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Marco Praga
La biondina

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I

 

Il sole entrava dall'ampio finestrone a inondare di luce lo studio vastissimo, dove Giacomo Burton lavorava, dall'alba al tramonto. Due delle bianche pareti erano coperte da grandi tavole di disegni, modelli di macchine; sulla terza, di contro al finestrone, era una sfilata di mensole chiare di larice, con tutte le fiale ed i vasi bianchi ed azzurri, pieni di minerali e di acidi, nella gamma allegra di colori che la chimica possiede. Qua e , e negli angoli, sul pavimento, erano pezzi di macchine, e pile, e fornelli. Un terzo della stanza era occupato da due lunghe tavole da disegno poggianti sui cavalletti altissimi: sulle tavole, cosparse di compassi e di regoli, spioveva una gran luce dall'ampia vetrata. Tutto, dentro, era semplice, rigido, severo, ordinato; tutto, fuorchè il breve spazio racchiuso dall'angolo a destra del finestrone, dove era un divano; e due poltroncine di tela russa con un'alta bordatura di azzurro fissata da borchiette d'oro: e, steso dinanzi ad essi, un rosso tappeto a fiorami oscuri; e, sulla parete, a coprire il bianco della muraglia, una stoffa drappeggiata con arte, che inquadrava una grande fotografia di donna racchiusa in una semplice cornice d'abete. Quell'angolo, come un salottino non ricco ma civettuolo, introdottosi quasi furtivo in quel tempio severo del lavoro, era Adelina che l'aveva voluto, che l'aveva imposto a suo marito. Aveva comperato essa il divano e le poltroncine, e il tappeto, e un giorno era capitata con tutta quella roba recata da un operaio della fabbrica: e, tutta sola, mentre Giacomo, sorridendo, disegnava, avea creato quel cantuccio, trasfondendovi un po' della grazia, della allegra civetteria ch'era nella sua persona. Avea messo il piccolo divano di sbieco, nell'angolo: poi, salita in piedi su di esso, appiccicò con quattro chiodi il drappeggio; poi stese il tappeto; e mise le poltroncine ai due lati del divano.

Adesso esci un momento.

Perchè?

— Te ne prego. Esci in corte, due minuti, poi ti chiamo.

Giacomo uscì; ed essa, di furia, appese la fotografia fino allora tenuta gelosamente nascosta. Poi, affacciandosi alla porticina dello studio, ch'era all'angolo opposto a quello da lei trasformato, lo chiamò:

James! James! corri, adesso, vieni, vieni presto.

— Oh! il tuo ritratto! — disse lui, con stupore, ma senza scomporsi molto, senza alzare troppo la voce. — Il tuo ritratto. Un'improvvisata. Bellissimo. Chi te lo ha fatto?

— Un fotografo! — ribattè lei, ridendo, fissando gli occhi allegri negli occhi di suo marito.

— Già, un fotografo. Ma, così grande! costerà molto. Non spendi troppo, Adelina, in cose superflue?

— Nulla, nulla, nulla. È il regalo di un'amica mia che à sposato un fotografo.

— Chi?

— Un'amica mia di collegio; non la conosci, tu. Già, non ne conosci nessuna, — aggiunse, ridendo sempre. Poi fattasi seria, a un tratto: — Sei cattivo, però. Il mio ritratto lo chiami una cosa superflua. Vivi qua dentro dalla mattina alla sera: appena mi vedi una mezz'ora durante il giorno se vengo a farti una visitina. Almeno avrai il mio ritratto dinanzi agli occhi. Credevo ti dovesse far piacere! Invece!...

— Sì, tanto piacere. Temevo soltanto tu avessi fatta una spesa troppo forte per noi. Tu sai che non possiamo ancora spendere molto. Lo sai. — E l'aveva baciata sulla bocca, e s'era rimesso al lavoro.

Allora, Adelina, quel giorno, s'era accoccolata sul divano, ed era rimasta più a lungo.

Ah! così! Adesso, quando verrò a trovarti qui, avrò un cantuccio simpatico dove mettermi, avrò un sedile decente sul quale non arrischierò di rovinarmi le vesti come sulle tue sedie di paglia inzuppate di acidi. Sei contento? Ma anche a questo ò dovuto pensar io. Sei un orso, tu! E poi, via, quando vien qui qualche persona per bene, potrai riceverla a modo. Un orrore, proprio un orrore: tu eri capace di far sedere sul trespolo un commendatore, o di tenere in piedi un deputato, per mancanza di sedili. Ma la tua mogliettina pensa a tutto. Nevvero? Anzi, sai che cosa ò pensato, adesso che c'è il salottino, qui? Io verrò ogni giorno, porterò con me il mio lavoro ed un libro, e rimarrò a lungo, a tenerti compagnia. Eh?

— Ti annoierai, piccina.

— E quando mi annoierò anderò via! Ecco!... Soltanto, ti prego: quando ti fabbrichi qualcuna di quelle tue combinazioni chimiche.... di quelle.... Dio! che odori, ah! allora sì, avvertimene prima, che non ci venga. Mi fai star male una settimana intera.

Poi, ancora, gli aveva raccontato una quantità di frottole graziose, e di storielle piccanti, raccolte qua e , nei salotti della zia o della sua amica, la Bianca, dove essa passava le ore del pomeriggio.

Lui, impassibile, serio, ascoltava silenzioso, disegnando, durante le visite che sua moglie gli faceva all'officina, quasi ogni giorno, da un anno in qua. Poichè s'erano sposati da quattro anni, ma questa intimità tra di loro, questa affettuosità di Adelina per lui, erano nate da poco. Giacomo, innamorato di sua moglie lo era stato sempre: ma non era nel suo carattere di dirlo e di dimostrarlo troppo: poi, gli mancava anche il tempo di dirlo e di dimostrarlo. Dalle sette di sera sino all'alba del giorno appresso, ecco le ore che poteva dedicarle. Dall'alba alle sette, lavorava. E Adelina, nei primi tre anni di matrimonio, s'era acconciata facilmente a questa vita.

Tutto il giorno era libera: l'officina lontana, fuori dazio; e poiché aveva sposato l'inglese (glie ne avevano parlato chiamandolo così, la prima volta) senza amore, per convenienza, perchè disperava, a 24 anni, di trovare di meglio, non si crucciava di questa gran libertà che suo marito era obbligato a concederle: anzi, forse, ne gioiva e se ne valeva. Ma da un anno, un gran cambiamento s'era fatto in lei. Quasi ogni giorno, essa veniva a trovarlo in istudio. Saliva in tram in piazza del Duomo, e scendeva al dazio. Poi aveva ancora buon tratto di strada a percorrere, sino alla gran porta di un lungo fabbricato di mattoni rossicci, sulla quale ad alte lettere nere, era scritto: «Società internazionale dei tramway a vapore». Era una società inglese che aveva costrutto ed esercitava molte linee di tram nell'Alta Italia, e aveva la sua sede principale a Milano, e quivi il suo direttore tecnico, James Burton.

Un valore, quest'uomo. C'era in lui la stoffa di un inventore. Da quattro anni studiava l'applicazione dell'elettricità alla trazione dei tram, secondo un sistema nuovo, pratico, economico, che, perfezionato al punto ch'egli aveva fissato di raggiungere, avrebbe portata una rivoluzione in questo genere d'industria, avrebbe debellato in modo assoluto il sistema della trazione a vapore e a cavalli, e avrebbe fatta la fortuna di lui. Così, egli rubava al sonno, agli svaghi, alla famiglia, molte ore, e le dedicava ai suoi studi. Gli sarebbe bastato di lavorare dalle dieci del mattino alle quattro di sera per sbrigare le faccende del suo ufficio. Invece, egli rimaneva all'officina dodici ore al giorno, occupato sempre in nuovi tentativi ed in esperimenti nuovi. Era questa la fissazione di quell'uomo tenace e di genio: farsi una fama e una fortuna.

Giacomo era il minore di sette fratelli. Era nato a Glasgow. Papà Burton, commerciante, aveva allevato i suoi cinque maschi con idee pratiche e sane seguendone le attitudini ed avviandoli alla carriera a ciascuno più adatta. «Soltanto. — aveva detto loro — badate che non sono ricco, che non ò nessuna probabilità di diventarlo; la vita costa assai; e se potrò mettere da parte qualcosa sarà per le vostre sorelle, ed è giusto che abbia ad essere per loro. Voialtri potete e dovete lavorare, e pensare a voi stessi. Quindi, se è possibile, sceglietevi una professione nella quale si guadagni presto, senza un troppo lungo tirocinio». Chi s'era dato al commercio, chi all'ingegneria: il maggiore, innamorato del mare, aveva percorsi gli studi navali, ed era ufficiale, adesso, nella marina inglese. James, laureato ingegnere, s'occupò alla costruzione di una ferrovia. Poi gli avevano offerta questa carica in Italia: e l'aveva accettata, pensando che anche qui avrebbe potuto lavorare e studiare. Quando avrebbe risolto il problema del quale si era invaghito, sarebbe tornato in Inghilterra per trarne profitto. Questo impiego che gli si offriva in Italia era la modesta, sicura, tranquilla agiatezza che gli permetterebbe di compiere i suoi studi.

Ed era venuto. Bel giovane di ventotto anni, alto, biondo, forte; colto; affabile e cortese nella riservatezza della sua razza; aveva subito ispirato delle vivissime simpatie. Gli era capitata la fortuna, sin dai primordi del suo soggiorno a Milano, di trovar l'amicizia franca e leale di un buon tipo di vecchio ambrosiano, il cavaliere Cristoforo Galli, fabbricante di candele e di saponi, uno dei consiglieri di amministrazione della «Società dei tram dell'Alta Italia». Il buon vecchio lavoratore, che, nato poverissimo, s'era fatto una fortuna colle sue candele e coi suoi saponi, aveva subito simpatizzato col giovinotto, il quale, sin dai primi discorsi, aveva espresse delle idee così sane, così giuste, così pratiche.

Avevano subito simpatizzato le due onestà di questi uomini di razza diversa: l'onestà rigida severa del giovanotto; l'onestà bonaria, indulgente del vecchio. E questi aveva invitato quello in sua casa, una gran casa ospitale che raccoglieva una numerosa famiglia patriarcale: la moglie, una vecchietta miserina di persona e d'intelletto, intontita nell'agiatezza che le era nata d'attorno a poco a poco, durante vent'anni di lavoro e di risparmio; e cinque figliuoli, due maschi e tre femmine; e le mogli dei figlioli; e il marito di una delle femmine: e i bimbi loro. I maschi erano a capo degli affari e dirigevano la fabbrica: il marito della figlia maggiore, anche lui, già commesso nell'azienda, era adesso il viaggiatore principale della ditta. E così vivevano tutti assieme, in un gran palazzo fuori porta Magenta, attiguo alla officina dei saponi, fabbricato apposta dal vecchio allo scopo e coll'intento di vedervi alloggiare tutti i suoi, anche le future famiglie delle due figliole ancor nubili; perchè una sola imposizione usava fare ai suoi generi: di abitar , e di pranzar alla tavola comune.

