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Anna Radius Zuccari (alias Neera)
L'indomani

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Toniolo prendeva il fresco sulla soglia della sua farmacia, coi pollici nei taschini del panciotto, seguendo con occhiate lunghe e profonde tutte le donne che passavano; occhiate che non gli costavano nessuno sforzo, che erano naturali ai suoi occhi ben tagliati, dal colorito intenso, che facevano supporre tutto un fondo di pensieri ed avevano procurato alle sue attrattive di borghese sentimentale, un discreto numero di simpatie femminili.

Stando così sulla soglia del negozio, assolutamente freddo, non pensando a nulla, mostrando solo la faccia pallida illuminata dallo sguardo, Toniolo aveva fatto fantasticare molte fanciulle del paese che, da quando egli rimase vedovo, avevano sentito più che mai il bisogno di prendere frequentemente della magnesia o del bicarbonato di soda; egli, enigmatico come un cofano vuoto chiuso a chiave, non aveva scoraggiata nessuna, vendendo a tutte la sua merce con la stessa fisionomia romantica ed incompresa, mostrando, nell'accartocciare gl'involti, le sue mani morbide, famigliari alle pomate, fini, lunghette, ornate al dito mignolo da un piccolo brillante, ed il sorriso vago di un uomo che insegue dei sogni.

Quando si era saputo che prendeva in moglie una ragazza del paese vicino, la magnesia e il bicarbonato di soda divennero veramente necessari a molte gastriti ed a languori di stomaco prodotti da cruccio respresso; nè egli mostrò di accorgersene, manovrando con la stessa dolcezza i barattoli e le spatole, prendendo il fresco ogni sera sulla soglia della farmacia, guardando alternativamente le donne e le stelle.

Alberto Oriani passò tenendosi a braccio sua moglie.

- Che miracolo! - disse Toniolo.

Si fermarono. Erano andati a vedere dei vasi di fiori che il dottorone voleva regalare a Marta, Si parlò un momento di fiori, tutti e tre in piedi sulla soglia; poi del tempo che voleva rannuvolarsi, infine:

- Vuol entrare? - chiese Tomolo a Marta, con molta gentilezza, e soggiunse per incoraggiarla: - Le mostrerò la camera che sto allestendo per la sposa; mi darà dei consigli.

Marta vide sulla faccia di suo marito la stessa gioia di quando, in carrozzella, aveva scorti i suoi amici. Decisamente, pensò, egli li ama molto. Un'altra idea stava per svolgersi nella sua mente, questa: e si trova in loro compagnia meglio che... ma non volle terminarla. Salì svelta il gradino della farmacia, seguita dai due uomini.

- Manca molto a questo matrimonio? - domandò Alberto intanto che attraversavano il tinello.

- Sarà verso la fine d'autunno.

- Fa' vedere a Marta la fotografia della tua fidanzata.

Toniolo pose la mano nella tasca interna dell'abito, poi in quella esterna, mormorando:

- È singolare, dove diavolo l'avrò cacciata?

- L'avrai lasciata sotto il guanciale, stanotte - disse Alberto ridendo.

Marta guardò con interesse gli occhi di velluto di Toniolo, accogliendo la supposizione che egli dormisse coll'immagine della donna amata: ma Toniolo indicò subito con la mano la fotografia, appoggiata sul caminetto, contro la pendola.

- Le assomiglia? - chiese Marta.

- Mi pare di sì.

Era una giovanotta rubizza, dalle forme pronunciate e dalla faccia ingenua. Marta voleva domandare ancora: L'ama molto? ma non osò.

- E che dirà Giuditta? - esclamò Alberto, battendo sulla spalla dell'amico.

- Oh quella si consolerà di me, come si è consolata di te...

Marta fremette, intanto che i due uomini scambiavano un'occhiata di intelligenza. Toniolo soggiunse:

- Il successore c'è già; fa il suo tirocinio in questi ultimi mesi, sai, io non sono geloso, e Giuditta trova che due valgon meglio che uno, ma io l'ho già avvertita che il mio abbonamento scade alla fine d'autunno e che non lo rinnoverò più. Non voglio impicci.

- Fai bene - disse Alberto con convinzione.

Entrarono nella camera dov'era già il letto di noce, i comodini e i cassettoni.

- Sono quelli che avevo, li ho fatti rilustrare e mettere a nuovo; ma le sedie e le tappezzerie le voglio rifare di pianta. Che ne direbbe di un bel giallo?

La domanda era rivolta a Marta.

- È forse un po' fuori di moda e facile a macchiarsi...

- Avevo pensato all'azzurro, ma scolorisce col sole, coll'aria, con la polvere, scolorisce anche al buio.

- Se prendesse una stoffa mista, a righe od a fiori?

