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Le avevano ordinato
delle lunghe passeggiate. Accompagnava qualche volta Alberto al podere, qualche
altra gli andava incontro, prima del desinare, ma senza entusiasmo.
Era diventata
indifferente, pressochè apata; ella stessa non si riconosceva più. Non aveva
nessun desiderio, le dava noia il vestirsi, l'adornarsi; si guardava raramente
nello specchio.
Le sue belle camicie da
sposa, le vite scollate guarnite di trine, le calze a ricami giacevano nel
cassettone, legate ancora coi nastrini color di rosa, come gliele aveva
accomodate la mamma. Portava la biancheria liscia, semplice, quella che si
stira più in fretta, che non avrebbe data a lei o all'Appollonia una briga
inutile.
Le sembrava che la sua
giovinezza fosse finita e sentendo parlare delle amarezze, dei disinganni
dell'esistenza si riconosceva saggia, si infervorava sempre più nel concetto
serio che la felicità è un'illusione.
Accudiva alle sue
domestiche faccende, lavorava, era premurosa, gentile con Alberto. Seguiva le
variazioni del tempo per far asciugare le frutta, per riporre le uova; andava
spesso in cucina a trovare l'Appollonia, le faceva raccontare qualche episodio
dimenticato della sua infanzia e l'ascoltava con interesse.
La casa non doveva essere
il suo regno, il suo orizzonte, il suo tutto? Ella procurava di animare i
mobili e le stoviglie, si metteva a cucinare qualche intingolo per vedere di
soddisfarsi alla fine, di trovare un appoggio al suo continuo bisogno di un
perchè. Era stata fantastica, ideale, ed aveva avuto torto; ora cercava la
felicità terra terra, non doveva essere così? Non l'avevano tutti così?
Alberto raggiava. Le
faceva dei complimenti sinceri, la chiamava il modello delle mogli, e il vedere
lui contento non doveva essere la sua parte di felicità per lei stessa? Era
dunque felice appieno.
Ma perchè non aveva mai
voglia di ridere? Perchè non le veniva sulle labbra una nota di canto? e nessun
impeto giulivo le faceva mai balzare il cuore? Tutto era scolorito e monotono
in lei, principio di una anemia generale, del torpore che assale i viaggiatori
smarriti nelle nevi, che non soffrono, che non si lagnano, che muoiono
dolcemente nella tranquilla evanescenza di un sogno...
Il medico le dava la
sicurezza che era incinta. Ella aveva avuto, qualche mese prima, dei leggeri
disturbi di digestione, che erano scomparsi, e null'altra sensazione fisica
abbastanza sensibile le rammentava questo fatto che la lasciava indifferente al
pari di tutto il resto. Le grandi cose che aveva udite sulla maternità dovevano
essere, come quelle udite sull'amore, esageratissime; oppure ella era una
disgraziata priva di sensi e di viscere, sospetto che le veniva tratto tratto e
che la rendeva orribilmente triste.
Perchè sarebbe madre? Se
non aveva mai trasalito, mai, in ciò che il mondo chiama l'amore, se questo
amore ella non lo capiva, se un estraneo si era avvicinato a lei senza
infonderle il brivido della creazione, perchè ella avrebbe dato il proprio
sangue e la propria carne, ed avrebbe rischiato di toccare le soglie
dell'eternità senza conoscere quelle del piacere?
Se i figli sono frutti
dell'amore, ogni frutto fa supporre la precedenza di un fiore; ma ella
sentivasi arida; niente del suo io pensante rispondeva alle inconscie funzioni
del suo io meccanico. Un profondo avvilimento la degradava a' suoi propri
occhi; il germe caduto nel suo grembo poteva fecondare una Giuditta qualsiasi,
e sarebbe stato egualmente il frutto dell'amore.
No, l'amore non esiste!
Ella era giunta a
questo.
Padre, fratello, amico,
socio, marito, tutti sinonimi; uno poteva valere l'altro, non l'amante.
L'amante restava ancora per lei il giovinetto imberbe che aveva sospirato sotto
le sue finestre, che le aveva rapito un fiore e stretta la mano, per cui ella
recitava, struggendosi di voluttà, i versi della vecchia strenna:
O
fanciulla qual mesto contento
Mi
discenda nell'alma non sai.
Una visione, una
fantasia che non aveva corpo, nulla.
