Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Anna Radius Zuccari (alias Neera)
L'indomani

IntraText CT - Lettura del testo

  • 7
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

*

* *

 

Appollonia frugava dentro un mucchio di ferravecchi, con la larga schiena curvata a terra, e il faccione, per quella posizione scomoda, più rosso del solito.

- Che cosa cerchi, Appollonia?

- Cerco quella chiave, sa bene, la chiave della cassa vecchia lassù in soffitta; m'è venuto in mente che possa trovarsi qui.

Marta, dalla soglia della cucina a cui s'era affacciata, entrò e sedette sovra una seggioletta bassa di paglia.

Veniva sovente, ora, a trovare l'Appollonia; seduta su quella seggioletta, seguiva per ore intere i movimenti della buona donna, acchetando il suo spirito nella contemplazione di quella placidezza non alterata mai, domandandosi spesso come facesse l'Appollonia per conservarsi così grassa, così rossa, così fresca e serena.

A lei invece chiedeva notizie sulla casa, sulla madre di Alberto, su Alberto stesso. Era venuta a servizio quando Alberto aveva già passati i vent'anni, ma sapeva tante cose. Sapeva che da piccino aveva corso il rischio di morire per aver ingoiato il nocciolo d'una susina; che faceva le bizze nell'andare a scuola, al punto che Gerolamo se lo doveva prendere nelle braccia a viva forza e trascinarlo davanti al maestro. Gerolamo, interrogato in proposito, confermava l'asserto, rifacendo il vocione che usava per incutere rispetto al signorino.

Tutto ciò che aveva relazione con suo marito interessava Marta moltissimo; le sembrava di attaccarsi maggiormente a lui, di entrare nella sua vita non solo col presente e col futuro, ma ben anco coi ricordi del passato.

Una volta che Alberto si era lagnato di un dolore al ginocchio, Marta gli aveva detto: Sarà la ferita che ti facesti cadendo dall'albero, sul quale eri salito per guardare nel giardino dei vicini.

- Come sai ciò? - aveva chiesto Alberto meravigliato; e Marta si sentì tutta felice per questa presa di possesso nella esistenza anteriore di suo marito.

Certi abitini di Alberto fanciullo, i suoi scartafacci, i libri di testo, sciupati, con scritto in alto Alberto Oriani, erano altrettante reliquie che Marta conservava, interrogandole, quasi avesse potuto assorbirne ciò che Alberto vi aveva lasciato di stesso, de' suoi giuochi infantili, della sua lieta adolescenza di figlio unico.

Scoprì che a dodici anni egli aveva ricevuto la prima comunione; conto fatto sulle immagini conservate con la data di quel giorno; e che era stato ghiotto, imprudente, disubbidiente; bugiardo mai.

Aveva tentato di avere, per parte d'Appollonia, la descrizione esatta della lavandaia che veniva in casa quando Alberto aveva sedici anni; ma questo desiderio le andò fallito, perchè al tempo in cui Appollonia era entrata in servizio, la signora Oriani si era già decisa da un pezzo a far lavare fuori di casa. Seppe però che donne ne bazzicavano poche, essendo la signora Oriani severissima in fatto di costumi, e che se il signor Alberto aveva qualche pasticcetto doveva pensare a cucinarselo altrove.

Appunto - riflettè Marta intanto che Appollonia cercava la chiave - come mai mia suocera, che era tanto accorta e previdente, si acconciò a prendere una serva giovane quale doveva essere costei allora?

- Appollonia, quanti anni avevi il giorno che venisti in questa casa?

- Ventiquattro, venticinque o ventisei, non lo so neppur io.

- Eri però giovane.

- Oh sì, signora, ero giovane.

Marta non voleva esprimere tutto quanto il suo pensiero, scrutando la fisionomia della serva, sembrandole al disopra di ogni sospetto; e tuttavia dubbiosa, per quell'eccesso di zelo che in ogni cosa dimostrano i novellini.

