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La carrozzella, dopo di
avere accolti i due viaggiatori, il baule, le ombrelle e la piccola borsa di
cuoio che Marta collocò con precauzione accanto a sè, mosse per il viale verde.
Finalmente! - pensava
Marta - tocco il porto entro nel mio nido.
Era pur stanca di città,
di alberghi, di monumenti, di musei, di pinacoteche. Le Veneri che aveva viste,
trionfanti nella loro nudità superba; le Lede voluttuose, le Diane innamorate,
uno sciame di ninfe, un Olimpo di dee, tutte parlanti al senso della donna,
proclamando per la via dell'arte l'impero della bellezza, le avevano lasciato
uno sconforto e insieme un desiderio, una grande disillusione ed una curiosità
più grande ancora.
- Dimmi - disse,
stringendosi ad Alberto, poichè in quella carrozza che le apparteneva, le
sembrava già d'essere a casa loro - la prima volta che mi hai vista, quella
sera, in teatro, ti piacqui subito?
- Subito - rispose
Alberto, levando un virginia dal suo elegante portasigari.
- Ti piacque il mio
volto?
- Sì.
- E la mia figura?
- Sì.
- E la voce?
- Tutto. Io dissi fra
me: Ecco una brava mogliettina.
Marta rimase sopra
pensiero. - Egli le chiese se stesse comoda, se volesse uno scialle sui
ginocchi, ed avendo ella accennato negativamente col capo, accese il virginia
sorridendo, preso dal benessere di quella trottata.
- E dopo, tornando a
casa, ci hai pensato? - mormorò Marta, col viso sulla spalla di lui.
- A che cosa?
- Nulla, nulla, una
sciocchezza.
Il paesaggio si
allargava ad ogni svolto della strada, ampio, sereno, intersecato da viottoli
bianchi che si perdevano indefinitamente da lungi, sotto l'ombrello delle
robinie. Il terreno leggermente ondulato univa la pianura ai monti, i quali si
ripiegavano su di essa, al confine, a guisa di una legatura che stringe la
perla. In giro, fin dove l'occhio scorreva, una pace di campi ubertosi, di radi
e lindi casolari, di mulini giranti sopra ruscelli dalle acque cristalline. Un
asinello sul bianco dei sentieri, una mucca nel verde dei prati e al di sopra
il cielo soleggiato.
Quante cose voleva
chiedere Marta, guardando l'interno della carrozza rimessa a nuovo in onor suo,
con una bella stoffa di color turchino, i sedili imbottiti di fresco, il
tappeto a rose! I suoi occhi, girando sul cocchiere campagnuolo che, a casa,
doveva disimpegnare altre funzioni, si arrestarono sul cavallo.
- Come si chiama? È
bello nevvero? Io non ho mai posseduto cavalli e non me ne intendo affatto.
- Anzitutto è una cavalla
- rispose Alberto allegramente - si chiama Bigetta, non vanta grandi bellezze,
ma mi appartiene da quattro anni e mi serve bene. Non è vero, Gerolamo?
Gerolamo, dal suo posto,
schioccò la frusta, assentendo.
Marta pensò che lei, la
moglie, era la straniera fra il padrone, il servitore e la cavalla. Suo marito
e Gerolamo potevano intendersi con una occhiata sopra una quantità di
avvenimenti a lei sconosciuti; e la cavalla stessa, quante carezze non aveva
avute da Alberto prima, assai prima che ella lo conoscesse! Tutto un passato li
divideva dunque, mentre ella avrebbe voluto fondersi con lui, immedesimarsi,
formare una cosa sola. Che altro se non ciò doveva essere l'amore?
- C'è molto prima di
arrivare? - chiese mortificata quasi di non saperlo.
- Tre chilometri circa
li abbiamo fatti, ne restano cinque. Fra mezz'ora saremo a casa. L'Appollonia
ci aspetterà.
Almeno ella sapeva che
Appollonia era la serva. Ne avevano già parlato; suo marito gliel'aveva dipinta
come una buona campagnuola affezionata e fedele. Ma in quel momento volle
sapere se l'Appollonia era bella e lo domandò a voce alta; al che Alberto
rispose con uno scroscio di risa, a cui fece eco una specie di singhiozzo
giulivo da parte di Gerolamo, così che Marta stessa si pose a ridere infantilmente,
con molto piacere di suo marito, il quale amava le persone di buon umore.
- Vedrai - soggiunse
Alberto a sua moglie, toccandole la spalla da buon camerata - anderai subito
d'accordo con tutti, brava gente, ottima gente. Il dottorone già, curioso,
vorrà vederti per il primo.
- C'è un dottore
curioso?
