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Anna Radius Zuccari (alias Neera)
L'indomani

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Le avevano ordinato delle lunghe passeggiate. Accompagnava qualche volta Alberto al podere, qualche altra gli andava incontro, prima del desinare, ma senza entusiasmo.

Era diventata indifferente, pressochè apata; ella stessa non si riconosceva più. Non aveva nessun desiderio, le dava noia il vestirsi, l'adornarsi; si guardava raramente nello specchio.

Le sue belle camicie da sposa, le vite scollate guarnite di trine, le calze a ricami giacevano nel cassettone, legate ancora coi nastrini color di rosa, come gliele aveva accomodate la mamma. Portava la biancheria liscia, semplice, quella che si stira più in fretta, che non avrebbe data a lei o all'Appollonia una briga inutile.

Le sembrava che la sua giovinezza fosse finita e sentendo parlare delle amarezze, dei disinganni dell'esistenza si riconosceva saggia, si infervorava sempre più nel concetto serio che la felicità è un'illusione.

Accudiva alle sue domestiche faccende, lavorava, era premurosa, gentile con Alberto. Seguiva le variazioni del tempo per far asciugare le frutta, per riporre le uova; andava spesso in cucina a trovare l'Appollonia, le faceva raccontare qualche episodio dimenticato della sua infanzia e l'ascoltava con interesse.

La casa non doveva essere il suo regno, il suo orizzonte, il suo tutto? Ella procurava di animare i mobili e le stoviglie, si metteva a cucinare qualche intingolo per vedere di soddisfarsi alla fine, di trovare un appoggio al suo continuo bisogno di un perchè. Era stata fantastica, ideale, ed aveva avuto torto; ora cercava la felicità terra terra, non doveva essere così? Non l'avevano tutti così?

Alberto raggiava. Le faceva dei complimenti sinceri, la chiamava il modello delle mogli, e il vedere lui contento non doveva essere la sua parte di felicità per lei stessa? Era dunque felice appieno.

Ma perchè non aveva mai voglia di ridere? Perchè non le veniva sulle labbra una nota di canto? e nessun impeto giulivo le faceva mai balzare il cuore? Tutto era scolorito e monotono in lei, principio di una anemia generale, del torpore che assale i viaggiatori smarriti nelle nevi, che non soffrono, che non si lagnano, che muoiono dolcemente nella tranquilla evanescenza di un sogno...

Il medico le dava la sicurezza che era incinta. Ella aveva avuto, qualche mese prima, dei leggeri disturbi di digestione, che erano scomparsi, e null'altra sensazione fisica abbastanza sensibile le rammentava questo fatto che la lasciava indifferente al pari di tutto il resto. Le grandi cose che aveva udite sulla maternità dovevano essere, come quelle udite sull'amore, esageratissime; oppure ella era una disgraziata priva di sensi e di viscere, sospetto che le veniva tratto tratto e che la rendeva orribilmente triste.

Perchè sarebbe madre? Se non aveva mai trasalito, mai, in ciò che il mondo chiama l'amore, se questo amore ella non lo capiva, se un estraneo si era avvicinato a lei senza infonderle il brivido della creazione, perchè ella avrebbe dato il proprio sangue e la propria carne, ed avrebbe rischiato di toccare le soglie dell'eternità senza conoscere quelle del piacere?

Se i figli sono frutti dell'amore, ogni frutto fa supporre la precedenza di un fiore; ma ella sentivasi arida; niente del suo io pensante rispondeva alle inconscie funzioni del suo io meccanico. Un profondo avvilimento la degradava a' suoi propri occhi; il germe caduto nel suo grembo poteva fecondare una Giuditta qualsiasi, e sarebbe stato egualmente il frutto dell'amore.

No, l'amore non esiste!

Ella era giunta a questo.

Padre, fratello, amico, socio, marito, tutti sinonimi; uno poteva valere l'altro, non l'amante. L'amante restava ancora per lei il giovinetto imberbe che aveva sospirato sotto le sue finestre, che le aveva rapito un fiore e stretta la mano, per cui ella recitava, struggendosi di voluttà, i versi della vecchia strenna:

 

O fanciulla qual mesto contento

Mi discenda nell'alma non sai.

