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Paolo Valera
L'assassinio Notarbartolo

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PER AMBIENTARCI

 

«Cosa hai, papa».

«Nulla, Ada».

«Non mi hai dato neanche un bacio, oggi, cattivo!»

«Te ne chieggo scusa. Alle volte questo benedetto ufficio ci rende crudeli!»

La baciò sulla fronte senza metterci la solita espansione paterna. Egli era inquieto e distratto. Guardava l'orologio e andava in su e in giù per la sala da pranzo ragionando coi suoi pensieri.

«Non è ancora venuto Luraschi?»

«No, papà. Mancano ancora quindici minuti. Tu sai ch'egli non viene mai prima».

«E l'Alongia?»

«Neppure; ma è presto sai».

«E la mamma, perché non discende?»

«Sta terminando la toilette».

«Va a dirle di fare presto, va!»

Poi si mise a rileggere la lettera che lo aveva messo sottosopra. Di lettere minatorie ne aveva ricevute da mettere assieme un epistolario. Ma in quest'ultima c'era qualcosa di più. C'era un indizio che qualcuno teneva dietro alle cose sue. Chi rivelava i segreti del suo ufficio? E a chi li rivelava? La prova era nelle sue mani. Lo scrittore della epistola era esattamente informato di tutto. Il suo portiere? Eh, via! Era dubitare di sé stesso: e che cosa avrebbe potuto sapere il portiere s'egli metteva e teneva tutto sotto chiave? La mano c'era. La mano ladra ci doveva essere. Perché senza leggere le sue note in margine all'ultimo foglio del suo diario segreto nessuno avrebbe potuto supporre ch'egli era sulla via diretta per gettare il cappio al collo degli assassini e ai complici degli assassini di Notarbartolo.

Prefaci era escluso. Non era stato nel suo gabinetto che una volta, non sapeva leggere e non aveva interesse alcuno a ingannarlo. Dubitare di Luraschi? Sarebbe stato come insultare la lealtà in persona. Egli cercava. Cercava tra le donne. Lui non ne conosceva e coloro che conosceva non erano di quelle alle quali si fanno confidenze d'ufficio. Luraschi poteva essere un donnaiolo, ma per il momento egli era disgustato di femmine. L'ultima lo aveva tradito in un modo così plateale, che gli aveva fatto giurare di non pensare mai più all'altro sesso. Le donne erano troppo volubili, troppo incostanti. Chi edificava la propria felicità su una di queste signorine era sicuro di andare al suicidio.

«O dunque chi ha potuto far sapere all'ignoto scrittore di questa lettera che io accumulo informazioni sulla famiglia Barone-La Monica?»

Il campanello gli fece smettere di scervellarsi. Era l'avvocato Alongia, l'autore del Mondo Mafioso, un libro che aveva fatto qualche scalpore sul continente, solo perché se n'era occupato il corrispondente del Times.

«Come stai?»

«Bene, grazie. E la tua signora?»

«Sarà qui a momenti. E questo Luraschi? Me ne scordavo. Egli non arriva mai né un minuto prima né un minuto dopo. È un'abitudine che gli hanno regalato i suoi amici inglesi. Eccolo in anticamera. Pare che in Inghilterra gli invitati entrino e vadano a tavola.

È un caro ragazzo con molta intelligenza. È un pezzo ch'egli desiderava di fare la tua conoscenza. Ha letto il tuo libro che egli chiama un sacco d'informazioni. C'è bisogno di fare le presentazioni? L'avvocato Stefano Alongi e il signor Luraschi di cui ti ho parlato tante volte».

«Sono lieto di fare la tua conoscenza».

«Il piacere è mio».

Tiraboschi andò alla parete a premere il bottoncino del campanello elettrico.

«Giulia, dirai alla signora e alla signorina che sono le sei e mezzo suonate».

Non ci fu bisogno. Entrarono come una folata di profumi. Ada, tutta vestita di bianco, con un filo arcuato e solcato di occhiolini di brillanti sul velluto rosso che le fasciava il collo, riproduceva la vergine. La si guardava e dava la vertigine. Ella era alta, esile con una testa che ridondava di capelli chiari senz'essere biondi, con la frangia delle lunghe ciglia che le gettava come del pudore sulle guance colorite dallo scarlatto delle labbra.

