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| Anna Radius Zuccari (alias Neera) L'indomani IntraText CT - Lettura del testo |
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Finalmente la vecchia cassa era stata aperta. Da molto tempo Marta chiedeva a suo marito che cosa contenesse, ma egli non sapeva dirglielo. Ora, rovesciato il coperchio, apparvero alla rinfusa oggetti disparati: lembi di cortine, pezzi di frangia, un sacchetto di chiodi, due o tre libri, lettere, guanti usati e due spalline della guardia nazionale. Si capiva che tutta quella roba era stata gettata là a casaccio, per disfarsene, abbandonata ai topi, alle tignuole ed alla muffa. I libri erano: due volumi scompagnati di Walter Scott, una grammatica francese e una strenna, di quelle che usavano una volta, rilegate in cartoncino filettato d'oro, con la prefazione alla gentile lettrice e le vignette riparate dalla carta velina. Marta amava queste vecchie strenne; le aveva guardate da piccina, nelle sere invernali, aprendole prima adagio adagio, con precauzione, soffiando sulla carta velina per poterla voltare senza sciuparla e gettando dei piccoli gridi ammirativi ad ogni pagina illustrata. Più tardi vi aveva cercato le forme dell'amore nei sonetti romantici, nelle leggende delle castellane e dei paggi biondi, in certe frasi appassionate ed oscure. Diana di Poitiers le era comparsa innanzi così bella e poetica come Giulietta, come Desdemona, come Margherita. Al solo vedere una strenna le tornavano a memoria i versi che ella aveva imparati più volentieri di tutti gli altri, che l'avevano fatta piangere di tenerezza, quando aveva diciotto anni.
Oh! fanciulla, qual mesto contento Mi discenda nell'alma non sai. Se dischiudi l'angelico accento, Se mi fissi o mi stringi la man... Quel che sento d'esprimerti invan!
Quando a notte l'impero del cielo Si distende su tutto il creato, La tua cara sembianza m'appar, E il mio nome con giubilo ascolta,
Sorge allora più ardito il desìo, Più gagliardo nell'alma romita; E sul labbro, bell'angelo mio, Ah! se tutta trascorrer la vita,
Le sembrava ancora la più bella poesia del mondo, l'aveva recitata un giorno al dottorone, sperando di commoverlo, ma egli aveva risposto: Non creda ai poeti; essi cantano d'amore nello stesso modo che i becchini seppelliscono i morti, per professione. Nelle pagine della strenna c'era un foglietto, staccato, come si vedeva, da una lunga lettera. La carta era sottile, rasata; la calligrafia femminile, diceva; "mai, mai lo dimenticherò, mai! Esso è qui sulle mie labbra, più ancora che non sia nel mio cuore; perchè sulle labbra me lo hai messo tu e ribaciandole lo risento." Il rimanente era stracciato. Quel brano di lettera bruciava nelle mani di Marta. Quantunque non vi fosse un dato positivo, ella sapeva già a chi era stata diretta, e i pochi o molti anni trascorsi, non modificavano l'impressione violenta ch'ella provava leggendo le parole d'amore scritte da un'altra a suo marito. Un'altra! La stessa calligrafia minuta, ineguale, la stessa carta sottile leggermente azzurra, traversata da lineette dalle quali le parole saltellavano or sotto or sopra, quasi nervose e indomite, riappariva man mano che Marta toglieva gli oggetti dalla cassa; foglietti spiegazzati, strappati, tra le cui pieghe si annidavano gli insetti minuscoli che vivono di carta, su cui erano cadute delle macchie ignote dilatando l'inchiostro, gonfiando le parole; foglietti che avevano l'apparenza di lebbrosi, esalanti un odore stantìo di rose secche e di muffa. Qui - pensava Marta - qui è la giovinezza d'Alberto, i suoi entusiasmi, i suoi palpiti, i suoi