Gli alloggi erano tutti indipendenti l'uno dall'altro, avevano tutti una scala e un ingresso speciale.

— Non bisogna vedersi troppo, non bisogna vivere troppo assiemediceva il vecchio — per conservare la buona armonia tra parenti. Ma l'ora del pranzo, quella sì. È l'ora allegra, durante la quale non si parla di affari e di malinconie: ci si può riunir tutti; e, in molti, si mangia meglio e di più: e quando si mangia molto e bene si campa vecchi!

Il buon Galli, incaricato, lui, dal Consiglio d'amministrazione, di ricevere all'arrivo il nuovo direttore, lo aveva subito, lo stesso giorno, invitato a pranzo. E come il giovanotto, calmo, ma un po' stupito, un po' impacciato nella novità del paese e delle persone, si schermiva:

— Ecco: siamo in diciotto a tavola, ogni giorno — gli aveva detto per convincerlo — voi capite bene che dove si mangia in diciotto si mangia in diciannove: non farò certamente un piatto di più per voi. — E glielo aveva detto un po' in francese, un po' in italiano, un po' in milanese, ma con così evidente cordialità che James aveva dovuto accettare.

Era stato curioso l'ingresso in quell'ampia sala da pranzo nella quale tutta la famiglia, avvertita, era già raccolta. La vecchietta non sapeva dire una parola di francese e quell'italiano spropositato che conosceva non avrebbe servito a nulla: non aveva fatto, quindi, che una sequela d'inchini; ma il suo faccino grinzoso, circondato da una cuffietta viola, era tutto un sorriso impacciato ma gioviale e bonario che aveva incoraggiato il forastiero. I giovanotti sapevano di francese quel pochetto che avevano imparato alla scuola. Un po' più ne sapeva il genero, che aveva viaggiato. E con certa disinvoltura lo parlavano invece le figliole, che avevano studiato e imparato di più, e si tenevano in esercizio colla lettura del Bourget e del Maupassant. Tutti avevano avuta una parola gentile, una espressione forse un poco volgare ma piena di cordialità. A tavola, il vecchio se l'era fatto sedere vicino, e dall'altro lato gli aveva posto Clara, la minore delle figliole, la più vivace e la più istrutta, che, allegra, gli parlava, gli spiegava, lo interrogava, gli faceva da interprete.

Il vecchio rideva, e mentre rimpinzava di vivande il piatto dell'ospite e gli riempiva il bicchiere, esclamava ogni tanto:

— Ah! ah! finalmente m'accorgo che non ò spesi inutilmente i miei denari per far studiare queste figliole!

E così, nella giovialità dell'ambiente; nell'allegra festosità di quella gran sala, e di quella gran tavola dove tutti mangiavano con molto appetito dei cibi saporiti ed abbondanti; James, senza comprendere gran che di quel che gli dicevano; senza saper bene quello che dicesse, aveva capito, s'era convinto di essere capitato tra gente buona ed onesta. Dinanzi a lui stavano sedute le mamme, la figlia maggiore di Galli e le due nuore: e ognuna aveva daccanto i propri figlioli, otto o nove in tutto, bambocci tra i due anni ed i cinque, seduti sulle sedie alte di giunco; perchè il nonno li voleva tutti a tavola, anch'essi, non appena dal latte della balia passavano alla pappa. I bambini avevano avuto un momento di vergogna, di stupore attento e scrutatore negli occhi fissi sul nuovo commensale. Poi s'erano fatti coraggio, a poco a poco, incoraggiandosi l'un l'altro, trovando ardire l'un l'altro dal rinfrancarsi reciproco; e, dopo mezz'ora, quel pranzo aveva assunto l'aspetto, ai loro occhi, di un pranzo comune, come quello d'ogni giorno, nell'intimità delle persone note: ed erano cominciate le grida e gli strilli, e le risate e le birichinate che il nonno permetteva, e delle quali anzi gioiva e si gloriava. James l'aveva di contro a quella fila allegra di puppattoli rosei e biondi: li guardava, sorridendo; e anch'essi, i bimbi, avevano cooperato a infondergli coraggio, a metterlo a suo agio, a renderlo contento, a dargli mille speranze liete per la nuova vita che s'inaugurava quel giorno per lui. Gli parevano, tutta quella festività, tutta quella cordialità, un buon augurio. In fin di pranzo, aveva già scordato le ansie e le paure che, malgrado la gagliardia del carattere, lo avevano accompagnato, giovane e solo, durante il lungo viaggio dalla patria ad un paese nuovo e sconosciuto. Ricordava soltanto le ultime raccomandazioni di sua madre, e le lagrime che aveva asciugate coi suoi baci sulle ciglia di lei. E, lasciando quella sera la casa di Galli, prima di rientrare alla locanda aveva sentito il bisogno irresistibile di telegrafare a casa sua. E aveva telegrafato: «Sto bene. Gli italiani sono brava gente».

 

L'Adelina l'aveva conosciuta nella casa dei Galli, dov'era tornato sovente, ospite gradito dei loro pranzi e delle festicciole che, durante il carnovale, il vecchio ambrosiano offriva al sabato di ogni settimana. Lo scopo di quelle festicciole era di trovar marito alle due figliuole ancor nubili, Clara e Virginia. Non ne faceva un mistero.

— Potrei condurle in societàdiceva sovente a Giacomo che aveva preso a suo confidente e al quale questo discorso lo faceva volontieri. — Potrei condurle a teatro, al Corso; sono belline: ànno fama di possedere quattro soldi; un marito glie lo troverei facilmente. Ma mi ripugna l'idea di un marito trovato per istrada; e non mi piacciono i matrimoni di progetto, combinati fuori di casa, anzi in casa altrui. Oh! c'è della gente, delle donne, delle donne vecchie per lo più, e che capitarono male nel marito loro, che ànno la smania di combinar matrimoni. Forse è così anche da voi, al vostro paese. Sensali da matrimonio che lavorano senza provvigione, per amore dell'arte. Oh! caro Burton, Clara e Virginia potrebbero essere sposate dieci volte, a quest'ora,. Ogni tanto mia moglie à un gran discorso da farmi: «Sai? la tale mi à proposto il tale. Sai? la tale mi à parlato di un bravo giovane che potrebbe essere un ottimo marito per Virginia». Niente! niente! non voglio saperne di codesta roba; non mi fido. Ci à da essere la simpatia per sposarsi. Così, io ricevo qui gli amici: e dico loro: portate i figlioli e i nipoti, e gli amici dei figlioli e dei nipoti. Si fanno quattro salti, si mangia una fetta di panettone. Penseranno che cerco marito alle figlie. E che lo pensino! Che c'è di male? Ma quando vedranno che non le butto via, che non le al primo capitato; che anzi ne faccio venir molti, quanti ce ne stanno, per procedere ad una selezione, per scegliere bene.... E non crediate, caro Burton, che cerchi mari e monti: milioni contee. Cerco un bravo giovanotto, anzi due bravi giovanotti, perchè sono due le ragazze, che abbiano voglia di lavorare. E se anche non ànno sostanza e un lavoro avviato, niente paura. Qui a fabbricar saponi e candele, c'è lavoro per tutti. Così, invece di due maschi, me ne avesse fatti sei mia moglie. Si risparmierebbe nello stipendio agli impiegati. E poi, naturalmente, non combinerò nulla se non vedrò che c'è la simpatia.... Vedete, caro Burton, il mio gran lavoro, tutta la mia preoccupazione, durante queste festine, è di studiare, senza farmi scorgere, il contegno delle due ragazze. Io, seguo i loro sguardi: cerco d'indovinare dove si posano; osservo con chi ballano di preferenza, spio le confidenze che si fanno tra loro. Se, una volta o l'altra arrivo a coglierle in fallo, vale a dire che si tradiscano, io esamino il soggetto: se mi va, se à le qualità che voglio, piglio la ragazza e le dico: «È quello che ti piace?» Se diventa rossa, so il fatto mio. Allora osservo lui: capisco subito se lui corrisponde. Se sì, lo piglio e gli dico: «Sei un bravo ragazzo. Ti piace? La vuoi?» E li sposo. Ò fatto così per la maggiore, la Carolina: le ò dato un bravo ragazzo che conoscevo, che avevo qui da dieci anni in istudio. Non aveva un soldo e guadagnava dugento lire il mese: poche, per metter su famiglia. Cosa ò fatto? Gli ò raddoppiato lo stipendio, e l'ò messo in grado, così, di sposare mia figlia. Ed è un matrimonio che va benone. Ànno già fatti due figlioli, e, se non capitano disgrazie, che Dio ci guardi, arrivano alla dozzina. E sì che mio genero è quasi sempre in viaggio. Ma quando è qui, sa fare il suo dovere! — E giù una grossa risata, mentre vuotava un buon bicchiere di barolo.

Questo discorso, con poche varianti, il vecchio Galli l'aveva fatto per tutto il carnevale, a Giacomo, regolarmente, ogni sabato. E mentre tracannava il barolo, lo guardava colla coda dell'occhio; avesse potuto sperare di non fare un buco nell'acqua, la conclusione del discorso l'avrebbe ripetuta a lui, a Giacomo: — La vuoi? Ti piace? Sei un bravo ragazzo. Pigliala! — Soltanto, gli avrebbe chiesto quale delle due volesse: l'una o l'altra, per lui sarebbe indifferente: a scelta; e centomila lire di dote.

Ma Giacomo Burton non guardava nessuna delle due figliole. Forse, non lo ascoltava neppur più, incantonato nel vano di una finestra, immobile, gli occhi fissi su una biondina piccina, tutta fuoco, tutta brio, bellissima nella vesticciuola semplice aggraziata di mussolina bianca. E Clara, furba, avea già detto più di una volta all'amica: — L'inglese ti guarda.

— Sì, ma non si decide! — aveva replicata Adelina, ridendo.

Perchè Giacomo non si era indotto a ballare, neppure con lei, e le aveva detto appena poche parole, una sera, dopo essersi fatto presentare da Clara, perchè le si era trovato vicino, al buffet.

Fallo decidere tu! — aveva detto Clara, l'ultimo sabato del carnovale.

Perchè no! Vuoi che provi? Tu sta a vedere, e ci divertiremo.