Alongia le strinse la mano, Luraschi la salutò con un inchino.

La madre era un tronco di donna che faceva tremare le pareti della casa quando era in moto. Ammantata di carne, con una faccia larga e fiorente di salute, con i capelli neri come l'ala di corvo, bipartiti e girondolati sulla nuca, risvegliava i sensi. I suoi grandi occhi sotto le stupende sopracciglia avevano i lampeggiamenti della lussuria.

Vestiva con gusto squisito. Indossava un bolero violaceo che le lasciava libero il collo senza scendere per il largo e una veste color sabbia scura fiorita di viole cupe aggruppate intorno a testoline di fanciulle. La fascia nera che le cingeva i fianchi staccava i colori e dava maggior risalto all'uno e all'altra.

«A tavola signori e signore!»

Giunsero al terzo piatto coi soliti luoghi comuni delle persone che non sanno cosa dire o non sanno trovar modo di scaldare la conversazione. Arrivati al soggetto donna la discussione divenne generale. I commensali si divisero in due partiti. Femministi e antifemministi.

La signora Tiraboschi diceva che il regime siciliano era troppo severo per la donna. La si considerava una schiava dell'harem. Non era la sposa, ma la proprietà dell'uomo. Domani il barone tale poteva invitare uomini al suo castello, al suo palazzo, alla sua residenza e pranzare con loro senza neppure far loro conoscere la signora di casa.

«Mi terrei offesa se mio marito facesse degli inviti e mi lasciasse in cucina o in un'altra stanza a mangiare sola o coi servi. È un costume medievale che dovrebbe indisporre tutte le isolane».

«Paese che vai, costumi che trovi», le disse il marito.

«Va bene e io li rispetto, ma non li ammiro».

Inumidì le labbra in un calice di vino di Capri e si volse verso l'Alongia che le era vicino.

«Le confesso che non so come la siciliana di carattere passionale abbia saputo acconciarsi a simile tirannia».

«Glielo dico io», rispose Luraschi. «Nella tirannia, come ella la chiama, c'è un'intimità superba, una dolcezza che rende la sottomissione un premio ambito. Vuol essere dominata... dall'amore.»

«Siamo ancora alla bambola. La donna in questa condizione non ha sopraccapi, non ha noie. Le responsabilità del casato, degli affari, degli avvenimenti sono tutte sulle spalle dell'uomo. La missione della donna è l'amore. Grazie tante. Io voglio partecipare alla vita di mio marito».

Alongia approvava con sorrisi.

«Io del resto non voglio occuparmi delle funzioni della donna siciliana. Noi continentali siamo, su per giù, sull'istesso livello. Il mio concetto è che il distacco tra sesso e sesso della stessa classe è esagerato. Entrate in una casa siciliana e fiutate il feudalismo. La moglie dello strato inferiore dà del Voi al marito e quella dello strato superiore lo chiama conte, marchese. L'altro giorno ero alla fattoria di Petrella, un gabellotto che ha assunto l'aria di barone. La moglie parlava col consorte col pronome di seconda persona plurale e i figli davano dell'eccellenza al padre!»

«Cara Ortensia, tu ti occupi troppo della forma. E gli inglesi non si parlano tutti col voi?»

«Se ti piace, serviamocene. Ma tutti e due. Non voglio essere schiacciata da un pronome che in Sicilia è considerato di qualità inferiore».

«Se c'è qualcosa», continuò il marito, «che ho trovato in quest'isola di grande è la religione per la famiglia. La capanna e il castello hanno lo stesso significato della sweet home. Nell'una e nell'altro l'affetto si svolge più intensamente che non nel santuario domestico di noi continentali. Nella casa siciliana l'uomo è atteso, le donne soffrono del suo ritardo e lo ricevono a braccia aperte, con la fronte protesa per il bacio!»

Ada ascoltava a bocca aperta.

«Incomincio a credere» gli disse Alongia «che tu sia effeminato!»

«Punto. Le vostre ubbìe di emancipazione non mi entrano. Non sono del mio tempo. Io non precedo mai i tempi. La vostra donna è la donna dell'avvenire? Non nego. Io voglio la donna del presente. Voi siete intrusi. La vostra emancipazione in un ambiente inadatto sfascia la famiglia patriarcale e indebolisce i legami dell'amore. Il vostro incivilimento sgretola. La vostra libertà conduce alla licenza. Io resto col siciliano che chiude in casa il suo tesoro e ne custodisce tutte le entrate».

