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La prima visita fu per i
Merelli; lui, il marito, se l'era fatta promettere solennemente da Alberto,
quando questi era ancora fidanzato.
Appena Marta pose il
piede nella casa gialla, sul canto di piazza, urtò un cestino dove un bimbo
muoveva i primi passi; mentre curvavasi ad accarezzare il bimbo, uscì come un
razzo, da una porta laterale, una ragazzotta sui venticinque anni, bruna,
ardita, con due occhietti che sembravano granelli di pepe, e senza aspettare
che Marta od Alberto parlassero, con facile loquela li invitò ad entrare,
dicendo che la padrona li aspettava, che li avrebbe visti tanto volentieri.
Sì dicendo, aperse loro
la via attraverso una barricata di seggiole capovolte, di balocchi, di
pannilini ammonticchiati, ripetendo ad ogni oggetto rimosso: - Scusino, sono i
ragazzi, non si può mai tenere un po' d'ordine, scusino.
Merelli apparve, alto,
complesso, coi baffi rigogliosi, la pelle lucida e piena, lo sguardo lucente;
una certa eleganza campagnuola negli abiti, che le sue membra riempivano fino a
tenderne le cuciture; tutt'insieme, un aspetto di uomo sano e senza fastidi;
una voce da toro.
- Giulietta! Giulietta!
- si pose a gridare, intanto che aiutava la serva a sgomberare il cammino,
sorridendo in pari tempo ai visitatori.
Una faccina da monello,
leggermente imbrattata d'inchiostro, uscì curiosa da un paravento.
- Va a chiamare tua
madre - tornò a gridare Merelli - sporcaccione!
La servetta era
riuscita, in questo frattempo, ad aprire prima l'uscio e poi le finestre del
salotto, passando accortamente una mano sulle sedie più in vista, e con atto
cerimonioso invitò Marta a prender posto sul divano.
- Ecco mia moglie -
disse Merelli andando incontro a una donnina nè bella, nè brutta, col petto
liscio, e il ventre sporgente, un profilo da madonna invecchiata troppo presto.
La signora Merelli
salutò, un po' impacciata, inesperta, tenendosi per mano una marmocchietta che
rosicchiava una crosta di pane.
- La famiglia è tutta
qui? - chiese Alberto girando gli occhi.
- Questa e l'Adelina:
smetti di mangiare, via! Battistino era là quando sei entrato, dietro il
paravento, a farne delle sue; il piccino lo hai visto, nevvero? e tre. La Pina è a letto, un po'
indisposta, il quinto è in viaggio...
Dopo questa enumerazione
il silenzio gravò, penoso, per cinque minuti.
- Si annoierà in
campagna - disse la signora Merelli, con una voce stanca - se è abituata alla
città...
- No, no, la vita di noi
donne non è nella famiglia?
La signora Merelli
assentì, facendo un lieve tentativo per togliere di bocca il pezzo di pane alla
piccola Adelina.
- Questo paese poi è
simpatico, la posizione è bella... Lei ci è nata?
- Non qui, ma vicino. Mi
trovo in questa casa da dieci anni.
- Già dieci anni?
- Molti nevvero? e -
soggiunse la signora Merelli con un sorriso rassegnato - in dieci anni cinque
figli e quattro aborti...
Marta arrossì. Non era
ancora avvezza a queste confidenze di donna maritata. Involontariamente guardò
il signor Merelli, poi la piccina, poi si pose ad abbottonarsi un guanto.
Si udivano i respiri
delle quattro persone e della personcina.
- Mi pare che non tieni
allegri la signora sposa! - tuonò Merelli - e dov'è andata Ninetta? Ninetta!
Con la prontezza di un
baleno la serva apparve.
- Prepara il caffè.
Alberto volle
protestare, Marta anche.
- Che? disse Ninetta. È
subito fatto.
- Non prendo mai caffè -
soggiunse Alberto - e mia moglie...
Ninetta intervenne
lestamente:
- Un bicchiere di vin
bianco allora?
- Brava! - fece Merelli.
