la corsa verso Termini. Era buio come l'inferno."»

«Mentitore! C'era una luna che rovesciava la luce biancastra sur una zona di parecchi chilometri, nel mezzo della quale era la stazione coi treni».

«Non ne sono sicuro. Forse non era ancora apparsa».

«La era. Incominciò a imbrunire alle cinque e mezzo e dopo, prima delle sette, era sul cielo come un gigantesco fanale che illuminava le incommensurate distese sottostanti».

«Vi do la sua deposizione per quello che vale. Egli ci ha detto che i due sconosciuti erano avvolti in un mantello nero, disotto al quale pareva tenessero un involto».

« È così ch'egli ha preparato una fuga fittizia per metterci sulla falsa strada».

«Può darsi. Non ho modo né di affermare né di contraddire

«Lo so bene. Ma abbiamo da contrapporre a questa figuraccia della tragedia del primo febbraio, un teste di ferro — un teste che ammutolisce».

«Augusto Bortolani

«Lui, proprio lui! Egli è un falsario. Forse esagero. Egli non è stato che lo strumento di un mediocre imitatore di biglietti monetati. Il Bortolani non ha mai imparato l'arte difficilissima di Giovanni Mathison, il più grande falsificatore di banconote del secolo scorso. Riproduceva senza lasciar capire quale dei due fosse l'originale. L'imitazione sua era giunta a tale perfezione che senza la sua confessione i direttori della Banca d'Inghilterra non avrebbero mai creduto alla frode. Chiamiamo dunque Bortolani uno spenditore di biglietti falsi.

La sua delazione è interessata. Egli non ha aperto bocca che a condizione di avere del denaro e un accorciamento di pena. Ma noi non siamo padroni di scegliere i testimoni. Li prendiamo come ci vengono: impantanati e spantanati. Ora noi potremo dire che il Bortolani è un tipaccio ignobile, ma non potremo negare che la sua deposizione sia stata di bronzo. Come avrebbe egli potuto sapere in prigione, nel saio del prigioniero delle carceri di S. Efrem di Napoli, che gli autori dell'assassinio di Notarbartolo si chiamino, aprite bene, amico, le orecchie, Giuseppe Fontana, Pancrazio Garufi e Giuseppe Carollo?

Non c'era che una confidenza. E la confidenza non gli è stata fatta da un uomo di galera, da un uomo che in quell'istante si abbandonava alle recriminazioni e agli sfoghi perché il Fontana era stato assolto e lui condannato, ma da un uomo ingolfato nelle cose scellerate della cosca di Villabate.

Sembra che questo paese vi faccia l'effetto di un bottone di fuoco alla nuca

«È più forte di me, temo. Parlandomi di questo paese di due mila e cinquecento abitanti è come se mi si parlasse di un'area nella quale si sono adunati due mila e cinquecento ergastolani al largo. Se sono vere tutte le nostre informazioni, Villabate è un comune che può dare la mano a quello d'Artena, il paese che non produce che malandrini. È la cittadella dei pregiudicati, di Raffaele Palizzolo e dei mafiosi. I suoi consiglieri sono al disotto del livello della sua popolazione. Quando i villabatesi parlano, si sente che le parole nascondono un senso diverso da quello che loro le labbra. È un mucchio di degenerati. Tutte le loro azioni sono ammantate di menzogna. È come in loro il fondaccio della bestia. Non sanno ancora distinguere il bene dal male o il bene ha perduto la sua battaglia campale. Le loro giunte sono ditte di bagni penali. Son volti terrei, lividi, con delle bocche larghe e delle guance nelle quali sembra sia passata l'itterizia. È un paese in cui è mancata l'anima che ha fatto palpitare tanti paesi d'Italia. In esso è rimasta la corruzione borbonica e la lue mafiosa che lo lavora disperatamente».

È la prima volta che debbo riprendervi. Voi confondete probabilmente Villabate con un altro paese. Villabate è stato l'unico comune che ai tempi del vicerè Codronchi si sia meritato l'onore di farsi sopprimere perfino l'ufficio di P. S. Scusate ma non si può essere più galantuomini».