E aveva attesa la «poule des dames», un ballo fatto apposta per le dichiarazioni della femmina al maschio, dichiarazioni a rovescia, negative, ma forse più espressive, se non più sincere, di quelle del maschio alla femmina. Le ballerine scelgono ed invitano esse il cavaliere. E invitano tutti gli indifferenti, e ballano con tutti, fuorchè con quello che amano, o che prediligono, o che vogliono conquistare. La fanciulla — se è ingenua davveroà paura di far quell'invito. La signora non lo fa a bella posta, per dirgli tacitamente, o per fargli credere: — ò paura d'invitarti. Arrossirei, mi tradirei.

Al vecchio Galli questa innovazione della «poule des dames», a tutta prima, era dispiaciuta: non l'avrebbe voluta in casa sua: a' suoi tempi non si usava; e gli pareva immorale. Poi, ripensandoci, aveva trovato che potrebbe servire a meraviglia al suo scopo quello di rivelargli le simpatie delle figliole. E aveva finito per essere lui, ogni sera, l'organizzatore del ballo. A una cert'ora, se ancora non si era fatto, girava di crocchio in crocchio, o si metteva in mezzo alla sala, battendo le mani, e gridava:

— La «poule des dames»? La «poule des dames»?

Appena il ballo cominciava si poneva in vedetta, e stava ad osservare, a notare accuratamente chi erano i ballerini scelti da Clara e Virginia. Ma, l'ingenuo, non aveva mai scoperto nulla: anzi se veniva a delle conclusioni, erano sbagliate certamente.

Adelina, quella sera, aveva attesa la «poule des dames». E, subito, era corsa dinanzi a Giacomo porgendogli le due mani, con un inchino.

Monsieur?

Giacomo, stupito, un poco confuso, aveva risposto, in italiano, perchè in quattro mesi aveva imparato, a forza di studio e di pratica coi suoi impiegati e cogli operai, a parlare abbastanza spedito, e non l'italiano soltanto ma anche un po' di dialetto:

Signorina, la ringrazio: ma non so ballare.

Possibile? Non «vuole» ballare.

— Se «lo saprei», lo vorrei.

Allora essa, ridendo, l'aveva corretto. E, ingenuamente civettuola, gli aveva proposto di insegnargli per bene il ballo e la lingua. Così, senza farsi scorgere, s'era indugiata vicino a Giacomo, a lungo, nel vano della finestra, dov'egli, ritto, cogli occhi fissi su di lei, rispondendo poche parole, a tono basso, come era suo costume, si era lasciato trascinare, suo malgrado, a dirle delle cose gentili, con voce un poco commossa,

— Ma io la trattengo qui e «non permetto che balla», signorina.

— Oh! non importa : ò già ballato tanto!

Egli credette di vedere, nella ingenuità di quella risposta, in quell'indugiarsi presso di lui, l'espressione inconscia e schietta di una simpatia che, forse, era il rispecchio della sua simpatia vivissima per la fanciulla bionda. Allora, quella sera, aveva deciso di parlarne al suo vecchio amico.

 

Il matrimonio s'era concluso contro il consiglio del Galli. Il buon vecchio s'era mostrato contrariato in volto dalle parole di Giacomo. Però questi, a tutta prima, non ci aveva fatto caso. In quella contrarietà aveva supposto si celasse il dispetto di veder posposte le sue figlie ad un'altra. Tuttavia la franchezza del vecchio lo colpì. Le sue prime parole di risposta erano state appunto:

Peccato! Vi avrei data tanto volentieri una delle mie figliole, mio caro Burton. — E, dopo un momento di pausa: Però non crediate che, per dispetto, cercherò di dissuadervi da queste nozze. No, vi sono amico vero, come spero che voi lo siate per me; e decidendo come vorrete, mi conserverete sempre ed ugualmente la vostra amicizia.

— Certamente. Ditemi franco quello che ne pensate.

— Ecco. Adelina è orfana: e questo non è un male: anzi può essere un bene: evitereste i suoceri.... Non tutti i suoceri sono brava e buona gente come me e mia moglie. E poi, anche la buona gente può essere gente noiosa e chissà che non lo sia anch'io senza volerlo. — Qui si era fermato in attesa di un complimento, di una parola gentile di protesta. Ma Giacomo taceva. — Il grave si è che non à e non avrà mai un soldo di dote.

Allora Burton aveva preso la parola, decisamente, quasi ad evitare le inevitabili variazioni su questo tema.

Signor Galli, questa non è una difficoltà, e non avrei mai supposto che ella potesse crederla una difficoltà.

Giovanotto,... — aveva cominciato il Galli quasi in tono predicatorio; poi, correggendosi: — Mio caro signor Burton, in questa momento non mi sembrate un uomo pratico, come ànno fama di essere gli inglesi. Che io non mi preoccupi di trovar per marito alle mie figliole un uomo ricco, è giusto. Un uomo è sempre ricco se à voglia di lavorare. La ricchezza è nella sua testa e nelle sue braccia. Ma una moglie! Voi non sapete, forse, quante pretese, quanti bisogni ànno le donne! E voi, senza farvi i conti addosso, Dio me ne guardi, non guadagnate che quattromila lire. Non è molto: non bastano per sposare una ragazza che non à il becco d'un quattrino.... Che non possiede neppur la camicia, — aveva aggiunto per timore che la prima espressione non potesse essere capita dall'inglese.

— La quistione è di sapersi accontentare e di misurare i bisogni ai propri mezzi, — aveva risposto Giacomo. — E questo sarà affar mio.

— Eh! ma le donne al d'oggi,... — aveva obbiettato ancora il vecchio.

— Le mogli sono come i mariti le vogliono.

— Lo credete? In Inghilterra, forse. In Italia no. Del resto, questo è affar vostro, caro il mio Burton. Ma c'è dell'altro; ed è ciò che mi trovo in obbligo di dirvi, perchè mi fate l'onore di consigliarvi con me.

— Dell'altro!

— Ecco qua. Vi ò detto che la signorina Adelina Olivieri è orfana. E lo è dall'infanzia. La madre morì mettendola al mondo. Il padre poco appresso. Essa fu raccolta ed allevata da una zia materna, la signora Cavalli, che vi ò presentata, e che è vedova essa pure da dieci anni. Una bella donna ancora, malgrado i suoi 40 anni, come avete veduto. Una donna,.... Questo che vi dico, naturalmente, resti tra noi, una donna che non à fama di essere stata una casta Susanna. Come à allevato Adelina? Che esempi le à dato? Non so. Non credo però sieno stati i migliori. Ancora adesso mena una vita che non si addirrebbe ai suoi mezzi alla sua età. Si dice cha un vecchio banchiere sia il suo.... amico intimo e.... che provveda....

Il Galli avrebbe continuato per un pezzo. Ma James, fattosi serio, lo aveva interrotto:

— E voi, signor Galli, la ricevete in casa vostra?

La domanda, a bruciapelo, aveva sconcertato un poco il buon vecchio. Infatti, perchè la riceveva a casa sua? Perchè, se aveva così poca fiducia nei sentimenti, nei principî di Adelina, aveva permesso che diventasse l'amica intima delle sue figliole?

— Ecco, caro il mio Burton — aveva ripreso a dire il vecchio, dopo un momento di esitazione — a questo mondo bisogna essere molto rigidi verso stessi, e molto indulgenti verso gli altri. Se si volesse guardar bene in fondo alla vita di tutti quelli che si conoscono, ne resterebbe forse uno su cento al quale si potrebbe stringere la mano senza ripugnanza. Che volete? Adelina fu compagna di scuola della Clara. Mia moglie e la signora Cavalli si conobbero presso un'amica comune. Quando io cominciai a dare queste festicciole, mia figlia espresse il desiderio di avervi la sua amica. Come rifiutare questo invito? Con che scusa? Potevo dirle...? Voi capite che no. D'altronde, sin che si riceve in casa una persona, e le si offre un sorbetto e un dolce, via, non ci si compromette.... e non la si sposa, sopratutto. Siete voi, ora, che vorreste sposare questa ragazza. Ed io stimo mio dovere di mettervi in guardia.

— Vi ringrazio. Non c'è altro? — aveva chiesto Giacomo dopo un momento di riflessione.

— Altro?... No, che io sappia. Vi ò detto tutto: che la ragazza mi pare un poco leggiera, allevata senza giusti principî, abituata a menar vita da ricchi, senza indagare, — o sapendolo, che sarebbe peggio, — da che parte vengano i mezzi per menar codesta vita. Ecco tutto. Fate voi.

— Sta bene. Allora, signor Galli, vorreste essere tanto buono da chiedere confidenzialmente, da parte mia, alla signora Cavalli se....

— Se ve la darebbe in moglie? — aveva interrotto il vecchio, con un po' di dispetto che invano aveva cercato di nascondere: — se ve la darebbe in moglie? Ma posso rispondervi addirittura di sì. Figurarsi! Adelina à 24 anni, e non à un soldo di dote. Voi siete un eccellente partito. La zia mi à ripetuto tante volte: — Ah! che pensiero quello di allogar quella ragazza. Sarà difficile! sarà difficile! — Non le parrà vero.

— Vorrei saperlo di positivo.

— Entro domani, caro il mio Burton. — Poi, dopo un momento di silenzio, con grande affettuosità e bonomia, dimenticando ormai il dispiacere di vedersi sfumare un caro disegno e il dispetto provato per la nessuna impressione che le sue obbiezioni avevano fatte sull'inglese, aveva aggiunto: — E credete, signor Burton, che la vostra famiglia sarà contenta?

— Ne sono certo — aveva risposto Giacomo con calma e con convinzione. — Mio padre e mia madre ànno una grande fiducia in me, e sanno che non farei cosa contraria al mio onore e al mio interesse. Non ò mai rifuggito dall'idea del matrimonio. La mia posizione è discreta e mi permette di farmi una famiglia della quale sento tanto più il bisogno qui, dove vivo solo e senza parenti. La signorina Olivieri mi piace e spero di non dispiacere a lei. Quello che mi avete detto del suo passato non mi spaventa. Le ò parlato: mi è parsa buona, ingenua, mite, modesta. Credo che, se mi vorrà, e diventerà mia moglie, saremo felici.

— Ed io ve lo auguro con tutto il cuore, mio caro Burton.

