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Paolo Valera
L'assassinio Notarbartolo

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IN TRENO

 

Luraschi salutava la superba aurora con giubilo. Aveva passato una notte da cane. Tutte le volte che stava per addormentarsi gli pareva di sentirsi per le orecchie le grida strazianti di Notarbartolo che domandava aiuto. Alle due dopo mezzanotte gli era toccato svegliarsi di soprassalto, come per difendersi dalle mani che volevano strangolarlo. Era l'incubo. Il dramma lo perseguitava. I personaggi gli turbinavano intorno il letto cogli abiti chiazzati di sangue coagulato e gli toglievano il respiro. Sdrucciolò dal letto e andò a tavolino con l'idea di liberarsi di tutta quella ossessione che gli negava il riposo. Scrivere e scaricarsi, ecco il narcotico. Ma non si scrive che quando è in noi il sedimento in fermentazione. Luraschi aveva la mente affollata di materiale ma non aveva la calma per una concezione artistica. Scriveva e cancellava. Gli venivano fuori scene confuse, personaggi senza individualità proprie, pensieri che non si adattavano all'ambiente. Buttò via la penna e incominciò a vestirsi.

Sotto il cielo tersissimo camminava bene e respirava l'aria fresca a larghi polmoni. Ma la mente non si distraeva. Passava dai monumenti della antica Palermo e della Palermo moderna, senza avvedersene. Non si fermò che dinanzi una fabbrica di maccheroni, perché c'era ressa di uomini e donne che andavano al lavoro. Ma non fu che una pausa. Alla Croce dei Vespri si ricordò della data famosa, leggendone la epigrafe:

 

PER SECOLARE TRADIZIONE

QUI FU LA DIMORA

DI GIOVANNI DI SAN REMIGIO

GIUSTIZIERE DI VAL DI MAZZARA

IN NOME DI CARLO D'ANGIÒ.

E QUI L'IRA VENDICATRICE DEL POPOLO

CADEVA SULL'OPPRESSORE STRANIERO

IL 31 MAGGIO 1282.

 

Il verde cupo dei giardini smaglianti che rasentava, mentre dal Foro Italico si recava alla stazione centrale, non aveva maggiore potenza dei monumenti. Lo lasciavano indifferente. Per passare il tempo dovette cacciarsi in un caffè e leggere giornali e giornali fino all'ora della partenza.

Mezz'ora prima egli era alla stazione centrale che passeggiava innanzi e indietro fumando una sigaretta dopo l'altra.

Non appena spuntò dalla via in fondo Giovanni Tiraboschi, Luraschi gli andò incontro con il cuore allargato. Aveva bisogno di sentire la voce di una persona umana. Fino al suo arrivo non aveva conversato che coi fantasmi.

«Buon giorno».

«Buon giorno».

«Siete un po' pallido».

«Ho passata una notte insonne».

«Me ne dispiace. Statemi a sentire. Prima di entrare, gireremo intorno a questa via. Non alzate gli occhi che quando ve lo dirò io».

«Mi spaventate».

«Non spaventatevi; ascoltatemi».

«Ai vostri ordini».

«Quando vi permetterò di alzare gli occhi, vedrete due uomini, uno più alto dell'altro, che in apparenza vanno via parlando dei loro affari. Notate bene quello a destra. Io sono pedinato. La mafia è alle nostre calcagna».

«E io che non mi sono provveduto di un revolver».

«Forse non è necessario. Anzi, ne sono certo. Ma in Sicilia bisogna averne almeno uno per saccoccia».

«Un vero palermitano vi dirà che ce ne vogliono due. È un'arma che nasce coll'isolano. State attento e guardate».

«Vedo».

«Adesso prendiamo la via della stazione. Avete notato bene l'uomo a destra?»

«Potrei descriverlo».

«Quello è Giuseppe Fontana, il protagonista della nostra inchiesta».

Edoardo Luraschi non ebbe più fiato. Gli parve di essere lì per perdere l'equilibrio.

«Permettetemi di appoggiarmi al vostro braccio».

«Fate. Vi credevo più forte. Quando saremo nel vagone cadrete in deliquio! Per fortuna che ho preso con me una bottiglietta di cognac. Con essa vi terrò in vita».

«Non ci sarà bisogno», diss'egli riavendosi completamente.

«Se è il protagonista, perché non lo fate arrestare subito, subito?»

«I perché sono tanti e li capirete a mano a mano che entrerete nella matassa intricata. Intanto è necessario che sappiate che egli è un tipo uscito dal sottosuolo. I bassifondi sono il suo regno. Appartiene ad una famiglia di mafiosi, di manutengoli, di ladri e di assassini. Non faccio che riassumerlo. In un altro momento ci occuperemo dei particolari».

«Veste piuttosto bene».

«Non si sa come. O meglio si immagina ch'egli tragga i denari dalla malavita. Un'altra cosa importante, che dovrete inchiodarvi nella testa, è che il Giuseppe Fontana del fu Vincenzo, abitante in Palermo, è persona del cav. Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento».

