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Le cortine fiorate del
letto, velando la luce, spandevano intorno un'aria raccolta d'alcova, una dolce
aria di intimità, che Marta respirava voluttuosamente.
Aveva avuto una febbriciattola,
leggera, tuttavia non le permettevano di alzarsi per quel giorno. Pioveva
sempre, e nell'uggia del cielo grigio la camera sembrava per il confronto più
lieta, coi parati nuovi, i veli della pettiniera candidissimi, i fiocchi
azzurri così dolci all'occhio, i cristalli del lavabo lucenti, iridati, entro
cui prolungava i suoi giorni un ciuffo di vaniglia, l'ultimo della stagione.
- Come è simpatica
questa casa! - disse la mamma.
La signora Oldofredi era
ancor giovane, piuttosto piccola e grassoccia, con una distinzione che le
veniva dal sorriso, lo stesso sorriso malinconico di Marta; senonchè
l'espressione serena di tutto il volto, la calma della persona, annunciavano un
abito di filosofica indifferenza alle tempeste della vita, un partito preso di
ottimismo ad ogni costo.
Aveva i capelli neri,
acconciati con cura, le mani piccole e ben tenute, una sciarpa di trina
allacciata con un ampio fiocco sotto la gola. Quando girava il capo le si
vedevano scintillare i diamantini appesi all'orecchio.
Stava seduta sulla
poltrona accanto al letto, e di lì fissava un paio di pianelle scalcagnate,
poste dov'erano i vestiti di Marta.
- Che cosa guardi mamma?
- Sono tue queste
pianelle?
- Sì, perchè?
- Non te le avevo
comperate nuove, di pelle bianca, con una fodera di raso bleu marin che
doveva accompagnare la vestaglia? E a proposito, dov'è la vestaglia?
- La mettevo nei primi
tempi - rispose Marta con esitazione - poi mi parve di sciuparla inutilmente.
La signora Oldofredi
rimase pensierosa su quell'inutilmente.
- Noi donne - disse poi
- dobbiamo avere molta cura della persona, delle vesti, di tutto ciò che indica
pulitezza e grazia; specie quando si ha per marito un giovinotto.
- Oh! - interruppe Marta
- Alberto non bada a queste cose.
Tacquero, trascinate entrambe
dai loro pensieri, divise per modo che dopo un po' di tempo si guardarono in
faccia disorientate. Molto c'era da dire da una parte e dall'altra; immenso il
desiderio di chiedere, di confidare, ma un pudore ed un orgoglio di donna le
tratteneva. La madre si accontentava di guardar Marta intensamente, studiandone
il volto affilato, e Marta si lasciava covare da quello sguardo, restando
dolce, malinconica, sempre un po' distratta, coll'aria di una persona che
assiste a delle visioni.
Per farla parlare, la
signora Oldofredi si interessò alle nuove relazioni di sua figlia; ebbe così la
descrizione dei coniugi Merelli, di Toniolo, del dottorone. A sua volta le
narrò degli amici di città, dei matrimoni fatti o da farsi. Disse di una loro
cugina che voleva sposare per forza un sottotenente, che i parenti non
acconsentivano, che d'altra parte non vi era neppure la dote militare, che
l'ufficialetto pazzo d'amore minacciava di togliersi la vita e che lei, la
ragazza, sognava combinazioni incredibili per riunire la somma; l'ultima
trovata era di farsi attrice, andare in America...
Marta ascoltava in
silenzio.
