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Paolo Valera
L'assassinio Notarbartolo

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  • DOVE GLI ASSASSINI SI SONO LAVATI E CAMBIATI.
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DOVE GLI ASSASSINI SI SONO LAVATI E CAMBIATI.

 

Si voltavano nel letto come se avessero avuto la brace nella materassa. Né la moglie né il marito sapevano trovar requie. Angela, tra un sospirone e l'altro, non si straccava di rimproverarlo e di dirgli che alla sua età non si andava incontro alla prigione come uno zerbinotto che aveva della salute da vendere. Coi capelli che volgevano al grigiastro, ci voleva un po' più di giudizio e bisognava pensare un po' più alla famiglia, diancine! Di fastidi ne avevano anche troppi senza andarli a cercare.

Lui rispondeva che faceva l'oste e che un oste non poteva proibire alle persone di andare al suo fondaco a mangiare e a bere. Grazie a Dio non si sentiva nato per fare il poliziotto e non aveva il fegato di sfogliare gli avventori. Una volta in casa sua erano tutti galantuomini.

Tuttavia l'Angela, con le sue paure d'una disgrazia in viaggio, gli aveva messo più di una pulce nell'orecchio. Si diceva tranquillo, ma gli giravano per la testa certe ideacce scure come la tempesta. Se avesse potuto dormire avrebbe passato una notte meno agitata e il sonno gli avrebbe fatto un gran bene. Chiudeva gli occhi e cercava di sprofondarsi in un oblìo senza fine. Ma il tentativo non gli riusciva. Anche cogli occhi chiusi egli vedeva disegnarsi il cappello del carabiniere col suo pennacchio rosso che spaventava. Si girava sull'altro fianco e lo rivedeva tale e quale colle sue tre punte che parevano tre sberleffi. Se non fosse stato per lei, per la sua Angela, si sarebbe abbandonato alla disperazione. Non gli rimaneva più che una speranza. Che gli altri venissero arrestati prima che si mettessero in cammino verso il suo fondaco. Se avesse potuto dare una mano ai carabinieri non avrebbe esitato un minuto. Era una viltà necessaria alla sua pace. Il suo cruccio era che non poteva più disfare il contratto. Se lo avesse potuto non ci avrebbe pensato due volte. Preferiva la vitaccia del pane di munizione ai tormenti che lo cuocevano. Si dava del baggiano con dei pugni nello stomaco. Lui era proprio un bestione che non aveva due dita di giudizio. Un pregiudicato che aveva la sua fedina criminale giocava col fuoco come se fosse niente. Non ce n'era un altro a cercarlo in tutto il mondo che avrebbe preso in mano il cordone della campanella della galera per farsi aprire. Poi giustificava il suo consenso dicendo che in fin dei conti si trattava di un uomo che aveva fatto di suo fratello un povero diavolo con la catena alla gamba del condannato a vita. Non si manda in galera il fratello di un oste par suo senza aspettarsi qualche cosa. Notarbartolo era un cane con tanto di pelo sullo stomaco. Se non fosse stato per la sua Angela, chi sa quante volte gli avrebbe lasciato andare una fucilata nella schiena. A certi individui bisogna andare col calcagno sulla testa come si fa colle biscie velenose. Sono nocivi agli altri. Nessuno gli avrebbe impedito di vendicarsi. Era anzi troppo giusto. Lo si aveva ricattato con i dovuti riguardi il dodici luglio mille e ottocento ottantadue, gli si erano fatte pagare cinquantuna mila lire ed era un suo diritto. Ma non era suo diritto di fare il boia, di consegnare nove persone, con moglie e figli, alla giustizia per una somma che non bastava a pagarne il pericolo. Non era il primo che subiva il sequestro della persona. Ce n'erano stati molti altri prima di lui e nessuno, che lui sapesse, s'era data la briga di denunciare i disgraziati che si guadagnano la vita come possono. Ci voleva un po' di compassione anche per i poveri diavoli, ci voleva. Il barone Sgadari, buon'anima, avrebbe potuto fargli da testimonio. Nel 1874 la banda Capraro lo raggiunse nelle vicinanze di Petralìa. Il grand'uomo era a cavallo e andava innanzi circondato dai suoi campieri sulle giumente che nitrivano. Il Capraro non era un assassino. Era un uomo che faceva i suoi affari. Colle persone educate era educatissimo. Gli andò di faccia e col cappello in mano lo dichiarò in arresto. Gli rincresceva, ma era il suo mestiere. I campieri se avessero voluto difendere il padrone, avrebbero potuto. Non vollero e fecero bene, perché sarebbe stato un fratricidio. Gli uni e gli altri erano della gente che si guadagnava il pane. Il barone si comportò benissimo. Non fece il birbone come il Notarbartolo. Lo Sgadari sapeva che ciò che gli capitava era quello che poteva capitare a qualunque signore attorno per la campagna. Non gli si torse un capello e non lo si fece soffrire. Capraro non inaspriva. Invece di condurlo in una grotta qualunque come si è fatto con Notarbartolo, lo fece entrare cogli occhi bendati in una casa ammobiliata signorilmente. C'erano le poltrone, gli specchi e la biancheria che pareva quella di una sposa. Il ricattato era un barone che aveva aperto la borsa ai latitanti più d'una volta e non meritava sgarbi. A tavola lo si serviva con la posata d'argento, gli si portavano intingoli preparati da un cuoco d'albergo e gli si davano tutti quegli agi dovuti a un alto personaggio. Capraro passava delle ore a chiacchierare con lui come fra due amici. Tra loro non c'era odio personale. L'uno aveva incontrato l'altro. Il più forte domandò la borsa al più debole. Pagata la taglia di centoventi mila lire in oro, gli si restituirono l'orologio, il portafoglio col denaro, gli anelli delle dita e lo spillone di brillanti di un valore che avrebbe fatto gola a un brigante senza punto d'onore. Si separarono da fratelli. La banda lo accompagnò alla prima stazione di ferrovia, domandandogli, prima di salutarlo con un inchino, il permesso di baciargli la mano. Non ci fu altro. Fu un'operazione che non lasciò fiele in alcuno. Nessuno ne seppe più niente. Se avesse fatto così anche Notarbartolo non ci sarebbe persona che gliene vorrebbe. Invece no; invece egli volle fare lo spione e gli spioni non possono avere lunga vita su questa terra. Chi fa male trova male. È un proverbio che non falla.

L'Angela non gli dava tregua. A ogni tanto con la schiena sul muso del marito e le gambe fin sotto il mento, borbottava e grugniva con certi versi che gli stracciavano l'anima. Ella giurava sul capo del suo povero figliuolo che le avevano ammazzato come un coniglio poche settimane prima, ch'era da bestia quello che stava facendo. Egli poteva avere cento ragioni di sfogarsi contro il commendatore, ma non ce n'era una perché egli facesse di tutto per farsi chiudere in un ergastolo per il resto dei suoi giorni. Lo aveva sposato per compassione di vederlo sempre dentro e fuori, ed ecco il bel regalo che le ne veniva. Ogni volta che gli prende il capriccio, ne fa una delle sue e ci lascia nei pasticci.

