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Qui, mi disse il barone Listulla, incomincia il mio feudo».
«Guardate l'orologio», aggiunse
il marchese di Cadi colla sua voce carezzevole.
«Sono le sette, risposi».
«Noi non giungeremo al Casamento
che fra qualche ora. Dico bene, barone?»
«Dite benissimo, se non
lascieremo addormentare i cavalli».
Il marchese spronò il suo e
raggiunse il capo dei campieri, un bell'uomo dalla céra rubiconda e sbarbata,
vestito di velluto di seta, con una graziosa camicia di flanella bianca solcata
di piselli verdi, sulla quale spiccava una cravattuccia a nodo fatto, color
solferino pallido, giù a piombo lungo il listone dello sparato. L'anello grosso
colla larga pietra violacea e il cappello di feltro nero che lo difendeva dal
sole gli davano un'aria di grande signore. Gli altri campieri che ci stavano
intorno come una corona, sbarbati anch'essi, avevano in testa una berretta
rotonda cenerognola e indossavano una giacca e un paio di calzoni rasente le
gambe di tela greggia. Cingevano ai fianchi una fascia verde, i cui fiocchi
svolazzavano tutte le volte che la comitiva si metteva a trottare.
Noi eravamo armati di piccoli
revolvers che tenevamo nel taschino del panciotto e loro di doppiette, carabine
corte a due canne che si lasciano maneggiare e puntare anche da un ragazzo. Il
loro tiro a settecento passi è sicurissimo.
«Non uno dei miei campieri,
disse il barone, lascierebbe in piede un uomo che ci desse fastidio».
«Che peccato, barone, che i
terreni dei latifondi rimangano spopolati. Si è come in un deserto. Si va, si
va e si continua andare senza trovare mai né un albero, né una casa. Da noi è
il contrario. Le nostre campagne sono affollate degli uni e delle altre. Si è
sicuri di bere un sorso d'acqua fresca ad ogni tiro di schioppo».
«L'acqua è forse la ragione
dello spopolamento. Non piove mai, mai, mai! Date un'occhiata a tutti questi
prati arsicci. Siamo condannati a una siccità che ci mette sete, ci distrugge
il raccolto e ci converte i ruscelli in stagni pestilenziali, in pozzanghere
dalle quali vaporano miasmi che producono la malaria micidiale e rendono
inabitabili il suolo più ubertoso d'Italia. Perché il nostro suolo è fertile,
fruttifero, è pieno di risorse. L'aratro non ha che da sfiorarlo o da
scorticarlo per vederlo fiorire. Ma l'acqua? Ah, se noi avessimo l'acqua!
Invece le acque impaludate sono la maledizione dell'agricoltura siciliana e la
miseria dei nostri contadini».
«Coi potenti mezzi idraulici
d'oggi non dovrebbe essere difficile, barone, di bonificare le zone paludose e
di irrigare con dei serbatoi artificiali i terreni martoriati dall'arsura. Non
ci sarebbe che di canalizzare i fiumi e i corsi d'acqua esistenti per vedere i
campi biondeggiare di spighe».
«Ci vorrebbero dei denari, caro
signore. Domandatelo al marchese: non è vero, marchese? domandò il barone a
voce alta. Non è vero che la ricchezza dell'Isola se ne va tutta in tante
imposte?»
Il marchese lasciò cadere la
testa sul petto.
Mi arrischiai a dire che il
governo avrebbe dovuto interessarsene e iniziare lui stesso l'irrigazione coi
serbatoi. Lo Stato c'è e ci dovrebbe essere per qualche cosa. Dove la
popolazione è impotente, lo Stato deve intervenire colla coltura e coi
capitali. Non le pare, barone?
«Non mi parli del governo, se
non vuol vedermi andare in furia. Una volta ero statolatro e mi sono
bisticciato col marchese che non lo era».
«Scusate, barone. Mi avrete frainteso.
Io non sono mai stato anarchico. Mi sono dichiarato nemico del governo italiano
perché è composto di gente inetta, di presuntuosi e di imbecilli. Ma sono uno
dei più grandi entusiasti della macchina legislativa. Per me, il governo, non
dovrebbe essere che l'esecutore della volontà della Camera o dei due rami del
Parlamento».
«Come, come, disse il barone con
un sorriso maligno. Voi radicale, voi autonomista, siete ancora al Parlamento
bicamerale?»
«E perché no, quando il Senato
fosse eletto dallo scrutinio di lista, come in Francia, per esempio, o dagli
elettori che eleggono i deputati, come nel Belgio? In certi casi la seconda
Camera può essere un freno alle impetuosità della prima».
«Caro marchese, voi fate ancora
delle riverenze alle istituzioni venerabili. Accettando il freno di una seconda
Camera, voi distruggete la sovranità della prima. Poche centinaia di teste
canute e piene di pregiudizi potranno domani mettersi in conflitto col popolo e
respingere i lavori legislativi dci suoi rappresentanti. Io che sono
autonomista come voi, desidero, per la nostra Isola, un'Assemblea nazionale.
Null'altro».
«Cromwell, dopo avere distrutta
la Camera Alta, ha dovuto rifarla».
«E sapete perché? Per umiliare
l'aristocrazia, mandando a sedere al posto dei legislatori ereditari e a vita
dei lattai, dei calzolai e dei sarti. Ve ne mandò sessanta, lo so bene.
Sentite, se si facesse sosta? Non vi nascondo che ho un po' d'appetito. Ho
l'abitudine di alzarmi e di mettermi a tavola a divorare due uova al lardo sul
pane tosto, inaffiate da due o tre tazze di tè indiano. Questa mattina era
troppo presto e ho dovuto contentarmi di una tazza di caffè. Licata, fermati e
facci portare i cestelli della colazione. Badate, disse il barone scendendo,
che non ci sono che dei sandwiches per tenerci insieme l'anima e il corpo, fino
a quando saremo alla Masseria, e del cognac tre stelle, del whisky scozzese per
il marchese e della grappa per i campieri e anche per noi se ne vorremo».
I campieri in un attimo furono
in terra. Due di loro presero le briglie delle cavalcature e gli altri, in un
batter d'occhio, spiegarono una tovaglia, vi misero in giro tre tovaglioli e
tre bicchieri di argento e un vassoio di sandwiches.
«E per voialtri, campieri, che
cosa vi siete portati?»
Licata, con una serietà poco
adatta alla sua faccia gioconda, rispose per tutti.
«Voscienza non si disturbi per
noi. Noi abbiamo del pane, del cacio e del marsala di Florio».
«Cacio! disse il barone
mettendosi in bocca un panino ripieno. La mia bocca non può mangiare cacio
siciliano. Sente sempre della ricotta dei pastori delle montagne
madoniane e del mistrettese. In Sicilia l'industria dei formaggi è quasi
sconosciuta e dove è conosciuta è primitiva. Noi avremmo bisogno di scuole
tecniche che insegnassero alla nostra popolazione rurale, come si insegna nelle
province di Belluno e del Friuli. Immaginatevi che nella patria del latifondo
non si fa burro! In nessun angolo delle abitazioni dei contadini vedete mai la
zangola dei vecchi contadini delle regioni alpine, del Piemonte e della
Lombardia. Al nostro formaggio preferisco lo stracchino di Gorgonzola e il
famoso parmigiano delle montuosità reggiane».
«I miei complimenti, barone; in
questo momento avete l'aria di un direttore di una grande latteria sociale».
«Vi confesso che anni sono mi è
venuto il ticchio di impadronirmi di tutto il latte dell'isola, del latte di
vacca, del latte di capra, del latte di pecora, con una specie di sindacato».
«Volevate farne un monopolio?»
«Precisamente. Fino a quando De
Felice e gli altri capi fascisti come il Barbato e il Bosco non ci condurranno
in piena utopia, io crederò sempre nella grande compagnia che uccide la
concorrenza. Io sono stato negli Stati Uniti d'America e ho studiato
intimamente i trusts. Non sono della cooperazione. Ah, no! Gli americani
non sono adoratori dei pionieri di Rochdale. La cooperazione è più taccagna e
meno intelligente. Mentre la grande compagnia non solo sopprime i concorrenti,
ma protegge il pubblico. Voi, ridete, marchese. Me ne duole per voi».