- E non hai mai pensato a prendere marito?

Tale domanda fu lanciata così a bruciapelo, che Appollonia sollevò gli occhi e trasse le mani dal mucchio di ferravecchi, restando a bocca aperta, tra il vergognoso e il meravigliato: finchè calma, calma, scuotendo il capo e rimettendosi carponi, rispose:

- Chi vuol mai che mi prendesse!

Non v'era in queste parole neppur l'ombra del rammarico, dell'ira o dell'invidia; nessun lampo di desideri assopiti, nessuna puntura di vanità, niente altro che la semplice, serena accettazione del fatto compiuto.

Marta l'ammirò questa volta, non da padrona a serva, ma da donna a donna.

- Prima di tutto - disse, dolcemente, sentendo il bisogno di questa carezza spirituale - non sei gobba, zoppa, e nemmeno brutta; avresti potuto maritarti tu come qualunque altra...

- Ah! è vero, zoppa no, gobba no; ma pure...

- E quand'anche nessuno ti avesse cercata, potevi ben tu avere il desiderio di collocarti.

Appollonia crollava la testa, sempre curva, ma dalle gote sporgenti sugli zigomi appariva chiaro ch'ella rideva in pelle in pelle.

- Di', Appollonia?

- Nossignora, nossignora, questo desiderio bisogna essere in due per averlo.

- Si può tuttavia avere, da sola, il desiderio di trovare il secondo.

- Ma sarebbe un desiderio inutile.

Marta rimase colpita da una manifestazione di criterio così solido in sì umile creatura.

- Sei una testa forte - disse ridendo.

- Forte, forte - confermò Appollonia dandosi un pugno sul capo, per avvalorare le parole.

- Sicchè ti trovi felice?

- Io sì.

- Ma felice di che?

Parve che Appollonia non comprendesse subito, perchè esitò qualche istante; disse poi risoluta:

- Felice di essere sana e di poter lavorare.

Marta la guardò con stupore.

- Infine questa chiave non si trova - esclamò la serva levandosi in piedi. - Credo che se lei vuol guardare nel cassone, dovrà farlo aprire dal fabbro. Vado a chiamarlo?

- Non preme. Siedi un momento, riposati. Che cosa facevi prima di venir qui? Hai servito in altre famiglie?

Appollonia si passò la mano sulla fronte, quasi per raccogliere idee sparse e molto lontane. Fu ancora Marta che riprese:

- Già, mia suocera doveva conoscerti molto bene, altrimenti non ti avrebbe presa.

- Sicuro che mi conosceva ed aveva conosciuto anche mia madre. Io no.

- Non hai conosciuto tua madre?

- Nossignora.

- E con chi vivevi?

- Con mio padre.

- Voi due soli?

- Noi due soli.

- Che mestiere faceva tuo padre?

- Era contadino.

- Anche tu hai lavorato la campagna?

- E come! Quando ero proprio piccina andavo a scuola, ma ci andai solamente due inverni perchè una vicina mi mandava insieme alle sue figlie, e quando venivo a casa mi dava un po' della sua minestra ed io rifacevo il letto alla meglio.

- Dov'era tuo padre?

- Faceva il giornaliero, un po' qui, un po' . Alle volte veniva a dormire a casa, ma non sempre; d'estate stava fuori le intere settimane, non lo vedevo che al sabato.

- E alla domenica.

- Alla domenica poco; si sa, egli preferiva andare all'osteria.

- Tu dunque rimanevi sola? Non ti annoiavi?

- Non ne avevo il tempo. L'anno che la mia vicina cambiò casa e che io dovetti rinunciare alla scuola, mi rimasero le faccende da disbrigare, il letto, la minestra; poi, tanto per guadagnare qualche cosa, andavo anch'io a giornata per servizi leggeri. Alla sera cucivo quel po' di roba nostra, rattoppavo i calzoni di mio padre; nei giorni festivi leggevo.

- In complesso facevi una vita tranquilla.