ardori, i baci che io aspetto invano. Afferrava le lettere febbrilmente, volendo leggere subito, stentando a mettere insieme le pagine, impazientandosi per le frequenti lacune. Non pensò neppure un istante a portarle a suo marito; al contrario, chiuse l'uscio per non essere disturbata, e sedendosi sopra un mucchio di panni incominciò a fare lo spoglio per ordine, un ordine relativo perchè mancavano quasi tutte le date. La firma invece c'era intera: Elvira. Non fu più possibile neppure il dubbio sulla persona a cui erano indirizzate: fin dalla seconda lettera il nome d'Alberto era scritto e ripetuto con una compiacenza raffinata, con una calligrafia migliore, quasi che su quel nome la mano inquieta si fosse arrestata per prolungare la dolcezza di scriverlo. Un'altra lettera, più fresca, chiusa ancora nella sua busta, col suggello rotto, ma intelligibile negli arabeschi di un piccolo stemma; la carta sostenuta, perlacea, sparsa di stelline; la calligrafia di una eguaglianza perfetta: "Se tutto quello che mi avete detto è vero, se io sono ancora per voi la più adorabile delle donne, venite oggi alle cinque. Sarò sola." Nessuna firma. Dopo un movimento di dispetto, gettò questa lettera in un canto. Il suo interesse era per le prime, per quella Elvira appassionata che non nascondeva il suo nome, che lo ostentava invece nella franchezza prepotente del vero amore. Adagino, con pazienza, riusciva a metterle insieme, le mani frattanto le tremavano e la sua testa era in fiamme. Fu distratta un'altra volta da un bigliettaccio mal piegato, male scritto, con qualche errore di ortografia: "Ti ho aspettato in piazza e non sei venuto. Non vengo più." Questo le fece male. Il fatto di una donnaccia che dava del tu al suo Alberto, e che da lui era stata guardata, preferita, amata forse - e senza forse amata nel modo che amano gli uomini - questo fatto, che pure in genere conosceva, la ripiombava nelle sue amare riflessioni, nei suoi eterni dubbi. Come potrebbe egli intenderla, se ella non riusciva a intender lui? Messe l'una sopra l'altra, le lettere d'Elvira formavano un piccolo pacco. La prima, l'unica che avesse una mezza data, era questa:
I.
22 febbraio.
Gentile signore o amico mio? Amico mio è più dolce, il mio cuore lo suggerisce subito e la mia penna lo scrive ben volontieri. Ma è poi vero? Siete, sarete voi il mio amico per sempre? Sono così turbata, così commossa che non oso dirvi tutto quello che sento. Forse faccio male ad amarvi, ma Dio mi è testimonio che sono sincera e credo voi pure animato dagli stessi miei sentimenti. Ditemelo, ditemelo!
II.
Amico mio,
Sì, io vi chiamo amico mio; oramai non potrei più riprendermi questo cuore che è vostro, ma voi rispondete al mio affetto? La vostra lettera era fredda, e di uomo distratto... scusatemi, Alberto; caro Alberto, non vorrei recarvi dispiacere colle mie esigenze. Egli è che mi rende tanto felice il pensiero di essere amata da voi! La famiglia che mi tiene in pensione non fa altro che lodarvi; se sapeste come ne sono orgogliosa! Non potreste entrare in relazione con questi miei ospiti? Ci vedremmo allora più spesso... Lo so che non sono degna di voi, che meritate ben più dell'amore di una povera maestra, ma vi dò tutto quello che ho, tutto, tutto, o mio sogno!
Mancava il secondo foglio di questa lettera.
III.
Perchè non mi scrivete? Ho passato una notte agitatissima, senza chiuder occhio. Alle undici e mezzo vi ho sentito passare sotto le mie finestre insieme ai vostri amici; ridevate forte e, non so perchè, quelle risa mi scendevano sul cuore come colpi di martello. Pensate a me almeno? Scrivetemi subito una riga, una parola.