Sì, sì, era meglio che facesse presto e se ne andasse per non tornare mai più indietro. Se doveva finire così, tanto valeva che finisse subito. Lei non voleva crepare di dolore. Se Iddio lo aveva destinato alla galera per la purgazione dei suoi peccati, pazienza, la volontà di Dio doveva essere fatta. Ella e il suo figlio e la sua sorella non sarebbero morti di fame. Lui era padrone di fare quello che voleva. Il suo dovere di avvertirlo lo aveva compiuto. Se stava così male a casa sua, la porta era aperta. Non gli sarebbe andata dietro a piangere. No, per i santi del paradiso. Aveva pianto anche troppo. Dal giorno dello sposalizio non aveva avuto che tribolazioni. Avrebbe fatto meglio a gettarsi in un pozzo. Basta, adesso non c'era più da pensarci. Ma doveva tenersi a mente che la era finita. Una volta messo il piede fuori di casa non doveva pensare più a loro. Chi si era visto, si era visto. Ciascuno per la sua strada. Egli da una parte e loro dall'altra. Era stufa di fare la vittima. Quando la fortuna gli era andata a rovescio, non aveva mancato di dargli una mano e anche due. Ma ora che era lui che andava a cercarsele a quattro a quattro, doveva contentarsi di star solo e di non rovinare gli altri che gli avevano fatto del bene. Ella era decisa e non voleva più saperne. Quello che era stato era stato. Ci metteva sopra una pietra e non ci pensava altro. Per suo conto incominciava a considerarsi vedova.

«La colpa sarà vostra!»

Il Barone provava degli stringimenti che gli facevano venire un groppo alla gola. Le parole della moglie gli andavano sulla testa come tante martellate. Capiva di essere sempre stato un buono a nulla e un testardo che un giorno o l'altro sarebbe andato a finir male. Ma ora era tardi. Non poteva più ritirare la parola data. Ne sarebbe andato della sua vita. Con gente che maneggiava bene il coltello, non c'era da scherzare. Se domani andasse a dir loro di non volerne più sapere, non gli si lascerebbe finire la parola. Conosceva con chi aveva a che fare. Se avesse avuto del denaro avrebbero potuto spiantare casa e andarsene altrove, sul continente, lontano, fuori dalla loro fucilata. Pitocchi con quattro panche e un tavolaccio, non avevano da scegliere, dovevano aspettare che il buon Dio la mandasse loro buona. La paura in questo momento non gli procurava che dolori allo stomaco. C'era ricascato, e bisognava andare fino in fondo a occhi chiusi. Ah, sì! Se riusciva a cavarsi dall'imbroglio, si prometteva, col segno della croce, di cambiare vita. Quelli che lo avevano conosciuto, lo avevano conosciuto. Per lui non avrebbe pensato più che ai suoi di casa.

Un minuto dopo gli ritornarono i dubbi. Un uomo non può diventare onesto quando vuole. Ci sono gli altri che vi stanno alle costole. Provatevi a entrare nel ginepraio del delitto e poi ditemi come potete uscirne. Uncinati, vi si riuncina e non vi si lascia più. O per un verso o per un altro vi si riprende e vi si trascina nell'abisso. I compagni, coi quali avete diviso lo spavento di qualche operazione, non vi abbandonano. Vi vogliono complici nei loro misfatti tutta la vita.

«Tu Angela, parli da angelo. Ti vorrei vedere al mio posto. Non è possibile negare un favore a due amici coi quali si è lavorato insieme tante volte senza andare alla Assise. Credi che a me non sia venuto il pensiero di fare il galantuomo

«È meno caro, credetelo».

«Lo so. Ma è più facile dirlo che diventarlo. Cascati, ci si ricasca».

«Quando si vuole».

«Anche quando non si vuole».

Supino, cogli occhi che guardavano i travicelli del soffitto, si rimetteva a ragionare per suo conto, perché con l'Angela non andava d'accordo.

«Se non c'è altro che vi spinge, sovente c'è la miseria».

«Il solito ombrello sotto cui si riparano i tristi come voi!»

«Ti dico che è la miseria cagna che spinge! Non si ha cuore di vedere gli altri a patire. Si resiste per un giorno, per due giorni e poi vi va via la testa, vi viene il capogiro e vi date al malfare come persone senza rimedio».

Si passava la mano sulla fronte rugosa e si diceva che forse la cosa non era così grave come la vedeva Angela. C'era un complotto con un determinato fine, ma dopo poteva venire scombussolato da qualche accidente, come avviene quasi sempre in casi simili. Se, per esempio, gli esecutori venissero inseguiti, è certo che i fuggitivi non sarebbero tanto stupidi da andare a rifugiarsi nel suo fondaco. Perché sarebbe come entrare in una trappola. Se capitasse loro peggio, se capitasse loro di sentirsi presi nel vagone con le mani lorde di sangue, egli potrebbe dormire della quarta. La necessità del suo asilo scomparirebbe col loro arresto. Si rimarrebbe amici, senza bisogno di far sapere i loro interessi alla giustizia. Tranne che qualcuno di loro parlasse. Crepi l'astrologo! Non c'è neanche da pensarci. Sono uomini capaci di camminare sui vetri rotti piuttosto che lasciarsi tirar fuori una parola che comprometta coloro che rimangono al sole.

Gli pareva di essere divenuto più calmo. La fronte non gli scottava come prima e i suoi nervi erano meno agitati. Si voltò sul fianco, si tirò la coperta sugli occhi per sottrarsi al chiarore lunare che pareva volesse entrare per i vetri, e cercò di assopirsi. Non domandava che un paio d'ore di sonno. Si sentiva le gambe stracche, pesanti come se gliele avessero caricate di piombo. Il peso dei polpacci doveva fargli bene come un narcotico. Lo aiutava rimanere immobile. L'Angela pareva addormentata. La sua respirazione era divenuta greve e, a intervalli, rantolosa. Almeno lei era riuscita a trovare un po' di riposo. Lui solo non poteva dormire. Si scoteva la testa, se la riadagiava nel mezzo del cuscino e il pensiero andava a riprenderlo e a costringerlo a ripensare ai casi suoi.

Lui l'aveva su, sì, col Notarbartolo, e nessuno poteva meravigliarsene. Gli altri non avevano né potevano avere gli stessi motivi. Perché e per conto di chi gli altri andavano ad accopparlo? Non erano certo dei pazzi che sarebbero andati ad accoltellare un uomo di quella fatta per il gusto di accoltellarlo. Ci dovevano avere il loro perché e il perché doveva essere un bel gruzzolo di quattrini. Di questo non ci poteva essere dubbio. Quanti? A lui non era neanche venuto in mente di domandarlo. Gli si era detto che a conti fatti gli avrebbero dato trecento o quattrocento lire e lui si era contentato. A mente fredda, vedeva che il rischio era maggiore. Bisognava essere matti e stramatti per giocare l'esistenza su una carta che non produceva, vincendo, che tre o quattro bigliettini rossi. Trecento o quattrocento lire non si trovano per la strada, è vero. Ma anche le persone col fegato di prenderle non si incontrano ad ogni svoltata. E loro? quanti ne prenderanno? Non era affar suo. Potevano prendere dei biglietti da mille tanti che ne volevano. Fra il suo ed il loro coraggio c'era della differenza e come! Gli venivano i brividi solo a pensarci.