«Non ho mai creduto agli statisti improvvisati. Che cosa direste se domani vi si proponesse di andare governatore a Cuba? Fareste tanto d'occhi, non è vero? Nei paese più inciviliti l'arte di governare non è cosa che si impara per , dall'oggi all'indomani. Come non si diventa ingegneri, chirurghi, chimici, architetti, ecc., senza i corsi di parecchi anni, così non si diventa uomini di Stato senza una preparazione, una pratica, uno studio. Tutti sapevano che Villabate era il focolare della mafia, come tutti sapevano che i registri di pubblica sicurezza davano un totale di duecento quarantasette pregiudicati. In nessun altro comune la mafia ha spiegato le sue ali poderose come in Villabate.

Occupiamoci della inchiesta. Voi eravate per venire al Chetta

«È proprio lui che ha rivelato i tre nomi al Bortolani. Il Chetta è di Villabate, è mafioso, è pregiudicato e ha la casella giudiziaria piena di un po' di tutto. Ora sconta la condanna per "fabbricazione e spendita di biglietti falsi." Il ritratto non è migliore di quello del Bortolani. Ma la sua confidenza vale un tesoro. Negli incartamenti di questo delitto c'è nulla di più importante e di più grave. Egli, prima di essere ghermito, era stato a Tunisidivenuto il rifugio dei nostri latitanti — e aveva udito tutti i particolari dell'assassinio».

«Messo a confronto col Bortolani, il Chetta ha dato fuori come un facchino ed ha negato recisamente di avere mai fatto i nomi confidati dal Bortolani al direttore delle carceri. Ammise solo di avere parlato del delitto come si parla di avvenimenti che fanno impressione».

«Mafioso, ha negato. Ma noi abbiamo le confidenze delle guardie carcerarie invitate dal Bortolani a origliare mentre loro due riprendevano la conversazione sullo stesso soggetto. Fontana, Garufi e Carollo sono nelle nostre mani. Il nostro convincimento non ondeggia più come il fumo della mia sigaretta. La nostra coscienza è tranquilla. Voi siete colpevoli, voi siete i tre scellerati che hanno tramata e compiuta la distruzione di un uomo che avete precipitato dal treno. È una gioia suprema poter dire: il nostro compito è terminato. Giurati, a voi».

Tiraboschi era tutt'altro che soddisfatto. Egli vedeva degli altri punti neri nella topografia del delitto e si accarezzava a due mani i capelli come per magnificare i pensieri che lo mettono in lotta con Luraschi.

«Il nostr'atto di accusa, diss'egli con aria cogitabonda, non è ancora all'epilogo. Voi avete fretta e vi contentate di un Bortolani. I Bortolani, i quali rappresentano la viltà nauseante, non trasmettono, credetelo, in dodici uomini la convinzione che con un verdetto di colpabilità non commetteranno un errore giudiziario. Bisogna dar loro delle prove materiali e noi di prove materiali non ne abbiamo. Le nostre sono induzioni che la prima ventata può portar via. Noi siamo sicuri di Fontana, ma voi avete dimenticato che ve ne sono due. Quale dei due accusano il Chetta? Il Giuseppe Fontana di Vincenza o il Fontana Giuseppe di Rosario? Ecco il nostro scoglio sul quale andremo forse a romperci la testa senza riuscire a prendere per il collo il delinquente più formidabile e più feroce dei sanguinarii che hanno atrocemente assassinato un uomo tanto buono

«Mi pare che non debba essere difficile la soluzione del problema. Il Fontana di Vincenzo è piuttosto alto, ha una corporatura che tende a ingrossare. Faccia bruna, capelli castagni scuri, baffi del colore dei capelli, occhi piccoli e infossati, naso affilato, aspetto truce. L'abito blu gli l'aria di persona al disopra della sua classe. Il Fontana di Rosario, cugino del primo, è più vecchio, è piuttosto...»