«Fino al Socialismo, caro
barone, la concorrenza è la sola protezione che rimanga per il pubblico.
Senz'essa verrebbe divorato».
«Andate in America come ho fatto
io e ritornerete un trust-maker. Prendiamo un minerale qualunque.
Prendiamo l'antracite della Pensilvania. Prima dei trusts c'erano
ottantadue compagnie sopra un'estensione antracitifera di trecento mila acri.
C'erano ottantadue direttori che sprecavano l'intelligenza a contendersi i
compratori col buonmercato».
«Il compratore non tende che a
questo».
«Aspettate. Licata, versati e
versami due dita di cognac Martello. A te e a me piace. E voi, Luraschi, che
cosa fate, non bevete? Offri del whisky al marchese. Non abbiate paura, è dello
scozzese stravecchio.
Dicevo? Si parlava di antracite.
Con ottantadue compagnie, una operazione che poteva essere compiuta, diciamo,
da novanta persone, esigeva un personale moltiplicato per ottantadue. Voi
vedete subito che questa spesa enorme doveva pesare sul compratore, come
vedete, senza sforzi mentali, lo sciupio che la popolazione degli Stati Uniti
faceva dell'energia umana. Il trust ha spazzato via tutte le piovre
della concorrenza, ha migliorata e regolata l'estrazione ai bisogni del regno,
ha elevato la condizione degli operai con un aumento di salari e un lavoro
costante per gli addetti, e ha protetto il pubblico contentandosi di un
profitto poco variabile e ridotto ai minimi termini. C'è una moralità nel trust
che troverete difficilmente nella cooperazione, la quale è taccagna come i suoi
rappresentanti entrati nella vita industriale e commerciale coi risparmi
individuali collettivizzati. La mente del cooperatore è gretta come quella del
bottegaio comune. Pensa ai dividendi come quest'ultimo pensa ai guadagni
quotidiani.
Lu viddanu fatto
riccu
Nun cunusci né parenti
né amicu.
«Sì, accetto uno dei vostri
sigari, marchese, perché so che sono eccellenti. E voi, Luraschi, volete dare
la preferenza a uno dei miei?»
«Grazie, barone».
«Io e il povero commendatore
Notarbartolo, quando era direttore del Banco di Sicilia, ci siamo occupati
sovente delle nostre solfare, le quali, riunite in un trust,
quintuplicherebbero la produzione e i guadagni, distruggerebbero la schiavitù
dei carusi — la vergogna siciliana — e darebbero ai picconieri una esistenza
migliore e più confacente alle esigenze della vita moderna. Non credete,
marchese?»
«In questo sono con voi, barone.
Ci ho pensato più di una volta anch'io, a una specie di sindacato che mettesse
assieme gli interessi di tutti i proprietari o di tutti i padroni con dei magazzini
generali. Ma poi mi sono detto che il mio era un sogno come quello del povero
Owen, il quale credeva di indurre la borghesia rapace a sottomettersi ai suoi stores
del suo national equitable exchange. Mi sarebbero mancati gli ingenti
capitali necessarii e il mio edificio mi sarebbe venuto sulla testa».
«Voi avete un debole per la
cooperazione, si vede. Io sono più pratico: io sono per il trust, più
forte e più razionale. Il trust delle solfare sarebbe una diffusione di
prosperità in tutta l'Isola».
Caro barone, mi diceva
Notarbartolo, noi navighiamo in piena utopia. Dove possiamo trovare i capitali
per riorganizzare una produzione che dà ora 40 milioni di lire all'anno e che
col vostro trust ne potrebbe dare più di cento? Voi sapete che al Banco
di Napoli io sono combattuto da molti consiglieri, i quali mi chiamerebbero la
rovina del Banco se proponessi di concorrervi anche con poche centinaia di
migliaia di lire. La vostra idea è bella, è buona, è utile, ma inattuabile. È
di quelle che non si sviluppano senza il concorso governativo. E il governo non
ci darà mai i trecento milioni che ci abbisognerebbero.
«Il Governo! disse con sarcasmo
il marchese. Il governo, sapete che cosa sarebbe capace di fare per aiutare il
vostro trust? Di caricarvi l'industria con qualche nuova tassa. Lo
conosco il nostro governo!»
«Divido, marchese, il vostro
disprezzo per il governo nazionale. Non ha fantasia che per le tasse.
L'industria dello zolfo ne è sotto, schiacciata. Ha sullo stomaco la tassa
fondiaria, la ricchezza mobile, la tassa di registro e di bollo, la tassa
camerale e altre tasse che non ricordo».
«Dimenticate, barone, il dazio
di esportazione di undici lire la tonnellata! La tonnellata di zolfo ha un
valore lordo, alla buca della zolfara, di circa quaranta lire. Il ladrone
nazionale, senza far nulla, senza pensare a nulla, incarica un agente di
portarne via undici! E poi andate a dire, diss'egli cogli occhi verso Luraschi,
che in Sicilia ci sono dei briganti!»
«I cavalli incominciano a
scalpicciare e sarà bene rimetterci in cammino».
«E voi non credete, barone, che
se tutti i proprietari di miniere si mettessero d'accordo, non riuscirebbero al
vostro ideale del trust?»
«I conti sono presto fatti. Essi
sono circa seicento. Supponete che ciascuno di loro potesse concorrere, per la
costituzione di questa specie di consorzio generale, con trenta mila lire.
Parecchi di loro, per non dire la maggioranza, sono obbligati a vendere agli
speculatori di Messina il minerale prima di estrarlo. Da costoro noi non
potremo aspettarci nulla. Ma supponiamo. Col concorso di tutti noi avremo cento
ottanta milioni».
«Non c'è male, via, barone. Se
si potesse adunare tanti quattrini in un volta, io mi ci metterei domani».
«È una somma cospicua, non nego,
disse il barone mettendo il piede nella staffa e passando l'altra gamba
dall'altra parte della sella. Ma pensate, mi diceva il defunto commendatore
Notarbartolo, che c'è tutta la viabilità da fare. Ci sono molte zolfare che
distano dai porti sessanta, ottanta e anche cento chilometri. Ora, mentre
parliamo, il trasporto dello zolfo si fa col sistema antidiluviano dei muli.
Convenitene, aggiunse il direttore del Banco di Napoli, mettendomi la mano
sulla spalla, che i semplici lavori stradali e il materiale ferroviario ci
mangerebbero la somma e forse forse non basterebbe. E poi? E poi, mi disse, voi
dovreste, se volete sopprimere i carusi e triplicare l'estrazione,
rivoluzionare la miniera colle macchine che lavorano già nelle miniere inglesi
e americane e dovreste sostituire i forni Gill ai così detti calcheroni
che distruggono una quantità enorme di zolfo per separarlo dalla ganga».
E dove lasciamo i picconieri? Se
portiamo loro via i carusi e cioè del guadagno, non possiamo lasciarli colla
miserabile mercede di due o due lire e cinquanta al giorno. In America, ove
impera la teoria del trust, la quale è di dare il maggior comfort al
maggior numero, gli uomini non si seppelliscono nelle viscere della terra per
sei o sette ore se non per un minimum di due o tre dollari. In Inghilterra, nel
Northumberland, il centro delle miniere carbonifere, i minatori guadagnano una
inezia di sette o otto scellini al giorno.
«In Inghilterra e negli Stati
Uniti d'America, caro barone, c'è libertà di sciopero e di lock-out. I
padroni possono licenziare i lavoratori e i lavoratori possono licenziare i
padroni senza l'intervento della polizia e dell'esercito. I salariati hanno
aumentati i salari collo sciopero. I lavoratori siciliani, se facessero
altrettanto, sarebbero sicuri di essere presi a fucilate o di andare in
prigione come tanti rivoltosi, come è avvenuto, ai tempi dei Fasci, in
tanti e più luoghi. Il governo centrale dà piombo a chi ha fame».