«Mucchi d'egoisti!» gridò la signora Tiraboschi allungando il braccio verso gli antifemministi. Io non parlo della donna fragile. Io parlo della donna sana, della donna equilibrata, della donna che non ha bisogno di salvare la sua virtù con una palizzata o con una trincea o con una muraglia alta parecchi uomini per impedirne la scalata. La mia donna, cresciuta in un ambiente libero, educata all'uguaglianza dei sessi, non si perde, non cade nella vecchia trappola dei lenocini maschili. La tua donna è un ornamento, una passività sociale come mi pare abbia detto una sera il signor Luraschi. A voialtri piacciono le tragedie d'amore. Voi andate in sollucchero tutte le volte che un compare Alfio pianta una coltellata in pieno petto a compare Turiddu. Romanticherie! Romantici!»

«Tu, mamma, fai bene; sei del comitato fiorentino per la emancipazione della donna e svolgi le tue teorie. Ma io sono col papà. Mi fanno tanto bene queste romanticherie! Io, vedi, mi chiamerei orgogliosa di dare a mio marito tutto ciò che è mio: anima, vita, pensiero, senza per questo credermi vittima. Tu, mamma, dai a questo compiacimento della sposa il significato della tua immaginazione. Ah, come mi piacerebbe di essere schiava di un uomo che mi volesse tanto bene!»

«Ada!»

La giovine, senza badare al rimprovero materno, strisciò cogli occhi sugli occhi di Luraschi e rimase li imbambolata.

Al caffè si parlò del Gibus.

«Diamine, fumate, fumo anch'io. Le mie signore non patiscono il fumo».

«Per ora non si tratta che di un sottovoce».

«Molto trasparente».

«Trasparentissimo. Il nome è sulle labbra di tutti. Diventerà il cri cri palermitano. Al Caffè lo si passava da un orecchio all'altro tra gli ah! e gli oh! di sorpresa. E passata la sorpresa i signori facevano a gara a scambiarsi informazioni private che facevano allibire. In un minuto non era rimasto più nulla del galantuomo di ieri, dell'onorevole che poche ore prima salutavano con profonde scappellate, del grand'uomo che gli elettori eleggevano a proprio rappresentante con tanto entusiasmo. Per Tizio è divenuto un ladro e un assassino, per Caio il tipo più svergognato della delinquenza siciliana, per Sempronio un farabutto cui la giustizia avrebbe dovuto appendere da un pezzo.»

«Ma in fine», domandò la signora Giselda», si può sapere di chi si parla»?

Gli uomini si guardarono in faccia.

«Ormai», disse il giudice istruttore, «è il segreto di pulcinella».

«Si parla di Raffaele Palizzolo».

Si sonò il campanello e vennero annunciati il signor Legato procuratore generale, con la sua signora; e i coniugi Arrivabene.

«Se si passasse nell'altro salotto?»

Erano tutte persone che si conoscevano e che si vedevano ai giovedì della conversazione.

Il Legato era un omaccione con una faccia sempre rannuvolata come un temporale, ma di temperamento dolcissimo. La voce pubblica ne aveva fatto fuori un magistrato inesorabile, ma gli intimi sapevano ch'egli non lo era che per le alte canaglie. La pietà per costoro non era il suo forte.

Si abbandonava nella poltrona a braccioli come un quintale di carne abbandonata nel vuoto. Accanto al tavolino che gli si metteva nei dintorni della sua immensa poltrona, accendeva il sigaro e si umettava di tanto in tanto la gola con dell'acqua zuccherata.

Egli era astemio. La lunga carriera giudiziaria aveva finito per fare di lui un credente dell'astinenza. In trent'anni non gli era toccato di occuparsi dei nemici delle bevande spiritose che due volte. E anche in queste due volte non si trattava che di reati passionali.

L'Arrivabene ne aveva sentito il bisbiglio, ma ora che tutti gli andavano coi piedi sullo stomaco era divenuto reticente.

La folla può frantumare la statua dell'eroe che lo ha disilluso, ma lo spettatore deve temporeggiare prima di unirsi alla massa che lapida e mette in croce. Il Palizzolo non era tra le sue simpatie politiche, ma questa non era ragione per sprofondarlo nella melma di tutti i reati della fantasia popolare.

