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Anna Radius Zuccari (alias Neera)
L'indomani

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Simpatico il volto un po' lunghetto, di un pallore bianco, che si accendeva talvolta fino all'incarnato di una fiamma velata, non più in in . Intorno, sulla fronte quasi rettangolare, dietro le orecchie, giù molto abbasso nella nuca, una cornice di capelli castagni, bruni in massa, ma luminosi, accendentisi qua e con striscie seriche, con picchiettature d'oro brunito, spartiti modestamente nel mezzo e appuntati con due spilloni d'argento. Gli occhi tranquilli, di un colore indeciso, francamente aperti e sereni guardavano dritto, a guisa di dardo scoccato; ed era il loro sguardo tutta una dolcezza, una dolcezza invadente che assorbiva l'attenzione e la sviava dalla irregolarità dei lineamenti. Il mento stesso, senza carattere, di un disegno sbagliato, scompariva nella luce generale di quel volto a cui la bocca, raramente sorridente ed anche nel sorriso mesta, dava una speciale espressione di bellezza concentrata. Sotto il collo elegante e fiero, le spalle non sembravano interamente sviluppate e la delicatezza del seno che segnava ma non accentuava la femminilità, le dava una vaga somiglianza colle statue classiche di Ebe giovinetta. Piccola la mano, dove le vene si gonfiavano facilmente, dove, sotto l'epidermide fina, si sentivano trasalire i muscoli.

Vestiva un abito di una mezza tinta, che ricordava un po' la peluria delle tortore, un po' quel pulviscolo dorato che copre gli alberi in autunno; e terminava ad ogni lembo, al giro del collo, all'apertura delle maniche, con una striscia di pallido rosa.

La signora Oriani si trova in uno de' suoi giorni belli - pensò il dottorone, dopo aver dato una occhiata ingiro e fermatala con compiacenza sul volto di Marta, che gli sedeva proprio dirimpetto. - Non è certamente una bella donna, ma è di quelle che hanno la possibilità di diventarlo a un dato momento; è la donna che si trasforma, la donna per eccellenza.

Marta si accorgeva forse dell'effetto prodotto, perchè un raggio più vivo brillò ne' suoi occhi, che rivolse ad Alberto, come per metterlo a parte del suo trionfo e fargliene omaggio.

 

Sedevano al pranzo di nozze dato da Toniolo per presentare la sua sposa. C'erano tutti; gli Oriani, i Merelli, il sindaco, il dottorone, il vero dottore che per solito non frequentava la compagnia, ma che in quella circostanza non aveva voluto mancare. Lo si era detto anche ai Gavazzini, ma inutilmente; essi non si mostravano mai in pubblico.

Erano venute da un paese vicino le sorelle di Toniolo, l'una maritata, l'altra no; due false bionde incipriate, cui era rimasta la farina sugli zigomi, goffe civettuole da villaggio; e con esse un paio di cugini incaricati di far loro il cascamorto; più il marito, uomo denso e pacifico.

Il pranzo, cui aveva presieduto il dottorone in qualità di cuoco consulente, si annunciava squisito con una specie di cappelletti fatti in casa, mescendo pane grattugiato, cacio, salsiccia e uova; cotti poi rari nantes in gurgite vasto nel socculento brodo di due capponi maritati per a un pezzo di manzo vero lombardo.

- Signori - disse il dottorone appendendosi il tovagliolo sotto il mento - vi invito al maggiore raccoglimento, ad una concentrazione religiosa davanti a questa tavola imbandita con ogni ben di Dio. Mangiate, o signori; la mensa è l'unico vero.

Toniolo, a capo tavola, sorrise, volgendo i begli occhi di velluto alla timida sposina che non osava contraccambiargli l'occhiata.

Il vocione di Merelli tuonò, attraverso i cucchiai rumoreggianti:

- Per un pranzo di nozze avresti potuto dire qualcos'altro.

- Oh! - fece il dottorone col naso nella scodella - non incominciamo troppo presto.

Le due sorelle incipriate abbozzarono un mezzo sorriso, indecise tra il fare la furba e il fare la ingenua. Avevano tutte e due un nastro celeste nei capelli e dei braccialetti di similoro; mangiavano smorfiosamente, avvicinando alla bocca la punta del coltello, lasciando sempre qualche cosa sul piatto, accomodandosi ad ogni istante il busto e la cintura.

La maggiore, quella maritata, sedeva vicino ad Alberto, che conosceva fin dall'infanzia. Quantunque non si vedessero più da parecchi anni, gli parlava con molta animazione, e non avendo nessun altro da conquistare, per il momento, sfoggiava con Alberto tutte le sue risorse, prendendosi una famigliarità di amica d'infanzia, con una certa irrequietezza nei ginocchi che faceva fremere Marta dall'altro capo dalla tavola.

