|
I
Il sole entrava dall'ampio
finestrone a inondare di luce lo studio vastissimo,
dove Giacomo Burton lavorava, dall'alba al tramonto. Due delle bianche pareti
erano coperte da grandi tavole di disegni, modelli di macchine; sulla terza, di
contro al finestrone, era una sfilata di mensole chiare di larice, con tutte le
fiale ed i vasi bianchi ed azzurri, pieni di minerali e di acidi,
nella gamma allegra di colori che la chimica possiede. Qua e là, e negli
angoli, sul pavimento, erano pezzi di macchine, e pile, e fornelli. Un terzo
della stanza era occupato da due lunghe tavole da disegno poggianti sui
cavalletti altissimi: sulle tavole, cosparse di compassi e di regoli, spioveva
una gran luce dall'ampia vetrata. Tutto, là dentro, era semplice, rigido,
severo, ordinato; tutto, fuorchè il breve spazio racchiuso dall'angolo a destra
del finestrone, dove era un divano; e due poltroncine di tela russa con un'alta bordatura di azzurro fissata da borchiette
d'oro: e, steso dinanzi ad essi, un rosso tappeto a fiorami oscuri; e, sulla
parete, a coprire il bianco della muraglia, una stoffa drappeggiata con arte,
che inquadrava una grande fotografia di donna racchiusa in una semplice cornice
d'abete. Quell'angolo, come un salottino non ricco ma civettuolo, introdottosi
quasi furtivo in quel tempio severo del lavoro, era Adelina che l'aveva voluto,
che l'aveva imposto a suo marito. Aveva comperato essa
il divano e le poltroncine, e il tappeto, e un giorno era capitata là con tutta
quella roba recata da un operaio della fabbrica: e, tutta sola, mentre Giacomo,
sorridendo, disegnava, avea creato quel cantuccio, trasfondendovi un po' della
grazia, della allegra civetteria ch'era nella sua persona. Avea messo il
piccolo divano di sbieco, nell'angolo: poi, salita in piedi su di esso, appiccicò con quattro chiodi il drappeggio; poi stese
il tappeto; e mise le poltroncine ai due lati del divano.
— Adesso esci un momento.
— Perchè?
— Te ne prego. Esci in corte, due minuti, poi ti chiamo.
Giacomo uscì; ed essa, di furia,
appese la fotografia fino allora tenuta gelosamente nascosta. Poi,
affacciandosi alla porticina dello studio, ch'era
all'angolo opposto a quello da lei trasformato, lo chiamò:
— James! James! corri, adesso, vieni, vieni presto.
— Oh! il
tuo ritratto! — disse lui, con stupore, ma senza scomporsi molto, senza alzare
troppo la voce. — Il tuo ritratto. Un'improvvisata. Bellissimo. Chi te lo ha
fatto?
— Un fotografo! — ribattè lei, ridendo, fissando gli occhi allegri negli occhi di
suo marito.
— Già, un fotografo. Ma, così grande! costerà molto. Non
spendi troppo, Adelina, in cose superflue?
— Nulla, nulla, nulla. È il
regalo di un'amica mia che à sposato un fotografo.
— Chi?
— Un'amica mia di collegio; non
la conosci, tu. Già, non ne conosci nessuna, — aggiunse,
ridendo sempre. Poi fattasi seria, a un tratto: — Sei
cattivo, però. Il mio ritratto lo chiami una cosa superflua. Vivi
qua dentro dalla mattina alla sera: appena mi vedi una mezz'ora durante il
giorno se vengo a farti una visitina. Almeno avrai il mio ritratto
dinanzi agli occhi. Credevo ti dovesse far piacere! Invece!...
— Sì, tanto piacere. Temevo soltanto tu avessi fatta una spesa troppo forte per
noi. Tu sai che non possiamo ancora spendere molto. Lo sai. — E l'aveva baciata sulla bocca, e s'era rimesso al lavoro.
Allora, Adelina, quel giorno,
s'era accoccolata sul divano, ed era rimasta più a lungo.
Ah! così! Adesso, quando verrò a
trovarti qui, avrò un cantuccio simpatico dove mettermi, avrò un sedile decente
sul quale non arrischierò di rovinarmi le vesti come
sulle tue sedie di paglia inzuppate di acidi. Sei contento?
Ma anche a questo ò dovuto pensar io. Sei un orso, tu!
E poi, via, quando vien qui qualche persona per bene,
potrai riceverla a modo. Un orrore, proprio un orrore:
tu eri capace di far sedere sul trespolo un commendatore, o di tenere in piedi
un deputato, per mancanza di sedili. Ma la tua
mogliettina pensa a tutto. Nevvero? Anzi, sai che cosa
ò pensato, adesso che c'è il salottino, qui? Io verrò ogni giorno, porterò con
me il mio lavoro ed un libro, e rimarrò a lungo, a tenerti compagnia. Eh?
— Ti annoierai, piccina.
— E
quando mi annoierò anderò via! Ecco!... Soltanto, ti
prego: quando ti fabbrichi qualcuna di quelle tue combinazioni chimiche.... di
quelle.... Dio! che odori, ah! allora
sì, avvertimene prima, che non ci venga. Mi fai star male una settimana intera.
Poi, ancora, gli aveva
raccontato una quantità di frottole graziose, e di storielle piccanti, raccolte
qua e là, nei salotti della zia o della sua amica, la Bianca, dove essa passava
le ore del pomeriggio.
Lui, impassibile, serio,
ascoltava silenzioso, disegnando, durante le visite che sua moglie gli faceva
all'officina, quasi ogni giorno, da un anno in qua. Poichè s'erano sposati da
quattro anni, ma questa intimità tra di loro, questa affettuosità di Adelina
per lui, erano nate da poco. Giacomo, innamorato di sua moglie lo era stato
sempre: ma non era nel suo carattere di dirlo e di dimostrarlo troppo: poi, gli
mancava anche il tempo di dirlo e di dimostrarlo. Dalle sette di sera sino
all'alba del giorno appresso, ecco le ore che poteva dedicarle. Dall'alba alle
sette, lavorava. E Adelina, nei primi tre anni di matrimonio, s'era acconciata
facilmente a questa vita.
Tutto il giorno era libera:
l'officina lontana, fuori dazio; e poiché aveva sposato l'inglese (glie ne
avevano parlato chiamandolo così, la prima volta) senza amore, per convenienza,
perchè disperava, a 24 anni, di trovare di meglio, non si crucciava di questa
gran libertà che suo marito era obbligato a concederle: anzi, forse, ne gioiva
e se ne valeva. Ma da un anno, un gran cambiamento s'era fatto in lei. Quasi
ogni giorno, essa veniva a trovarlo in istudio. Saliva in tram in piazza del
Duomo, e scendeva al dazio. Poi aveva ancora buon tratto di strada a percorrere,
sino alla gran porta di un lungo fabbricato di mattoni rossicci, sulla quale ad
alte lettere nere, era scritto: «Società internazionale dei tramway a vapore».
Era una società inglese che aveva costrutto ed esercitava molte linee di tram
nell'Alta Italia, e aveva la sua sede principale a Milano, e quivi il suo
direttore tecnico, James Burton.
Un valore, quest'uomo. C'era in
lui la stoffa di un inventore. Da quattro anni studiava l'applicazione
dell'elettricità alla trazione dei tram, secondo un sistema nuovo, pratico,
economico, che, perfezionato al punto ch'egli aveva fissato di raggiungere,
avrebbe portata una rivoluzione in questo genere d'industria, avrebbe debellato
in modo assoluto il sistema della trazione a vapore e a cavalli, e avrebbe fatta
la fortuna di lui. Così, egli rubava al sonno, agli svaghi, alla famiglia,
molte ore, e le dedicava ai suoi studi. Gli sarebbe bastato di lavorare dalle
dieci del mattino alle quattro di sera per sbrigare le faccende del suo
ufficio. Invece, egli rimaneva all'officina dodici ore al giorno, occupato
sempre in nuovi tentativi ed in esperimenti nuovi. Era questa la fissazione di
quell'uomo tenace e di genio: farsi una fama e una fortuna.
Giacomo era il minore di sette
fratelli. Era nato a Glasgow. Papà Burton, commerciante, aveva allevato i suoi
cinque maschi con idee pratiche e sane seguendone le attitudini ed avviandoli
alla carriera a ciascuno più adatta. «Soltanto. — aveva detto loro — badate che
non sono ricco, che non ò nessuna probabilità di diventarlo; la vita costa
assai; e se potrò mettere da parte qualcosa sarà per le vostre sorelle, ed è
giusto che abbia ad essere per loro. Voialtri potete e dovete lavorare, e
pensare a voi stessi. Quindi, se è possibile, sceglietevi una professione nella
quale si guadagni presto, senza un troppo lungo tirocinio». Chi s'era dato al
commercio, chi all'ingegneria: il maggiore, innamorato del mare, aveva percorsi
gli studi navali, ed era ufficiale, adesso, nella marina inglese. James,
laureato ingegnere, s'occupò alla costruzione di una ferrovia. Poi gli avevano
offerta questa carica in Italia: e l'aveva accettata, pensando che anche qui
avrebbe potuto lavorare e studiare. Quando avrebbe risolto il problema del
quale si era invaghito, sarebbe tornato in Inghilterra per trarne profitto.
Questo impiego che gli si offriva in Italia era la modesta, sicura, tranquilla
agiatezza che gli permetterebbe di compiere i suoi studi.
Ed era venuto. Bel giovane di
ventotto anni, alto, biondo, forte; colto; affabile e cortese nella riservatezza
della sua razza; aveva subito ispirato delle vivissime simpatie. Gli era
capitata la fortuna, sin dai primordi del suo soggiorno a Milano, di trovar
l'amicizia franca e leale di un buon tipo di vecchio ambrosiano, il cavaliere
Cristoforo Galli, fabbricante di candele e di saponi, uno dei consiglieri di
amministrazione della «Società dei tram dell'Alta Italia». Il buon vecchio
lavoratore, che, nato poverissimo, s'era fatto una fortuna colle sue candele e
coi suoi saponi, aveva subito simpatizzato col giovinotto, il quale, sin dai
primi discorsi, aveva espresse delle idee così sane, così giuste, così
pratiche.
Avevano subito simpatizzato le
due onestà di questi uomini di razza diversa: l'onestà rigida severa del
giovanotto; l'onestà bonaria, indulgente del vecchio. E questi aveva invitato
quello in sua casa, una gran casa ospitale che raccoglieva una numerosa
famiglia patriarcale: la moglie, una vecchietta miserina di persona e
d'intelletto, intontita nell'agiatezza che le era nata d'attorno a poco a poco,
durante vent'anni di lavoro e di risparmio; e cinque figliuoli, due maschi e
tre femmine; e le mogli dei figlioli; e il marito di una delle femmine: e i
bimbi loro. I maschi erano a capo degli affari e dirigevano la fabbrica: il
marito della figlia maggiore, anche lui, già commesso nell'azienda, era adesso
il viaggiatore principale della ditta. E così vivevano tutti assieme, in un
gran palazzo fuori porta Magenta, attiguo alla officina dei saponi, fabbricato
apposta dal vecchio allo scopo e coll'intento di vedervi alloggiare tutti i
suoi, anche le future famiglie delle due figliole ancor nubili; perchè una sola
imposizione usava fare ai suoi generi: di abitar lì, e di pranzar alla tavola
comune.