«E che c'entra l'onorevole Palizzolo? So che egli è un uomo stimatissimo, amico intimo del duca della Verdura, di di Rudinì e di Francesco Crispi».

«Non nego tutti questi fatti. Ricordatevi semplicemente di quello che vi dico se vogliamo andare in fondo a pescare il nome dell'individuo che ha prezzolato i sicari. Un'altra circostanza e ho finito di parlarvi di Giuseppe Fontana. Egli non venne processato per mancanza di indizii. Il collega che aveva in mano tutto l'affare prima di me, credette al suo alibi, cioè che nel giorno del delitto egli fosse a Tunisi. In Sicilia non bisogna mai credere all'alibi degli accusati. Perché quasi tutti i misfatti sono premeditati. Se non sono male informato, il Fontana, il giorno dell'assassinio del comm. Emanuele Notarbartolo fu visto in Altavilla. Conosco la persona che lo ha veduto.

Pensiamo che il treno non aspetta. Ecco là l'ispettore che ci attende. Egli ci farà entrare nel vagone sul quale ha fatto mettere riservato. Riservato per noi. Cosi non saremo disturbati e potremo continuare le nostre investigazioni. A proposito, mi sono dimenticato i sigari. Io fumo come un turco. Signor Ispettore, buon giorno, ho tempo di comperarmeli? Ci sono ancora dieci minuti? Allora ho tempo anche di trangugiarmi il caffè. Lo prendo sempre fuori perché ho l'abitudine di leggere i giornali. L'avete già preso? Non importa. Potrete prendere qualche altra cosa. Adesso sto bene; quando si è al di là della quarantina tutte le abitudini diventano cose indispensabili. Una volta me ne infischiavo del caffè. Dei sigari, no. I sigari sono la poesia dell'uomo. Quando fumo produco della prosa leggibile e sovente delle istruttorie che potrebbero essere stampate. Salgo io per il primo. Non abbiate paura. Qua la mano. Addio, signor Ispettore. Grazie. State attento. Vedete i due uomini dietro la punta dell'altro treno? Sono Fontana e il suo compare che ci spiano».

I due personaggi rimasero per un minuto senza parola. Ciascuno era compreso di essere sul teatro sanguinoso di una delle più scellerate tragedie di quest'ultimo quarto di secolo. E ciascuno, col pensiero nella tragedia mostruosa, si sentiva terrorizzato come in una tomba sotterranea.

«Prendete uno dei miei sigari».

La voce del giudice istruttore gli fece l'effetto di una voce metallica. Se la sentì per le orecchie come un frastuono. Prese il sigaro, se lo lasciò accendere, e ricadde nel silenzio cupo, cogli occhi fissi sul divano, ove gli pareva che le macchie del sangue di Notarbartolo si allargassero e diventassero più scarlatte a ogni sussulto di treno. Per sottrarsi all'esagerazione ottica dovette passarsi e ripassarsi le mani nella capigliatura folta come per darle aria.

«Vi sentite male?»

«Respiro a disagio».

«Prendete una goccia del mio cognac», diss'egli aprendo la valigetta che si era portato seco. «Vi sentirete meglio. La prima volta che mi si mandò a fare un'inchiesta, perdetti i sensi. Mi trovai dinanzi una donna strangolata dal suo amante come dissanguata. Il cadavere contorto dagli sforzi che la vittima doveva aver fatto per liberarsi dal suo assassino, mi aveva fatto andare in deliquio. Non rinsensai che con una sorsata di acquavite che mi regalò il brigadiere dei carabinieri. Le prime impressioni sono eterne. La vedo ancora colle mani crispate sulle lenzuola candide e con la faccia e il collo biancastri e pieni di lividure. La bocca era atteggiata a un orribile sberleffo. Dio, come mi fece paura!

Non sono divenuto insensibile, ma la professione mi ha reso meno facile alle sensazioni che privano dei sensi. Provatevi a passare degli anni in un gabinetto, ove vanno i delinquenti a narrare freddamente come sono entrati di notte in una casa o come hanno appeso al chiodo una ragazza o come hanno compiuto la strage di tutta una famiglia. Finite per diventare meccanico. Mi capita spesso di dettare al mio copista le più scellerate pagine della vita criminosa senza smettere di fumare di gusto.

Prima di incominciare la nostra inchiesta vi devo fare una confessione. S'intende che ciò che vi dico deve rimanere tra noi, perché posso anche dare del naso in una cantonata. Ma nessuno mi leva dalla testa che l'uccisore di Notarbartolo sia un uccisore di uomini. Non si produce un capolavoro senza un po' di pratica.

Io corro dietro la stessa mano da dieci anni senza mai afferrarla. Più le vado vicino e più mi sfugge. Ma la sento, la sento che è la stessa mano. È una mano abile, arciabile che produce il suo lavoro diabolico e scompare.»

«Dunque la conoscete?»

«È la mia fissazione. La conosco come si conosce la via di una città che attraversate tutti i giorni. I suoi odiosi malefici portano il suo suggello. Lasciano nel delitto la marca individuale, il metodo, il sistema. È la mano nota che organizza, che prevede, che colpisce e non se ne sente più parlare che a un altro delitto più inumano dell'ultimo».