Due mesi dopo, Adelina era la moglie di Giacomo. I suoi capelli biondi, i suoi occhi neri, la sua grazia infantile, la sua ingenua civetteria, l'avevano innamorato. Egli aveva trovato, anche, una grande, affettuosa cordialità nella zia; e un sicuro, fiducioso, sereno abbandono nella sua sposa. Forse perchè abituato alla rigida freddezza dei suoi compaesani, lo avevano conquistato questo alito caldo di vita, che spira dalla donna italiana, questa festività, questa confidente affettuosità che venivano a circondarlo nella sua nuova vita. E dopo la prima notte di matrimonio, una notte calda d'amore, cui Adelina col solo entusiasmo dei sensi si era abbandonata, James Burton, senza telegrafarlo, pensava per la seconda volta che — gli italiani sono brava gente. —

 

Ed erano passati quattro anni da allora, quattro anni di grande, di serena felicità per Giacomo. Sua moglie, i suoi studi: trovava uguali soddisfazioni nell'una e negli altri: quelle soddisfazioni che egli aveva previste, in quella misura e con quella continuità che bastavano a dargli il benessere dello spirito e del cuore. Nella sua officina, nel suo grande laboratorio, egli passava l'intera giornata, dimenticandovisi. Rincasando, alle sette, trovava sua moglie a riceverlo e la tavola apparecchiata. La moglie era allegra, chiacchierina, affettuosa: la tavola linda, ben curata, bene ordinata. Ecco la sua felicità, quella che aveva sognata, che aveva preveduta anzi, il giorno delle sue nozze. Aveva affittato un quartierino in via Principe Umberto, tenuto per bene, con molta eleganza da Adelina, che aveva un gran merito per Giacomo, insieme a tutti gli altri: di essere un'eccellente massaia. Con un nonnulla essa rendeva elegante e, talvolta, nei particolari, persino ricca la casa, e stessa. Quattromila lire era quanto Giacomo poteva darle per provvedere a tutto. Eppure, essa vestiva con buon gusto: nella casa c'era, ad ogni tratto, un mobile, un oggettino, un ninnolo nuovo e grazioso; la tavola era sempre fornita di cibi freschi, ed anzi ogni giorno, di una primizia, di una ghiottoneria. Tutto ciò con quattromila lire; e la pigione soltanto ne portava via quasi mille. Adelina, interrogata su questa sua sorprendente bravura, rispondeva ridendo: — e faccio anche dei risparmi! — Gli è che essa sapeva comperar bene: e poi, era maestra nell'arte di rinnovare un abito vecchio in modo che si sarebbe giurato fosse un abito nuovo. Nella sua guardaroba c'era sempre una diecina di cappellini. Ebbene, tutti assieme, non valevano cento lire. Lo diceva lei: bisognava pur crederlo poichè non cercava mai un quattrino, e non c'era mai un conto da pagare.

La sera, raramente Giacomo usciva di casa. Si alzava troppo presto il mattino: non poteva concedersi il lusso di star fuori tardi la notte. Però non voleva sagrificare Adelina. L'accompagnava dalla zia, o ve la faceva accompagnare dalla fantesca. La zia abitava a due passi, e aveva sempre qualcuno la sera. Oppure essa portava la nipote a teatro, al Manzoni o al Filodrammatico. A mezzanotte Adelina ritornava. Se Giacomo dormiva, aveva cura di far piano, di spogliarsi adagino, senza far rumore. All'alba suonava la sveglia. Giacomo baciava sua moglie che voleva essere svegliataguai se se ne andasse senza salutarla! — e usciva. Ritornava pel pranzo.

Erano passati quattro anni così, felici. Una volta soltanto accadde qualcosa che colpì Giacomo. Alcuni mesi dopo il matrimonio seppe che Adelina aveva cessato di andare in casa Galli. Allora glie ne chiese il perchè:

— È semplicissimo. Il Galli, tu lo sai, l'avevi capito certamente, ti aveva messi gli occhi addosso per far di te il marito di Virginia o di Clara. Non puoi immaginare il dispetto che à provato quando tu, invece, ài scelto me. E se tu avessi veduto come mi ricevevano adesso: con che sussiego! E un'ira mal celata nelle loro parole! Quelle due pettegole di ragazze, invidiose, accidiose, pareva mi facessero un gran favore a ricevermi. Non ci sono andata più, e non ci andrò più. Scusa, ò ragione? — concluse, buttandogli le braccia al collo.

Certamente aveva mille ragioni.

E Giacomo pensò che anche la buona gente, anche la gente onesta, à delle piccinerie di sentimento che non vale la pena di contrariare e che è meglio compatire. Pensò del pari che, forse senza accorgersene, il Galli aveva esagerato parlando della zia. Quando la conobbe gli parve una buona e brava donna. Non trovò nella sua casa e sulla sua persona dei lussi esagerati. Parlando, dimostrava molto buon senso ed esprimeva idee giuste e rette.

Però, quando vide che, per forza di circostanze, doveva permetterle che il più grande ed assiduo appoggio morale l'Adelina lo avesse nella zia, colla quale passava quasi tutte le sere e varie ore della giornata, interrogò sua moglie. Non per diffidenza: essa, col suo modo di comportarsi, di agire, di parlare, gli aveva infusa la più grande, la più assoluta sicurezza: dopo pochi mesi di matrimonio, anzi, egli si era convinto una volta di più, che le apparenze ingannano: tante e tante volte, riescono delle ottime e saggie mogli, le fanciulle che ispirano poca fiducia alla gente che à una mente piccina e seconda i pregiudizi volgari del mondo: mentre certe ragazze che paiono monachelle ed escono da famiglie illibate, si sbrigliano non appena ànno marito e diventano donne corrotte e senza senso morale. Egli era andato contro un pregiudizio della folla ed aveva ragione di dirsene contento: gli pareva persino di aver compiuta un'opera buona oltrechè un atto di coraggio. Ma la interrogò perchè non ci dovevano essere misteri tra lui e sua moglie, non ci dovevano essere punti oscuri nella loro vita. A patto di una completa confidenza tra loro, si conserverebbe la felicità di cui ora godevano.

— Quali sono le rendite di tua zia Ermelinda?

— Oh bella! la pensione, eh? Lo zio era tenente colonnello. Avrà.... non so se sette od ottomila lire all'anno. Perchè mi fai questa domanda?

— Non è una domanda indiscreta.

— Eh! no no, ci deve essere sotto qualcosa. Oh! giurerei che c'entrano i Galli anche qui.

Giacomo non sapeva avrebbe potuto mentire. Con sua moglie poi meno che con chiunque. Le confessò, attenuandolo e togliendogli ogni sapore di malevolenza, il discorso del vecchio amico.

— Ah! ah! vedi se indovinavo! Che gente! che gente! Come ò fatto bene di lasciarli nel loro brodo. Già, chi non à una fabbrica di candele, puzzolente come loro, non vive onestamente.

Egli l'aveva calmata con buone parole e con molte carezze, ma aveva dovuto giurarle che, d'ora innanzi, col Galli tratterebbe appena quel poco che era necessario a causa della carica che occupava, e non più.

Senti — aveva concluso lei — mi convinco ogni giorno più che al mondo ci sono più birbanti che brave persone, sai! Adesso che vado un poco nella gente, di qua e di , pei salotti delle amiche, ne sento e ne vedo d'ogni colore. Mi convinco ogni giorno più che la vera felicità, il vero benessere, non lo si trova che nella propria casetta. Qui, noi due.... Oh! a proposito! Giurerei che il Galli à avuto il coraggio, anche, di elevare dei dubbi sull'amicizia della zia pel banchiere.... Non dir di no! Eh! una lingua, quel bottegaio arricchito! Già: la zia è ancora una bella donna, l'Orlandi viene in casa quasi ogni giorno.... Oh! capaci di tutto, quelli . — E qui una allegra risata. — Figúrati: un vecchio.... avrà sessant'anni! Ed era amico intimo dello zio.... Che c'è di più naturale che la zia, donna sola, se lo tenga caro, come un amico veramente fidato....

Giacomo, fattosi serio, l'aveva interrotta:

— No, Adelina, non devi pensarle certe cose. La tua mente onesta ed ingenua non deve formare simili pensieri. Queste brutture del mondo non devi neppur immaginare che siano possibili.

— Eh! eh! mio caro, se ne vedono e se ne imparano tante! Ed anzi, credo che sia bene: servono a metterci in guardia e ad evitare il male, anche solo le apparenze del male. Vedi? io credo che sia più giusta e pratica l'educazione che date voialtri inglesi alle ragazze, che non quella stupida e tutta finzione che si in Italia. Se avremo una bambina la educheremo all'inglese. Vuoi?

Dopo quel discorso, Giacomo aveva concluso in cuor suo che sua moglie sarebbe anche una ottima madre.

Però, quattr'anni di matrimonio erano passati e Burton non aveva ancora un erede. Non se ne preoccupavano, e non se ne addoloravano, lui, Adelina. Certamente, essi non potevano, a questo proposito, nutrir dei rimorsi. Era, anzi questa una delle circostanze che avevano valso a infondere in Giacomo una illimitata fiducia per sua moglie: lo slancio, l'entusiasmo con cui essa si dava. E, senza che gli avesse dette parole calde d'amore, che avesse mai trovate per lui espressioni tenere o appassionate (che egli, del resto, non conosceva avrebbe immaginato si potessero dire da donna a uomo o da uomo a donna), pure il sovrano e completo e non mai stanco abbandono dei sensi ch'egli, dal primo giorno, senza interruzione aveva trovato in lei, gli avevano data la lusinga e, a poco a poco, la convinzione d'essere amato da Adelina, o, meglio, di piacerle, il che era più pratico e più rassicurante per un marito della sua natura. I loro amplessi erano lunghi e d'ogni notte: e Giacomo, togliendosi ogni mattino dalla sua casa per recarsi all'officina, fiero, soddisfatto, percorreva la via respirando a pieni polmoni, e si sprofondava poi ne' suoi studi coll'intimo convincimento che una uguale fierezza, una uguale soddisfazione erano rimaste nella sua sposa: e che, come lui per tante ore si astraeva dal mondo, e al mondo e alle sue attrazioni e alle sue seduzioni non pensava, e non le desiderava, così essa, sino al suo ritorno, non dovesse provare sentire alcun desiderio, che le tentazioni della folla l'avrebbero toccata, come l'avrebbero lasciato insensibile lui le tentazioni della più bella tra le donne, se le fosse capitata dinanzi per sedurlo. La tranquillità dei sensi soddisfatti, gli dava la tranquillità dello spirito; e, in fondo, forse più essa, che non tutta le doti e le virtù che aveva riconosciute a sua moglie.

Da un anno in qua, poi, un maggiore attaccamento, una maggiore tenerezza essa gli prodigava. Ora Adelina aveva preso l'abitudine di venir quasi ogni giorno a trovarlo in officina. E s'era creata quel cantuccio grazioso, con un divano e due poltroncine, per rimanere una mezz'ora tranquilla, mollemente sdraiata, a tenergli compagnia, a vederlo lavorare.

— Mi sono stancata di girar tanto pei salotti delle amiche — gli aveva detto. — In fondo in fondo, non ci si diverte e non c'è gran che da imparare: se nessuna o quasi nessuna è degna veramente dell'affetto che le si dedica. Chi dai cattivi consigli, chi dei cattivi esempi: dappertutto si sparla della gente.... Mi sono seccata. Verrò qui. È una bella passeggiata: vi ci impiego un paio d'ore; se è bel tempo, se non fa troppo caldo o troppo freddo, vengo a piedi.... Ti vedo, ti un bacio, e me ne vado contenta di averti veduto a lavorare....