Gli alloggi erano tutti
indipendenti l'uno dall'altro, avevano tutti una scala e un ingresso speciale.
— Non bisogna vedersi troppo,
non bisogna vivere troppo assieme — diceva il vecchio — per conservare la buona
armonia tra parenti. Ma l'ora del pranzo, quella sì. È l'ora allegra, durante
la quale non si parla di affari e di malinconie: ci si può riunir tutti; e, in
molti, si mangia meglio e di più: e quando si mangia molto e bene si campa
vecchi!
Il buon Galli, incaricato, lui,
dal Consiglio d'amministrazione, di ricevere all'arrivo il nuovo direttore, lo
aveva subito, lo stesso giorno, invitato a pranzo. E come il giovanotto, calmo,
ma un po' stupito, un po' impacciato nella novità del paese e delle persone, si
schermiva:
— Ecco: siamo in diciotto a
tavola, ogni giorno — gli aveva detto per convincerlo — voi capite bene che
dove si mangia in diciotto si mangia in diciannove: non farò certamente un
piatto di più per voi. — E glielo aveva detto un po' in francese, un po' in
italiano, un po' in milanese, ma con così evidente cordialità che James aveva
dovuto accettare.
Era stato curioso l'ingresso in
quell'ampia sala da pranzo nella quale tutta la famiglia, avvertita, era già
raccolta. La vecchietta non sapeva dire una parola di francese e quell'italiano
spropositato che conosceva non avrebbe servito a nulla: non aveva fatto,
quindi, che una sequela d'inchini; ma il suo faccino grinzoso, circondato da
una cuffietta viola, era tutto un sorriso impacciato ma gioviale e bonario che
aveva incoraggiato il forastiero. I giovanotti sapevano di francese quel
pochetto che avevano imparato alla scuola. Un po' più ne sapeva il genero, che
aveva viaggiato. E con certa disinvoltura lo parlavano invece le figliole, che
avevano studiato e imparato di più, e si tenevano in esercizio colla lettura
del Bourget e del Maupassant. Tutti avevano avuta una parola gentile, una
espressione forse un poco volgare ma piena di cordialità. A tavola, il vecchio
se l'era fatto sedere vicino, e dall'altro lato gli aveva posto Clara, la
minore delle figliole, la più vivace e la più istrutta, che, allegra, gli
parlava, gli spiegava, lo interrogava, gli faceva da interprete.
Il vecchio rideva, e mentre
rimpinzava di vivande il piatto dell'ospite e gli riempiva il bicchiere,
esclamava ogni tanto:
— Ah! ah! finalmente m'accorgo
che non ò spesi inutilmente i miei denari per far studiare queste figliole!
E così, nella giovialità
dell'ambiente; nell'allegra festosità di quella gran sala, e di quella gran
tavola dove tutti mangiavano con molto appetito dei cibi saporiti ed
abbondanti; James, senza comprendere gran che di quel che gli dicevano; senza
saper bene quello che dicesse, aveva capito, s'era convinto di essere capitato
tra gente buona ed onesta. Dinanzi a lui stavano sedute le mamme, la figlia
maggiore di Galli e le due nuore: e ognuna aveva daccanto i propri figlioli,
otto o nove in tutto, bambocci tra i due anni ed i cinque, seduti sulle sedie
alte di giunco; perchè il nonno li voleva tutti a tavola, anch'essi, non appena
dal latte della balia passavano alla pappa. I bambini avevano avuto un momento
di vergogna, di stupore attento e scrutatore negli occhi fissi sul nuovo
commensale. Poi s'erano fatti coraggio, a poco a poco, incoraggiandosi l'un
l'altro, trovando ardire l'un l'altro dal rinfrancarsi reciproco; e, dopo
mezz'ora, quel pranzo aveva assunto l'aspetto, ai loro occhi, di un pranzo
comune, come quello d'ogni giorno, nell'intimità delle persone note: ed erano
cominciate le grida e gli strilli, e le risate e le birichinate che il nonno
permetteva, e delle quali anzi gioiva e si gloriava. James l'aveva di contro a
sè quella fila allegra di puppattoli rosei e biondi: li guardava, sorridendo; e
anch'essi, i bimbi, avevano cooperato a infondergli coraggio, a metterlo a suo
agio, a renderlo contento, a dargli mille speranze liete per la nuova vita che s'inaugurava
quel giorno per lui. Gli parevano, tutta quella festività, tutta quella
cordialità, un buon augurio. In fin di pranzo, aveva già scordato le ansie e le
paure che, malgrado la gagliardia del carattere, lo avevano accompagnato,
giovane e solo, durante il lungo viaggio dalla patria ad un paese nuovo e
sconosciuto. Ricordava soltanto le ultime raccomandazioni di sua madre, e le
lagrime che aveva asciugate coi suoi baci sulle ciglia di lei. E, lasciando
quella sera la casa di Galli, prima di rientrare alla locanda aveva sentito il
bisogno irresistibile di telegrafare a casa sua. E aveva telegrafato: «Sto
bene. Gli italiani sono brava gente».
L'Adelina l'aveva conosciuta
nella casa dei Galli, dov'era tornato sovente, ospite gradito dei loro pranzi e
delle festicciole che, durante il carnovale, il vecchio ambrosiano offriva al
sabato di ogni settimana. Lo scopo di quelle festicciole era di trovar marito
alle due figliuole ancor nubili, Clara e Virginia. Non ne faceva un mistero.
— Potrei condurle in società —
diceva sovente a Giacomo che aveva preso a suo confidente e al quale questo
discorso lo faceva volontieri. — Potrei condurle a teatro, al Corso; sono
belline: ànno fama di possedere quattro soldi; un marito glie lo troverei
facilmente. Ma mi ripugna l'idea di un marito trovato per istrada; e non mi
piacciono i matrimoni di progetto, combinati fuori di casa, anzi in casa
altrui. Oh! c'è della gente, delle donne, delle donne vecchie per lo più, e che
capitarono male nel marito loro, che ànno la smania di combinar matrimoni.
Forse è così anche da voi, al vostro paese. Sensali da matrimonio che lavorano
senza provvigione, per amore dell'arte. Oh! caro Burton, Clara e Virginia
potrebbero essere sposate dieci volte, a quest'ora,. Ogni tanto mia moglie à un
gran discorso da farmi: «Sai? la tale mi à proposto il tale. Sai? la tale mi à
parlato di un bravo giovane che potrebbe essere un ottimo marito per Virginia».
Niente! niente! non voglio saperne di codesta roba; non mi fido. Ci à da essere
la simpatia per sposarsi. Così, io ricevo qui gli amici: e dico loro: portate i
figlioli e i nipoti, e gli amici dei figlioli e dei nipoti. Si fanno quattro
salti, si mangia una fetta di panettone. Penseranno che cerco marito alle
figlie. E che lo pensino! Che c'è di male? Ma quando vedranno che non le butto
via, che non le dò al primo capitato; che anzi ne faccio venir molti, quanti ce
ne stanno, per procedere ad una selezione, per scegliere bene.... E non
crediate, caro Burton, che cerchi mari e monti: nè milioni nè contee. Cerco un
bravo giovanotto, anzi due bravi giovanotti, perchè sono due le ragazze, che
abbiano voglia di lavorare. E se anche non ànno sostanza e un lavoro avviato,
niente paura. Qui a fabbricar saponi e candele, c'è lavoro per tutti. Così,
invece di due maschi, me ne avesse fatti sei mia moglie. Si risparmierebbe
nello stipendio agli impiegati. E poi, naturalmente, non combinerò nulla se non
vedrò che c'è la simpatia.... Vedete, caro Burton, il mio gran lavoro, tutta la
mia preoccupazione, durante queste festine, è di studiare, senza farmi
scorgere, il contegno delle due ragazze. Io, seguo i loro sguardi: cerco
d'indovinare dove si posano; osservo con chi ballano di preferenza, spio le
confidenze che si fanno tra loro. Se, una volta o l'altra arrivo a coglierle in
fallo, vale a dire che si tradiscano, io esamino il soggetto: se mi va, se à le
qualità che voglio, piglio la ragazza e le dico: «È quello lì che ti piace?» Se
diventa rossa, so il fatto mio. Allora osservo lui: capisco subito se lui
corrisponde. Se sì, lo piglio e gli dico: «Sei un bravo ragazzo. Ti piace? La
vuoi?» E li sposo. Ò fatto così per la maggiore, la Carolina: le ò dato un
bravo ragazzo che conoscevo, che avevo qui da dieci anni in istudio. Non aveva
un soldo e guadagnava dugento lire il mese: poche, per metter su famiglia. Cosa
ò fatto? Gli ò raddoppiato lo stipendio, e l'ò messo in grado, così, di sposare
mia figlia. Ed è un matrimonio che va benone. Ànno già fatti due figlioli, e,
se non capitano disgrazie, che Dio ci guardi, arrivano alla dozzina. E sì che
mio genero è quasi sempre in viaggio. Ma quando è qui, sa fare il suo dovere! —
E giù una grossa risata, mentre vuotava un buon bicchiere di barolo.
Questo discorso, con poche
varianti, il vecchio Galli l'aveva fatto per tutto il carnevale, a Giacomo,
regolarmente, ogni sabato. E mentre tracannava il barolo, lo guardava colla
coda dell'occhio; avesse potuto sperare di non fare un buco nell'acqua, la
conclusione del discorso l'avrebbe ripetuta a lui, a Giacomo: — La vuoi? Ti
piace? Sei un bravo ragazzo. Pigliala! — Soltanto, gli avrebbe chiesto quale
delle due volesse: l'una o l'altra, per lui sarebbe indifferente: a scelta; e
centomila lire di dote.
Ma Giacomo Burton non guardava
nessuna delle due figliole. Forse, non lo ascoltava neppur più, incantonato nel
vano di una finestra, immobile, gli occhi fissi su una biondina piccina, tutta
fuoco, tutta brio, bellissima nella vesticciuola semplice aggraziata di
mussolina bianca. E Clara, furba, avea già detto più di una volta all'amica: — L'inglese
ti guarda.
— Sì, ma non si decide! — aveva
replicata Adelina, ridendo.
Perchè Giacomo non si era
indotto a ballare, neppure con lei, e le aveva detto appena poche parole, una
sera, dopo essersi fatto presentare da Clara, perchè le si era trovato vicino,
al buffet.
— Fallo decidere tu! — aveva
detto Clara, l'ultimo sabato del carnovale.
— Perchè no! Vuoi che provi? Tu
sta a vedere, e ci divertiremo.