Luraschi ebbe un sorriso di incredulità per tutto ciò che il giudice istruttore andava dicendo. Se la conosce non dovrebbe essere difficile tenderle un agguato e sorprenderla e capitarle sopra quand'essa è ancora fumante di sangue.

«Non vi pare che conoscendola si potrebbe impadronirsene?»

«È la mia disperazione. La sento, vi ho detto. La fiuto, e, qualche volta, mi pare di vederla. Ma dessa mi vince. Io la inseguo inutilmente.

In apparenza non c'è relazione tra i delitti bestiali di prima e il delitto bestiale di adesso. I primi sono avvenuti in una casa, o in mezzo alla solitudine di un feudo o all'entrata di una villa, come è capitato a Francesco Miceli, anni sono. I primi sono stati ammazzati a colpi di fucile o di rivoltella. L'ultimo pare l'opera di un macellaio. Ma in questo e in quelli trovate il solito uomo che compie i misfatti colla stessa audacia, colle stesse precauzioni, colla identica efferatezza. In ogni suo delitto si sente il malvagio, il bruto, la tigre che dopo il pasto si lambisce le labbra come per riassaporare il sangue che non l'ha saziata».

«Non sono del vostro avviso e ho le mie buone ragioni. Gli assassini di cui parlate non possono essere stati commessi da una persona sola. Ne convenite? Ella deve avere avuto dei cooperatori. Lo ammettete?»

«Io mi occupo della mano che opera».

«Negate che abbia dei complici?»

«Non nego».

«Oh, bravo! Se ha dei complici, i complici di un delitto non saranno i complici di tutti gli altri delitti. Ne siete convinto?

E se anche lo fossero, non mi verrete a dire che gli autori del delitto della quattordicesima vettura, segnata C., del treno numero tre che filava, nelle ore pomeridiane del primo febbraio 1893, da Termini a Trabia, possono essere stati gli autori dei delitti consumati altrove, in epoche diverse. Mi capite? Qui siamo in treno e gli autori o i cooperatori o i complici non possono essere scovati che tra i ferrovieri in viaggio col treno. Di qui non si scappa. Voi parlate di uno nuovo. Ma l'inchiesta che ha preceduto la nostra e la perizia medica che è stata perfino rifatta, non ci lasciano dubbio alcuno che le mani che commisero l'atroce misfatto furono due. Una armata di un trinciante nuovo, uscito dalla celebre fabbrica di coltelli di Palermo, e l'altra armata di un pugnale bitagliente».

«E chi vi dice che la stessa mano non si sia servita di tutte e due gli strumenti da taglio? Vi ho detto che la mano che sento è una mano scaltra, una mano che antivede i disastri e fiuta i pericoli. Ora volete ch'essa vada al lavoro impreparata? Che non supponga che la punta di un coltello può andare a rompersi, per esempio, in una scatola di sigarette di metallo o sulla cerniera di un portamonete o di un portasigari o in qualche diavolo di ferro o d'acciaio nelle tante tasche della persona condannata a morire?»

«Voglio ammettere che l'uomo che portate con voi da dieci anni sia il genio dei delinquenti. Ma qui ci sono due mani che hanno colpito e due mani volgari che menarono colpi a casaccio, che crivellarono il corpo di ferite come pazzi infuriati dalla paura. Il genio, mio caro, è sicuro. Assesta colpi mortali. Non irrita e non imbestialisce la vittima con puntate che la lasciano in piedi a continuare la lotta, ma va diritto al cuore dell'avversario. Gli assassini di Notarbartolo erano tutt'altro che degli esperti nell'arte crudele di assassinare. Sapete quante volte hanno dovuto cacciargli nella pelle le loro armi assassine? Ventitre. Senza tener calcolo delle abrasioni, delle spellature, delle escoriazioni. Erano dei vigliacchi, dei miserabili. Ecco quello che erano. Mi pare di vederli cogli occhi fuori dell'orbita, coi capelli in piedi, col coltello e col pugnale intrisi di sangue infuriare cogli strumenti affilati e tirare innanzi e indietro il braccio a seconda dei movimenti dell'uomo che tenta difendersi. Ditemi che sono degli esseri abbietti. Ma non gabellatemeli per assassini di genio. Gli assassini di genio sono morti con Cartouche, con Lacenaire, con Tropmann, o sono scomparsi con Jack lo squartatore. In questi era il colpo di grazia che eliminava la tortura.»

«Rammentatevi che il commendatore era uomo di fegato Era alto un metro e sessantaquattro centimetri ed aveva una larghezza di spalle di quarantaquattro. Era forte, coraggioso e sopratutto prudente. Non andava alla ricerca dei suoi nemici, ma se gli capitavano tra le gambe non scappava. Ve lo dica la carabina che aveva con lui. Ve lo ridicano i carabinieri dai quali si fece accompagnare dal fondo dei nipoti alla stazione, ove lo aspettava il suo cameriere Campisi. C'era con lui il bottaio, ma volle anche i carabinieri.»