«Perché non si difende, se è innocente?» domando Tiraboschi.

«Dio buono, se l'uomo pubblico dovesse occuparsi di tutte le dicerie che corrono sul suo conto, non gli rimarrebbe più tempo neanche di dormire».

Legato si abbandonava al dorso della poltrona buttando in aria il fumo del sigaro.

«Gli scrupoli dell'Arrivabene», diss'egli, «onorano la sua vecchiaia. C'è sempre tempo di stroncare un uomo. Ma il caso nostro mi pare di una gravità eccezionale».

«Sono anni che si vocifera ch'egli sia un mafioso. Ma questa accusa non ha impedito che lo si facesse cavaliere, che lo si nominasse consigliere municipale, che diventasse commendatore, che torreggiasse al Banco di Sicilia, che lo si mandasse una volta, due volte, tre volte, quattro volte al Parlamento e che fosse accolto dappertutto a braccia aperte.

Essere mafioso non è poi un delitto. È una malattia siciliana che penetra nel corpo sociale come la malaria o come il bacillo tubercolare. È in tutti. Nessuno è sicuro di essere immune. Io stesso posso esserne il focolare. Ho sempre sentito il bisogno di difendere il debole contro il forte».

«Non si tratta di sapere se la mafia sia diffusa in tutto l'organismo sociale. Si tratta di sapere se un legislatore ne sia il microbio».

«E se lo fosse? Sono i suoi elettori che dovrebbero occuparsene e non la gazzetta della maldicenza — le gazzette dei sottovocisti che raccolgono i più ignominiosi si dice della moltitudine irresponsabile. Grazie a questi giornali noi abbiamo perduto l'indipendenza di giudizio. La così detta opinione pubblica non è più che l'opinione di quattro scapigliati che si buttano su tutto ciò che fa loro invidia».

Luraschi, che si sentiva dare, di tanto in tanto, del letterato, tacque. Tanto più che non c'era da meravigliarsi di quello che diceva l'Arrivabene, una banderuola, sulla quale non si poteva contare da un giovedì all'altro.

«Volete una prova ch'egli non è quel farabutto che si suppone? L'ho veduto ieri, in pieno giorno, in mezzo al sole, che andava via col duca della Verdura. E due ore sono era in compagnia col primo magistrato del Comune. Vi pare questo il contegno di un imputato? Andate stasera al Casino e ve lo troverete circondato dalla crema cittadina.» Tiraboschi si alzò in piedi e si avvicinò all'Arrivabene.

«Ora che le signore sono passate dall'altra parte possiamo parlarci chiaro. O tu sei un grande ingenuo, o sei un uomo che ignora completamente la vita politica dell'Isola».

«Nossignore. La conosco tanto bene che io non trovo differenza tra il deputato di Palermo e quello per esempio... acqua in bocca. Voi avete capito a chi alludo. Il primo non è più mafioso del secondo e il secondo è più fatale del primo».

Il procuratore generale, che non andava mai d'accordo con Arrivabene, assentiva. Era un vero scandalo che si potesse dire di un alto magistrato ch'egli aveva fatto parte di un'associazione a delinquere come la Fratellanza, composta di fratelli mafiosi che avevano sulla coscienza non pochi omicidi.

«Questo daltonismo morale è sempre stato il mio cruccio».

«Eccovi nella trappola della opinione pubblica che vi serve sovente di corda al collo del Palizzolo! Non è stata l'opinione pubblica di un Comune che voi tutti conoscete che ha decretato una lapide con caratteri d'oro? Datemi retta che non sono vecchio per niente. Non è stata l'opinione pubblica che lo ha mandato alla Camera? Voi dite che non conosco l'opinione del mio paese. Me ne duole per voi. La conosco tanto bene che sono obbligato a non disfarmi di un Palizzolo per mancanza di uomini che abbiano maggiore sensibilità morale di lui. Che cosa volete che vi dica? Accetto il male minore. L'espurgazione non può essere il lavoro di un uomo colla distruzione di un altro. C'è tutto da rifare, da ricominciare.