- Curioso proprio no, ma
in questo caso sarà curioso, perchè mi conosce da bambino e mi ha già avvertito
che vuoi farti la corte. Te ne intendi tu di poesia? E di cucina? Se hai sulle
dita questi due argomenti, il dottore è tuo.
- E con gli ammalati
parla di poesia?
- Egli non fa visite a
nessun ammalato; non s'intende nemmeno del polso. Deve aver studiato medicina
trent'anni fa, e per questo lo chiamano dottore; ma poi ha fatto un po' di
tutto, il signore, il poeta, il cospiratore, il gaudente, il soldato, tutto
fuorchè il medico. È un originale, un essere squilibrato. A volte parla troppo,
a volte tace dei giorni intieri. Ma se hai da insegnargli qualche piatto
ghiotto, parlerà.
Intanto che Alberto schizzava
il profilo del suo amico, Marta, che in venti o venticinque giorni di
matrimonio non si era ancora saziata di guardarlo, seguiva i movimenti della
sua bocca, de' suoi occhi, la pozzetta graziosissima che il sorriso scavava
nella sua guancia sinistra. Mirava ad uno ad uno i peli dei suoi baffi e
l'arricciatura morbida della barba nella quale egli faceva spesso passare la
mano, seguendo quella mano, attaccandosi a lui per tutti i sensi, sentendosi
sempre troppo lontana. A poco a poco gli si era accostata, muta, ansando
lievemente col petto. Alberto allora si ritirò nell'angolo della carrozza,
gentilmente, per farle posto.
- Passa il signor
Merelli - disse Gerolamo senza voltarsi, con la sua voce da ventriloquo.
Ma Alberto l'udì. Si
sporse vivamente fuori della carrozza sbracciandosi verso due individui che
costeggiavano la strada maestra. I due si levarono il cappello.
- Salite?
- No, grazie. Ben
arrivato.
Nuovo saluto alla
signora.
- Nessuna novità?
- Nessuna.
- A rivederci.
Terzo saluto.
- Ah! cari - esclamò
Alberto abbandonandosi sui cuscini della vettura - quel capo ameno di Merelli,
quel simpaticone di un farmacista!
Tanto per dire qualche
cosa, per interessarsi anche lei a quello che interessava suo marito, Marta
chiese:
- Sono tuoi amici?
- Merelli sì, Merelli
fin dal ginnasio; abbiamo fatto la quarta e la quinta insieme. Fu lui che il
giorno onomastico del professore... Ah! ma tu non sai, non sai, che bel matto!
- E l'altro?
- L'altro è il
farmacista, Toniolo: quello che mi diceva sempre: prendi moglie, alla nostra
età è ancora il meglio che si possa fare.
Il piacere di aver
riveduto i suoi amici, di riprendere le antiche abitudini, coloriva il volto di
Alberto e faceva luccicare i suoi occhi piccoli e buoni. Egli si fregava i
ginocchi colle mani, guardando la coda della cavalla.
Marta si rimproverava di
non partecipare a quella gioia, di provare invece una impressione di tristezza,
quasi d'invidia. Le venne in mente sua madre, sua madre ch'ella aveva un poco
dimenticata durante il viaggio, e che da piccina le diceva e da grande le
ripeteva: "Marta sei troppo impressionabile, troppo esclusiva, senti
troppo, pensi troppo. Ciò non conduce alla felicità." Parole che ella
aveva ritenute come un'aria da organetto e che ora le tornavano alla mente, ma
più chiare, della chiarezza improvvisa di un lume che s'accende. Volendo
vincersi, volendo uscire da quell'esclusivismo che, a detta di sua madre, non
l'avrebbe resa felice, guardò intorno la bella campagna, gli alberi, le siepi
entro cui svolazzavano le farfalle.
- Ti piacciono questi
luoghi? domandò Alberto.
- Sì, molto.
- Io non posso vedermi
altrove. In città sto bene otto giorni, poi sento la nostalgia de' miei campi.
- A me pare che starei
bene dovunque con te.
- Cara!
Egli disse: cara. Non
era una dolce parola? Perchè Marta non esultò? Perchè rimase fredda in
apparenza e muta? Ella ascoltava ancora, ripercosso nell'aria e nel suo
orecchio, il suono uguale, identico a quello di un momento prima, quando aveva
detto: cari! E le pareva una stonatura, una nota falsa che alterasse il valore
della parola. Si chinò verso di lui, con la bocca contro il suo collo,
mormorandogli nel folto dei capelli: Caro! caro! caro!
Egli la respinse
vivamente, indicando Gerolamo. Marta alzò le spalle.