Così, s'era conservata una sola amica buona, sincera, affezionata: la Bianca. Era una sua compagna di scuola; aveva qualche anno più di lei; era stata molto disgraziata nel suo matrimonio; aveva dovuto dividersi presto dal marito, un poco di buono. L'aveva presentata a Giacomo dicendogli: — Devi considerarla come una mia sorella; ci vogliamo tanto bene. — Adelina, ogni giorno passava delle ore con lei, e James era lieto di questa amicizia, perchè di Bianca aveva udito dire un gran bene, come di una signora buona e disgraziata che non aveva cercato nelle sue disgrazie una scusa al mal fare. Quando Adelina arrivava in istudio, diceva sempre: — Vengo dalla Bianca Caradelli; — oppure, quando se ne andava: — Vado da Bianca. — Spesso l'invitava a pranzoera sola, essa — e la sera l'accompagnava a casa e rimaneva qualche ora con lei. Oramai, da un anno, non trattava quasi più altre donne che Bianca e la zia, e non andava in altre case che nelle loro. Ed era nata una così affettuosa intimità tra Bianca ed Adelina che, vari mesi addietro, questa non avea potuto rifiutarsi di accompagnare l'amica a Napoli dove era stata obbligata a recarsi per assistere una sua sorella colà dimorante, gravemente ammalata, quasi in fine di vita. Bianca aveva implorata questa prova d'amicizia, di prestarle il suo aiuto morale in quella circostanza dolorosa: non avrebbe avuto il coraggio di mettersi in viaggio sola, coll'angoscia nel cuore, col dubbio crudele di trovare, arrivando laggiù, una morta. Adelina aveva chiesto a Giacomo il permesso di partire: e questi l'aveva accordato, non senza rammarico. Ed era rimasta assente due mesi, poichè tanto si era prolungata la grave malattia della sorella di Bianca.

Tuttavia James, non ebbe a rammaricarsi di tale assenza. Da allora s'era operato il mutamento nelle abitudini di Adelina; da allora essa aveva lasciate quasi tutte le sue conoscenze, e aveva cominciate le visite quotidiane all'officina. E quantunque anche prima d'allora la vita di sua moglie fosse sempre stata regolarissima, questo accrescersi della loro intimità, questo semplificarsi delle abitudini di lei, gli avevano causato una intensa soddisfazione. E ne aveva dato merito a Bianca la quale, certamente, co' suoi saggi consigli d'amica, aveva fatto di Adelina, ch'era una buona moglie, una moglie perfetta.

Quel mattino, un mattino tepido d'aprile, Giacomo uscì anche più presto che di consueto. Doveva terminare certi disegni prima che venisse da lui Oscar Dumenville, l'arcimilionario banchiere, del quale suo fratello, da Londra, gli aveva annunciata la visita.

Suo fratello minore, John, era procuratore della filiale a Londra della Banca Dumenville e C. di Parigi. Nei frequenti viaggi che il principale faceva alla capitale inglese, John gli aveva parlato di suo fratello Giacomo e degli studi che aveva avviati. Oscar Dumenville, una potenza bancaria sempre alla ricerca affannosa di nuove imprese lucrose, si era interessato a quei discorsi. L'esperimentata serietà e bravura in affari di John gli erano di garanzia e lo avevano favorevolmente prevenuto sul conto di suo fratello. Una frase, in ispecie, francamente detta da lui, lo aveva impressionato: «Se gli studi di James avranno il risultato che si spera, James non vorrà forse che l'impresa venga unicamente sfruttata da capitali francesi. Perdonate, signore, anche in affari non dimentichiamo mai l'orgoglio di razza. Ma per il naturale attaccamento che vi debbo, signore, io potrò indurre mio fratello a far sì che voi, insieme con dei capitalisti inglesi, abbiate a concorrere all'affare che, se la scoperta si compie, avrà dei risultamenti meravigliosi».

Oscar Dumenville aveva, più che promesso, chiesto il permesso al suo procuratore di Londra, di fermarsi a Milano, in uno dei suoi frequenti viaggi in Italia, e di parlare a James.

Quel giorno, dunque, egli attendeva il banchiere. Era arrivato due giorni prima e lo aveva preavvisato, con un biglietto molto cortese, della sua visita. E la visita giungeva in buon punto. Gli studi di Giacomo erano compiuti. Non avrebbe arrischiato ancora di affermare: — Il problema è risolto, — perchè da uomo pratico voleva veder funzionare regolarmente il meccanismo che aveva inventato. Però tutte le esperienze fatte fino allora gli davano la quasi certezza della riuscita. Perciò quel colloquio doveva avere una grande importanza. James avrebbe potuto, senza arrischiare troppo, e senza rivelare il proprio segreto a Dumenville, autorizzarlo a fare le prime pratiche a Londra per la costituzione di una società che fornisse i capitali per le prove definitive e mandasse in Italia degli ingegneri a controllare e a verificarne i risultamenti. Oppure, se ciò fosse conveniente, James avrebbe chiesto un congedo alla Società dei Trams e si sarebbe recato a Londra per il periodo necessario a quelle esperienze.

Adelina, vedendolo uscire, quel mattino, più di buon'ora, glie ne chiese il perché. Ma egli lo tacque. Voleva, con una improvvisata, rivelare a sua moglie il grande avvenimento quando fosse una cosa compiuta. E uscì, e camminò lesto, allegro, e si mise a lavorare di lena. Aprì le ampie vetrate. Dalla campagna che circondava l'officina e il suo studio, entravano pel finestrone gli effluvi caldi di primavera. Il cielo era terso. Sotto le grondaie era un cinguettare allegro di rondini ritornate il giorno innanzi come annunziatrici della lieta novella. Tutto sorrideva dinanzi a lui. Ed egli, lavorando di compasso, o prendendo degli appunti, o risolvendo intricati problemi di cifre, pensava.

Pensava al passato e all'avvenire.

Al passato. Ritornava con la mente alla sua casa di Glasgow, e al giorno che l'aveva lasciata per venire in un paese nuovo, tra gente nuova, ma sorretto da un'idea, ma confortato da una grande speranza. Ricordava il suo primo arrivo a Milano, e la conoscenza fatta col buon Galli, e il suo primo ingresso nella casa di lui. Non s'era ingannato augurandosi fortuna dalla cordialità, dalla affettuosità che aveva trovate nelle prime persone incontrate qui. In quella casa egli aveva conosciuto poco appresso la fanciulla bionda che lo aveva innamorato, che era divenuta la compagna buona e cara della sua vita. Quell'incontro, quelle nozze erano state la prima grande fortuna che il destino gli serbava. La sua esistenza, in quei quattro anni, aveva trovato, impensatamente, un nuovo scopo, oltre quello del lavoro, al quale egli aveva creduto di doverla unicamente dedicare. Uno scopo alto e nobile, ma tenero insieme, e affettuoso. Chissà? avrebbe lavorato forse con minor entusiasmo, con minore fiducia, se non avesse avuto un essere caro, legato a lui indissolubilmente. Non aveva lavorato più, soltanto, per la ricchezza e per la gloria; aveva lavorato per la felicità della sua donna, per dedicare a lei, a lei sola ormai, la ricchezza e la gloria. Per questo, forse, era riuscito; per questo, certo, era riuscito più presto. Le ore erano passate liete e brevi, lavorando, senza provare mai un dubbio o una paura, senza aver avuto mai un momento di noia o di stanchezza, perchè sapeva che dopo le gioie febbrili che le proprie ricerche e i progressivi successi gli davano, altre gioie più calme, più intime lo attendevano nella sua casetta allietata dalla presenza di Adelina. Erano stati quattr'anni felici. Ed ora altri più felici ancora lo attendevano.

Ed ecco l'avvenire, che si affacciava alla sua mente, tutto pieno di speranze pressochè mutate in certezze. Si figurava, un momento, di essere solo, scapolo, come era arrivato in Italia. E la conquista era fatta, e l'annuncio festoso da darsi era pronto. A chi darla? Al mondo, alla folla, nella volgarità di un articolo da gazzetta?... Alla mamma con un dispaccio? Sì, alla mamma sì. Ma era lontana.... non avrebbe viste le sue lagrime di gioia, non avrebbe avute le sue carezze. E poi, la mamma?... Sì, la gioia che le si procura è una gran gioia, che soddisfa stessi, che la fierezza e la calma come di un dovere compiuto; ma quella che si procura alla propria donna, alla donna che si ama, che è nostra, come è più grande, come è più intensa, come è più umanamente compensatrice!...

Ed egli, Giacomo, la possedeva, dunque, questa creatura cara. Oggi, ritornando alla sua casetta, le avrebbe data, con un bacio, la lieta novella. E immaginava di già quell'istante sublime di gioia: e pensava, appunto, che in quel momento nulla più l'avrebbe compensato dei baci di Adelina: poichè si trattava di gioire. Il giorno, soltanto, in cui l'avesse colpito la sventura; nel momento, soltanto, in cui si fosse trattato di piangere; allora avrebbe preferita sua madre.

Egli era ben certo che, quella sera, non sarebbe uscito a passeggio con Adelina. La loro felicità avrebbe avuto bisogno di lunghe ore di quieta intimità tra loro due, soli soli. Se non Adelina ma la mamma invece fosse ad attenderlo in casa, il loro colloquio sarebbe breve. Avrebbe provato il bisogno irresistibile di uscire all'aperto, di correre la città, di ficcarsi tra la folla per comunicare alla folla il proprio entusiasmo. Poichè è questa la triste sorte delle madri: di aver brevi momenti di gioia, e lunghe ore di dolore. Oh! lo sentiva, colla mamma si sarebbe indugiato se avesse avuto bisogno di conforto.

Quella sera, oh! quella sera, come se la figurava gaja e felice, mentre lavorava intento, in attesa del banchiere.

L'entusiasmo lo invadeva poco a poco. L'arrivo di Dumenville non significava nulla per lui, non era certamente un passo innanzi verso la certezza assoluta, materiale, che ancor non aveva, e che non lui, ma le sue macchine soltanto, correnti veloci sui binari, potrebbero dargli. Eppure, quel colloquio, che aspettava, lo rendeva giubilante. Gli pareva che gli giungesse l'ultimo aiuto e l'ultimo sprone: sentiva ad ogni modo, come una forza novella, potente, sincera perchè interessata, venirsi ad unire alle proprie forze. Non ragionava più, oramai; quel colloquio era un augurio. Dal suo arrivo in Italia, avea proceduto così, sorretto dagli augurî trovati nelle persone e negli avvenimenti, augurî che non avevano fallato mai. Non fallirebbe neppur questo, lo sentiva. Giacomo era adesso il viaggiatore che à trascorse dodici ore di ferrovia, tranquillamente, senza impazienze, nella convinzione che nessuna impazienza le accorcerebbe; ma che nell'ultimo breve tratto di cammino, diventa nervoso ed inquieto; e rifà le cinghie ai mantelli, e ripone il berretto, e chiude le valigie, e s'affaccia alla portiera, e vorrebbe aprirla e scendere abbasso, parendogli impossibile di non essere ancor giunto dopo dante ore di viaggio.

