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«Bravo Prefaci! Non possiamo essere malcontenti di te. Tu
meriti più del denaro per il quale tu arrischi la pelle. Con lui le notizie che
avevamo raccolte intorno la tenebrosa famiglia dei Barone vanno perdendo ogni
giorno dell'incertezza.
Egli ci ha, direi quasi,
convinti che le sue informazioni escono dalla bocca di Bastone Nicolò,
figliastro di quelle due figure losche che signoreggiano il dramma fino in
ultimo. Prefaci non ha dubbio alcuno. Gli assassini di Emanuele Notarbartolo,
dopo il misfatto, si sono cambiati e lavati in casa dei Barone. Il guaio, mio
caro e illustre Tiraboschi, è che Prefaci, colla sua affermazione, scompiglia
la nostra inchiesta fatta nella quattordicesima vettura del treno numero tre.
Abbiamo o non abbiamo concluso che gli esecutori materiali del delitto non
potevano essere che due? Con il terzo personaggio che entra in scena
senz'essere invitato, il nostro edificio si sfascia. Se i malviventi che
accoltellarono il commendatore erano due e uno dei due era un ferroviere, come
è possibile, ditemi, che siano andati in due alla casa del Barone? Voi vedete
l'imbroglio. I due ferrovieri non hanno potuto abbandonare il treno. Se uno di
loro se ne fosse andato, il mistero sarebbe svelato. Aggiungete che la loro
presenza sul treno è documentata fino a Palermo, dove il Garufi e il Carollo
vennero interrogati dal capo stazione e, credo ancora, dal questore Lucchesi.
Siamo dunque dinanzi al dilemma gravissimo: o noi, colle nostre supposizioni,
abbiamo calunniato alcuni del personale di viaggio, o gli individui che hanno
partecipato al nefando macello sono aumentati».
«La nostra conclusione non era
assoluta. Vi ricorderete che il Cannella, bucatore dei biglietti alla stazione
di Termini, ci ha parlato di due sconosciuti vestiti di scuro che avrebbero
raggiunto il treno in moto».
«Egli era un mafioso bugiardo
come una strega. Non credo un ette della sua deposizione. Credo al
capo-stazione Diletti. E il capo-stazione di Termini ci ha assicurati di avere
veduto nello scompartimento di Notarbartolo la faccia di un passeggiero che
aveva tutta l'apparenza di un uomo volgare, quantunque indossasse un abito
signorile. I suoi connotati, se me li ricordo bene, erano, su per giù, questi:
testa grossa e rotonda, capelli nerissimi, fitti, crespi, rasenti il cuoio come
quelli dell'arabo. Faccia piena, carnagione pallida, occhi neri e truci, baffi
grossolani e ruvidi, coi peli in zuffa fra di loro, collo carnoso e breve».
«Non metto in dubbio la deposizione del Diletti. Sono però
pronto a scommettere che nessuno, neanche un fisionomista consumato, è capace
di portarsi via, con una guardata, tanto lusso di particolari. Un capo stazione
che passa lungo il treno potrà sbozzarvi una figura, o anche dirvi l'insieme di
una faccia, ma non potrà mai soffermarsi sui bitorzoli, sui nèi o sul bianco
opaco e duro o trasparente delle guance. È capitato a un capo della polizia
parigina, di scoprire un assassino, certo Kaps, solo guardandogli le mani,
straordinariamente lunghe e larghe, perché gli ricordavano quelle di Troppmann.
Ma Goron, l'ex capo della sureté ha fatto degli studii antropologici, è
stato un limier di primo ordine e aveva agio di confabulare coi futuri
inquilini del museo criminale.
Se vogliamo fare senza la
dichiarazione del Cannella, abbiamo quella di Pancrazio Garufi, un altro della cosca,
è vero».
«Spiegatevi, non vi capisco».
«Lo sapevo che non mi avreste
capito. Voi ignorate il gergo o il linguaggio mafioso. Non c'è classe di
delinquenti che non si serva di parole speciali, create dal bisogno di non
essere intesi dai membri delle altre classi. Nei bassi fondi trovate dei
filosofi. Cosca è un carciofo. Ma il significato mafioso è
combriccola, lega, gente unita come le foglie di un carciofo. L'insieme è il
capo, le foglie sono gli associati. La mafia non è un'associazione propriamente
detta, ma può essere la cosca di un dato luogo, di un dato paese, di un
dato capo. La cosca palizzoliana, per esempio, è l'aggregazione degli
aderenti alla persona di Raffaele Palizzolo. La mafia non ha un dizionario
ricco come la camorra, ma le cosche si servono di vocaboli comuni. I
mandriani delle cosche delle montagne del mistrettese chiamano lu
lecca sapuni il coltellaccio, e lu scusàturi il coltello col quale
il mafioso scucisce il tessuto, la pelle della vittima. Notate come è
espressivo questo arnese che scucisce la pancia o la regione lombare?