E aveva attesa la «poule des
dames», un ballo fatto apposta per le dichiarazioni della femmina al maschio,
dichiarazioni a rovescia, negative, ma forse più espressive, se non più
sincere, di quelle del maschio alla femmina. Le ballerine scelgono ed invitano
esse il cavaliere. E invitano tutti gli indifferenti, e ballano con tutti,
fuorchè con quello che amano, o che prediligono, o che vogliono conquistare. La
fanciulla — se è ingenua davvero — à paura di far quell'invito. La signora non
lo fa a bella posta, per dirgli tacitamente, o per fargli credere: — ò paura
d'invitarti. Arrossirei, mi tradirei.
Al vecchio Galli questa
innovazione della «poule des dames», a tutta prima, era dispiaciuta: non
l'avrebbe voluta in casa sua: a' suoi tempi non si usava; e gli pareva
immorale. Poi, ripensandoci, aveva trovato che potrebbe servire a meraviglia al
suo scopo quello di rivelargli le simpatie delle figliole. E aveva finito per
essere lui, ogni sera, l'organizzatore del ballo. A una cert'ora, se ancora non
si era fatto, girava di crocchio in crocchio, o si metteva in mezzo alla sala,
battendo le mani, e gridava:
— La «poule des dames»? La «poule des dames»?
Appena il ballo cominciava si
poneva in vedetta, e stava ad osservare, a notare accuratamente chi erano i
ballerini scelti da Clara e Virginia. Ma, l'ingenuo, non aveva mai scoperto
nulla: anzi se veniva a delle conclusioni, erano sbagliate certamente.
Adelina, quella sera, aveva
attesa la «poule des dames». E, subito, era corsa dinanzi a Giacomo porgendogli
le due mani, con un inchino.
— Monsieur?
Giacomo, stupito, un poco
confuso, aveva risposto, in italiano, perchè in quattro mesi aveva imparato, a
forza di studio e di pratica coi suoi impiegati e cogli operai, a parlare
abbastanza spedito, e non l'italiano soltanto ma anche un po' di dialetto:
— Signorina, la ringrazio: ma
non so ballare.
— Possibile? Non «vuole»
ballare.
— Se «lo saprei», lo vorrei.
Allora essa, ridendo, l'aveva
corretto. E, ingenuamente civettuola, gli aveva proposto di insegnargli per
bene il ballo e la lingua. Così, senza farsi scorgere, s'era indugiata vicino a
Giacomo, a lungo, nel vano della finestra, dov'egli, ritto, cogli occhi fissi
su di lei, rispondendo poche parole, a tono basso, come era suo costume, si era
lasciato trascinare, suo malgrado, a dirle delle cose gentili, con voce un poco
commossa,
— Ma io la trattengo qui e «non
permetto che balla», signorina.
— Oh! non importa : ò già
ballato tanto!
Egli credette di vedere, nella
ingenuità di quella risposta, in quell'indugiarsi presso di lui, l'espressione
inconscia e schietta di una simpatia che, forse, era il rispecchio della sua
simpatia vivissima per la fanciulla bionda. Allora, quella sera, aveva deciso
di parlarne al suo vecchio amico.
Il matrimonio s'era concluso
contro il consiglio del Galli. Il buon vecchio s'era mostrato contrariato in
volto dalle parole di Giacomo. Però questi, a tutta prima, non ci aveva fatto
caso. In quella contrarietà aveva supposto si celasse il dispetto di veder
posposte le sue figlie ad un'altra. Tuttavia la franchezza del vecchio lo
colpì. Le sue prime parole di risposta erano state appunto:
— Peccato! Vi avrei data tanto
volentieri una delle mie figliole, mio caro Burton. — E, dopo un momento di
pausa: Però non crediate che, per dispetto, cercherò di dissuadervi da queste
nozze. No, vi sono amico vero, come spero che voi lo siate per me; e decidendo
come vorrete, mi conserverete sempre ed ugualmente la vostra amicizia.
— Certamente. Ditemi franco
quello che ne pensate.
— Ecco. Adelina è orfana: e
questo non è un male: anzi può essere un bene: evitereste i suoceri.... Non
tutti i suoceri sono brava e buona gente come me e mia moglie. E poi, anche la
buona gente può essere gente noiosa e chissà che non lo sia anch'io senza
volerlo. — Qui si era fermato in attesa di un complimento, di una parola
gentile di protesta. Ma Giacomo taceva. — Il grave si è che non à e non avrà
mai un soldo di dote.
Allora Burton aveva preso la
parola, decisamente, quasi ad evitare le inevitabili variazioni su questo tema.
— Signor Galli, questa non è una
difficoltà, e non avrei mai supposto che ella potesse crederla una difficoltà.
— Giovanotto,... — aveva
cominciato il Galli quasi in tono predicatorio; poi, correggendosi: — Mio caro
signor Burton, in questa momento non mi sembrate un uomo pratico, come ànno
fama di essere gli inglesi. Che io non mi preoccupi di trovar per marito alle
mie figliole un uomo ricco, è giusto. Un uomo è sempre ricco se à voglia di
lavorare. La ricchezza è nella sua testa e nelle sue braccia. Ma una moglie!
Voi non sapete, forse, quante pretese, quanti bisogni ànno le donne! E voi,
senza farvi i conti addosso, Dio me ne guardi, non guadagnate che quattromila
lire. Non è molto: non bastano per sposare una ragazza che non à il becco d'un
quattrino.... Che non possiede neppur la camicia, — aveva aggiunto per timore
che la prima espressione non potesse essere capita dall'inglese.
— La quistione è di sapersi
accontentare e di misurare i bisogni ai propri mezzi, — aveva risposto Giacomo.
— E questo sarà affar mio.
— Eh! ma le donne al dì
d'oggi,... — aveva obbiettato ancora il vecchio.
— Le mogli sono come i mariti le
vogliono.
— Lo credete? In Inghilterra,
forse. In Italia no. Del resto, questo è affar vostro, caro il mio Burton. Ma
c'è dell'altro; ed è ciò che mi trovo in obbligo di dirvi, perchè mi fate
l'onore di consigliarvi con me.
— Dell'altro!
— Ecco qua. Vi ò detto che la
signorina Adelina Olivieri è orfana. E lo è dall'infanzia. La madre morì
mettendola al mondo. Il padre poco appresso. Essa fu raccolta ed allevata da
una zia materna, la signora Cavalli, che vi ò presentata, e che è vedova essa pure
da dieci anni. Una bella donna ancora, malgrado i suoi 40 anni, come avete
veduto. Una donna,.... Questo che vi dico, naturalmente, resti tra noi, una
donna che non à fama di essere stata una casta Susanna. Come à allevato
Adelina? Che esempi le à dato? Non so. Non credo però sieno stati i migliori.
Ancora adesso mena una vita che non si addirrebbe nè ai suoi mezzi nè alla sua
età. Si dice cha un vecchio banchiere sia il suo.... amico intimo e.... che
provveda....
Il Galli avrebbe continuato per
un pezzo. Ma James, fattosi serio, lo aveva interrotto:
— E voi, signor Galli, la
ricevete in casa vostra?
La domanda, a bruciapelo, aveva
sconcertato un poco il buon vecchio. Infatti, perchè la riceveva a casa sua? Perchè,
se aveva così poca fiducia nei sentimenti, nei principî di Adelina, aveva
permesso che diventasse l'amica intima delle sue figliole?
— Ecco, caro il mio Burton —
aveva ripreso a dire il vecchio, dopo un momento di esitazione — a questo mondo
bisogna essere molto rigidi verso sè stessi, e molto indulgenti verso gli
altri. Se si volesse guardar bene in fondo alla vita di tutti quelli che si
conoscono, ne resterebbe forse uno su cento al quale si potrebbe stringere la
mano senza ripugnanza. Che volete? Adelina fu compagna di scuola della Clara.
Mia moglie e la signora Cavalli si conobbero presso un'amica comune. Quando io
cominciai a dare queste festicciole, mia figlia espresse il desiderio di avervi
la sua amica. Come rifiutare questo invito? Con che scusa? Potevo dirle...? Voi
capite che no. D'altronde, sin che si riceve in casa una persona, e le si offre
un sorbetto e un dolce, via, non ci si compromette.... e non la si sposa,
sopratutto. Siete voi, ora, che vorreste sposare questa ragazza. Ed io stimo
mio dovere di mettervi in guardia.
— Vi ringrazio. Non c'è altro? —
aveva chiesto Giacomo dopo un momento di riflessione.
— Altro?... No, che io sappia.
Vi ò detto tutto: che la ragazza mi pare un poco leggiera, allevata senza
giusti principî, abituata a menar vita da ricchi, senza indagare, — o
sapendolo, che sarebbe peggio, — da che parte vengano i mezzi per menar codesta
vita. Ecco tutto. Fate voi.
— Sta bene. Allora, signor
Galli, vorreste essere tanto buono da chiedere confidenzialmente, da parte mia,
alla signora Cavalli se....
— Se ve la darebbe in moglie? —
aveva interrotto il vecchio, con un po' di dispetto che invano aveva cercato di
nascondere: — se ve la darebbe in moglie? Ma posso rispondervi addirittura di
sì. Figurarsi! Adelina à 24 anni, e non à un soldo di dote. Voi siete un
eccellente partito. La zia mi à ripetuto tante volte: — Ah! che pensiero quello
di allogar quella ragazza. Sarà difficile! sarà difficile! — Non le parrà vero.
— Vorrei saperlo di positivo.
— Entro domani, caro il mio Burton.
— Poi, dopo un momento di silenzio, con grande affettuosità e bonomia,
dimenticando ormai il dispiacere di vedersi sfumare un caro disegno e il
dispetto provato per la nessuna impressione che le sue obbiezioni avevano fatte
sull'inglese, aveva aggiunto: — E credete, signor Burton, che la vostra
famiglia sarà contenta?
— Ne sono certo — aveva risposto
Giacomo con calma e con convinzione. — Mio padre e mia madre ànno una grande
fiducia in me, e sanno che non farei cosa contraria al mio onore e al mio interesse.
Non ò mai rifuggito dall'idea del matrimonio. La mia posizione è discreta e mi
permette di farmi una famiglia della quale sento tanto più il bisogno qui, dove
vivo solo e senza parenti. La signorina Olivieri mi piace e spero di non
dispiacere a lei. Quello che mi avete detto del suo passato non mi spaventa. Le
ò parlato: mi è parsa buona, ingenua, mite, modesta. Credo che, se mi vorrà, e
diventerà mia moglie, saremo felici.
— Ed io ve lo auguro con tutto
il cuore, mio caro Burton.
