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II.
Lo svenimento era durato a
lungo. Dumenville non aveva osato chiamare al soccorso per timore che James,
colle prime parole ritornando in sè, o in una crisi che gli fosse sopravvenuta,
rivelasse a qualcun altro, delirando, il terribile segreto che si erano
reciprocamente svelato senza volerlo. Lo stupore, doloroso stupore, era stato
grande anche pel barone; e, colpito dalla feroce rivelazione, aveva appena
avuto il tempo, mentre Giacomo cadeva, di impedire che la sua testa battesse
sul nudo terreno. Lo aveva raccolto da terra e adagiato sul divano. Su una
tavola, lì presso, aveva. scorta una bottiglia d'acqua e glie ne aveva
spruzzata qualche goccia sulla faccia. Poi, gli aveva messa sotto le narici una
boccettina di sali che egli teneva appesa insieme con una miriade di ninnoli ad
una catena d'argento che lo circondava alla vita, sotto il panciotto, e della
quale i due capi andavano a cadere nelle tasche dei pantaloni. Tutto ciò aveva
fatto senza affrettarsi troppo. Il prolungarsi dello svenimento non poteva
avere nessuna conseguenza grave, e serviva, invece, a lui, per rimettersi, per
ripensare a quanto era avvenuto di terribile e di strano, per considerare la
propria bizzarra situazione in quel momento, e per decidere come avrebbe dovuto
comportarsi e cavarsi d'impaccio.
Che gli avrebbe detto? Che
avrebbe potuto dirgli? Ritirare le proprie parole o elevare un dubbio sulla
identità della biondina, capì bene che era impossibile ormai. Pensò un momento
se non fosse il caso, perfino, di umiliarsi sino ad affermare recisamente che
quanto aveva raccontato era un ammasso di frottole, tutta una farsa inventata
da un chiacchierone senza spirito.
Ma previde che Burton non
avrebbe creduto.... E, francamente, la cosa gli ripugnava troppo....
D'altronde, non era stata,
forse, una fortuna, quanto era avvenuto? Non si risolveva alla fin fine in un
bene per Burton? Egli era stato sino allora la vittima incosciente di un
obbrobrio ignominioso: e il caso gli aveva aperti gli occhi. Provvedesse dunque
al proprio onore.... Sì, era un bene, certamente. Ma Dumenville avrebbe voluto
che altri, tuttavia, si trovasse al suo posto; che ad altri fosse capitata
questa disgrazia o questa fortuna di essere attore nel dramma coniugale di
Giacomo Burton. Oh! non avesse accettato i servigi di César! Non avesse
conosciuta la biondina! Non avesse.... (risaliva alle causa prime: avrebbe
rinunciato anche ad un lucroso affare, lui, il cacciatore di denari!), non
avesse mai intrapreso quel viaggio in Italia, nè pensato mai a far la
conoscenza di Burton!... Ci fu un momento, persino, nel quale egli pensò se non
sarebbe meglio fuggirsene, piantando là lo svenuto: correre all'Hôtel, rifar le
valigie e prendere il primo treno di Francia. Perchè in più bizzarra e
fastidiosa situazione non si era forse mai trovato un uomo. Egli si vedeva
dinanzi un marito, del quale aveva posseduta la moglie senza averla sedotta,
senza sapere che fosse la moglie di costui; un marito che, in fin dei conti,
non aveva diritto di chiedergli soddisfazioni o riparazioni, o che, molto
probabilmente, non glie ne avrebbe chieste. Un uomo poi — d'altra parte — pel
quale nutriva della stima, che meritava tutta la sua considerazione e tutta la
compassione degli onesti; pel quale sentiva quasi nascere in sè un affetto
nuovo e sincero. Un uomo al quale avrebbe, voluto rivolgere parole di conforto
e offrire ajuto e consiglio.
E se invece Burton, ritornando
in sè, non avesse visto in lui dimenticando per un istante e nella
semi-irresponsabilità di quel momento fisiologico le circostanze che avevano
provocato e accompagnato il fatto — non avesse visto in lui che il rivale,
l'uomo che aveva posseduta sua moglie, che aveva contaminato il suo talamo
nuziale?... Uno dei tanti, è vero!... Ma se, sitibondo di vendetta, si fosse
slanciato sopra di lui, e....? E avrebbe dovuto difendersi?...
