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La festa del ventre era nell'aria. Se ne sentiva la fragranza
delle cazzeruole. I villabatesi s'indugiavano e ciaramellavano della grande
vittoria amministrativa, dinanzi alla Sassaiola, come di un avvenimento
inaudito. Ciascuno ne era contento e ciascuno se ne congratulava con delle
fregatine di mani. I birboni erano finalmente in terra, senza risurrezione! Il
solo scontento era Tognino, il gobbo vendicativo di cui tutti avevano paura
quando stravolgeva quei suoi occhi colle strie sanguigne. Per lui era una
vergogna di menare tanto fracasso per una cosa che non dava da mangiare a ufo
che ai protetti di una certa clientela. Non era punto contrario agli eletti
ch'egli non conosceva, ma diceva che bisognava usare un po' di moderazione
anche coi caduti. La gente che gli stava intorno diceva colle smorfie della
bocca che era l'invidia che lo faceva parlare.
«Se Filippella ti avesse messo
fra gli invitati, sono sicuro che tu saresti il primo a lisciarti la pancia
dalla contentezza».
«Sacro dio, ti dico che ho da
mangiare a casa mia, ti dico! E dicendoglielo gli voltava il gobbo con un gesto
che non sapeva fare che lui quando perdeva la pazienza. Bartolomeo tacque. Il
gobbo era cattivo e metteva mano a un coltello che faceva paura anche ai
mafiosi che contavano nella vita qualche cadavere. Perché egli tirava a
tradimento, quando uno meno se lo aspettava. Una sera aveva disteso il
calzolaio, senza neanche dargli tempo di vedere da che parte gli veniva il
colpo, per punirlo di avergli spaccato due anni prima il labbro superiore col
bastone. Era uno svaccato che nessuno sapeva mai da che parte prendere. Le
donne lo guardavano in cagnesco e gli davano il largo quando passava, per non
essere pizzicottate alle natiche dalle sue dita che vi lasciavano il segno. Sul
suo conto correvano voci di uomo libidinoso. Si giurava ch'egli sdraiava le
donne dove le prendeva e che le teneva giù ansanti colle sue mani che parevano
tanaglie. Elisa, la moglie del calzolaio, quando si ricordava di sua sorella
Natalia, diceva sempre ch'era stato il gobbo a fracassarle il cranio contro la
pietra sulla quale era stata trovata morta».
«Guardatevi dai mali segnati!
aggiungeva facendosi il segno della croce».
L'arrivo di Filippella, col
carretto carico di pacchi, di pacchetti, di bottiglie, di piatti e di tanta
roba che commoveva lo stomaco della gente che stava là col gobbo a bocca
aperta, fece smettere la maldicenza. In fondo la folla si sentiva il bisogno di
scaricarsi di uno sputo contro del Filippella che aveva dimenticato mezzo
paese. Il curatolo della Sassaiola aveva troppo da fare per occuparsi di tutti
gli amici aggruppati che lo salutavano senza risposta.
«Ti saluto, Filippella».
Filippella aveva chiamato
Antonio, e Antonio continuava a passare la grazia di dio al garzone Giovannino
che la portava sulla tavola lunga, sotto il pergolato, ove si doveva fare il
banchetto. Le bottiglie che passavano da una mano all'altra, attraverso al
sole, lasciavano vedere a tutti che era del vino color d'oro che fremeva.
«Buttacene una, Filippella», gli
disse il gobbo. Il curatolo, alto più di un paracarro, spalluto, con una testa
piatta che pareva un bosco di capelli neri e crespi, gli piantò in faccia la sua
faccia corta con le labbra fatte a culo che spetezzava.
Gli occhi di Tognino si
voltarono con dei guizzi che rivelavano la procella dei suoi pensieri e si
grattò i padiglioni delle orecchie che piegavano su sé stessi come per
sottrarsi a un prurito spasmodico e lasciò ricadere le mani voluminose con le
dita lunghe e pelose che si movevano come tentacoli. La collera rattenuta gli
aveva dato il colore della morte.
«Ti butterò le ossa da piluccare
se vieni più tardi», disse il Filippella, dopo una lunga pausa, con la voce che
sentiva della sguaiataggine.
La brutalità di Filippella
procurò due amici al gobbo rimasto lì annientato. Lorenzaccio, lo spilungone
magro come un chiodo, si toccava i peli della barba pisciosa e biasimava la
petulanza del curatolo che si credeva il deputato. Domenico, coi denti in fuori
come mastino, accarezzava i gnocchi del suo bastone a biscia, dicendo che si
ricordava ancora di averlo veduto andare per le montagne con lo stomaco pieno
di vento, cercato dai carabinieri.
«Addio, Filippella».
«Oh, addio, sindaco. Siete dei
nostri, lo sapete. Vi si aspetta. Sarà qui a momenti Prestazia con Francesco
del fu Pasquale, vostro amico. Quello è un uomo, sapete. Senza di lui non si sa
come la sarebbe andata. Un pugno suo rompe il cranio in due, Dio sagrato.
C'erano due o tre che volevano fare il bulazzo coi nostri elettori. È andato
loro sopra come una mazza. Ce ne fossero degli uomini come quello».
Il sindaco approvava colla testa
senza entusiasmo. Chiuso nella sua giacca verde, colla fascia smunta intorno ai
calzoni e gli stivali su fin al polpaccio, si scusava che un uomo solo non
potesse far tutto. Al Comune le ore gli andavano via come una candela di sego
accesa.
«Senza di voi la festa sarebbe
come senza vino. Ci sarà anche il nostro deputato. Fate però come volete.
Ciascuno è giudice delle proprie azioni. Antonio, prendi anche queste che sono
del vino vecchio del padrone. C'è su tanto di muffa, la vedete Andrea?»
Il sindaco era perplesso. Il
vino colla muffa gli piaceva, ma non sapeva se dire di sì o di no.
«Farò di tutto, ecco quello che
posso dirvi».
Filippella lo lasciò andare con
una spallata. Se non voleva venire, poteva crepare. Di sindaci come lui era
pieno Altavilla. Invecchiando, gli era venuto il ticchio della decorazione. Un
deputato non le ha sempre in saccoccia, le decorazioni. Gli uomini come lui,
poi, dovevano contentarsi di non essere alla reclusione. Invece, nossignori,
invecchiano e imbecilliscono. Va all'inferno!
Saltò giù dal carretto, si mise
in manica di camicia e andò subito sotto l'ingraticolato delle viti a mettersi
al lavoro.
«Tu, Antonio, va' a chiamarmi
l'Angelina colla tovaglia e i tovaglioli e tu Giovannino passa sopra al tavolo
con un cencio e frega bene. Butta via tutti questi sassi che la gente che
mangia non ha bisogno di sentirseli sotto i piedi. Rompi quel pacco grosso
delle candele e mettile nei candelieri. Se ci sarà vento, pazienza, beveremo
allo scuro. Fa' adagio, stupido, se non vuoi romperle tutte. Angelina, come
stiamo in cucina? Tutto bene, brava. Lo sapevo che era una cuoca coi fiocchi.
Dalle un bicchiere di questo, non di più sai, ché non ho bisogno che si
imbriachi. I camerieri sono venuti? Ah, eccoli che vengono. Potevamo fare anche
da noi, ma si ha sempre l'aria di essere pitocchi. Come ti chiami? Saladino?