- Ben pensato; va' a prendere il vin bianco.
Durante la piccola
discussione la signora Merelli non s'era mossa, con le mani incrociate sul
grembo, dolcemente. La bambina, accanto a lei, rosicchiava il suo pane con un
grazioso rumore di topolino sotto un uscio.
Ninetta tornò,
sorreggendo con una mano il vassoio carico di bicchieri, coll'altra tenendo la
bottiglia.
- Conduci via l'Adelina
- le disse piano il signor Merelli - non vuole ubbidire.
La serva rispose con
un'occhiata d'intelligenza, ma prima stappò la bottiglia, versò il vin bianco e
lo servì, e siccome Marta esitava, ella la incoraggiò, assicurandola che era
vino schietto, fatto in casa.
Indi prese per un
braccio l'Adelina, scuotendola un poco, mormorandole all'orecchio che era una
cattivaccia, e se la trascinò dietro in cucina.
Marta, che pure aveva
una certa pratica di società, non trovava una parola. Guardava quella famiglia
singolare, cercando inutilmente lo sguardo di suo marito, che sembrava sotto il
fascino di Merelli.
- Ha la mamma, nevvero?
- chiese ad un tratto la voce fioca della signora Merelli.
- Sì, ho la mamma.
- Il padre no?
- No, sgraziatamente.
- È proprio una
disgrazia quando muore il capo di casa!
La signora Merelli, che
era rimasta coll'occhio vagante, quasi seguendo nell'aria lo svanire delle
proprie parole, riprese, rassegnata sotto il peso dei suoi doveri di padrona:
- E fratelli?
- Nessuno. Ero io sola
con la mamma; ora sono sola con Alberto.
- Ma non starà a lungo
sola! - soggiunse con una grossa risata il signor Merelli.
Marta tornò ad
arrossire.
- Vorrei andare un
momento a vedere la Pina
- mormorò la signora Merelli, che aveva esauriti tutti i suoi argomenti di
conversazione.
- Va e conduci la
signora.
- Oh!... non è un
divertimento...
Marta protestò che le
avrebbe fatto piacere conoscere anche l'altra bambina.
S'avviarono su per una
scala modesta, cogli scalini di mattonelle, ed entrarono in uno stanzone che
serviva di guardaroba, di dormitorio e di ripostiglio per gli stivali del capo
di casa: stivali rossi di cuoio, stivaloni lunghi a gambiera, uose, tiranti, il
tutto allineato lungo una parete, colla canna di un fucile che luccicava in un
angolo e la casacca di fustagno dai bottoni di rame, gettata sullo schienale di
una sedia, tesa ancora e quasi calda della plasticità vigorosa di chi la aveva
rivestita. Davanti al letto della piccina, intanto che Marta ne lodava il volto
intelligente, la madre sospirò:
- Lei è adesso nella sua
luna di miele... le auguro che duri a lungo.
- Oh! sempre - esclamò
Marta con vivacità.
Un'espressione di
meraviglia passò negli occhi della signora Merelli, che poco dopo soggiunse:
- Almeno non avesse
troppi figli... perchè qualcuno ci vuole, ma troppi! Io non ho aspettato
neanche un giorno; nove mesi giusti dal dì del mio matrimonio nacque
Battistino.
- Davvero? - fece Marta
- È egli possibile?
- Come le dico. E ho
sofferto tanto quella volta!
Si allontanò dal letto
voltando le spalle alla bimba;
- Tre giorni interi coi
dolori e poi un male, un male...
Marta ascoltava,
terrorizzata, sentendosi un brivido alla superficie della pelle.
Dopo un po' di silenzio
si arrischiò a domandare:
- E gli altri?
- Meno; tuttavia è una
gran brutta parte che il Signore ha dato a noi donne. Gli uomini hanno tutto di
buono, essi!
Quante domande sulle
labbra di Marta! Quella donna maritata da dieci anni avrebbe potuto scioglierle
una quantità di problemi, ma non osò. Diede timidamente un'occhiata
all'esercito degli stivali e a quella casacca baldanzosa, meditando le parole:
hanno tutto di buono essi! E le parve di sentire l'eco di risate rumorose, di
passi pesanti, di parole alte e brutali, tutto un egoismo scettico di padroni e
di conquistatori.