In verità lui non aveva da far nulla. Poteva andare a dormire. Come se si potesse dormire! Erano tre ore che si grattava, che si tirava su le gambe, che allungava giù le gambe, che si voltava come in un letto pieno di pulci e non poteva chiudere occhio! Pazienza. Lui non aveva da far nulla. Non aveva che da preparar loro una bacinella d'acqua, lasciarli venire in casa, e stare fuori, sul montone di ghiaia, a pipare e a dare un'occhiata lunga se sbucava qualcuno da qualche parte. Una cosa che poteva fare un ragazzo. Non c'era bisogno che lui vedesse o ascoltasse o si mischiasse nelle cose degli altri. Era una specie d'alibi. Gli avventori entrano, non vi trovano il padrone, si lavano, buttano nel navello della pompa l'acqua sudicia e se ne vanno per i loro fatti. Si potrà dire che l'oste è un uomo trascurato, che scontenterà gli avventori e farà degli affari che lo manderanno in malora, ma nessuno avrà diritto di mettere il naso nelle cose sue. La giustizia ha nulla che vedere nelle cose private.

Suonavano le tre ed era desto ancora. Avrebbe fatto monete false per un po' di sonno. Si sentiva svogliato, prostrato, con la patina sulla lingua, col cervello che lavorava a mala pena, ma che lavorava abbastanza per tenerlo sveglio.

Notte infame! Era la prima volta che provava un tormento simile. C'è stato un momento che si credeva per addormentarsi, ma una voce acuta gli è passata per le orecchie come una folata di vento che sibilasse. Gli era sembrato un avvertimento dei suoi poveri morti. Scappa, Andrea, scappa! Era presto detto, scappare. Avrebbe lasciato negli impicci degli innocenti. Povera Angela, l'avrebbe ricompensata bene per le sue tenerezze! Almeno ella dormiva.

«Andrea

«Che c'è?»

«Quanto vi daranno per l'acqua che darete loro?»

«Trecento o quattrocento lire».

«Asino

L'Angela che si era alzata sulle due mani, si lasciò ricadere nel letto e riprese la respirazione greve e rantolosa. Non dormiva, soffriva. Se ne sentiva il singhiozzo mal trattenuto.

«Asino! si diceva Andrea, due volte asino! Non gli pagavano il pianto della moglie. Ci voleva proprio uno scimunito della sua cotta per contentarsi di una somma che lo avrebbe lasciato più straccione di prima».

Era inutile stare in letto a frustare le lenzuola, se non si poteva dormire. Era meglio discendere. In cucina avrebbe trovato un po' di svago. Il letto gli pareva pieno di malefici. Era giorno di bucato e si sarebbe messo ad accendere il fuoco e a preparare la caldaia per l'Angela.

«Dove andate

«Dabbasso».

In cucina c'era buio e un odore di vino infortito. Si sentiva fiacco come se avesse perduto le forze in una notte. Non sapeva più rompere la bracciata di bacche col ginocchio piegato. Non poteva farle in due che a tre o quattro, appoggiandosi, sovente, al muro per non cadere. Accese il fuoco e il primo chiarore gli diede l'impressione di avere del fumo sullo stomaco. Si mise a tossire come se avesse voluto vomitare l'anima.

«La è finita, la è finita per il povero Andrea

I sarmenti bruciavano attorcigliandosi e con dei versi che parevano gemiti di bimbi che morivano strangolati da una mano di ferro. Invece di appendere la caldaia, si abbandonò sulla sedia, colla faccia sbiancata dalla paura, e colle braccia ciondoloni come un uomo affranto. Le grida fumose che uscivano da un grosso legno che le fiamme avevano mal spaccato, gli straziavano il cuore come se fosse stato lui in mezzo alle fiamme. Aveva sete, avrebbe bevuto un sorso di qualche cosa, magari di grappa, ma non sapeva staccarsi dalla scranna. Egli vi era come impiombato.

Gesummaria, che cosa aveva mai fatto! C'era stato in mezzo a guai più gravi di questi, ma non aveva avuto l'agitazione di questa notte. E i carabinieri? Facce maledette che gli apparivano dappertutto. In letto, fuori del letto, in piedi, seduto, dinanzi al fuoco e sull'uscio. Era un presagio cattivo.

«Angela

«Che cosa volete?»

«Venite giù che non mi sento bene. Datemi una goccia di acquavite. Così, ecco che mi è passato. Avevo qualche cosa sullo stomaco. È come se mi fossi scaricato di una pietra. È buona una goccia d'acquavite, quando si sta male. Ah sì, adesso mi sento meglio. Volete che vi attacchi alla catena la caldaia? Lasciate fare che ho riavuto le mie forze».

«No, lasciate fare a chi tocca».

Sull'uscio di casa col naso in aria e colle braccia imbracciate, gli veniva addosso la malinconia. Anche il cielo gli dava l'idea della maledizione. Si rarefaceva il velo cupo che lo copriva e rimaneva un immenso lastrone di latte azzurrato che snervava come in una calda giornata di estate.

Il cielo luminoso è sempre stato di malaugurio. Toglie il coraggio agli uomini che devono lavorare di coltello. Si ricordava bene di Prefaci, il quale aveva voluto tentare un'operazione contro il parere dei vecchi pieni di esperienza. Prefaci e Lodovisi erano stati incaricati di mandare al suo destino il gabellotto Girardi, un birbone che inventava le angherie per tribolare i paesani.

È proprio vero il proverbio che birretti (berretti, contadini) e cappeddi (cappelli, ossia borghesi) nun si jùncinu (non vanno d'accordo). Il cielo della notte era lucido come uno specchio. Al momento di fargli la fattura hanno veduto in lontananza i carabinieri che spuntavano. È stata la lucentezza del cielo che ha mandato tutto a monte e ha lasciato la vita a un uomo degno di peggio. È inutile. Il cielo c'entra. Le persone che devono versare il sangue di un'altra persona hanno bisogno dell'uragano. Negli squarciamenti del cielo un povero diavolo trova la forza e s'anima per fare quello che deve fare. Sono i tuoni, sono i lampi che aiutano. Col cielo dolce vi può tremare il braccio. Senza il baccano che infuria ci si sente indolenti. Lui, a cielo liscio, non saprebbe sgozzare un capretto. Sotto la vôlta di cobalto si trovava come certi soldati che non sanno combattere senza sentirsi animati da un'aria fragorosa, come la carica, per esempio. Suo padre, buon'anima, gli aveva raccontato che i soldati scozzesi non sapevano affrontare il nemico senz'essere spronati dal suono tumultuoso delle zampogne. Tale e quale come lui. I suoi pifferari dovevano essere un cielo lugubre che scatenasse il diavolo a quattro. Allora sì, allora si diventa tigri. Ci si butta sul nemico come bestie feroci. Ah, la tempesta! Con la tempesta si va sul luogo sicuri del proprio coraggio e se ne ritorna senza paura di incontrare la gente che dovrebbe essere a dormire. Invece con questo cielo andranno in galera. Padroni loro.

C'era ancora la speranza che Iddio toccasse loro il cervello in tempo. Ma li conosceva. Erano testardi più di Prefaci, fuori di prigione per un miracolo del Signore. Quando si mettono in testa una cosa non c'è Cristo che possa smuoverli. Si ricordava... Non voleva altri brividi per la pelle. Alla fin fine lui c'entrava e non c'entrava.

Con tanto bisogno di pioggia che smorzasse le campagne abbruciacchiate non si vedeva una nube a pagarla un tarì. Di giorno si rosolava come sullo spiedo. Da due mesi c'era un sole che bruciava più dell'inferno. Se la continuava sarebbero andati tutti arrosto.

«Vengo, vengo!»