Dall'accento non sei siciliano. Non importa. E quell'altro? Santo? Ci credo
poco al tuo nome. Non mi hai l'aria di un santo, ma di un santacchione! A ogni
modo, fuori le giacche e fatevi su le maniche come ho fatto io. Angelina, muovi
quel tuo culone e porta l'occorrente per la tavola. Raccomanda alla cuoca di
tritare bene il prezzemolo per la salsa piccante che piace al padrone. Egli non
ha gusto che per le cose acetate e oliate. Citrioli, funghi, capperi, peperoni.
Il suo palato è forte. Non mangia carne senza senape, salsa d'acciughe, pepe di
Cajenna e altre droghe che non conosce che lui. Non dimenticatevi delle olive.
Le cose paesane sono la sua delizia. Teniamolo da conto perché gli uomini come
lui non nascono tutti i giorni. Egli ha più del Cristo che degli uomini. Pensa
a tutti senza mai ricordarsi di sé. Il marito della mia gna ha la gabella. A
tavola, lascia mangiare gli altri. Assapora, smette e collo stecco infilza una
fetta di citriolo o un rapanello o intinge nell'olio pepato un fusto di sedano.
Bravo Saladino, così va fatto colle salviette. È un colpo d'occhio. Sembrano
tante mitre. Il cucchiaione tenetelo sul tavolo di dietro coi cavatappi e cogli
arnesi che devono servire a voialtri. Santo mio, anche i tondini vanno tenuti
in riserva fino alle frutta, al formaggio, ai dolci. Ci saranno anche i dolci,
sissignori. Sacro Dio, se io dovessi fare il cameriere diventerei uno dei
primi. Non ci vuole dello studio. Basta avere mangiato alla tavola del mio
padrone per diventare difficili. La posata va a destra, zuccone. Pezzo d'asino,
guarda come mette il coltello, colla lama all'infuori. Staresti fresco a
servire il padrone, lui che non ci tiene che all'eleganza. A furia di sentirlo sgridare
le sue persone di servizio, sono diventato difficile anch'io. Non so più
mangiare che sulla tovaglia pulita. Mi ricordo il baccano che ha fatto l'ultima
volta, perché il cameriere gli ha portato in tavola il trinciante invece del
tagliapesce. Lui è educato e ci tiene a queste cose da nulla. Tu, Saladino,
servirai da questa parte, e specialmente il padrone. M'importa poco degli
altri. La oliera d'argento colle ampolle di cristallo va qui, per lui. Me l'ha
prestata il suo maggiordomo e guai se non gliela restituisco. Qui anche il
portastecchi, qui anche la pepaiuola. Saladino, ti raccomando i suoi bicchieri.
La semplice appannatura gli fa andar via la voglia di bere. E io voglio che sia
allegro oggi, il padrone. Bene, bene, quella lattuga del nostro orto. Angelina,
lavala e rilavala e non mettere nell'insalatiera che quella candida. Egli è
contentone quando può mangiare qualcosa cresciuto sul suo fondo. In pochi anni
lo ha ridotto un giardino. E oggi non gli verrà servito che il frutto delle sue
fatiche. Carne del nostro bestiame, burro e formaggio delle nostre vacche,
legumi della nostra ortaglia, vini dei nostri vigneti, frutta dei nostri campi
e uova delle nostre galline, nate e venute su nei nostri pollai. Mi raccomando
a te, Saladino, vado a dare un'occhiata alle cazzeruole».
Luraschi godeva mezzo mondo nel
frack del cameriere. Tiraboschi non voleva assolutamente. Egli diceva che tutti
gli eccessi sono eccessi. In mezzo alla geldra dei mafiosi non c'era da
scherzare. Il semplice sospetto lo avrebbe scontato con la vita. Ma non c'era
pericolo. Le sue faldelle da cameriere nato e i tiracuori al di sopra delle
orecchie gli avevano dato un'altra fisonomia. Sembrava che non avesse fatto
altro che portare zuppiere in tavola e stappare bottiglie. La sola cosa che gli
spiaceva era che non poteva mai fare cose che uscissero dalla sua testa. Era
sempre preceduto da qualcuno. Non c'era ormai pennivendolo che non sapesse fare
un'inchiesta. La donna tagliata a pezzi di Crescenzago aveva tirato intorno gli
avanzi della vittima tutto uno sciame di giornalisti. L'Agnoletti che aveva
annegato il figlio che idolatrava per vendicarsi della infedeltà della madre,
aveva prodotto perfino il capolavoro sensazionale, l'inchiesta documentata,
l'inchiesta che frugava negli archivi della famiglia per incominciare dal
tronco dell'albero che aveva maturato il delitto. Anni sono, a Roma e a Napoli,
sono stati due giornalisti che hanno servito a tavola l'imperatore di Germania.
A lui non rimaneva che migliorare ciò che avevano fatto gli altri. I due
giornalisti si erano limitati a portare in piazza lo scambio di cortesia tra
Umberto e Guglielmo, i tre capelli celebri che traducevano le gambe del ragno
sul cranio lucido di Bismark, il colore delle tuniche di tutti gli invitati,
gli abiti e i gioielli della imperatrice, della regina e delle dame del seguito
e di Corte e quello che si chiama l'ambiente, il quale racchiude lo sfarzo,
l'etichetta, i mobili, i quadri, i domestici, le vivande, i dialoghi e la lista
dei vini che hanno spumeggiato o fremuto nella limpidezza dei calici. I segreti
internazionali sono rimasti il punto interrogativo del pubblico. Che cosa si
erano detti i due regnanti? E questo, forse, ce lo dovevano dire. Il
cameriere-giornalista, ai pranzi reali, non era più una novità che per gli
spedati della professione. In America, in Francia, in Inghilterra e in Spagna
il giornalismo aveva già saputo raccogliere i segreti internazionali. Il
Blowitz — il giornalista principe a Parigi — ai banchetti di Corte e ai
colloqui dei regnanti, non era più un giornalista-cameriere, ma un invitato,
un'autorità incaricata di diffondere ciò che le teste coronate e i loro
ministri gli confidavano. L'ambiente di Luraschi era diverso, assai diverso, ma
era un campo sfruttato. La mano fraterna aveva già rivelato tutto. A lui
non rimanevano che la descrizione dei tipi, il linguaggio dei commensali, gli
intingoli che si sarebbero divorati e le bestemmie che si sarebbero dette. Al
salone coi profumi e il lusso sontuoso, egli avrebbe messo d'accanto la bettola
colla feccia che s'accende a poco a poco e diventa rivoltosa tra un ruzzo e
l'altro, furiosa nella nuvolaglia delle loro pipe incandescenti, stomachevole
negli orrori delle loro eruzioni, briaca da non sapere più stare in piedi.
«In cucina va tutto bene, disse
Filippella ritornando al pergolato con un grembiale bianco legato ai fianchi.
La Bigia fa meraviglie. Mi ha fatto assaggiare un pezzo d'agnello accomodato
nel burro, con del prezzemolo, delle cipolle e delle erbe tritate fine fine, da
far risuscitare i morti. Io però mi farò una spanciata di porco allo spiedo.
Antonio, chiudi quell'uscio che me ne lascia venir qui l'odore. La Bigia lo fa
girare adagio, adagio, umettandolo di tanto in tanto colla sgocciolatura che va
nella leccarda sotto lo spiede, da farlo diventare un boccone baronale. E
quello stupido di sindaco che puzza ancora di brigante, voleva farsi pregare!