«Il bottaio non era uomo di sua fiducia. Lo sospettava in rapporti con la mafia».

«Ora non è possibile che un uomo colle orecchie tese e con gli occhi aperti abbia voluto lasciarsi scannare colle mani giunte. Egli si sarà difeso fino all'ultima goccia di sangue».

«Lo credo. Vi rifaccio il dramma come se fossi stato presente. Non dubitate, la mia fantasia rimarrà assente. Tutto ciò che vi verrò dicendo è nell'incartamento che mi avete dato. Là vi è l'antefatto, là vi sono le deposizioni dei testi e degli accusati e le informazioni delle autorità che sono state alla ricerca degli assassini prima di noi.

Incominciamo dalle distanze per sapere se si poteva fare tutto quello che hanno fatto gli assassini lungo lo spazio che dovevano percorrere. Noi sappiamo che alla stazione di Termini il commendatore era vivo».

«Vi sono parecchi testimoni che lo affermano e c'è anche Carollo, il conduttore, che lo dice».

«Dalla stazione di Termini, procedendo verso Palermo, alla galleria, la distanza è di un chilometro e tre metri, distanza che il treno omnibus percorre in trenta secondi. E dalla stazione di Termini alla stazione di Trabia vi sono cinque mila e cento sessanta metri che un treno omnibus divora in undici minuti e trentatre secondi. Sarò un po' noioso colle cifre, ma è necessario che io ve le dica se volete capire bene la tragedia.

Dalla stazione di Trabia alla galleria omonima è una distanza di novecento quarantun metri che il solito treno percorre in un minuto e tredici secondi. Dalla galleria al ponte Curreri, ove venne trovato il cadavere, c'è un tratto di mille cinquecento ottanta metri che lo stesso treno corre in due minuti e ventiquattro secondi.

Con la carta del tratto alla mano noi non abbiamo bisogno di fare la via a piedi. Sappiamo che la strada è qua e là ondulata, che la curva più pronunciata è quella tra Trabia e il ponte Curreri e che lungo quest'ultima parte della linea ferroviaria c'è da un lato una collina malagevole e accidentata e dall'altro una pianura ineguale, a solchi e con molti sassi che rendono difficile la corsa per chi ha paura di avere i carabinieri alle reni. La pianura è coltivata ad alberi fruttiferi.

In prossimità all'altura del ponte sorge una casetta colonica».

«Questo si chiama essere precisi».

«Chi è moderno non può fare diversamente. Una volta che conosciamo le distanze, sappiamo che a Cerda — secondo la deposizione del cavaliere Ratteri e dell'ingegnere Avesani — il Notarbartolo era vivo. Come sappiamo che era vivo alla stazione di Termini. Quest'ultimo testimonio è un po' sospetto. E non lo metterete in dubbio non appena vi avrò detto che il suo nome è Carollo. Ma gli si può credere, perché gli assassini, se erano ributtanti quando coprivano di ferite il commendatore, conoscevano assai bene la via ferrata e i movimenti del treno».

«Non c'è dubbio».

«E loro, gli assassini, si sarebbero guardati bene dal giungere a Termini con un cadavere. Perché la stazione di Termini è molto frequentata e perché il treno vi si ferma non meno di sedici minuti.

Vi immaginate che degli assassini colle mani insanguinate, colla faccia stravolta e con un morto nello scompartimento vogliano star lì a tremare all'arrivo di ogni passeggiero per sedici minuti? È un supplizio al quale neppure i signori assassini si sottoporrebbero.

Saltiamo dunque questa supposizione.

Tutti i ferrovieri e tutti gli ingegneri ferroviarii sono d'accordo che non è possibile montare sul treno avviato. È molto se uno dei più pratici conduttori può mettere il piede sulla pedana di un treno omnibus — il quale si incammina, di solito, con fatica e lentezza — al terzo o quarto buf, buf. Dopo, quando le ruote girano lestamente, chi è in terra vi rimane e chi si arrischia a buttarsi sul treno per agguantarne la maniglia o il bastone di ottone lungo la vettura, precipita sul terreno tutto fracassato. Siete della mia opinione?

Ma supponiamo l'impossibile. Supponiamo che vi sia un pazzo stufo della vita. Venite al finestrino che mi capirete meglio. Vi accorgete della corsa vertiginosa? Noi che ne siamo trasportati, ci pare che si vada adagio. Mettete fuori la testa e vedrete che la velocità vi parrà raddoppiata. Se potessimo essere lungo il treno essa aumenterebbe di due o tre volte. Siccome non vogliamo essere spietati come gli assassini, riduciamo, per comodo del nostro pazzo, la corsa di metà».

«Potete ridurla anche di tre quarti.»

«Accordato. E ora che il treno è frenato di tre quarti del suo calore, figuriamoci il nostro eroe lungo il binario, colle mani tese, in aspettativa di afferrare la maniglia di uno sportello qualunque o il bastone di ottone lungo le vetture. Dategli pure l'agilità e la pieghevolezza del clown e immaginatevelo pure così allenato da arrischiarsi a mettere il piede sulla pedana col garbo di chi intende di seguirlo e non di farsi trascinare. Ebbene, credete che il pazzo non cadrebbe sconquassato o tutto a pezzi?»