Del resto che cosa
vedeva altrove? Gavazzini, dopo aver rapita la cara donna e bevuto il dolce
liquore delle sue vene, occhieggiava le donne degli altri, fra due liti intime.
Merelli dava bensì dei frutti d'amore annuali alla angelica moglie, ma teneva
le serve giovani e belle. Toniolo, morta la prima sposa pigliava la seconda,
con molte consolazioni frammezzo e il contrappeso di una buona dote. Trasporto
momentaneo, eccitazione, sensualità, cupidigia, calcolo; amore, come lo aveva
sognato lei, mai!
Ma Romeo, ma Paolo, ma
il fatto quotidiano dei bracieri di carbone accesi nella soffitta di una modistina,
ma i cadaveri trovati sui talami, stretti insieme, bocca su bocca?
Romanzi.
Ma i delinquenti
dell'amore? ma gli eroi dell'amore?
Mattoidi.
E le storie di tutti i
secoli?
Leggende.
E i poemi di tutti i
popoli?
Fantasia.
Così era giunta a
recidere ogni aspirazione; l'anima sua nello schianto, come pianticella orbata
de' suoi rami, non sembrava più cosa vitale.
Vegetava in una
esistenza da vecchierella, sentendo già i brividi di novembre, coprendosi
molto, avvicinandosi al fuoco. Tolto il leggero arrotondarsi della vita, le
altre membra sembravano spersonirsi, la pelle perdeva la lucentezza della
gioventù; accanto alle labbra si disegnava in permanenza una piega triste e gli
occhi s'incavavano, velati, e i muscoli apparivano meno elastici, meno pronti
all'appello di una volontà che sonnecchiava; un tutto insieme di lampada a cui
l'olio manchi, di macchina guasta ne' suoi più delicati congegni.
Appollonia le aveva ben
detto di non uscire quel giorno, che il tempo minacciava pioggia. Marta non le
credette o credette di poter giungere al podere prima che il tempo si
guastasse. Erano gli ultimi bei giorni dell'autunno, bisognava pure
approfittarne innanzi di chiudersi in casa a fare l'invernata; e poi aveva
presa l'abitudine di quella giterella, e l'abitudine, nella sua esistenza quasi
monastica, teneva già un posto importante.
Modesta modesta nel suo
abito grigio, con un tocco di lontra in testa ed uno scialletto sul braccio,
Marta si allontanava sul sentiero coperto di foglie secche, sparendo e ricomparendo
col suo passo aereo, mentre le serviva di sfondo ora una colonna d'edera
addossata([9])
sul tronco di una quercia, ora il pennacchio onduleggiante delle acacie che
sfioccavano via per l'aria le piccole foglie gialle.
Vi erano degli alberi
dorati come le treccie di una Margherita ideale; altri ancora che ricordavano i
bagliori di una fiamma morente; ed alcuni strisciati in rosa, con gradazioni
tenere di carne, di corallo pallido, sfumati, diafani, con una morbidezza di velo
e d'ali d'angelo cadute.
Tutta la materialità
dell'amore e della fecondazione sembrava sparita dai campi mietuti, dalle
piante che non avevano più nè fiori, nè frutti, che lasciavano pendere le
foglie a guisa di pensieri vacui, di illusioni isterilite; nè dai nidi
pigolavano le rondini oramai lontane; solo il freddo passero saltellando sui
rami denudati, salmeggiava la vanità di tutte le cose.
E Marta passava col suo
lieve fardello, creatrice inconsapevole in mezzo alla natura che moriva,
sentendosi penetrare nell'anima una dolce e tranquilla malinconia.
Sui lembi del cielo
errava il suo sguardo, così come errava la sua mente perduta nei ricordi,
vaneggiando dietro il filo fantasioso che riunisce una nuvola al colore di un
abito, al profilo di un volto conosciuto, ad una iniziale; per cui rinascono
all'improvviso memorie disparate, e scene e detti; e si riodono suoni di voce
dimenticati.
