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Nello schiudersi delle
palpebre gli occhi di Marta, per abitudine, cercarono la nota cameretta; ma
prima ancora che le pareti, i mobili e l'ampio letto la facessero avvertita del
cambiamento, il cuore le sussultò. Ella era sposa.
Guardò subito suo
marito. Alberto dormiva, coi lineamenti calmi, le guancie soffuse di un roseo
colorito, così infantilmente placido e sereno che la barba sembrava uno scherzo
intorno al suo volto. Marta lo guardò a lungo, intensamente, vedendo sfuggire
in quel sonno ostinato una delle sue più antiche fantasie d'amore, ma pur lieta
di vegliare e quasi di proteggere quel sonno, presa da una tenerezza materna
nella quale fondevasi la malinconia di un pensiero occulto.
Certo ella non poteva
rimproverare a suo marito di non essersi svegliato prima di lei; fors'anche era
meglio così; sì, sì meglio. Un altro ordine di idee la incalzò vivamente,
facendola scivolare giù dal letto con una sollecitudine che somigliava ad una
fuga.
E intanto che si
vestiva, adagio, nella penombra della camera, prendeva intiero possesso della
sua posizione di donna maritata, guardando l'anello d'oro che le scintillava
alla mano sinistra, avendo paura di perderlo nell'infilare le maniche e
studiando il problema se dovesse toglierselo([1])
o no prima di lavarsi. Perchè ella voleva poi continuare tutta la vita quello
che avrebbe fatto il primo giorno; era amica dell'ordine e del sistema; voleva
essere una buona donnina come la sua mamma e come tanti modelli di spose letti
nei romanzi inglesi.
Il sogno della sua
ardente giovinezza si era avverato a puntino; un uomo giovane, simpatico,
onesto, l'aveva chiesta in moglie, le aveva dato il suo nome, la conduceva con
sè; l'amava dunque. Era l'amore ideale, vero, indistruttibile - forte come
la morte. - La grandiosità del paragone biblico la commosse; sentì uno
slancio di profonda riconoscenza per Alberto, che le dava tutto ciò e chinatasi
lieve lieve depose un bacio tenerissimo sulla mano che suo marito teneva
allungata fuori della rimboccatura.
Era però strano ch'ella
si trovasse chiusa nella stessa camera con un uomo che due mesi prima non
conosceva neppure; che fino alla settimana scorsa non le aveva dato del tu;
ch'ella aveva sempre visto in circolo con la mamma, coi parenti; del quale non
sapeva il passato, e ne ignorava i gusti, le abitudini, gli affetti, le
ripugnanze. Ella che era stata allevata nell'idea intangibile del pudore
femminino, che non avrebbe mostrato le spalle ad un fratello, ad un zio, aveva
pur dormito con quest'uomo!
Era giusto, legale,
approvato dal codice e dalla religione; approvato da lei stessa poichè aveva
detto di sì, poichè Alberto le piaceva, poichè aspettava da lui l'amore.
Aspettava! ma intanto si
sentiva stordita, come uno che va a tentoni con gli occhi bendati, urtando
contro oggetti nuovi e indefiniti, udendo la voce dei compagni che gli gridano:
avanti, niente paura!
Quando le avevano
presentato Alberto, Marta che aveva ventitrè anni, che era intelligente e seria,
comprese subito alle ansie della mamma, allo sguardo scrutatore di lui, che si
stava per compiere il grande atto della sua vita.
Quello che non sapeva è
che il suo destino veniva messo a partito da parecchi mesi fra cinque o sei
candidati scelti e vagliati dalle amiche della mamma, per cui fu
successivamente sul punto di diventare la signora De-Martini, con un vedovo,
capitano, nobile, uomo d'ordine, discretamente provveduto; oppure la signora
Valdranchi, sposando Valdranchi, lo scultore di grido, che non aveva un soldo,
ma guadagnava assai, simpatico giovinotto a cui fioccavano le avventure
galanti. Si era contemporaneamente preso in considerazione Anselmo Bianchi,
negoziante di grani, un po' alla buona, piacente tuttavia e ricco. Tre
individualità assolutamente opposte, ma che, presentandosi in forma di marito,
offrivano le stesse garanzie di felicità per la sposina, a detta delle amiche.
De-Martini, alto,
sottile, biondo, un po' calvo, pieno di distinzione, tranquillo, educatissimo,
doveva piacere a Marta. Valdranchi, piccolo, vivo, abituato alle compagnie
equivoche, ma col fuoco del genio negli occhi, irrequieto, simpatico, doveva
pur piacere a Marta; e non vi era nessuna ragione perchè non potesse piacerle
Anselmo Bianchi quantunque non più sul fiore degli anni, sano tuttavia, con una
villa quasi principesca, provveduta di una serra immensa, dove Marta avrebbe
potuto soddisfare la sua passione per i fiori. Di questo paragrafo fu preso
nota con molto interesse nel crocchio delle amiche.