Marta oramai tenevasi sicura della fedeltà di suo marito, ma ne era gelosa sempre; sarebbe stata gelosa di una vecchia, di un bambino, così come era gelosa de' suoi amici e di tutto ciò che egli amava.

Non aveva la sicurezza audace di colei che ha visto un uomo delirare a' suoi piedi, quella sicurezza che mette un raggio intorno alla fronte, per la gioia del dominio, per l'ebbrezza dei sensi soddisfatti, e quel corteggio di memorie che avvolge come in una nuvola, che solleva al di sopra dei mortali, per cui tutto in lei, incesso, parola, sguardo, rivela la donna amata, la trionfatrice. No. Marta si sentiva debole, mal sicura, diffidava di se stessa, provava l'avvilimento di un soldato che dopo essersi preparato ad una rude battaglia trova il campo libero e il nemico che dorme sotto la bandiera bianca spiegata.

In questo stato d'animo, ogni piccola cosa la irritava, le dava ombra; trovandosi malcontenta non era più nemmeno gentile; non compativa e non tollerava più nulla.

Una sorda antipatia le sorgeva in petto per la sorella di Toniolo, vedendo ch'ella osava servirsi del pane di Alberto, toccarlo sul braccio, parlargli così vicino col volto che i loro capelli quasi si confondevano; e chiamarlo ad ogni momento: "Oriani! Dica Oriani! Non è vero Oriani?"

Aveva una vocetta stridula e volgare, voce da pettegola, a cui ella dava certe inflessioni pretenziose, false come l'oro de' suoi braccialetti e come il biondo della sua zazzera.

Evocarono dei ricordi d'infanzia: "Rammenta quella sera della luminaria? E quando si improvvisò un ballo in farmacia? E quando ella gli aveva cucito l'abito, per ischerzo?" Alberto rideva, eccitato, di buon umore; nella pienezza della sua salute inalterabile, nella felicità del suo cervello tutto al momento presente, senza dubbi, senza curiosità ne per il passato, per l'avvenire.

Invece la mente inquieta di Marta continuava a struggersi. Prima di uscir di casa ella aveva baciato Alberto al suo posto prediletto, dietro l'orecchio, facendogli promettere che a tavola, quando ella lo avrebbe guardato, ricorderebbe quel bacio e sarebbe come se ne ricevesse un altro. Ma Alberto la guardava smemorato, si capiva, attratto dalle ciarle della sua vicina, messo in vena allegra dall'ottimo vino, dal pranzo squisito. E di mano in mano che a suo marito cresceva il buon umore, cresceva a lei la tristezza.

Si domandava se quelle erano le gioie della vita; mangiare, bere, discorrere con degli indifferenti, sorridere a delle sciocchezze, divertirsi a delle puerilità.

Già le allusioni più o meno velate correvano or all'uno or all'altro dei due sposi, facendo arrossire la novizia e piombando Toniolo in una vanitosa beatitudine. Merelli sfondava una parete ad ogni parola che gli usciva di bocca. Il dottorone, intento ai piatti, andava dicendo inutilmente: "È troppo presto, è troppo presto." Il diapason scottante continuava a salire con un crescendo meraviglioso.

Una specie di nebbia avvolgeva la mensa, evaporazione delle vivande, dei doppieri accesi, fiato, sudore, odor di vino e di pasticcio caldo, con una sottile venatura di muschio che partiva dalle due sorelle di Toniolo. Le faccie dei commensali, rubiconde, si confondevano colle piramidi di mele, tagliate a mezzo dalle bottiglie, spostate dall'animazione crescente che faceva muovere i più giovani dalle loro sedie, ritornarvi, ripartirne ancora. La sorella nubile di Toniolo aveva sbucciata una melagrana e girava attorno, offrendola sulla mano, con attitudine civettuola e provocatrice.

Marta vedeva tutto ciò nella impassibilità letargica di un sogno, trovandosi sempre più isolata e più triste. Le venivano in mente cose tragiche: la morte di suo padre, un fanciullo ch'ella aveva visto cadere da una finestra, le crociere degli ospedali, i manicomi; e poi un dolore al cuore ch'ella aveva provato, da giovinetta, e che avrebbe potuto essere vizio cardiaco incurabile. Guardava Alberto con una passione, con uno struggimento di tutto il suo essere che le affilava il volto, che le toglieva qualsiasi altra sensazione. Ad un tratto, in mezzo al vociare generale, colse a volo questa parola "Elvira" che la vicina di suo marito aveva pronunciata con malizia, nascondendosi dietro il ventaglio.

