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Alberto era uscito per
la solita visita ai poderi e non sarebbe rientrato che all'ora del desinare,
verso le cinque. Come avrebbe fatto Marta a deludere la smania che la divorava?
Decisa prima a tacere,
dovette poi venire ad una transazione col proprio orgoglio; parlerebbe, ma
parlerebbe per sorpresa, volendo impadronirsi degli intimi pensieri di suo marito,
giocando con abilità la carta che il destino le aveva posta tra le mani.
Intanto si era ricordata
di un certo panierino dove stavano ammucchiate fotografie d'ogni specie; andò a
prenderlo e vuotate le fotografie sul tavolino, incominciò ad esaminarle
minutamente, procedendo nella eliminazione di tutti gli uomini e di un can
barbone riprodotto con solennità nel bel mezzo di una poltrona.
Scartò poi frettolosa
una caterva di vecchie zie, di avole, di bisavole, di bambini ritratti nelle
braccia della nutrice, di bambinette raggruppate, finchè ridusse le fotografie
ad una dozzina o poco più di donne passabili.
E ancora occorreva molta
immaginazione per raffigurarsi capaci di una seduzione qualsiasi quelle figure
sbiadite su fondo rossiccio, vecchie come soltanto diventan vecchie le
fotografie nel loro spietato realismo; capelli piatti, oppure rialzati nella
forma precisa di polpette ripiene: occhi truci, terribili, o imbambolati nella
preoccupazione della posa; in generale faccie musone. E gli abiti? Maniche
larghe, a prosciutto, a zoccolo, a campana, alla contadina; vite angolose, falpalà
arzigogolati, bottoni fuor del vero.
Che mostri! - pensava
Marta - e probabilmente fra dieci o quindici anni si dirà lo stesso di me.
Cercava minutamente,
guardando in ogni piega delle vesti per scoprire il nome di Elvira. Credette di
averla trovata in una giovane donna, appoggiata languidamente al tronco di una
colonna, con l'indice della mano destra affondato nella guancia, la mano
sinistra ricadente lungo l'abito; il nome di Elvira però non c'era in nessun
posto. Allora fu assalita dal dubbio che Alberto conservasse quel ritratto in
qualche luogo riposto, nel suo scrigno, in un santuario gelosamente nascosto,
forse sul suo cuore. Divampò. Certo, quello non era un amore dei soliti; Elvira
non si poteva confondere con Giuditta; egli ancorchè più freddamente, doveva
però aver amata quella fanciulla e conservato di lei una memoria indelebile.
Crucciandosi per questo
sospetto, non ricordava più di essersi crucciata prima per l'impossibilità che
Alberto avesse potuto corrispondere all'amore di Elvira. Maneggiava una lama a
due tagli; da qualunque parte la girasse si tagliava.
Appollonia, vedendo la
sua signora passeggiare smaniosamente per le stanze, le domandò se si sentisse
male.
Aveva l'inferno nel
cuore. Fino a qual punto si erano amati? Fino a quale? Era riuscita Elvira ad
animare la statua? Si era data a lui con quello ardore che traspariva dalle sue
lettere?
E poi? E dov'era adesso?
L'inazione
dell'aspettativa le riesciva insopportabile.
Prese l'ombrellino e
s'avviò per i campi, incontro a suo marito. Anche Elvira doveva aver percorso
qualche volta quei sentieri, pensando a lui, confidando all'aria e al cielo i
suoi sospiri appassionati; e che ne era rimasto? Dove va a finire l'amore, e
perchè finisce? La fine è la morte, ma la peggior morte è quella che si sente.
Oh! l'orribile
tristezza!
Smaniava di vedere
Alberto, di toccarlo, di persuadersi che era suo, che non le sarebbe sfuggito
mai; e voleva dirgli che lo amava, che lo amava come Elvira, più di Elvira.
Piangeva, facendo
rotolare i sassi cacciati dalla punta dell'ombrellino, divorando la via.
A un tratto le si parò
davanti il dottorone, tenendo tutto il sentiero con la persona alta e grossa,
con la tuba voluminosa, l'unica tuba che si vedesse in paese.
Declamava versi, ma incontrando Marta si fermò. La giovine sposa lo
interessava, non aveva mai tralasciato occasione di mostrarsele amico.
- Dove va? - le chiese
senza complimenti.
- Vado incontro ad
Alberto.
- Da questa parte?
- Non è di qui?
- No davvero. Ci
arriverebbe ugualmente poichè tutte le strade conducono a Roma, ma forse non
incontrerebbe per quest'oggi suo marito. Se permette, la metto io sulla dritta
via.