«Ne sono sicuro. Vi dirò di più. Se egli potesse, per un'ipotesi, attaccarsi alla maniglia o al bastone, col primo strappo il treno gli porterebbe via le braccia e il corpo capitombolerebbe sulle rotaie e vi rimarrebbe stritolato».

«E voi sapete che i sanguinarii, quando si tratta della loro pelle, sono vili. Diventano bimbi pieni di paura. Pranzini ne è un esempio. Lui che non ha esitato ad ammazzare la prostituta Maria Régnault, per derubarla; che si è gettato, collo stesso coltello fumante del sangue della Régnault, sulla sua bonne la quale avrebbe potuto denunziarlo, e sul bimbo di quest'ultima perché strillava, è andato sulla piattaforma della guigliottina tremante come una foglia! E stato Deibler che ha dovuto fargli coraggio. Coraggio, vigliacco!

Eliminata la possibilità colla corsa vertiginosa, non ci rimane che il treno in moto o lì lì per mettersi in moto. E anche per questo movimento è necessario una pratica non trascurabile. Tanto più se si pensa che la predella lungo il vagone è larga diciotto centimetri e alta, dalle rotaie, un metro e alcuni centimetri. Lo si può fare ci hanno detto e noi alla esperienza facciamo di cappello.

Il primo assassino, per evitare di farsi conoscere da qualche passeggiero, doveva sapere la vettura e lo scompartimento nel quale era la vittima. Senza questa condizione l'assassinio non sarebbe avvenuto. Non vi pare? Alle prime eruzioni di fumo infocato della locomotiva, il malvivente saltò sulla predella, lasciò che il treno si avviasse bene, mise la mano sulla maniglia, aperse, montò sulla pedana, ed entrò ansante nello scompartimento.

Da qual parte era egli mai entrato alla stazione? Dalla sala d'aspetto o dalla cancellata lungo la piazza? Il guardia sala Cannella Francesco ci ha lasciato nella confusione delle sue affermazioni e delle sue smentite. Io, al posto del giudice inquirente, lo avrei fatto arrestare. Mi ha l'aria di un complice. Egli ci ha parlato di due sconosciuti trafelati giunti quando la campana era già suonata. Si può raggiungere un treno in moto, quando si è nella sala d'aspetto e si aspetta che la guardia finisca di bucare i biglietti? Ci ha detto che uno degli sconosciuti era "altetto" e che l'altro era "bassotto". Che il primo aveva il biglietto di ritorno per Palermo di prima classe e il secondo di seconda. Due amici che viaggiano in separati vagoni?

Il giudice istruttore gli fece osservare che in quel giorno, alla stazione di Palermo, non era stato venduto che un biglietto di prima classe con ritorno e anche questo a una persona conosciuta. Allora il Cannella, confuso, venne fuori con la storiella che i biglietti potevano essere scaduti. In una parola è un teste che vi annerisce il dramma».

«Vi annuncio con grande dolore che è morto.»

«Me ne duole. Perché è il consenso tacito di questi malandrini che alimenta i delitti.

Ritorniamo alla stazione di Termini coll'assassino nello scompartimento ove era Notarbartolo. Mancavano dieci minuti alle sei. Può darsi che all'entrata dello sconosciuto il commendatore abbia avute delle apprensioni. Ma era troppo tardi. La locomotiva aveva fischiato disperatamente e il treno filava in un modo che non lasciava più pensare a un cambiamento di vagone.

L'uno sedeva in faccia all'altro. Il commendatore occupava l'angolo verso il mare, lo sconosciuto l'angolo verso il monte».

«Scusate se vi interrompo. Ma c'è stato qualcuno che ha detto che lo sportello dello scompartimento dove era Notarbartolo era aperto».

«È impossibile. Il commendatore lo avrebbe chiuso.

Entra in scena il ferroviero. Egli è il conduttore, egli deve controllare i biglietti, apre ed entra. Il commendatore vedendo uno del personale ferroviario si rassicura e riadagia la testa sul guanciale. Né lo sconosciuto...»

«Aspettate. Io vi ho parlato di Fontana. L'opinione pubblica lo additta come il principale assassino. Il suo stato penale è tristissimo. Egli è stato coinvolto in non pochi processi di sangue. La sua notorietà di famigerato mafioso doveva mettere in guardia anche un uomo meno prudente di Notarbartolo. Se era lui e se lo conosceva, come indubitatamente lo doveva conoscere, perché non ha dato mano alla carabina o non se l'è messa tra le gambe o non corse allo sportello opposto a chiamare gente?»

«La risposta è facile: non abbiamo detto che era coraggioso?»

«Va bene, ma quando si è in gabbia, a faccia a faccia con uno abituato agli omicidi, non si presta tanta fede al proprio coraggio. Il mio sarebbe venuto meno».