Due mesi dopo, Adelina era la
moglie di Giacomo. I suoi capelli biondi, i suoi occhi neri, la sua grazia
infantile, la sua ingenua civetteria, l'avevano innamorato. Egli aveva trovato,
anche, una grande, affettuosa cordialità nella zia; e un sicuro, fiducioso,
sereno abbandono nella sua sposa. Forse perchè abituato alla rigida freddezza
dei suoi compaesani, lo avevano conquistato questo alito caldo di vita, che
spira dalla donna italiana, questa festività, questa confidente affettuosità
che venivano a circondarlo nella sua nuova vita. E dopo la prima notte di
matrimonio, una notte calda d'amore, cui Adelina col solo entusiasmo dei sensi
si era abbandonata, James Burton, senza telegrafarlo, pensava per la seconda
volta che — gli italiani sono brava gente. —
Ed erano passati quattro anni da
allora, quattro anni di grande, di serena felicità per Giacomo. Sua moglie, i
suoi studi: trovava uguali soddisfazioni nell'una e negli altri: quelle
soddisfazioni che egli aveva previste, in quella misura e con quella continuità
che bastavano a dargli il benessere dello spirito e del cuore. Nella sua
officina, nel suo grande laboratorio, egli passava l'intera giornata,
dimenticandovisi. Rincasando, alle sette, trovava sua moglie a riceverlo e la
tavola apparecchiata. La moglie era allegra, chiacchierina, affettuosa: la
tavola linda, ben curata, bene ordinata. Ecco la sua felicità, quella che aveva
sognata, che aveva preveduta anzi, il giorno delle sue nozze. Aveva affittato
un quartierino in via Principe Umberto, tenuto per bene, con molta eleganza da
Adelina, che aveva un gran merito per Giacomo, insieme a tutti gli altri: di
essere un'eccellente massaia. Con un nonnulla essa rendeva elegante e,
talvolta, nei particolari, persino ricca la casa, e sè stessa. Quattromila lire
era quanto Giacomo poteva darle per provvedere a tutto. Eppure, essa vestiva
con buon gusto: nella casa c'era, ad ogni tratto, un mobile, un oggettino, un
ninnolo nuovo e grazioso; la tavola era sempre fornita di cibi freschi, ed anzi
ogni giorno, di una primizia, di una ghiottoneria. Tutto ciò con quattromila
lire; e la pigione soltanto ne portava via quasi mille. Adelina, interrogata su
questa sua sorprendente bravura, rispondeva ridendo: — e faccio anche dei
risparmi! — Gli è che essa sapeva comperar bene: e poi, era maestra nell'arte
di rinnovare un abito vecchio in modo che si sarebbe giurato fosse un abito
nuovo. Nella sua guardaroba c'era sempre una diecina di cappellini. Ebbene,
tutti assieme, non valevano cento lire. Lo diceva lei: bisognava pur crederlo
poichè non cercava mai un quattrino, e non c'era mai un conto da pagare.
La sera, raramente Giacomo
usciva di casa. Si alzava troppo presto il mattino: non poteva concedersi il
lusso di star fuori tardi la notte. Però non voleva sagrificare Adelina.
L'accompagnava dalla zia, o ve la faceva accompagnare dalla fantesca. La zia
abitava a due passi, e aveva sempre qualcuno la sera. Oppure essa portava la
nipote a teatro, al Manzoni o al Filodrammatico. A mezzanotte Adelina
ritornava. Se Giacomo dormiva, aveva cura di far piano, di spogliarsi adagino,
senza far rumore. All'alba suonava la sveglia. Giacomo baciava sua moglie che
voleva essere svegliata — guai se se ne andasse senza salutarla! — e usciva.
Ritornava pel pranzo.
Erano passati quattro anni così,
felici. Una volta soltanto accadde qualcosa che colpì Giacomo. Alcuni mesi dopo
il matrimonio seppe che Adelina aveva cessato di andare in casa Galli. Allora
glie ne chiese il perchè:
— È semplicissimo. Il Galli, tu
lo sai, l'avevi capito certamente, ti aveva messi gli occhi addosso per far di
te il marito di Virginia o di Clara. Non puoi immaginare il dispetto che à
provato quando tu, invece, ài scelto me. E se tu avessi veduto come mi
ricevevano adesso: con che sussiego! E un'ira mal celata nelle loro parole!
Quelle due pettegole di ragazze, invidiose, accidiose, pareva mi facessero un
gran favore a ricevermi. Non ci sono andata più, e non ci andrò più. Scusa, ò
ragione? — concluse, buttandogli le braccia al collo.
Certamente aveva mille ragioni.
E Giacomo pensò che anche la
buona gente, anche la gente onesta, à delle piccinerie di sentimento che non
vale la pena di contrariare e che è meglio compatire. Pensò del pari che, forse
senza accorgersene, il Galli aveva esagerato parlando della zia. Quando la
conobbe gli parve una buona e brava donna. Non trovò nella sua casa e sulla sua
persona dei lussi esagerati. Parlando, dimostrava molto buon senso ed esprimeva
idee giuste e rette.
Però, quando vide che, per forza
di circostanze, doveva permetterle che il più grande ed assiduo appoggio morale
l'Adelina lo avesse nella zia, colla quale passava quasi tutte le sere e varie
ore della giornata, interrogò sua moglie. Non per diffidenza: essa, col suo
modo di comportarsi, di agire, di parlare, gli aveva infusa la più grande, la
più assoluta sicurezza: dopo pochi mesi di matrimonio, anzi, egli si era
convinto una volta di più, che le apparenze ingannano: tante e tante volte,
riescono delle ottime e saggie mogli, le fanciulle che ispirano poca fiducia
alla gente che à una mente piccina e seconda i pregiudizi volgari del mondo:
mentre certe ragazze che paiono monachelle ed escono da famiglie illibate, si
sbrigliano non appena ànno marito e diventano donne corrotte e senza senso
morale. Egli era andato contro un pregiudizio della folla ed aveva ragione di
dirsene contento: gli pareva persino di aver compiuta un'opera buona oltrechè
un atto di coraggio. Ma la interrogò perchè non ci dovevano essere misteri tra
lui e sua moglie, non ci dovevano essere punti oscuri nella loro vita. A patto di
una completa confidenza tra loro, si conserverebbe la felicità di cui ora
godevano.
— Quali sono le rendite di tua
zia Ermelinda?
— Oh bella! la pensione, eh? Lo
zio era tenente colonnello. Avrà.... non so se sette od ottomila lire all'anno.
Perchè mi fai questa domanda?
— Non è una domanda indiscreta.
— Eh! no no, ci deve essere
sotto qualcosa. Oh! giurerei che c'entrano i Galli anche qui.
Giacomo non sapeva nè avrebbe
potuto mentire. Con sua moglie poi meno che con chiunque. Le confessò,
attenuandolo e togliendogli ogni sapore di malevolenza, il discorso del vecchio
amico.
— Ah! ah! vedi se indovinavo!
Che gente! che gente! Come ò fatto bene di lasciarli nel loro brodo. Già, chi
non à una fabbrica di candele, puzzolente come loro, non vive onestamente.
Egli l'aveva calmata con buone
parole e con molte carezze, ma aveva dovuto giurarle che, d'ora innanzi, col
Galli tratterebbe appena quel poco che era necessario a causa della carica che
occupava, e non più.
— Senti — aveva concluso lei —
mi convinco ogni giorno più che al mondo ci sono più birbanti che brave
persone, sai! Adesso che vado un poco nella gente, di qua e di là, pei salotti
delle amiche, ne sento e ne vedo d'ogni colore. Mi convinco ogni giorno più che
la vera felicità, il vero benessere, non lo si trova che nella propria casetta.
Qui, noi due.... Oh! a proposito! Giurerei che il Galli à avuto il coraggio,
anche, di elevare dei dubbi sull'amicizia della zia pel banchiere.... Non dir
di no! Eh! una lingua, quel bottegaio arricchito! Già: la zia è ancora una
bella donna, l'Orlandi viene in casa quasi ogni giorno.... Oh! capaci di tutto,
quelli là. — E qui una allegra risata. — Figúrati: un vecchio.... avrà
sessant'anni! Ed era amico intimo dello zio.... Che c'è di più naturale che la
zia, donna sola, se lo tenga caro, come un amico veramente fidato....
Giacomo, fattosi serio, l'aveva
interrotta:
— No, Adelina, non devi pensarle
certe cose. La tua mente onesta ed ingenua non deve formare simili pensieri.
Queste brutture del mondo non devi neppur immaginare che siano possibili.
— Eh! eh! mio caro, se ne vedono
e se ne imparano tante! Ed anzi, credo che sia bene: servono a metterci in
guardia e ad evitare il male, anche solo le apparenze del male. Vedi? io credo che
sia più giusta e pratica l'educazione che date voialtri inglesi alle ragazze,
che non quella stupida e tutta finzione che si dà in Italia. Se avremo una
bambina la educheremo all'inglese. Vuoi?
Dopo quel discorso, Giacomo
aveva concluso in cuor suo che sua moglie sarebbe anche una ottima madre.
Però, quattr'anni di matrimonio
erano passati e Burton non aveva ancora un erede. Non se ne preoccupavano, e
non se ne addoloravano, nè lui, nè Adelina. Certamente, essi non potevano, a
questo proposito, nutrir dei rimorsi. Era, anzi questa una delle circostanze
che avevano valso a infondere in Giacomo una illimitata fiducia per sua moglie:
lo slancio, l'entusiasmo con cui essa si dava. E, senza che gli avesse dette
parole calde d'amore, nè che avesse mai trovate per lui espressioni tenere o
appassionate (che egli, del resto, non conosceva nè avrebbe immaginato si
potessero dire da donna a uomo o da uomo a donna), pure il sovrano e completo e
non mai stanco abbandono dei sensi ch'egli, dal primo giorno, senza interruzione
aveva trovato in lei, gli avevano data la lusinga e, a poco a poco, la
convinzione d'essere amato da Adelina, o, meglio, di piacerle, il che era più
pratico e più rassicurante per un marito della sua natura. I loro amplessi
erano lunghi e d'ogni notte: e Giacomo, togliendosi ogni mattino dalla sua casa
per recarsi all'officina, fiero, soddisfatto, percorreva la via respirando a
pieni polmoni, e si sprofondava poi ne' suoi studi coll'intimo convincimento
che una uguale fierezza, una uguale soddisfazione erano rimaste nella sua
sposa: e che, come lui per tante ore si astraeva dal mondo, e al mondo e alle
sue attrazioni e alle sue seduzioni non pensava, e non le desiderava, così
essa, sino al suo ritorno, non dovesse provare nè sentire alcun desiderio, nè
che le tentazioni della folla l'avrebbero toccata, come l'avrebbero lasciato
insensibile lui le tentazioni della più bella tra le donne, se le fosse
capitata dinanzi per sedurlo. La tranquillità dei sensi soddisfatti, gli dava
la tranquillità dello spirito; e, in fondo, forse più essa, che non tutta le
doti e le virtù che aveva riconosciute a sua moglie.
Da un anno in qua, poi, un
maggiore attaccamento, una maggiore tenerezza essa gli prodigava. Ora Adelina
aveva preso l'abitudine di venir quasi ogni giorno a trovarlo in officina. E
s'era creata quel cantuccio grazioso, con un divano e due poltroncine, per
rimanere una mezz'ora tranquilla, mollemente sdraiata, a tenergli compagnia, a
vederlo lavorare.
— Mi sono stancata di girar
tanto pei salotti delle amiche — gli aveva detto. — In fondo in fondo, non ci
si diverte e non c'è gran che da imparare: se nessuna o quasi nessuna è degna
veramente dell'affetto che le si dedica. Chi dà dai cattivi consigli, chi dei
cattivi esempi: dappertutto si sparla della gente.... Mi sono seccata. Verrò
qui. È una bella passeggiata: vi ci impiego un paio d'ore; se è bel tempo, se
non fa troppo caldo o troppo freddo, vengo a piedi.... Ti vedo, ti dò un bacio,
e me ne vado contenta di averti veduto a lavorare....
