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Le lettere che Marta
inviava a sua madre, parlavano tutte di felicità. Si esaltava scrivendo dell'amore
che Alberto aveva per lei, e si diceva il suo tesoro, la sua vita; parole che
Alberto da sua parte non aveva mai pronunciate, ma di cui ella inebbriavasi al
punto che quando aveva scritto, versando sulla carta l'amore di cui era
compresa, rimaneva sollevata, immaginando che Alberto provasse tutto ciò che
ella stessa sentiva. Scriveva: "i suoi baci appassionati, le sue tenere
carezze," e rileggeva poi quegli aggettivi che le davano una dolce
commozione, una specie dei piaceri immaginari che gustano i bevitori d'oppio.
E come l'oppio, questa
eccitazione del cervello la prostrava veramente e indeboliva i suoi nervi.
Molte volte dopo d'aver
scritto a sua madre che "si adoravano," Alberto entrava e non si
scambiavano neppure un bacio; lui serenamente freddo, lei distratta,
paralizzata nella realtà dalle false sensazioni subite prima.
Tutto il fisico di Marta
si risentiva di questo stato patologico. Era magra, coll'occhio spento;
soffriva lunghe malinconie; già più volte, senza una ragione apparente, era
corsa a nascondersi nella sua camera per piangere. Che cosa avrebbe detto
Alberto vedendola piangere?
La bontà inalterabile e
gentile di suo marito, il lieto umore, la fiducia illimitata, il suo contegno
riservato colle donne, la convincevano che egli era il modello dei mariti, e
quel malcontento intimo, quella tristezza che l'assaliva, ella riversava su sè
stessa, sul cattivo suo temperamento. Che poteva essere se non ciò?
Per alcune settimane era
stata divorata dalla gelosia e non aveva fatto altro che osservare ogni atto,
ogni passo di Alberto; era ritornata parecchie volte nella via dove le era
apparsa la donna sconosciuta, aveva interrogato, cercato, spiato; allargando i
confini del suo sospetto geloso, si era messa a sorvegliare tutte le donne che
Alberto vedeva, compresa la signora Merelli. Ma da queste ricerche l'innocenza
d'Alberto era uscita così trionfante, che lo stesso giorno ella scrisse a sua
madre: "Sono felice, felice, felice."
I giorni peraltro le
sembravano più lunghi e più vuoti. Suo marito si alzava presto per andare a
visitare le campagne; ella, pigra, con le ossa indolenzite, rimaneva ancora
sotto le coltri finchè Appollonia non le portava il caffè. Lo sorbiva
lentamente guardandosi le mani, le braccia, toccando i piccoli ricami della camicia,
lavoro suo, de' suoi giorni di fanciulla.
Una specialmente, una
bella camicia fina con lo scollo tondo arricciato, le faceva ricordare una
incisione che l'aveva colpita tanto quand'era ragazza, che ella guardava di
nascosto della mamma, dentro una vecchia strenna, e rappresentava Diana di
Poitiers, semivestita, con uno scollo così tondo, arricciato e
irresistibile, allacciando le braccia intorno al capo del regale amante
prostrato a' suoi piedi. Forse - pensava allora - bisogna essere molto molto bella
per ispirare l'amore.
Ma non è vero -
soggiungeva un momento dopo - no, non dev'essere questa la ragione.
Dalla recente
esperienza, dall'osservazione degli uomini i quali non si mostravano più
davanti a lei così ritenuti come fanno con le ragazze, dalle confidenze della
signora Merelli, era venuta ad una conclusione, ancora confusa, ma che
distruggeva completamente l'edifizio delle sue credenze in fatto d'amore. La
conclusione era questa: Gli uomini si danno a qualunque donna, bella o brutta,
con affetto o senza, con simpatia o con indifferenza. Una cosa mostruosa ma
vera!
Dalla bocca stessa di
suo marito, dietro insistenti richieste, ella apprese che, a sedici anni,
Alberto aveva avuta la rivelazione dell'amore per parte di una donna vecchia e brutta,
che andava in casa a fare il bucato.
Alberto le disse questa
cosa naturalmente, soggiungendo che a quasi tutti gli uomini succede così, non
sospettando neppure la profonda impressione che tali parole avrebbero fatto su
Marta. Ella ne pianse di dolore e di vergogna.
Ragionando poi nella sua
mente, le parve di dover attribuire a quella remota causa la differenza di
sentire che esisteva fra lei e suo marito.