Se vogliamo servirci della
deposizione di Pancrazio Garufi, noi sappiamo che anche lui è stato
irremovibile sul due. Prima di arrivare alla stazione di Altavilla egli si era
accorto che alcuni sportelli erano aperti. Rallentò la corsa, discese, passò
lungo la predella, li chiuse, ed annunciò la stazione di fermata. State bene
attento che leggo le note del mio promemoria. "Il Garufi vide due
sconosciuti che giravano la coda del treno, come passeggicri usciti dal treno
che andava a Palermo, per entrare nel diretto che aspettava il campanello per
riprendere la corsa verso Termini. Era buio come l'inferno."»
«Mentitore! C'era una luna che
rovesciava la luce biancastra sur una zona di parecchi chilometri, nel mezzo
della quale era la stazione coi treni».
«Non ne sono sicuro. Forse non
era ancora apparsa».
«La era. Incominciò a imbrunire alle cinque e mezzo e
dopo, prima delle sette, era sul cielo come un gigantesco fanale che illuminava
le incommensurate distese sottostanti».
«Vi do la sua deposizione per
quello che vale. Egli ci ha detto che i due sconosciuti erano avvolti in un
mantello nero, disotto al quale pareva tenessero un involto».
« È così ch'egli ha preparato
una fuga fittizia per metterci sulla falsa strada».
«Può darsi. Non ho modo né di
affermare né di contraddire.»
«Lo so bene. Ma abbiamo da
contrapporre a questa figuraccia della tragedia del primo febbraio, un teste di
ferro — un teste che ammutolisce».
«Augusto Bortolani!»
«Lui, proprio lui! Egli è un
falsario. Forse esagero. Egli non è stato che lo strumento di un mediocre
imitatore di biglietti monetati. Il Bortolani non ha mai imparato l'arte
difficilissima di Giovanni Mathison, il più grande falsificatore di banconote
del secolo scorso. Riproduceva senza lasciar capire quale dei due fosse
l'originale. L'imitazione sua era giunta a tale perfezione che senza la sua
confessione i direttori della Banca d'Inghilterra non avrebbero mai creduto
alla frode. Chiamiamo dunque Bortolani uno spenditore di biglietti falsi.
La sua delazione è interessata.
Egli non ha aperto bocca che a condizione di avere del denaro e un
accorciamento di pena. Ma noi non siamo padroni di scegliere i testimoni. Li
prendiamo come ci vengono: impantanati e spantanati. Ora noi potremo dire che
il Bortolani è un tipaccio ignobile, ma non potremo negare che la sua
deposizione sia stata di bronzo. Come avrebbe egli potuto sapere in prigione,
nel saio del prigioniero delle carceri di S. Efrem di Napoli, che gli autori
dell'assassinio di Notarbartolo si chiamino, aprite bene, amico, le orecchie,
Giuseppe Fontana, Pancrazio Garufi e Giuseppe Carollo?
Non c'era che una confidenza. E
la confidenza non gli è stata fatta da un uomo di galera, da un uomo che in quell'istante
si abbandonava alle recriminazioni e agli sfoghi perché il Fontana era stato
assolto e lui condannato, ma da un uomo ingolfato nelle cose scellerate della cosca
di Villabate.
Sembra che questo paese vi
faccia l'effetto di un bottone di fuoco alla nuca!»
«È più forte di me, temo. Parlandomi di questo paese di
due mila e cinquecento abitanti è come se mi si parlasse di un'area nella quale
si sono adunati due mila e cinquecento ergastolani al largo. Se sono vere tutte
le nostre informazioni, Villabate è un comune che può dare la mano a quello
d'Artena, il paese che non produce che malandrini. È la cittadella dei
pregiudicati, di Raffaele Palizzolo e dei mafiosi. I suoi consiglieri sono al
disotto del livello della sua popolazione. Quando i villabatesi parlano, si
sente che le parole nascondono un senso diverso da quello che dà loro le
labbra. È un mucchio di degenerati. Tutte le loro azioni sono ammantate di
menzogna. È come in loro il fondaccio della bestia. Non sanno ancora
distinguere il bene dal male o il bene ha perduto la sua battaglia campale. Le
loro giunte sono ditte di bagni penali. Son volti terrei, lividi, con delle
bocche larghe e delle guance nelle quali sembra sia passata l'itterizia. È un
paese in cui è mancata l'anima che ha fatto palpitare tanti paesi d'Italia. In
esso è rimasta la corruzione borbonica e la lue mafiosa che lo lavora
disperatamente».
