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8 gennaio 1899. Tiraboschi sarà impaziente di vedermi, ma non
so che farci. È necessario che io coordini le note e completi l'ultimo volume
della mia opera. La scena della spanciata farà l'effetto di due dita in gola
dei lettori. Ciascuno sentirà il bisogno di recere. Non è colpa mia se vi sono
dei maiali. Un cameriere al mio posto non avrebbe fatto a tempo a turarsi la
bocca. Io vi sono rimasto come un testardo che vuol vedere la fine. Si sarebbe
detto che il mio stomaco fosse foderato di rame. Non ho avuto raccorciamento di
sorta. Le darò il titolo di "gaiezza bestiale". C'erano dei porci che
grufolavano e si rimpinzarono con voluttà brutale. Ah, se avessi potuto sostare
e scrivere le mie impressioni calde, come mi sorgevano al momento che udivo
un'espressione che portava alla superficie l'iracondia di chi la pronunciava o
al momento che vedevo balenare la cupidigia o malvagità negli occhi torbidi dei
commensali già sbrigliati dal vino! Riprodurre le linee facciali di Cottone
vorrebbe dire di avere nel proprio calamaio tutte le sfumature della descrizione
che si piega colla duttilità del guanto. Alle volte levava dal piatto un viso
che pareva un temporale che il lampo illuminava; e alle volte il suo occhio
striato di sangue si spegneva in fondo alla occhiaia come sopraffatto dalla
sonnolenza e non rimaneva a tavola che un ceffo orribile sotto la cui pelle i
muscoli avevano dei trasalimenti. La cupidigia bieca che si distendeva dalla
fronte al mento di Onia quando egli ascoltava il commensale che continuava la
conversazione slegata e monosillabica, è irriproducibile. Non ci sarebbe che
l'apparecchio fotografico che saprebbe rattenere certe contratture che sono la
rivelazione dell'anima malvagia al lavoro. La disuguaglianza degli occhi di
Cerrito vi va per la schiena come un brivido e la disuguaglianza delle orecchie
di Giangreco vi porta il pensiero in un museo antropologico.
L'onorevole, mi ha lasciato
perplesso. Vestito bene, coll'aria di un decadente dell'arte che vive di
sensazioni infocate, sedeva capo tavola di una ciurmaglia ributtante che avrebbe
vuotato lo stomaco di un uomo abituato all'ambiente degli sbevazzoni e dei
peteggiatori. O egli ha il gusto depravato degli uomini che hanno bisogno di
emozionarsi con le pitture sbracate e fosche, o egli è internamente una miscela
di ribalderia e di sudiciume. I suoi occhiali d'oro sulle folte sopracciglia
m'impedirono di andare in fondo ai suoi occhi, cioè in fondo all'anima, e
ritornare a galla coi miei pensieri.
Tiraboschi non ha più dubbi. La
sua inchiesta è quasi terminata e l'onorevole nuota in ogni pagina nel sangue
dei suoi delitti. Egli sarà arrestato fra non molto. Me lo diceva sere sono al Casino
Bologni, dove l'onorevole chiacchierava in mezzo a una ventina di soci
altolocati che approvavano coi sorrisi e colla testa il suo "lavoro
parlamentare."
Io insistevo, e insisto ancora,
nel volerlo mettere tra gli uomini forti, o di stomaco, come si dice in
Sicilia, col fegato sano di fare l'assessore e il deputato e inviare al
brigante Leone le leccornie della propria mensa e i vini prelibati della sua
cantina ricca e di ricevere alla Posta Vecchia, al palazzo municipale, il
Valvo, uno dei banditi più crudeli di quest'ultimi anni. E lui, Tiraboschi, si
ostina a considerarlo una di quelle figure timide che lavorano sott'acqua e
sorgono dopo il delitto.
«Sarà come voi dite», gli dissi,
«ma io e voi, sapendoci perseguitati dal terribile sottovoce che è perseguitato
lui, non saremmo buoni di star lì a narrare con compiacenza gli episodi parlamentari,
tirandosi di sotto la manica dello stifelius il manichino lucido col bottone
d'oro, o attorcigliandosi la punta dei baffi incerottati. A me sembra un uomo
di ferro coi muscoli d'acciaio. Udite come parla bene: la sua voce non sente
della trepidazione o della inquietudine di chi s'aspetta a ogni momento di
essere trascinato via dal seggio parlamentare come un delinquente».
Più lo guardavo e più lo vedevo
tranquillo. Alzava la mano per avvicinarsi la chicchera alle labbra e
disperdeva le faville dei suoi diamanti alle dita con grazia femminile.
«Non c'è stata», diceva loro,
«seduta più clamorosa di quella di quel maggio. Ero vicino a di Rudinì che mi
aveva incalzato a prendere la parola e a finire gli avversari con una di quelle
mie frasi che s'attorcigliano al collo e strangolano. Mi alzai in mezzo
all'uragano e li accusai, colle due dita puntate verso loro, di essere
"tinti di rosso," e di volersi imporre come i pasteurs du peuple,
quando il popolo non sapeva vedere in loro che i suoi vibrioni. Pochi radicali
avevano letto la commedia di Dumas fils, per capire il significato
degl'infusorii che avevo buttato loro sulla faccia. Ma la tempesta non si fece
aspettare. Saltarono in piedi coi pugni tesi e colla bocca piena di invettive».
«Che ne dite, Tiraboschi?»
«Ch'egli è un uomo
meraviglioso.»
«È quello che dico anch'io.»
Il Fontana si è conservato più
educato dei suoi abiti da signore. Mangiava con parsimonia, si puliva la bocca
col tovagliolo e beveva senza ingordigia. La sua voce ha tutta la tonalità
della scala. Sa essere veemente e dolce, dura come un rimprovero e morbida come
un bacio. L'aspetto varia. Ora ti pare un uomo mansueto e ora i suoi lineamenti
assumono la rigidezza che spiega la paura che incute il suo nome. A tavola non
ascoltava che Filippella e non parlava che con lui. Il dialogo più lungo è
stato quello sul banchetto cui egli biasimava e dichiarava impolitico.
«Chi sta quieto vive più a
lungo. Il banchetto farà parlare di noi e noi abbiamo bisogno di essere
dimenticati».
«Quanti anni ha Fontana?»
domandai un giorno a Tiraboschi.
«Quarantatré».
«È egli celibe?»
«No, è vedovo con figli».
«Con figli?»
«Ai quali vuole il bene che
voglio io alla mia Ada. Spiegatemi voi, o filosofi, come si può essere lui e
padre che adora i propri i figli. Ma i sentimenti paterni non addolciscono in
noi i sentimenti della bestia e l'amore sconfinato per i proprii di casa non
trattiene la mano perversa che manda direttamente in galera? Filosofi,
spiegatemi perché l'indole calda e umana soccombe sotto il peso della nequizia
o perché un uomo è in certi momenti di una bontà ineffabile e in certi altri è
uno scelleratone che beverebbe il sangue dei suoi simili?»
«Sarà arrestato anche lui?»
Domandai ieri l'altro a Tiraboschi.
«Senza dubbio. Probabilmente lo
sarà prima del Palizzolo».
«Badate che le sue relazioni
sono potenti».
«Lo so. Egli è sotto la
protezione del principe Mirto».
«Allora lo perderete in qualcuno
dei suoi fondi».
«Vi dico ch'egli è già
pedinato».
«Da chi?»
«Dal delegato Ronga».
«È egli un uomo di fiducia?»
«Egli non gode la mia. Ma il
questore Sangiorgi me lo ha dipinto come la tigre legale che aspetta l'ordine
di scagliarsi sul malfattore, coi bramiti dell'impazienza».
22 gennaio. — Il Tiraboschi è
diventato di una attività straordinaria. Egli ritorna all'ufficio di sera e sta
ivi a lavorare fino a ora tarda per consegnare la sua inchiesta al procuratore
generale per la fine del mese. Egli è convinto che mandanti, organizzatori ed
esecutori materiali del delitto saranno nelle Grandi prigioni fra una
quindicina di giorni. Sull'inchiesta siamo d'accordo, ma sugli arresti siamo
come cani e gatti.
«Non ho la vostra sicurezza, gli
dicevo, e ho le mie buone ragioni. È vero o non è vero che il commendatore
Gualtiero Sighele, procuratore generale, è stato traslocato da una mano
misteriosa, non appena si seppe ch'egli voleva mettere le unghie sul
mandante degli assassini di Notarbartolo?»
«È vero».
«È vero o non è vero che il
procuratore generale Marsia — venuto dopo il Sighele — ha potuto mettere
insieme un'altra inchiesta di sessanta pagine, senza neanche occuparsi di colui
che l'opinione pubblica accusa di avere armato e prezzolato i sicari?»
«È vero».
«È vero o non vero che i questori
Lucchesi e Perugy hanno cucinato nei loro rapporti questo personaggio eminente
come capo di una vera associazione di malfattori?
«È vero».
«Oh, Bravo. È vero o non è vero
che il Diletti, capo stazione di Termini Imerese, ha riconosciuto il Fontana
Giuseppe di Vincenzo come la figura sinistra che sedeva sul divano opposto
dello scompartimento ove si trovava il commendatore Notarbartolo?»
«Ma sì, è vero! E che cosa
vogliono dire tutte queste interrogazioni?»
«Aspettate e lo saprete».
«È vero o non è vero che
malgrado la testimonianza del Diletti, il magistrato ordinò la scarcerazione
del Fontana?»
«È arcivero».
«Ebbene, la mano misteriosa,
energica, potente che ha lasciato fuori il Fontana, che ha impedito che si
toccasse l'onorevole, che ha traslocato magistrati e prefetti che volevano
vedere chiaro sul fondo ove era colato il sangue di Notarbartolo, saprà
distruggere la vostra inchiesta e suggellarvi la bocca mandandovi sul
continente con una promozione».
«Voi non mi conoscete»,
diss'egli con voce un po' esasperata; «io saprei rifiutare la promozione e
respingere il trasloco».
«E così farete quello che
desidera la mano misteriosa rivelata dal Lucchesi. Le impedirete di servirsi
delle ingiunzioni e voi, giovine e pieno di vita, vi troverete sul lastrico dei
disoccupati e per sempre. Perché, mio caro Tiraboschi, i posti di magistrato
non esistono che sotto la ditta governo».