Ottimamente, Saladino. Tu hai dell'ingegno e farai carriera. Così va fatto.
Tutta quella cristalleria disposta bene sul candore della tovaglia, contenta
gli occhi e fa dire bravo al cameriere. Ecco il primo invitato. Onia, come
stai? Sono proprio contento di vederti. Dammi la mano, sacro dio, che non ci
conosciamo da ieri. E come stanno a casa, tutti bene? I saluti di tua moglie mi
fanno sempre piacere. Tu vuoi parlarmi in un orecchio? Oggi no, caro. Oggi è
giorno d'allegria e non voglio note funebri. A proposito, Antonio, porta le
bottiglie di vermouth al Saladino che darà da bere agli invitati. Il padrone
non le ha mica mandate per tenerle in cantina. Sì, sì, ti assicuro che saranno
qui fra poco anche i Cottone, tutti e due i fratelli, Vincenzo e Andrea. E
perché non dovrebbero venire, scusa? Qua i bicchieri, chin chin, assaggialo e
dimmi se ne hai bevuto dell'altro come questo».
Luraschi-Saladino, sostenendo il
gabaret con una mano e tenendolo con l'altra, non finiva mai di guardarlo. Era
un cranio che avrebbe dato da lavorare a Lombroso. La sua testa di pochi
capelli aveva la forma della scatola piatta, come se il bulbo rachidico fosse
sotto il peso di una pietra. Gli occhi accovacciati nelle pareti orbitali
assottigliate erano protetti da una tettoia leggermente arcuata e piena di
peli. L'orificio inferiore delle fosse nasali lasciavano scoperto un margine
sanguinoso e ripugnante. La cavità boccale mostrava i denti fino agli alveoli,
come se la natura gli avesse negato la sua parte di copertura carnosa. Si
avvicinava al mostro e destava in Luraschi la repulsione che si prova nel museo
delle sfigurazioni umane.
«Un altro bicchiere per Alfonso
Domenico di Salvatore. I miei complimenti. Sei stato bravissimo. Non c'era
bisogno che tu nascondessi quelle poche schede buttate nell'urna dai nemici del
nostro Comune, perché tu hai veduto che maggioranza. Ma hai fatto bene a
sopprimere completamente anche la speranza di una rivincita a certi porci come
i Lumella, per esempio. Ah, se non fosse perché bisogna contentare un po' il
mondo, saprei io come mettere a posto certa gente che mena la lingua un po'
troppo. E quell'altro loro compare del macellaio che fa il gradasso col
coltellaccio dei buoi nella cintola anche quando va in piazza? Sacro dio, non
mi chiamerei Filippella se avessi paura di quell'uomo ciccioso che le mie mani
saprebbero fare in due. Ti venga il malanno, e perché mi parli di politica,
oggi? Non abbiamo vinto e stravinto? E di che cosa ti lamenti? Saladino, dagli
da bere. No, grazie, non ne bevo altro. Con un altro, sarei obbligato a
sbriacarmi sul letto».
Alfonso Domenico era quello che
si chiama un tocco di carne di collo. Era un mafioso di una crudeltà
indicibile. La cronaca diceva che sia stato lui ad appendere il Giuriati che
aveva minacciato di andare dal Questore a raccontare quello che sapeva. Lo si è
trovato coi piedi bruciacchiati dal fuoco che gli aveva acceso sotto e colle
parti genitali mutilate in un modo orribile. A casa, tutti sapevano ch'era un
demonio. Bastava che avesse in corpo un po' di vino per dare sberlotti alle
figlie e pugni sulle mammelle alla madre che voleva difenderle. Una volta che
una vicina gli è andata in casa a dirgli di smettere di far gridare quelle
povere innocenti col bastone, le saltò alla faccia e le morsicò via mezzo
orecchio. Il delegato di Misilmeri ne sa qualche cosa.
«Onia, Domenico, venite a vedere
se non lo conoscete. È lui? È Prefaci Samuele di Giacomo, lungo come una
pertica, magro come un uscio, pelato come uno scimmiotto invecchiato. Ohe,
vieni avanti. Ecco gli altri che gli tengono dietro. Quello là, col pancione
che viene avanti come un'oca, col berretto in mano, è Faddetto Giovanni di
Giuseppe. Ci scommetterei la testa di Domenico. E quell'altro che gli sta
vicino, non è Licata Rosolino, un trovatello che mi fa compassione tutte le
volte che mi trovo con lui? Che cosa volete, mio padre e mia madre mi hanno
lasciato quello che ho adesso sul palmo della mano. Ma quando un figliuolo ha
qualcuno che pensi a lui non si sente più solo al mondo. Dove ci sono i
genitori, c'è sempre un tozzo di pane. Dovrebbero essere condannati a morte i
genitori che abbandonano e buttano via le viscere delle loro viscere, come si
buttan via gli stracci della casa. Povero Rosolino, forse i suoi genitori sono
persone che stanno bene. Notate, che coloro che fanno di queste porcherie sono
sempre la gente ricca. Il Barone Sgadari non aveva vergogna di mandare i figli
dell'Averna all'ospedale e l'Averna non aveva vergogna di dimenticarli come la
gatta i gattini. Se ci fosse un po' di giustizia a questo mondo, le galere che
ci sono non basterebbero a raccogliere tutti i malviventi. Ne vedo tanti de'
signori che dovrebbero essere in quel posto, sacro dio! Allegro! Eccoli vicini,
non parliamo più di cose malinconiche. Saladino, colma i bicchieri che avranno
sete, col polverone che si leva caldo come se fosse stato in una fornace.
Faddetto mio, tu hai lo stomaco disfatto e la lingua infuocata. Saladino,
spegnigli il fuoco se non vuoi che bruci. Licata, non potevo più di vederti.
Non vieni mai, da noi. È casa tua, te l'ho detto e te lo ripeto. L'altro giorno
si mangiava un po' di capretto e si diceva, io e mia moglie, che se tu fossi
stato con noi ci avresti fatto piacere. Vuota il bicchiere e va a dirle addio
che è in cucina ad aiutare la cuoca. Saladino, me ne dimenticavo! Ho tante cose
per la testa che non so più da qual parte incominciare. Dammi tutte e due le
mani, Prefaci, ti s'aspettava, sai. Bevi, ecco là il tuo bicchiere. Dicevo
dunque, Saladino, che s'incomincerà con quattro fette di salame dei nostri
porci, con del burro, delle acciughe e delle olive. Vengono, vengono! Quello
là? I tuoi occhi ti servono poco, Onia. È Di Peri Giovanni del fu Bartolomeo.