- -Oh! sì, per un po' di tempo.

Marta non avvertì queste ultime parole, intenta ad immaginarsi l'Appollonia piccina, tonda, tonda, ruzzolare come una palla dal letto al focolare, dal focolare al lavatoio, pacifica, col suo bel faccione da luna piena.

- E quando tuo padre stava fuori alla notte, dormivi sola?

- Sola.

- Senza aver paura?

- Di che? Eravamo così poveri che la nostra casa non poteva tentare i ladri; andavo a letto già mezz'addormentata e qualche volta non mi ricordavo nemmeno([4]) di chiuder la porta. Una notte scoppiò un temporale fortissimo che mi spalancò tutto quanto l'uscio; l'acqua entrava a torrentelli ed alla luce dei lampi io la vedevo che saliva, saliva, portando in giro per la stanza le scarpe nuove di mio padre, tanto inzuppate alla fine che non si poterono più muovere e ci volle poi una settimana per farle asciugare. Fu la sola volta che ebbi paura.

- Avesti paura allora?

- Madonna santa, pareva il finimondo! Mi cacciavo sotto le lenzuola per non vedere e non sentire, ma vedevo e sentivo sempre; e credevo che le anime dei morti venissero a portarmi via in mezzo alle saette. Mio padre, il giorno dopo, mi battè ben bene perchè non ero scesa a chiudere l'uscio. Aveva ragione.

- Ragione di batterti?

- Ma sì.

- E di lasciare in casa una bimba sola?

- Questa non era colpa sua. Doveva pur andare a lavorare. I signori sono i signori e i poveri sono i poveri.

Marta si sentiva la voglia di abbracciarla, e lo avrebbe fatto se il movente di quella sensazione fosse stato solamente la bontà; ma si accorse che in una leggera sfumatura di bontà, il suo cuore tripudiava, sollevato dai propri mali, ed ebbe vergogna di mostrare una sensibilità che in fondo non era altro che egoismo. Ripromettendosi di compensare altrimenti le modeste virtù di Appollonia, si abbandonò per il momento al piacere che le dava quella specie di autobiografia, dove la sua anima sitibonda di ideale, trovava un pascolo inaspettato.

- E hai continuato in tal modo fino...

- Sempre, fin che visse mio padre.

- Lo amavi molto tuo padre?

- Sì; è dovere.

- Ma non si ama solamente ciò che è dovere - insinuò Marta.

- Si ama ciò che si deve amare - rispose Appollonia, candidamente.

- Era buono almeno tuo padre?

- Sì, come uomo.

Queste parole sintetiche fecero ridere Marta. Appollonia soggiunse:

- Nei primi anni le cose andavano discretamente. Mio([5]) padre, si sa, ogni uomo ha il suo vizio, beveva; ma beveva soltanto alla domenica. Tornava dall'osteria che sembrava un bambino, rideva, rideva e diceva delle parole senza senso. Io lo chiamavo: "babbino, caro babbino." Egli mi abbracciava e poi cadeva sul letto. Non c'era niente di male, nevvero? Ma quando il lavoro divenne scarso e che egli non potè andare tutti i giorni a lavorare, me lo vedevo confitto in casa da mattina a sera brontolando, prendendosela con tutti, anche con me, che ero una bocca inutile e che se fossi stata un uomo avrei almeno potuto aiutarlo. Io, naturalmente, non rispondevo nulla, e, sul tardi, se egli usciva per "cacciare i dispiaceri," come diceva lui, non potevo impedirglielo. Così incominciò a bere tutti i giorni, proprio allora che mancavano i denari!

- Mi pare che non fosse un padre modello! esclamò Marta.