Ve ne scongiuro, subito, subito.
IV.
Impazzisco, Alberto! Non una parola durante otto giorni([6]) interi. So che siete in paese; vi ho visto ieri andando a messa; eravate lontano, vi ho riconosciuto egualmente, e voi non mi avete sentita? Ho passato questi otto giorni correndo dalla porta alla finestra, sempre nell'aspettativa([7]) di una vostra lettera, non vivendo d'altro! Forse siete in collera perchè non vi ho ancora dato l'appuntamento che mi chiedeste? Ma come fare? Se ci trovassimo per istrada lo saprebbero tutti e nei paesi sono così maldicenti! Perchè non venite a casa? Tuttavia ci penserò, ci penserò tanto che pure troverò il modo di poter stare insieme con voi almeno un istante.
Anche di questa lettera mancava la fine.
Mio Alberto,
Che gioia insperata! Vedervi, stringervi la mano, udirvi parlare, respirare l'aria stessa respirata da voi... oh! che bel giorno ieri! Lo ripenso continuamente, senza posa, intanto che lavoro, intanto che faccio scuola, intanto che mangio o che parlo o che taccio, che passeggio o che dormo, sopratutto quando dormo perchè il mio sonno non è che un lungo colloquio con voi. Non chiamatemi più esagerata perchè mi fa dispiacere. Vi amo come sento, ma vi amo sinceramente, con slancio, senza restrizioni. Voi non mi avete promesso nulla ed io nulla attendo e nulla vi chiedo se non questo: lasciate che vi ami! Ho fede che il mio amore scuoterà la freddezza dell'animo vostro. Io per voi mi sento il coraggio di affrontare qualunque ostacolo; mostratemi una meta e mi divida pure da essa tempo, persone o destino, io moverò a quella contro tutto e contro tutti, per voi! Alberto, prendete queste due piccole violette che ho legate insieme con uno de' miei capelli, che ho baciate, che ho tenute sul mio cuore e che vi mando perchè le mettiate sul vostro; così come vorrebbe esserci la vostra, tutta vostra
Le due violette si trovavano ancora in mezzo al foglio, fermate con un piccolo taglio nella carta. Il capello non c'era più. Non sapendo precisamente dove collocare il frammento che incominciava con le parole "mai, non lo dimenticherò mai!", Marta lo pose subito dopo questa lettera, argomentando per il tono più intimo delle seguenti che gli amanti dovevano essersi avvicinati.
VI.
Mia vita,
Non ho che te! Non penso ad altro, non voglio niente altro. Tu dici che non puoi ammogliarti ora, che m'importa? Sfido le ipocrisie del mondo, voglio il tuo amore, non il tuo nome, non la tua casa, non i tuoi beni, non la pace e la salvaguardia che mi verrebbero da te, ma te solo, te, te, te! Aspetto tue lettere con la sete di Agar nel deserto. Mille e mille baci.
VII.
Credevo di non avere più lagrime, ma soltanto nello scrivere il tuo nome adorato esse mi sgorgano profondamente dal cuore, dal midollo delle ossa. Non so bene da dove vengano, ma con esse tutto il mio corpo si sfibra; e mi pare che non acqua, ma sangue cada da' miei poveri occhi. Tu non lo credi, nevvero? Oh! se lo credessi, non potresti lasciarmi in queste angustie! Amor mio, vita mia, sei pur buono, e perchè mi fai tanto soffrire? Quando penso che sono stata nelle tue braccia, che il mio cuore ha palpitato sovra il tuo, che le nostre labbra si unirono, che per un istante l'universo e Dio non esistettero più per noi, per me... mi domando se vivo ancora, o Alberto! Come le mie braccia sono vuote! E come fredde le mie labbra! Oh se potessi morire...
Elvira tua.
In margine a questa lettera, scritto a matita, c'era un conticino da trattoria.