Era l'Angela che lo chiamava. Ella aveva l'aria di essere invecchiata di dieci anni. Con in mano il randello col quale affondava la biancheria nella caldaia, guardava le fiamme che si ritiravano e ricomparivano più alte con occhio smarrito.

Andrea si mise a calcare il tabacco nella pipa di terra gialla.

«Ci avete pensato

«A darmi alla macchia

L'Angela ebbe un gesto di disgusto.

«Chi vi parla di macchia

«E allora?»

«Andate via, andate lontano, andate in capo al mondo, ma nascondetevi, non lasciatevi vedere nei dintorni di casa nostra».

«Se ti ascoltassi, starei fresco. Andrei in prigione a vapore. Se non potessi dire dove ho passato la giornata e la sera non ci metterebbero tanto a prendermi per uno di loro. No, no, io sto a casa mia. Noi si fa l'oste e gli osti non vanno a spasso. Se vengono i forestieri bisogna servirli, non c'è che dire. È il nostro mestiere. Non avrai mai udito dire che un oste sia andato in prigione. C'è andato il Fontana Giuseppe di Rosario, bettoliniere di Villabate, ma hanno dovuto lasciarlo andare».

L'Angela La Monica ricacciò il randello nella caldaia per risommergere le camicie e le calze venute all'orlo.

«Voi avete il cranio più duro dei sassi. Quando non si è più soli, bisogna avere un po' più di giudizio. Voi non conoscete il bene che vi si vuole, voi!»

E colla cocca del grembialone cilestre si asciugava i lucciconi che le andavano fino in bocca. Tra un singhiozzo e l'altro lo scongiurava di andarsene via, di lasciarla sola col suo ragazzo e colla sua sorella e di avere pietà di loro che non gli avevano fatto niente di male. Se non sapeva dove andare, poteva mettersi in spalla gli arnesi e andarsene a lavorare in campagna che da un mese non la guardava più nessuno.

«Voi andate, prendetevi del pane e del cacio e andatevene in nome di Dio. Al resto ci si penserà poi. Fate di trovarvi sempre con qualcuno che non sia mal veduto dalla polizia. Se non volete lavorare andate a trovare Tommaso che vi accoglie sempre a braccia aperte. È una famiglia che non ha mai avuto dispiaceri colla giustizia e vi sarà di protezione. Date ascolto una buona volta

«E stasera? Non potrei lavorare la campagna quando è scuro, Angela, senza sollevare il sospetto che io sia ad aiutare la fuga di qualcuno».

«Non ci avevo pensato, non ci avevo. E pure voi non dovete trovarvi in casa. Se si venisse a sapere che sono stati qui voi sareste il primo a trovarvi nella disgrazia. Una volta di nuovo nelle loro mani, vi assicuro io che non vi si lascia più andare. È un pezzo che si hanno gli occhi su voi».

«Se vuoi che mi rovini, starò fuori di casa anche stasera. T'avverto però che ti addossi un bel peso. Se non mi troveranno in casa, diranno che ho lasciato fare a voialtri per dare il colore alla polpetta. Se invece tu lasci fare a chi tocca vedrai che condurrò le cose a buon porto. Tu parli per paura. E la paura è una cattiva consigliera. La paura non mi ha lasciato dormire un quarto d'ora. Taci, ubbidisci e domani saremo qui a mangiare un boccone in santa pace. Non dire nulla né al Bastone né alla Maria. Sarebbe un tirarli in ballo senza sugo. Senti quello che si deve fare. Tu sai che se tutto andrà bene passeranno da casa nostra; su questo non c'è più rimedio. Quello che è stato è stato. Probabilmente avranno bisogno di lavarsi. Ti garantisco che mi fa meno ribrezzo un uomo che ammazza un altro uomo, che un individuo sporco di sangue. Ti dicevo dunque che probabilmente si daranno una lavata in casa nostra. Il nostro dovere è di dare dell'acqua nella conca con un asciugamano a chiunque desideri pulirsi. Bisogna stare attenti alle goccie di sangue. Una sola sarebbe la spia. Entrati che siano non li lasceremo muovere da questo piccolo spazio per non dovere andare attorno con la lucerna a cercare le macchie. Tu vorresti mandarli di sopra. No, cara. Di sopra ci comprometterebbero. Gli avventori coi quali si ha niente da nascondere, non si mandano di sopra. Noi non diamo alloggio che in tempi di temporale. A proposito, quando mi hai chiamato ho veduto passare una filata di gru. Mi sono subito racconsolato. Le gru portano fortuna e dicono pioggia. Ah, se piovesse! Basta, speriamo in Dio. Per precauzione ci sarebbe voluto in casa un tôccone di carne sanguinolenta. Nessuno sa distinguere il sangue di un animale dal sangue di un cristiano. Sia detto tra noi, a voce bassa, non credo che Notarbartolo sia un cristiano. Un cristiano non avrebbe mandato al bagno penale nove persone per far crepare di miseria le loro famiglie. Se ci fosse almeno una gallina da ammazzare in caso di bisogno. Si potrebbe svenare una gallina e poi lasciarla appesa a gocciolare. Ma bisognerebbe rubarla. In casa nostra si è così poveri che si è dovuto vendere anche gli ultimi polli. E chi ruba una gallina è quasi certo di andare in prigione. Un pezzaccio di carne in casa non ci farebbe male. Ci penseremo. Ci penserai. Manda o l'uno o l'altra a comperarla a Palermo. Se non ci servirà a nulla le faremo prendere la bruciatura e ce la mangeremo arrostita. Non dimenticartene, perché è del tempo che non si mangia carne in casa nostra. È dal Natale, se pure l'abbiamo mangiata. Abbiamo avuto un'annata da cane. Se la incomincia ad andar male, si è sicuri che ci vorranno dei mesi a mettersi in carreggiata. Ti ricordi di quando ci siamo sposati? Ce n'è voluto per trovare la via del pane. Non se ne parli altro.

Il guaio più grave è la venuta dei carabinieri. Dopo che uno dei due fa all'amore con la ragazza della padrona del fondo noi si deve stare in guardia. Può darsi che ne sia innamorato, ma potrebbe anche darsi che fosse una finzione per adocchiare, udire, far cantare l'Adele. Non dirle mai niente, per amor di Dio! Oggi verranno di sicuro. Passato il treno, se ne ritorneranno da questa parte e il vicebrigadiere vorrà dare un addio alla sua bella. Io sarò di fuori, come il solito, con la pipa in bocca, a dar la buona sera a chi passa. Tu vedrai che il carabiniere se ne andrà avanti solo e che il vicebrigadiere entrerà nel cortile e passerà dall'altra parte del giardino, dove sarà l'Adele ad aspettarlo. Probabilmente sarà la nostra fortuna. Con un carabiniere in casa nessuno vorrà supporre che noi si abbia la sfrontatezza di ricevere in casa persone che possono aver fatto un colpo simile. Il vicebrigadiere si fermerà con l'Adelina due ore circa. I nostri amici se la spacceranno in pochi minuti e io potrò ridare la buona sera al galante della fanciulla. Oggi andrò alla campagna e mi farò vedere da quante persone potrò trovare. Passerò dal fondo dell'arbitrante Podica, dove ci sono sempre una trentina di villani al lavoro pronti a dir male del diritto di sfrido. Loro dicono che non è giusto che il villano compensi il padrone della perdita della sementa durante la seminagione. Darò loro ragione e passeremo una mezz'oretta di chiacchere che mi servirà di distrazione. Non ho paura, non c'è d'aver paura, ma ho bisogno di sviare il pensiero che ritorna insistentemente sulla stessa cosa. Siamo intesi, io vado. Guarda che sole! Con tanta povera gente che cerca cogli occhi un rovescio d'acqua, ci sono dei raggi che bruciano la pelle. Il sole è la mia persecuzione. Lo odio. Ne abbiamo troppo. Ci vorrebbe un acquazzone di tanto in tanto. Vado. Ti raccomando quello che ho detto. Acqua in bocca su tutto».