James sentiva di essere prossimo alla sua ultima stazione. Che accidente poteva coglierlo in quest'ultimo tratto di via? Nessuno, certamente. Nessuno, tanto più che un nuovo compagno veniva adesso a tenergli compagnia, a prestargli ajuto se ne abbisognasse. Perchè dubitare ancora? Perchè frenare più oltre la gioia? Perchè non dar la grande notizia, almeno a lei, a lei sola, che ne avrebbe tanto gioito, che l'aspettava da quattro anni, che aveva diritto di riceverla poichè era stata la sua buona fata ispiratrice? Perchè? No, no, quel giorno, rincasando, direbbe tutto a sua moglie.

Le ore trascorrevano, lavorando, pensando, così.

E come la darebbe, la grande notizia? Ci voleva un mezzo simpatico, originale. Allora, immaginò, che, prima di rientrare, sarebbe passato in uno dei grandi negozi di stoffe per signora, da Vernazzi o da Osnago; oppure in un magazzino di vesti fatte, da Ventura, e avrebbe scelto una bella toletta, ricca, di moda, un poco civettuola, come le amava Adelina. E l'avrebbe recata a casa lui stesso in una grande scatola misteriosa. Oh! la gioia di sua moglie nell'aprire quella scatola! Oh! i salti di contentezza che avrebbe fatti! E i gridi di giubilo, e gli abbracci, ed i baci! — Come? Perchè? Che vuol dire? — avrebbe chiesto lei. — Che miracolo? Che cosa nuova? Tu? Proprio tu, che mi predichi sempre l'economia? — Allora lui le avrebbe rivelato il gran segreto. — Siamo ricchi! Siamo.... quasi ricchi! — Ah! non era questa una della ragioni che gli rendevano tanto più cara la sua vittoria? Poter accontentare Adelina in questo che era forse l'unico suo difettuccio, così naturale, così giusto, così in armonia colla natura sua tutta grazia e tutta brio: l'ambizione. Ma poveretta, che sagrifici doveva aver fatti in quei quattro anni, che miracoli di pazienza, di bravura e di buon gusto, per riuscire ad essere sempre elegante, sempre distinta a malgrado dei pochi mezzi di cui poteva disporre. Sagrifici e miracoli certo a lui sconosciuti. Ora, ora soltanto ci ripensava, ora soltanto apprezzava questa grande qualità di sua moglie! Aveva mai chiesto, lui, come Adelina riuscisse a tanto? Con cento lire sapeva procurarsi una veste che non valeva, certo, ma che figurava per quattrocento. Un abito vecchio ed usato, con poche gale, con una trina che lo ricoprisse, con una nuova foggia ideata e, forse, attuata da lei, sembrava un abito nuovo di zecca. Quando, talvolta, mancava ad una delle sue visitine quotidiane, che faceva? Rimaneva in casa, con una sartina modesta che veniva a lavorare a giornata, e che essa aiutava e dirigeva. E sembrava, poi, abbigliata, da una sarta di Parigi. Che ne sapeva lui, di quei miracoli di pazienza? Nulla. Era all'officina, tutto il santo giorno, lui. — Non sei venuta, oggi, perchè? — Mah! mi sono fatta una veste. Guarda! — E che bellezza era quella veste! E con che semplicità lo diceva, senza, darsi importanza, come fossero le cose più naturali del mondo, quel sagrificio e quella bravura.

Era dunque finita, adesso! Povera e cara Adelina, avrebbe fatto a meno, d'ora innanzi, di almanaccare su un abito frusto per rimetterlo a nuovo. Avrebbe potuto evitare, d'ora innanzi, di stancare gli occhi e di pungersi le dita. Andasse dalla Ventura, dalla Magugliani, dalla.... come si chiamavano le celebri sarte milanesi? Non lo sapeva, aveva udito dei nomi, pronunciati da Adelina, così di passata, senza invidia, senza desiderio. Sarebbe andata da chi voleva: egli avrebbe pensato soltanto a riempirle il borsellino.

E la casa? Lei ricamava per lunghe ore, lei, talvolta, si picchiava le dita, facendo il tappezziere; lei, ricopriva, i mobili con stoffe pseudo-antiche, con pezzi di damasco arabescato che andava a scoprire per pochi soldi chissà come e chissà dove. Ogni tatto egli trovava qualcosa di nuovo, —— Oh? Che? Come ài fatto? — E lei, ridendo; — Io! — Sempre lei, che pensava e provvedeva a tutto, senza chiedere un soldo di più.

E la cucina? — Poveretta, non usciva, spesso, il mattino per tempo, per andar con la serva a far le compere? Ed ecco come si spiegavano i lussi, i veri lussi del suo desco. Ma ci aveva mai pensato, Giacomo? Aveva mai considerato che tesoro di massaia aveva in sua moglie? No! Mangiava, quello che trovava apparecchiato, e non chiedeva di più!... Adesso, ripensandoci, vedendo prossima la fine di tutti quei sacrifici, ne provava rimorso. Povera e cara Adelina sua!

 

— È permesso?

La voce di Gasparino, il portinaio dell'officina, lo scosse dalle sue meditazioni.

Entrate.

Gasparino entrò e gli porse una carta da visita:

— Questo signore cerca di lei.

Giacomo lesse: « Baron Oscar Dumenville, chevalier, de la Légion d'honneur».

Lui! Erano passate molte ore, dunque, senza che egli se ne accorgesse. Mentre si alzava di scatto, guardò l'orologio: le due. Di già!

Passi.

E si diresse alla porticina dello studio, incontro al banchiere.

— Il signor James Burton?

— Il barone Dumenville? — rispose Giacomo in francese, come in francese era stata fatta la domanda.

Il banchiere afferrò la mano che Giacomo gli porse, e gli diede una stretta lunga, cordiale quasi affettuosa.

Allora, introducendolo, e presentandogli una delle poltroncine ch'erano nell'angolo, al lato opposto alla porta, egli osservò il suo visitatore.

Era un giovanotto sui trentacinque anni, elegantissimo, biondo, alto, nerboruto. Vestiva il doppio petto nero, dei calzoni bigi. Portava le scarpe a vernice, e i guanti bianchi colle cuciture ricamate in nero. In una mano aveva il cappello a cilindro caratteristico di tutti i francesi, coll'ampia tesa diritta. Probabilmente aveva lasciato il soprabito nella sua carrozza. Il viso non era bello brutto, ma aveva alcunchè di distinto e spirava una grande giovialità. Portava la lente all'occhio sinistro, senza cordoncino.

Questo primo esame non rese contento Giacomo. Non aveva mai pensato, nei giorni scorsi, non aveva mai tentato di indovinare che figura potesse avere il visitatore aspettato con tanto interesse. Le molte cure del suo lavoro, tutti gli altri pensieri più intimi e affettuosi che lo avevano occupato fin qui, gli avevano evitato quel desiderio che proviamo tutti, di figurarci in anticipazione una persona della quale dobbiamo fare e ci interessa di fare la conoscenza. Pure, oggi, osservando Dumenville, James si diceva in cuor suo che se lo sarebbe figurato tutt'altro che così.

C'era nel barone un'aria di squisita distinzione e di purissima eleganza; c'era anche qualcosa, nella sua persona, nel modo di presentarsi, di salutare, di porgere, che ispirava fiducia e predisponeva bene in suo favore. Ma Giacomo non trovava in lui alcunchè di austero, di severo, di serio come avrebbe desiderato in un uomo d'affari. Dumenville sembrava meglio uno sportman che non un gran finanziere. Poi, forse senza rendersene conto, Giacomo aveva subìta una sgradevole impressione dal fatto che il barone gli aveva rivolto la parola in francese, mentre a lui era noto che egli parlava perfettamente l'inglese. La cordialità del saluto, della stretta di mano, dell'intonazione con cui aveva pronunciate le prime parole, non valeva la deferenza alla quale James aveva diritto d'attendersi, e che sarebbe stata dimostrata assai più da un saluto e da una conversazione in inglese, la sua lingua nativa.

Da questa impressione non completamente favorevole, Burton ritrasse quasi uno scoraggiamento. Da quando si era posto al lavoro sino al momento che gli avevano annunziato l'arrivo del banchiere, la sua mente non aveva fatto che fantasticare; e in quella così intensa attività di pensiero e di sogni che gli aveva perfino impedito di sentire gli stimoli dell'appetito, egli era giunto alla più alta nota dell'entusiasmo e della fede. Perciò, adesso, la più piccola, la più inconcludente delle delusioni, un'impressionesoltantosfavorevole, e che poteva essere errata, bastavano a mettergli in cuore tutto un cumulo di dubbi e di timori. Chissà? stupidaggini, paure da bimbi! Ma perchè Dumenville era biondo piuttosto che bruno, perchè portava dei guanti bianchi anzichè dei guanti neri, perchè.... l'aveva salutato in francese e non in inglese, Giacomo dubitava adesso che quello non sarebbe l'uomo che gli abbisognava.... E pazienza questo: ma cominciava a dubitare che la prima delusione fosse l'indizio di altre ben più gravi che lo attendevano. Oh! le sue macchine non avrebbero corso giammai sui binari lucidi e dritti!...

Ebbe un istante di terrore, quell'uomo forte, di razza forte, sempre calmo, sempre impassibile, sempre fiducioso in stesso e nel suo destino. Forse che in certi momenti della vita tutti gli uomini si eguagliano, e le impressioni sono identiche per tutti?...

E, mentre il banchiere parlava, giovialmente, a voce alta, con parola calda e immaginosa; mentre gli parlava di John suo fratello; della sua patria; del desiderio vivissimo che da tempo nutriva di far la conoscenza sua; della certezza che John aveva infusa anche in lui che si trattasse qui di una seria impresa degna di tutta la considerazione dei dotti e dei potenti di ogni classe; mentre gli parlava così da dieci minuti, Giacomo teneva la testa bassa, e, quasi, non osava guardarlo per timore di riprovare quella impressione sgradevole che la vista del barone gli aveva data; e, quasi, non l'ascoltava, come in preda ad un pensiero fisso, penoso, ingiustificabile forse, ma altrettanto invincibile.

