*
* *
Simpatico il volto un
po' lunghetto, di un pallore bianco, che si accendeva talvolta fino
all'incarnato di una fiamma velata, non più in in là. Intorno, sulla fronte
quasi rettangolare, dietro le orecchie, giù molto abbasso nella nuca, una
cornice di capelli castagni, bruni in massa, ma luminosi, accendentisi qua e là
con striscie seriche, con picchiettature d'oro brunito, spartiti modestamente
nel mezzo e appuntati con due spilloni d'argento. Gli occhi tranquilli, di un
colore indeciso, francamente aperti e sereni guardavano dritto, a guisa di dardo
scoccato; ed era il loro sguardo tutta una dolcezza, una dolcezza invadente che
assorbiva l'attenzione e la sviava dalla irregolarità dei lineamenti. Il mento
stesso, senza carattere, di un disegno sbagliato, scompariva nella luce
generale di quel volto a cui la bocca, raramente sorridente ed anche nel
sorriso mesta, dava una speciale espressione di bellezza concentrata. Sotto il
collo elegante e fiero, le spalle non sembravano interamente sviluppate e la
delicatezza del seno che segnava ma non accentuava la femminilità, le dava una
vaga somiglianza colle statue classiche di Ebe giovinetta. Piccola la mano,
dove le vene si gonfiavano facilmente, dove, sotto l'epidermide fina, si
sentivano trasalire i muscoli.
Vestiva un abito di una
mezza tinta, che ricordava un po' la peluria delle tortore, un po' quel
pulviscolo dorato che copre gli alberi in autunno; e terminava ad ogni lembo,
al giro del collo, all'apertura delle maniche, con una striscia di pallido
rosa.
La signora Oriani si trova
in uno de' suoi giorni belli - pensò il dottorone, dopo aver dato una occhiata
ingiro e fermatala con compiacenza sul volto di Marta, che gli sedeva proprio
dirimpetto. - Non è certamente una bella donna, ma è di quelle che hanno la
possibilità di diventarlo a un dato momento; è la donna che si trasforma, la
donna per eccellenza.
Marta si accorgeva forse
dell'effetto prodotto, perchè un raggio più vivo brillò ne' suoi occhi, che
rivolse ad Alberto, come per metterlo a parte del suo trionfo e fargliene
omaggio.
Sedevano al pranzo di
nozze dato da Toniolo per presentare la sua sposa. C'erano tutti; gli Oriani, i
Merelli, il sindaco, il dottorone, il vero dottore che per solito non
frequentava la compagnia, ma che in quella circostanza non aveva voluto mancare.
Lo si era detto anche ai Gavazzini, ma inutilmente; essi non si mostravano mai
in pubblico.
Erano venute da un paese
vicino le sorelle di Toniolo, l'una maritata, l'altra no; due false bionde
incipriate, cui era rimasta la farina sugli zigomi, goffe civettuole da
villaggio; e con esse un paio di cugini incaricati di far loro il cascamorto;
più il marito, uomo denso e pacifico.
Il pranzo, cui aveva
presieduto il dottorone in qualità di cuoco consulente, si annunciava squisito
con una specie di cappelletti fatti in casa, mescendo pane grattugiato, cacio,
salsiccia e uova; cotti poi rari nantes in gurgite vasto nel socculento
brodo di due capponi maritati lì per lì a un pezzo di manzo vero lombardo.
- Signori - disse il
dottorone appendendosi il tovagliolo sotto il mento - vi invito al maggiore
raccoglimento, ad una concentrazione religiosa davanti a questa tavola
imbandita con ogni ben di Dio. Mangiate, o signori; la mensa è l'unico vero.
Toniolo, a capo tavola,
sorrise, volgendo i begli occhi di velluto alla timida sposina che non osava
contraccambiargli l'occhiata.
Il vocione di Merelli
tuonò, attraverso i cucchiai rumoreggianti:
- Per un pranzo di nozze
avresti potuto dire qualcos'altro.
- Oh! - fece il
dottorone col naso nella scodella - non incominciamo troppo presto.
Le due sorelle
incipriate abbozzarono un mezzo sorriso, indecise tra il fare la furba e il
fare la ingenua. Avevano tutte e due un nastro celeste nei capelli e dei
braccialetti di similoro; mangiavano smorfiosamente, avvicinando alla bocca la
punta del coltello, lasciando sempre qualche cosa sul piatto, accomodandosi ad
ogni istante il busto e la cintura.
La maggiore, quella
maritata, sedeva vicino ad Alberto, che conosceva fin dall'infanzia. Quantunque
non si vedessero più da parecchi anni, gli parlava con molta animazione, e non
avendo nessun altro da conquistare, per il momento, sfoggiava con Alberto tutte
le sue risorse, prendendosi una famigliarità di amica d'infanzia, con una certa
irrequietezza nei ginocchi che faceva fremere Marta dall'altro capo dalla
tavola.