«Vi risponderò che la verità ha
in sé stessa una forza di esplosione che la rende invincibile. Mi possono
licenziare, mi posso dimettere, ma il mio documento è indistruttibile. Io mi ci
sono affezionato come ci si affeziona ai lavori nei quali ci si mette un po' di
noi stessi. C'è un po' della mia carne e un po' del mio sangue nel grosso
volume che fra pochi giorni io metterò sulla scrivania del mio superiore».
«Tutto ciò è vero e non dispero
di vedere completata l'opera vostra coll'arresto e colla condanna degli
assassini. Ma la mano misteriosa può allungarsi e ghermire il vostro grosso
volume nel quale è parte di voi stesso».
Lo lasciai un po' scorato. Mi
rincresceva di dire a un uomo che si era gettato nel mistero con tanto ardore e
che ne usciva con un volume che dovrebbe rischiarare come una fiaccola: voi
avete forse sciupato l'intelligenza e la fatica. Ma io avevo piena la testa di
disillusioni. Mi ricordavo, per esempio, del sindaco di un Comune della
provincia di Palermo che ha rubato — il verbo è esatto — sessanta mila lire. La
cifra non è ingente, ma il furto è conosciuto dalle autorità militari,
poliziesche e giudiziarie. Il nome del ladro è noto a tutti. Perché non lo si è
mai arrestato e processato? Vedi la mano misteriosa. Commissarii civili e
militari, prefetti, questori e magistrati ubbidiscono alla mano poderosa che
schianta e sbriciola tutti coloro che ardiscono disobbedire. Mi ricordavo del
commissario civile Codronchi. Immorale come il Mirri, voleva che un certo
Matisi — mafioso e pregiudicato — ritirasse la sua candidatura dall'elezione
amministrativa per lasciar posto a un candidato del governo. Il Matisi,
dominato dall'ambizione, non volle e il Codronchi, immorale come il generale
Mirri, lo fece arrestare. Io stavo per adagiarlo nella pagina del mio diario
circondato di biasimo sormontato dalla lode di essere stato spinto a compiere
un atto da galantuomo. Ho dovuto sopprimere la lode e annegarla nei vituperii.
Trovai il Matisi al largo che fumacchiava senza paura. Chi lo aveva rimesso al
largo? Vedi la mano misteriosa.
Il Tiraboschi crede nel
procuratore generale Cosenza. Io no, non posso accusarlo di nulla perché non ho
modo di studiarlo nel suo ambiente di magistrato, ma sono convinto ch'egli è o
negligente o inetto.
Venti febbraio. — Avevo giurato
a me stesso di non sciupare più tempo con le donne. L'amore è un lusso che
costa troppo caro. Vi assorbisce. Non sapete fare più nulla. Una volta
innamorati non avete più che una direzione. Tutti i vostri pensieri vanno verso
la donna — verso una donna — che vi riponete nel cuore come in uno scrigno. Dal
giorno che ho riveduto Laura nel tramonto di un cielo estivo, sui gradini dalla
residenza baronale del Listulla, non ho avuto più pace. Parlo di lei, scrivo di
lei, mando lettere a lei e sogno di lei. Sono occupato dalla mattina alla sera
a dirle che le voglio bene, che l'amo, che l'idolatro. Anche dopo ch'ella mi ha
confessato il suo fallo, io non ho esitato un minuto a gettarmi al suo collo
con una sfuriata di baci. Sia pure come tu dici, le ho detto, tu sarai mia,
mia, tutta mia. E che importa, le scrissi nella sera, mezz'ora dopo che mi ero
saziato sulle sue labbra, che importa se tu sei stata sfiorata da un altro, se
tu sei stata tenuta nelle altre braccia da altre braccia; se tu non sei stata
sua che come corpo senza anima, se tu sei passata attraverso tutto quel periodo
di inconsapevolezza come una smemorata che si risveglia da un brutto sogno? Io
pure sono stato di qualcuna senz'amare. Me ne accorgo adesso. Sono stato di
parecchie, senza essere mai stato di alcuna. Non ho mai amato. In allora erano
i sensi che mi stordivano e mi ubbriacavano e mi facevano continuare l'orgia
fino al delirio e alla prostrazione. In allora era la violenza che mi lanciava
nel turbine della passione, che mi teneva in alto fino all'esaurimento e al
deliquio. Ora ho la coscienza di ciò che faccio. Io ti sento in me come la
vergine sente in sé il Cristo dopo averne inghiottita l'ostia eucaristica. La
mia anima è nutrita dalla tua anima e tutto il mio essere sente del tuo essere.
Laura, noi ci siamo amati prima di conoscerci, i nostri pensieri hanno
fraternizzato mentre gli altri, forse, ci delibavano o ci portavano via la
primizia. Il giorno che la tua mano si è scaldata nella mia mi passava per le
vene un calore che mi aveva imparadisato altre volte. Sentivo che mi invadeva
un tepore che mi andava fino alla gola come una dolcezza conosciuta. Laura
ribaciami sulla bocca, suggimi lentamente, come hai fatto ieri quando mi hai
fatto chiudere gli occhi dalla voluttà che mi remigava per il sangue. Tuo, io
voglio essere tuo, tutto tuo, sempre tuo.
Venti marzo. — Laura Cintelli è
una bella sognatrice inquieta e mutabile. Il suo cervello rompe tutto. La
maternità le ha come dato pensieri che l'allontanano di giorno in giorno da
questo mondo ch'ella chiama decrepito. Non credo di essere stato un eroe a
sorvolare sul passato di una donna, perché ormai non ci sono più donne senza
passato, ma non credo neppure di essermi meritato un'usciata sulla faccia. Tu
hai un figlio? Eccoti suo padre, sarò il suo aiuto, il suo protettore. Tu ne
sarai la madre, la sua vera madre e lo ameremo insieme senza ricordarci dell'onorevole
delinquente. Pareva che io le dessi delle scudisciate! Ella era convinta che il
delinquente risorge, e che domani l'uomo rinfaccia, scelleratamente rinfaccia.
Conosco l'uomo. Non è che colui che ha raggiunto la sommità della evoluzione
che non fruga nel passato della donna; e voi non l'avete raggiunta, mi disse.
"Voi siete intelligente per una società di schiavi." Dunque? Io
l'adoro, io l'idolatro, io le dico che dovrebbe essere mia, ed ella allarga
sempre più il corso della corrente che ci divide. Ella è fatta per me e per i
miei ideali e la maternità la costringe a uscire dal binario comune.
Le sue idee di ieri non mi
parevano della donna normale. I libri le vanno facendo un mondo artificiale.
Legge sempre.
«Vi stancherete. E poi?
Passerete delle giornate lugubri. Il figlio non basterà alla vostra affezione,
credetelo. Ma voi credete di allevarlo secondo i principii di una scienza
moderna e di farne fuori un rivoltoso della società attuale! Illusa! il
fanciullo che si appendeva alle vostre labbra divenuto adulto, diverrà un
vostro nemico implacabile, vi dirà un sacco di villanie da farvi tremolare le
gambe e vi domanderà ragione di averne fatto un reietto e di avergli rubato col
padre il nome».
«È morto».
«E voi vi servirete, voi,
emancipata, di una bugia? E credete ch'egli non andrà a cercare all'ufficio
delle nascite quello che voi volete nascondergli? Sì, egli crescerà un
rivoltoso. Sarà il ribelle di sua madre. Mi avete detto che siete ambientista e
credete che l'affetto di una madre possa inoculare nel figlio tutto l'ambiente
nuovo nella vostra testa in un ambiente vecchio!»
Lasciatemi dire tutto quello che
penso. Vostro figlio... ve lo dico adagio perché nessuno senta... Non mi
meraviglierei che il figlio adulto un giorno levasse la mano contro la
madre!... È detta. Sarebbe un'infamia, lo so, ma sono cose che si sono vedute e
che si vedranno. Il barone Listulla è ricco, è arciricco e può fino a un certo
punto tirar via per la strada che si è fatta. Ma lasciate che le sue figlie
giungano all'età di maritarle e poi mi saprete dire che cosa diventerà
l'idillio che si svolge adesso al suo Castello. Diventerà il Castello della
desolazione. I genitori, per quanto spregiudicati, non potranno dire agli
amanti delle fanciulle: prendetevele, fate il comodo vostro, fatevene delle
mantenute!
«Fatevene delle compagne,
diranno».
«Non voglio leticare sul nome.
Fatevene delle compagne. Ci saranno i giovani che accetteranno le donne del
loro cuore a queste condizioni?»
«Indubbiamente».
«Io ho dei dubbi. Ma dato che ci
siano, i genitori di questi giovani non daranno il loro consenso e lascieranno
crepare i figli dalla fame piuttosto che riconoscere una famiglia illegale
ch'essi chiameranno la famiglia della prostituzione. Ne siete convinta?»
«Sono convinta del contrario.
Voi non tenete calcolo del sedimento sociale di venti anni. Fra quindici o
venti anni la società avrà cambiato la base della sua esistenza. Quello che
oggi voi e i vostri padri da commedia chiamate disordine sociale diventerà il
santuario dell'armonia dei cuori, della affezione sentita, della mutua
fiducia».
«Diventerà la casa del
concubinaggio, degli smogliati, delle celibi, del vizio organizzato; ecco
quello che diventerà».
«Noi andremo mai d'accordo. Vi
saluto».
E mi lasciò andar via. Anzi mi mandò
via come un licenziato sui due piedi.
Ventotto marzo. — Sono passati
otto giorni che ho scritto non ricordo più quante lettere. Ella non mi ha
risposto che una volta con poche parole.
"Caro Luraschi,
Non l'ho punto con voi e voi
potete sempre essere fra i miei amici. Ma non mi parlate mai d'amore — un
argomento sul quale non andremo mai d'accordo. Voi siete un uomo del vostro
tempo; io voglio un uomo completamente evoluto. State bene.
Laura".