La La Monica era rimasta con un cerchio alla testa. Il marito l'aveva confusa con un fiume di parole che diceva niente. Guardava la caldaia con gli occhi spalancati e la bocca aperta. Le pareva di avere sulle pupille una foscaggine sanguigna dalla quale avrebbe voluto liberarsi.

Le storie erano storie. Ella aveva sempre sentito dire che la farina del diavolo finisce in crusca. Il pane condito di sangue non era fatto per la sua gola. Più ci pensava e più si convinceva che il marito aveva indosso il demonio. Ce l'avevano stregato, ce l'avevano. Ella aveva consumato più d'una candela alla Madonna delle Grazie, ma non c'era riuscita. Il diavolo era più forte. Poi, angosciata, si lasciava abbrustolire dalle fiamme senza accorgersene.

«Angela, non vedete che bolle da due ore

Si scosse e la pregò di darle una mano a portare la caldaia nel cortile.

Infilarono la stanga nell'orecchione e la levarono di peso. L'Angela rinculava e la Maria la seguiva, divise dal fumo che andava su fino al soffitto.

Di fuori, le venne in mente la carne.

«Andrai a Palermo, Maria, dal macellaio. Porterai a casa sei libbre di carne. No, non sono troppe. Andrea è un pezzo che non ne mangia e noialtre non ne sappiamo più il sapore. Strada facendo va' alla masseria a salutarmi la Zena e a dirle di venire domani a mangiarne un boccone, sei buona

Tozza, con quarantacinque anni sulle spalle, un po' piegata, era ancora sana e robusta come una quercia di pochi anni. Magra, secca, coi capelli spettinati e abbrustoliti dal sole infocato, con le braccia che parevano randelli coperti di una pelle grinzosa e bronzata, maneggiava e torceva la biancheria lunga e voluminosa senza fatica. La tirava fuori dall'acqua bollente, la tuffava in quella fredda del navello, ve la diguazzava, la riprendeva inzuppata, la torceva con due colpi che la faceva pisciare da tutte le parti e la sbatteva più volte, a due mani, sulla pietra levigata. Poi, con la spazzola di saggina dura, la spazzava dell'ultima sudiceria. La ricacciava nel navello, ve la risciacquava per strizzarla coi contorcimenti fino all'ultima goccia. Così spremuta la buttava attraverso la corda che andava da un capo all'altro del muro, e la distendeva tutta fumosa.

Sbatteva le lenzuola con violenza e si dava della balorda. Non c'era da dar torto a nessuno. Tutte le sue gatte da pelare le aveva prese con le sue mani. Il suo primo uomo era un beone e uno smanaccione che le dava più botte che bocconi di pane. Egli è morto e gli ha perdonato. Non passa dal cimitero senza dire due avemarie per l'anima sua. Il secondo l'ha sempre rispettata e non le ha mai dette le parole offensive dell'altro. È stato forse un male. Con un cagnaccio come il primo, non ci avrebbe fatto caso. Lo avrebbe lasciato andare in prigione senza il menomo sentimento. Andrea le era entrato in core. Lo ha sempre davanti agli occhi, vestito da condannato, quando piangeva senza dirle una parola, mentre erano divisi dal cancellone di ferro e passeggiava dietro loro una guardia con un mazzo di chiavi per sentire quello che dicevano. C'era da morire di dolore più che quando si mette nella cassa la propria madre. Andrea aveva tanti torti ma con lei è stato sempre buono e docile come un agnello. Sono i compagni che lo tirano a perdizione. Se lo avesse ascoltato non ci sarebbe in casa tanta tribolazione.

«Ohe, madre, vi aiuto

«Non vedi che a momenti ho finito».

La madre gli voleva bene perché si vuol sempre bene al primo figlio. Egli era il suo dolore di capo. Un disutilaccio che andava a zonzo con le mani in saccoccia e la pipa in bocca, se il suo secondo padre gli dava un pizzico di tabacco. Faceva il giardiniere e il suo mestiere lo sapeva, se avesse voluto lavorare. Preferiva andare in giro per la campagna come un uccellaccio in cerca di qualche cosa. A venticinque anni non sapeva ancora star in piedi colle sue braccia. Bisognava rattoppargli i vestiti per non lasciargli perdere i gomiti, le ginocchia, e il culo. Era tutto figlio di suo padre. Un infingardo che diceva più bugie che parole. Giurava che andava al lavoro e ritornava a casa a mani vuote. La madre le toccava tacere perché non voleva mettere Andrea contro la sua creatura. Aveva tentato con le buone e con le cattive di tirarlo sulla buona via, sciupando il suo tempo. Si credeva un signore e non c'era modo di fargli voltare indietro le maniche. Quella povera Costanza, se arriverà a sposarlo, dovrà passare del bel tempo. La compiangeva prima di vederli uniti.

«Perché non sei andato a lavorare

«Cambiate l'antifona. È sempre quella, mamma! Non sapete che dirmi di andare a lavorare. Lavorare tutto il giorno, al sole, per pochi centesimi

Le si avvicinò e le disse:

«So tutto, sapete».

«Che cosa sai

«Stanotte ho sentito tutto quello che avete detto. Lasciate fare, non abbiate paura, sto io a vedere».

Andrea non aveva potuto lavorare. Era rimasto sul campo per parecchie ore senza servirsi né della falce, né della zappa, né del tridente. L'ora del passaggio del treno non era ancora in vista e lui era agitato come un ammalato cui fosse venuto il tetano. Subiva dei sussulti che lo impensierivano e lo lasciavano sfatto. Si riaveva e si metteva a correre come un disperato e si arrestava di botto, trafelato, tutto in sudore, con gli occhi stravolti, per riprendere la corsa e andare a sedere al margine della strada, vicino al ponte senza sponde, a cavalcione di un torrentello asciutto, dove aspettava che passasse qualcuno per discorrere e farsi passare la febbre che aveva indosso. Carlo Bosco, il mezzaiuolo che s'era fatto su la sua casetta col furto delle bestie, era riuscito a metterlo di buon umore con quattro chiacchere su la giustizia di questo mondo. Egli se l'era sempre cavata con l'umirtà.

«Credetelo che si ottiene di cchiu cu l'umirtà ca cu la priputenza».

Sì, sì, Andrea lo sapeva bene dove si andava a finire coll'umiltà. Si andava sotto i piedi dei prepotenti e si finiva col rimanervi schiacciati. Lui era frusto come un canterano e a certe cose non doveva più pensare. Ma sapeva colla esperienza che non c'era che l'umirtà del coltello che faceva rispettare. Vecchio come era gli venivano ancora le formiche alle mani. Si buttava sul ventre come per premersi e parlava boccone dicendo che l'umirtà poteva darla da mangiare ai porci. Ah, sì, l'umirtà l'aveva conosciuta, lui!

«Come state, mastro Andrea

Si metteva sulle coscie.