Marta nell'imbarazzo aperse
l'ombrellino per nascondere un po' la faccia, intanto che si ricomponeva.
- Settembre è il più bel
mese dell'anno - soggiunse il dottorone, seguendo il corso de' suoi pensieri -
i poeti dicono l'aprile, ma non è vero. In aprile piove troppo, i campi non
hanno spighe, nè gli alberi frutti, le viti sono sfrondate, il sole non scalda,
nevica qualche volta! Maggio è un po' meglio; abbiamo le fragole se non altro.
Giugno glielo raccomando; tutto fiorisce, tutto sorge da terra, i campi sono
uno splendore, i piselli e i fagiuolini si vendono a buon mercato. Tiriamo un
velo sul luglio e l'agosto, è la sola cosa che si possa fare in un tempo in cui
ci si leverebbe perfino la camicia...
- Lei conosce - interruppe
Marta approfittando della pausa - la maestra del paese?
- Quella gobbina? Sì.
- Sta qui da molti anni?
- Sette od otto, non
saprei.
- E la maestra
precedente?
- Conobbi anche quella.
- Si chiamava Elvira?
- Ma!... Elvira, come?
- La parentela la
ignoro. Era giovane?
- Abbastanza.
- Bella?
- Una morettina, sa, di
quelle morettine con gli occhi neri e coi denti bianchi, delle quali non si può
mai dire che sieno assolutamente belle nè assolutamente brutte.
- L'ha conosciuta molto?
- Oh! dir molto sarebbe
troppo. Le ho parlato una volta o due. Era simpatica.
- Perchè è andata via?
- Chi lo sa!
Probabilmente le avranno cambiato destinazione.
- Non si può dunque
rammentare se si chiamava Elvira?
- Proprio non lo
rammento.
Marta avendo chiuso
l'ombrellino, tornò a far rotolare i sassi in silenzio.
- Settembre - continuò
il dottorone - ecco il trionfo dell'anno! È il mese in cui si riempiono le
cantine e si provvede di selvaggina la tavola; le aie si spogliano del loro bel
tappeto giallo per colmare i granai, la terra si riposa nella maestà tranquilla
di una madre che contempla i suoi nati. E veda, veda che cielo limpido, senza
nubi! Che splendore di vegetazione! Settembre - soggiunse dopo una pausa - è
forse anche la migliore stagione della vita. Non lo crede?
Marta, distratta,
rispose con una esclamazione insignificante.
- Io ne sono convinto.
La giovinezza è troppo acerba, la virilità troppo burrascosa.
Rialzò con una specie
d'orgoglio la testa brizzolata, da un lato della quale la tuba stava in
bilico per un miracolo d'equilibrio; i suoi occhi intelligenti scintillarono e
le sue narici sensuali respirarono l'aria fortemente.
- Le piante - disse
Marta - sono più fortunate di noi.
Egli non sapeva a che
cosa alludesse Marta; rispose a caso:
- Anche per esse c'è la
grandine e l'accetta.
Tacquero poi, obbedendo
entrambi alla tirannia dei propri pensieri, subendo l'influenza di quel dolce
pomeriggio d'autunno.
Camminavano lesti,
leggeri, aspirando il profumo dei prati, nella tranquilla ascoltazione delle
cingallegre che volavano d'albero in albero; l'occhio vagante, il pensiero
alato.
Egli si fermò di botto.
- Che cosa guarda? -
domandò Marta dopo di aver aspettato qualche istante.
- Coraggiosa bestiola!
Questa esclamazione non
essendo una risposta, Marta si pose anch'ella a guardare.
Tra due rami d'acacia un
ragno aveva gettato i suoi fili dall'alto al basso, regolarmente, per
accingersi poi a lavorare in tondo la tela; un bruco cadendo da un ramo
superiore, gli aveva rotto uno dei fili, ed esso stava rimettendolo da capo.
- Non è coraggio questo?
Marta sorrise.
- Ma non basta. Aspetti
un momento, tanto che esso abbia attaccato il filo. Benone! Or ecco un colpo
della sorte.
Diede un buffetto,
coll'indice e il pollice, al nuovo filo.
- Cattivo! - fece Marta.
- Guardi, guardi -
esclamò il dottorone entusiasmato - esso torna a zampettare, bravo! Bravo, ti
dico. E così vita natural durante, sa? Questa bestiola non si avvilisce mai;
rotto un filo ne getta un altro; il secondo si spezza, viene il terzo. Avanti,
sempre avanti! È il suo motto gentilizio. Osservi come è già salito; è
all'apice. Paf!