 

Una visione, una fantasia che non aveva corpo, nulla.

Del resto che cosa vedeva altrove? Gavazzini, dopo aver rapita la cara donna e bevuto il dolce liquore delle sue vene, occhieggiava le donne degli altri, fra due liti intime. Merelli dava bensì dei frutti d'amore annuali alla angelica moglie, ma teneva le serve giovani e belle. Toniolo, morta la prima sposa pigliava la seconda, con molte consolazioni frammezzo e il contrappeso di una buona dote. Trasporto momentaneo, eccitazione, sensualità, cupidigia, calcolo; amore, come lo aveva sognato lei, mai!

Ma Romeo, ma Paolo, ma il fatto quotidiano dei bracieri di carbone accesi nella soffitta di una modistina, ma i cadaveri trovati sui talami, stretti insieme, bocca su bocca?

Romanzi.

Ma i delinquenti dell'amore? ma gli eroi dell'amore?

Mattoidi.

E le storie di tutti i secoli?

Leggende.

E i poemi di tutti i popoli?

Fantasia.

Così era giunta a recidere ogni aspirazione; l'anima sua nello schianto, come pianticella orbata de' suoi rami, non sembrava più cosa vitale.

Vegetava in una esistenza da vecchierella, sentendo già i brividi di novembre, coprendosi molto, avvicinandosi al fuoco. Tolto il leggero arrotondarsi della vita, le altre membra sembravano spersonirsi, la pelle perdeva la lucentezza della gioventù; accanto alle labbra si disegnava in permanenza una piega triste e gli occhi s'incavavano, velati, e i muscoli apparivano meno elastici, meno pronti all'appello di una volontà che sonnecchiava; un tutto insieme di lampada a cui l'olio manchi, di macchina guasta ne' suoi più delicati congegni.

 

Appollonia le aveva ben detto di non uscire quel giorno, che il tempo minacciava pioggia. Marta non le credette o credette di poter giungere al podere prima che il tempo si guastasse. Erano gli ultimi bei giorni dell'autunno, bisognava pure approfittarne innanzi di chiudersi in casa a fare l'invernata; e poi aveva presa l'abitudine di quella giterella, e l'abitudine, nella sua esistenza quasi monastica, teneva già un posto importante.

Modesta modesta nel suo abito grigio, con un tocco di lontra in testa ed uno scialletto sul braccio, Marta si allontanava sul sentiero coperto di foglie secche, sparendo e ricomparendo col suo passo aereo, mentre le serviva di sfondo ora una colonna d'edera addossata([9]) sul tronco di una quercia, ora il pennacchio onduleggiante delle acacie che sfioccavano via per l'aria le piccole foglie gialle.

Vi erano degli alberi dorati come le treccie di una Margherita ideale; altri ancora che ricordavano i bagliori di una fiamma morente; ed alcuni strisciati in rosa, con gradazioni tenere di carne, di corallo pallido, sfumati, diafani, con una morbidezza di velo e d'ali d'angelo cadute.

Tutta la materialità dell'amore e della fecondazione sembrava sparita dai campi mietuti, dalle piante che non avevano più fiori, frutti, che lasciavano pendere le foglie a guisa di pensieri vacui, di illusioni isterilite; dai nidi pigolavano le rondini oramai lontane; solo il freddo passero saltellando sui rami denudati, salmeggiava la vanità di tutte le cose.

E Marta passava col suo lieve fardello, creatrice inconsapevole in mezzo alla natura che moriva, sentendosi penetrare nell'anima una dolce e tranquilla malinconia.

Sui lembi del cielo errava il suo sguardo, così come errava la sua mente perduta nei ricordi, vaneggiando dietro il filo fantasioso che riunisce una nuvola al colore di un abito, al profilo di un volto conosciuto, ad una iniziale; per cui rinascono all'improvviso memorie disparate, e scene e detti; e si riodono suoni di voce dimenticati.