«Il mio, no. Io avrei imitato il commendatore. Avrei pensato, come deve avere pensato lui, che un attimo di debolezza non mi avrebbe giovato che a farmi scannare qualche minuto prima. Col Lacenaire siciliano che può dire come quello francese: uccido un uomo colla stessa facilità con cui vuoto un bicchiere di vino, non c'è da scherzare, né da pensare alla pietà. Non c'è che da premunirsi e prepararsi al duello corpo a corpo. Fu l'entrata del conduttore, che gli fece smettere di dedicarsi al pericolo.

Lasciatemi dunque continuare.

Lo scompartimento del vagone fumatori era questo. Tappezzato di un tessuto di crino bianco, con uno spazio tra i sedili di sessantacinque centimetri. La lotta spaventevole è incominciata in questo luogo angusto. Lo sconosciuto, non appena vide il ferroviere, mise la mano sul coltello o sul pugnale. Il ferroviere doveva tenere o l'uno o l'altro nella manica o nella saccoccia destra. Lo sconosciuto, colle spalle verso Palermo, si è alzato e si è precipitato sul viaggiatore che aveva le spalle verso Termini, menandogli un colpo che lo deve avere fatto gridare: assassini! aiuto!»

«Se avesse avuto tempo di gridare, è probabile che i viaggiatori del terzo scompartimento avrebbero sentito e sarebbero accorsi a disturbare il loro lavoro».

«Il secondo scompartimento, cioè quello tra il primo e il terzo, era vuoto. Le grida del povero commendatore dovevano passare così due pareti prima di arrivare alle orecchie dei passeggieri del terzo. Ho già detto, o mi pare dì avere detto, che l'assassinio non poteva avvenire che nella galleria. Nelle gallerie voi e io siamo passati molte volte. C'è un fragore così assordante e spesso, come in questa di Termini, un buio cosi pesto, che due individui dello stesso scompartimento potrebbero ammazzarsi senza, direi quasi, farsi sentire dalle persone sugli stessi sedili. Ve ne accorgerete non appena perderemo di vista il ponte Curreri.

Che il primo colpo non sia stato mortale e che l'ex sindaco di Palermo abbia tentato di alzarsi e dar mano alla carabina abbiamo qui le prove. Guardate la retina dei portabagagli, ove il commendatore aveva messo la sua arma da fuoco. La retina ha uno strappo. La mano che era riuscita ad afferrarla è stata brutalmente strappata giù da uno degli assassini. Osservate bene la violenza. La retina è uscita dal suo asse di ferro. Caduta la mano egli tentò rialzarla ed ecco un'altra lacerazione alla tendina che rasenta la sua spalla. Non ci sono che macchioline di sangue. E si capisce. Il commendatore venne assalito con le mani inguantate. Dai tagli che gli faceva la punta dell'assassino non uscirono che degli spruzzi. Voltatevi indietro. Voi vedrete l'ultimo sforzo di Notarbartolo. Egli stava per cadere sotto la violenza e l'insistenza dei colpi malvagi. La sua mano ha tentato di sorreggersi appoggiandosi al tessuto ricamato della spalliera. Eccone la lacerazione: eccone i puntini di sangue scolorato. Qui, uno degli assassini, o probabilmente il complice che stava fuori alla vedetta, è venuto con del liquido a cercare di farli scomparire. Questa sfregatura è di una importanza somma. E ne troveremo delle altre. Se i complici o qualcuno degli assassini o gli assassini avessero avuto nulla di comune col personale di servizio, perché si sarebbero data la cura di far scomparire le tracce di sangue?

La colluttazione è innegabile. Ce lo dicono tutte queste macchie di sangue mal lavate e sbiadite. Ce lo confermano i suoi guanti tagliati e le sue mani ferite.»

«Ah se il commendatore non avesse avuto i guanti!»

«La lotta sarebbe stata più accanita. Ma il povero Notarbartolo sarebbe caduto sotto i loro colpi lo stesso. In uno spazio di due metri e centimetri di lunghezza e di due metri di larghezza il fucile può diventare un impaccio. Il revolver avrebbe cambiato la sua posizione. A proposito, e perché i nostri signori assassini si sono serviti del coltello da beccaio — sempre lungo — sempre incerto dove va a ferire, invece dell'arma da fuoco, spiccia, che finisce la vittima senza darle tempo di difendersi? Notate anche questa circostanza. Non potevano essere esperti come credete».

«Certo, non negherete che hanno avuto l'abilità di preparare bene il delitto».

«Non si cresce sui treni senza imparare qualche cosa, diamine!

Dalle ferite alle mani inguantate, è fuori di dubbio che il commendatore ha tentato più volte di impadronirsi del ferro omicida. Ma si può supporre che mentre tentava di impedire che una punta gli passasse nel corpo, l'altra lo raggiungeva».

«Credo che abbiate ragione. Noi abbiamo qui la fotografia del defunto. Guardate. La colluttazione è stampata sul braccio sinistro, ove vedete un taglio lungo due centimetri e largo uno. Il braccio si difendeva».

