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Gli amici di Alberto
Oriani non capivano perchè la sposina non fiorisse di quel rigoglio pieno ed
espansivo che accompagna generalmente il passaggio dalla fanciulla alla donna.
Eppure Marta era felice;
lo diceva a tutti, lo scriveva alla madre, ne era ella stessa convintissima. Se
la malinconia l'assaliva qualche volta, era una malinconia vaga, uno
scoraggiamento del quale non accusava Alberto, ma sè stessa.
Ella faceva continui
confronti tra suo marito e gli altri mariti, trovando che Alberto li superava
tutti in bontà, in gentilezza; certo non era molto espansivo, ma è forse
necessario? Egli diceva spesso che l'amore, come lo descrivono i poeti, è un
sogno da matti; e Marta ripeteva questa frase nelle lunghe ore della sera, le
ore che Alberto passava in farmacia con gli amici. L'amore vero era quello che
Alberto aveva offerto a lei: il suo nome, la sua casa, i suoi servi; i pasti
presi insieme, le notti dormite insieme nella bella camera col parato a fiori;
e poi, il bacio che egli le dava tutte le mattine, regolarmente, nello stesso
tempo in cui allungava il braccio fuori dalla coltre per prendere il bicchier
d'acqua sul comodino.
Prima ella si chiamava
Oldofredi, adesso era Oriani; dalla città era passata in un borgo; poteva
mettere piume sul cappello e diamanti alle orecchie; in casa della mamma mangiava
a un tavolinetto rotondo, con un servizio di terraglia bianca di Germania;
nella nuova casa la tavola era quadrata e il servizio antico con dei fiori
rossi e blù. Per ventitrè anni si era sentita chiamare signorina, ora la
chiamavano signora e qualcuno anche madama. Tutto ciò costituiva una grande
differenza e il repentino cambiamento la stordiva; molto più che anche tutti i
visi erano cambiati attorno a lei, cambiati i nomi, per cui le accadeva ancora
tratto tratto di pronunciare Matilde invece di Appollonia.
Forse Marta aveva
sognato un cambiamento di un altro genere. Secondo lei era il suo proprio
essere che doveva sorgere a nuova vita, tocco da una forza misteriosa e
potente. Il suo cuore, l'animo suo, i suoi sensi che cosa avevano immaginato, che
cosa aspettavano? Ella non si sentiva cambiata per nulla, si meravigliava e
quasi si accusava di non aver scoperto nessuna ebbrezza nuova, e niente, ma
niente, di quel trasporto che, giovinetta, le suscitava la sola parola - Amore.
Quando si gettava nelle
braccia di Alberto, chiedendogli affannosamente se l'amava, e che egli
sorridendo la assicurava di sì, una sensazione di freddo le correva dalla testa
ai piedi, l'angoscia dolorosa di uno sforzo senza riuscita, l'abbattimento di
un carcerato che si slancia contro l'uscio della prigione e la trova chiusa.
In quei momenti Marta
diventava pallida.
Se questo era l'amore,
qualche cosa altro ci doveva essere, più sublime o più triste, virtù o colpa,
ma altra cosa, altra ebbrezza, altro trasporto; visione di cielo o vertigine di
abisso, la sensazione a lei ignota del rapimento per cui Francesca si era
dannata eternamente, per cui le anime grandi di tutto il mondo piansero,
crearono, morirono.
Rammentava una sera
lontana, quando aveva quindici anni e che il suo cuore per la prima volta si
era aperto all'amore, attratto irresistibilmente verso un giovane che conosceva
appena, ma per cui passava le notti insonni.
S'erano trovati
finalmente soli, per pochi istanti, nella libertà della campagna, e nessuno
aveva parlato, ma egli le aveva presa la mano e gliel'aveva stretta così
dolcemente che a pensarvi, dopo tanti anni, si sentiva invadere da una ignota
voluttà.
Che cos'era dunque
quello? Amore? E perchè la mano di Alberto non le dava la stessa sensazione?
Era possibile ch'ella amasse Alberto meno di uno sconosciuto? O era forse
Alberto che non l'amava? Ma sì, l'amava, glielo aveva detto e l'aveva sposata.
Se no, perchè l'avrebbe sposata?
Sempre Marta tornava a
questo dilemma, e voleva sapere degli altri matrimoni con un interesse, con una
curiosità morbosa. Dalla signora Merelli, che era venuta a restituirle la
visita, ella aspettava trepidante e confusa uno sfogo di infelicità coniugale;
ma la signora Merelli non si lagnava che delle sue frequenti gravidanze, parlando
del marito con un feticismo da odalisca, esaltandone la bellezza e la forza.
- Nei primi tempi del
nostro matrimonio - aveva soggiunto, ravvivando momentaneamente i suoi occhi
spenti - non mi lasciava mai salire le scale, mi portava sulle braccia. Ed ero pesante,
allora, ero grassa.
Marta ebbe invidia della
signora Merelli. Lei era più sottile, Alberto non avrebbe fatta gran fatica a
portarla sulle braccia...
- Adesso non la porta
più? - domandò.