«Che cos'è, domandò, tutta
quella gente che vedo là in fondo gremita?»
«Se mi date il vostro
canocchiale, rispose il marchese, ve lo saprò dire. Ah, ho capito. Oggi è la
festa degli alberi. Gli alberofili vanno per le zone alberiere a predicarne la
protezione e la coltura.»
«Avete ragione, marchese. Egli
deve essere il professore di un collegio il quale mi ha domandato il permesso
di fare un discorso alla sua scolaresca intorno alle poche piante saracinesche
che vedrete indubbiamente per la loro immensa mole. Ciascuna di esse occupa una
piattaforma da centotrenta a cento cinquanta metri e sta colla punta sul cielo
da oltre un secolo. Licata, chiama i cani, falli tornare indietro che
potrebbero spaventare gli studenti».
Licata fece dare il segnale
della ritirata al trombettiere e tre campieri, a pancia a terra, si misero a
inseguirli e a chiamarli per nome.
«Rasso, indietro!»
«Vieni Francia, che ti chiama il
padrone!»
«Permettetemi una domanda,
barone. Non siete mai stato sequestrato dai briganti!»
«Mai! E neppure il marchese di
Cadì, credo, non è vero?»
«Neppure».
«Ho l'abitudine di andare al mio
Casamento col solo Licata. Non siamo mai stati sturbati e non abbiamo mai fatto
cattivi incontri. Se ci fossero ancora dei briganti e venissero alla nostra
volta, si caverebbero il cappello con degl'inchini profondi. Se il mio ottimo e
indimenticabile amico Notarbartolo avesse ascoltato i miei consigli, non
sarebbe stato ricattato e a quest'ora non dormirebbe il sonno eterno
sottoterra. In un un paese dove la vita non è sicura, mi diceva, un giorno, il
prefetto di Palermo, Bardesono, che voi, Luraschi, avrete dovuto conoscere perché
è stato qualche anno anche a Milano, non posso biasimare coloro che si mettono
sotto la protezione di qualche re del deserto. La nostra polizia e il nostro
esercito sono impotenti a difenderci e noi ci curviamo a chi ci domanda con
tanta grazia una manata d'oro all'anno. L'ultima l'ho data al Nobili. Ma non
l'ho mai negato né al Leone, né al Di Pasquale, né al Valvo, né al Cicero. Così
avesse fatto Notarbartolo. Sarebbe forse qui con noi a discorrere».
Il cavallo mi prese la mano e si
lanciò a furia verso un punto ignoto, caracollando per sbalzarmi di sella e
riprendendo la corsa sfrenata con tre trabalzi come se fosse stato inasprito
dai miei speroncini. In uno dei suoi scatti, mi sgusciarono le redini dalle
mani e non ebbi più, per salvarmi, che il suo collo, il quale, per liberarsi
dal mio abbraccio, si levava in alto con degli scotimenti da forsennato. Avevo
paura che le redini gli andassero nelle gambe e mi trascinasse seco nella
caduta. Ma colla mano allungata riuscii a riprenderle, e subito dopo, con degli
strappi al morso che gli facevano sanguinare la bocca bavosa e lo costringevano
a sostare sulle gambe di dietro, riuscii a domarlo e a ubbidire alle stellette
dei miei sproni.
Alla distanza di un chilometro
mi volsi e vidi il marchese di Cadì che mi inseguiva al gran trotto, seguito da
due campieri che non riuscivano a tenergli dietro. I campieri ritornarono alla
comitiva e il marchese continuò il galoppo fino a quando mi raggiunse.
«Non vi siete mica fatto male?»
«Che! Ho imparato a stare a
cavallo da ragazzo. Mi avrebbe potuto portare ancora più lontano senza
rovesciarmi. Io e il cavallo non facciamo che una persona sola.»
«Potevo immaginarmelo dal modo
con cui state in sella. Io vi ho seguito per prevenirvi di una cosa. Il suo castello
baronale non è che a dieci minuti dal Casamento, e il Casamento è in vista. Vi
presenterà, indubbiamente, alla sua signora, la quale non è precisamente sua
moglie, ma è come se la fosse. Il barone le vuol bene e da essa ha avuto tre
figlie, una più bella dell'altra. Non la tiene a Palermo per evitare a lei
anche la parvenza della sgarbatezza. Voi sapete come sono rigide le famiglie
palermitane sulle unioni, dirò così, irregolari. La ignorerebbero e
offenderebbero il barone, il quale, quantunque spregiudicato, sente al vivo le
sconvenienze fatte alla donna del suo cuore. Voi state per farmi una
interrogazione. Se le vuol bene perché non la sposa? Perché è nel suo programma
l'unione libera, saldata dall'amore che nasce nel cuore. Forse ve ne parlerà egli
stesso, perché il barone non ama misteri intorno alla sua affezione. Chi va in
casa sua è suo amico. Ho voluto prevenirvi perché non vi lasciate sorprendere
da qualche brivido alla sua presenza».
«Vi ringrazio, marchese. Non
crediate che io sia di pelle così sottile. Posso avere altri ideali per delle
altre ragioni sociali, ma capisco l'alta poesia dei matrimoni liberi».
«Vedete laggiù, ci disse il
barone con la mano puntata verso la terrazza tra le due torricelle della
facciata di un castello diroccato, vedete laggiù delle ragazze intorno a una
signora? Esse sono là per vederci spuntare. Agitano i fazzolettini bianchi e
gettano baci all'aria. È là tutta la mia consolazione. In mezzo a loro io sono
felice, felice, felice! Che ne dite marchese del mio entusiasmo per la
famiglia? Voi pensate alla vostra adesso. Vi ho veduto la volta che siamo
andati a Monreale a riprender la vostra signora e le vostre figlie.
Abbracciaste lei e loro colla commozione che chiude gli occhi. Ve ne ricordate,
marchese? Veniamo, veniamo, carine! Le birichine mi hanno abituato ai loro baci
e io non mi trovo più bene che tra loro. Un bacio delle mie figlie e non ho più
desiderii».
«Siete ingiusto, barone. Se la
baronessa fosse qui a sentirvi vi terrebbe il broncio».
«Sono sue figlie, marchese, e
dessa le idolatra più del padre. Baciando loro, è come baciare la mamma. Vedete
come si sbracciano per farci capire che siamo attesi? Vengo, veniamo, via!
Licata, precedici e va ad annunciar loro il nostro arrivo. Tocchiamo
leggermente le cavalcature ed accorceremo loro l'ansia. Scusate, caro Luraschi,
se vi faccio assistere a questa scena intima. Sono via da due mesi, gli affari
mi hanno trattenuto sul continente più che non avrei voluto e ora vorrei già
averle nelle mie braccia. Discendono, vedete, per venirci incontro. Brave,
brave! Perdonatemi se sprono il mio cavallo. Marchese, affido a voi l'amico.»
Se ne andò, solo, senza
campieri, col cappello calcato sulla testa, col cavallo lungo, nero, che
divorava lo spazio senza salti, senza nitriti, senza impennamenti, senza
alterare la velocità che non poteva essere maggiore. Lo vedemmo discendere e
perdersi sulla bocca della baronessa, l'uno cinto dalle braccia dell'altra, con
le figlie intorno che colle mani alzate domandavano la loro parte di baci. Poi
toccò la loro volta. Il barone, ancora commosso, prese le ragazze ad una ad
una, sollevandole in alto per baciarle sulle labbra con trasporto.
«Basta, signorine, o mi farete
dimenticare i miei ospiti».
«Giulia, il marchese di Cadì non
ha bisogno di esserti presentato, e il nostro amico Luraschi, un artista della
penna...»
«Barone!» dissi io curvandomi
alla signora e baciandole la mano pozzettata ch'essa mi aveva porto.
«Siate il benvenuto», mi disse
ella con grazia naturale.
Poi si volse al marchese, le
strinse fortemente la mano e lo prese sotto braccio e si avviarono verso
l'entrata, mentre i domestici conducevano dall'altra parte, verso il Casamento,
i cavalli.