È la prima volta che debbo
riprendervi. Voi confondete probabilmente Villabate con un altro paese.
Villabate è stato l'unico comune che ai tempi del vicerè Codronchi si sia
meritato l'onore di farsi sopprimere perfino l'ufficio di P. S. Scusate ma non
si può essere più galantuomini».
«Non ho mai creduto agli
statisti improvvisati. Che cosa direste se domani vi si proponesse di andare
governatore a Cuba? Fareste tanto d'occhi, non è vero? Nei paese più inciviliti
l'arte di governare non è cosa che si impara lì per lì, dall'oggi all'indomani.
Come non si diventa ingegneri, chirurghi, chimici, architetti, ecc., senza i
corsi di parecchi anni, così non si diventa uomini di Stato senza una
preparazione, una pratica, uno studio. Tutti sapevano che Villabate era il
focolare della mafia, come tutti sapevano che i registri di pubblica sicurezza
davano un totale di duecento quarantasette pregiudicati. In nessun altro comune
la mafia ha spiegato le sue ali poderose come in Villabate.
Occupiamoci della inchiesta. Voi
eravate lì per venire al Chetta.»
«È proprio lui che ha rivelato i
tre nomi al Bortolani. Il Chetta è di Villabate, è mafioso, è pregiudicato e ha
la casella giudiziaria piena di un po' di tutto. Ora sconta la condanna per
"fabbricazione e spendita di biglietti falsi." Il ritratto non è
migliore di quello del Bortolani. Ma la sua confidenza vale un tesoro. Negli
incartamenti di questo delitto c'è nulla di più importante e di più grave.
Egli, prima di essere ghermito, era stato a Tunisi — divenuto il rifugio dei
nostri latitanti — e là aveva udito tutti i particolari dell'assassinio».
«Messo a confronto col
Bortolani, il Chetta ha dato fuori come un facchino ed ha negato recisamente di
avere mai fatto i nomi confidati dal Bortolani al direttore delle carceri.
Ammise solo di avere parlato del delitto come si parla di avvenimenti che fanno
impressione».
«Mafioso, ha negato. Ma noi
abbiamo le confidenze delle guardie carcerarie invitate dal Bortolani a
origliare mentre loro due riprendevano la conversazione sullo stesso soggetto.
Fontana, Garufi e Carollo sono nelle nostre mani. Il nostro convincimento non
ondeggia più come il fumo della mia sigaretta. La nostra coscienza è
tranquilla. Voi siete colpevoli, voi siete i tre scellerati che hanno tramata e
compiuta la distruzione di un uomo che avete precipitato dal treno. È una gioia
suprema poter dire: il nostro compito è terminato. Giurati, a voi».
Tiraboschi era tutt'altro che
soddisfatto. Egli vedeva degli altri punti neri nella topografia del delitto e
si accarezzava a due mani i capelli come per magnificare i pensieri che lo
mettono in lotta con Luraschi.
«Il nostr'atto di accusa,
diss'egli con aria cogitabonda, non è ancora all'epilogo. Voi avete fretta e vi
contentate di un Bortolani. I Bortolani, i quali rappresentano la viltà
nauseante, non trasmettono, credetelo, in dodici uomini la convinzione che con
un verdetto di colpabilità non commetteranno un errore giudiziario. Bisogna dar
loro delle prove materiali e noi di prove materiali non ne abbiamo. Le nostre
sono induzioni che la prima ventata può portar via. Noi siamo sicuri di
Fontana, ma voi avete dimenticato che ve ne sono due. Quale dei due accusano il
Chetta? Il Giuseppe Fontana di Vincenza o il Fontana Giuseppe di Rosario? Ecco
il nostro scoglio sul quale andremo forse a romperci la testa senza riuscire a
prendere per il collo il delinquente più formidabile e più feroce dei
sanguinarii che hanno atrocemente assassinato un uomo tanto buono.»
«Mi pare che non debba essere
difficile la soluzione del problema. Il Fontana di Vincenzo è piuttosto alto,
ha una corporatura che tende a ingrossare. Faccia bruna, capelli castagni
scuri, baffi del colore dei capelli, occhi piccoli e infossati, naso affilato,
aspetto truce. L'abito blu gli dà l'aria di persona al disopra della sua
classe. Il Fontana di Rosario, cugino del primo, è più vecchio, è piuttosto...»