- Teste esaltate -
concluse la signora Oldofredi, accomodandosi il fiocco della sciarpa. - I buoni
matrimoni sono quelli combinati dalla ragione. Io, vedi, avevo diciotto anni
quando conobbi tuo padre. Non ne ero innamorata proprio niente. Veniva in casa
nostra due volte alla settimana a giuocare al sette e mezzo; si usava molto
allora. Mi par di vederlo: entrava duro duro, un po' angoloso, miope, salutava con
quel cenno vago delle persone che non veggono un palmo più in là del naso: ed
era molto meno bello di Alberto, senza confronto. Perdeva spesso al giuoco. Mio
padre gli diceva: fortunato in amore! Io ricamavo, lo rammento come fosse
adesso, due conigli sopra un fondo di lana rossa; questo ricamo penzolava un
po' qui, un po' là, non ero allora quella terribile nemica del disordine che
sono adesso... Ebbene, egli guardava il mio lavoro con un interesse, con una
attenzione che non avrebbe potuto essere maggiore se la sua vita fosse dipesa
da quello. Il fatto è che terminati i conigli, chiese la mia mano. Ed ecco
tutto. Vedi che non è un romanzo.
- Mio padre però ti
amava - disse Marta con una voce profonda che fece trasalire la signora
Oldofredi.
- Sì - rispose questa
semplicemente. - Io pure gli volevo bene; apprezzavo la sua onestà, le cure
gentili di cui mi circondava, il suo affetto nobile, sicuro, e fu una grave
disgrazia il perderlo così presto.
- Ti amava d'amore? -
domandò Marta bruscamente.
E siccome la mamma
esitava, cogli occhi erranti sulle pianelle di Marta e con mille dubbi nel
cuore, ella rincalzò con quel suo impeto appassionato:
- Dimmelo mammina,
mammuccia, mammolina...
- Oh! Marta - fece la
signora Oldofredi chinandosi a baciarla - sei ancora la stessa.
E si pose a ravviarle i
capelli sulla fronte, le coltri intorno al collo, e il guanciale, e il piumino,
proprio come ad una bimbetta in culla, bevendo il raggio di quei cari occhi
mesti, dove ondeggiava un pensiero inafferrabile.
- Vi sono delle parole
sulle quali io credo non si arriverà mai a metterci tutti d'accordo, bimba
cara. Il sesso, l'età, il temperamento, la educazione, l'ambiente, le
circostanze sono altretante cause che modificano il significato della parola
amore. Noi generalmente ce lo figuriamo come la quintessenza delle gioie
mortali; è naturale, lo vediamo così da lontano finchè siamo fanciulle! È la
fiammolina che guizza sulle zolle umide, è la fosforescenza dorata della
farfalla, è un gaz, è una polvere alla quale noi diamo i grandi nomi di
passione, di delirio, di estasi...
La voce della signora
Oldofredi tremava un poco; ella riprese tuttavia sforzandosi di parere calma e
padrona di sè:
- E quando si scopre
l'inganno, invece di accusare la falsità della nostra immaginazione, ce la
prendiamo coll'amore che, poveretto, non può essere diversamente da quello che
è sempre stato, un sogno, un miraggio...
- No, mamma, l'amore
esiste. - Marta, che dapprima aveva ascoltato quietamente, si rizzò sui
guanciali, febbrile, rosea, con quella bellezza improvvisa che le veniva a
sbalzi, colla pupilla ardente e dilatata. - L'amore esiste!
Per un istante la madre
scrutò fino in fondo il pensiero di sua figlia.
- Facciamo una
supposizione - continuò Marta appoggiandosi col gomito sul guanciale - mettiamo
una ragazza che abbia passato otto, dieci anni della sua vita, divisa fra
questi due pensieri che sono il fondamento della nostra educazione: l'onestà e
l'amore. Vuol amare, primo perchè è il suo istinto, poi perchè trova scritto e
sente ripetere che l'amore è la massima delle felicità, che la donna è creata
per l'amore, ecc. La religione stessa, più castamente, le parla però di amore e
fa anzi dell'amore un sacramento. Vuol essere onesta, di quella onestà tutta
femminile che è il pudore, la riserbatezza, la sottomissione; onestà che l'uomo
non conosce, che è stata inventata unicamente per la donna e che la porta a
fuggire con orrore tutto ciò che ha l'apparenza di una colpa. Che fa la
ragazza? Ella riunisce le due aspirazioni, i due punti principali del suo
catechismo, e dall'unione di due cose ben reali ne esce quel non so che di
incorporeo, di vaporoso, di sublime e di ridicolo insieme che si chiama appunto
l'ideale.