Intanto che si
discutevano le probabilità di tali matrimoni, che si era già invitato a pranzo
De-Martini, e che si era fatto parlare al signor Bianchi della somma ventura
per lui riposta in una brava moglie; quando si stava persuadendo Marta che i
capi scarichi sul genere del Valdranchi diventano, alla lunga, i migliori
mariti, capitò Alberto Oriani. Guarda - osservò una cugina - che bella
combinazione, Oriani! E Marta è Oldofredi; non cambierebbe nemmeno le iniziali.
Su questa felice scoperta si incominciarono le trattative.
Alberto Oriani non era
nuovo del tutto per la famiglia Oldofredi; la mamma lo aveva conosciuto dieci
anni prima; e poi a scuola, una Oriani faceva lo stesso corso con lei, oh! si
rammentava benissimo; una morettina dagli occhi fulminei.
Alberto viveva in
campagna, sorvegliando un suo podere; solo, agiato, galantuomo, trentasette
anni, la stanchezza del celibato, il desiderio chiaramente espresso di prender
moglie per finirla con la vitaccia di scapolo. La mamma, i parenti, le amiche
si guardarono in faccia e gridarono: È lui!
Come poi Marta lo vide,
parve il caso. Dopo aver passato tutta una sera a teatro, avente al proprio
fianco un giovanotto bruno, amabile, con una vaniglia all'occhiello che odorava
deliziosamente; dopo essersi accordati sul merito della commedia e sugli abiti
della prima attrice, creando così una specie di simpatica intesa, di accordo
morale, Marta non ebbe nessuna ripugnanza a rivederlo, due giorni dopo, uscendo
dalla messa, e altri due giorni ancora accolto in casa, da amico.
Quando fu il momento di
decidersi, ognuno le fece osservare, ed osservò ella stessa per quel po'
d'esperienza che aveva, la singolare fortuna sua nella media generale delle
fanciulle; molte fra le quali si maritano tardi, spoetizzate e già avvizzite;
altre non si maritano affatto; chi deve accontentarsi di un vecchio, chi di un
vedovo, chi di uno un po' corto a cervello, chi di uno spiantato o di un
balbuziente o di un mezzo tisico perchè - dicono le persone assennate - tutto
non si può avere.
Alberto aveva tutto o
quasi, Marta dovette pur convenirne; e si rallegrò seco stessa dalla buona
ventura ed accettò con entusiasmo; entusiasmo che non era precisamente per
Alberto, ma per l'avvenire che Alberto le avrebbe dato. Lo sapeva anche lei che
così, subito, non potevano amarsi; l'oggi non era che una preparazione; il
domani solo le avrebbe aperte le porte misteriose dell'amore.
A questo bene futuro
Marta tendeva avidamente il cuore e le braccia, in mezzo ai preparativi
febbrili delle nozze; indifferente alla gioia dei doni, toccando con mano
distratta i ricami e le trine del corredo, sorridendo lievemente agli auguri,
non gustando, non afferrando quei lembi, quelle particelle di felicità che le
roteavano intorno, con gli occhi fissi alla meta. Nè le gentilezze di Alberto,
nè il bacio che, presente la mamma, le imprimeva sulla mano e gli ultimi giorni
sulla guancia, la toccavano molto. Dopo - ella pensava - quando ci ameremo
davvero, quando saremo soli!
A quindici anni Marta
aveva avuta la prima preoccupazione d'amore; null'altro che un fremito, una
lunga stretta di mano, uno sguardo che la fece trasalire; e poi molte notti
d'insonnia, molte ore di tristezza, molte lagrime sparse in segreto; nessuna
ebbrezza amorosa, ma l'intuizione di tutte le ebbrezze. Ed era finito così.
Più tardi, in società,
le era occorso di fissare a preferenza gli occhi in certi dati occhi, di
ballare volentieri con un giovane piuttosto che con un altro; ma siccome ella
non poteva andare incontro a questi sprazzi d'amore, nè sollecitarli, nè abbandonarvisi,
erano passati otto anni, vuoti in apparenza e freddi.
Qualunque fossero stati
i sogni, i desideri, le speranze, l'attesa degli otto anni trascorsi, tutto
doveva ora avere compimento. Nella pienezza del suo sviluppo di donna, l'anima,
i sensi, il pensiero chiedevano la loro parte a Marta, che ripeteva trepidando:
dopo! dopo!
L'altare, il municipio,
la mamma che piangeva, la partenza dalla casa paterna, ella vide tutto ciò
ravvolto in una nube; una delle tante nubi che avvicendandosi, sciogliendosi,
riunendosi di nuovo sotto forme ed aspetti differenti, le toglievano la
percezione del vero, di quell'unico punto essenziale dove ella figgeva gli
occhi e che le veniva sempre conteso. Non era mai stata sola con Alberto;
quando si trovavano insieme avevano una quantità di discorsi già preparati; il
tappezziere, la sarta, l'orefice, gli inviti, l'orario del viaggio.