«Ma dappertutto! La contusione diffusa sulla palpebra superiore dell'occhio destro, le due contusioni al centro della regione frontale, le tre contusioni alla testa verso la zona occipitale, la puntata all'occipite parietale sinistro ed altre lacerazioni che dimentico, sono tanti testimoni che convincono che Notarbartolo contese la sua vita agli assassini fino all'esaurimento. Egli non si è dato vinto che quando il sangue gli veniva fuori a fiotti dalla testa, dalle mani, dal torace, dal ventre, dalle gambe.

Datemi le fotografie dei suoi abiti.

Esaminate i calzoni. Voi vedete nella regione inguinale della gamba destra due lacerazioni, una triangolare, l'altra quasi lineare, con una incavatura al centro. Per me queste ferite hanno l'importanza degli ultimi colpi. Il povero commendatore estenuato, dissanguato, con un barlume di conoscenza di quello che avveniva, si lasciò andare sul divano colla respirazione grave, stralunando gli occhi. Gli assassini paurosi che i colpi non l'avessero ancora assassinato completamente o sovreccitati dal sangue disperso dovunque, gli piantarono replicatamente il pugnale — perché sono ferite di pugnale — nel molle della carne.

Il panciotto è un altro documento che non era in loro il genio dell'assassino. Il Boggia atterrava le sue vittime con un colpo di scure. Jack lo squartatore recideva la gola alle donnacce alla caccia del pitocco con un taglio netto che sopprimeva loro colla voce di gridare la vita. Carlo Jud, del quale dovrò parlarvi più tardi perché anche lui ha ammazzato un alto personaggio in treno, il signor Poinsot, presidente della corte imperiale di Francia, si serviva di una scarica o due di revolver. Costoro, guardate il gilet, erano dei principianti, degli individui che menavano colpi tremando, all'impazzata, dove andavano andavano».

«Buttatela via, riponetela nella valigia. È una fotografia che mi ricorda quello che c'è nel sacco nell'angolo del mio ufficio. Il rovescio del panciotto è letteralmente coperto di sangue assecchito. Tutti i tagli sono piuttosto lunghi e più fitti in direzione del torace. Ah canaglie, se potessi avervi nelle mani!»

«Non li avrete», disse freddamente Luraschi. «La polizia del continente vale poco. Quella di Sicilia meno. È composta di ladri, di manutengoli, di partecipanti alla divisione dei bottini. Ho raccolto un sacco di documenti. Ne parlerò. Vi dirò anzi che non arriverete mai a vedere nel vostro gabinetto di giudice istruttore gli assassini del commendatore Notarbartolo. Perché le mie indagini personali e la lettura dei documenti che avete avuto la bontà di darmi mi hanno fatto nascere un sospetto terribile, un sospetto che non oso confessare a me stesso».

Ci fu del silenzio. Luraschi sembrava in dubbio se dovesse continuare. Allargò la mano, come se stesse consultandosi, e poi riprese con voce più sottomessa.

«È troppo presto per pronunciare un'accusa di questo genere. Noi non siamo che alla prefazione dell'inchiesta. Ma quando saremo nel cuore del libro, ci troveremo forse dinanzi a nomi che dovremo nascondere per salvare l'istituzione di cui fanno parte o denunciarli per distruggerla».

«E voi credete che non me ne sia accorto? Credete che sarei in treno se non sospettassi che alcuni lanciati dietro gli assassini continuano a farcene perdere le tracce? Caro mio, io sono determinato a imitare Tajani, un uomo che divenne ministro di giustizia».

«Ne ho sentito parlare, ho letto alcuni suoi discorsi e so che è morto.»

«Benissimo. Aspettate, la locomotiva fischia».

«Non è Trabia. Ci mancano ancora tre stazioni».

«Abbiamo del tempo. Dovete sapere che in Sicilia si può dire che vi siano quattro corpi di polizia, l'uno rivale dell'altro. La polizia dei prefetti e dei questori, la polizia dell'ordine giudiziario — la polizia dei carabinieri e la polizia delle zone militari. C'era anche la milizia a cavallo — che andava per la campagna — ma venne sciolta nel 1876. Trascuro la polizia delle guardie campestri perché mi pare non abbia importanza.

Il Tajani, in allora procuratore generale a Palermo, si trovava sempre sullo scrittoio dei rapporti quotidiani di persone ammazzate nelle vie o nelle case o nel largo delle campagne, senza che gli portassero in ufficio gli autori. Disilluso degli agenti comuni volle mettersi alla testa di una polizia segreta composta di persone di sua fiducia. Che cosa credete che abbia trovato? Non credeva ai suoi occhi. Un giorno mise le mani su un certo Ciotti, un poliziotto del questore Albanesi che aveva fatto di casa sua il magazzino degli oggetti rubati. Un altro giorno mise le mani su un delegato il quale era divenuto capo della mafia del distretto. Questo nobile arnese della sicurezza pubblica aveva fatto assassinare due banditi per il loro atto di sommissione fatto alla gendarmeria! I due banditi conoscevano le gesta del delegato e il delegato che temeva le loro rivelazioni si fece portare dai complici dei suoi misfatti la loro lingua.»