Lo conosco per quel suo modo di camminare colle spalle innanzi. Vedi l'altro
più lontano? E Giangreco Gaspare del fu Leonardo. Non c'è che lui che vada
attorno col cappello del cappeddo e colla fascia in vita rossa come il
gambero. Saladino, quanti coperti ci sono sulla tavola? Venticinque? Compreso
quello del padrone? Va bene, va bene. Il padrone non conta nel numero. Il suo
posto è suo quando è quì e quando è altrove. Antonio, perdio, non farti dire
un'altra volta di portare dei fiori! Ce ne sono a bracciate. Voglio che ogni
commensale si abitui a mangiare con un mazzo di fiori dinanzi il piatto. È il
padrone che lo esige. Quand'egli sarà ministro proporrà una legge che costringa
il cittadino a sparger fiori per la tavola. Mi diceva l'altro giorno, facendo
colazione in casa sua, che i fiori completano l'educazione dell'uomo. Si può
essere dotti, soggiungeva, e mascalzoni. I fiori ingentiliscono l'anima più
perversa e educano il naso a non indugiare più sulle porcherie. Quello che sono
lo devo a lui. Il bifolco di qualche anno fa può sedere co' signori. Ridete, ma
è così».
«Non mai», disse Prefaci, «come
Giuseppe Fontana. Se la sua faccia non fosse butterata dal vaiolo, lo si
potrebbe scambiare indubbiamente per un uomo nato nella bambagia. È scicco,
mi pare».
«Fontana? Dove è Fontana? Non è
ancora venuto? Senza lui sarei senza il braccio destro. Hai ragione, Prefaci.
C'è in lui dell'uomo elegante. Parla bene e non pare un modesto venditore di
agrumi. Lo vedete? Eccolo che spunta colla sua faccia piena come una luna e
bruna come se la sua carne fosse stata affumicata. Il cane, porta i guanti!
Salute; siamo noi che ti battiamo le mani, fatti coraggio con quel tuo passino
da donna interessante. Ti fai desiderare, sacro dio! Vieni qua, dammi un
abbraccio. E tuo padre sta bene? Ho visto i tuoi figli, ieri l'altro, a
Palermo. Sono tutto il tuo ritratto. Siedi, e tu Saladino, portagli il
bicchiere. Come, non bevi? Se non ti piace il vermouth, c'è il vino bianco
spumante. Ti terrò compagnia; vada per il terzo bicchiere. Antonio, vammi a
prendere una bottiglia di bianco in cantina, del gruppo numero undici. Sono
tanto contento di vederti. Ho tante cose da dirti, ma adesso, no, sai. Alla tua
salute. Mio fratello? Sarà qui a minuti. Deve venire da Palermo coi dolci. Ecco
un'altra frotta d'invitati. Gambino Natale di Giovanni, Militetti Salvatore di
Gabriele, Cerrito Antonino di Luigi, Renna Salvatore del fu Gioacchino, Fontana
Gioacchino del fu Pietro. Bravi, bravi, avanti che vi s'aspetta da mezz'ora.
Voialtri siete invitati che vi mantenete sulla punta della forchetta. Giungete
proprio al momento di mettervi a sedere. Saladino, te li raccomando. Innaffia
loro la gola che avranno sete. E voialtri di fuori state zitti se volete che Filippella
vi dia da bere. Dopo, dopo. Mi struggo a vederli mendicare una tazza di vino.
Santo, contentali con una mescolata ciascuno di quello di vasello. Hanno
ragione anche loro. Fa male a vedere gli altri in gozzoviglia quando si ha fame
e sete. Dopo, dopo vi daremo anche da mangiare se starete buoni. Vedete con un
po' di vino come diventano subito allegri. Anche il gobbo non è più
imbronciato. Beve colla voluttà di un ubbriacone che si risveglia dopo una
sbornia. È la volta dei fratelli. Spuntano; aspettate che veda bene. Vincenzo,
fratello di Cattino, detto il Nennuccio, e Giovanni e Pasquale, fratelli
del Di Peri. Dove sei, Di Peri? Va a dar la mano ai tuoi di casa. Su, venite,
pigmei. Vi fate desiderare come tante donnine. Avrei giocato mia moglie che adoro,
che dove c'è Fontana ci sarebbe anche il suo cognato Trabia. Indossa gli abiti
della festa. Sì, sì, non cavatemi gli occhi. Non ho fatto per offendervi. Siamo
tutti vestiti della festa. Dovevo dire ch'egli è vestito di nuovo. E va in tua
malora! C'è tuo cognato che ha bisogno di essere smalinconito. Che cosa hai,
Fontana? non rendermi triste; non sarai mica ammalato, spero? Ti voglio
allegro, ti voglio. Ci siamo tutti? E dove è Incandela Salvatore del fu
Battacchi? Presente? Fatti innanzi, per la Madonna! Si entra senza farsi
annunciare? Hai bevuto il tuo vermutte? Alla buonora! Non incominciate a
parlare di cose serie. L'ora di metterci a tavola è vicina. Il padrone ha
promesso di venire sul tardi, quando saremo al caffè. Sissignori, ci sarà anche
il caffè col cognac. Il padrone è democratico. Signore Iddio, fatecelo
diventare ministro! Alla sua tavola si è tutti uguali. Vi dà del suo vino,
della sua carne, di quello che mangia, di quello che beve. Non ti umilia, come
certe nostre conoscenze, facendoti stare in piedi quando loro son seduti, o
offrendoti delle bibite che loro non bevono. È vero, non lo nego, il mio
padrone... avete ragione, diciamo il nostro padrone, riceve alla mattina seduto
sul trono. È un po' troppo di confidenza. Pensiamo però che lui non ha tempo da
perdere alla latrina. È obbligato se vuole fare tutto, a rompere le buste delle
lettere e a sentire le persone mentre fa le cose sue, per correre dopo al
Consiglio, al Banco, alla Congregazione, ai suoi uffici. Si fa presto a dir
male della gente. Mettiamoci nei suoi panni, quando si hanno tanti affari e
quando ci sono tante persone che vogliono dirvi, supplicarvi, salutarvi,
incoraggiarvi, e magari domandarvi dei denari. Lui è generoso, lo sapete. Ho
visto io con queste pupille mettere le mani in saccoccia o nel portafoglio e
dare a occhi chiusi. Ce ne fossero degli uomini come lui. Antonio, si va o non
si va a tavola? Va' a vedere se la Bigia è pronta. Noi non s'aspetta che lei.
Sentite come si sbattono gli usci. Signori, a tavola, tutti i posti sono buoni.
Purché io resti a faccia a faccia o vicino col mio Fontana. Tu sai che il
padrone ci vuol bene. Sediamo ai lati del suo posto».
Luraschi era stordito della
eloquenza e della vivacità di Filippella. Coll'aria di bonaccione contento ascoltava
a destra e a sinistra, rispondeva da tutte le parti e metteva dovunque la frase
o la facezia che ravviva e rende piacevole la conversazione.
I commensali si buttarono
sull'antipasto colle mani e colle forchette, facendo del chiasso, contendendosi
le fette di salame più larghe o circondate di grasso bianco, strappandosi i
bocconi di pane dalle mani, buttandosi in faccia la pelle del salato e
scambiandosi parole triviali che facevano sganasciare dalle risa parecchi.
«Golosaccio!», disse
Prestigiacomo a Onia, agguantandogli la fetta che stava tirandosi in bocca
mangiando.
«Ce n'è per tutti, ce n'è,
figliuoli», disse Filippclla. «Adagio, adagio a versarmi da bere, Saladino, che
non voglio ubbriacarmi».
«Ah, no», rispose ai risolini
dei pacchioni, «io non mi ubbriaco mai».
«Come?» gli domandò Fontana.
L'interruzione gli ricordava la
terribile notte che aveva dovuto tracannare un bicchiere dopo l'altro, per
cacciarsi dagli occhi il coltello insanguinato che lo agitava e gli impediva di
dormire.