Completamente evoluto? Esiste
questo individuo? Dove? Dove abita? E si può essere completamente evoluti in
una società così poco evoluta? Sogni della fantasia sono i vostri. Laura, se
siete quello che dite, lo aspetterete un pezzo. Ma voi non lo siete. Chi è
caduto una volta nelle braccia dei non evoluti, ricadrà una seconda e una
terza, ieri, oggi e sempre. Non siete di ferro, non siamo di ferro.
Hai ragione di lamentarti mio
buon Tiraboschi. Io non ho più testa, non faccio più nulla. Sciupo il tempo
dietro una donna, anche dopo i miei giuramenti. C'è lì il mio ultimo romanzo
che aspetta le sue ultime venti pagine da due mesi. Gli darò il titolo di Malmaritato.
Sarà, tutt'assieme, una requisitoria formidabile contro la donna evoluta.
Coll'abnegazione si purifica e si eleva il focolare domestico, mia cara
signorina. La mia Emiliana è la difenditrice di ciò che voi volete distruggere.
A che punto siamo coi nostri
delinquenti? Tiraboschi mi dice ch'egli chiuderà la sua inchiesta domandando
l'arresto di Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento da cinque legislature,
e di Giuseppe Fontana di Vincenzo, il capo mafia di Villabate. Con un deputato
di mezzo lo scandalo uscirà dall'Isola, senza dubbio. Ma la Camera consentirà
che uno dei suoi onorevoli vada in prigione? Il marchese di Cadì, al quale
abbiamo comunicata la notizia, ci ha fatto sopra uno di quei suoi risolini che
riempiono di scetticismo. Può darsi che le accuse contro di lui siano di un
carattere da impedire anche l'idea della autorizzazione a procedere.
«Ma vi ricordo», ci disse, «che
non è la prima volta che gli onorevoli rifiutano di consegnare alla giustizia
un loro collega. Francesco Crispi, il vero iniziatore del saccheggio alla Banca
Romana, il cui nome è divenuto sinonimo di ladro in tutta la penisola, è ancora
seduto al suo posto di deputato a ridere dei suoi accusatori vivi e morti. Il
nome di Raffaele Palizzolo non è quello di Francesco Crispi e voi potete
sperare. Io spero poco da una Camera che racchiude tanti farabutti, tanti
deplorati, tanta gente che vive non si sa come. Ne conosco una ottantina che mi
fanno germogliare una interrogazione tutte le volte che li leggo o che trovo i
loro nomi sui giornali. Come vivono? Prendete l'onorevole X. È un
conservatorone. Prima di essere onorevole vivacchiava a mala pena facendo
qualche cosa. Adesso fa del lusso, la sciala, facendo nulla. Mi duole che non
si dia l'indennità al rappresentante della nazione. Ma fino a quando lo
stipendio parlamentare non esiste, io ho diritto di tranquillare la mia
coscienza e di sapere come fanno a vivere coloro che rappresentano il Paese,
coloro la cui moralità e il cui intelletto devono essere superiori alla
moralità e all'intelletto del popolo. Non vi pare?»
Sei aprile. — Rientro agitato,
sconvolto, con una voglia di piangere e piangere per tutta la vita! Oh, che
belve, che belve ci sono al mondo! Quando mi si venne a dire che Samuele
Prefaci di Giacomo non era più che una notizia funebre, ero preparato a una
tragedia orribile. Ma non credevo che la vendetta dell'uomo potesse lasciare un
documento più spietato del cadavere del nostro povero collaboratore. È mercè
sua che Tiraboschi potrà chiudere la sua inchiesta colla scoperta dei due
maggiori criminali di questo quarto di secolo. Giovanna Sterzi, sua moglie, che
ha voluto venire con noi, il delegato, il capitano dei carabinieri e alcuni
agenti della forza pubblica, non ha potuto entrare. È scappata per la campagna
come una pazza che disperdeva le sue strida nel deserto. Siamo stati noi la sua
rovina. Senza di noi egli sarebbe in casa sua ad accarezzare il suo Sebastiano
e il suo Filippo. Le strazianti grida della povera donna che fuggiva
all'impazzata mi risuonano ancora per le orecchie. Negli assassini doveva
essere il godimento feroce del cesare che assisteva all'incendio dei cristiani
legati agli alberi colla testa inghirlandata e gli abiti inzuppati di resina!
Ho dovuto smettere di scrivere.
Sentivo che le lacrime mi venivano su tutte in una volta e mi soffocavano.
Adesso dovrebbe essere il mestiere che... Ma il mio pensiero è turbato e
commosso e mi trascina fuori dal sentiero della concezione serena.
Samuele Prefaci di Giacomo è
stato trovato in una grotta del Comune di Altavilla, a un'ora dal fondaco dei
Baroni, sgozzato e appeso a un palo come una bestia da macello. Io e Tiraboschi
eravamo preparati a vedere un uomo orribilmente sconciato dal coltello degli
assassini, ma non tanto da essere respinti dal terrore. I malvagi dovevano
essere ubbriachi di vendetta. Dai tagli, il medico venuto con noi suppone che
gli abbiano sbattuto in terra la prominenza del naso con tre o quattro
rasoiate. L'apparecchio genitale è stato raccolto a parecchi passi di distanza,
attorcigliato da una funicella che lascia credere che glielo abbiano chiuso in
un laccio e strappato via a colpi. Era in terra avvizzito e imbrattato di
sabbia intrisa di sangue scolorato. Scellerati! La gabbia ossea che protegge i
polmoni e il cuore gli è stata sfondata e frantumata da pugni che gli devono
aver tolto la vita prima del respiro. Non abbiamo potuto capire se lo abbiano
svestito vivo o morto. Le falangi delle mani e dei piedi son state stracciate
come se due mani avessero tirato le dita simultaneamente a destra e a sinistra
per farne tanti pezzi. Le vertebre dorsali avevano subìto la violenza del
martello o del sasso o del bastone col gnocco piombato. Il prolungamento del
mento era spaccato in due fin quasi all'estremità del labbro inferiore. I
miserabili devono avere impiegato delle ore a compiere la strage. Piccia, il
chirurgo, ebbe uno svenimento quando, studiando lo sfacelo del cranio, si trovò
le dita sugli ossicini dell'udito. Non si poteva essere più crudeli. La lingua
gli è stata strappata anch'essa con una funicella. Durante la legatura per
strappargliela, gliel'hanno tenuta fuori infilzata a un chiodo. La trovammo là,
sulla pietra, increspata dalla violenza, secca come una pelle di guanto
assecchita al sole. La gobba cranica gliel'hanno fatta rientrare nella materia
grigia del cervello. Era sfigurato, irriconoscibile. Alle natiche c'erano gli
strappi di una tanaglia che non le lasciava senza un po' di carne. Il chirurgo,
riavutosi, continuava a descrivere senza badare alle scolorazioni e alle
irritazioni facciali di noi che soffrivamo lo strazio del Prefaci. Dai
temporali si vedeva la parte squamosa come se il disgraziato fosse stato
sbattuto al suolo più volte con dei potenti manrovesci. Coll'interno del naso
verticale scoperto e le mascelle che avevano la carne delle guance stracciate,
la pietà per la vittima diventava, di tanto in tanto, un sostantivo di
abbominazione per i torturatori. La consolazione di tutti noi era che il
Prefaci non abbia potuto resistere che pochi istanti. Tutto lo sbranamento deve
essere stato compito mentre il cadavere si raffreddava. I carnefici non si sono
dimenticati di lasciare il suggello della ditta mafiosa. Gli hanno attaccato al
collo il cartellino che rivela il perché lo hanno assassinato con tanto
accanimento: Ecco come si puniscono le spie! Era firmato: i tre
fratelli. Ah, se si potesse avervi nelle mani! Diventeremmo feroci come
loro, forse più di loro, e la giustizia di Tiraboschi diventerebbe inutile. Per
certi delitti non c'è più che il linciaggio.
«Vi servireste della giustizia
speditiva degli Stati Uniti di America», mi disse il barone Listulla entrato
mentre scrivevo l'ultima parola di una tragedia senza nome.
«Mi sono lasciato trasportare,
barone. La giustizia sommaria non è tra i miei ideali. Quand'essa non è più
sobria, quand'essa perde il suo carattere impersonale ed evolutivo, dessa non è
più la dea sociale. Diventa una furia».
«Io sono del vostro parere. Sono
contro il linciaggio, ma sono per la sedia elettrica».
«Americana!»
«S'intende. La vita di colui che
fa scempio del suo simile come hanno fatto gli assassini di Prefaci, non mi può
più interessare neppure come studio. Egli è andato al di là della immaginazione
che finisce per diguazzare nel sangue. Le convulsioni della sedia americana è
la pena più mite che si possa infliggere al drago sociale».
«M'accorgo, barone, che il
marchese ha sempre ragione. Egli mi ha ripetuto più di una volta che la spia
non è possibile in quest'Isola[2],
specialmente negli ambienti dove impera la mafia».
«La spia è un arnese delle
polizie corrotte. Educate le popolazioni ai più alti sentimenti di sicurezza pubblica
e voi vedrete il cittadino onesto denunciare il cittadino malfattore».
«Ma intanto?»
«Intanto, pazienza».
Trenta aprile. — E batti e
batti, Laura mi ha risposto e mi ha invitato a prendere il tè con lei alle
cinque. E non sono che le due! Le voglio bene, sempre bene, forse più bene, ma
la sua lettera, ohimè! mi porta via dell'altra speranza di indurla a diventar
mia. Ella, forse a sua insaputa, continua a inocularsi delle dosi abbondanti di
filosofia che le vende Grant Allen, un romanziere che idealizza troppo la vita
a due. La sua teoria della famiglia libera in relazione ai sessi ha in sé della
poesia che conquista dei lettori, ma la lotta per raggiungere questo focolare
ideale è troppo lunga e troppa aspra. È una teoria che sarà superata per le
generazioni che verranno, se avranno più benessere e se saranno più buone di
noi; ma non per noi che viviamo sotto leggi differenti, che siamo stati
allevati con altre idee e che abbiamo costumi assolutamente contrarii a quelli
del faux ménage a periodi di questo sognatore fabiano. Che cosa vuole
Grant Allen? La donna sgiogata, indipendente dal monopolio del maschio, che
considera la moglie una proprietà individuale. La donna che si dà questa
missione in un ambiente contrario arriva, se si arriva, alla méta, stanca,
affranta, incapace di regolare il grido della vittoria. La monogamia è un male
crudele contro l'amore, lo so, ma siamo abituati a questa ipocrisia e bisogna
rassegnarsi, o Laura. Rassegnati, e diventa mia. Ma non mia, come dici tu nella
tua lettera, perché in allora il dubbio di perderti ogni mattina che io ti
possa venire a noia mi distruggerebbe tutta la gioia di averti fra le mie
braccia. Rileggiamola: "Caro Luraschi." È poco, per uno che ti adora.