VIII.
(Frammento).
..... eternamente tua. Hai ricevuto la fotografia? Aspettai inutilmente un tuo bigliettino. Nel momento di mandartela non potei scrivervi altro che il nome, in fretta, fra una piega dell'abito; cercalo. Ma non mi basta il nome; scrivo qui le parole che desideravo unire alla fotografia; ritagliale e con un po' di gomma falle aderire al cartoncino da tergo.
Al mio unico amore Alberto Oriani Dò tutta me stessa in questo ritratto.
Al tuo ritratto ho fatto un sacchettino di seta, vi ho unito il garofano rosso che mi hai dato la prima volta che ci siamo visti e porto questo con me, su di me
Marta aveva cercato, avidamente, il ritratto di Elvira. Non era insieme alle lettere, come non era unito alle ardenti parole della dedica; nè altro chiudeva la cassa che potesse avere rapporti con Elvira. Lesse ancora e rilesse le lettere ben due o tre volte torturandosi con tutte quelle frasi d'amore, sentendo una stretta al cuore per ogni bacio che Elvira aveva dato ad Alberto, oppressa dalla disperata convinzione che per quanto ella facesse o dicesse, non avrebbe potuto cancellare dalla mente di suo marito quei ricordi. E con altri ricordi era possibile l'amore pieno, illimitato come se lo era immaginato lei? Se i suoi baci succedevano ad altri baci, se non poteva trovare nuove carezze, se le parole che ella credeva di avere per lui non erano che una ripetizione di cento e cento altre dette prima, che cosa era ella dunque se non l'ultima arrivata, la grama viaggiatrice che trova tutti i posti presi? E accanto a queste riflessioni un'altra ne sorgeva, più profonda, che avrebbe potuto superficialmente consolarla, ma che invece aggiungeva amarezza ad amarezza. Era questa la persuasione che Alberto non aveva corrisposto all'amore di Elvira. Tutto lo diceva; i dolci lamenti di lei per la sua freddezza, le rare risposte, i fiori dimenticati, quella dedica appassionata che egli non si era menomamente curato di aggiungere al ritratto, e la taccia di esagerata, nella quale parola Marta rivedeva Alberto tutto intero. Egli non aveva amata neppure Elvira; non ricordava nulla, non aveva capito nulla. E se l'amore delirante di Elvira non lo aveva infiammato, bisognava proprio credere che egli fosse, al pari della salamandra, insensibile a qualunque fiamma. Non era dunque per esaurimento di passione che mostravasi nemico dei trasporti amorosi; non si trattava di guarire una malattia, nè di ravvivare un sentimento; ella si trovava davanti ad un nulla assoluto. Ma questo nulla, percettibile alla sua analisi sottile, sfuggiva nella sintesi che ogni onesta persona avrebbe potuto fare di Alberto. Egli aveva tutto ciò che gli uomini credono sufficiente per una donna, e che molte donne credono del pari; aveva di più la franchezza del suo carattere e l'onestà de' suoi principii. Egli amava Marta nel solo modo che gli era possibile di amare. Poteva ella lagnarsene? No, no, sarebbe stata una vile ed ingrata([8]) creatura. Piangeva, tenendo ancora fra le mani le lettere di Elvira, dilaniata dalla tristezza, sentendo il freddo di quelle ceneri morte, sentendo, insieme alla sua, l'angoscia che saliva da tutte quelle illusioni distrutte, da quell'irrimediabile passato. Una cappa di piombo le sembrava caduta sulle spalle, fugando i sogni, le mobili fantasie della giovinezza. Si sentiva vecchia di tutti gli anni di Alberto, di tutto ciò che egli aveva visto, provato, di quegli amori che egli aveva attraversato sfiorandoli, di quelle lagrime inconsapevoli che aveva fatto spargere; e non provava ira nè invidia; solo una grande, infinita stanchezza, come di ali spezzate.
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