Alberto correva avanti e
indietro, affaccendato, con un fascio di carte da controllare, da firmare;
sempre sereno ed ilare.
È un angelo di bontà!
esclamava la mamma. Marta lo guardava intensamente, fino in fondo agli occhi,
sì ch'egli diceva ridendo: Eh! mi vuoi magnetizzare!
Finiranno questi
trambusti, pensava Marta; egli sarà mio, tutto mio; ancora due giorni, un
giorno, un'ora....
Marta si vestiva adagio,
in piedi nel corsello; allacciando a malincuore il nastrino rosa della sua
bella camicia da sposa, fermandosi a guardare il fogliame dei trafori che
spiccava in rilievo sopra un fondo di piccole stelle.
Una delle sue
preoccupazioni, prima di maritarsi, era stata quella di dover mostrare le
braccia ad Alberto, i suoi braccini esili di bimba cresciuta presto. Fortuna,
pensò, che non li ha nemmeno visti!
Strinse il busto, nuovo
fiammante, punteggiato di seta bianca; allacciò sui fianchi un amore di
gonnellino tutto a balze ricamate sopra un trasparente di flanella rosea - una
gonnella pericolosa - aveva detto la mamma. Perchè? Infilò le calze, gli
stivaletti, l'abito; era vestita.
Tornò a guardare Alberto
e la riprese la commozione; una strana commozione fatta di desiderio e di
rimpianto, di tenerezza ardentissima e di un freddo pauroso. - Oh! Alberto -
mormorò con le mani giunte - se io mi fossi sbagliata, se non dovessi
comprenderti...
La serietà della sua
educazione e del suo temperamento sorgeva rigorosa in lei, inalberando il
fantasma del dovere. Le pastoie dell'immaginazione dovevano scomparire davanti
al compito austero della vita; assumeva ora una sacra missione, aveva in pugno
la felicità e l'onore di quell'uomo, gli doveva tutto l'affetto, tutta
l'ubbidienza, tutti i sacrifici. Si era sposata, era cosa sua.
Come avrebbe voluto fare
qualche cosa di grande, di eroico, per mostrare la sua forza di amore! Fuggire dal
mondo, seppellirsi viva in un deserto, rinunciare a tutto, ma coll'amore di
Alberto, di quel bel giovane che ella si struggeva d'amare, al quale chiedeva
ancora con un pauroso sgomento il responso della sua felicità.
Muta accanto al letto,
sognava ebbrezze sconosciute, rapimenti lontani, indefiniti, pur temendo di
risvegliare Alberto, guatandolo furtiva. Egli aveva un volto regolarissimo, il
profilo nobile e puro; una fossetta nel mento, la barba morbida e fluente,
divisa alla nazarena. I capelli vaporosi prendevano con la pressione del
guanciale cento forme, improvvisando riccioli fanciulleschi, circondando
capricciosamente l'orecchio di una delicatezza femminea.
Ma egli a che cosa
pensava? Quali visioni gli attraversavano il sonno? Aveva sempre dormito così
su un fianco, con un braccio sotto la testa, l'altro allungato? Così roseo,
così calmo? Che cosa chiudeva la sfinge di quel bel volto e quando mai ella
potrebbe, penetrandogli nell'anima, chiamarlo veramente suo?
Ella avrebbe tanto
volontieri squarciata la sua mente e il suo cuore davanti a lui, per mostrargli
che ne era compresa; per un bisogno irresistibile di fusione, che
l'avvicinamento materiale aveva irritato senza soddisfare. No, non poteva
essere sempre così e niente altro che così! Marta si sentiva ancora delle bende
sugli occhi, dei lacci alle mani; andava ancora tentoni, non possedeva ancora
l'amore, non aveva ancora afferrato il vero.
Un movimento di Alberto
la scosse, e con naturale senso di pudore non volle essere scoperta a rimirarlo.
Mosse verso la finestra da cui penetrava il gaio sole di marzo; alzò le tendine
che coprivano i vetri e dette uno sguardo alla via; l'ignota via di quella
città. Era un vicolo che metteva direttamente al porto, affollato in quell'ora
da carretti, da facchini e da pescivendoli, i quali tutti vociferavano in un
dialetto che Marta non capiva. Dette uno sguardo alle finestre dirimpetto,
basse, prive di persiane, tutte munite di funi, sulle quali svolazzavano,
asciugando, le biancherie.
Questo aspetto di città,
così differente dalla sua città nativa, la interessò senza piacerle; sollevò
gli occhi, e, attraverso una fuga grigia e malinconica di tetti d'ardesia,
lontano, nello splendore del mattino, scorse la linea azzurra del mare,
grandioso e fantastico nella sua calma, con qualche cosa di sognato, di
immateriale, di al di là....
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