Le fanciulle parevano la fusione
del padre e della madre. Belle, di una bellezza sana, coi polpacci delle gambe
nella seta color carne che ne rivelavano la vigoria. Le differenze che notavo
non distruggevano l'assieme di tre fanciulle dagli occhioni lattiginosi, con le
palpebre lunghe, coi folti e biondi capelli leggermente ondeggiati, giù per le
spalle, colla tinta del volto accesa, spruzzata di sole. Annetta, la maggiore,
si distingueva per i labbruzzi più grossi e più sensuali di quelli delle altre
e per la robustezza delle spalle d'una vita slanciata. Nennene era più agile e
più alta, colle dita affusolate di una mano modello, e col seno incipiente.
Olga, colla sua pozzetta sotto il labbro inferiore, traduceva la bontà
infinita. Era gaia, ridanciana, con una negligenza nella veste che le pendeva
ora da una spalla e ora dall'altra.
«Bondì, signore», mi disse
prendendomi per la mano e accompagnandomi fino al vestibolo a vetrate che ci
permetteva di vedere in faccia allo scalone un giardino lussureggiante e
colorato da una moltitudine di fiori.
La figura più eminente nel
vestibolo era, per me, il maggiordomo. Un tipo delle vecchie case patrizie, un
servitore fedele che nasce e muore nello stesso luogo e patisce e gioisce dei
dolori e della letizia dei padroni. Alto, con una testa rotonda di pochi
capelli bianchi girati intorno le tempia, con una faccia olivastra, col collo
lungo, vestito di nero, con cravatta bianca e il davanti della camicia a
pieghette alternate di bollicine circondate di trafori.
Il barone gli andò incontro,
domandandogli come stava.
«Bene, signor barone».
«Giovanni, conduci i signori
nelle loro stanze e metti a loro disposizione Giuseppe e Federico, due servi
che non soffrono distrazioni. Ci rivedremo fra un'ora, se non siete stanchi,
non è vero?»
«Fra un'ora».
Il mio appartamento era composto
di tre locali. Il salotto, la stanza da letto e il gabinetto della toeletta. La
tappezzeria del salotto era caffè chiaro con dei rosoni vermigli slabbrati
sulle foglie fresche. Nella parte più larga era incastrato un magnifico
specchio di Venezia che mi riceveva tutto intero e mi rifletteva parte del
soffitto illustrato da una corona di ninfe leggiadre colle eminenze del seno
coperte di tulle rosa. La parte di faccia era coperta da una libreria
giallorossigna come il mogano, piena di romanzi, di libri politici, di studi
letterari, di opere d'arte, in francese, in inglese, in tedesco e in italiano.
La libreria è l'uomo, come la cucina. Chi si nutrisce bene lo stomaco e il
cervello è senza dubbio un raffinato. Vi ho trovato il pensatore che si tuffa
nelle scienze sociali, il gourmand che si delizia di frasi martellate e
brunite dal genio, il viveur che sfarfalla per i campi poetici, e il
buon gustaio che corre dietro ai capolavori dei romanzieri del mondo.
La stanza era semplice. Un letto
alto, colla lettiera altissima, coperto da un coltroncino giù a piombo tra due
muri verdemare. Un comò vicino al capezzale, due sedie di noce, un tappeto
fiammeggiante rasente il letto e un cortinaggio alla finestra di pizzo fatto a
mano con della mussolina cielo chiaro.
Facendo toeletta non potevo non
pensare alla felicità del barone. Ricco sfondolato, con una mente superiore, in
un ambiente in cui si gareggiava a prevenire i suoi desideri e a volergli bene.
La baronessa era un'asta di donna nell'armonia delle forme. L'altezza si
adattava mirabilmente alla rotondità del corpo. La fotografai a penna nel mio carnet.
Carnagione perlacea soffusa di un rossore quasi dilavato. Trecce di capelli
nerissimi attorcigliate e tenute assieme da un pettine di tartaruga col
lastrone arcuato e trasparente che le dà l'aria di una baronessa autentica. Due
gocce di brillanti ai lobi che gettano sprazzi sulla freschezza del collo
altezzoso che esce da un busto slanciato. Gli occhi sono un nido di dolcezza e
le labbra sembrano tinte di sangue vivo. La sua voce ha tutte le modulazioni.
Da quella che va a remigare per le vene a quella tempestosa che mette
sottosopra.
Le sue mani sono il capolavoro
della sua persona. Un'artista vi si perderebbe sopra delle giornate senza
stancarsene.
«Stavo per mandare di sopra a
vedere se vi eravate sdraiato», mi disse il barone venendomi incontro. «Il
marchese è nel giardino colla mia Giulia e le mie figlie. È tempo di far
colazione. Spero bene che a quest'ora avrete fame.»
«Indubbiamente, barone.»
La baronessa venne a tavola in
una toilette che lasciava ammirare le linee splendide del corpo senza
turbare lo spirito di chi la vedeva. La veste di stoffa nocciuola, fine e
molle, le aderiva alle carni e le dava una grazia che elevava in me il gusto
per l'acconciatura femminile. Il farsetto dello stesso colore e a grandi
risvolti trapuntati, con le maniche brevi e illustrate alle estremità dal pizzo
ricco e fluente, ci permetteva di vedere la leggera palpitazione del petto
sotto la camicetta color fuoco che la circonfulgeva di un bagliore di brace.
Alla sommità del seno bipartito, era la folgorazione di un ferro di cavallo
ammucchiato di brillanti minuti.
Io le stavo di faccia e il
marchese le sedeva vicino. Guardando nella limpidezza dei suoi occhioni, vedevo
la sognatrice abituata alla contemplazione e alla pace grandiosa della campagna
che aveva per sfondo un semicerchio di montagne nella luce azzurra del cielo.
Parlava con una certa eleganza senza dare al periodo l'affettazione della
saputella. Il barone, dopo averci detto alcune sue impressioni sulla
popolazione del continente, riprese il suo ragionamento sulla condizione
generale dei contadini siciliani, dicendoci i miglioramenti che egli aveva
introdotto nel suo latifondo, rotto ormai in tanti appezzamenti e affittato a
mezzadria pura e semplice, vale a dire senza i gravami e le angherie che
portano via al coltivatore la parte maggiore del raccolto.
La baronessa prendeva parte alla
conversazione con qualche monosillabo e sovente vi aggiungeva la sua esperienza
acquistata durante l'assenza del barone. Essa conveniva che il latifondo, come
era tenuto dalle grandi famiglie, voleva dire la miseria delle masse dei campi.
Non dava abbastanza lavoro e produceva troppo poco.
«Non ho mai capito, barone», gli
domandai, «perché i contadini siciliani non vogliono abitare la campagna. Da
noi, dappertutto, i campagnuoli rimangono campagnuoli. Salvo coloro che
emigrano, non ce ne sarebbe uno che lavorerebbe in campagna e abiterebbe in
città, nemmeno se gli pagassero la carrozza. Vi si troverebbe come un pesce
fuor d'acqua, senza contare i disagi delle abitazioni a parecchie miglia dai
campi di lavoro».
«È un argomento troppo
complesso, perché io vi possa rispondere con poche parole. Ce ne occuperemo
quando vi condurrò a vedere le abitazioni dei miei coloni, abitazioni, non fo
per dire, che non troverete neppure sui fondi del duca d'Aumale, il quale, con
degli ingenti capitali, ha sostituito e sta sostituendo la coltura intensiva
alla estensiva in tutta le terre accomunate sotto il nome di Zucco, non molto
lontano da Palermo».
I camerieri che ci servivano a
tavola sembravano le due parti della mela. L'uno assomigliava all'altro e tutti
e due parevano nati nello stesso giorno e colla stessa voce. Senza vederli non
si capiva se era Carlo o Giuseppe che rispondeva. Vestivano entrambi di bristol
nero, colla giacca che arieggiava lo smoking e col cravattino bianco puntato al
bottone del solino candidissimo. Io li guardavo e il barone se ne accorse.