Toniolo rifletteva, coi begli occhi abbassati, fissi sulla commessura di due mattoni.

Marta intanto guardava il letto, dove aveva dormito la prima moglie, dove la seconda avrebbe raccolto i baci ancora tiepidi avanzati a Giuditta, e le danzavano davanti le parole "come si è consolata di te." Anche Alberto dunque? Anche lui?

I due amici si erano affacciati alla finestra; le loro teste, nella luce crepuscolare, apparivano giovani, quasi somiglianti. Alberto più colorito, più florido, ma egualmente dolce e simpatico all'aspetto. Ridevano. Su quelle bocche i baci di Giuditta erano volati, senza rivalità, stringendo anzi i loro vincoli, mettendo fra loro una cosa comune, imparentandoli. Potevano pensare entrambi, nello stesso tempo, allo stesso oggetto: le spalle o le braccia di Giuditta; intendersi senza parlare, a gesti.

Il suo Alberto! Perchè suo? suo e di tutti. Quelle mani lì non avevano abbracciata, stretta, accarezzata Giuditta? e quante altre! Ora lo sapeva; e questa Giuditta era in paese. Quando lei passava al braccio di suo marito, Giuditta poteva vederla, scrutarne il volto e sorprendere i segreti della loro intimità. Avrebbe detto fra se stessa: Ecco Alberto, ha la faccia de' suoi giorni buoni: oppure: non ha la faccia de' suoi giorni buoni.

- Me le danno, sai, le trentamila lire? - diceva Toniolo affacciato alla finestra. - Se non me le davano, lasciavo a loro anche la ragazza; non ch'io sia interessato, ma quello che ci vuole ci vuole, e poichè faccio questo sacrificio di mettermi la catena al collo per la seconda volta, qualche compenso è giusto.

Si voltò, dando le spalle alla luce, così interessante nel suo pallore di giovanotto linfatico, che Marta non riuscì a mettere insieme quelle parole con quel volto, e stavolta la domanda, repressa prima, le sfuggì:

- È molto innamorato della sua sposa?

- Oh! innamorato... - fece Toniolo, sul cui volto passarono repentinamente la stanchezza e la vanità delle numerose conquiste - non è poi necessario.

- Per lei, forse - interruppe Marta, meravigliandosi ella stessa del suo ardire,

- Vedi - disse Alberto in tono conciliante - mia moglie si immagina che quando un uomo sta per ricevere il settimo sacramento debba prepararsi con mortificazioni, estasi, preghiere, ritiro dal mondo, astinenze...

- Già, già - -esclamò il farmacista ridendo - sono tutte eguali. Non per offenderla, sa? Le chiedo scusa, non per offenderla, ma anche la mia fidanzata mi domanda sempre se l'amo, se amo lei sola, se l'amerò sempre...

- E non è naturale? - disse Marta con fuoco.

Rispose Alberto:

- Tanto naturale che non occorre domandarlo.

Marta conosceva oramai quell'accento reciso, quella specie di muraglia che suo marito innalzava quando il discorso non era di suo genio. Sentì pure la sua debolezza, la sua solitudine in mezzo a quei due alleati naturali, e allora più che mai vide la intimità di Alberto co' suoi amici, quella grande porzione di vita da cui era esclusa, lei, che aveva creduto, sposandolo, di fondere due vile. Un abisso la separava dall'uomo a cui s'era data, che le era straniero, che non aveva lo stesso sangue, nè gli stessi pensieri, nè la stessa anima, che aveva vissuto trent'anni senza di lei, ch'ella non aveva mai visto piangere, che trovava inutile dirle: ti amo... e un bisogno irresistibile l'assalse, il bisogno di gettarsi nelle braccia di sua madre.

I due amici erano usciti dalla camera, avviandosi giù per la scaletta nel tinello,

- Badi che c'è un chiodo accanto all'uscio - disse Tomolo gentilmente - l'avverto per l'abito.

Sul tavolino, nel tinello, giaceva ancora il ritratto della sposa. Marta lo guardò a lungo, con una malinconica simpatia, e non riuscendo a vincere la tenerezza di cui il suo cuore traboccava, si accostò ad Alberto e gli strinse furtivamente la mano.

- Sì, sì - fece egli col tono di chi vuole acchetare un bambino riottoso.

In quella entrarono Merelli e il dottorone.

- Che bell'incontro!

Il volto di Alberto raggiò:

- Nido di tortore! - esclamò il dottore. - Fortunato mortale cui è dato abbellire la propria casa con la presenza di una donna! oh la donna!

 

Tu che con ali d'angelo

Scendi alla nostra vita

E dentro gli occhi hai lacrime

E rose infra le dita...

 

Marta osservò, meravigliatissima, che gli occhi del dottore avevano i lucciconi.