- Bisogna compatirlo. Gli uomini, quando non hanno lavoro, fanno tutti così. Prima non era cattivo; andandogli male i suoi affari gli si guastò il sangue. Gli dicevo bene qualche volta: "Babbino non bere, che sprechi i denari e la salute." Ma egli mi rispondeva che le donne devono tenere la lingua a casa. Anche questo è giusto. Dunque, più mio padre beveva e meno i padroni volevano prenderlo a giornata; meno egli andava a giornata e più beveva. Le lascio considerare! Dovetti allora lavorare per due; fortuna che la salute c'era. Andavo durante il giorno a falciare, a sarchiare, a battere il grano, a cardare il lino, e molte ore della notte le passavo cucendo abiti per le donne e per i ragazzi, che in questo ci riuscivo benino, ed anche mi piaceva. In complesso non mi lagnavo; tolto di alcune feste in cui vedevo le mie compagne andare alla sagra tutte vestite in ghingheri, ed io non potevo accompagnarle; prima perchè non avevo abito, scarpe, nulla; poi chi avrebbe avuto cura della casa e di mio padre? Il mio destino era questo.

- E non ti capitò allora di prendere marito?

- Com'era mai possibile? Avevo due camicie in tutto!

- Nessuno ti fece mai la corte?

- Se non uscivo nemmeno!

- Dovevano sapere che eri una brava ragazza e che saresti stata un'ottima moglie.

- Ma non avevo nulla. E mio padre chi lo avrebbe preso? Si sposa una persona, non se ne sposano due. Del resto le giuro che non avevo affatto voglia di prendere marito; mi bastava mio padre.

- Oh! - fece Marta - non è la stessa cosa.

Appollonia si strinse nelle spalle; la differenza, secondo lei, non valeva la pena di essere discussa.

- Per finire, a che punto arrivò tuo padre?

- Mio padre arrivò al punto che non si moveva più dall'osteria. Standosene tutto il giorno gli capitava a volte di fare una commissione, di scaricare roba, di tenere un cavallo, tanto per buscare qualche soldo.

- E allora te li portava?

- Oh! nossignora, li beveva per farsi passare il dispiacere di non poter guadagnare di più. Per parte mia ero contenta che trovasse modo di farsi passare i dispiaceri; ma quando mi veniva a casa barcollante che non gli si poteva far intendere una ragione, e mi toccava prenderlo, svestirlo, metterlo a letto senza cavarne un costrutto al mondo, proprio come un bambino appena nato, le confesso che mi sentivo nel cuore uno stringimento e un desiderio di essere al suo posto; al suo posto per fare diversamente, capisce?

- Sì, sì, capisco.

- Ma ognuno ha la sua parte e nessuno può cambiarla. Negli ultimi tempi non andavo più nemmeno a messa; egli veniva a casa a qualunque ora, in quello stato, e se non c'ero io rompeva ogni cosa, bestemmiando, che se ne andava tutto il frutto della messa. Il signor curato lo sapeva e diceva che facevo bene. Finalmente, quando fu la sua ora, si sentì male davvero. L'oste e i vicini dicevano: È ubbriaco! Io capivo che non era ubbriaco questa volta. Lo avevo chiamato "Babbino, babbino" e non rispondeva più. Allora corsi, era di notte, a chiamare il dottore. C'era la neve tanto alta! Il dottore brontolò che non era tempo da disturbare i cristiani. Poveretto! ma anche noi, come si doveva fare? Un po' per uno. E si tornò insieme, nella neve, con un freddo che non si sentiva nemmeno. Quando arrivammo a casa, mio padre rendeva l'ultimo respiro!

Dopo una pausa, Marta disse:

- Fu in quell'occasione che ti decidesti di andare al servizio?

- Io veramente non ci pensavo. La signora Oriani venne a trovarmi il giorno del funerale e mi disse: "Che vuoi fare qui sola? Vieni da me." Non avevo nessuna ragione per rifiutare. Poi mi sono trovata contenta. La signora Oriani è morta presto: anche questo era destino. E così va!

- Quanti anni hai adesso? - chiese Marta.

Appollonia rispose filosoficamente:

- Trentotto, trentanove o quaranta, chi lo sa!

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License