Sarebbe stato così bello
baciarsi, lì, sotto il cielo fulgido, intanto che la carrozzella correva! Chi
li avrebbe visti? E quand'anche! Tornò a guardare la strada che fuggiva, guardò
gli alberi; dal cortile di un cascinale saliva acuto nell'aria il chiocciare di
alcune galline. I mandorli fioriti allargavano le braccia, i boccioli dei
peschi punteggiavano, nella freschezza rosea di labbra dischiuse, i loro
ramoscelli privi ancora di foglie; e delle goccie sparse, rugiada, gomma,
lacrime misteriose della natura, luccicavano sopra il verde tenero, frammiste
ai fili d'argento che gli aracnidi sospendevano da ramo a ramo.
Il cuore di Marta si
gonfiava, pieno di tenerezza, con un bisogno di espandersi, di abbracciare, col
segreto desiderio di quelle ferite per cui l'animo trabocca e dilaga in
passione, deliri, abbandoni, singhiozzi, tutta la forza rinchiusa, l'intima
essenza del sentimento femminile.
Assetata d'amore ella
disse a se stessa, stringendosi nel mantello per sentire la carezza del proprio
calore. "Egli mi ama, ne sono sicura. Perchè mi avrebbe presa? Mi ama
sopra tutte le donne; è mio, tutto mio!" E, sollevata, sorrise a suo
marito,
Alberto, che per parte
sua non pensava a nulla, fu molto soddisfatto nel vedere che la sua sposina
aveva un buon temperamento; questo lo persuase sempre più di aver avuto la mano
felice nella scelta.
La cavalla intanto,
sentendo prossima la stalla, prese un trotterello giulivo. Già si vedevano da
lungi i tetti del paese dominati dal campanile, e, man mano che la carrozza
progrediva, qualche cascinale sparso, qualche cane che abbaiava, una fanciulla
che conduceva le oche.
- Sono le oche di
Gavazzini - disse Gerolamo, indirizzando la sua osservazione alla signora.
- Chi e Gavazzini?
- È il più ricco
proprietario del paese - rispose Alberto.
- Tuo amico?
- Non dei più intimi, ma
qui si è tutti amici. Del resto egli fa vita ritirata, e sua moglie non si vede
mai. Oh! un romanzo! Lei era una istitutrice, fuggirono insieme, andarono in
cima di un monte a passare la luna di miele, scrissero i loro amori sulle
corteccie degli alberi. Figurati, una volta si punsero apposta un dito per bere
il sangue l'uno dell'altro.... quando ti dico romanzi!
Marta si interessava,
avrebbe voluto chiedere di più, ma la faccia di Gerolamo, che sembrava quella
di un filosofo stoico in mezzo alle follie del mondo, le dava un po' di
soggezione.
Incominciarono le prime
case allineate, coi portoni aperti, da cui si intravedevano cortili
verdeggianti, gruppi di vasi, lunghi anditi freschi, riparati da tendoni a
righe; una gonnella svolazzava tra due usci, un visetto curioso spuntava da una
finestra, i gatti scodinzolavano sulle sedie di paglia, sbadigliando,
socchiudendo gli occhi. Più innanzi, nel centro del paese, si aprivano le poche
botteghe; il fornaio, il pizzicagnolo, il mercante, il tabaccaio, il calzolaio,
il barbiere.
- Ecco la farmacia -
disse Alberto.
Marta guardò. Non c'era
nessuno sulla soglia; una cortina verde, strofinata e attorcigliata come una
fune, lasciava scorgere nell'interno un pezzo di scansia coi barattoli di
terraglia bianca e azzurra.
- Ha moglie il
farmacista?
- È vedovo; ma la
riprenderà. Che cosa deve fare?
- Sicuro - disse Marta,
ripetendo macchinalmente tra sè: che cosa deve fare!
- Guarda la casa di
Merelli; sul canto di piazza, dipinta in giallo; l'hai vista?
- No, non l'ho vista.
- C'era la serva davanti
alla porta.
- No, non l'ho vista. Ha
moglie Merelli?
- Sì, ha moglie.
- E la casa di.... di
quel signore.... quello che ha bevuto il sangue....
- Gavazzini? Ah! non è qui;
è fuori di paese, isolata; più isolata ancora della nostra.
- La nostra è l'ultima,
nevvero? È forse questa?
La cavalla rallentò,
Gerolamo fece una voltata da cocchiere esperto, e, passando da un cancello
spalancato, fermò di botto nel bel mezzo di un cortile vellutato d'erba minuta,
con alte muraglie imbrunite dal tempo, su cui si sbizzarriva a rabeschi una
lussureggiante glicina, carica di fiori.
L'aspetto generale del
fabbricato e del cortile era quello di una vecchia casa borghese, comoda, dove
un seguito di generazioni agiate e tranquille si erano succedute senza scosse,
senza cambiamenti.