Ella ricordava un salottino parato con una stoffa a grandi fiori sanguigni, con certi divanucci bassi di una forma affatto speciale, con un velario che mascherava il soffitto e sembrava proteggere quel nido elegante dai contatti plebei. Ricordava sopratutto un trespolo, poggiato in un canto, sul quale bruciava un qualche cosa di odoroso, evaporando nuvolette cineree che si innalzavano misteriosamente verso le pieghe del velario, lasciandosi dietro un profumo sottile e caldo di persona viva. Una donna giaceva, coricata a mezzo, sopra uno dei divanini; ma di quella donna rammentava appena gli occhi nerissimi e un anello che portava sul mignolo della mano; anello bizzarro formato di sette pezzi; un diamante, un rubino, uno smeraldo, un topazio, un zaffiro, una perla nera e un dente - un piccolissimo dente di bimbo, bianco e lucente come un'opale. Marta, che era allora una fanciullina, non aveva visto altro. Conobbe più tardi esser quella una compagna di collegio di sua madre, che aveva avuto grandi sventure ed amori tragici, di cui il mondo sparlava e che sua madre non nominava mai senza volgere gli occhi al cielo e dire: Poveretta!

Poveretta! ripeteva Marta a vent'anni di distanza. Non sapeva nulla della sua vita e de' suoi errori, non ricordava nulla di lei, altro che gli occhi ed un anello; era forse morta a quest'ora! Il segreto del piccolo dente legato insieme alle pietre preziose, quel segreto che aveva tanto colpita la sua immaginazione giovinetta, stava al sicuro nel pudore e nell'oblio della tomba; eppure le sembrava di averla conosciuta, di comprendere i suoi dolori; ed aveva un desiderio ardente di assolverla, di rivederla nella purezza fredda di quel giorno di novembre, assorgere fra le nuvole, e di sorridere a lei co' suoi occhi neri.

Ed altre visioni ancora, rotte, fuggenti; lembi di conversazioni, ritornelli di canzoni ignote, battute di walzer; e certi sguardi che non sapeva più a chi avessero appartenuto, e scoppi di risa di bocche invisibili; tutto il suo mondo interno che si agitava, che usciva a far parte del mondo esteriore, fondendosi col cielo, coll'aria, colle foglie cadenti, col silenzio dei prati, colla tavolozza inimitabile delle masse d'alberi, col respiro misterioso della terra e delle acque.

Venivano a lei i lamenti degli alberi sfrondati, dei nidi deserti; venivano le voci occulte dei fili d'erba, le timidi voci dei fiori còlti e dimenticati; e ad essi ritornavano i sospiri della sua giovinezza, i sogni, i rimpianti, le larve abbrunate.

Camminava senza sentire la terra, come portata da un amplesso; e non s'era nemmeno accorta che il tempo s'andava rannuvolando sempre più, tanto che giunta al podere incominciava già a cadere qualche goccia.

- Mio marito? - chiese subito.

Alberto non l'aspettava con quel tempo; egli era già partito da mezz'ora, prendendo le scorciatoie attraverso i campi.

- Ed ora?

- Ora non le resta altro che entrare in casa.

Così disse allegramente la fattora, una sposina anche lei, ma che aveva preceduto Marta nel riempire una piccola culla di vimini, intorno alla quale si affaccendava con grandi ansie.

Marta conosceva appena la fattora; per solito incontrava Alberto sull'aia, gli prendeva il braccio e non guardava altro. Fu sorpresa della gaiezza di quel volto, della luce strana che le brillava negli occhi, dell'aria disinvolta, padrona di .

Entrò.

Il bambino piangeva. La fattora se lo prese tra le braccia, cullandolo, baciandolo lieve lieve sulla fronte, mormorando parole tronche, senza senso, dolcissime.

Ella dunque avrebbe fatto allo stesso modo? E quello era l'amor materno?

- Lo amate molto questo piccino?

- Se lo amo! Cara gioia... Proverà, proverà... non le dico altro...

Marta guardava il fantolino, rosso, rosso, con due occhietti tondi senza sguardo ed una bocca continuamente umida. Per fermo egli non doveva comprendere nulla.

- Dorme alla notte?

- Qualche volta sì, qualche volta no, secondo.

- E quando non dorme piange?

- Sicuro!

- E voi allora che cosa fate?

- Mi alzo, lo prendo e lo porto ingiro per la camera. Non c'è altro, cara la mia signora. A lei sembra che non debba intendere perchè è piccino, invece intende meglio di noi e si fa intendere. Bisogna vedere quando entra il suo babbo!