"Voi." E poi perché questo pronome antipatico, non c'è quell'altro in
Grant Allen, più dolce e più carezzevole?
"Voi mi domandate che cosa
voglio dire coll'uomo completamente evoluto. Credevo che non ci fosse bisogno
di spiegazioni con un uomo altamente istruito come voi e con un avversario
della famiglia morale. Abbiate pazienza, non faccio della predica, parlo di
morale per dirvi che dalla unione delle due persone di sesso differente, noi
eliminiamo i tradimenti dell'una e dell'altra o di tutti e due. Non c'è
matrimonio borghese che sia immune di questo vizio di corbellarsi a vicenda,
senza poi che il padre che passa da una donna all'altra si domandi se i figli
siano proprio suoi. L'uomo evoluto, Luraschi, è sincero. Non bacia che la donna
che ama e quando l'ama. La donna evoluta non esige da lui che quello che può
darle, ma lo esige tutto e fino a quando può darglielo. Fra questi due esseri
la gelosia rimane sconosciuta, perché nessuno dei due continua a lottare contro
un altro amore. Mi sono spiegata? Supponete che io e voi si dovesse andare
assieme. Prima di unirci sarebbe sottinteso questo scambio di parole: del tuo
amore mi darai tutto quello che potrai, senza lesinare, senza tergiversazioni,
senza lottar mai per amor mio contro un altro amore. Non strangolate mai la
nuova passione che nasce in noi. Il giorno in cui non mi amate più, il giorno
che il vostro cuore cessa di palpitare per me, risparmiatemi l'orrore del
vostro corpo che verrebbe a insudiciare il mio. Non siamo semplici e sinceri,
dite? Oh mio caro Luraschi, voi non potreste capire questo mio trasporto per un
grande ideale che ci darà il massimo della felicità che si può estrarre dalla
vita. È bello poter dire all'uomo che si desidera amare: Non dare mai ai tuoi
figli un padre il giorno che avrai cessato di amarmi con la stessa voluttà di
prima. Ne capite l'alta concezione? Noi non vogliamo che figli concepiti dalla
vigoria di una passione sentita, concepiti nel momento in cui uno sugge
avidamente alla bocca dell'altra per un bisogno del cuore.
E poi? E poi? Lo scioglimento.
Uno va a destra e l'altro a sinistra senza rancori, senza rimpianti, senza
scene drammatiche. L'ideale che li ha uniti li ha disuniti, ecco tutto. Avete
qualche cosa di più semplice, di più bello, di più vero? So la vostra
interrogazione. E se una delle due parti non avesse cessato d'amare? Nessuno
dei due potrebbe essere tanto vile da elemosinare i baci, nessuno dei due
vorrebbe l'amore che l'altro ha rifiutato. Vi dirò il resto se verrete a
prendere il tè alle cinque. Vi aspetto.
Laura".
Venti aprile. — Ah sì, la vedranno!
mi disse ieri Tiraboschi con un dito nel vuoto che traduceva la sua
concitazione.
«La vedranno! Ne siete proprio
sicuro?»
«Come sono sicuro di chiamarmi
Giovanni Tiraboschi». E dicendomelo passeggiava con la sinistra al dorso e la
destra al petto come portato da un pensiero che lo agitava.
«Lo saprete anche voi»,
aggiunse, «se l'amore non vi avesse distratto e impedito di seguire le ultime
indagini. Le parole del figlio del commendatore Notarbartolo non mi dànno
tregua. Mi si risvegliano di notte, mi passano e mi ripassano per la mente di
giorno, e mi vengono sotto la penna ogni volta che scrivo. E tutte le volte,
come in una visione, io vedo il padre che si leva in piedi insanguinato come
per dirmi: sì, sono loro! sono loro!»
Io lo guardavo esterrefatto.
Tiraboschi percorreva il mio salotto turchino come un ispirato che non sente e
non vede altro. La sua convinzione personale e giuridica animava il suo viso e
i suoi occhi.
«Voi sapete», gli dissi, «che io
ne ero convinto, quando voi avevate dei dubbi».
«Questo dovrebbe andare a mio
favore. Sono cauto e non mi convinco che una volta sola».
«Pensateci bene prima di
attirarvi addosso l'odio della cosca palermitana, la più sitibonda di
sangue delle altre dell'Isola. Voi avete veduto che le nostre precauzioni non
hanno salvato dal coltello implacabile il povero Prefaci. Il figlio di
Notarbartolo, un giovine ufficiale di marina simpaticissimo, può essere
scusato. Probabilmente egli ha studiato l'ambiente del delitto con l'idea fissa
di arrivare dove egli è arrivato. Ma voi siete un magistrato al quale non si
perdonerebbe che col coprirvi di ridicolo per poi mandarvi a raggiungere il
povero commendatore».
«Voi non lo conoscete, non è
vero?»
«Me lo hanno fatto vedere un
giorno che venivo da voi. Indossava l'abito borghese. Egli è un giovine di
circa trent'anni, con una barba nera a punta».
«Egli, seduto sulla poltrona del
mio ufficio, guardava delle note e mi diceva queste parole senza contrazioni
facciali: "Il delitto è stato premeditato freddamente e concertato con
calma da chi aveva motivi di rancore contro mio padre"».
«Fu esatto».
«Aspettate. "Io ho
concentrato i miei sospetti sul deputato Raffaele Palizzolo, il quale nutriva
un odio immenso per mio padre che lo conosceva bene"».
«Siamo ancora alle supposizioni.
I giurati vogliono dei fatti, caro magistrato!»
«Non interrompetemi, vi prego.
"Il deputato Raffaele Palizzolo ha tutta la capacità a delinquere"».
«Cosa saputa anche dai galli.
Non proibisco a nessuno di pensare che io abbia la capacità a delinquere, ma
prima di andare in galera dovete provare che io ho delinquito. Vi ha egli
parlato degli esecutori materiali del delitto?»
«Mi ha detto con voce che
sentiva della sua sicurezza: "Il deputato Raffaele Palizzolo è il mandante
e Giuseppe Fontana di Vincenzo ne è l'organizzatore e l'esecutore principale
fra gli assassini che erano nello scompartimento con mio padre"».
«L'esecutore principale protetto
da un alibi di ferro!»
«Che lui distrusse, dicendomi:
"La traversata dalla Tunisia in Sicilia si può compiere in quarantotto
ore. Il Fontana avrebbe dunque avuto tutto il tempo di riscuotere il primo
vaglia, di ritornare in Sicilia, di compiere il delitto, e riprendere la
bilancella per Tunisi. Le faccio notare, mi disse, che la bilancella Concettina
giunse a Palermo il primo febbraio e che la Concettina era noleggiata da
Giuseppe Fontana di Vincenzo per il suo commercio di esportazione degli
agrumi"».
«Le faccio osservare», dissi al
tenente di marina «che il delegato Zagarelli, stato incaricato di fare delle ricerche
nei registri della Navigazione Generale, ha trovato che il Fontana è partito
per Tunisi il diciannove ottobre '92, ed è ritornato a Palermo l'otto febbraio
'93. Egli mi ha risposto: "Io pure mi sono recato a Tunisi a fare delle
ricerche. Ho potuto vedere i registri postali e le posso assicurare che non c'è
traccia del vaglia ch'egli ha dichiarato di avere ricevuto il ventisette
gennaio '93. Trovai invece un vaglia di lire cinquecento per Fontana, pervenuto
il sei febbraio, cinque giorni dopo l'assassinio».
«Questo è importante. C'è una
data che diventa un'accusa formidabile e una somma che può essere il pagamento
a parte del pagamento per l'opera sanguinosa».
«Gli domandai di Giuseppe
Fontana e me lo descrisse come un tipaccio di mafioso volgare conosciuto da
tutti per un delinquente capace di commettere qualsiasi delitto».
«Di Palizzolo non vi ha detto
altro?»
«Mi diede le ragioni dell'odio
contro suo padre. "Il Palizzolo", mi disse, "appartiene al
cosidetto partito clerico-separatista"».
«Il clero siciliano è
separatista?»
«Senza dubbio. Mio padre era un
moderato liberale che aveva combattuto con energia l'amministrazione
regionalista che occupava il municipio di Palermo nel '93. In quell'anno mio
padre divenne sindaco e trovò che il Palizzolo aveva un debito per tasse in
sospeso di L. 3,500. Mio padre lo costrinse a pagare. Più tardi mio padre
dovette pagare col proprio denaro un'ordinazione di farine fatta dal
Palizzolo».
«Ella mi ha detto che il
Palizzolo ha contribuito al ricatto di suo padre, mi pare?»
«Non c'è dubbio. Il sequestro di
mio padre è avvenuto nel '92, in un fondo della baronessa di Celluzio. I
briganti erano prima in agguato in un fondo limitrofo di proprietà di Palizzolo.
Non so s'egli c'entri nel ricatto. So che lui fu il protettore dei briganti che
estorsero a mia madre cinquanta mila lire. La ragione suprema dell'assassinio
va cercata sui registri del Banco di Napoli, nel quale mio padre trovò
sofferenze gravissime e dissesti ingenti. Tanto ingenti che per rialzarne le
sorti egli ha dovuto amministrarlo per quattro anni con una mano di ferro.
Palizzolo, colla complicità del ministro Miceli, riuscì a rovesciarlo».
«Non sa se il Palizzolo abbia
mai fatto delle gravi minacce al suo genitore o se abbia confidato a qualcuno i
suoi rancori».