Per cinque minuti buoni, l'incrociarsi dei piatti e dei bicchieri, gli evviva tumultuosi, le impedirono di vedere Alberto; ma quando il di lui viso apparve accanto a quello della bionda incipriata, l'argomento doveva essere cambiato, ed era evidente che si facevano dei complimenti reciproci sulla precedenza nell'assaggiare dell'uva di Corinto.

Marta pensava che sul cavalletto di tortura si può almeno gridare. Al contrario ella doveva stare composta, con un certo qual sorriso di partecipazione alla gioia degli altri e rispondere, tratto tratto, alle parole che per cortesia le rivolgeva il suo cavaliere di destra, e mettere pure in bocca qualche cosa e fingere di bere.

Dal suo cuore gonfio si sprigionavano delle lagrime che ella sentiva affacciarsi alle palpebre. Era così persuasa di essere brutta, sciocca, incapace di farsi amare, che avrebbe in quel momento desiderato di morire; senonchè un amaro rimpianto, il desiderio insoddisfatto delle ebbrezze terrene, la trascinava violentemente verso suo marito, il solo a cui poteva, a cui voleva chiederle; e in questa tenzone odiava tutto il mondo e se stessa.

Pare impossibile - pensò il dottorone riposando le mascelle e le mani, coll'occhio lucido, il torace prominente - come quella donna cambia ad un tratto. Non si direbbe più lei.

Un momento dopo mettendosele vicino, ancora col tovagliolo al mento ma con un raggio diverso nelle pupille, quasi il suo cervello staccandosi improvvisamente dal corpo volasse in regioni eteree, le disse:

- Che follia festeggiare le nozze con inviti e brindisi! È la stessa follia che fa dipingere l'amore rubicondo, paffuto, intento a ridere e a trastullarsi, mentre si dovrebbe cercare l'amore nello scheletro più distrutto della danza macabra; uno che non abbia più nemmeno le occhiaie per tenervi le lagrime, e il petto squarciato da cima a fondo. Così vorrei dipingere l'amore!

- Sì, sì - fece Marta senza comprendere, solo perchè quelle parole tristi rispondevano alla sua tristezza.

Al caffè si ruppero le file. Alberto, sempre gentile, venne a chiedere a sua moglie se avesse pranzato bene.

- È fortunata - disse la signora Merelli mettendosi al fianco di Marta. - Io, nel suo stato, mi sentirei orribilmente; tolta quest'ultima gravidanza, che è andata un po' meglio, tutte male, tutte male!

- Mia moglie non vuol sentir parlare del suo stato, - soggiunse Alberto sorridendo - non ci è ancora avvezza. Lei porrebbe darle qualche lezione, signora Merelli!

- Buon Dio! - esclamò la prolifica signora giungendo le mani. - Sono uscita ieri di puerperio. Ma lei sta proprio bene, carina, nevvero che sta bene? Nausee, al mattino, non ne ha?

- Un poco, quasi nulla, - rispose Marta, seguendo collo sguardo suo marito che si allontanava.

- Sarà un maschio allora. E bruciori di stomaco?

- No.

- Segno che non avrà capelli.

- Non avrà capelli?

- Nascendo, s'intende. De' miei figli, solo la Pina e l'Adelina erano calve; gli altri vennero al mondo pelosi come Esaù. Ma che bruciori di stomaco, le dico!... Del resto è fortunata in tutto; non si accorge nemmeno... parola d'onore; sembra una bimba.

Alberto si era appoggiato al caminetto insieme a' suoi amici. Avevano accesi gli sigari e nel benessere sensuale della digestione la loro affettività d'uomo esplodeva con gesti vivaci, con romorosi scoppi di voce e colpi di mano. Lucide le facce, gli occhi scintillanti, essi discorrevano fra loro in un gergo speciale, a sottintesi, urtandosi coi gomiti. Alberto, il più educato, si poneva davanti a Merelli quando parlava, per impedire che le di lui parole giungessero all'orecchio delle signore; Toniolo invece vi si crogiolava, nella voluttà egoistica di un gattino che fa le fusa.

- Sibarita! - mormorò il dottorone - si prepara lo stomaco cogli stimolanti.

La sposina intanto, circondata dalle donne, si lasciava ammirare ed invidiare, facendo girare gli anelli sulle dita, più stordita che contenta, rispondendo a monosillabi.

 

- Che bel matrimonio nevvero?

Marta si voltò. La bionda incipriata le stava alle spalle, col suo fare lezioso, di protezione.