Così, s'era conservata una sola
amica buona, sincera, affezionata: la Bianca. Era una sua compagna di scuola; aveva
qualche anno più di lei; era stata molto disgraziata nel suo matrimonio; aveva
dovuto dividersi presto dal marito, un poco di buono. L'aveva presentata a Giacomo
dicendogli: — Devi considerarla come una mia sorella; ci vogliamo tanto bene. —
Adelina, ogni giorno passava delle ore con lei, e James era lieto di questa
amicizia, perchè di Bianca aveva udito dire un gran bene, come di una signora
buona e disgraziata che non aveva cercato nelle sue disgrazie una scusa al mal
fare. Quando Adelina arrivava in istudio, diceva sempre: — Vengo dalla Bianca
Caradelli; — oppure, quando se ne andava: — Vado da Bianca. — Spesso l'invitava
a pranzo — era sola, essa — e la sera l'accompagnava a casa e rimaneva qualche
ora con lei. Oramai, da un anno, non trattava quasi più altre donne che Bianca
e la zia, e non andava in altre case che nelle loro. Ed era nata una così
affettuosa intimità tra Bianca ed Adelina che, vari mesi addietro, questa non
avea potuto rifiutarsi di accompagnare l'amica a Napoli dove era stata
obbligata a recarsi per assistere una sua sorella colà dimorante, gravemente
ammalata, quasi in fine di vita. Bianca aveva implorata questa prova
d'amicizia, di prestarle il suo aiuto morale in quella circostanza dolorosa:
non avrebbe avuto il coraggio di mettersi in viaggio sola, coll'angoscia nel
cuore, col dubbio crudele di trovare, arrivando laggiù, una morta. Adelina
aveva chiesto a Giacomo il permesso di partire: e questi l'aveva accordato, non
senza rammarico. Ed era rimasta assente due mesi, poichè tanto si era
prolungata la grave malattia della sorella di Bianca.
Tuttavia James, non ebbe a
rammaricarsi di tale assenza. Da allora s'era operato il mutamento nelle
abitudini di Adelina; da allora essa aveva lasciate quasi tutte le sue
conoscenze, e aveva cominciate le visite quotidiane all'officina. E quantunque
anche prima d'allora la vita di sua moglie fosse sempre stata regolarissima,
questo accrescersi della loro intimità, questo semplificarsi delle abitudini di
lei, gli avevano causato una intensa soddisfazione. E ne aveva dato merito a
Bianca la quale, certamente, co' suoi saggi consigli d'amica, aveva fatto di
Adelina, ch'era una buona moglie, una moglie perfetta.
Quel mattino, un mattino tepido
d'aprile, Giacomo uscì anche più presto che di consueto. Doveva terminare certi
disegni prima che venisse da lui Oscar Dumenville, l'arcimilionario banchiere,
del quale suo fratello, da Londra, gli aveva annunciata la visita.
Suo fratello minore, John, era
procuratore della filiale a Londra della Banca Dumenville e C. di Parigi. Nei
frequenti viaggi che il principale faceva alla capitale inglese, John gli aveva
parlato di suo fratello Giacomo e degli studi che aveva avviati. Oscar
Dumenville, una potenza bancaria sempre alla ricerca affannosa di nuove imprese
lucrose, si era interessato a quei discorsi. L'esperimentata serietà e bravura
in affari di John gli erano di garanzia e lo avevano favorevolmente prevenuto
sul conto di suo fratello. Una frase, in ispecie, francamente detta da lui, lo
aveva impressionato: «Se gli studi di James avranno il risultato che si spera,
James non vorrà forse che l'impresa venga unicamente sfruttata da capitali
francesi. Perdonate, signore, anche in affari non dimentichiamo mai l'orgoglio
di razza. Ma per il naturale attaccamento che vi debbo, signore, io potrò
indurre mio fratello a far sì che voi, insieme con dei capitalisti inglesi,
abbiate a concorrere all'affare che, se la scoperta si compie, avrà dei
risultamenti meravigliosi».
Oscar Dumenville aveva, più che
promesso, chiesto il permesso al suo procuratore di Londra, di fermarsi a
Milano, in uno dei suoi frequenti viaggi in Italia, e di parlare a James.
Quel giorno, dunque, egli
attendeva il banchiere. Era arrivato due giorni prima e lo aveva preavvisato,
con un biglietto molto cortese, della sua visita. E la visita giungeva in buon
punto. Gli studi di Giacomo erano compiuti. Non avrebbe arrischiato ancora di
affermare: — Il problema è risolto, — perchè da uomo pratico voleva veder
funzionare regolarmente il meccanismo che aveva inventato. Però tutte le
esperienze fatte fino allora gli davano la quasi certezza della riuscita.
Perciò quel colloquio doveva avere una grande importanza. James avrebbe potuto,
senza arrischiare troppo, e senza rivelare il proprio segreto a Dumenville,
autorizzarlo a fare le prime pratiche a Londra per la costituzione di una
società che fornisse i capitali per le prove definitive e mandasse in Italia
degli ingegneri a controllare e a verificarne i risultamenti. Oppure, se ciò
fosse conveniente, James avrebbe chiesto un congedo alla Società dei Trams e si
sarebbe recato a Londra per il periodo necessario a quelle esperienze.
Adelina, vedendolo uscire, quel
mattino, più di buon'ora, glie ne chiese il perché. Ma egli lo tacque. Voleva,
con una improvvisata, rivelare a sua moglie il grande avvenimento quando fosse
una cosa compiuta. E uscì, e camminò lesto, allegro, e si mise a lavorare di
lena. Aprì le ampie vetrate. Dalla campagna che circondava l'officina e il suo
studio, entravano pel finestrone gli effluvi caldi di primavera. Il cielo era
terso. Sotto le grondaie era un cinguettare allegro di rondini ritornate il
giorno innanzi come annunziatrici della lieta novella. Tutto sorrideva dinanzi
a lui. Ed egli, lavorando di compasso, o prendendo degli appunti, o risolvendo
intricati problemi di cifre, pensava.
Pensava al passato e
all'avvenire.
Al passato. Ritornava con la
mente alla sua casa di Glasgow, e al giorno che l'aveva lasciata per venire in
un paese nuovo, tra gente nuova, ma sorretto da un'idea, ma confortato da una
grande speranza. Ricordava il suo primo arrivo a Milano, e la conoscenza fatta
col buon Galli, e il suo primo ingresso nella casa di lui. Non s'era ingannato
augurandosi fortuna dalla cordialità, dalla affettuosità che aveva trovate
nelle prime persone incontrate qui. In quella casa egli aveva conosciuto poco
appresso la fanciulla bionda che lo aveva innamorato, che era divenuta la
compagna buona e cara della sua vita. Quell'incontro, quelle nozze erano state
la prima grande fortuna che il destino gli serbava. La sua esistenza, in quei
quattro anni, aveva trovato, impensatamente, un nuovo scopo, oltre quello del
lavoro, al quale egli aveva creduto di doverla unicamente dedicare. Uno scopo
alto e nobile, ma tenero insieme, e affettuoso. Chissà? avrebbe lavorato forse
con minor entusiasmo, con minore fiducia, se non avesse avuto un essere caro,
legato a lui indissolubilmente. Non aveva lavorato più, soltanto, per la
ricchezza e per la gloria; aveva lavorato per la felicità della sua donna, per
dedicare a lei, a lei sola ormai, la ricchezza e la gloria. Per questo, forse,
era riuscito; per questo, certo, era riuscito più presto. Le ore erano passate
liete e brevi, lavorando, senza provare mai un dubbio o una paura, senza aver
avuto mai un momento di noia o di stanchezza, perchè sapeva che dopo le gioie
febbrili che le proprie ricerche e i progressivi successi gli davano, altre
gioie più calme, più intime lo attendevano nella sua casetta allietata dalla
presenza di Adelina. Erano stati quattr'anni felici. Ed ora altri più felici
ancora lo attendevano.
Ed ecco l'avvenire, che si
affacciava alla sua mente, tutto pieno di speranze pressochè mutate in
certezze. Si figurava, un momento, di essere solo, scapolo, come era arrivato
in Italia. E la conquista era fatta, e l'annuncio festoso da darsi era pronto.
A chi darla? Al mondo, alla folla, nella volgarità di un articolo da
gazzetta?... Alla mamma con un dispaccio? Sì, alla mamma sì. Ma era lontana....
non avrebbe viste le sue lagrime di gioia, non avrebbe avute le sue carezze. E
poi, la mamma?... Sì, la gioia che le si procura è una gran gioia, che soddisfa
sè stessi, che dà la fierezza e la calma come di un dovere compiuto; ma quella
che si procura alla propria donna, alla donna che si ama, che è nostra, come è
più grande, come è più intensa, come è più umanamente compensatrice!...
Ed egli, Giacomo, la possedeva,
dunque, questa creatura cara. Oggi, ritornando alla sua casetta, le avrebbe
data, con un bacio, la lieta novella. E immaginava di già quell'istante sublime
di gioia: e pensava, appunto, che in quel momento nulla più l'avrebbe
compensato dei baci di Adelina: poichè si trattava di gioire. Il giorno,
soltanto, in cui l'avesse colpito la sventura; nel momento, soltanto, in cui si
fosse trattato di piangere; allora avrebbe preferita sua madre.
Egli era ben certo che, quella
sera, non sarebbe uscito a passeggio con Adelina. La loro felicità avrebbe
avuto bisogno di lunghe ore di quieta intimità tra loro due, soli soli. Se non
Adelina ma la mamma invece fosse ad attenderlo in casa, il loro colloquio
sarebbe breve. Avrebbe provato il bisogno irresistibile di uscire all'aperto,
di correre la città, di ficcarsi tra la folla per comunicare alla folla il
proprio entusiasmo. Poichè è questa la triste sorte delle madri: di aver brevi
momenti di gioia, e lunghe ore di dolore. Oh! lo sentiva, colla mamma si
sarebbe indugiato se avesse avuto bisogno di conforto.
Quella sera, oh! quella sera,
come se la figurava gaja e felice, mentre lavorava intento, in attesa del
banchiere.
L'entusiasmo lo invadeva poco a
poco. L'arrivo di Dumenville non significava nulla per lui, non era certamente
un passo innanzi verso la certezza assoluta, materiale, che ancor non aveva, e
che non lui, ma le sue macchine soltanto, correnti veloci sui binari,
potrebbero dargli. Eppure, quel colloquio, che aspettava, lo rendeva
giubilante. Gli pareva che gli giungesse l'ultimo aiuto e l'ultimo sprone:
sentiva ad ogni modo, come una forza novella, potente, sincera perchè
interessata, venirsi ad unire alle proprie forze. Non ragionava più, oramai;
quel colloquio era un augurio. Dal suo arrivo in Italia, avea proceduto così,
sorretto dagli augurî trovati nelle persone e negli avvenimenti, augurî che non
avevano fallato mai. Non fallirebbe neppur questo, lo sentiva. Giacomo era
adesso il viaggiatore che à trascorse dodici ore di ferrovia, tranquillamente,
senza impazienze, nella convinzione che nessuna impazienza le accorcerebbe; ma
che nell'ultimo breve tratto di cammino, diventa nervoso ed inquieto; e rifà le
cinghie ai mantelli, e ripone il berretto, e chiude le valigie, e s'affaccia
alla portiera, e vorrebbe aprirla e scendere abbasso, parendogli impossibile di
non essere ancor giunto dopo dante ore di viaggio.