- Oh! Le follie della
luna di miele non possono continuare sempre.
Per tutto quel giorno
Marta ebbe in mente le follie della luna di miele. A pranzo, improvvisamente,
come faceva per solito le sue domande, frutto di lunghi pensieri solitari,
chiese ad Alberto:
- Tu non hai mai fatto
follie per nessuna donna?
Alberto che incominciava
ad abituarsi alle domande di sua moglie, pur trovandole bizzarre, rispose
serenamente:
- Follie mai; son cose
da manicomio, te l'ho già detto.
- E non hai mai amata
nessuna donna più di me?
Alberto guardò il
soffitto dondolandosi sulla sedia, con le mani appoggiate contro la tavola.
- Non mi pare... no, no,
ne sono sicuro.
- E... però...
Marta, sospinta dalle
sue terribili curiosità, voleva sapere di più; ma titubava davanti a quell'uomo
che conosceva da pochi mesi, col quale sentiva di non essere ancora una cosa
medesima, che non le apparteneva ancora intero. Tuttavia osò mormorare adagio,
cogli occhi bassi:
- Donne ne hai
conosciute molte?
- Come no? il mondo ne è
pieno.
- Voglio dire... sai...
quelle donne che avvicinate voi altri uomini quando non avete moglie.
- Sei amena con le tue
domande; ma perchè ti interessi a queste cose?
- Perchè non le conosco,
e perchè mi pare che il tuo passato, così differente dal mio, ci tenga lontani.
Forse è quello che io ignoro che mi impedisce di essere per te la donna
ideale...
- Non divaghiamo -
interruppe Alberto. - Tu sei per me la donna che cercavo, ti voglio bene, mi
vuoi bene e basta.
Marta crollava il capo,
sospirando, poco convinta.
- Abbi pazienza - disse ancora,
tornando all'attacco con una tenacità tranquilla, ma decisa - vi sono proprio
alcune cose che io non arrivo a capire. Dimmi almeno questo. Quelle donne, le
amavi?
- Ma che! È un assurdo
solamente il pensarlo.
- E allora...
Si fermò cercando la
parola inutilmente e ripetè arrossendo:
- Allora... come potevi?
- Che diavolo! - esclamò
Alberto gettando via il tovagliuolo. - Fa bisogno di amare per questo?
Marta rimase impietrita,
nè per quel giorno disse altro, ingolfandosi sempre più nelle sue astrazioni,
concentrando tutta sè stessa verso quell'ignoto che sempre le sfuggiva,
chiedendosi angosciosamente: Ma che cos'è dunque l'amore?
Dopo suo marito e la
signora Merelli, il dottorone era quegli che offriva maggior pascolo alla sua
smania di sapere.
Egli veniva quasi tutti
i giorni a trovarla, ora montato sul trespolo della poesia, ora diguazzando
nella prosa grossolana, ma originale sempre nelle sue opinioni; misto curioso
del suo carattere che trovava un perfetto riscontro nella faccia dai lineamenti
volgari, sensuali, tagliata a mezzo da un naso carnoso, sul quale gli occhiali
avevano lasciato il solco, e illuminata in alto da una fronte larga, dove gli
occhi brillavano con tutto il fuoco dell'intelligenza.
- Per le donne oneste -
egli aveva detto una volta, prendendo vivamente il braccio di Marta sotto il
suo - l'amore non può essere che un dovere o un peccato; un contratto
stipulato, firmato, reso sacramento, reso dovere civile, eguagliato all'estrema
unzione ed alla vendita di un podere; oppure uno strappo alle convenienze, alle
leggi, alla religione, all'onore... Nel primo caso l'uomo furbo lo idealizza.
Egli dice alle sue vittime: "Siete la gioia del focolare domestico, le
depositarie del nome e dell'avvenire nostro, le regine della nostra casa; siete
la pace, siete la sicurezza." Potrebbe soggiungere: Siete il minor male
che noi scegliamo dopo d'aver conosciuti tutti gli altri, siete la panacea
delle nostre infermità, il letto di riposo dopo il letto di campo, la sinecura
dei nostri vecchi giorni. Per cambio della vostra gioventù, del vostro candore,
dell'ideale di tutta la vostra vita, noi che non abbiamo più nè giovinezza, nè
candore, nè ideali, vi offriamo una cosa così comune, così facile, una cosa che
trovereste sul canto d'ogni via, se noi non ce ne fossimo fatto un esclusivo
monopolio, crescendola di valore col negarvene la libertà, sostituendo il
decoro, il pudore, la virtù umana alle divine leggi della natura. E fin da
bambine, all'età degli zuccherini, vi si fa balenare davanti agli occhi quest'altro
zuccherino, ammonendovi "se ve lo meriterete con la docilità, la modestia,
la pazienza, l'abnegazione..."
Marta rideva, ma quando
il dottore era partito meditava le di lui sfuriate filosofiche e una lieve
tristezza, che non era ancora scetticismo, ma che gli scalzava la fede, si
deponeva nell'animo suo.