Marta oramai tenevasi
sicura della fedeltà di suo marito, ma ne era gelosa sempre; sarebbe stata
gelosa di una vecchia, di un bambino, così come era gelosa de' suoi amici e di
tutto ciò che egli amava.
Non aveva la sicurezza
audace di colei che ha visto un uomo delirare a' suoi piedi, quella sicurezza
che mette un raggio intorno alla fronte, per la gioia del dominio, per
l'ebbrezza dei sensi soddisfatti, e quel corteggio di memorie che avvolge come
in una nuvola, che solleva al di sopra dei mortali, per cui tutto in lei,
incesso, parola, sguardo, rivela la donna amata, la trionfatrice. No. Marta si
sentiva debole, mal sicura, diffidava di se stessa, provava l'avvilimento di un
soldato che dopo essersi preparato ad una rude battaglia trova il campo libero
e il nemico che dorme sotto la bandiera bianca spiegata.
In questo stato d'animo,
ogni piccola cosa la irritava, le dava ombra; trovandosi malcontenta non era
più nemmeno gentile; non compativa e non tollerava più nulla.
Una sorda antipatia le
sorgeva in petto per la sorella di Toniolo, vedendo ch'ella osava servirsi del
pane di Alberto, toccarlo sul braccio, parlargli così vicino col volto che i
loro capelli quasi si confondevano; e chiamarlo ad ogni momento: "Oriani!
Dica Oriani! Non è vero Oriani?"
Aveva una vocetta
stridula e volgare, voce da pettegola, a cui ella dava certe inflessioni
pretenziose, false come l'oro de' suoi braccialetti e come il biondo della sua
zazzera.
Evocarono dei ricordi
d'infanzia: "Rammenta quella sera della luminaria? E quando si improvvisò
un ballo in farmacia? E quando ella gli aveva cucito l'abito, per
ischerzo?" Alberto rideva, eccitato, di buon umore; nella pienezza della
sua salute inalterabile, nella felicità del suo cervello tutto al momento presente,
senza dubbi, senza curiosità ne per il passato, nè per l'avvenire.
Invece la mente inquieta
di Marta continuava a struggersi. Prima di uscir di casa ella aveva baciato
Alberto al suo posto prediletto, dietro l'orecchio, facendogli promettere che a
tavola, quando ella lo avrebbe guardato, ricorderebbe quel bacio e sarebbe come
se ne ricevesse un altro. Ma Alberto la guardava smemorato, si capiva, attratto
dalle ciarle della sua vicina, messo in vena allegra dall'ottimo vino, dal
pranzo squisito. E di mano in mano che a suo marito cresceva il buon umore,
cresceva a lei la tristezza.
Si domandava se quelle
erano le gioie della vita; mangiare, bere, discorrere con degli indifferenti,
sorridere a delle sciocchezze, divertirsi a delle puerilità.
Già le allusioni più o
meno velate correvano or all'uno or all'altro dei due sposi, facendo arrossire
la novizia e piombando Toniolo in una vanitosa beatitudine. Merelli sfondava
una parete ad ogni parola che gli usciva di bocca. Il dottorone, intento ai
piatti, andava dicendo inutilmente: "È troppo presto, è troppo
presto." Il diapason scottante continuava a salire con un crescendo
meraviglioso.
Una specie di nebbia
avvolgeva la mensa, evaporazione delle vivande, dei doppieri accesi, fiato,
sudore, odor di vino e di pasticcio caldo, con una sottile venatura di muschio
che partiva dalle due sorelle di Toniolo. Le faccie dei commensali, rubiconde,
si confondevano colle piramidi di mele, tagliate a mezzo dalle bottiglie,
spostate dall'animazione crescente che faceva muovere i più giovani dalle loro
sedie, ritornarvi, ripartirne ancora. La sorella nubile di Toniolo aveva
sbucciata una melagrana e girava attorno, offrendola sulla mano, con attitudine
civettuola e provocatrice.
Marta vedeva tutto ciò
nella impassibilità letargica di un sogno, trovandosi sempre più isolata e più
triste. Le venivano in mente cose tragiche: la morte di suo padre, un fanciullo
ch'ella aveva visto cadere da una finestra, le crociere degli ospedali, i
manicomi; e poi un dolore al cuore ch'ella aveva provato, da giovinetta, e che
avrebbe potuto essere vizio cardiaco incurabile. Guardava Alberto con una
passione, con uno struggimento di tutto il suo essere che le affilava il volto,
che le toglieva qualsiasi altra sensazione. Ad un tratto, in mezzo al vociare
generale, colse a volo questa parola "Elvira" che la vicina di suo
marito aveva pronunciata con malizia, nascondendosi dietro il ventaglio.