«Sono gemelli, caro Luraschi.
Rappresentano la terza generazione dei nostri servitori cresciuti in casa. I
loro nonni erano i domestici di mio nonno. Di questi servitori si va perdendo
la stampa. Noi li amiamo come della stessa famiglia, non è vero, voialtri?»
«Senza dubbio, signor barone»,
dissero entrambi collo stesso tono di voce.
«A proposito barone», domandò il
marchese, «avete sentito dello scandalo di Girgenti?»
«Ne ho ancora per le orecchie.
Ieri sera avevo in casa degli amici e non si è parlato d'altro. Tra gli amici
c'era il signor Legato, venuto da me per accomiatarsi e a dirmi che aveva dato
le dimissioni di procuratore generale».
«Perché, poi?»
«Perché nel trasloco egli ha
veduto, come prima di lui il Venturini, la mano politica che punisce chi vuol
andare oltre la corteccia dell'affare Notarbartolo. Pare che egli stesso
volesse domandare alla Camera l'autorizzazione a procedere contro un deputato.
Non mi volle dire il nome per un eccesso di prudenza. E così, col vostro
consenso, faccio anch'io».
«E fate bene», disse il
marchese. «È un nome che non ha bisogno di essere pronunciato, non è vero
Luraschi?»
«È un nome», aggiunsi,
«spaventevole che si fa vivo in tutte le nostre inchieste come per fare delle
risate sulla nostra insistenza. Fino a pochi giorni sono, io e Tiraboschi, lo
credemmo agguantabile. Ora siamo del parere contrario. Ci siamo dichiarati
sconfitti. Così sarà dello scandalo di Girgenti. Le allusioni a certi nomi di
"fratelli" della "Fratellanza" che uccide sono quasi
leggibili. Ma vedrete che rimarranno nel mistero. L'omertà è
invincibile.»
«Fino a quando l'Isola non
diverrà autonoma. Voi che vi ricordate di quello che dissi la prima volta che
ho avuto il piacere di conoscervi, direte che è una mia fissazione. Ma noi
dobbiamo separarci dall'amministrazione centrale che ci mangia vivi in tante
tasse e ci punisce popolandoci gli uffici di prefettura e di polizia e della
magistratura di gente avariata e rifiutata dal continente. Il barone è del mio
avviso».
«L'Italia una dei patriotti è
stata una disillusione. Dal sessanta in poi noi siciliani ci siamo lasciati
cullare dal ritmo sonoro della loro voce armoniosa. L'incanto è rotto. Noi ci
troviamo alla mercè di una mafia ufficiale che ci fa più paura della mafia
siciliana».
La baronessa ordinò a Carlo di
portare al barone la macchina del caffè.
«Non c'è che lui che sappia
farlo bene».
«Tutti sanno farlo bene, cara
Giulia, con questo arnese che non ha bisogno che della esattezza. Tante
chicchere d'acqua e tanti cucchiaini di caffè. Non ci sono che gli americani
che sappiano produrre di queste cose che rendono inutile l'intelligenza
dell'uomo. Io accendo lo spirito sotto il globo dell'acqua, l'acqua bollente
passa nell'altro globo e un minuto dopo il caffè, come vedete, esce bello e
fatto e va nella tazza con tutto il profumo dei chicchi macinati. Un caffè come
questo deve inebbriare il pensiero anche di un idiota.»
«E davvero eccellente, barone».
«Squisito».
«Non sciupatelo col liquore. Lo
spruzzo d'alcool è per le persone che hanno il senso del gusto ottuso. Fumate
pure perché la Giulia è una fumatrice di sigarette».
La baronessa, centellinando il
moka, domandava che cos'era questo scandalo di Girgenti.
«Scandalo per modo di dire.
Perché non si tratterebbe che dei rapporti di certe persone con certe altre».
«O piuttosto di delinquenti alti
e di delinquenti bassi».
«La "Fratellanza" che
si sarebbe scoperto deve essere un'associazione di molti "fratelli,"
se si pensa che se ne sono arrestati più di quattrocento».
«Il numero preciso», diss'io al
barone, «è di trecento sessantacinque. È un'associazione di malviventi che
capovolge un'altra volta il concetto che si sono fatti della mafia i cosiddetti
distributori geografici del delitto, come li ha chiamati l'onorevole Colajanni.
Se sono veri i particolari che abbiamo letto nei giornali, la
"Fratellanza" avrebbe uno statuto coi soci vincolati dal giuramento.
Io ho sempre sentito dire, e specialmente dal marchese di Cadì, che la mafia è
uno spirito atavico e nazionale, più vigoroso in certi individui che in certi
altri».
«Ed è così ancora, mi rispose il
marchese. La mafia è una cosa e la compartecipazione ad atti criminosi è
un'altra. Dove trovate l'associazione, come a Girgenti, potete essere sicuro di
trovare una più estesa ingiustizia sociale. La rivolta in Irlanda è medioevale
ed è nel sangue di ogni irlandese. Ma dove, nella storia, trovate la
confederazione criminosa di una classe contro un'altra classe, siete arcisicuro
di rinvenire i documenti che l'ingiustizia sociale è la causa unica e sola del
risentimento, della vendetta e del delitto. Le condanne eccessive contro la
popolazione rurale che moriva di fame hanno fatto nascere le odiose
associazioni dei ribbonmen, dei moonlighters e dei boycottisti. È
stato così, da noi, nel '66, durante la rivoluzione del sette e mezzo, come si
dice, perché durò sette giorni e mezzo. Nei centri ove la fame dei contadini
era maggiore, si elevava il grido di: morte ai galantuomini! e si
innaffiavano le vie di sangue. Sopprimetene le cause, e non avrete più che
delinquenti nati, quelli che nessuna terapeutica può guarire».
Il marchese aveva pronunciate
tutte queste parole di un fiato, con l'eloquenza di un uomo che intuiva un
ordine sociale diverso da quello esistente.
«Il marchese dice bene»,
aggiunse il barone. «Dove non avete creato», colla rettitudine e colla
giustizia, una coscienza diremo così giuridica e sociale, voi non potete
aspettarvi un ambiente superiore.
«Voi ragionate e io voglio
sapere che cosa sia la "Fratellanza" di Girgenti, disse la baronessa
con una dolcezza di voce che pareva una preghiera».
«La prevengo, baronessa, che
dovrò farla rabbrividire come un romanzo di Anna Radcliffe o di Ponson du
Terrail. Si tratta di una scena lugubre che si ripete a periodi e si svolge
nelle gole delle montagne, nelle viscere della terra, nelle cavità profonde e
tenebrose, nelle spelonche note solo ai misteriosi personaggi di questa vasta
associazione che si era data la missione di uccidere. È nata come nascono tutte
le leghe del delitto. Un tale parla di vendetta, un secondo aggiunge il castigo
che meriterebbe il designato, il terzo rincupisce il dramma con un gesto che
traduce la sentenza capitale e il quarto la eseguisce. Succede il complotto. Un
assassinio tira l'altro, perché la sete di sangue è insaziabile. Si allarga la
cerchia del lavoro criminoso, si moltiplicano i complici, e si organizza una
potenza occulta, armata di un pugnale, che colpisca al cuore il nemico. Non
appena si ebbe sentore della "Fratellanza" si sentì l'odore del
cadavere. Gli uomini e le donne scomparivano senza lasciare traccia del loro
passaggio. Le famiglie delle vittime andavano a bussare a tutti gli usci, a
cercare per i burroni, a guardare nelle acque e domandavano a tutti notizia
senza venire a saperne mai nulla. Passavan dei mesi e la speranza non moriva.
Ma poi finivano per abituarsi alla perdita e per portarne il lutto nel cuore.