Di ritorno nel salotto
provò un'impressione di sollievo vedendo Alberto.
- Partiamo? - gli disse.
Egli rispose
gentilmente: - Come vuoi.
Nell'andito sbucò fuori la Ninetta, complimentosa, aggiungendo
i propri saluti a quelli che i suoi padroni andavano facendo agli sposi. Le due
signore si abbracciarono, promettendo di vedersi spesso. Ninetta soggiunse:
- Ma sì, venga!
Quando la porta della
casa gialla fu chiusa, Marta si strinse al braccio di suo marito.
- Ti sei annoiata un
pochino? - chiese egli ridendo.
- No, ma desideravo
trovarmi sola con te. Mi pare che tutti gli altri abbiano a portarmi via
qualcosa del mio Alberto, perchè tu sei mio, non è vero?
- Oramai, se anche non volessi,
è cosa fatta.
- E quel signor Merelli
è lui pure tutto di sua moglie? - chiese Marta insidiosamente.
- Oh! capirai, non posso
saperlo...
- Non mi piacerebbe per
marito.
- Ne sono ben lieto.
- È grossolano.
- Un pochino.
- E troppo pingue.
- Converrai che di
questo non ne ha colpa. Sua moglie, che te ne pare?
- Una buona donna, con
poco spirito se vuoi, oh! ma ha sofferto tanto.
- Ti ha raccontato?...
- Sì, il suo primo
parto...
- Ah! solamente ciò?
- Sicuro - fece Marta,
dandosi l'importanza di una matrona iniziata a segreti misteri.
Tacquero fino a casa.
Sulla soglia trovarono il dottorone, impettito. Egli, che era già stato
presentato a Marta, la salutò chiedendole che cosa l'era parso dei coniugi
Merelli.
- Ma... gentili.
- E la servetta?
Il dottorone lanciò
questa domanda con tale malizia negli occhi, che Marta stupì.
- Andiamo - fece Alberto
prendendo il dottore sotto braccio - vieni a desinare con noi.
- Non posso. Ho a casa
una galantina di lepre con certi tartufi che sono una meraviglia. La mia serva
non ha l'abilità della Ninetta... ma per la galantina!
Si baciò la punta delle
dita, sempre con gli occhi birichini, e fatta una scappellata alla signora, e
detto che s'era fermato apposta per augurarle il buon pranzo, se ne andò, lento
lento, col corpaccione male assettato nell'abito nero, coi calzoni color lumaca
troppo corti, il cappello a tuba posto in bilico sopra l'orecchio.
Marta si spogliò in
fretta; doveva preparare una salsa di cui ella sola conosceva la ricetta e che,
nel suo ardore di neofita, giudicava più accetta ad Alberto, se fatta da lei.
Comparve a tavola tutta
rossa, impaziente di conoscere l'esito. Quando Alberto ebbe dichiarato che la
salsa era gustosa, allora si calmò; mangiò e bevve di buonissimo umore; fece
l'enumerazione dei piatti che preferiva, combinandoli con quelli preferiti da
Alberto, vedendo con soddisfazione che si incontravano nel gusto.
- E, dimmi - esclamò
improvvisamente - che cosa intendeva il dottore con le sue allusioni alla serva
dei Merelli?
Alberto era l'uomo meno
adatto del mondo a nascondere checchessia; rispose, un po' imbarazzato, che il
dottore scherzava volentieri.
- Non è ciò - interruppe
Marta a cui si schiarivano le idee meravigliosamente - se non ci fosse nulla di
positivo, lo scherzo non avrebbe avuto ragione d'essere.
- Ebbene, disse Alberto,
pensando che, in fin dei conti, la cosa non lo riguardava affatto e che Marta
l'avrebbe saputa egualmente - Merelli fa all'amore colla Ninetta.
- Così? - esclamò Marta
sgranando gli occhi.
- Come, così?