Per cinque minuti buoni,
l'incrociarsi dei piatti e dei bicchieri, gli evviva tumultuosi, le impedirono
di vedere Alberto; ma quando il di lui viso apparve accanto a quello della
bionda incipriata, l'argomento doveva essere cambiato, ed era evidente che si
facevano dei complimenti reciproci sulla precedenza nell'assaggiare dell'uva di
Corinto.
Marta pensava che sul
cavalletto di tortura si può almeno gridare. Al contrario ella doveva stare
composta, con un certo qual sorriso di partecipazione alla gioia degli altri e
rispondere, tratto tratto, alle parole che per cortesia le rivolgeva il suo
cavaliere di destra, e mettere pure in bocca qualche cosa e fingere di bere.
Dal suo cuore gonfio si
sprigionavano delle lagrime che ella sentiva affacciarsi alle palpebre. Era
così persuasa di essere brutta, sciocca, incapace di farsi amare, che avrebbe
in quel momento desiderato di morire; senonchè un amaro rimpianto, il desiderio
insoddisfatto delle ebbrezze terrene, la trascinava violentemente verso suo
marito, il solo a cui poteva, a cui voleva chiederle; e in questa tenzone
odiava tutto il mondo e se stessa.
Pare impossibile - pensò
il dottorone riposando le mascelle e le mani, coll'occhio lucido, il torace
prominente - come quella donna cambia ad un tratto. Non si direbbe più lei.
Un momento dopo mettendosele
vicino, ancora col tovagliolo al mento ma con un raggio diverso nelle pupille,
quasi il suo cervello staccandosi improvvisamente dal corpo volasse in regioni
eteree, le disse:
- Che follia festeggiare
le nozze con inviti e brindisi! È la stessa follia che fa dipingere l'amore
rubicondo, paffuto, intento a ridere e a trastullarsi, mentre si dovrebbe
cercare l'amore nello scheletro più distrutto della danza macabra; uno che non
abbia più nemmeno le occhiaie per tenervi le lagrime, e il petto squarciato da
cima a fondo. Così vorrei dipingere l'amore!
- Sì, sì - fece Marta
senza comprendere, solo perchè quelle parole tristi rispondevano alla sua
tristezza.
Al caffè si ruppero le
file. Alberto, sempre gentile, venne a chiedere a sua moglie se avesse pranzato
bene.
- È fortunata - disse la
signora Merelli mettendosi al fianco di Marta. - Io, nel suo stato, mi sentirei
orribilmente; tolta quest'ultima gravidanza, che è andata un po' meglio, tutte
male, tutte male!
- Mia moglie non vuol
sentir parlare del suo stato, - soggiunse Alberto sorridendo - non ci è
ancora avvezza. Lei porrebbe darle qualche lezione, signora Merelli!
- Buon Dio! - esclamò la
prolifica signora giungendo le mani. - Sono uscita ieri di puerperio. Ma lei
sta proprio bene, carina, nevvero che sta bene? Nausee, al mattino, non ne ha?
- Un poco, quasi nulla,
- rispose Marta, seguendo collo sguardo suo marito che si allontanava.
- Sarà un maschio
allora. E bruciori di stomaco?
- No.
- Segno che non avrà
capelli.
- Non avrà capelli?
- Nascendo, s'intende.
De' miei figli, solo la Pina
e l'Adelina erano calve; gli altri vennero al mondo pelosi come Esaù. Ma che
bruciori di stomaco, le dico!... Del resto è fortunata in tutto; non si accorge
nemmeno... parola d'onore; sembra una bimba.
Alberto si era
appoggiato al caminetto insieme a' suoi amici. Avevano accesi gli sigari e nel
benessere sensuale della digestione la loro affettività d'uomo esplodeva con
gesti vivaci, con romorosi scoppi di voce e colpi di mano. Lucide le facce, gli
occhi scintillanti, essi discorrevano fra loro in un gergo speciale, a
sottintesi, urtandosi coi gomiti. Alberto, il più educato, si poneva davanti a
Merelli quando parlava, per impedire che le di lui parole giungessero
all'orecchio delle signore; Toniolo invece vi si crogiolava, nella voluttà
egoistica di un gattino che fa le fusa.
- Sibarita! - mormorò il
dottorone - si prepara lo stomaco cogli stimolanti.
La sposina intanto,
circondata dalle donne, si lasciava ammirare ed invidiare, facendo girare gli
anelli sulle dita, più stordita che contenta, rispondendo a monosillabi.
- Che bel matrimonio
nevvero?
Marta si voltò. La
bionda incipriata le stava alle spalle, col suo fare lezioso, di protezione.
- Bellissimo - rispose
Marta.