Una vittima seguiva l'altra, senza mai un indizio né di chi scompariva né di
chi faceva scomparire. Finalmente, tre anni sono, mi pare, si incominciò a trovare
uno scheletro di un uomo in un antro tetro, mangiato e piluccato dai cani o
dalle bestie, con le occhiaie vuotate dai becchi adunchi dei volatili di preda,
con la compagine stiracchiata da tutte le parti come se i denti di una muta di
mastini avesse tentato di decomporlo. Chi aveva messo sulle pedate dello
scheletro? La delazione. Un membro della lega sanguinaria, o pentito o
scontento o sgomentato del sangue che si versava, ha scritto, alterando la
propria calligrafia e rimanendo ignoto. Fu come la chiave di un cimitero. Dopo
un cadavere se ne scopriva un altro e poi un altro ancora dilaniato, colla
fronte e il naso fatti rientrare nelle cavità a colpi di sassi, o colle
mascelle spaccate in due dalla rabbia o colle braccia stroncate o colle gambe
piegate in due o mutilate.
Vedo, baronessa, che
impallidisce. Glielo avevo detto che avrei dovuto essere spietato come gli
assassini. Io stesso, quando leggevo tutti questi orrori, mi sentivo un peso
doloroso al petto che mi obbligava a smettere. Vi fu un momento in cui la mia
immaginazione commossa mi figurava i martirizzati con le loro grida che mi
ronzavano per il cervello collo strepito di una campanella elettrica in azione.
Il dolore si fece più acuto leggendo la descrizione dello scheletro di una
femmina stata trovata tra i ruderi di un castello in rovina, al di là di una
via mulattiera, vicino a un burrone. Non avevo mai letto nulla di più triste e
di più straziante. Non so se la baronessa potrà ascoltarmi fino alla fine. Di
mio non aggiungo nulla, glielo assicuro. Giunti, i cercatori di cadaveri, al
margine dei macigni che davano l'idea vera di una cava squarciata da una frana,
incominciarono a trovare delle ciocche muliebri e delle manate di capelli
castani strappati da una mano violenta».
«Orrore!» disse la baronessa
mettendosi la mano sul viso.
«Qualche passo innanzi trovarono
il teschio che pareva stato reciso dal busto con un colpo secco di falce. Il
capo in quella sciagurata tragedia rivelava l'accanimento di un pazzo. Non gli
aveva lasciato che un centinaio di capelli sparsi alla superficie e doveva
averlo sbattuto più volte contro i massi, tanto era ammaccato alla sommità
cranica. Mancava il cadavere. Rotolarono gli enormi pezzi di granito senza
rinvenirlo. Stavano per andarsene coll'idea che il delitto fosse stato commesso
altrove, quando uno degli agenti sentì del molle sotto i tacchi. Il terreno si
era quasi rassodato, ma nel mezzo si vedeva o si sentiva che era stato smosso.
Si misero a scavare e subito dopo si trovarono alla presenza di un sacco di un
tessuto grossolano contenente uno scheletro femminile senza testa. Sul fondo
del sacco ove era adagiata, l'assassino vi aveva sparpagliato delle foglie di
mortella, forse per impedire la trapanazione del sangue. Lo scheletro era
piegato su sé stesso in modo che la parte superiore al tronco toccava
l'estremità inferiore dei femori. Il corsetto colle stecche documentava che la
donna non era una contadina e i capelli lunghi dodici centimetri che non poteva
essere vecchia. Alcuni pezzi delle vesti trovati nel sacco avrebbero lasciato
supporre che fosse stata assassinata d'estate. S'intende che sono tutte
induzioni».
Sentimmo il bronzo del campanile
lontano che annunciava ai coloni il mezzogiorno e il barone e la baronessa si
alzarono e tutti assieme lasciammo la mensa. Fummo subito raggiunti dalle
ragazze che avevano fatto colazione colle persone di servizio, le quali vollero
con un'altra irruzione di baci manifestare il loro bene al papà e alla mamma.
«Quando sarete di ritorno?»
domandò la baronessa al barone. «Pranzeremo alle sei e mezzo e saremo di
ritorno mezz'ora prima». Io e il marchese le salutammo con un inchino profondo
e il barone con un bacio sulla fronte.
Ce ne andammo seguiti da Licata
con due campieri e da alcuni levrieri alti, colla schiena pezzata di colori
lunga e il muso fine e lunghissimo sur un collo leggermente arcuato.
«Ho paura barone di avere
spaventata la baronessa».
«Non credo. Ella ha letto
delitti più spaventevoli di quelli che avete narrato. Voi avete detto che il
leghista era vincolato da giuramento».
«Sissignore. L'aspirante veniva
iniziato da tre capi della "Fratellanza", i quali dirigevano la
cerimonia. Il più anziano di loro si toglieva il cappello, prendeva una
immagine rappresentante la Madonna, faceva avanzare il neofita, gli legava
strettamente, con del refe, l'indice della mano destra, glielo pungeva e gli
lasciava uscire qualche goccia di sangue che gli asciugava con la Madonna. Il
neofita subiva l'operazione senza manifestare alcun dolore. Il
"fratello" anziano gli abbruciava l'immagine sul palmo della mano
addolorata. L'aspirante, mentre si disperdeva la cenere della carta bruciata,
giurava solennemente fedeltà alla "Fratellanza" con queste parole:
"Come vi brucia la carta sacra e umida del mio sangue, così io verserò tutto
il sangue mio per la "Fratellanza". Poi seguiva la cena di
rallegramento coronata dal brindisi rituale: "È duci lu vinu, ma assai
cchiù è lu sangu di li cristiani"».
«Le società segrete, disse il
marchese, non nascono che nei paesi perturbati e tra i popoli che cercano
invano giustizia. La Russia ne è piena, l'Armenia ne è piena, l'Irlanda ne è
piena.»
«Tuttavia, marchese, i sodalizi
sanguinosi segnano il ritorno alla barbarie».
«Anche questo è vero», disse il
barone.
«Non lo nego, non lo negava
neppure O'Connell, l'uomo più popolare del paese della patata. Egli soggiungeva
però che quantunque l'Irlanda fosse il paese che amasse più di ogni altro la
giustizia, la popolazione non voleva né poteva sottomettersi ai suoi carnefici.
Fate giustizia e otterrete giustizia».
«E, dite, Luraschi, il
tradimento dei "fratelli" era punito?»
«Punitissimo. Immaginatevi,
barone, che la disciplina era così severa che il padre avrebbe dovuto ammazzare
il figlio se il consiglio glielo avesse ordinato».
«Ciò è ributtante.»
«Alaimo Martello, per citarvi la
prova di quello che dico, è stato obbligato a strangolare colle sue mani il
"fratello" nipote, il quale era divenuto sospetto».
«Lo scopo di questa
"Fratellanza"?» domandò il marchese.
«Il furto!»
«Barone, sbagliate! Ne era anzi
eliminato. Lo scopo della società era eminentemente mafioso. Era di farsi
giustizia colle proprie mani. Era di vendicare gli affiliati dei torti, veri o
immaginari, che subivano. Era di agevolare al "fratello" il
compimento delle sue aspirazioni, dei suoi sogni delittuosi. Ne hanno
condannati un numero strabocchevole, circa duecento, con delle sentenze che
variano da venti a due anni di reclusione, ma lo scandalo non è nel numero né
nelle sentenze».
«E dov'è?»
«È... si sussurra che tra i soci
fossero persone altolocate, persone che occupano posti eminenti nella
magistratura e al Parlamento».
«Siamo alle solite dicerie!»
disse il barone col risolino dello scettico.
«Ho paura di no, barone. Le mie
informazioni sono quelle di tutti. Ma ho una intuizione che in questa poltiglia
sanguinosa sia qualcosa di vero».
Chiacchierando arrivammo ai
piedi di un immenso piano inclinato, nel quale erano sparse le abitazioni in un
disordine che diventava, tutt'assieme, un'armonia.
Non avevo mai veduto un paese di
case linde che nei libri sull'Olanda, dove la pulizia è la preoccupazione
massima del ricco, del povero, della popolazione rurale e della popolazione
urbana. Erano abitazioni a due piani che consolavano con una fiatata di
soddisfazione e disperdevano come un odore di freschezza paesana che dava
l'idea che gli abitatori erano dei devoti alla dea Igiene. Rimanevo lì a bocca
aperta, guardando i tetti pensili, colle grondaie che incanalavano la pioggia,
coi comignoli svelti e verdi come l'erba dei prati, colle grandi finestre a due
vetri che scintillavano e colle entrate spaziose dai pilastri di granito
sbozzato, a due gradini lavati colla soda, terminate in alto con un arco acuto
sormontato dal nome e cognome del capo della famiglia.