- Ma...
- Abbi pazienza mamma.
Già non si parla di noi, è una supposizione, nevvero? Lasciami dire. Se,
entrando nella vita, quella ragazza non trova le due aspirazioni riunite, se
vede che l'amore non è sempre il premio e il compagno dell'onestà, che, legati
insieme barbaramente come gemelli mostruosi, non sempre vanno d'accordo, non sempre
si intendono e viene il momento in cui uno dei due...
La signora Oldofredi
scandagliò l'abisso e non la lasciò terminare; ma trascinata dall'impeto che
Marta frenava invano, ella pure si sentì donna, ella pure colle guancie
arrossate, l'occhio ardente, le labbra che tremavano urtandosi al placido
sorriso abituale, ella pure illuminata da una arcana bellezza, esclamò:
- L'amore è una
illusione! Credi tu che vi sarebbe tanta attività nel mondo, che l'arte
produrrebbe i suoi capolavori, che la pietà innalzerebbe i suoi monumenti, che
il patriottismo darebbe i suoi eroi e la religione i suoi martiri, se l'amore
come lo intendi tu esistesse? Perchè si coltivano tanti fiori nei vasi e si
tengono dei canerini in gabbia, perchè si riempiono le case di ricami e di
lavori all'uncinetto, perchè leggiamo i romanzi e i giornali di mode, perchè
andiamo ai concerti, perchè vi è sì gran numero di istituzioni filantropiche
dove le donne sono patronesse, ispettrici, visitatrici, se l'amore fosse una
realtà, se l'amore potesse bastare almeno alla vita di una donna?
- Eppure - ripetè Marta
scuotendo il capo - è l'amore che ispira l'arte, è l'amore che riscalda la
carità...
- Sono i disinganni
dell'amore, è l'impotenza, l'assoluta impossibilità di estrinsecare nell'amore,
nel solo amore, quella tendenza al sublime che c'è in noi. Oh! ma tutto il
mondo perirebbe, non vi sarebbe più posto per nulla, per nulla capisci, se il
lampo dell'amore potesse durare?
Marta fu colpita dalla
luce straordinaria che brillava negli occhi di sua madre, rivelandole un fondo
di ardore che ella non avrebbe mai sospettato; come l'eco di battaglie lontane,
di lotte, di pianti, di morti, su cui era passata la grande, la benefica ala
del tempo; e sentì di amarla doppiamente; si sentì sua eguale, sua compagna.
Forse l'amore non è per
tutti, forse è il più gran dolore della vita, forse non dura, forse è un
miraggio; ma ella aveva visto, aveva visto!.. e cogli occhi gonfi di lagrime,
mormorò, quasi parlando a se stessa:
- Esiste.
Nel silenzio raccolto dell'alcova
quest'unica parola cadde con un mormorìo solenne di responso.
- Senti - disse la
signora Oldofredi prendendole le mani e abbassando la voce in ragione inversa
dall'emozione crescente - facciamo un'altra supposizione. Mettiamo una donna,
una giovane donna libera di sè, e mettiamo pure che ella incontri sulla sua via
l'amore.
- Dunque c'è.
- Ma Dio! - gemette la
signora Oldofredi con tutta l'anima negli occhi - c'è il desiderio, il sogno, l'illusione!
C'è l'istante del delirio, c'è la febbre che fa dimenticare tutto, lo spasimo
per cui il piacere rasenta il freddo della morte; ma poichè tutto ciò passa,
poichè non resta nulla dei più sinceri trasporti, poichè gli amanti finiscono
col diventare stranieri l'uno all'altro e incontrarsi senza che più nulla
trasalisca del loro cuore nè dei loro sensi, bisogna rinnegare l'amore, bisogna
dire l'amore non esiste! Credi a me... credi, credi.