Ella ricordava un
salottino parato con una stoffa a grandi fiori sanguigni, con certi divanucci
bassi di una forma affatto speciale, con un velario che mascherava il soffitto
e sembrava proteggere quel nido elegante dai contatti plebei. Ricordava
sopratutto un trespolo, poggiato in un canto, sul quale bruciava un qualche
cosa di odoroso, evaporando nuvolette cineree che si innalzavano
misteriosamente verso le pieghe del velario, lasciandosi dietro un profumo
sottile e caldo di persona viva. Una donna giaceva, coricata a mezzo, sopra uno
dei divanini; ma di quella donna rammentava appena gli occhi nerissimi e un
anello che portava sul mignolo della mano; anello bizzarro formato di sette
pezzi; un diamante, un rubino, uno smeraldo, un topazio, un zaffiro, una perla
nera e un dente - un piccolissimo dente di bimbo, bianco e lucente come
un'opale. Marta, che era allora una fanciullina, non aveva visto altro. Conobbe
più tardi esser quella una compagna di collegio di sua madre, che aveva avuto
grandi sventure ed amori tragici, di cui il mondo sparlava e che sua madre non
nominava mai senza volgere gli occhi al cielo e dire: Poveretta!
Poveretta! ripeteva
Marta a vent'anni di distanza. Non sapeva nulla della sua vita e de' suoi
errori, non ricordava nulla di lei, altro che gli occhi ed un anello; era forse
morta a quest'ora! Il segreto del piccolo dente legato insieme alle pietre preziose,
quel segreto che aveva tanto colpita la sua immaginazione giovinetta, stava al
sicuro nel pudore e nell'oblio della tomba; eppure le sembrava di averla
conosciuta, di comprendere i suoi dolori; ed aveva un desiderio ardente di
assolverla, di rivederla nella purezza fredda di quel giorno di novembre,
assorgere fra le nuvole, e di là sorridere a lei co' suoi occhi neri.
Ed altre visioni ancora,
rotte, fuggenti; lembi di conversazioni, ritornelli di canzoni ignote, battute
di walzer; e certi sguardi che non sapeva più a chi avessero
appartenuto, e scoppi di risa di bocche invisibili; tutto il suo mondo interno
che si agitava, che usciva a far parte del mondo esteriore, fondendosi col
cielo, coll'aria, colle foglie cadenti, col silenzio dei prati, colla tavolozza
inimitabile delle masse d'alberi, col respiro misterioso della terra e delle
acque.
Venivano a lei i lamenti
degli alberi sfrondati, dei nidi deserti; venivano le voci occulte dei fili
d'erba, le timidi voci dei fiori còlti e dimenticati; e ad essi ritornavano i
sospiri della sua giovinezza, i sogni, i rimpianti, le larve abbrunate.
Camminava senza sentire
la terra, come portata da un amplesso; e non s'era nemmeno accorta che il tempo
s'andava rannuvolando sempre più, tanto che giunta al podere incominciava già a
cadere qualche goccia.
- Mio marito? - chiese
subito.
Alberto non l'aspettava
con quel tempo; egli era già partito da mezz'ora, prendendo le scorciatoie
attraverso i campi.
- Ed ora?
- Ora non le resta altro
che entrare in casa.
Così disse allegramente
la fattora, una sposina anche lei, ma che aveva preceduto Marta nel riempire
una piccola culla di vimini, intorno alla quale si affaccendava con grandi
ansie.
Marta conosceva appena
la fattora; per solito incontrava Alberto sull'aia, gli prendeva il braccio e
non guardava altro. Fu sorpresa della gaiezza di quel volto, della luce strana
che le brillava negli occhi, dell'aria disinvolta, padrona di sè.
Entrò.
Il bambino piangeva. La fattora
se lo prese tra le braccia, cullandolo, baciandolo lieve lieve sulla fronte,
mormorando parole tronche, senza senso, dolcissime.
Ella dunque avrebbe
fatto allo stesso modo? E quello era l'amor materno?
- Lo amate molto questo
piccino?
- Se lo amo! Cara
gioia... Proverà, proverà... non le dico altro...
Marta guardava il
fantolino, rosso, rosso, con due occhietti tondi senza sguardo ed una bocca
continuamente umida. Per fermo egli non doveva comprendere nulla.
- Dorme alla notte?
- Qualche volta sì, qualche
volta no, secondo.
- E quando non dorme
piange?
- Sicuro!
- E voi allora che cosa
fate?
- Mi alzo, lo prendo e
lo porto ingiro per la camera. Non c'è altro, cara la mia signora. A lei sembra
che non debba intendere perchè è piccino, invece intende meglio di noi e si fa
intendere. Bisogna vedere quando entra il suo babbo!