«Come volete che stia, Giovanna. Si sta come Dio vuole. E Samuele, sta bene? È un anno che non lo vedo. Ditegli di farsi vedere al mio fondaco, quando passa. Non siamo nemici, mi pare

Quando Andrea s'incontrava colla moglie di Prefaci, gli ritornava il coraggio. Quelle quattro ossa in piedi erano gli avanzi di una donna come non ce ne sono più tra le giovani. Sentendola parlare, rivedeva Giovanna Sterzi vestita da uomo, col cappello sulla montagna dei suoi capelli color stoppa, coi due revolver nella cintura e il fucile sulla spalla. Ai tempi di Leone era bella e fresca come un garofano. Aveva gli occhi dell'acqua del mare e la carne della faccia soda e brunetta della montagnarda. La gente aveva paura di Giovanna perché s'era sparsa la voce che era lei che recideva le orecchie, tagliava il naso e piantava gli spilli nella lingua dei ricattati che non volevano pagare la taglia. Ma erano fandonie. Antonino Leone non era crudele. Aveva dovuto spargere del sangue per la propria salvezza. Ce ne fossero stati degli uomini come lui! Trattava i suoi ostaggi assai meglio del Capraro.

«Vi ricordate, Giovanna, di quando portavate i nostri abiti

Altro che se se li ricordava. Una brigantessa con indosso le sottane sarebbe stata presa in meno di due giorni. I carabinieri non avrebbero avuto che da domandare ai passanti se avevano veduto degli uomini con una donna per mettersi alle calcagna della banda. C'erano poi momenti scabrosi in cui bisognava scappare a gambe levate, inginocchiarsi in qualche macchia, far fuoco fin che si poteva, passare attraverso fratte come tanti cervi e discendere, tra mezzo ai sassi, in una spelonca per risalire sulle alture dell'altra parte lungo sentieri larghi appena per le capre in fila. Sì, si ricordava di Leone per odiarlo. L'aveva ingannata per un'altra, per la biondona Citazza, che perdeva fianchi dappertutto. La Giovanna l'avrebbe ammazzato se fosse stata sicura della sua infedeltà. Ma non lo seppe che quando aveva sposato Prefaci.

«Addio, salutatemelo e ditegli che lo aspetto al fondaco».

Alle quattro, Andrea, era di ritorno, vicino alla sua vecchia, più contento che alla campagna, dove passava quasi mai nessuno. L'aria aperta gli aveva ridato il vecchio appetito.

«Ho fame, sai».

E si mise a mangiare del pane, affettandolo col suo coltello a serramanico, accompagnando ogni boccone con un boccone di formaggio.

«Dammi un bicchierotto di vino che mi è venuto sete».

«Non dimenticarti che Bastone sa tutto, sai

«E chi glielo ha detto

«Ci ha sentiti stanotte».

«Digli che venga dal suo patrigno».

«Che volete?»

«Ricordati che la virità si dici a lu confissuri! Tu hai capito, hai!

«Ho capito

«Vattene

La notte era calata. Era una notte che somigliava assai a un mattino lattiginoso. La luna diffondeva la sua luce biancastra dappertutto. Si sarebbe veduto un punto nero in fondo a dodici chilometri, se ci fosse stato il livello del suolo uguale. Andrea era sul montone di ghiaia col cuore che voleva sfondargli lo stomaco. Aveva già sentito il fischio o gli pareva di averlo udito strisciare per l'aria come un attorcigliamento di voci di morenti. La supposizione gli aveva fatto passare per la pelle della schiena un'aria fredda e gli aveva messa dinanzi agli occhi la figura spettrale di Notarbartolo che si lasciava accoltellare senza difendersi. Il suo sguardo andava lontano, frugando nelle macchie nere, elevandosi sui promontori, e buttandosi piatto, a terra, in cerca di ombre, in cerca di piedi, in cerca di qualcuno ch'egli aspettava trepidante. Tendeva l'orecchio trattenendosi il respiro. L'eco falsa della ghiaia, che rumoreggiava come sotto i passi di corpi pesanti, gli portava il gelo ai polsi e alla nuca. Corto, con la faccia lunga, con le mascelle grosse, si levava su tutta la persona e si protendeva col collo come se avesse voluto raccogliere con una occhiata tutto ciò che avveniva nello spazio immenso che lo circondava. Questi su e giù dell'udito e dell'occhio lo prostravano e lo annichilivano. A un certo punto vide due ombre che passavano per il largo del bianco lunare, scomparivano e ricomparivano più sbiadite e si disperdevano dove la luce era più chiara. Non capiva chi potevano essere. A volte subiva l'impressione che andassero a corsa e a volte gli sembravano due buontemponi che andavano via per diporto. La loro scomparsa lo aveva lasciato più inquieto. Temeva di trovarsele alle spalle quando non sarebbe stato più in tempo di assumere un atteggiamento più tranquillo.

Non sapeva bene le ore, ma tutto gli diceva che il treno se non era già passato doveva essere per passare. Si curvava, si drizzava in piedi, si allungava verso tutti i punti, senza vedere anima viva. E tuttavia ci doveva essere in giro qualcuno. Perché il suo udito che gli aveva sempre servito bene, sentiva dei piedi che saltavan da una parte e dall'altra, ora colla mollezza del gatto e ora collo strepito dei piedi che affondavano nella sabbia secca. Non c'era più dubbio. Ne aveva sentito l'ansamcnto delle persone trafelate. A mano a mano che i rumori gli divenivano più distinti, si piegava su sé stesso come per perdersi nella ghiaia.

«Buona sera, Andrea».

Sarebbe andato sulle ginocchia se non vi fosse già stato. La buona sera gli fece l'effetto di un fulmine a ciel sereno o di una fucilata che rasenti l'orecchio. Non seppe alzarsi che tirandosi su i calzoni come uno che voleva far credere che stesse facendo le cose sue. La luminosità argentea impediva di vedere che la sua faccia grigia era diventata cadaverica.

Uno dei due carabinieri tirò innanzi per la strada lungo il dorso del fondaco e l'altro, il vicebrigadiere, entrò nell'osteria dandogli un'altra volta la buona sera.

«Buona sera, brigadiere».

Rimase senza fiato. Lo sbigottimento lo aveva obbligato ad elevarlo di grado e a dargli la buona sera balbettando e tremando come una foglia. Pronunciò un gesummaria! per i suoi poveri morti palpandosi e strofinandosi la testa con le due mani per ridarle il calore che aveva perduto. In un minuto aveva vissuto un secolo. La paura lo aveva sbiancato e il tremore della bocca floscia gli faceva sbattere i pochi denti che gli erano rimasti. Dunque non era avvenuto nulla? I carabinieri, che si separavano e andavano pacificamente a corteggiare le ragazze, dicevano sicuramente che il treno era passato senza che alcuno avesse avvertito qualche cosa di nuovo. Il vicebrigadiere in casa, in un momento così spaventoso, non gli dava il minimo pensiero, quantunque avrebbe preferito che non ci fosse stato. Andrea sapeva che il vicebrigadiere aveva l'abitudine di starsene di sopra colla sua bella un'ora o due e di andarsene alla sordina, dall'altra parte del cancello che mette in casa della padrona. La sua presenza era forse una protezione.