Statemi a sentire. Ho sentito io, con le mie orecchie, un prefetto di Palermo dire a un funzionario che gli proponeva di arrestare il barone Sgadari, per il falso testamento: Ma lei non ha proprio altro da pensare?

Andate a fidarvi dell'opinione pubblica in un paese governato dalla mafia. Vi ricorderete della lettera del Barone Lidestri al Precursore del 1877. Egli denunciava un funzionario di P. S., stato incaricato, se mi ricordo bene, dal prefetto Malusardi, di estirpare il malandrinaggio nella nostra provincia. Lo chiamava il bastonatore dei contadini siciliani e diceva che il suo passaggio era segnato da per tutto da una striscia di sangue ungano. In poche settimane il nobile funzionario della sicurezza pubblica era divenuto il terrore delle popolazioni di Termini, di Alla, di Collesano, di Gangi, di Petralia, di Alimena. Si parlava di lui come del brigante Masi che aveva ucciso gli uomini con minore ripugnanza del beccaio che uccide le bestie e si piangeva dicendo che "sbirri a stu locu 'un cci ponnu abbitari". Perché la squadriglia del funzionario staffilava, percuoteva, sfigurava, incanagliva contro chiunque non andava in ginocchio come un delatore di briganti e di mafiosi.

Ebbene, o signori, la voce del barone Lidestri è stata soffocata dall'opinione comunale che lodava e stralodava i precursore del Livraghi il quale aveva lasciato una striscia di sangue sul suo passaggio. La manifestazione comunale è stato il monumento più vergognoso della provincia di Palermo del nostro tempo. Invece dell'esecrazione degli uomini onesti, lo si è santificato e nicchiato nelle aule municipali!

Ecco il risultato della opinione pubblica. L'Arrivabene prese fiato, si asciugò la fronte, si scavallò le gambe e vuotò il bicchiere.

«I Palizzolo, se li giudico bene, sono l'orgoglio, la vanità, la sregolatezza, e, se volete, sono i sintomi dell'insensibilità morale. Gli altri, protetti dall'opinione pubblica, sono la vendetta, la malvagità brutale, la perversione intellettuale».

«E se vi provassi», disse Luraschi all'orecchio dell'Arrivabene, «che Raffaele Palizzolo è affondato nei delitti fino al labbro inferiore?»

«E se aggiungessi», saltò su a dire il procuratore generale, «che sono in lui le attività criminose di una intera generazione?»

«Parole, parole, parole! Voglio fatti, o egregi contraddittori».

«Ve li daremo!»

«Li so a memoria. Mi direte ch'egli è stato un manutengolo di briganti. Ch'egli è stato in intimi rapporti con Nobile, con Valvo, con De Pasquali».

«Lo proveremo».

«Coi si dice!»

«No, colendissimo amico mio! Non sono un calunniatore; non mi valgo dei si dice. Mi valgo del mio armadio. Io non starò quieto fino a quando lo avrò consegnato ai giurati come omicida. Lo so, lo so, nessuno lo ha mai veduto piantare il coltello nel corpo di un altro. Egli è un tipo più moderno. La sua vendetta non è quella del capobanda De Cesaris che strappa e mangia il cuore del suo nemico. La vendetta del Palizzolo è più lunga, è più covata, se posso così esprimermi. Egli è il Luciani, il Luciani che medita a lungo, il Luciani che prepara il delitto isolandosi da esso. Nella sua testa c'è l'ordine del crimine. Egli lo matura come un artista matura il suo capolavoro. Ma ormai la sua mano ha lasciato l'impronta sul cadavere. Gli indizii sono divenuti certezza. Egli è nelle mie mani e nelle mani di Tiraboschi. I questurini sono al suo uscio. Non abbiamo che da dire una parola: entrate! Perché egli passi dall'aria libera nella cella degli accusati».

«Egli è accusato di un delitto nero».

«Come quello di avere fatto assassinare il commendatore Emanuele Notarbartolo».

Le guance rubiconde dell'Arrivabene scolorirono. Egli non era ancora convinto, ma le parole del procuratore generale gli avevano gettato nel cervello un dubbio feroce.

S'aperse la vetrata del salone dove erano le signore coll'avvocato Stefano Alongia e la sala degli uomini venne inondata dalla musica che accompagnava le voci che cantavano:

 

Quannu nascisti tu bella munita

 

Con una dolcezza che andava al cuore.




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