«C'è il signor Salvatore
Randazzo che potrebbe narrarle una scenata avvenuta in treno tra Palizzolo e
mio padre. Lo stesso Randazzo fu incaricato dal deputato Palizzolo di dire al
commendatore Notarbartolo di non abusare della sua pazienza».
«Avvenuto il delitto», riprese
il giovine ufficiale, «la voce pubblica continuava ad additare il deputato
Raffaele Palizzolo».
«Lo sapevamo. Spiegatemi, caro
Tiraboschi, come il deputato Palizzolo, sospettato dall'opinione pubblica di
avere messo il coltello nelle mani dei sicari, abbia poi potuto farsi vedere
pubblicamente tra la gente che lo accompagnava al Cimitero».
«Se dimenticate l'audacia di
Palizzolo non troverete più l'uomo. Egli ha dovuto partecipare al funerale
appunto perché si sentiva sotto il peso dell'accusa. Ma con tutta la sua
audacia non ha potuto essere tranquillo. Egli era dietro al carro della sua
vittima, disfatto, scolorato, stravolto, con la pupilla dilatata della persona che
ha paura di essere scoperto a ogni minuto. Il nipote, cavaliere Mineci-Merlo,
gli ha piantato gli occhi negli occhi e lo ha fatto diventare cadaverico. Fu
un'occhiata tragica, come se il Merlo gli avesse detto: Assassino!
Il Merlo, dopo avermi raccontato
della perturbazione del Palizzolo, mi narrò un fatto che ignoravo
completamente. Come sapete, egli fu il primo a giungere al ponte Curreri, ove
era ancora il cadavere. Parlava e piangeva, straziato dal ricordo.
"Mi trovavo vicino al
cadavere di mio zio da un pezzo, con alcuni carabinieri. Aspettammo il medico e
il pretore per parecchie ore. Fatte le constatazioni legali e ottenuto l'ordine
di trasportare il cadavere, lo feci mettere sulla barella, dopo avere comprato
da un casellante ferroviario un lenzuolo per coprirlo e un guanciale da
mettergli sotto la testa. Durante la perizia anatomica mi fece una impressione
triste la presenza del sindaco Arcana di Termini, il quale, obbligato dal suo
ufficio ad assistere all'esame necroscopico, se ne stava là indifferente, con
un cinismo glaciale, per non dire feroce, a leggere un giornale!"
"Dica un po': è vero
ch'ella non ha dubbi sui rapporti intimi fra Palizzolo e Fontana?"
"Non ci fu che lui che si
fece in quattro per dimostrare l'alibi del Fontana".
"Direttamente?"
"Indirettamente, chi
lavorava per il Palizzolo era l'Anfosso, il presta nome di Raffaele Palizzolo
negli affari bancari".
Egli sapeva qualcosa anche del
ricatto.
"Le posso dire questo, che
i briganti non si sono potuti arrestare che col permesso di Raffaele Palizzolo.
La confidenza è nelle carte del prefetto d'allora, Bardessone".
"In una parola: li ha
denunciati!"
"Pare che ci sia stato un
contratto tra lui e il prefetto. Il Bardessone gli ha concesso quello che
desiderava e Palizzolo ha abbandonato i suoi fratelli"».
Dieci maggio. Mi ricordo dei
tumulti dell'anno scorso e delle condanne dei tribunali militari con dei
brividi. Ci vuole del fegato a cambiare il codice a tutto un popolo, con un
semplice telegramma. Con un telegramma il di Rudinì siciliano ha mandato a
spasso i giudici ordinari e ha messo al loro posto dei monturati che non
conoscono che la vita della caserma. E dire che questo cretino non è ancora
stato lapidato!
La disciplina militare non
permette agli ufficiali di avere la nostra impazienza tutte le volte che ci
troviamo in mezzo agli avvenimenti. Ma mi piacerebbe che qualcuno di loro che
si è trovato di servizio durante i tumulti buttasse via le spalline e scrivesse
quello che ha veduto. Il pubblico lo applaudirebbe a due mani.
Quindici maggio. Ho fatto una
scappata a Milano e tra gli altri sono andato a trovare l'avvocato Alfredo
Cervis, il quale era ispettore di pubblica sicurezza in Palermo, ai tempi
dell'assassinio di Miceli. Il Cervis è bassetto, piuttosto in carne, con un braccio
di ferro che piega il malandrino non appena lo ha nelle mani. Nei suoi occhi è
la sua vita interiore. In certi momenti sono inondati della dolcezza del
bonaccione, e in certi altri tralucono e rivelano l'uragano che si scatena in
lui.
«Buon giorno, mi disse».
«Scusi se la disturbo».
«Si figuri».
«Ella è stato in Sicilia».
«Sissignore, vi andai nel 1891».
«A Palermo, suppongo».
«A Palermo dove vi era prefetto
il Colucci. Fu in quel periodo che avvennero i così detti scandali bancarii e
che mi accorsi che nella metropoli dell'Isola esisteva una banda di mafiosi
autorevoli. Primeggiava fra loro il commendatore Raffaele Palizzolo, una delle
figure più losche di Palermo, il deputato Chiara, e un altro commendatore
Muratori, fratello del deputato.
Compiuta l'inchiesta consegnai
il mio rapporto al prefetto Colucci e poi non seppi altro. Alcuni mesi dopo mi
si mandò a S. Mauro Castelverde a dare la caccia alla banda maurina, quando ci
erano ancora il Giuseppe Leonarda, il Giovanni Botindari, stato arrestato nel '93,
a Caltavuturo, e Luigi Mazzola, rimasto ucciso il 31 marzo 1894.
Ritornato da questa spedizione,
venni mandato dal questore Lucchesi a capo dell'ufficio di P. S. di Resuttana
Colli».
«A me piacerebbe sapere qualche
cosa di Miceli».
«Al posto del Lucchesi venne il
questore Ballabio, il quale mi traslocò al mandamento, Molo Occidentale, la cui
giurisdizione include Mezzo Monreale, la Rocca e altre contrade. Fu in allora
che avvenne l'esecrando delitto».
L'ispettore si asciugò la fronte
come per trovar modo di sottrarsi ai ricordi lugubri e poi riprese il filo.
«Fu un delitto compiuto con una
efferatezza inaudita. Lo hanno assassinato a tradimento, con due fucilate
tirate dietro il muro».
Mi misi subito alla ricerca dei
colpevoli.
«Ma ahimè!» egli disse.
«Proprio, ma ahimè! I colpevoli
sono ancora impuniti, ma ho potuto raccogliere dalla moglie e dal suocero della
vittima che il povero Miceli, tra i rantoli dell'agonia, ha fatto un nome:
quello di Raffaele Palizzolo. "Ricordatevi", disse egli morendo,
"che il mio assassino, colui che ha armato e prezzolato i sicari è
Raffaele Palizzolo"».
«L'accusa di un moribondo doveva
equivalere per la polizia a un ordine d'arresto».
L'avvocato Cervis si lasciò
cadere la testa sul petto come per tradurre la sua impotenza.
«Non mi fu possibile di indurre
né la moglie né il suocero a dichiarare quello che aveva detto il morto. Me lo
avevano detto così, com'era parso loro di avere udito, ma poi, agitati come
erano, non potevano dir nulla di sicuro. La verità è che avevano ricevuto delle
minacce di morte».
«Da chi?»
«Dagli incaricati di Palizzolo».
«C'entra proprio dappertutto
questo Palizzolo?»
«Egli è il capo mafia che impera
su tutta la provincia di Palermo.
Io ho fatto il mio dovere.
Scrissi un lungo rapporto e denunciai Raffaele Palizzolo, come mandante
dell'assassinio Miceli».
«Suppongo che sarà stato
arrestato».
«Che! Pare anzi che sia
spiaciuta l'accusa che il mio dovere mi aveva imposto di raccogliere. Perché
dopo averlo mandato al questore Ballabio, costui mi mandò dal Molo Occidentale
al mandamento del Palazzo Reale, in sostituzione, indovini, di chi? Del Di
Blasio, un palizzoliano sfegatato. La mafia del Molo Occidentale non appena mi
si seppe alla sua ricerca, mi fece una guerra spietata. Non vedevo nessuno e mi
sentivo nella sua rete di ferro. Più lottavo e più la rete si stringeva».
«Lei ha parlato del De Blasi».
«Venduto a Palizzolo».
«E la prova, signor ispettore?»
«Gliela do subito. Dopo che io
lo sostituii al Palazzo Reale egli rimase in Palermo due anni e tre mesi come
un signore che non aveva più nulla di comune col servizio di pulizia. Andava o
mandava a riscuotere lo stipendio alla fine del mese. Non aveva altro compito.
Perché lo si pagava e lo si lasciava a spasso? Non lo saprei dire. Io ho fatto
più di una supposizione, ma le supposizioni non sono documenti. Giungiamo alle
elezioni politiche del 1892. Palizzolo era candidato del partito separatista
che ha per motto: prima siciliani e poi italiani, e l'avversario era
l'avv. Marinuzzi, una persona egregia ed integerrima. Io sostenni con tutto il
calore la candidatura di quest'ultimo, credendo di aiutare a purificare
l'ambiente e di mandare al Parlamento un galantuomo. Di Blasi invece mi
sconfisse. Egli lavorò attivamente per il Palizzolo valendosi di tutti i mezzi
leciti ed illeciti. Il risultato è conosciuto: il Palizzolo andò alla Camera e
l'altro rimase a casa per pochi voti».
«Ella ha detto, signor avvocato,
che la mafia lo perseguitava accanitamente. Potrebbe dirmi in che modo?»
«In quel tempo si pubblicava un
giornale libello, intitolato, se mi ricordo bene, La Freccia o La
Forbice. Era un giornale stampato alla macchia che gualciva le riputazioni
più intemerate e insudiciava tutto ciò che entrava nelle sue colonne. Una
specie di Bocca del Leone di S. Marco che raccoglieva tutte le calunnie.