E gli altri? Che cosa era avvenuto di loro? Loro devono essere discesi qualche minuto secondo prima di giungere alla stazione di San Nicola e devono aver preso la via dei campi, per avviarsi attraverso gli alberi alla volta del fondaco, evitando i carabinieri lungo la via carrozzabile e i passeggieri che avrebbero potuto discendere. Teneva fissi gli occhi verso la loro direzione senza vedere ombre. Forse il colpo era andato fallito. Se degli altri sono entrati nello scompartimento del Notarbartolo, vuol dire che il diavolo ci ha messo la coda. E intanto che ragionava, faceva lavorare i suoi occhi torbidi, i quali percorrevano il tratto in tutta la lunghezza e la larghezza senza scorgere anima viva. Ci fu un momento in cui era deciso di abbandonare il suo luogo di vedetta, persuaso che i due aspettati erano stati ostacolati da qualche accidente. Stava per discendere nel momento in cui sbucarono dal fondo nero in lontananza due mantelli nerissimi che il vento scompigliava. Tanto più accorciavano lo spazio che li divideva, quanto più egli si convinceva che erano loro. Uno era più alto dell'altro. Ciò che lo lasciava in dubbio era il cappello di uno di loro. Egli sapeva che tutti e due dovevano avere in testa un berretto rotondo di colore nero. Voleva dar loro la zuffolata che erano attesi, ma non si arrischiò per paura di tirare in scena il carabiniere di sopra a fare all'amore. L'accordo era che se a un dato punto non avessero udito il fischio, si sarebbero appiattati dietro i tre cerri dai larghi fianchi e avrebbero aspettato dieci minuti, trascorsi i quali si sarebbero salvati cercando un luogo più sicuro. Li seguiva in tutti i loro movimenti.

«Ecco che sostano. Sono loro. Cercano gli alberi. Si curvano, non ci sono più. Mi aspettano».

Si voltò e si trovò a faccia a faccia col figliastro.

«Che cosa facevi, razza di cane

«Andate in casa che vado io ad avvertirli di venire innanzi».

Bastone, senza aspettare l'imperativo del padre, si tirò la giacca sul davanti e si mise a correre come una lepre inseguita dai cacciatori. In un batter d'occhio egli fu dietro gli alberi e colla stessa velocità fu di ritorno, lasciandoli venire da soli.

Misero la testa nel vano dell'entrata.

«Entrate».

Bastone era uscito nel cortile che mette nel giardino per tener d'occhio il vicebrigadiere, al quale poteva venir il ghiribizzo di ripassare dall'osteria; la zia si era messa all'entrata del fondaco per impedire la sorpresa e la La Monica e Andrea rimasero in casa cogli assassini.

«Parlate sottovoce perché c'è sempre il vicebrigadiere colla fanciulla che sapete».

I due malfattori si tolsero il mantello.

«Santa Madonna, che spavento! disse l'Angela».

«Fate presto, dateci dell'acqua, tant'acqua e uno specchio, che dobbiamo averne fin nei capelli. Avevano chiazze larghe di sangue scarlatto sulle giacche, sui calzoni, sulle scarpe. Le loro facce erano piene di capocchie rosse che li rendevano irriconoscibili».

Mentre i due arrivati si toglievano la giacca e il panciotto, la La Monica riempiva col secchio i due catini di zinco e Andrea traduceva l'orrore agitando le mani giunte, di vederli in quella guisa».

«Santo ciclo, come siete pieni di sangue

«Ci è toccato fare il macellaio, disse il più alto, mostrando le mani coperte di sangue rappreso».

«Dateci un bicchiere di quello buono, ché ce lo siamo guadagnato, aggiunse il bassotto».

Andrea insisteva con delle domande.

«Ci deve essere stata una lotta tremenda

«Il vecchio non voleva morire ad ogni costo. A ogni coltellata il maledetto faceva versi da dannato, rialzandosi colla brutalità della iena ferita. Ci avrebbe fatto a pezzi, se avesse potuto».

«La nostra fortuna sono stati i guanti. Coi guanti allacciati con due bottoni gli è stato impossibile di dar mano alla carabina, di prenderci per il collo, di agguantarci le mani. Egli era come ammanettato. Quando il commendatore tentava sbottonarsele, lo facevamo smettere a colpi di punta».

«Da bere, perdio, che abbiamo sete

«C'è voluto tutto il nostro coraggio per andare fino alla fine».

«Ci siamo andati? Nel momento in cui gli diedi la spinta che lo mandò fino quasi al murello del ponte Curreri, mi parve che aprisse gli occhi. Li ha aperti, te lo assicuro. Li vedo ancora spalancati e circondati di sangue».

«Vecchia, cambiaci l'acqua che è tutta rossa».

«Ci sarebbe voluto dell'acqua calda. Sembrano croste sulla pelle. Non vogliono andar via che spellandomi».

«Ce n'è una caldaia, d'acqua bollente, se la volete, disse l'Angela

«Datemela che sono macchie che vogliono essere raschiate

Bastone entrò in punta di piedi e soffiò in una delle due lucerne.

«Zitto che se ne va adesso».

«Chi?»

Il vicebrigadiere».

«Crepi

«Crepi pure, ma se si voltasse indietro con due lumi accesi potrebbe accorgersi che c'è illuminazione, stasera».

Il più alto gli calcò la mano sulla spalla.

«Ricordati che se tu dici una parola ti taglio la gola. Domanda al tuo patrigno se sono uomo di parola».

Bastone fece segno che le sue orecchie sono la tomba di quello che ascoltano. Non restituiscono più nulla.

«Che cosa faceste della cartucciera e del fucile

«A te che cosa importa? Non pensarci, ci penserò io».

«È mancato poco, disse Andrea al più alto, che il tuo cappello non mi facesse scappare in casa».

«Taci che mi ha fatto passare un brutto quarto d'ora. Il mio berretto, nell'arrabattarmi, era caduto su Notarbartolo, insudiciandosi tutto di sangue. Non potevo mettermelo in testa senza farmi arrestare e non potevo andarmene a capo scoperto senza pericolo di farmi notare da qualche persona colla quale avrei potuto imbattermi. Non ho avuto altra alternativa che prendermi quello di Notarbartolo. Avrei potuto essere scambiato per il commendatore e questo, personalmente, mi avrebbe giovato. Tirati indietro, Andrea, che lo butto sul fuoco».

«Sei matto? È buono ancora, sai».

«Per mandarti in galera. Non bisogna mai tener nulla della persona scomparsa».

Bastone avrebbe voluto salvarlo dalle fiamme.

L'uomo alto gli sgranò gli occhi e gliene tolse il desiderio.

«Adesso dobbiamo sagrificare anche gli abiti. Ce ne saranno degli altri, non è vero Filippella? Angela, butta sul fuoco della legna che distruggerà più presto. Gli abiti sporcati in questo modo si devono distruggere, se si vuol dormire tranquilli. Tu, Andrea, ci presterai i tuoi, anche se stracciati. Tanto non ci devono servire che per questa notte. Ci andranno bene, non avere paura. Prendi la mia giacca e mettila nelle fiamme. Aspetta, accidenti, che ho delle cose nelle tasche. Le vuoto io, lascia fare. Angela, dammi un asciugamano. Grazie. Vuota i catini e dacci dell'altra acqua, ché c'è n'è ancora del sangue da sgrommare. Se ho paura? Domandalo a Filippella. C'è sempre paura. Si possono usare tutte le precauzioni, per esempio, e essere veduti. Stavolta ho avuto paura che una testa fosse allo sportello al momento che cadeva il commendatore. Può darsi, come dici tu, Filippella, che io abbia straveduto

«Io invece, disse Filippella, se ho paura di qualcuno, ho paura di una testa di carabiniere. Dal berretto doveva essere un graduato. Avrò straveduto anch'io. Ma nel discendere, mentre le ruote del treno cigolavano e strisciavano per il freno poderoso, mi pare di avere visto gli occhi della testa che adocchiassero maravigliati! Ma, fortunatamente, scesero dall'altra parte».