Il farmacista accese la lucerna e fece sedere i suoi ospiti intorno al tavolino.

- Bel tempo - disse Merelli - il grano turco cresce a vista, l'uva è una meraviglia.

Soggiunse il dottore:

- Ho comperato oggi una razza di tacchini stiriani, i più belli che si possano vedere, di quelli che appaiono sulle tavole dei principi con la denominazione: dinde truffée. Le femmine però io le preferisco lessate, con guarnizione di maccheroni al sugo.

- Che sigari cattivi! - disse Alberto tentando di accendere un Sella - non si può più fumare.

Toniolo si alzò, andò a prendere una cassettina, e, dopo averne chiesto il permesso alla signora, offerse dei virginia.

- Non ti annoi troppo, nevvero?

Così chiese sotto voce Alberto a sua moglie; ella che sapeva con quanto piacere Alberto stesse con gli amici, rispose:

- Niente affatto.

Ma fra sè pensava: Casa nostra è molto più comoda, più elegante, non ci manca nulla; io lo adorerei, vorrei spiegare per lui solo la mia bellezza, il mio ingegno; so parlare anch'io, non sono una sciocca, ma, a quanto pare, Toniolo, Merelli e gli altri valgono più di me. Io però ho lasciato per lui mia madre, le mie amiche, tutto; e mi basterebbe lui!...

- La signora è pensierosa? - chiese il dottorone chinandosi sulla sedia di Marta, presentandole la sua faccia larga e sensuale, dove la parte psichica si era tutta rifugiata nelle pupille.

Marta scosse il capo, e dopo una pausa chiese a sua volta:

- Perchè non ha preso moglie lei?

- Per umiltà, non credendomi degno.

- La ragione è speciosa.

- Dica vera. Come faccio ad essere sicuro che la donna che scelgo sarà felice con me?

- Ma se è buona, se è virtuosa, se ha dei principii...

- Ecco tante belle cose che non hanno nulla a vedere con la felicità.

- Se si amano...

- Altra incognita. Le ho già detto, mi pare, che per le donne oneste l'amore non può essere che un dovere o una colpa. Allevate nell'idea fissa del matrimonio, il quale, con la morale odierna è la sola porta d'uscita che esse hanno, non conoscendo l'amore nè l'uomo, ognuna accetta quel marito che il caso, gl'interessi, la mamma o gli amici le pongono davanti; è un lotto, una roulette, bazza a chi tocca, e chi le piglia se le tiene.

- Oh! - fece Marta.

- La donna non è sempre vittima, - continuò il dottorone animandosi - ella si vendica, come può, quando può. Ella risponde alla mostruosa ingiustizia dell'amore civile coi suoi milioni di isteriche, coi suoi miliardi di adultere. Colpita, colpisce; ingannata, inganna; niente di più logico, Lei vede, cara signora, che rendo piena giustizia al suo sesso, ma siccome non mi riconosco la forza di legislatore, nè di apostolo...

Alberto, dall'altro lato del tavolino, gridò a sua moglie:

- Se dai ascolto a quel chiacchierone, ne esci intontita.

- Permetti, Alberto, io difendevo la causa della donna.

- Causa sballata - vociò Merelli facendo scricchiolare la sedia su cui stava seduto. - Le donne sono tutte furbone, che pelano la gallina senza farla gridare.

- Ciò è tanto più meraviglioso - aggiunse Toniolo - che nel loro caso la gallina è un gallo.

- La donna - riprese il dottorone, con lo stesso accento ispirato col quale aveva, un momento prima, recitato i versi di Prati - è la poesia della vita, è la bellezza...

- Sì, parlatemi della bellezza delle donne! - interruppe Merelli. - Ci vogliono dei babbuini come noi per lasciarci gabellare nei teatri, nei balli, nella penombra delle alcove chiuse, tutta la quantità di ovatta, di gomma elastica, di bianco di bismuto e di kool, che forma la nostra beatitudine, citrulli che siamo!

Piano, all'orecchio di Toniolo, Alberto mormorò:

- È per garantirsi contro il kool e contro il bismuto che egli si attacca alle serve...

- Che cosa dite voialtri?

- Eh! nulla. Si approvava.

- La donna - continuò il dottorone come se nulla fosse - creatura delicata, gentile, anima sensibile messa a contatto della nostra brutalità.....

- Oh! per anima sensibile - rincrudì Merelli - non ho niente in contrario. Quando ero all'università conobbi la moglie di un professore, una deliziosa donnina, una sfumatura, un ideale, proprio di quelle che hanno le ali e le rose. Un mio amico le faceva la corte... infine la dolce creatura lo pregò di regalarle un divano, perchè sullo stesso divano dove essi filavano il perfetto amore, il marito fumava tutti i giorni la sua pipa, e ciò non le pareva delicato...