«La questione non è nei connotati. La questione è che non sappiamo quale dei due sia il colpevole. Il loro passato è quasi identico. Entrambi sono persone di mafia, entrambi son dichiarati dalle autorità capaci di qualunque reato contro le persone e la proprietà, entrambi sono di Villabate, entrambi sono stati ammoniti, entrambi sono stati vigilati speciali, entrambi sono stati processati, entrambi sono stati assolti per insufficienza di indizii. La sola differenza che passa tra l'uno e l'altro è quella che Giuseppe Fontana di Vincenzo esercita il commercio degli agrumi e che Giuseppe Fontana di Rosario è proprietario di una bettola frequentata dai mafiusi e dai sorvegliati. Di più c'è questo a favore del Giuseppe Fontana di Vincenzo, che quest'ultimo ha documentato — come dice l'inchiesta del mio collega — il suo alibi, cioè che egli sarebbe andato a Hammamet in Tunisia, nel dicembre 1893 e non ne sarebbe tornato che l'undici o il dodici del mese di febbraio, vale a dire parecchi giorni dopo che il delitto era stato consumato. Io e voi non crediamo al suo alibi ma non abbiamo modo di provare il contrario. Ci si assicura che Giuseppe Fontana di Vincenzo fu veduto alcuni giorni prima della tragedia sanguinosa, lungo la linea ferroviaria di Ficarazzelli, in compagnia di altri mafiosi e che in quella giornata fu pure veduto a parlare col conduttore ferroviario Giuseppe Carollo. Dove sono le prove? Qualche altro teste irreperibile ha fatto correre la voce che egli sarebbe passato da Altavilla assieme a un altro, proprio il giorno fatale in cui il povero Notarbartolo perdette la vita. Ma le prove? La verità è che l'istruttoria del mio collega sopprime qualsiasi dubbio e afferma che Giuseppe Fontana di Vincenzo il primo febbraio 1893 non poteva essere sul luogo del reato. Perché il 27 di gennaio egli avrebbe scritto e imbucato all'ufficio postale di Hammamet, in Tunisia, una lettera al suo socio Anfossi, a Palermo, il quale alla sua volta, il 4, ha inviato al Fontana un vaglia telegrafico esatto dallo stesso Fontana il 6. È risultato pure dai registri della Società agraria, della quale il Fontana faceva parte, e dai registri della Posta e dai registri della Società generale di navigazione che il Fontana commerciava in quei giorni in agrumi, e che la Casa che gli inviava era la nota ditta Telere.

Con tutti questi dati nessuno ha il diritto di accusare il collega che mi ha preceduto in questa inchiesta, di incuria e di troppa buona fede».

«Non accusiamolo, se vi garba. Al suo posto non avrei creduto all'alibi. Un magistrato che vive in Sicilia da parecchi anni non può dormir tranquillo sull'alibi di un accusato. Nei suoi panni avrei dedicato il mio tempo negli orari ferroviari e di navigazione per vedere se egli, partendo il ventisette da questo golfo tunisino avrebbe potuto raggiungere il treno, diciamo, di Marsala per Palermo per essere poi in tempo a mettersi nel treno del delitto».

«Ha fatto di più. Egli si è assicurato se in quel giorno fosse mai partito da quel porto qualche veliero. E le risultanze delle interrogazioni fatte dal viceconsole italiano di quel luogo gli hanno tranquillato l'animo del magistrato. Nessuna imbarcazione si è mossa da quelle acque».

«E se vi dicessi, caro Tiraboschi, che il ventisette gennaio, alle undici e minuti dodici, è partito da Hammamet la bilancella Concettina e che un uomo come il Fontana avrebbe potuto riscuotere il primo vaglia per provare la sua presenza lontana dal delitto, ed essere il primo febbraio nello scompartimento col commendatore Emanuele Notarbartolo?

Voglio però darmi per vinto e ammettere che neppure una zattera abbia increspato le acque del porto di Hammamet. Un uomo della tempra e dell'audacia del Fontana non è mai a secco di risorse. Egli sa che all'estero non è difficile assumere il nome di un altro o il nome di uno che non esiste. Ora il Fontana non avrebbe potuto tenersi nascosto in Palermo o in qualche parte di Termini Imerese e al tempo stesso avere un mafioso a Hammamet che facesse per lui, col suo nome e cognome le operazioni agrumarie, la firma sul vaglia e imbucasse la lettera o le lettere scritte in Sicilia dal caro signor Fontana




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