Aveva trascinata l'altra poltroncina di contro a quella sulla quale stava il banchiere, e vi si era seduto, volgendo le spalle alla porticina dello studio.

Il francese pareva essersi accorto dell'imbarazzo in cui si trovava quel rude lavoratore del nord, e seguitava colla sua facondia parigina, come volesse dargli tempo di entrare in dimestichezza; quasi credesse necessario di metterlo a suo agio. E Giacomo si preoccupava del momento in cui avrebbe dovuto prendere la parola, e rispondergli. Era una fanciullaggine, certo, una stupida preoccupazione che nulla giustificava. Ma sentiva che non riuscirebbe a vincerla: che una mano di ferro gli avrebbe chiusa la bocca, o permesso a mala piena di balbettare.

Dumenville parlava ancora, quando si udì socchiudersi la porticina del vasto laboratorio, e poi un piccolo grido represso, e la porticina rinchiudersi violentemente. Giacomo riconobbe la voce di sua moglie, in quella breve esclamazione come di sorpresa e di paura. Bambina! Aveva veduto un estraneo, ed sera fuggita! E, mentre egli levava lo sguardo, vide il barone alzarsi di scatto, cogli occhi pieni di allegro stupore fissi sulla porticina. Un attimo solo, chè, interrotto subito il discorso, attraversò correndo lo studio e riaprì la porta, rimanendo a guardare curioso al di fuori.

Giacomo, senza rendersi esatto conto del sentimento — se di curiosità o di vanità — che aveva spinto il barone a quell'atto, si alzò anche lui e, calmo, si diresse all'uscita. Stava per dire: — «Badate, è mia moglie, perdonate se è fuggita, ma è così vergognosa....» — quando Dumenville si rivolse a lui, e, con un grido di allegro sbalordimento, esclamò:

— La mia biondina!

Giacomo ebbe un tuffo al cuore. Se si fosse trovato in condizioni normali di spirito, sarebbe scoppiato in un'allegra risata. — «La sua biondina!» — Che granchio! — Ma in quel momento, e sotto l'impero di quell'incubo strano che la vista del barone, gli avea dato, rimase allibito, senza parole. Si sentì mancare. Si appoggiò colle due mani ad una delle grandi tavole da disegno, sorreggendosi a stento.

Dumenville era uscito sulla soglia, e guardava per ogni lato, con occhio avido, scrutatore. Cercava la donna; se l'avesse scorta l'avrebbe seguita, raggiunta. Ma la donna era sparita. Fece due passi fuori, nella corte, cercò ancora. Inutilmente. Allora rientrò.

E porgendo le due mani a Giacomo, e trascinandolo ancora verso il divano:

—Ah! ah! mi congratulo, signor Burton, avete delle belle amiche! — esclamo, ridendo. — E ricevete qui delle visite più interessanti della mia!

Giacomo, come un sonnambulo, lo fissava stralunato. Però si vinse, e, dominando l'emozione, sorretto da una speranza, da una quasi certezza, che l'antipatia per quell'uomo accresceva, domandò:

— Ma.... chi era?

— La mia biondina! — ripetè il banchiere. Poi, fatuo, sedendo: — Mia.... pardon.! Una piccola avventura della quale non ò che a gloriarmi; ma infine....

Giacomo allora ebbe un impeto di rabbia feroce. Fu per afferrare al collo il francese, e strozzarlo. Ma si dominò. Bisognava dissipare l'equivoco. E, con prudenza:

Scusate, barone, non vi siete sbagliato per caso? — egli chiese.

— Oh! no, ve lo giuro. La biondina di ieri, non c'è dubbio. Si affacciò appena, mi ravvisò subito, mi riconobbe, diede un piccolo grido e fuggì. Voi avete visto come è fuggita. Per quanto io mi sia precipitato alla porta, era già sparita.... — Poi, dopo una piccola pausa, con un pentimento sincero nella voce: — Oh! perdonatemi, signor Burton.... Forse.... senza volerlo....

Burton capì il pensiero e comprese ch'era bene troncare recisamente ogni supposizione, per andar in fondo alla cosa e vederci ben chiaro.

— No, no, vi prego. Non temete di nulla. Vi giuro che non mi aspettavo nessuna visita, e che non conosco nessuna bionda a Milano.

— Tanto meglio, allora! — rispose Dumenville. Poi, ancora in tono dimesso: — Vi prego di credere, ad ogni modo, che l'esclamazione e la confessione mi sono sfuggite. Ma fu tale e tanto il mio stupore! La combinazione era così strana e bizzarra, di ritrovare qui, proprio qui, una ragazza che ò.... conosciuta, ieri in ben altre condizioni....

Giacomo si sentiva soffocare

Scusate, signor barone, se vi interrompo; ma ò un ordine da dare al capofabbrica. Due minuti, e.... riprenderemo il discorso sulla strana avventura.

— Oh! non ne vale la pena! — rispose ridendo il banchiere. E aggiunse: — Fate pure.... non ò nessuna premura.

Burton uscì.

Aveva bisogno di un momento di tregua, di respirare un po' d'aria. Poi avrebbe ascoltato il resto. Ah! sì, l'avrebbe obbligato a parlare, a dir tutto. Oh! ma non ci sarebbe bisogno d'insistere. Era un fatuo quel barone, non avrebbe cercato di meglio che di raccontare.

Quando fu in corte, si sentì di nuovo venir meno. Si appoggiò alla muraglia, si coprì gli occhi colle mani, stringendosi fortemente le tempie tra le dita irrigidite. Dio! Dio! Che accadeva? Che stava per succedere? Cercava invano di raccogliere le idee, di concretare un pensiero, una supposizione buona o cattiva. Era un turbinìo, nel cervello, che gli dava la febbre. Adelina. La mia biondina. Null'altro.

Adelina. Ma era lei, proprio? Sì, ne aveva riconosciuta la voce. Ed era fuggita. Eppure!... Possibile?... non si era ingannato? Che bestia! Presto fatto a saperlo. Si fregò gli occhi colle dita, lungamente, come per abituarli alla luce del sole. Si ricompose, respirò due o tre volte a pieni polmoni come per immagazzinare della calma insieme coll'aria pura di quella tiepida giornata d'aprile, e sì diresse al piccolo fabbricato della portineria.

Gasparino, — chiamò a bassa voce.

Gasparino si fece avanti.

— È stata qui mia moglie?

Sissignore; passò senza chiedere nulla, come sempre, ed è ripassata subito.

Giacomo non battè palpebra. Se Gasparino gli avesse risposto: — non so, — sarebbe stato peggio. Bisognava dunque saper tutto. Si diresse con passo franco allo studio, ed entrò. La calma era tornata. Sentiva che ne avrebbe abbastanza per ascoltare, qualunque cosa udisse, senza tradirsi. Perchè bisognava udire. Bisognava. Era assolutamente necessario, indispensabile. Saper tutto. E lo saprebbe.

— Eccomi a voi, barone, colla viva curiosità di udire l'avventura che à rallegrato il vostro arrivo a Milano.

— Se vi dico, non ne vale la pena.

— No, scusate. Parliamoci franco. Non mi aspettavo nessuna donna qui. E una donna è venuta. Non so chi fosse e cosa volesse da me. Ma poichè voi sapete chi è, e.... cos'è.... E poichè non siamo più un estraneo l'uno per l'altro....

— Al contrario anzi, — interruppe Dumenville, nel quale si risvegliava il banchiere in cerca di grassi guadagni. — Al contrario, noi stiamo per legare oggi — io spero — una relazione che sarà non solo d'affari ma d'amicizia.

— Lo spero io pure. Dovete quindi comprendere come io sia curiosissimo di sapere come mai potesse venire da me una donna.... Poichè evidentemente si tratta di una...?

— Lo negherei invano, ormai. Una ragazza che ò conosciuta ieri e che potreste conoscere anche voi, oggi o domani, se lo voleste.

—Ah! ah! molto facile, dunque?

— Non del tutto facile, ma... Via! una quistione di prezzo, insomma.

Ammettete, caro barone, che l'avventura è interessante e divertente, e che adesso avete l'obbligo di illuminarmi sulla mia sconosciuta visitatrice. Se tornerà saprò come comportarmi senza compromettervi, naturalmente.

Giacomo parlava allegro, disinvolto, con un leggiero tono di canzonatura perfino. Poichè si trattava di sapere tutta la verità. Per sapere bisognava essere calmo? Lo era. Bisognava ridere? Avrebbe riso. Bisognava insultare, vilipendere sua moglie? La insulterebbe. Cosa bisognava fare? Uccidere, rubare? Avrebbe ucciso e rubato! Ma bisognava sapere!

Il tono franco, allegro, sincero, col quale Giacomo pronunciò le ultime parole, finì di rinfrancare il banchiere. Nella comune risata che aveva seguìto quelle parole, si smarrirono gli ultimi scrupoli di lui.

— Sì, sì, disse ridendo Dumenville. — Voi avete ragione. Da oggi siete un uomo prezioso per me; io vi debbo preservare da un possibile pericolo. Chissà, voi, uomo di lavoro e di studio, alieno dai piaceri del mondo, state per cadere, forse, nelle mani di una sirena che viene a cercarvi fin qui, nel vostro santuario.... Io debbo mettervi in guardia... — E gli batteva amichevolmente la mano sul ginocchio.

La loro intimità si formava rapidamente così, in grazia della strana avventura. l'uno l'altro l'avrebbero previsto, una mezz'ora prima, incontrandosi per la prima volta.

— A proposito, e fin che mi ricordo riprese il baroneoggi pranzate con me, non è vero?

— Con molto piacere.

— Allora, alle sette e mezzo, da Cova?

— Senza fallo.

— E se volete che adesso parliamo d'affari, che è quanto più preme, vi racconterò la storiella a pranzo

— No, vi pregodisse Giacomo mettendogli una mano sulla spalla, confidenzialmente. — Levatemi la curiosità, ve ne prego.

— Come volete. Fumate?

Grazie. — E Giacomo prese un grosso Avana da un portasigari di pelle fregiato della corona baronale che Dumenville gli porgeva.