Tumultuarono tutti. Il dottorone rinunciò all'elogio della donna, sopraffatto dalla voce taurina del suo competitore; ma Alberto, approfittando della prima pausa, domandò:

- Puoi essere così pessimista? Non esistono forse donne che non si dipingono e che si accontentano di un solo divano come di un solo marito?

- Caro Oriani, una volta, in un Museo di Storia Naturale, ho visto un passero con quattro gambe. L'ho visto, ti dico! Ciò è la pura verità. Io persisto tuttavia a credere che i passeri sono bipedi.

A momenti gli facevano un'ovazione. Merelli trionfava, come sempre, rizzandosi sull'alta persona, dominando il crocchio degli amici, rosso e lucente in viso, sentendosi ammirato.

Alberto ebbe il delicato pensiero di avvicinarsi un momento a sua moglie per chiederle sottovoce:

- Stai bene?

- Sì, grazie.

Era però buono Alberto! Ella lo segui con gli occhi mentre tornava al suo posto, attratta da quel viso simpatico, intenerita per il suo atto gentile, e intanto che il discorso si metteva alla politica ella restò muta, alquanto illanguidita sulla sedia di cuoio della farmacia, col desiderio della sua poltroncina e dell'uncinetto che almeno le avrebbe fatto passare il tempo.

Nella politica si riscaldarono, qual più qual meno, secondo i temperamenti. Il pletorico Merelli gridava come un ossesso; gli veniva dietro il dottorone nervoso ed entusiasta; più calmo Alberto, quantunque allegrissimo, e Toniolo quasi indifferente, approvando col capo ciò che dicevano gli altri, i pollici nei taschini, l'occhio vagante. Ma tutti insieme riempivano la stanza, con le loro persone massicce, la voce alta, gli scarponi che si agitavano sotto il tavolino, il fumo dei sigari che s'innalzava, addensandosi sempre più.

Il volto di Alberto, sul quale Marta teneva sempre gli sguardi, scompariva tra le spalle poderose di Merelli e il torace ampio, squilibrato del dottorone; ella lo scorgeva come un punto luminoso, velato leggermente dal fumo, e ne raccoglieva ogni parola, ne seguiva ogni gesto, pascendosi di un'occhiata che cadesse dalla sua parte, raccogliendo le briciole dello spirito e della cordialità che Alberto distribuiva agli amici.

Erano suonate le undici da un pezzo ed ella, nella muta contemplazione, si sfibrava, presa dalla noia e da un principio di sonno, con la visione lontana del suo letto, della sua dolce casa.

Ma si erano messi a discorrere delle colonie d'Africa e venne la mezzanotte. Merelli sbraitava nella esuberanza del suo temperamento sanguigno, per cui Toniolo mormorò piano, sorridendo:

- Ce ne vorrebbero due al giorno delle Ninette per quello lì([3])!

Marta si sentì sollevata quando Alberto, levandosi in piedi, annunciò che si partiva.

Non volle il braccio di nessuno; appena uscita si avvinse a suo marito, carezzevole, amorosa, con certi scatti da bambino freddoloso, tenendo voltata la faccia per sfiorare con le labbra la manica di Alberto.

Merelli e il dottore lasciarono che i due sposi andassero a casa soli.

A mezzo d'una via, una donna, uscendo frettolosa da una porticina, attraversò loro la strada, passando così presso ad Alberto da urtarlo. Marta sentì il contraccolpo di quell'urto, vide la donna che si era fermata mezzo minuto, audacemente, accanto a loro, ed Alberto che aveva fatto un movimento indietro, ed ancora la donna che era scomparsa rapida, rompendo l'oscurità della notte con la striscia chiara del suo abito.

Tutto il sangue di Marta le affluì al cuore.

- È Giuditta! - esclamò stringendo con violenza il braccio di suo marito.

Alberto non rispose subito.

- Dimmi la verità, è lei?

- Ma che!

- Pure la conosci...

- No, ti dico. Non l'ho nemmeno guardata.

- Ma potrebbe esser lei?

- Non so...

A che insistere? Tacque.

Ma ricalcando le orme della donna, sembrava a Marta che la sconosciuta avesse lasciato qualche cosa dietro a sè, nell'aria rotta dalla sua persona, sui sassi battuti dal suo piede; un miasma che saliva, nauseante, che l'avvolgeva tutta, la prendeva alla gola con un'ondata di impurità, soffocandola, strozzandola; e nella acutezza della sensazione le sembrava di udire laggiù, fra le tenebre della notte, il ghigno beffardo di colei che aveva posseduto suo marito, perchè era lei, lo sentiva!

 




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