- Vostro marito non dorme a casa tutte le notti, nevvero?

- Purtroppo! Quando va al mulino vi dorme anche; così fu jeri; ma oggi lo aspetto, ed anche il piccino lo aspetta. Nevvero che aspetti papà?

Baciucchiando il suo bimbo, la giovane madre si animava. Aveva due labbra fresche e mobili che dovevano conoscere i baci; un riso perlato di donna felice; il collo sciolto, il seno palpitante velato appena; una morbidezza in tutti i movimenti, un calore di membra appagate, di sangue circolante, sano, nella completa espansione del benessere.

Marta domandò ancora:

- Vostro marito vi ama?

Al che l'altra non rispose se non arrossendo e chinando il capo sulle guancie del suo bambino.

Continuava a piovere, e dalla finestra che dava sui campi la massa verde degli alberi luceva, morbida e vaporosa, con dei contorni da pastello. La fattora, rimesso il piccino nella culla, si diede a rattizzare il fuoco:

- Il mio uomo se la prende tutta!

Marta pensava come avrebbe fatto a tornare a casa.

- Per fortuna - sentenziò la fattora, dopo aver data una guardatina di traverso al cielo - non è un'acqua che durerà molto.

E girava dal caminetto alla culla, ed alla soglia dell'uscio, di dove sbirciava nella via con occhiate lunghe, impazienti.

Marta, rannicchiata dietro il canterano sulla prima seggiola che aveva trovata, seguiva tutti quei movimenti, guardando successivamente il caminetto, la culla, la soglia dell'uscio e la gaia sposa che trotterellava nel suo modesto regno con passo franco.

Rapidamente, un'ombra otturò il vano della porta; un uomo, gettando via il cappello intriso d'acqua, si precipitò nella stanza. In un balzo si ebbe sollevato tra le braccia la sua donna, tenendola alla vita con una mano, cercando con l'altra il di lei cuore, mosso da un impeto di sensualità appassionata, e con tale trasfusione di tutto il suo essere che si squarciava per essa il mistero delle parole bibliche: formerete una sola carne e un solo spirito. Per un istante si udì il fremito delle labbra congiunte, il rantolo della voluttà; poi la donna si sciolse, vergognosa, additando Marta.

Marta aveva soffocato un grido, come colpita al cuore; e nello stesso momento aveva sentito le sue viscere sollevarsi, muoversi nel suo grembo un essere, e per le sue vene, per la sua carne correre il palpito atteso, la rivelazione di un'altra vita, scoppiata colla rivelazione stessa dell'amore.

Ogni velo era tolto, sciolto ogni dubbio, la sua virginità cadeva in quel punto, ella era fatta donna. Comprendeva, sentiva, desiderava tutto. L'impressione era stata così rapida e violenta, che la presenza di quell'uomo, adesso, le faceva male.

Si rizzò, pallida, volgendo altrove gli occhi.

- Vuol partire con questo tempo? - balbettò la donna.

Voleva partire.

L'uomo si offerse di accompagnarla; non accettò. Allora i due sposi, imbarazzati, le diedero un ombrello, insegnandole la via più breve.

Quel balzo, quella stretta, quel bacio, quel rantolo, Marta portava tutto con , l'avrebbe portato l'intera vita. E correva sotto la pioggia, mentre da' suoi occhi scorrevano larghe lagrime, inondata dal cielo, inondata dall'anima sua. Piangeva e rabbrividiva, con una consolazione lontana, una consolazione che le veniva dalle viscere, debole ancora, confusa, eppure deliziosamente soave.

Poco lungi da casa incontrò Alberto che la sgridò con dolcezza, dicendole che era stata imprudente. Egli era agitato, temeva per lei; ma sotto l'ombrello che la riparava, non vide le sue lagrime, no, queste non le vide. Egli aveva d'altra parte una notizia a darle.

- Quale notizia? - disse Marta, distratta.

- Vedrai, vedrai!

Marta tornò a correre, precedendo suo marito, febbrile, ansiosa, tutta fracida per l'acqua presa. Appena entrata nel cortile le apparve davanti sua madre.

- Ah! - gridò. E le cadde nelle braccia.

 




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