«Sapevo che li aveva fatti sgozzare, ma ignoravo quest'ultimo particolare».

«È in una nota dell'inchiesta Tajani che vi farò leggere un giorno o l'altro».

«Voi avete detto che alcune persone vi fanno perdere le tracce del delitto. Sapete dove a me è nato lo stesso sospetto?»

«Forse dove mi sono soffermato io più di una volta».

«In una casa poco lontana dalla stazione di Altavilla».

«Probabilmente».

«È desolante la vostra confessione!»

«La vostra più della mia. Un magistrato onesto come voi non fa di queste confessioni che quando ha perduto la fede negli esecutori della giustizia».

«L'ho perduta, è vero. Ma non ho perduto la speranza che tutto ciò si cambi. Uno scandalo qualunque potrebbe sollevare domani l'opinione pubblica e ridarci un ambiente purificato».

«Fra molti anni, forse. L'Italia dei Nicotera, amici della camorra, e dei Crispi, capo di mafiosi, non può darvi che poliziotti birbanti».

«Nicotera? Non c'è uomo che abbia fatto tanto per estirpare la mafia in Sicilia».

«Lo so; so anche che fu lui che voleva ammonire Raffaele Palizzolo, allora cavaliere e ora commendatore e deputato. Ma di costui e di Nicotera un'altra volta».

In tutta Italia, dal giorno dell'Indipendenza, non abbiamo mai avuto un questore colto, all'altezza dell'ufficio, coll'ideale unico di non essere che il nemico dei ladri, dei truffatori, degli imbroglioni, dei malandrini, della gente che ammazza per incarico o per proprio conto. Penetrate nei misteri delle questure e troverete che questa persona onnipotente, alla quale affidiamo la sicurezza della nostra vita e dei nostri averi, è sempre amico di qualcuno dei ribaldi che vi ho citato».

«È vero. Il vero questore non l'ha mai avuto né il nord, né il centro, né il mezzodì. E la colpa, lasciatemelo dire, voi che siete tanto superiore alla vostra classe, è un po' anche della magistratura».

«Non amo gli elogi fatti in questo modo. La magistratura, in generale, è onesta. Ma in una corba di mele sane non è meraviglia che ne troviate qualcuna fradicia».

«Giusto. Né io volevo dire di più. Ma c'è un vezzo che è comune a tutti i magistrati che seggono in Corte. Non ho mai capito l'utilità di permettere agli agenti di P. S. di ripararsi dietro il segreto d'ufficio quando si tratta di documentare le deposizioni o le informazioni».

«Spiegatevi».

«Un questore o un ispettore o un semplice delegato viene al tribunale o alle assise a dichiarare, per esempio, che la sua convinzione è che io sono il ladro o l'assassino che si cerca».

Io e i miei avvocati gli domandiamo le prove delle sue affermazioni e lui ci risponde:

"Non posso!"

"Perché?"

"Perché non posso nominare i miei informatori!"

"Tocco di un gaglioffo! Ma io voglio sapere chi sono i tuoi informatori — io ho diritto di saperlo — tu devi parlare!

Ne nasce un incidente formale che la Corte scioglie in favore della maschera, del calunniatore invisibile. Quando i giudici convengono col questore capisco il consiglio dei dieci, capisco questi organizzatori di omicidi che mettevano l'uomo mascherato alle spalle dei creduti nemici della repubblica di Venezia.

Ci vorrebbe così poco a essere veri, a essere chiari, a essere forti! Perché è dei forti la giustizia sana, la giustizia che non vive né di chimere, né di supposizioni, né di esigenze, né di riguardi. Il privilegio in un uomo dinanzi alla giustizia uguale per tutti indispone un uomo d'ordine come sono io.

Forse avrò il torto di avere vissuto un po' in Inghilterra. In Inghilterra, ove il sentimento della giustizia è più sviluppato e ove l'opinione domina dappertutto, un questore che non potesse documentare le sue accuse verrebbe preso a calci e processato come diffamatore».

«Ma ci sono le spie...»

«Tanto peggio per le spie! Il Le Caron, il più grande spione politico di questo secolo, quando il partito conservatore voleva distruggere il partito parlamentare irlandese, dovette mostrare il suo faccione nel palazzo delle Corti di Giustizia.

Era una spia salariata da tanti anni e c'era pericolo di morire ammazzato magari prima di ritornare in strada. Ma non ci fu segreto d'ufficio che lo abbia salvato. Egli dovette subire il fuoco delle interrogazioni e poi, per paura del coltello irlandese, farsi annunciare dai giornali morto. Gli hanno fatto il funerale. Ma non so se sia morto davvero. So che il mestiere della spia porta con sé il pericolo di corroborare al Tribunale ciò che si va a riferire nel gabinetto di un questore, di un prefetto o di un ministro. Io non credo necessarie le spie. Ma chi ha paura di andare in piazza come una figuraccia abbominevole, faccia come me: si dia a qualche altra occupazione.




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