- Vostro marito non
dorme a casa tutte le notti, nevvero?
- Purtroppo! Quando va
al mulino vi dorme anche; così fu jeri; ma oggi lo aspetto, ed anche il piccino
lo aspetta. Nevvero che aspetti papà?
Baciucchiando il suo
bimbo, la giovane madre si animava. Aveva due labbra fresche e mobili che
dovevano conoscere i baci; un riso perlato di donna felice; il collo sciolto,
il seno palpitante velato appena; una morbidezza in tutti i movimenti, un
calore di membra appagate, di sangue circolante, sano, nella completa
espansione del benessere.
Marta domandò ancora:
- Vostro marito vi ama?
Al che l'altra non
rispose se non arrossendo e chinando il capo sulle guancie del suo bambino.
Continuava a piovere, e
dalla finestra che dava sui campi la massa verde degli alberi luceva, morbida e
vaporosa, con dei contorni da pastello. La fattora, rimesso il piccino nella
culla, si diede a rattizzare il fuoco:
- Il mio uomo se la
prende tutta!
Marta pensava come
avrebbe fatto a tornare a casa.
- Per fortuna -
sentenziò la fattora, dopo aver data una guardatina di traverso al cielo - non
è un'acqua che durerà molto.
E girava dal caminetto
alla culla, ed alla soglia dell'uscio, di dove sbirciava nella via con occhiate
lunghe, impazienti.
Marta, rannicchiata
dietro il canterano sulla prima seggiola che aveva trovata, seguiva tutti quei
movimenti, guardando successivamente il caminetto, la culla, la soglia
dell'uscio e la gaia sposa che trotterellava nel suo modesto regno con passo
franco.
Rapidamente, un'ombra
otturò il vano della porta; un uomo, gettando via il cappello intriso d'acqua,
si precipitò nella stanza. In un balzo si ebbe sollevato tra le braccia la sua
donna, tenendola alla vita con una mano, cercando con l'altra il di lei cuore,
mosso da un impeto di sensualità appassionata, e con tale trasfusione di tutto
il suo essere che si squarciava per essa il mistero delle parole bibliche: formerete
una sola carne e un solo spirito. Per un istante si udì il fremito delle
labbra congiunte, il rantolo della voluttà; poi la donna si sciolse,
vergognosa, additando Marta.
Marta aveva soffocato un
grido, come colpita al cuore; e nello stesso momento aveva sentito le sue
viscere sollevarsi, muoversi nel suo grembo un essere, e per le sue vene, per
la sua carne correre il palpito atteso, la rivelazione di un'altra vita,
scoppiata colla rivelazione stessa dell'amore.
Ogni velo era tolto,
sciolto ogni dubbio, la sua virginità cadeva in quel punto, ella era fatta
donna. Comprendeva, sentiva, desiderava tutto. L'impressione era stata così
rapida e violenta, che la presenza di quell'uomo, adesso, le faceva male.
Si rizzò, pallida,
volgendo altrove gli occhi.
- Vuol partire con
questo tempo? - balbettò la donna.
Voleva partire.
L'uomo si offerse di
accompagnarla; non accettò. Allora i due sposi, imbarazzati, le diedero un
ombrello, insegnandole la via più breve.
Quel balzo, quella
stretta, quel bacio, quel rantolo, Marta portava tutto con sè, l'avrebbe
portato l'intera vita. E correva sotto la pioggia, mentre da' suoi occhi
scorrevano larghe lagrime, inondata dal cielo, inondata dall'anima sua.
Piangeva e rabbrividiva, con una consolazione lontana, una consolazione che le
veniva dalle viscere, debole ancora, confusa, eppure deliziosamente soave.
Poco lungi da casa
incontrò Alberto che la sgridò con dolcezza, dicendole che era stata
imprudente. Egli era agitato, temeva per lei; ma sotto l'ombrello che la
riparava, non vide le sue lagrime, no, queste non le vide. Egli aveva d'altra
parte una notizia a darle.
- Quale notizia? - disse
Marta, distratta.
- Vedrai, vedrai!
Marta tornò a correre,
precedendo suo marito, febbrile, ansiosa, tutta fracida per l'acqua presa.
Appena entrata nel cortile le apparve davanti sua madre.
- Ah! - gridò. E le
cadde nelle braccia.
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