- In presenza della
moglie...
- Ma!...
- Con tanti bambini?
- I bambini non
c'entrano.
- Ma è un orrore!
- Certo non lo approvo.
- Tu non avresti questo
coraggio, eh?
- Non mi sono mai
piaciute le serve.
- Ah! - tornò a fare Marta
con un sospiro di sollievo, mentre l'onesto faccione dell'Appollonia le
attraversava il pensiero,
E dopo un po' di tempo
mormorava ancora:
- È un'infamia, è
un'infamia. Ma perchè sei amico di quell'uomo?
- Oh! bella, dovrei
levargli il saluto in causa del suo gusto per le serve? È una debolezza in lui,
non può correggersi. Ninetta non è la prima.
- Ma sua moglie?
Poverina, voglio avvertirla...
- Non ci mancherebbe
altro!
- Almeno consigliarla a
tener serve vecchie...
- Non ci stanno in
quella casa, con tutti quei bambini, rifletti.
- Oh! povera donna,
povera donna!
- -Senti - continuò
Alberto prendendo le mani di sua moglie per calmarla - secondo ogni
probabilità, la signora Merelli non sospetta niente; e se lo sospetta, forse
non ci pensa; può anche darsi che lo sospetti, che ci pensi, ma che non gliene
importi un cavolo. In tal caso tocca a noi farci cattivo sangue?
Marta stette zitta un
momento.
- È impossibile - scattò
poi - che ella resti indifferente!
- E perchè impossibile?
- dopo dieci anni di matrimonio...
- Alberto, che cosa
dici? L'amore fra marito e moglie non deve essere eterno?
- Cara mia, se tutte le
cose che dovrebbero essere, fossero!
- Tu dunque fra dieci
anni non mi amerai più? E amoreggerai?...
L'Appollonia tornò a
passare nella mente di Marta portandovi un raggio così giulivo che, nel bel
mezzo della sua indignazione, dovette sorridere; di che accorgendosi Alberto,
disse:
- Ma sì, farò all'amore
coll'Appollonia.
Ella rideva, adesso; avendo
posata la fronte sulla spalla di suo marito, eccitata da un ordine nuovo di
idee che le si erano parate dinanzi.
- Però, senti, non
capisco come una persona educata, un uomo che ha studiato, infine che non è un
villano del tutto, possa perdersi con le serve.
- Anche un uomo educato
non trova sempre delle duchesse, mia cara Marta, e poi, se ti dico che è il suo
debole! Vuoi uscire a fare due passi in giardino?
- No.
Ella tornava al suo
argomento, appassionandovisi con una voluttà rabbiosa e crudele.
- Ma non pensa alle
conseguenze, al disonore della ragazza, a...
- Che cosa vuoi che
pensi!... Finiamola, se non ti dispiace, coi Merelli.
Alberto si era levato in
piedi, non dissimulando una certa seccatura, e passeggiava innanzi e indietro
fermandosi ogni tanto a guardar fuori dalla finestra.
Marta sentì una stretta
al cuore. Non cambiò positura, non si mosse. Aveva ancora davanti il piatto sul
quale stavano alla rinfusa dei picciuoli di ciliegia; li prendeva a due a due,
allacciandoli insieme per vedere quale si rompeva; a conti fatti, i picciuoli
rotti erano in gran maggioranza. Li riunì con cura in un monticello.
- Hai detto
all'Appollonia che non faccia più tanto rumore, alla mattina, co' suoi zoccoli?
- Sì, gliel'ho detto.
- E tu sarai così buona
da cucirmi, domani, quei bottoni alla mia casacca di velluto?
- Sono già cuciti.
- Oh! che tesoro di
donnina.
Ella sperava ancora che
l'avrebbe guardata in faccia; ma Alberto si fermò dietro la sedia di sua
moglie, accarezzandole il collo colla punta dell'indice.
- Addio, vado fuori un
po'.
Chinossi, baciandola
sulle guancie, sonoramente.
Marta rispose: addio - e
si strinse nelle spalle, sembrandole che la stanza diventasse fredda.
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