Dumenville non sapeva bene,
esattamente, quanti milioni possedesse, ma ne avrebbe immolato uno, certamente,
per trovarsi a mille miglia lontano.
Giacomo aveva ripreso i sensi,
finalmente. C'era stata una pausa angosciosa; alcuni minuti di doloroso
silenzio. Burton rigirava gli occhi attorno, raccapezzando le idee. In fine
Dumenville, comprendendo che toccava a lui di parlare, e senza saper bene che
avrebbe detto, aveva cominciato:
— Signor Burton....
James s'era alzato di scatto, e
l'aveva interrotto, porgendogli la mano e dicendogli con voce ferma:
— Grazie!... Non ne avete nessun
merito, ma vi debbo la mia rigenerazione morale.
E mentre Dumenville, stupito,
imbarazzato più che mai, stringeva la mano che gli vaniva tesa da Burton,
questi, con un riso amaro che agghiacciò il sangue nelle vene al barone, aveva
aggiunto:
— Vedete i bizzarri casi della
vita! Io stringo la mano ad un uomo che à posseduta mia moglie!
Poi, abbassando la testa e
tenendo gli occhi fissi al pavimento, sempre colla sua mano nella mano di
Dumenville, aveva continuato, a voce bassa:
— Mia moglie.... una,
cortigiana!...
E, dopo una piccola pausa,
amaramente, mentre una lagrima gli spuntava sulle ciglia, e sapendo di
pronunciare delle parole superflue, ma come uno sfogo:
— Vi prego di credere che non lo
sapevo, e che non ne approfittavo.
Il banchiere aveva stretta
fortemente la mano di lui e susurrato un monosillabo di protesta.
Allora Giacomo aveva risollevata
la testa, fieramente, come per togliersi a delle meditazioni troppo angosciose,
quasi impaziente di effettuare il disegno, di mettere in attuazione il
programma, che già — in un attimo — si era prefisso. Ma bisognava togliere di
mezzo il barone. E, fissandolo in volto, avea ripreso a dire:
— Voi vorrete sapere certamente
che farò, e, lo immagino, mi offrite il vostro ajuto e la vostra assistenza. Vi
ringrazio; ma non ò bisogno di voi. Quello che farò è semplicissimo. Niente
scandali, e niente vendette violente. Capirete bene che si può uccidere la
moglie quando si scopre che vi à tradito per un amante. Ma una moglie che si dà
per denaro e.... in quei modi, non val manco la pena d'ammazzarla. Anzi,
appunto per evitare il pericolo di lasciarmi trasportare dall'ira, non la
rivedrò neppure. Ò un amico buono e fidato, qui, certo Galli, un vecchio, al
quale mi potrò confidare. È consigliere d'amministrazione della nostra società.
Ora andrò da lui. Egli avvertirà la zia di mia moglie, perchè se la prenda in
casa. Poi verrà avviato il regolare procedimento per il divorzio. È questa una
grande liberazione, il divorzio, che mi è resa possibile dalle leggi del mio
paese. E, nel frattempo, mi recherò in Inghilterra per rivedere la mia famiglia
che non vedo da quattro anni. Voi partite stasera per Roma? domattina? Sta
bene. Vi chiedo soltanto che mi diate la vostra parola d'onore di partire come
era nei vostri disegni, e di dimenticare per un paio di giorni tutto quanto è
accaduto, di non parlare a nessuno di tutto ciò.... Sì, lo so, è un giuramento
inutile che chiedo a un gentiluomo come voi. Ma perdonatemi.... e non
offendetevene. Ne ò bisogno. Quand'è che sarete di ritorno?
— Credo fra tre giorni: ma non
contavo fermarmi di nuovo qui. Però, se vi occorre....
— Ve lo chiedevo perchè potrebbe
accadere che viaggiassimo insieme alla volta di Parigi e Londra.