James sentiva di essere prossimo
alla sua ultima stazione. Che accidente poteva coglierlo in quest'ultimo tratto
di via? Nessuno, certamente. Nessuno, tanto più che un nuovo compagno veniva
adesso a tenergli compagnia, a prestargli ajuto se ne abbisognasse. Perchè
dubitare ancora? Perchè frenare più oltre la gioia? Perchè non dar la grande
notizia, almeno a lei, a lei sola, che ne avrebbe tanto gioito, che l'aspettava
da quattro anni, che aveva diritto di riceverla poichè era stata la sua buona
fata ispiratrice? Perchè? No, no, quel giorno, rincasando, direbbe tutto a sua
moglie.
Le ore trascorrevano, lavorando,
pensando, così.
E come la darebbe, la grande
notizia? Ci voleva un mezzo simpatico, originale. Allora, immaginò, che, prima
di rientrare, sarebbe passato in uno dei grandi negozi di stoffe per signora,
da Vernazzi o da Osnago; oppure in un magazzino di vesti fatte, da Ventura, e
avrebbe scelto una bella toletta, ricca, di moda, un poco civettuola, come le
amava Adelina. E l'avrebbe recata a casa lui stesso in una grande scatola
misteriosa. Oh! la gioia di sua moglie nell'aprire quella scatola! Oh! i salti
di contentezza che avrebbe fatti! E i gridi di giubilo, e gli abbracci, ed i
baci! — Come? Perchè? Che vuol dire? — avrebbe chiesto lei. — Che miracolo? Che
cosa nuova? Tu? Proprio tu, che mi predichi sempre l'economia? — Allora lui le
avrebbe rivelato il gran segreto. — Siamo ricchi! Siamo.... quasi ricchi! — Ah!
non era questa una della ragioni che gli rendevano tanto più cara la sua
vittoria? Poter accontentare Adelina in questo che era forse l'unico suo
difettuccio, così naturale, così giusto, così in armonia colla natura sua tutta
grazia e tutta brio: l'ambizione. Ma poveretta, che sagrifici doveva aver fatti
in quei quattro anni, che miracoli di pazienza, di bravura e di buon gusto, per
riuscire ad essere sempre elegante, sempre distinta a malgrado dei pochi mezzi
di cui poteva disporre. Sagrifici e miracoli certo a lui sconosciuti. Ora, ora
soltanto ci ripensava, ora soltanto apprezzava questa grande qualità di sua
moglie! Aveva mai chiesto, lui, come Adelina riuscisse a tanto? Con cento lire
sapeva procurarsi una veste che non valeva, certo, ma che figurava per
quattrocento. Un abito vecchio ed usato, con poche gale, con una trina che lo
ricoprisse, con una nuova foggia ideata e, forse, attuata da lei, sembrava un
abito nuovo di zecca. Quando, talvolta, mancava ad una delle sue visitine
quotidiane, che faceva? Rimaneva in casa, con una sartina modesta che veniva a
lavorare a giornata, e che essa aiutava e dirigeva. E sembrava, poi,
abbigliata, da una sarta di Parigi. Che ne sapeva lui, di quei miracoli di
pazienza? Nulla. Era all'officina, tutto il santo giorno, lui. — Non sei
venuta, oggi, perchè? — Mah! mi sono fatta una veste. Guarda! — E che bellezza
era quella veste! E con che semplicità lo diceva, senza, darsi importanza, come
fossero le cose più naturali del mondo, quel sagrificio e quella bravura.
Era dunque finita, adesso!
Povera e cara Adelina, avrebbe fatto a meno, d'ora innanzi, di almanaccare su
un abito frusto per rimetterlo a nuovo. Avrebbe potuto evitare, d'ora innanzi,
di stancare gli occhi e di pungersi le dita. Andasse dalla Ventura, dalla
Magugliani, dalla.... come si chiamavano le celebri sarte milanesi? Non lo
sapeva, aveva udito dei nomi, pronunciati da Adelina, così di passata, senza
invidia, senza desiderio. Sarebbe andata da chi voleva: egli avrebbe pensato
soltanto a riempirle il borsellino.
E la casa? Lei ricamava per
lunghe ore, lei, talvolta, si picchiava le dita, facendo il tappezziere; lei,
ricopriva, i mobili con stoffe pseudo-antiche, con pezzi di damasco arabescato
che andava a scoprire per pochi soldi chissà come e chissà dove. Ogni tatto
egli trovava qualcosa di nuovo, —— Oh? Che? Come ài fatto? — E lei, ridendo; —
Io! — Sempre lei, che pensava e provvedeva a tutto, senza chiedere un soldo di
più.
E la cucina? — Poveretta, non
usciva, spesso, il mattino per tempo, per andar con la serva a far le compere?
Ed ecco come si spiegavano i lussi, i veri lussi del suo desco. Ma ci aveva mai
pensato, Giacomo? Aveva mai considerato che tesoro di massaia aveva in sua
moglie? No! Mangiava, quello che trovava apparecchiato, e non chiedeva di
più!... Adesso, ripensandoci, vedendo prossima la fine di tutti quei sacrifici,
ne provava rimorso. Povera e cara Adelina sua!
— È permesso?
La voce di Gasparino, il
portinaio dell'officina, lo scosse dalle sue meditazioni.
— Entrate.
Gasparino entrò e gli porse una
carta da visita:
— Questo signore cerca di lei.
Giacomo lesse: « Baron Oscar Dumenville, chevalier, de la Légion d'honneur».
Lui! Erano passate molte ore,
dunque, senza che egli se ne accorgesse. Mentre si alzava di scatto, guardò
l'orologio: le due. Di già!
— Passi.
E si diresse alla porticina
dello studio, incontro al banchiere.
— Il signor James Burton?
— Il barone Dumenville? —
rispose Giacomo in francese, come in francese era stata fatta la domanda.
Il banchiere afferrò la mano che
Giacomo gli porse, e gli diede una stretta lunga, cordiale quasi affettuosa.
Allora, introducendolo, e
presentandogli una delle poltroncine ch'erano nell'angolo, al lato opposto alla
porta, egli osservò il suo visitatore.
Era un giovanotto sui
trentacinque anni, elegantissimo, biondo, alto, nerboruto. Vestiva il doppio
petto nero, dei calzoni bigi. Portava le scarpe a vernice, e i guanti bianchi
colle cuciture ricamate in nero. In una mano aveva il cappello a cilindro
caratteristico di tutti i francesi, coll'ampia tesa diritta. Probabilmente aveva
lasciato il soprabito nella sua carrozza. Il viso non era nè bello nè brutto,
ma aveva alcunchè di distinto e spirava una grande giovialità. Portava la lente
all'occhio sinistro, senza cordoncino.
Questo primo esame non rese
contento Giacomo. Non aveva mai pensato, nei giorni scorsi, non aveva mai
tentato di indovinare che figura potesse avere il visitatore aspettato con
tanto interesse. Le molte cure del suo lavoro, tutti gli altri pensieri più
intimi e affettuosi che lo avevano occupato fin qui, gli avevano evitato quel
desiderio che proviamo tutti, di figurarci in anticipazione una persona della
quale dobbiamo fare e ci interessa di fare la conoscenza. Pure, oggi,
osservando Dumenville, James si diceva in cuor suo che se lo sarebbe figurato
tutt'altro che così.
C'era nel barone un'aria di
squisita distinzione e di purissima eleganza; c'era anche qualcosa, nella sua
persona, nel modo di presentarsi, di salutare, di porgere, che ispirava fiducia
e predisponeva bene in suo favore. Ma Giacomo non trovava in lui alcunchè di
austero, di severo, di serio come avrebbe desiderato in un uomo d'affari.
Dumenville sembrava meglio uno sportman che non un gran finanziere. Poi, forse
senza rendersene conto, Giacomo aveva subìta una sgradevole impressione dal
fatto che il barone gli aveva rivolto la parola in francese, mentre a lui era
noto che egli parlava perfettamente l'inglese. La cordialità del saluto, della
stretta di mano, dell'intonazione con cui aveva pronunciate le prime parole,
non valeva la deferenza alla quale James aveva diritto d'attendersi, e che
sarebbe stata dimostrata assai più da un saluto e da una conversazione in
inglese, la sua lingua nativa.
Da questa impressione non
completamente favorevole, Burton ritrasse quasi uno scoraggiamento. Da quando
si era posto al lavoro sino al momento che gli avevano annunziato l'arrivo del
banchiere, la sua mente non aveva fatto che fantasticare; e in quella così
intensa attività di pensiero e di sogni che gli aveva perfino impedito di
sentire gli stimoli dell'appetito, egli era giunto alla più alta nota
dell'entusiasmo e della fede. Perciò, adesso, la più piccola, la più
inconcludente delle delusioni, un'impressione — soltanto — sfavorevole, e che
poteva essere errata, bastavano a mettergli in cuore tutto un cumulo di dubbi e
di timori. Chissà? stupidaggini, paure da bimbi! Ma perchè Dumenville era
biondo piuttosto che bruno, perchè portava dei guanti bianchi anzichè dei
guanti neri, perchè.... l'aveva salutato in francese e non in inglese, Giacomo
dubitava adesso che quello non sarebbe l'uomo che gli abbisognava.... E
pazienza questo: ma cominciava a dubitare che la prima delusione fosse
l'indizio di altre ben più gravi che lo attendevano. Oh! le sue macchine non
avrebbero corso giammai sui binari lucidi e dritti!...
Ebbe un istante di terrore,
quell'uomo forte, di razza forte, sempre calmo, sempre impassibile, sempre
fiducioso in sè stesso e nel suo destino. Forse che in certi momenti della vita
tutti gli uomini si eguagliano, e le impressioni sono identiche per tutti?...
E, mentre il banchiere parlava,
giovialmente, a voce alta, con parola calda e immaginosa; mentre gli parlava di
John suo fratello; della sua patria; del desiderio vivissimo che da tempo
nutriva di far la conoscenza sua; della certezza che John aveva infusa anche in
lui che si trattasse qui di una seria impresa degna di tutta la considerazione
dei dotti e dei potenti di ogni classe; mentre gli parlava così da dieci
minuti, Giacomo teneva la testa bassa, e, quasi, non osava guardarlo per timore
di riprovare quella impressione sgradevole che la vista del barone gli aveva
data; e, quasi, non l'ascoltava, come in preda ad un pensiero fisso, penoso,
ingiustificabile forse, ma altrettanto invincibile.