Misurando per la prima
volta le esigenze di un uomo che aveva data la sua fiorente giovinezza ad una
ignobile femmina, nella stessa età in cui ella credeva ancora agli angeli e
cercava l'amore in cielo, fu assalita da una ben più tremenda gelosia, la
gelosia impotente del passato, quella che non si può distruggere, che si urta
contro la sentenza inappellabile del fatto compiuto.
Con uno sforzo doloroso
dell'immaginazione sognava il suo Alberto bello, puro; ne vedeva la persona
elastica, l'occhio lucente, la bocca fresca come fiore che si schiude; e
l'anima nobile, il cuore fidente, affettuoso, tutti gli impulsi generosi della
giovinezza... Oh averlo conosciuto allora, essere stati entrambi così puri,
l'uno dell'altro, per sempre, quello doveva essere l'amore!
E non poteva più averlo
così! La vecchia femmina, Giuditta, tutte le altre, chi sa quante, chi sa
quali, gli avevano portato via la spontaneità dell'entusiasmo. Ella era giunta
ultima, inesperta, non preparata alla lotta contro tutto un passato.
Perchè quella veramente
era la sua angoscia: il passato di Alberto, indistruttibile.
Rifaceva a sè stessa,
con una raffinatezza crudele, il ritratto di tutte quelle donne; le immaginava
belle, provocanti, piene di seduzioni ignote, di occulti filtri amorosi.
Brancolava fra
supposizioni assurde, fra ipotesi strane, con l'ansia di chi ha smarrita la via
e le tenta tutte per orizzontarsi.
Metteva insieme le sue
memorie più lontane, ricordandosi certe malizie della scuola, volendo
spiegarsele.
Non aveva dimenticata
una ragazza, Collini, in terza; una faccia scialba, dagli occhi neri e dalle
labbra rosse, con la carnagione picchiettata di lenti, la quale aveva sempre
delle storie misteriose da raccontare in segretezza; storie che non si
sentivano mai per intero, di cui le parole strane, svisate, spostate, volavano
di bocca in bocca, eccitando la curiosità senza soddisfarla.
Erano discorsi proibiti
e per questo solo interessavano, chè del rimanente non ci si capiva nulla,
almeno Marta che non era punto maliziosa.
Una volta la Collini aveva recata una
parola nuova, bizzarra, che nessuna delle bimbe aveva mai udito pronunciare.
Cercata la parola nel dizionario, si trovò che rispondeva a "femmina di
mal affare;" per cui tutte si guardarono in faccia meravigliate di
comprendere anche meno; finchè un altro giorno la Collini spiegò loro che
quella parola voleva dire: "donna che si vende:" onde nuova
confusione, che le giovani menti sciolsero ognuna a suo modo, restando nel
pensiero di Marta l'idea di una donna sucida e puzzolente.
Nè da tale concetto potè
liberarsi più tardi, quando incominciando a squarciare i veli della vita, seppe
che vi sono nel mondo donne che si danno a tutti gli uomini; ed anche non
sapendo precisamente ciò che implicava, in tal caso, il verbo darsi, queste
donne rimasero per lei un mito, qualche cosa di fenomenale come le sirene, e se
le immaginò sempre sucide e puzzolenti; tanto lontane da lei, così fuori dalla
sua orbita, che non le destavano nemmeno la curiosità.
Vivendo con la madre in
un ambiente onesto, nessuna circostanza rimoveva intorno a lei il lezzo della
società, per cui la sua anima nobilmente femminile si era alzata a poco a poco,
senza urti, senza ostacoli, all'idea vaga dell'amore; idea che poggia fra
l'ignoranza e il desiderio, descrivendo la curva iridescente dell'arco baleno,
dove tutti i colori sono riuniti per l'occhio che li guarda da lontano, dove la
mano non stringe nulla.
La sua verginale
ignoranza faceva sì ch'ella non ammettesse altri strati all'infuori delle
nuvole o degli abissi, ed ecco che la terra le mancava sotto ai piedi, e alla nuova
rivelazione della vita arrestavasi sbigottita, incerta.
Quanti amori vi sono
dunque? Quello che la Collini
spiegava in segretezza, ignobile, vergognoso e che per una mostruosa catena si
riallacciava al primo amore di Alberto? o l'amore etereo celebrato dai poeti,
sognato nell'ebbrezza di una notte di luna, cantato sulle note del cembalo? o
l'amore voluttuoso e ardente di Diana di Poitiers, stringentesi al seno la
testa adorata?