«Non rammentarmelo!» E si
sottrasse al brivido con uno scotimento di spalle e un altro bicchiere di vino.
Luraschi-Saladino lo guardava.
In mezzo alla luce del tramonto
che lo ravvolgeva dalla squarciatura del fogliame, la sua faccia perdeva la
durezza dei lineamenti e assumeva una intonacatura colorita che lo rendeva
quasi simpatico. Era Prefaci che lo calunniava o era lui che sapeva
personificare varii personaggi colla disinvoltura dell'attore consumato? E
perché avrebbe simulato se si trovava in famiglia, se era in mezzo alla
gentaglia che faceva nascere tante interrogazioni in chi la vedeva? Monologava
lavorando senza trovare la risposta.
Il resto di porco, circondato di
foglie di lauro, aveva fatto gridare più d'uno di gioia. Era tutto il quarto della
schiena, col lardo alto due dita, disteso in un grande piatto a sandolo, con
tutta la superficie rosolata e scintillante dell'unto gocciolato nella
leccarda.
«Lasciate fare a me», disse
Filippella, «che ho pratica».
Gambrino gli gettò una
pallottola di mollica di pane per punirlo del peccato di superbia.
«Sono buono anch'io di
tagliarlo, sai. Non è la prima volta che mangio il porco».
«Non dico questo, ma il tagliare
a tavola non è di tutti. Il padrone è un maestro. Quel poco che so l'ho
imparato da lui. L'ho visto un giorno a disossare un'oca colla delicatura di
una signora e l'abilità di un chirurgo. Vedete come faccio io? Con questo
coltello affilatissimo... Ah, no, il coltello se non è bene affilato vi lascia
le denticchiature nella carne e la carne viene servita come se vi fosse stata
morsicata via con rabbia. Ecco, vedete come ho snudata la schiena senza rompere
la copertura che adesso vi servo con dei tagli traversali? A te, Cottone, va
dopo a sparlare degli amici! Al Giangreco voglio dare questo pezzo che perde il
succo. Fa venir voglia di leccarsi le dita! Saladino, portami il piatto di
Pitaressi in fondo, che deve mangiare questo pezzaccio che mi mangerei io se
non gli volessi bene. Tu, Alfonso, hai paura che io ti dia degli ossi. Non
temere. Li mangeremo io e Fontana, non è vero Fontana? Stupido beccaio,
diss'egli, forzando col forchettone e col trinciante, si è dimenticato di
dargli un colpo di mannaia che ne renda facile la legatura. Ti domando mille
scuse Incandela, non vedo tutti. Ti sei proprio cacciato allo svolto del tavolo
su questa stessa linea. Tocca a te, Saladino, ad avvertirmi. Tò, portagli
questo piatto abbondante per ripagarlo di averlo fatto aspettare. Del pane? Chi
è che domanda del pane? Ce ne è una corba. Saladino fatti aiutare dall'altro a
distribuire il pane. Moviti, marmittone. Vino, vino, non lasciate mancare il
vino».
«È duci lu vinu, ma assai
cchiu duci è lu sangu di li cristiani».
Luraschi stette per lasciar
cadere il fiasco. Era egli cameriere di un'associazione di malfattori come
quella che esisteva nella provincia di Girgenti? Chi aveva parlato era il
Jaddetto Giovanni, la cui testa grossa e acuminata rivelava il sanguinario.
Spalancava la bocca e ingoiava senza quasi masticare, inaffiandosi sovente lo
stomaco con dei bicchieri di vino.
«Chi c'era?» domandò lui al
Cerrito che gli stava vicino.
«Bella questa.»
Non c'era più dubbio. Erano
l'interrogazione e la risposta degli associati girgentini.
«Te ne ricordi?»
«Se me ne ricordo!»
«L'abbiamo scappata bella».
«Sono venuto a sapere il nome
dello spione».
«Se l'ho ammazzato, io?»
«Chi? L'Urbanini di Palermo che
ci aveva denunciati tutti?»
«Lui, in persona. Ci eravamo
giurati durante il processo che chiunque fosse stato assolto avrebbe vendicato
gli altri. È toccato a me questo incarico, e l'ho compiuto con piacere. Si è
fatto aspettare più di tre mesi, perché aveva paura di andar solo. Ma mi è
capitato una bella mattina sullo stradone che svolta dove non ci sono più case
e va via rasente la caverna Diova. Non gli ho lasciato dire una parola».
«È la mano fraterna», gli
ho detto, «che ti colpisce». E lo lasciai là morto come un cane.
«È duci lu vinu...» E
tutti e due fecero chin chin co' bicchieri e li vuotarono di un fiato.
I commensali incominciavano ad
ammansarsi. Non inghiottivano più colla voracità di prima. L'immenso entrecote
al sugo, portato in tavola nella cazzeruola per conservarlo caldo, colorito dal
fuoco lento, faceva gola a tutti. Ma non sapevano trangugiarne che qualche
boccone. Filippella diceva:
«Licata? Prendine un'altra
sleppa che è delicato e saporoso come una quaglia».
«Lascialo lì che lo mangerò
domani».
«Domani mangerai a casa tua».
«E tu Renna, ne vuoi dell'altro?
Non fare complimenti».
Renna non faceva complimenti.
Aveva mangiato come un lupo e continuava a mangiare senza dire una parola e
senza ascoltare Biagio Canovretto che gli narrava i colpi di bastone che gli
aveva menato l'agente di P. S. nella caserma Sperone, dove era stato coinvolto
in un processo per assassinio.
«Mi sbatteva da una muraglia
all'altra, mi acciuffava per i capelli e mi tirava indietro continuando a darmi
dei calci e poi, con impeto, mi sbatteva al suolo per riprendermi e rimettermi
in piedi e ricominciare da capo. Ma io non ho parlato».
«Chi parla va in galera o
all'altro mondo», disse Pitarresi.
Luraschi veniva alla volta della
tavola con un enorme pezzo di formaggio e Filippella divenne del colore della
cenere. Alzandosi a riempire i bicchieri degli amici vicini, aveva visto
dinanzi la folla di fuori il delegato Luparone, un suo nemico personale che
aveva giurato di stargli ai panni fino al giorno della sua rovina.
«Che cos'hai Filippella?», gli
domandò Fontana. «Ti senti male? Saladino, un bicchiere di marsala. È forse
qualche cosa che ti ha fatto male?»
Pareva che l'afasia gli avesse
paralizzata la lingua o che una boccata di fumo in gola gli impedisse di
articolare una parola. Restava lì colla fronte bagnata di sudore e col
fazzoletto in mano, stravolto e inebetito. Lo si sarebbe detto di cera o una persona
immobile, trattenuta in quella posizione dalla presenza di un fantasma, colla
mano spaventevolmente tesa nel vuoto. Luparone, cogli occhi dietro i vetri,
grossi e scintillanti del miope, era là a fianco del gobbo che lo guardava
coll'insistenza implacabile dell'uomo che lo conosceva nelle più intime pieghe
dell'anima. Filippella avrebbe gridato per liberarsi dal peso che lo soffocava,
ma gli occhiali gli stavano addosso e non gliene davano il tempo.
«Filippella, che cosa fai?», gli
ridomandò Fontana, scuotendolo per la spalla.