- Anche lei è sposa da poco
tempo nevvero?
- Sei mesi.
- Io conosco molto suo
marito; siamo cresciuti insieme. È un simpatico giovane!
Obbedendo alle leggi
naturali, Marta le avrebbe dato uno schiaffo; ma frenandosi e dominandosi,
riuscì ad abbozzare un sorriso.
La buona signora Merelli
intervenne, chiedendo alla sorella di Toniolo se fosse guarita da una nevralgia
che aveva sofferto.
- Sì, sì, sono guarita
perfettamente. Ma nevvero che molte ragazze sarebbero state felici di sposare
Alberto Oriani?
- Senza dubbio; eppure
egli ha preferito questa sposina, nè io so dargli torto - tornò a dire
dolcissimamente la signora Merelli.
- Già, le ragazze del
paese non hanno i vezzi delle cittadine, - esclamò con enfasi la sorella di
Toniolo. - A proposito, non si è saputo più nulla dell'Elvira, la maestra?
A questa improvvisa e
inopportuna domanda, la signora Merelli stette per perdere le staffe,
osservando che Marta impallidiva. Tossì, tuttavia, si spianò le gale
dell'abito, e disse col suo bel candore:
- E chi ci pensa più? Manca
da tanti anni!
- Oh! questo non serve -
rimbeccò l'altra malignamente, - quando si sono lasciati certi ricordi dietro a
sè... Non dicevano che avesse avuto un figlio?
- Quante calunnie!
La signora Merelli,
indignata, tese la mano quasi per attestare l'innocenza dell'assente, Marta
afferrò quella mano, e alzandosi, e trascinando con sè l'ottima creatura, uscì
dalla stanza, soffocata dai singhiozzi.
Alberto che l'aveva
vista uscire, le tenne dietro subito.
- Non si spaventi -
disse la signora Merelli - fa un po' caldo in sala, e poi tutti quegli sigari!
Per quanto si stia bene, lo creda a me, qualche cosa si soffre sempre...
- Ti senti male? -
chiese Alberto con premura.
Marta gli si appese al
braccio, negando col capo; e quando la signora Merelli, vedendola al sicuro
ritornò nella sala da pranzo, ella mosse verso il cortile, proprio come se
provasse un senso di soffocazione.
Il cortile della
farmacia era messo a giardino, con delle scalinate di fiori e degli
arrampicanti piantati dentro a botti vuote. La luna lo batteva in pieno,
rischiarando ogni angolo colla sua luce fredda ed eguale di doccia.
Marta si gettò nelle
braccia di suo marito scoppiando in lagrime.
- Ma Dio, Marta, che
hai?
- Dimmi che mi ami,
dimmi che mi ami...
Alberto pensava che se
lo avessero sorpreso nel cortile, abbracciato con sua moglie, sarebbe diventato
lo zimbello degli amici.
- Via - disse con un
leggero accento di rimprovero - -sono scene da bambina, torna in te, sii
ragionevole. Siamo qui per divertirci e non per piangere.
Ella raddoppiava le
lagrime, avviticchiata al suo collo, tremando, spasimando.
- Marta... insomma!
Pensò poi che fossero
fenomeni nervosi inerenti alla prima fase della gestazione, e per il rispetto
che professano gli uomini a questo misterioso travaglio femminile, replicò con
dolcezza annoiata:
- Lo sai bene che ti
amo.
- Dimmelo ancora!
- Ti amo.
Ma ella non si staccava,
sospirando sempre, aspettando che un guizzo, un fremito passasse dal corpo di
lui al suo, dandole la sensazione di un'anima sola, rispondendo a ciò che ella
stessa provava, la vita, la rivelazione attesa... ed egli se ne stava ritto,
rassegnato, e la luna li illuminava entrambi freddamente serena.
- Camminiamo, ti
passerà.
Marta non disse più
nulla. Docilmente si lasciò infilare la mano nel braccio di suo marito e fecero
due o tre giri intorno alle botti degli arrampicanti.
Egli non sapeva che cosa
dirle. L'umidità della sera, forse, le avrebbe dato noia? Ma doveva sentirla
anche lei. Non era un gusto, davvero, aver lasciata una stanza calda, un
crocchia di amici, un buon bicchiere e delle ciarle e degli scherzi, per
passeggiare tondo tondo in un cortile.
- Ti senti meglio? -
domandò infine.
Marta fece un movimento
impercettibile colle spalle, schiuse le labbra senza poter parlare ed appoggiò
il cuore, che le batteva violentemente, contro il braccio di lui.
Egli stette ancora un
momento incerto, guardò l'uscio della sala da cui usciva uno sprazzo di luce
allegra, guardò sua moglie, le botti, il cortile deserto, e:
- Se rientrassimo?...
|