Ma perchè nessuno, nè la Collini, nè i poeti, i
pittori, le amiche, e nemmeno la madre, le avevano parlato dell'amore come ella
lo aveva trovato? Perchè non le avevano detto: Tu entrerai, ignota, nel letto
di un ignoto; il vostro contatto sarà senza delirio e i vostri cuori si
avvicineranno senza fondersi?
L'inutilità de' suoi slanci
amorosi di fronte alla freddezza di Alberto, le fecero germogliare un dubbio.
Si era dunque ingannata in tutto! Per piacere agli uomini, per cattivarseli,
non occorreva nè il sentimento, nè la devozione, nè la grazia; che cosa ci
voleva dunque?
Abbandonata a sè stessa
la sua immaginazione si smarriva. Decisa a tutto per vedere suo marito
innamorato, avrebbe voluto conoscere quelle che nei libri si chiamano: le arti
delle cortigiane. Anche nella storia, anche ne' suoi libri di istruzione aveva
trovato esempi di quelle donne maliarde che affascinano. La morte di Oloferne,
la disfatta di Cesare, non erano forse l'opera d'una donna?
Recentemente aveva letto
di un sultano che si innamorò di una ignobile negra addetta ai più bassi
servizi del palazzo, la sposò e la fece sultana Validé, preferendola a
tutte le odalische dell'harem.
Non era dunque la
gracilità della sue membra e il suo profilo scorretto che vietavano ad Alberto
i deliri dell'amore. No certo, perchè Alberto le aveva detto tante volte, col
suo accento gentile, che gli piaceva così come era, gli piaceva tutta e la
trovava immensamente simpatica, co' suoi capelli castagni ondulati, la sua
fronte bianca, gli occhi ridenti e la bocca seria, ciò che formava un grazioso
contrasto.
Ma non era ancor tutto.
Il punto per lei più oscuro, più incomprensibile era che ella stessa non
trovava nelle braccia di suo marito, amandolo come lo amava, la più lieve
ebbrezza. E questo la persuadeva di essere una creatura imperfetta, incapace a
dare ed a ricevere l'amore.
I suoi scoraggiamenti
avrebbero fatto pietà se Alberto li avesse osservati, se avesse potuto
comprenderli, se, nella sua bontà superficiale, non si fosse appagato del
malinconico sorriso di Marta e de' suoi occhi dolci che lo guardavano
amorosamente.
Dimagrava, è vero, e su
questo fatto visibile i commenti degli amici e degli indifferenti si
sbizzarrivano con le supposizioni più disparate, spesso maligne. Egli
sospettava che fosse incinta, e senza cercare più in là raddoppiava i modi
cortesi, sorridendo al futuro.
Insieme non stavano
molto; a colazione e a desinare, raramente nelle ore intermedie. Alberto tutte
le volte che usciva per i suoi affari, baciava la moglie sull'una e sull'altra
guancia. Ella lo seguiva, attraverso il cortile, fino alla porta di strada;
quando egli era in fondo alla via, si voltava indietro.
Marta rientrava in casa
momentaneamente lieta, sentendo la sua dignità di moglie e di padrona, decisa a
occuparsi dei suoi doveri di massaia.
Si era provveduta di un
cuciniere moderno e su questo spiegava all'Appollonia una quantità di
manicaretti; occupandosi ella stessa di una faccenda che interessava moltissimo
Alberto, riempì la credenza di conserve, di frutta nello spirito; discese in
cantina, e, aiutata da Gerolamo, vi pose un ordine nuovo; salì in soffitta,
arieggiando mobili accatastati da anni ed anni, rimettendo fuori stoviglie
disusate.
Nell'ampio guardaroba,
che la madre di Alberto aveva arricchito di ogni ben di Dio, passò giornate
intere, rovistando, spiegando, ripiegando, mettendo in fila dozzine di
lenzuola.
Il suo istinto di donna
trovava un pascolo nella casa agiata, nella vecchia casa dove le stanze erano
così liete, dove tutto sorrideva nel benessere, nella pace, dove perfino la
voce da ventriloquo di Gerolamo aveva intonazioni festose, ed il faccione
rubicondo dell'Appollonia spiccava sulla soglia della cucina, nella sua onestà
ingenua, come lo stemma della casa patriarcale.