Giacomo diceva un ammasso di
bugìe, e con la maggior calma apparente: ben diverse erano le sue intenzioni,
ben altro il disegno che aveva formato nella sua mente; ma gli premeva di
levarsi d'attorno il barone per un paio di giorni, quanti gli basterebbero a
compiere l'affare.
— Ò la carrozza fuori; se vi può
servire.... — aveva detto Dumenville, stupito di quella calma e di quella
freddezza, ma lieto, insieme, malgrado tutto, di cavarsi d'impaccio a così buon
mercato, e desideroso di togliersi da quel luogo nel quale gli era capitata la
più strana avventura della sua vita.
— Grazie. Voi certamente andate
all'Hôtel. Io mi reco a Porta Magenta, cioè da tutt'altra parte della città.
Così s'erano lasciati, dandosi
un vago appuntamento per attraversare insieme le Alpi. Dumenville aveva avuto
cura di indicargli il suo indirizzo a Roma, per ogni evenienza: Hôtel Bristol.
Giacomo, rimasto solo, aspettò
che la carrozza del banchiere fosse lontana, poi prese il cappello e il
soprabito, ed uscì. A Gasparino, che lo salutava alla porta, disse:
— Badate che per tre giorni non
verrò in officina: debbo recarmi fuori di Milano. Avvertitene il capofabbrica:
di me credo non ci sarà bisogno: ad ogni modo, per qualunque occorrenza,
rivolgersi al signor Galli.
Percorse a grandi passi l'ampia
via suburbana che conduce al dazio, e quivi salì in una vettura dando
l'indirizzo di casa sua.
Il suo piano era fatto e
stabilito, senza incertezze, e lo avrebbe compiuto senza titubanze. Fingere di
partire, partire anzi, ma ritornare la mattina dopo: scendere al «Grand Hôtel
des Etrangers», sotto un nome inventato, dandosi delle arie da gran signore.
Conoscere César, la Bianchi;
comperare sua moglie, coglierla in flagrante con.... sè medesiano — bizzarro
adulterio! — e poi.... e poi.... Qui il suo piano si arrestava. Si arrestava alla
curiosità di udire le giustificazioni, le scuse di lei. Ma le giustificazioni e
le scuse che avrebbe trovate là, in quel momento, senza la possibilità di
negare. Se arrivato a casa, adesso, avesse affrontata Adelina, e le avesse
detto: — So tutto.... — Ah! ah! lei! sarebbe stata capace di rispondergli: —
Tutto che cosa? — Perdio! era capace di ben altro, sua moglie! Quei quattro
anni trascorsi: che poema di finzioni! Come si era comportata bene ai suoi
occhi, come lo aveva ingannato, lui, che non era uno scemo! Sino a jeri,
avrebbe dubitato di sè stesso, non di lei. Era dunque maestra nell'arte di
dissimulare! Ma perdio! ma perdio! Il modello delle mogli era la cliente di una
mezzana! E se egli avesse invocata la testimonianza di Dumenville: ebbene: Adelina
sarebbe capace di affrontare il barone e di dirgli, a fronte alta, senza
arrossire: «Voi mentite, o v'ingannate». Certamente, sarebbe capace anche di
questo. Ah! no: bisognava pigliarla in trappola, la sfrontata!
E la Bianchi? La Bianchi avrebbe taciuto,
dato anche che avesse saputo qualcosa e avesse potuto parlare. Ma era
possibilissimo che ogni cosa fosse combinata e preparata così bene che neppure la Bianchi sapesse chi era la
sua cliente. Si dànno queste cose, a Parigi, a Londra, a Milano. Lo aveva detto
Dumenville, e se ne intendeva, lui!
Ma era fuggita, precipitosamente
fuggita, vedendo Dumenville: ecco una prova!... Una prova? No! Adelina faceva
una delle solite visitine a suo marito. Entrata nello studio, vi aveva scorto
un forestiero, uno sconosciuto.... Avrebbe disturbato.... Pardon! Ed era
scappata via. Non era fuggita; era scappata via.
No, no, non così. Bisognava
farla venir là, in quella casetta, nella viuzza giù di mano chiamata,
noleggiata da un marchese britannico che avesse pagato profumatamente
l'avventura. Là, là!... Ah! ah! la gioia, la gioia feroce di quell'incontro!