Cotesto fogliucciaccio si occupava sempre del mio mandamento di Palazzo Reale,
inventando delitti sopra delitti. Diceva che avvenivano furti, rapine,
assassinii e altra ira di Dio. Erano notizie fantastiche per gettare il
discredito sulla polizia del rione. Il questore Ballabio mi mandava a chiamare
e mi metteva sotto gli occhi il giornale con aria che traduceva il suo
rimprovero. E io per non prendere la risoluzione di Javert, cioè di buttarmi
nel mare, dovevo andare a dimostrargli che era tutto il lavoro di palizzoliani,
ai quali era spiaciuto che io avessi preso il posto di De Blasi. Palizzoliani,
sissignore! Palizzolo, a Palazzo Reale, era il protettore ufficiale dei
mafiosi».
«Mi permetta un'altra domanda,
signor ispettore. Non le è mai venuto nulla all'orecchio sul conto di
Palizzolo, come mandante del secondo omicidio?»
«La sera in cui avvenne il
delitto in ferrovia, io mi trovavo in questura per il solito rapporto
quotidiano. Seppi dal delegato Furia del cadavere che era stato trovato lungo
la linea ferroviaria tra Altavilla e Trabia. All'annunzio il questore chiamò
tutti i funzionarii nel suo gabinetto, per eccitarci a fare il nostro dovere e
scovare gli assassini. Un giorno o due dopo mi venne fatto di parlare con un
capo mafia del mandamento. Gli domandavo, chiacchierando, se si aveva sentore
dell'assassino o degli assassini. Mi rispose, alludendo al Palizzolo, che
l'autore non poteva essere altri che colui che aveva speso tante migliaia di lire
per far scomparire un rapporto dal gabinetto di un ministro. Ella ha capito che
il capomafia parlava del rapporto di Notarbartolo al ministro... non ricordo
più il nome, contro Raffaele Palizzolo, sugli abusi al Banco di Sicilia. Le
assicuro che la voce che lo additava come mandante dell'assassinio era una voce
plebiscitaria».
Scrissi un altro rapporto per il
questore, dal quale usciva la sinistra figura del Palizzolo, circondata delle
cause che potevano averlo indotto a fare assassinare il suo nemico naturale. Il
questore Ballabio lo lesse e mi disse: "Va bene, il rapporto è ottimo, ma
ci vogliono i fatti, ci vuole la prova..." Non mi pareva vero di essere
dinanzi un uomo alla testa di tutto un corpo di polizia. La prova! Voleva forse
che io trovassi l'atto legale del contratto tra Palizzolo e il sicario? Me ne
scoraggiai. Il risultato delle mie indagini è che l'assassino non fu che il
Fontana, colla complicità dei ferrovieri. Il Fontana, gliel'ho già detto, è l'alter
ego di Palizzolo, il califfo di Villabate ed Altarello e di Baida. Quando
si parlò del Carollo non ci fu alcuno che abbia avuto dei dubbi sulla sua
partecipazione. Egli era necessario, senza di lui il delitto sarebbe stato
impossibile. Egli è uomo di panza e appartiene a una nota famiglia di mafiosi».
«La partecipazione dei
ferrovieri, per lei dunque non ha bisogno di altre parole».
«Senta, se i ferrovieri non
avessero preso parte al delitto, come mai l'assassino o gli assassini avrebbero
potuto montare nel treno senza biglietto e scendere prima che il treno si
fermasse? Carollo veduto sulla predella al momento in cui il treno stava per
entrare nella galleria che cosa vuol dire? Che egli è entrato nella vettura più
vicina, la quale era proprio quella occupata da Notarbartolo».
«Mi pare ch'ella sia stato anche
a Girgenti?»
«Vi venni mandato qualche anno
dopo che ero alla questura di Cagliari. A Girgenti trovai capo mafia lo zio del
Carollo».
«E questi suoi rapporti così
gravi che mi fanno pensare alla connivenza del questore Ballabio, dove sono
andati a finire?»
L'ispettore alzò le spalle.
Me ne andai scorato. Non potevo
credere alle mie orecchie. Mi pareva impossibile che un questore, con due
rapporti così pieni di particolari, con due rapporti, dai quali sbucava
Raffaele Palizzolo imbrattato di sangue, avesse potuto dormire di notte senza
saperlo sotto chiave. E dove sono andati a finire? Lo stesso Ballabio, il quale
si finge smemorato e squilibrato, non sa dire che cose insensate. Non è mai
sicuro di nulla. Ma nel parlare della sua labilità di memoria ha lasciato
credere che siano stati trafugati dall'ispettore De Blasi. E per conto di chi?
Per conto, dice il Ballabio, del Palizzolo. Dunque? Perché non avete fatto
arrestare il Palizzolo? Perché non avete inviato alle carceri il De Blasi? O
voi siete stato un funzionario delinquente o eravate un imbecille di prima
classe. Capisco, la colpa non sarebbe vostra. Sarebbe di chi vi ha elevato a
quel posto. Come è, dite, che dopo quello che pensavate del Di Blasi avete poi
potuto incaricarlo della perquisizione in casa dei Baroni? E come è, dite, che
non lo avete fatto tradurre dinanzi i tribunali, se è vero quello che avete
affermato, che il Di Blasi ha scarcerato i Baroni a vostra insaputa? Dite,
rispondete, come è che voi, questore, non vi siete messo di proposito a
districare la matassa ingarbugliata e non vi siete dato pensiero alcuno delle
calze e dell'asciugamano insanguinati non del sangue di vaccina, ma del sangue
di Emanuele Notarbartolo? Non ci voleva un grande ingegno per fiutare nel
sangue un delitto. Voi siete stato inetto e se in Italia si punissero i
funzionarii che esercitano il loro mandato come lo avete esercitato voi, voi
sareste forse alla reclusione.
20 Luglio. — Sono stato assente
un pezzo e la penna del mio diario si è arrugginita. Milano senza mare, senza
lago, senza monti in giro, mi pareva uggiosa. Aveva un naviglio che io avrei
allargato, purgato, abbellito e reso l'attrattiva principale delle arterie
cittadine e la speculazione e l'ignoranza l'hanno coperto come una cloaca che
faceva male agli occhi e alle nari. Ah, se gli amministratori fossero stati
veneziani! Se fossero stati veneziani ne avrebbero fatto un giro superbo di
acqua limpida, colla superficie popolata di lance eleganti, di zattere
elegantissime, di sandali che sarebbero passati come visioni, di battellucci
che ci avrebbero data l'idea di casine di fiori. E lungo le sponde della
corrente molle sarebbero cresciuti dei giardini che avrebbero triplicato
l'incanto ed educata la cittadinanza a esigere il bello, perché la vita è
bellezza. Speculatori!
25 Luglio. — Tiraboschi è in
villa ad aspettare il risultato della sua inchiesta. Verranno arrestati? Egli
me ne scrive come di cosa sicura. Laura Centelli non cede di un pollice. Una
volta erano gli uomini che esitavano o scappavano dinanzi il matrimonio. Ora
sono le signorine che non vogliono saperne. Ella continua a martellarmi la
testa per farmi entrare l'idea che i matrimoni a vita sono immorali e antiumani
come le sentenze a vita. Se mi condannate a vita, perché dovrei essere buono? E
se mi date a vita un uomo sciupato, perché dovrei essere virtuosa? Credete, mi
diceva ella nella sua ultima lettera, che le unioni libere cambieranno, in
trent'anni, il tipo delle generazioni. Non si vedrà più che una gioventù bella,
fiorente, forte, atta ai godimenti sessuali e sociali, conscia delle
responsabilità personali e collettive, desiderosa solo di ascendere al vertice
della felicità umana. E io tentenno, cioè tremo ad abbandonarmi alla voluttà
della unione libera che produrrà dei figli squalificati. Ho io il diritto di
costringerli a rimanere legalmente e socialmente in una posizione inferiore
dinanzi ai loro coetanei? E ho io l'obbligo di sagrificare il mio cuore se la
donna che amo non si lascia amare che a questa condizione? Io sono convinto che
l'esempio non gioverà molto. Ci vorrebbe una legge. Ma intanto? Laura, ti
voglio bene, sono tuo.
Trenta luglio. — Ho incominciato
l'inchiesta dicendo che i ladri e gli assassini sono dei plagiari come i
letterati. Si copiano l'un l'altro e da un paese all'altro in un modo
meraviglioso. Leggono? Senza dubbio. Sfogliate i processi celebri e vi
troverete perennemente innanzi al plagio. Lacenaire, l'assassino poeta del regno
di Luigi Filippo, è stato servilmente imitato centinaia di volte in Italia, in
Russia, in Inghilterra, e in Germania, e nel suo paese. Nel dicembre del 1887,
per esempio, è avvenuto quello che si è riprodotto ieri l'altro a Napoli. Un
certo Lecomte, il quale aveva tentato di accoppare il fattorino della Banca di
Francia ch'era andato al domicilio a riscuotere una cambiale, confessò di avere
cercato un metodo nella letteratura criminale che era riuscito a scovare tra i
libri usati in vendita sui boulevards. La suggestione per il suo
"affare" gliela diedero le memorie del Canler, il famoso capo della
polizia che aveva arrestato l'illustre assassino e poeta. Egli le leggeva e le
rileggeva e le meditava e le commentava, e l'idea fissa gli si fermava sempre sul
metodo di Lacenaire, un metodo semplice, spiccio, che lascia difficilmente
traccia dell'autore del delitto.
Lo spiego in quattro parole. Io
sono Lacenaire. Prendo in affitto un appartamento di parecchie stanze
ammobiliate sontuosamente, sotto un falso nome. Mi faccio credere un grande
proprietario di fondi o un industriale lontano dalla capitale o un rentier
di provincia. Pago regolarmente la pigione, mi faccio credere un uomo dabbene,
caritatevole, pronto sempre a dare la mancia alla portinaia che diffonde la mia
bontà innata. Sconto una cambiale sotto il mio falso nome da pagarsi al mio
domicilio. Aspetto la scadenza senza paura e senza tremiti. Sono io che apro
l'uscio al fattorino. Non c'è in casa nessuno. Egli si toglie dalla valigetta a
tracolla la lettera di cambio. Io la guardo senza impallidire e ne leggo magari
i nomi dei giratari con un sorriso che lascia più tranquillo l'uomo venuto a
riscuotere. Se non avessi danari, sarebbe una disgrazia che mi obbligherebbe ad
assalire la mia vittima lì per lì, in un modo confuso, e che potrebbe
procurarmi la noia di udirlo gridare al soccorso. Io, Lacenaire, avrò dunque i
denari. Tiro fuori il portafogli o vado a prenderlo allo scrigno nella stanza
attigua. Gli conto i denari e obbligo così l'attenzione del fattorino a
perdersi nel numerario. Non gli do tempo di metterli nella valigetta. Gli vado
sopra con un colpo che lo stramazza cadavere, o lo lascia privo dei sensi, e lo
finisco con un altro colpo mortale. S'intende che se mi valgo della forza
fisica devo avere il pugno dell'Ursus del Quo vadis, un pugno che
sfracella il cranio come se fosse di creta. Se non ho la forza del gigante
licio, devo accontentarmi di un'arma da fuoco o di una lama affilata, due
arnesi sempre pericolosi per chi non sa maneggiarli bene, o per chi ha la
sfortuna di colpire qualche cosa dura nella saccoccia o di andare su un
maledetto bottone che svia la palla o spunta il coltello o il pugnale.