A tavola, Marta narrava
tutto quello che aveva fatto nella giornata, con vivacità, con una mobilità
nervosa, domandando l'approvazione di suo marito, che le veniva sempre concessa
per intero.
Dopo, Alberto, che era
ottimo mangiatore, faceva il chilo, discorrendo dei suoi interessi,
fumando in una lunga pipa che aveva appartenuto a suo padre. Erano i momenti belli
di Marta, la quale stava ascoltandolo e guardandolo, tutto per sè, con una
adorazione muta, sentendo il principio di quella calda intimità che aveva
sempre vagheggiata, sentendo che qualche cosa di insolito si svegliava in lei,
un ardore nuovo desideroso di espandersi, una attrazione che partendo da tutta
la persona di Alberto la avvolgeva in un'onda dolcemente sensuale.
Ma Alberto si alzava
reprimendo, per convenienza, un lieve stiramento delle braccia.
- Ho bisogno di muovermi
- diceva.
Prendeva il cappello, la
canna, la baciava e andava in farmacia a raggiungere gli amici.
Con le braccia inerti,
svogliata, Marta passava la sera sulla stessa sedia dove aveva pranzato,
prendendo spesso una tazza di camomilla che Appollonia le portava a forza,
vedendola pallida, assicurandola che le avrebbe fatto bene.
Dava qualche punto,
leggicchiava il giornale, sbadigliava. Le ore erano lunghe, eterne. Finalmente
Appollonia, dopo d'averle chiesto se le occorreva nulla, veniva a darle la
buona notte. Ella udiva il rumore che facevano sul mattonato gli zoccoli della
brava donna che si allontanava, ultimo frastuono della giornata; e la casa
ripiombava nel silenzio.
Marta aveva sonno, ma
aspettava Alberto. Quando credeva prossima l'ora del ritorno, si affacciava
alla finestra, tendendo l'orecchio. La luna d'agosto, rossa, brillava, sul
cielo senza nubi, in un aere molle, grasso di vapori, e l'afa, che mitigata
dalla frescura notturna, prendeva un sembiante di carezza, le passava sul volto
con l'effluvio dei prati, delle vicine campagne dormenti.
Che cosa faceva Alberto
laggiù? Perchè tardava tanto?
L'attesa, dapprima calma
e rassegnata, volgeva, col volgere delle ore, ad una inquietudine generale. Non
poteva più star ferma; la finestra, la sedia, il divano, l'uscio e poi da capo
la finestra, e poi più nulla. Ritta nel mezzo della stanza pareva una statua;
le sue sensazioni si concentravano in un immenso, in uno sfrenato desiderio di
vedere Alberto.
Il tempo passava, e
dall'immobilità angosciosa Marta entrava in uno stato di allucinazione
sensuale. Con mano inconscia slacciava i ganci dell'abito, allentava i nastri,
cedendo a una sensazione misteriosa di abbandono, con dei brividi a fior di
pelle, la bocca assetata, arida, le braccia aperte disperatamente.
Incapace a reggersi, piegava
il capo sopra un guanciale, su una spalliera di poltrona, su tutto ciò che
poteva darle l'illusione di una carezza. Perduta nelle immagini d'amore
scioglieva i capelli, e, attorcigliandoseli sul volto, ne aspirava l'aroma
giovanile, gemendo il proprio nome "Marta, Marta!", che la notte
raccoglieva e agli echi deserti della campagna ripeteva "Marta,
Marta!"
Il tempo passava ancora,
finchè l'eccitazione passando, la lasciava sfinita, con le membra rotte, gli
occhi pesti e vacillanti. Tuttavia non andava a letto. Aspettava.
Alberto la trovava quasi
sempre distesa sul divano, pallida come cera, inerte. E la rimproverava; le
diceva: "Dovevi coricarti, dovevi dormire."
Ella non rispondeva nulla.
Barcollante terminava di svestirsi, con dei brividi nelle ossa, e si cacciava
sotto le lenzuola. Ma quando suo marito avvicinandosele mormorava:
"Andiamo, via...." tutto il suo corpo si irrigidiva, si gettava
indietro.
- Le donne - concludeva
Alberto, voltandosi dall'altra parte - non si arriva mai a comprenderle.
E Marta, sotto le
coltri, piangeva.
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