«L'importante è che nessuno ci abbia riconosciuti. E di questo, mi pare, siamo sicuri».

«Lo spero».

«Lo voglio! Lava bene il navello, Angela, dell'acqua bollente. Versacene molta. Te la pagherò, ma non mandarmi in galera per un secchio d'acqua, se ami il tuo Dio! E i calzoni? Al rogo! Una volta consumati dalla fiammata si è più tranquilli. Il sangue degli abiti, anche se vi passate sopra il sapone cento volte, non esce mai abbastanza per il chimico. Non c'è dunque che raccomandarci al fuoco. Dio santo, guardate, ne sono piene anche le calze. Non importa se non avete da cambiarcele. Datemi un po' di tela usata che ci faremo delle pezze per i piedi come i soldati. Bisogna lavarsi i piedi, sai, Filippclla. Tu non ne sei abituato, ma ora ci va della tua vita. Mettitili nel catino e frega bene che è un sangue questo del commendatore viscoso, che non se ne va dalla pelle che con dei fregamenti infiniti. Volete un mio consiglio? Quando abbiamo finito, bruciateli, che non avrete più odori in casa che attirino il levriere della polizia. Questo incomincio a metterlo io sul fuoco. Io vi voglio bene. È meglio che abbiate qualche asciugamano di meno nel cassettone e qualche scudo di più in scarsella per comprarveli. Tenetevelo a mente che son quelli che vogliono troppo bene alla roba che vanno in quel luogo. Il Giaccone è in prigione per una correggia colla fibbia d'oro. Tu, Bastone, brucia anche le nostre calze. Bada che ti sto attento, sai».

«Con un falò simile daremo fuoco anche alla bicocca

«Ohe, me n'ero scordato. Nicola, vai un po' di fuori a dare un'occhiata se si vede troppo fumo del camino e se si vede a uscire infuocato. Ci potrebbe essere dintorno qualche finto babbeo per sapere che cosa succede. Metti su anche i fazzoletti da naso. Ne sono incatramati. Non mi è mai avvenuto di spargere tanto sangue per un uomo solo. Si direbbe che abbiamo sventrato un toro. Ne abbiamo un po' su tutto. Aspetta, Andrea, a buttarli sulle fiamme di sapere se ci sono i barbagli nel fumo».

«C'è una striscia di fumo nero che pare un pennacchio lungo nel chiaro della luna che si dissolve in alto. Nei dintorni non c'è faccia di vivo».

«Bravo, mettiamo su anche loro. Avrei avuto bisogno di tre fazzoletti. Mi sentivo le dita impegolate e più di una volta ho avuto paura che mi scappasse il trinciante. Se non avete due camicie faremo senza. Anzi, farete bene a non darcele. Ci possono essere le vostre iniziali o si potrebbe, col confronto di altre, verificare che la cucitura è della stessa mano, della stessa vostra mano. La biancheria è la cosa più pericolosa, dopo i cappelli. Il cappello conserva sempre cosa alla quale voi non avete pensato. Il cappello è fatto apposta per mettervi sulla pista gli agenti con un certo fiuto. Mi piacerebbe essere a Palermo. Sono sicuro che la notizia della sua morte è già diffusa. Ci sarà stato qualcuno dei suoi alla stazione ad aspettarlo, lo si sarà cercato in tutti i vagoni, e si starà telegrafando a tutte le stazioni lungo la linea percorsa. Noi non abbiamo tempo da perdere. Fate fuoco e fate che consumi tutto, tutto. Che non rimanga nulla. Ne va della nostra vita. Si potrebbe venire in casa vostra a fiutare. Non appena ce ne saremo andati, aprite le finestre, asciugate bene il suolo con della sabbia, spegnete il fuoco colla cenere o con della sabbia. Risparmiategli l'acqua. L'acqua direbbe che l'avete spento in fretta. Il fucile e la cartucciera sono impicci. Ma dobbiamo portarceli via. Ah, se avessimo potuto gettarli al di del ponte! Tutti i nostri sforzi sono riusciti vani. Nella spinta ho creduto di superare me stesso. E anche tu, Filippella, mi hai secondato bene. Ma il cadavere sembrava di piombo. Non ha voluto andare più in alto. Esso è andato a dare della testa sul murello e vi è rimasto come un sacco di sugna. È un signore che ci ha dato tutte le pene. Non ha voluto morire che puntato da tutte le parti. Le punte delle nostre armi da taglio sembravano smussate. Ci ha imbrattati di sangue come animali. E non ha voluto superare il murello per rimanere in terra a chiamar gente. Se fosse caduto nel torrente, forse nessuno lo avrebbe più rinvenuto. Sarebbe andato in mare e il pescecane o il pescespada ce lo avrebbe divorato. Iddio non volle essere dalla nostra. Non abbiamo che un'ora da stare sottosopra. Dopo non ci saranno più apprensioni. Quello che è stato è stato. Cercheranno e cercheranno sempre inutilmente. Non ci sarebbe che una spia che potrebbe consegnarci alla giustizia. E la spia, prima che parli, proverà i colpi del nostro coltello. A proposito, ecco qua che mi dimenticavo una cosa importante. Di bruciare anche questo portafoglio. È bello, mi piacerebbe, ma non mi fa gola. Ne tiro fuori i denari perché questi non hanno nome... Adagio, i banchieri tengono nota dei numeri dei loro biglietti. Ma questi non erano suoi. Glieli ha dati il curatolo. Eccone il conto. Posso dunque darli a te, Andrea, che ti faranno bene. Mettili sotto i mattoni o nel muro fino a quando non si parlerà più di Notarbartolo. È forse una precauzione inutile, ma te la consiglio, se non sei proprio disperato come Giobbe. Sono più di quattrocento lire. Ne sei contento? Noi non ci teniamo un centesimo di quello che aveva indosso. È roba vostra, buon prò vi faccia. Sei pronto, Filippella? Non c'è tempo da sciupare. I carabinieri potrebbero già essere alla nostra ricerca. Avvolgiti bene, annerisciti la faccia per cambiarti i connotati... Aspetta. Se ci pigliassero con dei neri sulla faccia, direbbero subito che volevamo nasconderci. Meglio arrischiare di essere presi, così come siamo, e negare, negare sempre. Non c'è che il testimonio oculare o la prova palmare che possa fare condannare chi tace. E noi, grazie a Dio, abbiamo fatte le cose senza importuni e senza lasciare indizi del nostro passaggio».

«E le macchie di sangue nel vagone? domandò Filippella, grattandosi l'orecchio».

«Certo le troveranno, se i nostri amici non saranno riusciti a farle scomparire. Le macchie rivelano che un uomo è stato ucciso; non rivelano il nome degli uccisori».

«Daranno qualche fastidio al conduttore».

«Può darsi. Ma il conduttore ha nulla da temere. Egli non può essere in tutti i vagoni».

La La Monica continuava a guardare Filippella.

«Scusate, gli domandò sommessamente, perché lo avete ammazzato

Egli rimase colpito da una interrogazione che non gli era mai passata per la mente. Le rispose con una spallata.

«Domandatelo a lui, perché lo abbiamo ammazzato




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