Il pugno del Lecomte è venuto
meno al suo compito e ha lasciato il fattorino al suolo a gridare come un
disperato: assassino! Io invece che ho lasciato sul pavimento un morto,
discendo tranquillamente le scale col sigaro in bocca e non esco senza salutare
benevolmente la portinaia.
Il fattorino comincia a puzzare,
si sfonda la porta del mio appartamento, si rimane inorriditi e la polizia
sguinzaglia una legione di questurini alla ricerca del negoziante Antonio
Migliavacca, possidente che non esiste.
Io, Lacenaire, mi diverto
leggendo degli sforzi di tanti agenti e consumo allegramente la somma ingente
che c'era nella valigetta della mia vittima.
Mi occupo dei plagi perché i
giornali francesi, in data del ventisei luglio 1899, me ne descrivono uno che
chiamerei incredibile, se ci potesse essere qualcosa di incredibile nel mondo
criminale. Ho detto fin da principio che gli assassini di Notarbartolo devono
avere copiato o il Jud o il Raubaud. Il primo è il misterioso assassino che
lasciò nel coupé di un direttissimo che filava da Troyes a Parigi, nella
notte dal cinque al sei dicembre 1860, M. Poinsot presidente della Corte
imperiale di Parigi, colla testa squarciata da due scariche di revolver. Il
secondo è il personaggio principale della Bête Humaine che ha pugnalato
in treno, lungo il tunnel di Malunay, il presidente delle ferrovie Grandonarin.
Ora ne abbiamo un altro avvenuto, su per giù, nelle identiche condizioni e
rimasto anch'esso senza traccia dell'omicida o degli omicidi.
Se i giornali sono esatti mi
pare che abbiano imitato più di ogni altro quello consumato in Sicilia.
Il delitto è avvenuto tra Arras
e Lille, nel treno partito da Parigi e giunto a Lille alle otto e undici minuti
di sera. I passeggieri erano usciti e il personale incaricato della visita
andava di portiera in portiera a dare una capatina nei vagoni. Al vagone C
rimasero inorriditi. Gettarono un grido, chiamarono il capo stazione, il
rappresentante della sicurezza pubblica, un medico e alcuni guardiani della
pace di servizio alla stazione.
La vittima era il signor
Schotsman, negoziante di olii e granaglie, abitante a Lille, in via Douai, al
numero 100, ammogliato e padre di tre figli. Gli assassini gli avevano dato
cinque coltellate: la prima alla gola, la seconda alla tempia destra, la terza
alla guancia destra, la quarta alla mano destra e la quinta, quella che deve
averne determinata la morte, nella regione del cuore.
Lo Schotsman non deve avere
lottato molto. Pare ch'egli, disarmato, abbia fatto di tutto per salvarsi il
petto, mantenendosi in una posizione di profilo. La mano destra gli deve avere
servito per sviare un colpo. Gli assassini tendevano a ucciderlo con una
coltellata nella testa. È dunque evidente ch'essi non erano pratici o abili
come quelli di Notarbartolo. Perché l'osso parietale o l'osso mascellare non si
lascia bucare così facilmente come il petto o anche il fianco. La ferita
all'osso temporale gli deve avere inondato il volto, perché venne trovato colla
faccia tutta ingrumata di sangue. Si capisce che in questo momento gli cadde la
mano dalla rastrelliera alla quale si teneva colla sinistra, voltando così la regione
del cuore per il colpo mortale che lo mandò al suolo di peso.
C'è un'altra circostanza che
lascierebbe credere che il negoziante di Lille, alla prima coltellata alla
gola, sia saltato sul cuscino ove era seduto, perché lo si ritrovò rovesciato
al suolo, rasente i posti a destra, con una mano e una gamba distesi sul
velluto del sedile. È egli caduto dall'alto, o sono gli assassini che lo hanno
messo in quella posizione? Io tendo a credere ch'egli abbia ricevuto la
coltellata al cuore in piedi, sull'alto del cuscino. Egli giaceva come un uomo
precipitato da una certa altezza, col peso del busto che aveva spinto il capo
al suolo. Giaceva colla bocca spalancata, come se avesse voluto chiamare al
soccorso anche morto.
Il gilet e il giubboncino erano
inzuppati di sangue come quelli di Notarbartolo e come Notarbartolo venne
svaligiato del portafoglio e dell'orologio.
Le supposizioni sono per una
vendetta commerciale.
Si sono trovate macchie di
sangue sui due predellini del coupé e delle macchie sulla maniglia che
deve essere stata aperta mentre il treno era in moto. Anche qui si lavora sulle
supposizioni. Si crede di aver veduto un individuo ben vestito discendere in
vicinanza alla stazione di Seclin. Nessun sospetto sul personale ferroviario.
Questo fatto mi sbalordisce e mi ingarbuglia un'altra volta la matassa
Notarbartolo. È dunque possibile assassinare i signori in treno o in coupé,
senza la assistenza del personale viaggiante? Mi piacerebbe sapere dove si
trovavano il Pancrazio Garufi e il Carollo francesi al momento della tragedia.
Tre agosto. I giornali belgi
d'oggi mi dànno degli altri particolari, ma mi lasciano anch'essi nel buio.
L'individuo o gli individui sono scomparsi. Si corre dietro a uno sconosciuto
di venticinque anni circa che sarebbe stato veduto a salire e a discendere dal coupé
con un biglietto d'abbonamento. D'importante non ci sarebbe che il biglietto.
Perché o era personale e ci troveremmo a tu per tu con un imbecille, o era di
un altro e il pensiero corre subito al complice o al mandante, specialmente
dopo che ci si è detto che nel portafoglio c'era pochissimo e che lo Schotsman
non viaggiava mai con somme ingenti per non provocare i ladri a svaligiarlo.
La seconda supposizione sul
biglietto d'abbonamento è questa: Lo Schotsman aveva nel carnet la carta
d'abbonamento per la ferrovia del Nord. Può darsi, si dice, che l'assassino sia
entrato con un biglietto di prima classe e se ne sia andato con quello
d'abbonamento della vittima. Io non credo neppure a questa supposizione, tenuto
sempre calcolo che l'autore dell'omicidio non sia un imbecille. Perché gli
abbonati di un tronco ferroviario sono quasi sempre conosciuti. Ora è possibile
che un uomo così scaltro e così audace, con un cervello capace di prepararsi un
delitto in treno, possa poi arrischiare la sua vita con una carta che potrebbe
farlo arrestare dalla guardia-sala? Aggiungete ch'egli aveva le mani imbrattate
di sangue, come ce lo ha affermato la maniglia insudiciata del coupé, e
troverete che il buio è più fitto di prima. Di certo c'è questo: che l'autopsia
ha stabilito che l'assassino o gli assassini hanno dovuto lottare assai più di
quello che lasciavano supporre le cinque coltellate. Il corpo del povero
Schotsman portava i segni di diciassette colpi, vibrati con una lama acuminata
larga due centimetri. L'ultimo gli ha passato il cuore da una parte all'altra.
La vedova ha domandato il
permesso, e le è stato concesso, di mettere sul petto del marito la di lei
fotografia e il di lei anello di sposa. Questi simboli dell'affezione coniugale
mi suggeriscono due idee. Ha ella voluto con essi seppellire idealmente sé
stessa, o ha ella voluto semplicemente dire che lo Schotsman cessava di essere
Schotsman? La prima, sarebbe della sentimentalità indiana. In India la vedova,
anche se avesse diciassette anni, non è più maritabile. Ella deve piangere per
tutto il resto dei suoi giorni il consorte. La seconda entrerebbe nel cenacolo
delle idee moderne: chi muore giace e chi vive si dà pace. Mi dorrebbe che
morisse mia moglie. Ma una volta morta, dovrei rinunciare alla gioia della vita
coniugale? Sì, se sono innamorato di una ragazza come la mia Laura, la quale si
è messa nella testa di distruggere il matrimonio coll'unione libera. No, se
invece di una Laura Centelli, voglio bene a una fanciulla che non ha fisime per
la testa e continua la tradizione delle madri.
Quattro Settembre. — Che il
Palizzolo sia un mafioso non c'è più dubbio. Tiraboschi mi faceva leggere
stamani due letterucce scritte da lui al questore per scarcerare Jacuzzo
Lauriano, uno dei più formidabili mafiosi della mafia palermitana. Leggete:
Palermo,
18 settembre.
Egregio signor Commendatore,
Il povero Jacuzzo Lauriano
(Jacuzzo è il vezzeggiativo di Giacomo, che si dà ai bambini ed agli innocenti)
è costretto a portare la numerosa sua famiglia a pochi passi dalla stazione di
Casteldaccia, precisamente nella villa S. Elia.
Egli, per mio mezzo, chiede per
due mesi gli sia concesso (era ammonito, o sorvegliato speciale) di poter
portarsi a Palermo o in detta villa ogni giorno.
Sono certo che Ella
acconsentirà al giusto desiderio di un padre di numerosa famiglia.
Suo Palizzolo".
Il questore tacque e il deputato
Palizzolo, crucciato e convinto del bussate e vi sarà aperto, scrisse
quest'altra:
Palermo,
19 settembre
Onorevole signor Commendatore,
Mentre ancora sono in vita, mi
faccia il favore di contentare il Lauriana, permettendogli di portare via la
famiglia come scrissi. Dal detto individuo il Governo non ha nulla a temere. La
ossequio.