Aveva trascinata l'altra
poltroncina di contro a quella sulla quale stava il banchiere, e vi si era
seduto, volgendo le spalle alla porticina dello studio.
Il francese pareva essersi
accorto dell'imbarazzo in cui si trovava quel rude lavoratore del nord, e
seguitava colla sua facondia parigina, come volesse dargli tempo di entrare in
dimestichezza; quasi credesse necessario di metterlo a suo agio. E Giacomo si
preoccupava del momento in cui avrebbe dovuto prendere la parola, e
rispondergli. Era una fanciullaggine, certo, una stupida preoccupazione che
nulla giustificava. Ma sentiva che non riuscirebbe a vincerla: che una mano di
ferro gli avrebbe chiusa la bocca, o permesso a mala piena di balbettare.
Dumenville parlava ancora,
quando si udì socchiudersi la porticina del vasto laboratorio, e poi un piccolo
grido represso, e la porticina rinchiudersi violentemente. Giacomo riconobbe la
voce di sua moglie, in quella breve esclamazione come di sorpresa e di paura.
Bambina! Aveva veduto un estraneo, ed sera fuggita! E, mentre egli levava lo
sguardo, vide il barone alzarsi di scatto, cogli occhi pieni di allegro stupore
fissi sulla porticina. Un attimo solo, chè, interrotto subito il discorso,
attraversò correndo lo studio e riaprì la porta, rimanendo a guardare curioso
al di fuori.
Giacomo, senza rendersi esatto
conto del sentimento — se di curiosità o di vanità — che aveva spinto il barone
a quell'atto, si alzò anche lui e, calmo, si diresse all'uscita. Stava per
dire: — «Badate, è mia moglie, perdonate se è fuggita, ma è così
vergognosa....» — quando Dumenville si rivolse a lui, e, con un grido di
allegro sbalordimento, esclamò:
— La mia biondina!
Giacomo ebbe un tuffo al cuore.
Se si fosse trovato in condizioni normali di spirito, sarebbe scoppiato in
un'allegra risata. — «La sua biondina!» — Che granchio! — Ma in quel momento, e
sotto l'impero di quell'incubo strano che la vista del barone, gli avea dato,
rimase allibito, senza parole. Si sentì mancare. Si appoggiò colle due mani ad
una delle grandi tavole da disegno, sorreggendosi a stento.
Dumenville era uscito sulla soglia,
e guardava per ogni lato, con occhio avido, scrutatore. Cercava la donna; se
l'avesse scorta l'avrebbe seguita, raggiunta. Ma la donna era sparita. Fece due
passi fuori, nella corte, cercò ancora. Inutilmente. Allora rientrò.
E porgendo le due mani a
Giacomo, e trascinandolo ancora verso il divano:
—Ah! ah! mi congratulo, signor
Burton, avete delle belle amiche! — esclamo, ridendo. — E ricevete qui delle
visite più interessanti della mia!
Giacomo, come un sonnambulo, lo
fissava stralunato. Però si vinse, e, dominando l'emozione, sorretto da una
speranza, da una quasi certezza, che l'antipatia per quell'uomo accresceva,
domandò:
— Ma.... chi era?
— La mia biondina! — ripetè il
banchiere. Poi, fatuo, sedendo: — Mia.... pardon.! Una piccola avventura della
quale non ò che a gloriarmi; ma infine....
Giacomo allora ebbe un impeto di
rabbia feroce. Fu lì lì per afferrare al collo il francese, e strozzarlo. Ma si
dominò. Bisognava dissipare l'equivoco. E, con prudenza:
— Scusate, barone, non vi siete sbagliato
per caso? — egli chiese.
— Oh! no, ve lo giuro. La biondina di ieri, non c'è dubbio. Si
affacciò appena, mi ravvisò subito, mi riconobbe, diede un piccolo grido e
fuggì. Voi avete visto come è fuggita. Per quanto io mi sia precipitato alla
porta, era già sparita.... — Poi, dopo una piccola pausa, con un pentimento
sincero nella voce: — Oh! perdonatemi, signor Burton.... Forse.... senza
volerlo....
Burton capì il pensiero e
comprese ch'era bene troncare recisamente ogni supposizione, per andar in fondo
alla cosa e vederci ben chiaro.
— No, no, vi prego. Non temete
di nulla. Vi giuro che non mi aspettavo nessuna visita, e che non conosco
nessuna bionda a Milano.
— Tanto meglio, allora! —
rispose Dumenville. Poi, ancora in tono dimesso: — Vi prego di credere, ad ogni
modo, che l'esclamazione e la confessione mi sono sfuggite. Ma fu tale e tanto
il mio stupore! La combinazione era così strana e bizzarra, di ritrovare qui,
proprio qui, una ragazza che ò.... conosciuta, ieri in ben altre condizioni....
Giacomo si sentiva soffocare
— Scusate, signor barone, se vi
interrompo; ma ò un ordine da dare al capofabbrica. Due minuti, e....
riprenderemo il discorso sulla strana avventura.
— Oh! non ne vale la pena! —
rispose ridendo il banchiere. E aggiunse: — Fate pure.... non ò nessuna
premura.
Burton uscì.
Aveva bisogno di un momento di
tregua, di respirare un po' d'aria. Poi avrebbe ascoltato il resto. Ah! sì,
l'avrebbe obbligato a parlare, a dir tutto. Oh! ma non ci sarebbe bisogno
d'insistere. Era un fatuo quel barone, non avrebbe cercato di meglio che di
raccontare.
Quando fu in corte, si sentì di
nuovo venir meno. Si appoggiò alla muraglia, si coprì gli occhi colle mani,
stringendosi fortemente le tempie tra le dita irrigidite. Dio! Dio! Che
accadeva? Che stava per succedere? Cercava invano di raccogliere le idee, di
concretare un pensiero, una supposizione buona o cattiva. Era un turbinìo, nel
cervello, che gli dava la febbre. Adelina. La mia biondina. Null'altro.
Adelina. Ma era lei, proprio?
Sì, ne aveva riconosciuta la voce. Ed era fuggita. Eppure!... Possibile?... non
si era ingannato? Che bestia! Presto fatto a saperlo. Si fregò gli occhi colle
dita, lungamente, come per abituarli alla luce del sole. Si ricompose, respirò
due o tre volte a pieni polmoni come per immagazzinare della calma insieme
coll'aria pura di quella tiepida giornata d'aprile, e sì diresse al piccolo
fabbricato della portineria.
— Gasparino, — chiamò a bassa
voce.
Gasparino si fece avanti.
— È stata qui mia moglie?
— Sissignore; passò senza
chiedere nulla, come sempre, ed è ripassata subito.
Giacomo non battè palpebra. Se
Gasparino gli avesse risposto: — non so, — sarebbe stato peggio. Bisognava
dunque saper tutto. Si diresse con passo franco allo studio, ed entrò. La calma
era tornata. Sentiva che ne avrebbe abbastanza per ascoltare, qualunque cosa
udisse, senza tradirsi. Perchè bisognava udire. Bisognava. Era assolutamente
necessario, indispensabile. Saper tutto. E lo saprebbe.
— Eccomi a voi, barone, colla
viva curiosità di udire l'avventura che à rallegrato il vostro arrivo a Milano.
— Se vi dico, non ne vale la
pena.
— No, scusate. Parliamoci
franco. Non mi aspettavo nessuna donna qui. E una donna è venuta. Non so chi
fosse e cosa volesse da me. Ma poichè voi sapete chi è, e.... cos'è.... E
poichè non siamo più un estraneo l'uno per l'altro....
— Al contrario anzi, —
interruppe Dumenville, nel quale si risvegliava il banchiere in cerca di grassi
guadagni. — Al contrario, noi stiamo per legare oggi — io spero — una relazione
che sarà non solo d'affari ma d'amicizia.
— Lo spero io pure. Dovete
quindi comprendere come io sia curiosissimo di sapere come mai potesse venire
da me una donna.... Poichè evidentemente si tratta di una...?
— Lo negherei invano, ormai. Una
ragazza che ò conosciuta ieri e che potreste conoscere anche voi, oggi o
domani, se lo voleste.
—Ah! ah! molto facile, dunque?
— Non del tutto facile, ma...
Via! una quistione di prezzo, insomma.
— Ammettete, caro barone, che
l'avventura è interessante e divertente, e che adesso avete l'obbligo di
illuminarmi sulla mia sconosciuta visitatrice. Se tornerà saprò come
comportarmi senza compromettervi, naturalmente.
Giacomo parlava allegro,
disinvolto, con un leggiero tono di canzonatura perfino. Poichè si trattava di
sapere tutta la verità. Per sapere bisognava essere calmo? Lo era. Bisognava
ridere? Avrebbe riso. Bisognava insultare, vilipendere sua moglie? La
insulterebbe. Cosa bisognava fare? Uccidere, rubare? Avrebbe ucciso e rubato!
Ma bisognava sapere!
Il tono franco, allegro, sincero,
col quale Giacomo pronunciò le ultime parole, finì di rinfrancare il banchiere.
Nella comune risata che aveva seguìto quelle parole, si smarrirono gli ultimi
scrupoli di lui.
— Sì, sì, disse ridendo
Dumenville. — Voi avete ragione. Da oggi siete un uomo prezioso per me; io vi
debbo preservare da un possibile pericolo. Chissà, voi, uomo di lavoro e di
studio, alieno dai piaceri del mondo, state per cadere, forse, nelle mani di
una sirena che viene a cercarvi fin qui, nel vostro santuario.... Io debbo mettervi
in guardia... — E gli batteva amichevolmente la mano sul ginocchio.
La loro intimità si formava
rapidamente così, in grazia della strana avventura. Nè l'uno nè l'altro
l'avrebbero previsto, una mezz'ora prima, incontrandosi per la prima volta.
— A proposito, e fin che mi
ricordo riprese il barone — oggi pranzate con me, non è vero?
— Con molto piacere.
— Allora, alle sette e mezzo, da
Cova?
— Senza fallo.
— E se volete che adesso
parliamo d'affari, che è quanto più preme, vi racconterò la storiella a pranzo
— No, vi prego — disse Giacomo
mettendogli una mano sulla spalla, confidenzialmente. — Levatemi la curiosità,
ve ne prego.
— Come volete. Fumate?
— Grazie. — E Giacomo prese un
grosso Avana da un portasigari di pelle fregiato della corona baronale che
Dumenville gli porgeva.
— Non so se voi sappiate che io
alloggio al «Grand Hôtel des Etrangers» in via Manzoni. Non è la prima volta
che scendo a questa locanda. César, il cameriere del primo piano, mi à
riconosciuto ieri mattina, entrando nella mia stanza; e credo che ciò abbia
facilitata l'avventura: un'avventura che capita, del resto io suppongo, a tutti
i forestieri di alto bordo.... Ed ò la fortuna o la disgrazia di essere
considerato fra quelli. Dio buono: mi sanno milionario, barone! Ecco la scena
semplicissima, che avviene quasi sempre nei grandi alberghi delle grandi città.