«Se n'è andato!», diss'egli
sommessamente a Fontana, tirando il fiato liberamente.
«Chi?», gli domandò a bassa voce
il Fontana.
«Il delegato Luparone».
Fontana rimase in apparenza
tranquillo. Ma il nome gli diede contrazioni facciali.
«E che cosa t'importa?» disse
lui.
«M'importa. Tu sai ch'egli ha
detto di volermi rovinare ad ogni costo».
«Fattelo amico con dei denari».
«Ho tentato».
«Saranno stati pochi. Dimmi
sinceramente, credi ch'egli sappia qualche cosa?»
«Lo sospetto. Un giorno mi ha
parlato di Francesco Miceli, dicendomi che poteva andare a prendere gli
assassini quando voleva, tenendomi sul naso quei suoi occhiali sfacciati e
battendomi sulla spalla, come se avesse voluto farmi capire che io era del
numero».
«Ti ha fatto dei nomi?»
«Suppongo, ma non li ricordo o
non li ho sentiti. Ho cercato di padroneggiarmi, ma non è facile, in certi
momenti».
«Non c'è altro mezzo di
sbarazzarsene che con del denaro o con un buco a tempo opportuno».
Il Fontana pronunciò queste
parole con un filo di voce, guardando dalla parte opposta, come un uomo che non
era molto interessato nella conversazione.
Filippella vuotò il bicchiere
tutto d'un fiato.
«Non mi è mai avvenuto di averlo
in un luogo adatto e alla portata della mia mano».
«Ti sei confidato con alcuno?»
«Mai».
«Tientelo a mente, non dire mai
male di lui con alcuno. Regola generale: non bisogna mai occuparsi
dell'individuo che deve sparire o lasciarsi corrompere».
«Neppure l'aria sa di quello che
ti ho detto. Anzi abbiamo parlato anche troppo tra noi».
Si volse alla tavolata invitando
gli amici ad imitarlo.
«Bevete amici, e state allegri».
Militello, colla faccia
infiammata e gli occhi che incominciavano a rimpicciolire, diceva al suo
compagno vicino che il deputato non sarebbe venuto. Una volta che i cappeddi
sono riusciti, non si ricordano più della folla.
La conversazione generale era
sulle elezioni.
Ciascuno degli invitati ne era
orgoglioso.
«Abbiamo vinto», diceva Onia.
E Cottone aggiungeva che era
stata una bella vittoria.
I Di Peri capivano il pranzo, ma
non capivano l'entusiasmo per le elezioni. Quello che importava loro era che ci
fossero uomini della cosca.
«E ci sono, o asini», disse loro
Jaddetto.
«E chi lo dice?»
«Io, che li conosco».
«E allora va bene».
«Facciamo un brindisi alla
vittoria, Filippella?»
Filippella prese in mano il
bicchiere.
«Io bevo, ma non fo il brindisi.
Il brindisi lo farà il nostro deputato».
«E se non viene?»
«Verrà. Non vi ho letto il
telegramma? Che bestia, me ne ero scordato».
Si gridò silenzio da tutte le
parti.
«Sentite: Ore due d'oggi.
Filippella, Sassaiuola, Villabate. Impossibilitato venire al pranzo. Verrò al
caffè. Salutami gli amici».
Gli invitati vuotarono un
bicchiere alla salute dell'onorevole e alcuni applaudirono al caffè.
«Caffè! caffè!»
«Non dar retta, Saladino. Dirai
alla cuoca che si tenga pronta per l'arrivo del padrone. Egli sarà qui alle sei
e tre quarti. Mancano ancora venti minuti. L'avvertiremo. Che porci! Chi è che
si permette di digerire come un maiale? Tu, Incandela? Ti raccomando di non
farti sentire dal padrone. Il fiato lo nausea — il tuo lo farebbe vomitare».
Incandela non capiva più bene il
significato delle parole. Egli si era sbottonato il panciotto, e colla scranna
staccata dal tavolo si accarezzava la pancia come un grosso borghese che gode
la digestione che si compie coi rumori del guazzabuglio che precipita. Alfonso
si ubbriacava, sbraitando contro i cappeddi che lasciano morire la
povera gente. Licata non fumava più bene. Masticava il sigaro e si lasciava
umettare il mento dal succo nero che gli andava giù dalle labbra. Giangreco si
ostinava a bere ancora dicendo che lui non era ubbriaco e che poteva resistere
su una gamba anche per mezz'ora.
«Scommetto una bottiglia con
chiunque che so stare in piedi per più di mezz'ora con una sola gamba, dopo
aver vuotata questa bottiglia di marsala, eh!»
Militello fece segno col gesto
che gliene importava un fico secco. Se non voleva stare in piedi, poteva
sedere. I suoi occhi incominciavano a veder doppio e a spaventare Filippella
che aveva paura di vederlo precipitare sotto la tavola.
«Bevi un bicchiere di acqua di
seltz che ti farà bene». Militello buttò via con disgusto il mozzicone del
sigaro e si inaffiò la gola con un bicchiere di rosso, aspirando le ultime
gocce nel bicchiere colla voluttà di chi ne vuole dell'altro. Cerrito dava dei
pugni sulla tavola per convincere Renna che Villabate era il paese più bello
della Sicilia.
L'arrivo del cognato di
Filippella lasciò gli invitati al posto, sotto il fumo del sigaro che sbatteva
su tutte le facce un colore di piombo. Il cognato era livido come un ubbriaco.
«Perché non sei venuto prima?»
gli domandò Gambino.
«Saladino, dagli da bere», gridò
il Cerrito.
Non sapeva che farne. Respinse
il bicchiere e fece segno al fratello di uscire che aveva bisogno di parlargli.
Il cognato era come in preda
alla febbre. Tremava come una foglia.
«Hai dormito, mi pare?»
«Che! Senti, ho una brutta
notizia».
Si allontanarono un po' più
dalla tavola per paura di essere uditi.
«Ho già avuto uno spavento, non
darmene un altro».
«Non so che farci, mio caro».
«Parla, non tenermi sulle
spine».
«Hanno arrestato la famiglia
Barone».
Fu lì lì per abbandonarsi al
capogiro. Ma Filippella che non aveva mai raccontato le cose sue al cognato, superò
l'emozione con un'indifferenza glaciale.
«Mi rincresce, ecco tutto».
«Non è una notizia che ti
interessa?»
«Personalmente non mi interessa
affatto. È sempre un dispiacere sentire che c'è della gente in disgrazia; ce
n'è già tanta».
«E va bene!»
«Sacro dio, vuoi che mi metta a
piangere? Ti offrirò piuttosto da bere, vuoi?»
«Io ti ho avvertito per amore di
tua sorella. Tu sai che Rosina ti vuol bene e ne è tutta impaurita».
«Dille di stare tranquilla che
il figlio di Ignazio Filippella non è un senza testa, sacro dio!»
«E va bene, ti saluto».
«Bevi, prima d'andartene».
«Non ne ho voglia, ti dico!»
«Tommaso, bevilo. Te lo butto in
faccia, te lo butto. Mi sono stremito oggi, come non mi sono stremito mai,
sacro dio. E tu vorresti che io mi mettessi a tremare di nuovo? Che vuoi che io
ci faccia se sono stati arrestati? Me ne duole perché sono buona gente, ma non
posso piangere perché non è gente di casa mia. Salutami tanto la Rosina e dille
che la ringrazio. Non avere paura che tengo gli occhi aperti».