Al centro di questo labirinto
sorgeva la Masseria, un ampio fabbricato a tre piani, con due portoni per i
carri di entrata e di uscita, i quali mettevano nei cortili e conducevano ai
granai. Sul largo del frontone erano incise in una lastra di marmo le parole
che sintetizzano l'epoca evangelica: Pace agli uomini di buona volontà!
«Venite innanzi, se volete
vedere!»
Non potevo movermi. Ne ero
estatico. Passavo di maraviglia in maraviglia. Vedevo dappertutto la
disposizione dell'agricoltore sapiente che aveva eliminato dalle abitazioni
tutto ciò che è spiacevole alle nari e all'occhio. Il pollaio individuale era
diventato il pollaio collettivo, là in alto, sul groppone di un promontorio che
aveva il largo di un terreno chiuso dallo steccato. Le cisterne del letame
erano a un tiro di fucile dalle abitazioni, a parecchi metri dalle stalle fatte
a padiglione. Il lavatoio comune era sotto una tettoia di zinco lunga sessanta
metri, coll'acqua che passava sollecitamente tra due sponde di pietra gramolata
spioventi nel liquido. Il fienile era gigantesco e torreggiava al dorso delle
abitazioni.
«Voi siete un riformatore
rurale», dissi con entusiasmo al barone. «Le mie congratulazioni!»
«Non fatemele, perché non è che
un abbozzo di ciò che avrei voluto fare. Lo sforzo individuale non riesce che a
masturbare l'idea che vorreste svolgere».
«Ve le ho fatte e le mantengo.
Io dichiaro di non avere mai veduto nulla di simile».
«Sapete perché? Perché da noi la
popolazione rurale non interessa che come bestia da lavoro. In America, caro
mio, di comunità assai meglio regolate di quella che vedete ne trovate a ogni
scarrozzata».
«In Inghilterra, ove la
considerazione per il lavoratore è assai più alta che in Italia, il farmer»,
disse il marchese, «ha l'orologio nel taschino, i tappeti nel salottino della
sua casa, non mangia mai che colla tovaglia sulla tavola, divora qualche sleppa
di carne buona tutti i giorni, vuota dei bicchieri di birra e di whisky a
mezzogiorno e a cena, indossa, dopo i lavori, la camicia stirata, fuma a
piacere e va a spasso come un gentleman».
«Non illudiamoci, marchese»,
disse il barone. «Per i miglioramenti è necessaria la gente migliorata. Il mio
esperimento mi ha dato per risultato che tutto questo benessere non è stato
accettato dai contadini che a malincuore. C'è voluto mezzo mondo per indurli a
vivere completamente, d'estate e d'inverno, alla campagna!»
«E si capisce! Abituati al
latifondo che non dà lavoro che tre o quattro mesi all'anno, e infligge la
malattia che non uccide che lentamente, la vostra offerta sarà parsa loro un
inferno».
«Entrate in quella che vi pare.
Le abitazioni sono tutte di un modello. Non ho tenuto calcolo che del numero
dei componenti la famiglia. Questa di Giuseppe Brodo è di dodici persone,
comprese tre donne. Le donne dei nostri contadini non lavorano alla campagna.
Accudiscono alle faccende di casa. L'adulto ha la sua stanza separata,
l'ammogliato ha uno stanzone e i ragazzi son separati dalle ragazze. Hanno la
cucina cogli armadi foderati di zinco per mantenere le cibarie fresche, col
focolare che non fa fumo e col lucernario che la inonda di luce. Venite
innanzi. Ecco le loro salles à manger, come tanti signori».
La sala da mangiare sciorinava
del lusso. Intorno al tavolone di noce greggio c'erano le sedie dello stesso
legno, con un seggiolone per il capo tavola. La sala era ariosa, lo spazio tra
le pareti e il tavolo lasciava passare quattro uomini, l'uno sottobraccio
dell'altro, e le finestre davano sul giardino comune e ricevevano buffate
odorose che mi letificavano le nari. Le pareti erano imbiancate di un chiaro
luna, nel fondo del quale spiccavano dei fiorami che salivano intrecciati, e al
nord del tavolone era la credenza lunga, col rialzo sul coperchio che correva
da un muro all'altro.
«Maria, fa vedere a questi
signori la tua terraglia».
Maria era una giovanottona coi
fianchi poderosi sotto le vesti colorate che le andavano appena giù dal
ginocchio, col busto rosso che teneva raccolto il seno prepotente, e le
lasciava all'aria la biancheria intorno a un collo che sentiva della carne
giovane.
Ci fece vedere delle posate di
metallo che riflettevano chi le guardava, dei piatti bianchi come il latte,
filettati all'orlo di rosso pallido, delle zuppiere che mi ricordavano le
famiglie patriarcali, dei piattoni ovali per i pezzi di forza e delle tazze e
dei bicchierini che luccicavano come dei cristalli puri.
«È così che Ruskin», mi disse il
barone, «voleva si trasfondesse nell'individuo il sentimento della bellezza che
allieta e colora la vita».
Maria, senza punto essere
agitata della nostra presenza, sorrideva del sorriso largo della campagnola
inconsapevole di essere essa stessa un tronco ammirabile e dava mano a dei
calici rovesciati in fuori come fiori sbocciati.
«Bevano, o signori», ci disse
ella colla sua voce maschia. Ce li aveva riempiti di un vino ambrato che
fremeva.
«Bevete», ci ingiunse il barone.
«Siamo suoi ospiti ed essa fa gli onori di casa».
Li votammo senza farci pregare e
uscimmo di nuovo all'aria libera.
Il barone si mise fra noi
infilando il nostro braccio. La sua faccia era radiosa.
«Non ho voluto farvi vedere le
loro "ritirate" per non inquietare le vostre papille nasali. Ma sono
inodore come quelle del Castello. Il mio ideale sarebbe stato di mettere la
colonia alla tavola comune per la razione e specializzare i servizi. Le cuoche
che non facessero che le cuoche e alle quali si insegnasse l'arte di preparare
le vivande più sane e più nutrienti risparmierebbero molta energia umana e
aggiungerebbero del godimento allo stomaco dell'agricoltore. Ma il salone della
mensa comune avrebbe forse diminuito l'intensità dell'amore per la famiglia che
io voglio elevato, e assunto l'aria di un refettorio di falanstero. Il mio è
tutto un tentativo per l'organizzazione agraria dell'Isola».
Il marchese ammirava, ma si
diceva incredulo. Egli aveva studiato bene la Lega Agraria di Michele
Davitt, il deputato irlandese alla Camera dei Comuni, la quale tendeva a
distruggere il lordlardismo e a dare la terra al lavoratore della terra.
«L'utopia non è attuabile che in
paradiso, caro barone. Carlo Fourier, geniale fin che volete, è morto povero
col sogno dileguato. La nazionalizzazione dei terreni a cultura non è possibile
che colla nazionalizzazione di tutte le altre industrie».
«No, no, voi mi fraintendete. È
la disuguaglianza delle attitudini che mi spinge a specializzare lo scambio dei
servigi. Vedete se potete trovare in città, per esempio, il pane che mangiano i
miei contadini e che mangiamo noi al castello. E come ho fatto? Ho dato loro
dei forni modello che avevo veduti nel Belgio, e ho fatto venire due panattieri
belgi a insegnar loro la panizzazione. Credete che ciò non abbia giovato? I
miei paesani non saprebbero più trangugiare il pane male impastato, malcotto e
indigeribile di prima e nei dintorni del mio latifondo si incomincia a pensare
di imitarci. Dalla panificazione, passate alla lavanderia a vapore che riceve
la biancheria sporca e la restituisce spremuta da appendersi nello stesso
ambiente che l'asciuga in poche ore, senza consumo di forze né di donne né di
uomini, e troverete i vantaggi che mi sono proposto. Non ho potuto accomunare
la coltura degli appezzamenti per una quantità di pregiudizi nella testa del
paesano. Siccome il numero dei componenti la famiglia non è uguale, così la sua
ignoranza non gli permette di capire che con una divisione per il numero delle
braccia che hanno concorso al lavoro, egli avrebbe la sua parte di raccolto.