- Bellissimo - rispose Marta.

- Anche lei è sposa da poco tempo nevvero?

- Sei mesi.

- Io conosco molto suo marito; siamo cresciuti insieme. È un simpatico giovane!

Obbedendo alle leggi naturali, Marta le avrebbe dato uno schiaffo; ma frenandosi e dominandosi, riuscì ad abbozzare un sorriso.

La buona signora Merelli intervenne, chiedendo alla sorella di Toniolo se fosse guarita da una nevralgia che aveva sofferto.

- Sì, sì, sono guarita perfettamente. Ma nevvero che molte ragazze sarebbero state felici di sposare Alberto Oriani?

- Senza dubbio; eppure egli ha preferito questa sposina, io so dargli torto - tornò a dire dolcissimamente la signora Merelli.

- Già, le ragazze del paese non hanno i vezzi delle cittadine, - esclamò con enfasi la sorella di Toniolo. - A proposito, non si è saputo più nulla dell'Elvira, la maestra?

A questa improvvisa e inopportuna domanda, la signora Merelli stette per perdere le staffe, osservando che Marta impallidiva. Tossì, tuttavia, si spianò le gale dell'abito, e disse col suo bel candore:

- E chi ci pensa più? Manca da tanti anni!

- Oh! questo non serve - rimbeccò l'altra malignamente, - quando si sono lasciati certi ricordi dietro a ... Non dicevano che avesse avuto un figlio?

- Quante calunnie!

La signora Merelli, indignata, tese la mano quasi per attestare l'innocenza dell'assente, Marta afferrò quella mano, e alzandosi, e trascinando con l'ottima creatura, uscì dalla stanza, soffocata dai singhiozzi.

Alberto che l'aveva vista uscire, le tenne dietro subito.

- Non si spaventi - disse la signora Merelli - fa un po' caldo in sala, e poi tutti quegli sigari! Per quanto si stia bene, lo creda a me, qualche cosa si soffre sempre...

- Ti senti male? - chiese Alberto con premura.

Marta gli si appese al braccio, negando col capo; e quando la signora Merelli, vedendola al sicuro ritornò nella sala da pranzo, ella mosse verso il cortile, proprio come se provasse un senso di soffocazione.

Il cortile della farmacia era messo a giardino, con delle scalinate di fiori e degli arrampicanti piantati dentro a botti vuote. La luna lo batteva in pieno, rischiarando ogni angolo colla sua luce fredda ed eguale di doccia.

Marta si gettò nelle braccia di suo marito scoppiando in lagrime.

- Ma Dio, Marta, che hai?

- Dimmi che mi ami, dimmi che mi ami...

Alberto pensava che se lo avessero sorpreso nel cortile, abbracciato con sua moglie, sarebbe diventato lo zimbello degli amici.

- Via - disse con un leggero accento di rimprovero - -sono scene da bambina, torna in te, sii ragionevole. Siamo qui per divertirci e non per piangere.

Ella raddoppiava le lagrime, avviticchiata al suo collo, tremando, spasimando.

- Marta... insomma!

Pensò poi che fossero fenomeni nervosi inerenti alla prima fase della gestazione, e per il rispetto che professano gli uomini a questo misterioso travaglio femminile, replicò con dolcezza annoiata:

- Lo sai bene che ti amo.

- Dimmelo ancora!

- Ti amo.

Ma ella non si staccava, sospirando sempre, aspettando che un guizzo, un fremito passasse dal corpo di lui al suo, dandole la sensazione di un'anima sola, rispondendo a ciò che ella stessa provava, la vita, la rivelazione attesa... ed egli se ne stava ritto, rassegnato, e la luna li illuminava entrambi freddamente serena.

- Camminiamo, ti passerà.

Marta non disse più nulla. Docilmente si lasciò infilare la mano nel braccio di suo marito e fecero due o tre giri intorno alle botti degli arrampicanti.

Egli non sapeva che cosa dirle. L'umidità della sera, forse, le avrebbe dato noia? Ma doveva sentirla anche lei. Non era un gusto, davvero, aver lasciata una stanza calda, un crocchia di amici, un buon bicchiere e delle ciarle e degli scherzi, per passeggiare tondo tondo in un cortile.

- Ti senti meglio? - domandò infine.

Marta fece un movimento impercettibile colle spalle, schiuse le labbra senza poter parlare ed appoggiò il cuore, che le batteva violentemente, contro il braccio di lui.

Egli stette ancora un momento incerto, guardò l'uscio della sala da cui usciva uno sprazzo di luce allegra, guardò sua moglie, le botti, il cortile deserto, e:

- Se rientrassimo?...

 




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