Colle mani strette nelle
mani si guardarono in fondo all'anima, misurando le loro disperazioni; la madre
violentata per non poter dire di più, la figlia temendo di indovinare troppo.
- Allora - fece Marta,
tergendosi la fronte quasi un sudore improvviso l'avesse bagnata - non c'è
nulla.
In quel momento si
arrestò ascoltando. La stessa sensazione che l'aveva fatta trasalire il giorno
prima nella casuccia dei due contadini, si rinnovava. Sentiva le sue viscere
commoversi sotto un impulso di persona viva, colla strana rivelazione di un
altro essere in se stessa. Sembrava una piccola mano che battesse contro il suo
seno, una piccola mano che voleva dire: Aprimi, io sono l'amore e la verità.
- Gli uomini - continuò
la signora Oldofredi, presa nella foga vertiginosa delle proprie parole -
conoscono presto l'amore, lo valutano per quello che è e passano oltre,
attratti dalla ambizione, dagli affari, della vita pubblica. Ma anche noi non
possiamo vivere nella continua illusione dell'amore; per questo abbiamo la
religione e la maternità. È ancora l'amore, ma l'amore che si trasforma;
l'ideale risale al cielo, mentre la parte materiale di noi si anima e vive
della nostra stessa carne...
Marta non udiva, delle
parole di sua madre, che il bisbiglio. Colle mani raccolte sul grembo, le
palpebre socchiuse, il corpo abbandonato nei guanciali, aveva l'apparenza della
più gran calma, ma un brivido la scuoteva internamente, un brivido e una
puntura. Vedeva ancora quell'amplesso, quel bacio... come dubitarne, se tutto
il suo essere ne era stato scosso, se all'improvvisa rivelazione aveva compreso,
lei già donna, il[**Nell'originale "i"] mistero della virginità, quel
mistero che è il segreto di Dio e che l'amore solo comunica agli uomini?
Lievi lagrime brucianti
sfuggivano dalle sue palpebre.
- Marta! Marta! -
chiamava la mamma, curva su di lei, divinatrice amorosa della lotta che si
combatteva nel di lei cuore.
Marta, senza parlare,
ripeteva fra sè: Sarà il raggio che sfolgora e muore, sarà l'illusione che
passa, sarà il sogno, il delirio di un istante; pure esiste. Raggio che non
scalda tutti i cuori, sogno che non rallegra tutte le notti...
Ma intanto la piccola
mano ripeteva con insistenza: Apri, io sono l'amore e la verità.
E Marta rivedeva, in una
specie di visione magnetica, la bella campagna estiva, gli alberi frondosi
ramificanti sopra lo sfondo azzurro e un meschino insetto che tendeva i suoi
fili d'argento. Spezzato un filo gettava l'altro, e un altro ancora e ancora,
sempre avanti, la tela prendeva proporzioni gigantesche, i fili abbracciavano
tutto il creato, salivano ad altezze vertiginose, toccavano il cielo.
Era la vasta tela della
vita umana, il lavoro ogni giorno rinnovato di chi soffre e combatte; il lavoro
temerario che poggia nel vuoto guardando arditamente la luce; lo sforzo immane
di milioni di esseri, intelligenze torturate, cuori spasimanti, schiavi in
pena, tutti sorgenti dalle loro catene, tutti lanciando il loro filo d'argento
al misterioso Ignoto. E i fili si spezzano, e la tela si strappa e la felicità
dondola sempre sospesa all'impalpabile bava di un aracnide. Che importa?
Tutto muore, tutto
nasce, tutto cambia, tutto si rinnova, le tombe scoperchiate servono di culla,
i cuori insanguinati e piangenti danno nuovo sangue e nuove lagrime alla vita.
Avanti, coraggio!
FINE.
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