«Addio».
«Addio».
Il cognato non era ancora giù
dal gradino in fondo che Filippella dovette appoggiarsi al muro. Gli pareva che
gli turbinasse la testa. Si sentiva soffocare, veniva nero, gli bruciava la
faccia e gli nascevano dei dubbi. Che avessero parlato? Li conosceva e sapeva
che erano più duri del cerro. Si lascierebbero abbattere dalla scure prima di
aprir bocca. Alcune volte però... E perché li avrebbero lasciati in libertà per
riarrestarli? Non hanno dichiarato che sono innocenti? Non gli hanno perfino
restituito il paio di calze e l'asciugamano insanguinato? Meriterebbero di
andare in galera, sacro dio! Con tante raccomandazioni di bruciare tutto,
tutto, hanno voluto arrischiare la vita per uno straccio di paio di calze e un
asciugamano di quattro soldi! Pitocconi e imbecilli! Quel Bastone, se mi capita
sottomano gli voglio dare io quello che si merita. Metti tra le fiamme le
calze, cane! E il cane se n'è messo in saccoccia un paio. Vengo, vengo, sto
guardando il diavolio di fuori. Saladino, contentali, da loro da mangiare e da
bere. Poveri cristi, hanno aspettato anche troppo. Maledetto gobbo, vieni che
ti darò da fartene una spanciata. I gobbi portan fortuna e bisogna tenerli da
conto. Ti piace tutto, non è vero? Fammi poi gli occhiacci come stamane, che ti
concio io. Sai bene che quando ho qualche cosa non ti lascio mai ultimo. Il
marsala? Ma tu ci vuoi svaligiare! Sii buono, Saladino, dagli ancora una mezza
bottiglia di marsala e lasciamo che si ubbriachi. Ricordati di battere le mani
quando arriva il padrone e di farle battere agli altri quando va via. Perché è
lui che vi dà tanta roba e tanto vino. Fila, e bada di non crepare.
Saladino distribuiva una corba
di pane e di carne e di formaggio e di vino e il gruppo dinanzi che consumava
da due ore si mise a gridare: evviva Filippella!
«Evviva il padrone, gridate,
porci che siete! Non sono io che vi do tanta grazia di Dio. Per mio conto»,
disse, avviandosi verso la tavola, «vi darei delle legnate. Vagabondi che fanno
niente tutto il giorno e che aspettano sempre una boccata di qualche cosa da
qualcuno».
Si distraeva parlando.
«Vedete che sono qui ancora. Il
padrone dovrebbe giungere a momenti. Non si fermerà molto, si sa. Ha più affari
lui di un ministro. Che cosa fate voialtri, là sull'angolo? Dormite? Cottone
butta loro un bicchiere d'acqua nella schiena. Mancherebbe che il padrone ci
trovasse belli e addormentati. Non possono mangiare in casa di un altro senza
imbriacarsi, questi porconi. E quel Giangreco da quest'altra parte non è buono
di contenersi come si deve? Un po' ancora e rimetterai nel piatto dove hai
mangiato».
Sedette dicendo a Fontana della
necessità di una legge che regoli il vitto delle persone non abituate a
pranzare tutti i giorni bene: I poveri diavoli non sanno contenersi. Mangiano a
crepapelle e bevono fino al vomito.
«Tu vorresti dunque?»
«Che lo Stato desse loro la
razione misurata e il vino regolato.»
«In una parola tu vorresti uno
Stato di cucine economiche?»
«Per i poveri, senza dubbio.
Credi tu che costerebbero più di quello che costano ora?»
«I poveri? Lo credo».
«Ti sbagli. Chi li mantiene
adesso? Un po' tutti e male, non è vero? Che cosa ci costerebbero di più, se la
società che è composta ancora di noi tutti, desse loro l'esistenza regolare? È
il sogno del nostro padrone onorevole che desiderebbe una beneficenza più alta
e più moderna. Egli non vorrebbe più cenciosi né per le strade né per i
ricoveri. Non vorrebbe che dei pensionati. Sono inabili al lavoro, non è vero?
O ammazzarli, o mantenerli. Siccome nessun governo avrà mai il coraggio di
compiere stragi di questo genere, così egli vota per la legge che dia la
pensione all'impotente. È il diritto all'esistenza che lo esige».
Abbassò la voce e cambiò
discorso.
«Sai che cosa è venuto a dirmi
mio cognato?»
«Che cosa?»
«Una notizia che ti darà i
brividi, te ne prevengo».
«C'è nulla al mondo che mi possa
far rabbrividire. Dopo quello che ho visto, caro mio, resterei tranquillo anche
se tu mi dicessi che Palermo è scomparsa nel mare».
«Lo credo. Ma se ti dicessi che
la questura ha ripreso i Barone e che mentre parliamo saranno forse nei
cameroni della polizia palermitana?»
Fontana aggrottò le ciglia.
«Non è una notizia che faccia
esultare, ma non è neanche di quelle che terrorizzano. Se uno si dovesse
allarmare tutte le volte che un altro viene mandato in prigione, la vita
diventerebbe un inferno e io rinuncerei a essere di questo mondo. I Barone sono
stati riarrestati? Se fossero innocenti, ci sarebbe a temere. Gli errori
giudiziarii sono infiniti. Potrei farti il nome di non pochi in galera a
scontare delitti commessi da altri. Così non ho paura. Chi vuoi che li accusi?
Li terranno dentro un mese, due mesi, ma poi dovranno rilasciarli. Il pericolo
è in loro. Se loro parlano, se loro sono capaci d'accusarsi l'un l'altro allora
sì, allora puoi essere sicuro di una catastrofe. Senti il mio polso. Non è
regolare? Abituati a non darti mai alla disperazione e a conservare il sangue
freddo dinanzi gli estranei».
«Mio cognato è andato via
sbalordito. Gli ho detto che mi rincresceva come rincresce di tutte le
sventure, ma che io proprio non sapevo perché avrei dovuto strapparmi i
capelli».
«Non andrai mai alla reclusione
a rimanere calmo. Smettiamo di parlare sotto voce perché ci si guarda. Il
Prefaci mi è divenuto sospetto. Fa lo gnorri. Non fidarti di lui. Mangia e beve
e non dice mai niente. I tipi che divengono silenziosi, dopo essere stati dei
burloni e dei chiacchieroni, non mi piacciono. Egli è diventato misterioso.
Sarà la più brava persona che tu conosca, ma da un po' di tempo io me lo tengo
lontano. È venuto una volta a casa mia come per scavarmi, ma l'ho messo subito
fuori dell'uscio, dicendogli che dovevo uscire. Non si è fatto più vivo e non
ne sono malcontento. Non capisco perché tu l'abbia invitato.
«L'ho trovato l'altro giorno che
veniva dal fondaco Barone...»
«Ne sei sicuro?»
«L'ho veduto io e me lo disse
lui. Mi ha domandato come stavo, mi parlò bene dell'onorevole e l'ho creduto
nostro amico».
«Diffida».
«Non ha da far tanto il
bravaccio neppure lui, sai; ne so di quelle...»
«Tu non dirai mai nulla, spero.
Il birbone lo faccia chi vuole».
«Il mio sospetto è ch'egli sia
l'autore dell'arresto dei Barone».
«Tu vaneggi».