- Oh! crudele - gridò
Marta nel vedere che aveva strappato ancora il tenue filo - perfido uomo!
Egli la scrutò in fondo
agli occhi che ella chinò subito, turbata.
- Le chiedo scusa; ho
voluto mostrarle fino a qual punto si può essere coraggiosi.
Il ragno rifaceva la
tela, salendo, salendo, intanto che Marta lo guardava non senza sorvegliare il
suo brutale compagno.
Ma egli disse con
semplicità:
- Andiamo a trovare
Alberto. - Ed ella subito si mosse in silenzio.
Lo incontrarono non
molto lontano. Se ne veniva lemme, lemme, con la sua bella fisionomia aperta,
serena, il passo regolare d'uomo senza fastidi.
Ritornarono insieme tutti
e tre fino al paese, fino alla porta dei due coniugi, dove il dottorone si
accommiatò.
Marta pensava che
Alberto era finalmente nelle sue mani, e se lo divorava con gli occhi, mentre
egli appendeva tranquillamente il cappello.
Visto così, di dietro, la
sua nuca aveva una seduzione particolare, colle orecchie morbide bene
attaccate, i muscoli solidi; la guancia offriva per tre quarti una linea
pastosa, appena adombrata dalla lanuggine, che attirava i baci.
- Ho appetito, e tu? -
diss'egli sedendosi alla mensa apparecchiata.
- Ma si, discretamente.
- Appollonia è riuscita
a trovare queste benedette quaglie?
- Oggi no, vi saranno
per domani.
Marta aveva le lettere
in tasca; le levò e andò a riporle nel tavolino da lavoro; poi sedette accanto
al marito, calma in apparenza, ma coll'occhio fisso, la mente inquieta.
- La signora Merelli ha
avuto una bambina stanotte.
- Sì?
- Potrai andare domani o
dopo a farle una visita.
- Ci anderò.
- Pare che stia
benissimo.
Dopo una lunga pausa,
intanto che Alberto versava da bere ella chiese:
- Se io avessi una
bambina come la chiameresti?
- Come vorresti tu.
- Ma però?
- Il nome di mia madre,
per esempio, o della tua.
- Questo è meglio
certamente; tuttavia vi sono persone che preferiscono nomi di fantasia: Ida, Olimpia,
Elvira... Ti piace Elvira?
- Nè più, nè meno degli
altri; dò poca importanza al nome. Non mi sono mai informato come ti chiamavi
tu, lo seppi da te stessa.
Marta lo osservava
attentamente, mentre un tremito l'agitava tutta, sperando che egli almeno si
accorgesse della di lei inquietudine e glie ne chiedesse il motivo. Si era già
preparata. Se le domandava: Ti senti male? la risposta doveva essere press'a
poco così: Sì, di un male che tu solo puoi guarire, ecc., ecc. Ma nulla di
tutto questo.
Alberto mangiava, e,
solamente, vedendo il piatto di Marta quasi sempre vuoto, la esortò a mangiare
anche lei. Sulla fine del desinare domandò:
- Tua madre non ha
ancora scritto?
- No.
- Se tarderà molto a
venire, sopravverrà il freddo.
Ella avrebbe potuto
svelare le ragioni del ritardo, entrare nei particolari di un contratempo
abbastanza buffo, ma ciò l'avrebbe portata lontana dalle sue preoccupazioni e
non si sentiva la forza di fingere, nè di frenarsi. Preferì restare muta,
bucherellando con lo stuzzicadenti la tovaglia.
Alberto disse ancora:
- Quando viene le puoi
allestire la camera in fondo al corridoio; vi starà meglio che altrove, è bene
esposta e molto allegra.
L'evocazione di sua
madre commosse Marta nell'intimo dell'anima; il ricordo di tante tenerezze
perdute le fece gruppo alla gola, per cui si alzò e fece due o tre giri nella
stanza. Passando accanto al tavolino da lavoro aperse rapidamente il tiretto,
ne tolse le lettere e buttandole davanti a suo marito:
- Vedi che cosa ho
trovato oggi nella cassa, la cassa vecchia su in soffitta!
Alberto guardò le
lettere, prima con indifferenza, poi con sorpresa, infine leggendone una
esclamò:
- Ma da qual parte sono
venute fuori?
- Te l'ho detto; erano
nella cassa.
- Sole?
- Oh! con della frangia,
delle cortine usate, dei chiodi...
- To, to, to!
- Non sapevi che erano
là?