Il primo cameriere vi entra in camera la mattina con un vassoio ricolmo di
sigari finissimi di contrabbando. Perchè di contrabbando, dovrebbero costar
meno: invece costano di più; e si capisce. Se all'offerta dei sigari
rispondete: — Grazie, non fumo, — oppure — Fumo dei sigari miei, speciali, —
César non insiste, s'inchina, e se ne va. Se invece fate degli acquisti e
avviate la conversazione — naturalmente una conversazione da gentleman a
cameriere — va a finire che César vi offre i suoi servigi.... in tutto quello
che può. Io, di solito, mentre termino la mia toilette, parlo volentieri coi
domestici d'albergo e...— più volentieri ancora colle femmes de chambre....
quando sono belline. Anzi, vi dirò francamente che, fingendo di sbagliarmi,
suono sempre due volte il campanello: perchè il cartellino dice: — «Une fois,
pour le garçon — deux fous pour la femme de chambre». — Così mi accadde ieri
mattina. César, un furbo, inchinandosi, e già colla mano sulla maniglia della
porta, mi disse con un sorrisetto pieno di sottintesi:
— E se il signor; barone non
sapesse oggi come far passare un paio d'ore....
Io, pratico della cosa, capii a
volo, e risposi:
— Sì: ma purchè si tratti di
qualcuna che ne valga la pena.
César abbandonò la maniglia,
posò di nuovo il vassoio degli sigari, e cavò di tasca il suo portafogli,
dicendo:
— Naturalmente! Conosco e so
distinguere le persone. — Poi soggiunse: — Il signor barone si trattiene molti
giorni a Milano?
La domanda mi parve indiscreta;
e, senza capirne bene il perchè, mi riuscì imbarazzante.
— Allora — riprese César, — il
signor barone avrà tutto ciò che di meglio la città può offrire.
Tracciò lestamente qualche
parola su una carta da visita, la mise in una busta che rinchiuse e sulla quale
scrisse l'indirizzo. Poi me la porse, su un piccolo vassoio, correttamente,
dicendo:
— Il signor barone scuserà se le
consegno una lettera chiusa. Ma è necessario, acciocchè non abbia a lamentarsi
dei miei servigi.
— Sta, bene.
E lo congedai. Di prezzo,
naturalmente (questo ve lo dico — aggiunse Dumenville ridendo — caso mai, caro
Burton, vi capitasse altrettanto nei vostri viaggi e voleste approfittarne), di
prezzo non si parla coi.... Césars; e neppure di mediazione. Così pure vi
avverto di questo: rispondete sempre che partite prestissimo, che non vi
trattenete più che un giorno o due. Ò capito dopo la ragione della domanda di
César: «Il signor barone si trattiene molto a Milano?» e mi trovai contento di aver
risposto «due giorni al più». Perchè certe donne che si conoscono: con questo
mezzo, non si dànno che ai ricchi forestieri che si trattengono un giorno, o
due, non oltre; essi arrivano, César li invia, pagano, e partono il dì
appresso. Nessun timore, quindi, di incontrarli poi per la strada; nessun
timore che parlino dell'avventura a qualcuno della città e dieno i
connotati...: nessun timore insomma di essere compromesse. E si.... conoscono,
così, delle donnine le quali ànno un amante che non vorrebbero perdere; delle
ragazze credute degne di portare i fiori d'arancio e che aspirano ancora ad uno
sposo; e, qualche volta, delle mogli oneste di onesti impiegati le quali
concorrono al pareggio del bilancio domestico, con questi.... proventi
straordinari, poco o punto compromettenti, e che non impediscono loro di farsi
stimare e venerare dal mondo quali mogli fedeli e ottime madri di famiglia.
— E voi, — chiese Burton,
irrigidito nello sforzo supremo di quella calma forzata, — voi, ieri, avete....
conosciuta la biondina...?
— Precisamente. Anzi, possiamo
chiamarla appunto la Biondina,
tout court, perchè mi fu presentata così, sul ritratto, dalla signora Bianchi;
e non me ne à parlato, durante le nostre.... trattative, che chiamandola «la Biondina». Perchè il nome,
naturalmente, non si viene a sapere.... Ma non è quello che importa di più! —
concluse il barone ridendo.
— La signora Bianchi? — chiese
Giacomo con un leggiero tremito nella voce, che Dumenville, assorto forse nei
ricordi della felice avventura, non rilevò.
— La signora Bianchi, via
Speronari, n. 53, è la degna signora alla quale vi dirige César. Oh!
bisognerebbe aver la penna di Zola per descrivervi quella donna e
quell'ambiente.
— Non è la parte più
interessante del racconto — interruppe Giacomo, cui premeva assicurarsi di ben
altro, e presto: perchè sentiva che non avrebbe resistito a lungo.
— Vi basti questo particolare, —
disse il banchiere: — Essa conserva i ritratti delle sue clienti in tre
cartelle. La prima, a un visitatore presentato con una busta chiusa di César,
non la mostra nemmeno. Sono le clienti che non ànno nulla da perdere e.... poco
da guadagnare. Nella seconda siamo già più in su. Al primo venuto, e
specialmente a chi non abbia l'aria di possedere un borsellino discretamente
fornito, non l'aprirebbe. Però a un forestiero del genere mio comincia da
quella. E vi sfilano dinanzi ritratti d'ogni formato, di fotografi d'ogni
paese; e figure di donne abbigliate nelle foggie più bizzarre e.... provocanti.
In maggioranza, le maglie, e le grandi scollacciature. È la scena, la mimica
sopratutto, che fornisce materia alla cartella n. 2. Ma voi, messo in guardia
da César che vi à detto: «avrete tutto ciò che di meglio può offrire la città»,
voi insistete, promettendo di rovinarvi, e lusingando anche l'amor proprio
della degna signora: — No, no, voi dovete avere qualcosa di più prelibato! —
Perchè madama rappresenta l'aristocrazia, nel proprio mestiere. Allora, dopo
molte raccomandazioni, e premesse, e circonlocuzioni, si presenta, con grande
mistero, la cartella n. 3. Là dentro ci sono quelle tali che vogliono far
conoscenza soltanto coi forestieri dei grandi hôtels, che si trattengono poche
ore a Milano. Oh! Dio! —aggiunse con aria scettica di uomo vissuto — non è
tutto oro quello che luce: ci sarà dell'inganno, certamente; non tutte le
abitatrici della cartella n. 3 saranno roba prelibata. Qualche bella figliuola
che pratica alla sera i caffè concerto, forse.... di peggio anche, si sarà
introdotta di soppiatto in quell'archivio gelosamente custodito, per acquistar
valore, e fornir più guadagno alla signora Bianchi, dandola ad intendere ai
lords e ai principi russi che formano la sua clientela, Ma, insomma, anche in
questo, come in tutte le cose, e in amore sopratutto, non è da cretini e fa
piacere talvolta di lasciarsi mistificare un pochino. Ed è certo, ad ogni modo,
che a qualche abitatore della città, se potesse ficcar gli occhi in quella
cartella, sarebbero riserbate delle strane sorprese. È così in tutto il mondo:
e vi posso accertare, caro Burton — ve lo affermo perchè vedo che i vostri
occhi si fanno imbambolati per lo stupore (voi uomo di lavoro non le
supponevate possibili queste cose) vi posso accertare che a Parigi, come a
Londra, come a Berlino, come a Roma, come a Milano, casi di questo genere non
bastano le dita delle mani a contarli.
— E voi avete scelto la
biondina....
— Sì. Mi à colpito il suo
musetto civettuolo. E poi, il ritratto, un ritratto casto, severo, mi ispirava
fiducia e.... mi lasciava delle curiosità. Mi dispiace che non foste rivolto,
testè, verso la porta, quando è entrata: vedendola, avreste approvata la mia
scelta! — Poi, cambiando tono: — Sapete che più ci penso, adesso, sempre più mi
pare incomprensibile che la biondina, sia entrata qui poc'anzi? Sono persino
tentato di credere che, vistomi in istrada, mi abbia seguito fin qui, credendo
di trovarmi solo. Perchè dovete sapere che, entusiasmato di lei, jeri (vi
confesso che mi à entusiasmato), le avevo proposto un viaggetto e fatte mille
promesse lusinghiere. Rifiutò assolutamente, allegando dei vincoli che à
qui.... Infatti la Bianchi
mi aveva assicurato che è maritata.... Ma chissà? la biondina, Niniche (mi à
detto che si chiama Niniche, ma deve essere il suo nome di guerra), potrebbe
averci ripensato stanotte, ed essere venuta a più pratico consiglio.
Giacomo fece un ultimo sforzo,
sovrumano, per resistere. Voleva sapere dell'altro. E chiese:
— Ma la Bianchi non ne conosce il
nome?
— Mi à giurato che no. Quando
deve avvertirla che.... c'è un cliente, scrive a un indirizzo convenuto. Mi à
detto così. Non mi interessava poi di indagare di più. Cioè: non mi interessava
jeri; oggi, ve lo confesso; pagherei qualcosa per ritrovarla. Pagherei per lo
meno quanto ò pagato... jeri.
— Molto? — susurrò Giacomo con
un fil di voce che rimase strozzata in gola; e alla domanda fece seguire un
colpo di tosse come per giustificare la tremula remissione della voce.
— Cinquecento lire, — rispose
Dumenville, — anticipate, naturalmente, nelle mani della Bianchi.
— E il convegno avvenne in casa
della stessa Bianchi? — chiese ancora James Burton alzandosi da sedere e
appoggiandosi, per reggersi in piedi, alla tavola da disegno.
— No. In una casetta, in una via
giù di mano, dove mi sono recato in carrozza, all'indirizzo datomi da lei e che
ò passato al fiaccherajo.... Ci arrivai dopo un lungo tragitto, dopo una
sequela di giravolte in viuzze strette e semioscure.... non ne ricordo più
nulla....
Il banchiere si alzò, e trasse
l'orologio di tasca.
— Perbacco! le quattro. Abbiamo
fatto tardi e.... senza concludere nulla. Voi mi obbligherete — aggiunse
ridendo — a trattenermi un giorno di più a Milano.
E si volse per raccogliere il
cappello che aveva posato sul divano. Nel curvarsi, egli intravvide il ritratto
di Adelina mezzo nascosto tra le pieghe del drappeggio.
Si avvicinò ad osservarlo, e si
volse di scatto verso Giacomo.
— Lei! — E dopo un momento di
esitazione, con imbarazzo: — Signor Burton.... la conoscete.... forse è
qualcuna che vi appartiene.... e mi avete fatto parlare.... Non so come
qualificare....
James lo interruppe:
— Sì, la conosco. La biondina è
mia moglie!
Ma la tensione dei nervi e dello
spirito era stata troppo lunga. E cadde a terra, svenuto.
Il giorno appresso scendeva
dall'omnibus della stazione al «Grand Hôtel des Etrangers», in via Manzoni, un
giovanotto alto, biondo, arrivato col treno del Gottardo. Sul registro dai
forestieri scrisse il suo nome: Marchese C. A. di Morecambe, Inghilterra.
Chiese una camera e un salotto. Gli furono assegnati i n. 17 e 18 al primo
piano.
Così, James Burton iniziava la
sua inchiesta e preparava la sua vendetta.
|