«Non forse tanto come tu credi.
Egli ci spia; attenti».
Il dialogo venne interrotto dal
battimano strepitoso e dalla confusione delle voci che davano il benvenuto
all'onorevole.
«Evviva l'onorevole! Evviva!»
Filippella Bartolomeo gli andò
incontro e lo aspettò all'entrata, battendo lui pure le mani e gridando come
tutti gli altri.
«Evviva!»
Egli era in tuba, col solino in
piedi ed aveva i baffi impolverati. Indossava un paltoncino colore cannella, un
panciotto bianco, una redingote e dei calzoni di stoffa scura giù a piombo
sugli stivaletti di vernice e aveva nella mano inguantata la canna nocciuola
col pomo dorato.
I commensali si erano alzati
come avevan potuto e colle voci rauche e avvinazzate gridavano anch'essi:
«Evviva l'onorevole, evviva».
L'onorevole si tolse il cilindro
e il paltoncino e poi sbottonandosi i guanti andò verso il pergolato domandando
a bassa voce se c'era qualche cosa di nuovo.
«C'è una brutta notizia,
onorevole».
«Lo so, l'arresto dei Barone.
Non è cosa che ci riguarda, ma a ogni modo non auguro di andare in prigione
neppure al mio peggiore nemico».
«E ne hai dei nemici,
onorevole».
«So anche questo e so anche che
cosa si dice; ma tu hai veduto la fine che fanno. Parliamo d'altro, adesso.
Come è andato il banchetto?» domandò egli scomparendo sotto il pergolato e
avviandosi al suo posto inghirlandato di fiori e sormontato da una corona
d'alloro che lo fece sorridere.
«Da che il Prati è morto, non ci
sono più poeti. Egli era il Verdi della lirica italiana».
Parlava come se parlasse a sé
stesso.
«C'è anche Carducci; ma è il
Wagner della poesia. Non lo si capisce che studiandolo. E la vita è troppo
breve per studiare quello che non si capisce di prima acchito. Dunque, avete
mangiato tutti bene?»
Erano quasi tutti ubbriachi
fracidi. Tranne Fontana e Prefaci, non c'era alcuno che potesse rispondere. Non
si sentirono che dei grugniti e non si videro che delle mani che non sapevano
più gesticolare. Egli era giunto quando gli stomachi erano colmi e i cervelli
annebbiati.
L'onorevole si guardava le mani
inguantate e faceva delle considerazioni sulla plebe. Siamo ancora alle
moltitudini dei tempi dell'impero Romano. I secoli sono passati senza lasciare
alcun sedimento nel loro sangue. L'atavismo è nelle menti dei visionarii. Il
mondo si trasforma, non progredisce. Gli individui di ieri sono morti. Ma
quelli di ieri e quelli d'oggi sono identici. C'erano pitocchi sotto i Cesari e
ci sono pitocchi sotto Umberto primo. I patrizi d'allora son diventati i
signori d'oggi. Nulla è cambiato. Lungo la tavolata egli vedeva tutta la
disperazione sociale. Migliaia e migliaia di leggi che dovevano, secondo gli autori,
rigenerare le classi, portare il benessere e le consolazioni intellettuali in
tutti; queste leggi hanno lasciato posto a delle leggi consimili, e la gente è
ancora allo stesso punto. Le donne dei tempi di Caligola e di Nerone sono
ancora le nostre femmine. Femmine dissolute, malmaritate, volgari creature, il
cui ideale è la suprema degradazione. Gli uomini? Tali e quali. Viziosi,
libertini, concupiscenti. La culla d'allora è la culla d'oggi. Si nasce nella
batista e si nasce nei cenci. La prima ci dà la vita suntuosa del palazzo, la
seconda quella grama del tugurio. Di vero non c'è che la teoria darwiniana. Chi
è più forte schiaccia i desiderii del più debole e trionfa per tutta la vita.
Le idee gli formicolavano. Egli
voleva come dimenticare di essere nel vomitorio, con delle persone che non
avevano forse mai sentito il bisogno della tovaglia e che non sapevano
indubbiamente distinguere il gusto di una trota alla borghese dalla aringa di
due centesimi. Era stufo di tutte quelle facce. Se avesse potuto disfarsene non
avrebbe aspettato un minuto. Ma non poteva. La sua condanna era terribile. Egli
doveva aspettare che morissero.
«Bravo Filippella, hai fatto
bene a portarmi il caffè. Mi immagino che sarà buono».
«L'ho fatto io, onorevole!»
«Fontana, non ti avevo veduto,
come stai?»
«Sto bene, grazie, onorevole. Mi
parevi preoccupato».
«Tu sai che sono un po' poeta.
In un minuto sono passato attraverso una folata d'idee che Filippella mi ha
fatto scappar via come uno sciame di uccelli disturbati dalla caduta di un
sasso».
Gli invitati erano istupiditi.
Licata prendeva lo zucchero
dalla zuccheriera e lo metteva fuori del piattello, e lo beveva amaro
senz'accorgesene. Prestagiacomo se lo versava metà sulla camicia e rutteggiava.
Pasquale si versava il cucchiaino pieno sulla barba sucida. Cottone continuava
a versarsi dei liquori di qualunque bottiglia gli capitava in mano, senza
smettere neanche quando la chicchera era vuota di caffè. Pitaressi Antonino era
lavorato dai singulti strepitosi che lasciavano credere a una eruzione
immediata.
«Me ne vado», disse l'onorevole.
«Non è colpa mia», gli disse
Filippella.
«Chi ti dice qualche cosa? Me ne
dispiace per voialtri. Ma vi compenserò con un pranzo a casa mia. Uno di questi
giorni voi due, Filippella e Fontana, verrete da me e passeremo un'ora lieta.
Ero venuto per conversare sulle elezioni e sui bisogni amministrativi, ma vedo
che non è il momento. Ne parleremo noialtri a casa mia».
Cerrito gli fece abbandonare il
posto olezzante di fiori prima del tempo. Egli non seppe trattenere l'impeto
dello stomaco e la tavola divenne il suo troguolo. Tutta la tovaglia ne fu
inondata. Fu come s'egli avesse dato la stura al collo dello stomaco. Il rutto
di Cerrito faceva ruttare e vomitare tutti gli altri. Onia, Cottone, Licata, Gambino
e Alfonso Domenico rovesciavano l'esuberanza di quello che avevano mangiato e
bevuto sul tavolo, in terra, sugli abiti, sulle sedie, sulle panche,
dappertutto, e dappertutto si elevavano tanfate che facevano chiudere il naso e
la bocca a Luraschi che pensava di scappare senza la sua giornata. Jaddetto e
Pitarresi fecero per ritirarsi dalla scena disgustosa che li incitava a imitare
i compagni, ma le loro gambe piegavano su sé stesse. L'uno e l'altro cercavano
di reggersi in piedi con degli sforzi di equilibrio; ma l'uno e l'altro caddero
nella poltiglia rossastra e vi rimasero, come affondati in un letto tepido.
Giangreco non si era commosso.
Egli, dopo lo sfogo, era rimasto colla testa sulla sponda del tavolo e si era
messo a russare.
La ventata spense le candele e
di fuori, mentre Filippella diceva addio al padrone, la bordaglia riunita dal
gobbo, applaudiva a due mani e sgolava il grido di evviva il deputato.
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