Suo Palizzolo".
Che cosa ha voluto dire col sono
ancora in vita? Che qualcuno lo minacciava di morte? E il questore, chi è
questo questore? Il Tiraboschi non ha voluto dirmene il nome, ma mi ha fatto
vedere la nota che lo ha contentato. Bravo, hai fatto bene. Ti ha detto che il
governo non ha nulla a temere, e allora tu, o questore, non avevi altro da fare
che da compiacerlo. Ah, mio caro marchese di Cadì, voi sì che avevate ragione
di dirmi che la polizia è marcia fino al midollo, mafiosa più dei mafiosi. La
sua moralità non è più alta di quella dei criminali. Il Palizzolo è cucinato in
tutti i rapporti come un mafioso in guanti gialli, capace a delinquere, ed è in
parecchi rapporti supposto il mandante di due omicidii, e tu, questore, che hai
letto tutto questo, ricevi le sue lettere, gli fai dei favori, e forse forse
vai o sei stato a pranzo assieme! Adesso si spiega come il Di Blasio possa
avere scarcerato i Baroni senza farlo sapere al questore e come le calze e
l'asciugamano maculati del sangue di un uomo onesto possano essere stati
restituiti e siano ora divenuti irreperibili.
Cinque Settembre. Preferisco
ritornare ai plagi che inzaccherarmi a parlare di alti funzionari che
discendono tanto in basso.
I plagi non increspano il
sangue.
Il plagio che sto per raccontare
è stato consumato nel gennaio 1893, e cioè un mese prima dell'assassinio lungo
la linea ferroviaria fra Termini e Altavilla. È un plagio che differisce assai
dagli altri che ho narrati, e che ha rapporto colle mie supposizioni che gli
assassini di Notarbartolo abbiano letto Zola. Perché i falsi magistrati del
falso Panama hanno copiato letteralmente un episodio del Gil Blas, ove è
un capitolo in cui gli eroi del Le Sage raccontano come si siano trasvestiti da
cancellieri e da commissarii dell'inquisizione per derubare un riccone ebreo.
S'intende che bisogna tener conto del tempo.
In quel periodo è noto a tutti,
Parigi era turbata dagli scandali del Panama. Ogni mattina i giornali uscivano
con delle rivelazioni. I nomi degli uomini che occupavano le più alte cariche
dello Stato venivano denunciati e trascinati per la conversazione pubblica come
dei birbaccioni che si erano arricchiti coi denari delle azioni del Panama. Non
ricordo bene in quel mese quanti ministri e quanti deputati siano stati
precipitati nel fango della corruzione. Ma mi ricordo benissimo che erano
molti.
I ladri moderni che persistono
nella loro professione sono più di una volta giovani di grande ingegno che
leggono e seguono il movimento della città, che lavorano assai meglio di un
cronista che ha la vocazione del mestiere. Costoro sanno truccarsi in tutti i
modi e per tutti gli ambienti, vivono da signori, hanno tre o quattro domicili
in differenti quartieri, e non sono mai a corto di denaro. Essi hanno nulla di
comune coi ladri che rubano perché non sanno dove dare della testa per mangiare
malamente; ma sono ladri con un cervello rocambolesco, pieno dei Veri
misteri di Parigi del Vidocq, pieno della poesia di Lacenaire, e pieno
anche delle risorse della haute pégre (associazione di ladri
aristocratici).
I falsi magistrati indossavano
lo stifelius, avevano la barba delle persone rispettabili, e sapevano darsi
l'aria di personaggi gravi che meditano ogni parola che pronunziano.
Alle cinque pomeridiane quattro
signori in tuba suonarono al grandioso palazzo del marchese di Panisse-Passis,
nell'avenue Marceau. I signori ladri sapevano che il marchese e la marchesa se
la godevano a Nizza.
Il capo di questi malfattori era
un uomo alto, con una barba grigia, colla rosetta della Légion d'honneur
all'occhiello.
«Io sono», diss'egli alla
portinaia, «il signor Clement, commissario alle delegazioni giudiziarie. Poi,
voltosi ad uno dei tre birbanti, disse: «Il signore è il prefetto di polizia».
La povera portinaia divenne
bianca come un panno lavato. «La polizia?»
I falsi rappresentati la legge
si lamentarono del buio.
«È molto scuro, e noi abbiamo
bisogno di vederci».
La portinaia accese il gasse.
Il falso magistrato estrasse
dallo stifelius una carta che lesse alla portinaia.
"In nome della legge ecc.,
ordino al signor Clement, commissario alle delegazioni giudiziarie, di
arrestare il marchese di Panisse-Passis, accusato di avere ricevuto un chèque
di 200,000 franchi, intestato al suo portinaio".
«Presto, fateci lume che vogliamo
fare una perquisizione.»
«È mostruoso, signor Clement
quello che dite, io non ho mai preso un centesimo.»
«Lo confessiate o non, c'importa
poco. Noi abbiamo la vostra ricevuta e sappiamo che il danaro è passato per le
vostre mani. Vi dirò di più: che il marchese vi ha dato per questo servigio
trenta mila franchi.»
Il portinaio si sarebbe fatto la
testa in due per provare la sua innocenza. Ma i signori della legge non
capivano che i loro diritti.
«Andiamo, precedeteci», gli
disse imperiosamente il signor Clement. «E voi pure», aggiunse col dito puntato
verso la moglie del portinaio.
«Ma io ho ordine di non lasciare
entrare alcuno durante l'assenza del padrone.»
Si fece innanzi il commissario
di polizia, dicendo:
«Sono io che comando ora in
questo palazzo. Si ubbidisce alla polizia, quando si fa il vostro mestiere!»
Suonò il campanello di nuovo.
«Aprite», diss'egli, «e lasciate
entrare il mio brigadiere».
Il preteso commissario e il
preteso prefetto salirono cogli altri, preceduti dal portinaio e dalla portinaia.
Nel salotto del marchese
incominciarono gli interrogatorii.
«Siete ammogliato?» gli domandò
il commissario che dettava al cancelliere.
«Sissignore».
«Avete figli?»
«Sissignore».
«Da quanto tempo siete al
servizio del marchese Panisse-Passis?»
«Da diciassette o diciotto
mesi.»
Di tanto in tanto il commissario
parlava a qualcuno dei suoi amici, pregando questo o quello di rammentargli una
data circostanza.
«Sì, signor commissario», gli si
rispondeva.
«L'accusa che pesa su voi è
grave. Voi siete accusato di avere fatta la girata al cheque di 200,000 lire
che la compagnia del Panama aveva dato al marchese di Panisse-Passis. Non
negate. Vi consiglio nel vostro interesse a confessare.»
«Non è vero, signor commissario,
non è vero», gridava il Pipelet. «In vita mia io non ho mai veduto 200,000
lire».
«Voi negate e io vi darò delle
prove. Voi le avete incassate nel 1888».
Il portinaio si credette
assolto.
«A quel tempo, signor
commissario, io non ero ancora al servizio del marchese».
Il signor Clement sorrise.
«Gli è appunto per ringraziarvi
del servigio che gli avete reso che il marchese vi ha preso come portinaio. Non
negatelo! Voi non sapete che cosa rispondere. Lo sapevo.»
Terminato il processo verbale il
portinaio vi mise la firma.
«Egli è in arresto. Conducetelo
in una di queste stanze fino all'arrivo degli agenti».
Si passò all'interrogatorio
della donna, si dichiarò essa pure in arresto, e la si condusse dove era il
marito. Là il funzionario mise loro le manette, li fece sedere schiena contro
schiena e li legò alle scranne.
Intanto uno dei cinque signori
si era già impadronito della portineria, indossando il gilet colle maniche di
fodera nera, appendendosi al collo il grembiale a petto, e mettendosi in testa
la calotta tradizionale.
Gli altri si diedero al
saccheggio.
È inutile dire che erano muniti
di tutti gli arnesi del mestiere. Sfondato un armadio riuscirono a trovare la
chiave del mobile che rinchiudeva la cassa-forte dei gioielli. Con degli
ordigni perfezionati la cassa forte s'aperse senza resistenza. Staccarono tutti
i quadri di valore, misero assieme tutta l'argenteria e tutti gli oggetti
preziosi del marchese e della marchesa e poi, sudati come erano, pensarono a
rifocillarsi. Il commissario Clement andò in cantina e portò di sopra parecchie
bottiglie di vino. Poi diedero il sacco alla biancheria e misero tutto il
bottino nelle sacche e nelle valigie del marchese.
Uno di loro andò a chiamare due
vetture, una tapissière e un fiacchero, delle quali non si è mai saputo il numero.
I falsi funzionarii sapevano che
c'era pericolo di dare nell'occhio agli agenti della sicurezza pubblica, e uno
di loro andò a chiamare due guardiani della pace per far loro la dichiarazione
che stavano portando via della roba sequestrata al marchese.
All'indomani Parigi si risvegliò
stupefatta dell'audacia dei lettori del Gil-Blas. Ma subito dopo rise a
crepapelle pensando che dei ladri avessero potuto fare un colpo da maestro in
un quartiere della Parigi dorata, a due passi dai Campi Elisi, nella avenue
Marceau, guardata giorno e notte dagli agenti di polizia e dai guardiani della
pace.
Si dica quello che si vuole, ma
io, quantunque plagiari, metto questi signori tra i ladri di genio. Il loro
gusto artistico doveva essere quello di Rochefort che sa distinguere un quadro
di Peter Neefs da un Ruyfdaël. Non portarono via che originali di un valore
inestimabile. La sola cosa antiartistica che abbiano compiuto fu quella di far
liquefare la vecchia argenteria di grande valore e di avere smontato i diamanti
e le pietre preziose. Ma non posso dare loro tutto il torto. Perché senza
quella smontatura e quella fusione non avrebbero potuto fare dei denari.
Dopo tanto tempo Goron è
riuscito a mettere la mano su loro e a mandarli in galera, ove si trovano ora a
scontare il delitto di avere dell'ingegno antisociale.
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