- Neppur per sogno.
- Ti dispiace che le
abbia lette?
- Figurati! Acqua
passata non macina più.
Respinse le lettere
dolcemente, come dolcemente faceva tutto, disposto a parlar d'altro.
Marta ebbe un'audacia
insolita; andò a sedersi sopra i suoi ginocchi e cingendogli il collo gli
mormorò con la bocca contro l'orecchio:
- L'hai amata molto?
Egli ebbe un momento di
imbarazzo; la situazione richiedeva uno di quegli slanci ai quali il suo temperamento
era refrattario; un solo bacio, ma ardente, sarebbe bastato. Alberto invece
provò un movimento di stizza verso Marta che gli faceva subire questa
seccatura.
- Che c'entrano adesso
tali cose?
- Sono gelosa del tuo
passato, lo sai - disse Marta senza staccarsi da lui, sprofondata nel tepore
del suo collo, che succhiava con piccoli baci spessi.
Alberto si sciolse
adagino dalle braccia di sua moglie replicando:
- E che ci posso fare
io?
Era una risposta ad uso Appollonia,
una di quelle osservazioni fredde, piene di buon senso, che non lasciano nessun
posto per le soavi bugie del sentimento. Eppure Marta, nel caso suo, avrebbe
trovato, senza mentire, un'altra parola...
Si tolse dai ginocchi di
suo marito e si pose sulla sedia, mettendosi davanti le lettere.
- È morta? - domandò a
un tratto.
- Non credo, ma da
quando lasciò il paese non ne seppi più nulla.
- Tu non le avevi
promesso di sposarla?
- Mai.
Marta fu ripresa da uno
dei suoi slanci:
- Dimmi il vero, Alberto,
dimmelo! Io ci capisco così poco in questi vostri amori d'uomo...
- Che devo dirti?
Ella si accorse che
formulare con una frase il suo pensiero non era tanto facile; balbettò:
- Se l'hai amata
molto... molto... e che ella pure...
- Non so se m'abbia amato
molto molto.
Marta interruppe:
- Come dubitarne con
queste lettere?
- Oh! le lettere -
esclamò Alberto ridendo - è l'amore di voi altre donne, frasi! Per parte mia mi
piaceva.
- Niente di più?
- È quanto basta, credo,
per fare all'amore con una ragazza. Ella poi si esaltava, immaginando una
passione romanzesca, rapimenti, fughe, veleno. Sarei stato molto sfortunato
sposandola.
Marta tacque un po', e
poi:
- Era bella?
- Simpatica.
- Bionda o nera?
- Nera.
- Alta?
- Così così.
Altro silenzio.
- Grassa?
- Oh!... non so, non
ricordo, non mi pare.
- Aveva le mani piccole?
- Ma è un passaporto
quello che mi chiedi. Parola d'onore, ci pensi più tu in cinque minuti di
quello che ci abbia pensato io durante un anno intero.
- Ciò vuol dire che non
l'amavi come ti amava lei!
- Può darsi, e allora
consolati, brucia questi scartafacci alla buon'ora. Tanto il passato non si
cancella, nè si rinnuova.
Era appunto ciò che
pensava Marta, ma senza trovarvi nessuna consolazione. Che Alberto avesse amato
Elvira molto, poco o niente affatto, restava per lei il fatto di quella
corrispondenza infuocata che parlava pure di baci dati e ricevuti. Se dati per
amore, perchè dimenticati? Se dati senza, perchè dati?
Stracciava i foglietti
lentamente sotto la tavola, ascoltando il piccolo rumore che facevano, divisa
tra i rimorsi che le suscitava una eccessiva delicatezza e il piacere
materiale, indegno di lei, di quel meschino trionfo; ma la vinceva il piacere.
Quando i pezzettini
delle lettere non furono più suddivisibili, ella riunì le pieghe della gonna,
tenendoveli come dentro a un sacco e si levò in piedi.
Diede uno sguardo ad
Alberto, il quale aveva infilato la punta di un sigaro in uno stecchino, lo
stecchino nel tappo di una bottiglia, mantenendo il sigaro trasversale, ed
accostata una candela all'altra estremità del sigaro, assisteva alla
combustione attentamente, con le mani in tasca. Pensò: gli farò dono di un
accendisigari. E cedendo alla tenerezza egoistica del suo affetto di moglie,
Marta appoggiò, passando, le labbra sul collo di Alberto.
Poi corse leggera in
cucina, dove, scostando Appollonia dal camino, rovesciò sul fuoco i frammenti
di carta che teneva nella gonnella.
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