Aggiungete che una grandinata è venuta a darmi torto marcio. La grandine invece
di distruggere le messi di tutti, si è contentata di far strage nei campi di un
centinaio di famiglie. I risparmiati dal cielo non hanno voluto capire che
quello che era toccato agli altri l'anno scorso, poteva toccare loro
quest'anno!
Però non ho perduto il mio
tempo. Le macchine agrarie e la concimazione hanno trasformata la coltivazione dei
miei fondi. Prima, per lasciar riposare la terra estenuata dal grano, ero
obbligato a coltivare il latifondo a rotazione quadriennale, e cioè in una
parte dovevo contentarmi del maggese e delle fave, e in un'altra del semplice
pascolo. Ora è in gran parte a grano e senza riposo. Il concime artificiale gli
dà la forza di essere fecondissimo. Poi, date un'occhiata. Voi vedete qua e là
dei vigneti, dei mandorlati, dei giardini incantati di aranci, di limoni. I
miei campi non patiscono più la sete. Coi mezzi idraulici ho scavato fin dove
ho trovato l'acqua».
«Avete fatto miracoli. Ma non
tutti i proprietari potranno gettarvi il denaro a palate come avete fatto voi».
«Me ne duole, perché in fondo
sarò io che metterò da parte del denaro. Perché un ettaro a vigna e ad agrumi
produce due volte, tre volte, quattro volte, ed anche di più di quello che
produce una stessa estensione di terreno a coltura estensiva. Così dicasi del
grano. Per dar modo alla terra di riposare devono sostituire il grano col
maggese e poi col pascolo, per farla ingrassare dagli animali, i quali
insufficienti producono un concime insufficiente. Adesso, col nuovo sistema, i
miei terreni meravigliosamente fertili, cinque volte tanto consolano le mie
fatiche e le fatiche dei miei coloni con un benessere ininterrotto dal primo
all'ultimo giorno dell'anno. I miei borgesi, o piuttosto i borgesi
di mio padre, non sono più i villani del fondo. Sono dei veri lavoratori che
hanno fatto un patto con un proprietario lavoratore. C'è del mio sudore e della
mia intelligenza in quello che vedete. E così, Colajanni, sarai soddisfatto.
Non dirai più, parlando delle mie terre, che più estesa è la proprietà, e
maggiore è la distanza che intercede tra proprietario e contadino. Tra me e lui
non c'è distanza. La cooperazione ci ha uniti e ci ha dato una lezione per
volerci bene.
Vi domando scusa se vi ho
zuppificati. Ma già lo sapete marchese, quando si parla del rinnovamento del
mio fondo io mi lascio menar via dall'entusiasmo. Licata, chiama i cani e
avviati verso il Castello che si è fatto tardi.»
Ero muto. Lo seguivo come
sottratto a una visione che mi aveva lasciato intravvedere un futuro di
splendide promesse. Col barone mi pareva di essere con un uomo moltitudine, con
un uomo nella cui testa fossero adunati i pensieri di coloro che avevano
dedicata la vita alla trasformazione della vita sociale.
«Barone», dissi interrompendo la
mia emozione, «non ho visto fanciulli.»
«Erano a scuola. Balordo, mi
sono dimenticato di farvela vedere. È un edificio scolastico. C'è la scuola
promiscua per le bimbe e per i bimbi. Ci sono le scuole primarie per le
fanciulle e per i fanciulli. E c'è la scuola tecnica, vale a dire pratica, per
entrambi i sessi. Nessuno dei figli dei miei coloni può incominciare a dare
mano ai lavori prima di avere raggiunto il quattordicesimo anno. In questo sono
americano puro sangue. Non transigo. Non voglio dei carusi in casa mia. La
parte educativa è affidata completamente alla baronessa. È lei che si è
incaricata di ammobiliare la scuola, di procurarsi i maestri e le maestre, di
assistere sovente alle lezioni, di attendere agli esami e di redigere il
rapporto scolastico semestrale. Non pensate che i figli dei contadini debbano
diventare necessariamente contadini. Maturi per il lavoro sono interrogati dai
loro genitori. Chiunque può prendere la via della città senza neanche dirmi
addio. Giorni sono c'è stato il figlio di Zuggèra che manifestò alla baronessa
il desiderio di continuare gli studi. Lo abbiamo equipaggiato. Egli è ora alla
scuola superiore di agricoltura e suo padre, divenuto agiato, ne paga le
spese.»
Passando rasente i campi
fiorenti di pannocchie incontrammo una cinquantina d'uomini cui ritornavano
alle abitazioni colle facce e coi tritanti, vestiti di fustagno bianco, colla
camicia bianca di bucato, sotto cappelloni marrone che li proteggevano nelle
ore della canicola.
«Buona sera signor Barone»,
dissero tutti, togliendosi il copricapo.
«Come va la campagna», domandò
loro. «Siete contenti di voi stessi?»
«Contentissimi, signor Barone.
Le messi di quest'anno saranno superiori anche di quelle dell'anno scorso. I
vigneti sono carichi di grappoli».
«State bene, addio».
«Ci saluti la signora
Baronessa».
«Grazie».
Svoltammo e sentii come un coro
di preghiere che veniva da non sapevo dove che mi inteneriva anche perché
eravamo in pieno tramonto e circondati dal silenzio.
«Sento come un canto, barone».
«È il coro delle donne in
chiesa. In religione io non c'entro. Ho anticipato loro i danari per
fabbricarsela, e adesso se la sono pagata e pagano a quote per il suo
mantenimento e per il mantenimento del sacerdote e dell'organista. La religione
è del lusso e il lusso non entra nel mio programma. La chiesa ha
spiritualizzato e dato un non so che di divino al verbo potere. Io invece sono
in questo zoliano. Voto per la gioia di vivere».
Il barone parlava ancora di
innovazioni e io passavo in mezzo all'atmosfera traslucente del giorno che
moriva e mi perdevo cogli occhi sulla torre del granaio, intorno alla quale
svolazzavano torme di piccioni e facevano giri lunghi sciami di corvi che
cracidavano per l'aria disperatamente. Un'idea sciocca mi germogliava in quel
momento. Paragonavo il barone a Notarbartolo e vedevo il primo cadere come il
secondo rovesciato dalle mani mafiose che adempivano al mandato dei baroni e
dei gabellotti che avevano veduto in lui il nemico della loro classe e un
allevatore di persone rivoltose. Avrei gridato, avrei chiamato gente se la
paura che mi aveva preso tanto intensamente non se ne fosse andata alla prima
distrazione che mi veniva data dal Castello. A mano a mano che procedevamo il
gruppo di due signore e tre figli che battevano le mani diventava sempre più
distinto.
«Com'è bella», dissi io,
«barone, la vita quando si è amati come siete amato voi!»
«Fatevi una casa», mi diss'egli.
«I più saggi non sono gli scapoli. Gli scapoli buttano via la gioventù o se la
fanno saccheggiare per procurarsi dei rimorsi di coscienza. I più saggi siamo
noi che confidiamo il tesoro della nostra affezione a una giovane che ci vorrà
bene tutta la vita. Eccone là una che vi attende. Essa è bella, non molto
ricca, ma buona, ma tenera, ma tutta cuore».
Non appena sul primo gradino del
Castello la baronessa mi porse la mano e mi presentò alla signorina Laura
Cintelli, la quale mi pareva più grassatella, più colorita, più fresca del
giorno in cui l'aveva veduta nel suo palazzo col giudice Tiraboschi.
«Avete fatto bene a venire,
signorina», le disse il barone. «Noi vi aspettavamo per la partita di caccia di
domani.»
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