Tutta sbigottita udiva
una voce interna che diceva: Costui l'hai tu scelto in mezzo alla folla, od è
piuttosto quello che ti presentarono, il solo che hanno potuto pigliare e che
tu, perchè buona e docile, perchè aspettavi da tanto tempo, ti persuadi essere
veracemente colui che deve formare la tua felicità?
Si disperava allora,
correndo inquieta per la casa, urtando sempre nella freddezza dolce di Alberto
che non comprendeva nulla di queste agitazioni, che le compativa però,
suscitando così mille rimorsi nella coscienza di Marta; per cui ella si gettava
di nuovo fra le braccia di suo marito singhiozzando.
Un desiderio, nato fin
dal primo giorno del suo arrivo, le ero rimasto insodisfatto e cresceva ogni
giorno più. Ella avrebbe voluto vedere quei([2])
due sposi modello, quei Gavazzali che si erano feriti per bere il sangue l'un
dall'altro. Non uscivano mai in paese; qualche sera, sul tardi, nei viali
deserti della campagna, due ombre apparivano da lontano e si perdevano nel
folto degli alberi.
La signora Merelli, che
nemmeno lei aveva mai visto la coppia singolare, propose a Marta di andare
assieme a fare una questua per gli asili infantili. Si posero subito d'accordo,
e sui primi di giugno, durante un caldo pomeriggio che metteva nell'aria una
gaiezza festosa, bussarono alla porta dei signori Gavazzini.
Una domestica
dall'aspetto e dall'accento forestiero, dopo qualche minuto di esitazione
introdusse le visitatrici in un salotto molto elegante. E aspettarono.
Aspettarono un buon
quarto d'ora, avendo così tutto il tempo di osservare l'arredamento nuovo e
corretto, le poltrone che non sembravano tocche, le piramidi di album lucenti
nei loro fregi e nei tagli dorati. Non un fiore, non un ricamo o un libro
dimenticato, non uno sgabello fuori di posto; niente del benessere comodo e
lieto che Marta aveva a casa sua; niente pure del disordine pieno di vita che,
in casa Merelli, quattro bambini pieni di salute si incaricavano di mantenere
costante.
Un fanciulletto di
quattro anni, biondo, esile, con una faccina anemica, fu il primo a mostrarsi.
La signora Merelli volle accarezzarlo, ma egli si ritrasse in silenzio contro
lo stipite dell'uscio.
E passarono altri dieci
minuti.
Venne poi il signor
Gavazzini, nascondendo, sotto un fare cerimonioso, l'alterazione dei
lineamenti, eccitati come dopo un alterco.
- Prego queste signore
di scusarmi, e di scusare mia moglie; è un po' indisposta...
Nello stesso momento una
signora alta, molto esile, con la stessa faccia anemica del bimbo, irruppe nel
salotto; aveva un abito celeste e i capelli sciolti per metà sulle spalle in
una acconciatura melodrammatica. Senza nemmeno guardare le due visitatrici, si
rivolse bruscamente a Gavazzini.
- Sapete bene che ho
proibito a mio figlio di entrare nel salotto.
La confusione di
Gavazzini divenne contagiosa; anche Marta e la signora Merelli ne furono
sorprese. Egli, con accento breve ed imperioso, usando parimenti il pronome
della seconda persona, rispose che il bimbo era venuto in salotto da sè; poi,
volgendosi alle signore, balbettò:
- Mia moglie...
scusino... era... è indisposta. Ha voluto presentarsi egualmente.
La signora Gavazzini, in
piedi, gualciva nervosamente i nastri del suo abito, mentre il bambino guardava
ora lei, ora il padre, con due occhi malinconici.
Quando la signora
Merelli espose timidamente lo scopo della visita, Gavazzini mise mano al
portafogli e con perfetta cortesia le consegnò venti lire, guardando Marta con
insistenza, tanto che ella sentì il suo facile rossore di sposina salirle
subito alle guance.
- Mia cara - disse poi
volgendosi alla moglie con ricuperato sangue freddo - ecco due buone e cortesi signore
a cui potreste rendere sì bella visita. Che ne dite?
- Non si fanno visite,
quando si vive in un chiostro come vivo io da cinque anni.
La voce aspra della
signora Gavazzini echeggiava ancora nel salotto, che già le visitatrici avevano
preso commiato, seguite da Gavazzini, il quale le volle accompagnare fin sulla
porta, giustificando il contegno della moglie con la scusa di crisi nervosa. Sì
dicendo faceva gli occhi teneri a Marta, tastandole il palmo della mano.
Marta uscì di là
scandalizzata, incapace di parlare.
La signora Merelli,
calma, domandò come le era parso quel nido di tortorelle, e, nella sua
rassegnata conoscenza degli uomini, aggiunse che non vi era punto da stupire,
che succede così spesso, spesso, assai più di quanto si creda.
- Che cosa le dissi una
volta? Follie della luna di miele! Non durano.
- E quando - chiese
Marta con la voce che le tremava un po' - la luna di miele non ha follie?
La signora Merelli
riflettè un istante, crollò il capo e rispose con lentezza:
- Chi sa! Forse è meglio.
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