Appollonia corse fuori,
tutta traballante nella sua rotondità di pan buffetto, con la facciona lucida
raggiante di semplicità, la bocca aperta, le mani sporche di farina.
Marta, nel guardarla,
non potè a meno di sorridere, e balzando lesta dalla carrozza gridò:
- Buon giorno,
Appollonia.
Furono le prime parole
che la nuova padrona pronunciò entrando ne' suoi dominî. Gerolamo ammiccò segretamente
Appollonia, con uno stringimento di palpebre che voleva dire: Va bene, va bene!
E la grossa serva, sgangherando la bocca fino alle orecchie, mostrò di aver
inteso il senso di questa affermazione.
Marta non doveva
dimenticare più quel momento del suo arrivo, in un ridente giorno di aprile; i
grappoli lilla che fiorivano sui muri, l'erba del cortile, una pace, una
serenità diffusa nell'aria, un benessere sicuro che sembrava uscire dalle
muraglie della vecchia casa; perfino il volto bonario di Appollonia e il
nitrito della cavalla che scuoteva il muso fine sotto le carezze di Gerolamo.
Alberto, senza aspettare
ch'ella si levasse il cappello, passò il braccio sotto il braccio di sua moglie
e la condusse subito a visitare la casa.
Niente di ricercato nè
di pomposo. Una grande comodità in tutto, nella disposizione delle camere, nei
mobili, negli ampi seggioloni, nei divani sparsi con abbondanza; una certa
ricchezza tradizionale ma tranquilla; buoni quadri, stipi intarsiati,
biancheria accuratissima, delle vecchie maioliche di famiglie.
- Queste sedie le ha
ricamate mia madre - disse Alberto.
Erano otto sedie di
legno chiaro con profili dorati, coperte di ricami a mezzo punto, bellissimi,
tutti l'uno differente dall'altro.
Marta le ammirò
religiosamente, commossa.
- Questo è il mio
ritratto di quando ero bambino.
Marta vi si precipitò
sopra, coprendolo di baci e di esclamazioni, portandolo sotto alla finestra per
esaminarlo meglio.
- Come è bellino! Care
queste spalluccie nude! E che occhietti! E le manine, Dio, che manine... ma
avevi le mani così piccole allora?
- Caspita, i bambini!...
Risero entrambi,
stringendosi il braccio, felici. Salirono così lo scalone che conduceva al
piano superiore.
- Ma è tutto bello qui,
sai?
- Sì, non c'è male. È
comodo.
Entrarono nella camera
da letto. Tre finestroni la illuminavano, facendo penetrare i raggi del sole
attraverso un ricco cortinaggio di stoffa a fiori sopra un fondo cilestrino.
Della medesima stoffa era il panno del letto, altissimo, ampio, per metà
ricoperto di un piumino di seta celeste, sull'orlo del quale ricadeva,
accuratamente stirata, la trina del lenzuolo. Sulla pettiniera un'altra trina,
nel festone della quale serpeggiava un nastro celeste, faceva da sopporto a un
servizio di cristallo, lucentissimo. Sugli specchi, sulle cornici non si
scorgeva un atomo di polvere.
- È stata l'Appollonia a
preparare queste belle cose?
- Lei, certamente. Vi
avrà impiegato tutto il tempo che ci volle a noi per percorrere l'Italia; ma
infine, ognuno fa quello che può.
Marta, levandosi il
cappello e la spolverina, sedette sul divano che era ai piedi del letto,
sentendosi finalmente in casa propria.
- Oh come si sta bene
qui!
Tese le mani a suo
marito, invitandolo a sedersi anche lui sul divano. Ora non dubitava più di
essere la signora Oriani.
La sua felicità doveva
incominciare da quel momento; prima era stata una corsa vertiginosa, contraria
all'amore. L'amore ha bisogno di un nido.
Marta sollevò gli occhi,
girandoli torno torno come per prendere possesso d'ogni cosa; e quando ebbe ben
riguardata la camera, il letto, le cortine a fiori, fissò Alberto con un'estasi
tale di riconoscenza, di tenerezza timida e ardente, che egli, un po' sorpreso,
la baciò, non sapendo che dire. Ella trasalì tutta, colla speranza di una
rivelazione.
- O mio Alberto, mi
amerai sempre, sempre?
- Che domanda!
- Dillo!
- Ne dubiti dunque!
- Dillo... - ripetè
Marta, stringendosi, avviticchiandosi a lui tutta tremante, con la bocca socchiusa.
Un'ondata di sangue
colorì la fronte di Alberto, che rispose per la durata di un attimo alla
stretta di sua moglie. Poi si sciolse, dolcemente, ravviandosi i capelli.
- Andiamo - disse - non
facciamo ragazzate.
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