— Non so se voi sappiate che io alloggio al «Grand Hôtel des Etrangers» in via Manzoni. Non è la prima volta che scendo a questa locanda. César, il cameriere del primo piano, mi à riconosciuto ieri mattina, entrando nella mia stanza; e credo che ciò abbia facilitata l'avventura: un'avventura che capita, del resto io suppongo, a tutti i forestieri di alto bordo.... Ed ò la fortuna o la disgrazia di essere considerato fra quelli. Dio buono: mi sanno milionario, barone! Ecco la scena semplicissima, che avviene quasi sempre nei grandi alberghi delle grandi città. Il primo cameriere vi entra in camera la mattina con un vassoio ricolmo di sigari finissimi di contrabbando. Perchè di contrabbando, dovrebbero costar meno: invece costano di più; e si capisce. Se all'offerta dei sigari rispondete: — Grazie, non fumo, — oppure — Fumo dei sigari miei, speciali, — César non insiste, s'inchina, e se ne va. Se invece fate degli acquisti e avviate la conversazionenaturalmente una conversazione da gentleman a cameriereva a finire che César vi offre i suoi servigi.... in tutto quello che può. Io, di solito, mentre termino la mia toilette, parlo volentieri coi domestici d'albergo e...— più volentieri ancora colle femmes de chambre.... quando sono belline. Anzi, vi dirò francamente che, fingendo di sbagliarmi, suono sempre due volte il campanello: perchè il cartellino dice: — «Une fois, pour le garçondeux fous pour la femme de chambre». — Così mi accadde ieri mattina. César, un furbo, inchinandosi, e già colla mano sulla maniglia della porta, mi disse con un sorrisetto pieno di sottintesi:

— E se il signor; barone non sapesse oggi come far passare un paio d'ore....

Io, pratico della cosa, capii a volo, e risposi:

— Sì: ma purchè si tratti di qualcuna che ne valga la pena.

César abbandonò la maniglia, posò di nuovo il vassoio degli sigari, e cavò di tasca il suo portafogli, dicendo:

Naturalmente! Conosco e so distinguere le persone. — Poi soggiunse: — Il signor barone si trattiene molti giorni a Milano?

La domanda mi parve indiscreta; e, senza capirne bene il perchè, mi riuscì imbarazzante.

— Allora — riprese César, — il signor barone avrà tutto ciò che di meglio la città può offrire.

Tracciò lestamente qualche parola su una carta da visita, la mise in una busta che rinchiuse e sulla quale scrisse l'indirizzo. Poi me la porse, su un piccolo vassoio, correttamente, dicendo:

— Il signor barone scuserà se le consegno una lettera chiusa. Ma è necessario, acciocchè non abbia a lamentarsi dei miei servigi.

— Sta, bene.

E lo congedai. Di prezzo, naturalmente (questo ve lo dicoaggiunse Dumenville ridendocaso mai, caro Burton, vi capitasse altrettanto nei vostri viaggi e voleste approfittarne), di prezzo non si parla coi.... Césars; e neppure di mediazione. Così pure vi avverto di questo: rispondete sempre che partite prestissimo, che non vi trattenete più che un giorno o due. Ò capito dopo la ragione della domanda di César: «Il signor barone si trattiene molto a Milano?» e mi trovai contento di aver risposto «due giorni al più». Perchè certe donne che si conoscono: con questo mezzo, non si dànno che ai ricchi forestieri che si trattengono un giorno, o due, non oltre; essi arrivano, César li invia, pagano, e partono il appresso. Nessun timore, quindi, di incontrarli poi per la strada; nessun timore che parlino dell'avventura a qualcuno della città e dieno i connotati...: nessun timore insomma di essere compromesse. E si.... conoscono, così, delle donnine le quali ànno un amante che non vorrebbero perdere; delle ragazze credute degne di portare i fiori d'arancio e che aspirano ancora ad uno sposo; e, qualche volta, delle mogli oneste di onesti impiegati le quali concorrono al pareggio del bilancio domestico, con questi.... proventi straordinari, poco o punto compromettenti, e che non impediscono loro di farsi stimare e venerare dal mondo quali mogli fedeli e ottime madri di famiglia.

— E voi, — chiese Burton, irrigidito nello sforzo supremo di quella calma forzata, — voi, ieri, avete.... conosciuta la biondina...?

Precisamente. Anzi, possiamo chiamarla appunto la Biondina, tout court, perchè mi fu presentata così, sul ritratto, dalla signora Bianchi; e non me ne à parlato, durante le nostre.... trattative, che chiamandola «la Biondina». Perchè il nome, naturalmente, non si viene a sapere.... Ma non è quello che importa di più! — concluse il barone ridendo.

— La signora Bianchi? — chiese Giacomo con un leggiero tremito nella voce, che Dumenville, assorto forse nei ricordi della felice avventura, non rilevò.

— La signora Bianchi, via Speronari, n. 53, è la degna signora alla quale vi dirige César. Oh! bisognerebbe aver la penna di Zola per descrivervi quella donna e quell'ambiente.

— Non è la parte più interessante del raccontointerruppe Giacomo, cui premeva assicurarsi di ben altro, e presto: perchè sentiva che non avrebbe resistito a lungo.

— Vi basti questo particolare, — disse il banchiere: — Essa conserva i ritratti delle sue clienti in tre cartelle. La prima, a un visitatore presentato con una busta chiusa di César, non la mostra nemmeno. Sono le clienti che non ànno nulla da perdere e.... poco da guadagnare. Nella seconda siamo già più in su. Al primo venuto, e specialmente a chi non abbia l'aria di possedere un borsellino discretamente fornito, non l'aprirebbe. Però a un forestiero del genere mio comincia da quella. E vi sfilano dinanzi ritratti d'ogni formato, di fotografi d'ogni paese; e figure di donne abbigliate nelle foggie più bizzarre e.... provocanti. In maggioranza, le maglie, e le grandi scollacciature. È la scena, la mimica sopratutto, che fornisce materia alla cartella n. 2. Ma voi, messo in guardia da César che vi à detto: «avrete tutto ciò che di meglio può offrire la città», voi insistete, promettendo di rovinarvi, e lusingando anche l'amor proprio della degna signora: — No, no, voi dovete avere qualcosa di più prelibato! — Perchè madama rappresenta l'aristocrazia, nel proprio mestiere. Allora, dopo molte raccomandazioni, e premesse, e circonlocuzioni, si presenta, con grande mistero, la cartella n. 3. dentro ci sono quelle tali che vogliono far conoscenza soltanto coi forestieri dei grandi hôtels, che si trattengono poche ore a Milano. Oh! Dio! —aggiunse con aria scettica di uomo vissuto — non è tutto oro quello che luce: ci sarà dell'inganno, certamente; non tutte le abitatrici della cartella n. 3 saranno roba prelibata. Qualche bella figliuola che pratica alla sera i caffè concerto, forse.... di peggio anche, si sarà introdotta di soppiatto in quell'archivio gelosamente custodito, per acquistar valore, e fornir più guadagno alla signora Bianchi, dandola ad intendere ai lords e ai principi russi che formano la sua clientela, Ma, insomma, anche in questo, come in tutte le cose, e in amore sopratutto, non è da cretini e fa piacere talvolta di lasciarsi mistificare un pochino. Ed è certo, ad ogni modo, che a qualche abitatore della città, se potesse ficcar gli occhi in quella cartella, sarebbero riserbate delle strane sorprese. È così in tutto il mondo: e vi posso accertare, caro Burton — ve lo affermo perchè vedo che i vostri occhi si fanno imbambolati per lo stupore (voi uomo di lavoro non le supponevate possibili queste cose) vi posso accertare che a Parigi, come a Londra, come a Berlino, come a Roma, come a Milano, casi di questo genere non bastano le dita delle mani a contarli.

— E voi avete scelto la biondina....

— Sì. Mi à colpito il suo musetto civettuolo. E poi, il ritratto, un ritratto casto, severo, mi ispirava fiducia e.... mi lasciava delle curiosità. Mi dispiace che non foste rivolto, testè, verso la porta, quando è entrata: vedendola, avreste approvata la mia scelta! — Poi, cambiando tono: — Sapete che più ci penso, adesso, sempre più mi pare incomprensibile che la biondina, sia entrata qui poc'anzi? Sono persino tentato di credere che, vistomi in istrada, mi abbia seguito fin qui, credendo di trovarmi solo. Perchè dovete sapere che, entusiasmato di lei, jeri (vi confesso che mi à entusiasmato), le avevo proposto un viaggetto e fatte mille promesse lusinghiere. Rifiutò assolutamente, allegando dei vincoli che à qui.... Infatti la Bianchi mi aveva assicurato che è maritata.... Ma chissà? la biondina, Niniche (mi à detto che si chiama Niniche, ma deve essere il suo nome di guerra), potrebbe averci ripensato stanotte, ed essere venuta a più pratico consiglio.

Giacomo fece un ultimo sforzo, sovrumano, per resistere. Voleva sapere dell'altro. E chiese:

— Ma la Bianchi non ne conosce il nome?

— Mi à giurato che no. Quando deve avvertirla che.... c'è un cliente, scrive a un indirizzo convenuto. Mi à detto così. Non mi interessava poi di indagare di più. Cioè: non mi interessava jeri; oggi, ve lo confesso; pagherei qualcosa per ritrovarla. Pagherei per lo meno quanto ò pagato... jeri.

— Molto? — susurrò Giacomo con un fil di voce che rimase strozzata in gola; e alla domanda fece seguire un colpo di tosse come per giustificare la tremula remissione della voce.

Cinquecento lire, — rispose Dumenville, — anticipate, naturalmente, nelle mani della Bianchi.

— E il convegno avvenne in casa della stessa Bianchi? — chiese ancora James Burton alzandosi da sedere e appoggiandosi, per reggersi in piedi, alla tavola da disegno.

— No. In una casetta, in una via giù di mano, dove mi sono recato in carrozza, all'indirizzo datomi da lei e che ò passato al fiaccherajo.... Ci arrivai dopo un lungo tragitto, dopo una sequela di giravolte in viuzze strette e semioscure.... non ne ricordo più nulla....

Il banchiere si alzò, e trasse l'orologio di tasca.

Perbacco! le quattro. Abbiamo fatto tardi e.... senza concludere nulla. Voi mi obblighereteaggiunse ridendo — a trattenermi un giorno di più a Milano.

E si volse per raccogliere il cappello che aveva posato sul divano. Nel curvarsi, egli intravvide il ritratto di Adelina mezzo nascosto tra le pieghe del drappeggio.

Si avvicinò ad osservarlo, e si volse di scatto verso Giacomo.

— Lei! — E dopo un momento di esitazione, con imbarazzo: — Signor Burton.... la conoscete.... forse è qualcuna che vi appartiene.... e mi avete fatto parlare.... Non so come qualificare....

James lo interruppe:

— Sì, la conosco. La biondina è mia moglie!

Ma la tensione dei nervi e dello spirito era stata troppo lunga. E cadde a terra, svenuto.

 

Il giorno appresso scendeva dall'omnibus della stazione al «Grand Hôtel des Etrangers», in via Manzoni, un giovanotto alto, biondo, arrivato col treno del Gottardo. Sul registro dai forestieri scrisse il suo nome: Marchese C. A. di Morecambe, Inghilterra. Chiese una camera e un salotto. Gli furono assegnati i n. 17 e 18 al primo piano.

Così, James Burton iniziava la sua inchiesta e preparava la sua vendetta.




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