«La questione non è nei
connotati. La questione è che non sappiamo quale dei due sia il colpevole. Il
loro passato è quasi identico. Entrambi sono persone di mafia, entrambi son
dichiarati dalle autorità capaci di qualunque reato contro le persone e la
proprietà, entrambi sono di Villabate, entrambi sono stati ammoniti, entrambi
sono stati vigilati speciali, entrambi sono stati processati, entrambi sono
stati assolti per insufficienza di indizii. La sola differenza che passa tra
l'uno e l'altro è quella che Giuseppe Fontana di Vincenzo esercita il commercio
degli agrumi e che Giuseppe Fontana di Rosario è proprietario di una bettola
frequentata dai mafiusi e dai sorvegliati. Di più c'è questo a favore
del Giuseppe Fontana di Vincenzo, che quest'ultimo ha documentato — come dice
l'inchiesta del mio collega — il suo alibi, cioè che egli sarebbe andato
a Hammamet in Tunisia, nel dicembre 1893 e non ne sarebbe tornato che l'undici
o il dodici del mese di febbraio, vale a dire parecchi giorni dopo che il
delitto era stato consumato. Io e voi non crediamo al suo alibi ma non
abbiamo modo di provare il contrario. Ci si assicura che Giuseppe Fontana di
Vincenzo fu veduto alcuni giorni prima della tragedia sanguinosa, lungo la
linea ferroviaria di Ficarazzelli, in compagnia di altri mafiosi e che in
quella giornata fu pure veduto a parlare col conduttore ferroviario Giuseppe
Carollo. Dove sono le prove? Qualche altro teste irreperibile ha fatto correre
la voce che egli sarebbe passato da Altavilla assieme a un altro, proprio il
giorno fatale in cui il povero Notarbartolo perdette la vita. Ma le prove? La
verità è che l'istruttoria del mio collega sopprime qualsiasi dubbio e afferma
che Giuseppe Fontana di Vincenzo il primo febbraio 1893 non poteva essere sul
luogo del reato. Perché il 27 di gennaio egli avrebbe scritto e imbucato
all'ufficio postale di Hammamet, in Tunisia, una lettera al suo socio Anfossi,
a Palermo, il quale alla sua volta, il 4, ha inviato al Fontana un vaglia
telegrafico esatto dallo stesso Fontana il 6. È risultato pure dai registri
della Società agraria, della quale il Fontana faceva parte, e dai registri
della Posta e dai registri della Società generale di navigazione che il Fontana
commerciava in quei giorni in agrumi, e che la Casa che gli inviava era la nota
ditta Telere.
Con tutti questi dati nessuno ha
il diritto di accusare il collega che mi ha preceduto in questa inchiesta, di
incuria e di troppa buona fede».
«Non accusiamolo, se vi garba.
Al suo posto non avrei creduto all'alibi. Un magistrato che vive in
Sicilia da parecchi anni non può dormir tranquillo sull'alibi di un
accusato. Nei suoi panni avrei dedicato il mio tempo negli orari ferroviari e
di navigazione per vedere se egli, partendo il ventisette da questo golfo
tunisino avrebbe potuto raggiungere il treno, diciamo, di Marsala per Palermo
per essere poi in tempo a mettersi nel treno del delitto».
«Ha fatto di più. Egli si è
assicurato se in quel giorno fosse mai partito da quel porto qualche veliero. E
le risultanze delle interrogazioni fatte dal viceconsole italiano di quel luogo
gli hanno tranquillato l'animo del magistrato. Nessuna imbarcazione si è mossa
da quelle acque».
«E se vi dicessi, caro
Tiraboschi, che il ventisette gennaio, alle undici e minuti dodici, è partito
da Hammamet la bilancella Concettina e che un uomo come il Fontana
avrebbe potuto riscuotere il primo vaglia per provare la sua presenza lontana
dal delitto, ed essere il primo febbraio nello scompartimento col commendatore
Emanuele Notarbartolo?
Voglio però darmi per vinto e
ammettere che neppure una zattera abbia increspato le acque del porto di
Hammamet. Un uomo della tempra e dell'audacia del Fontana non è mai a secco di
risorse. Egli sa che all'estero non è difficile assumere il nome di un altro o
il nome di uno che non esiste. Ora il Fontana non avrebbe potuto tenersi
nascosto in Palermo o in qualche parte di Termini Imerese e al tempo stesso
avere un mafioso a Hammamet che facesse per lui, col suo nome e cognome le
operazioni agrumarie, la firma sul vaglia e imbucasse la lettera o le lettere
scritte in Sicilia dal caro signor Fontana?»
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