Per Iddio! Ora, raggomitolato nell'angolo della carrozza, Giacomo,
ripensandoci, ci trovava persino delle attrattive, lo affrettava col desiderio
quell'incontro con sua moglie!... Che avrebbe detto, che avrebbe fatto, lei?
Come avrebbe giustificato, non il tradimento, ma la degradazione sua? Come,
perchè, per quali circostanze era precipitata così, sino a diventare una di
quelle che si pagano? Perchè la era diventata: aveva sposato una vergine, lui.
Il cavalluccio sfiancato della
vettura da piazza trotterellava adagino. E il tragitto era lungo.
Ad un tratto, un dubbio doloroso
assalse Giacomo: che la vendetta così dolcemente feroce che meditava potesse
sfuggirgli di mano. Infatti: Adelina entrata in istudio, e scorto il banchiere,
poteva aver supposto e temuto che il banchiere a sua volta avesse riconosciuta
lei. Poi, c'era il suo ritratto in istudio che Dumenville avrebbe potuto
osservare.... Insomma, Adelina poteva supporre che fosse avvenuto quello che
era realmente avvenuto. E allora? Si credeva scoperta? Aveva avuta la
convinzione o la paura che tutto l'edificio delle sue menzogne fosse già
crollato, che la verità fosse già conosciuta da suo marito? Si era già messa in
salvo? O aveva, almeno, preparata la sua difesa? La troverebbe a casa? E in che
condizioni la troverebbe?... E dato che ve la trovasse, e che tradisse, fosse
pure al primo incontro con lui, la preoccupazione e la paura, saprebbe
dominarsi, lui, Giacomo, e rassicurarla col suo contegno, e comportarsi così
bene, così naturalmente, con tanta calma, da toglierle ogni dubbio, ogni
sospetto, in modo che avesse a cadere poi nella trappola che le avrebbe tesa?
Avrebbe dovuto, forse, lottare non solo coll'agitazione, coll'orgasmo proprî,
ma anche colla preoccupazione, coll'orgasmo di lei.... Un'altra difficile prova
stava dunque per subire, più difficile di quanto non avesse pensato a tutta
prima, quando gli era balenato alla mente il suo terribile disegno.
Ebbene, sì, l'avrebbe questa
calma. Oh! pur di assaporare quell'istante di gioia feroce dell'incontro con
sua moglie, laggiù alla palazzina, saprebbe dissimulare, adesso, e fingere così
bene, e mostrarsi così allegro, così affettuoso anche, da dissiparle e distruggere
i dubbi e le paure di lei. Con le sue stesse armi la combatterebbe!
Oh! quell'incontro, laggiù! Oh!
la gioia di una vendetta spietata, feroce, prepotente! Poter sputare in faccia,
finalmente, a colui che ci à offeso tante volte, impunito; potere, per improvviso
mutamento di forze, ribellarsi a chi ci à martoriato e torturato a lungo senza
possibilità di rivolta; poter conficcare un pugnale nel petto a chi vi à tenuto
per tanto tempo un piede sul collo. Dio, che gioia!
Oh! se la troverebbe la calma!
E poi, non sarebbe che lo sforzo
di un'ora. Avrebbe annunziata a sua moglie una improvvisa e forzata partenza,
la sera stessa, con Dumenville, per affari, pei loro affari. La difficoltà era
soltanto nel trovar modo di darlo bene quell'annuncio: con naturalezza, con
affettuosità....
Allora, a un tratto, ricordò
quel che aveva pensano il mattino.
Sporse la testa della portiera e
chiamò il cocchiere:
— Di'! Vai sul Corso, e fermati
alla bottega del Ventura; sai, quella gran bottega nuova, prima di arrivare a
San Pietro all'Orto.
Ah! ah! che idea!
E nella soddisfazione di vedersi
così calmo, così presente a sè stesso, così previdente; nella gioia furibonda
colla quale pregustava la sua vendetta, e la apparecchiava così bene, curando
tutti i particolari perchè non potesse sfuggirgli, Giacomo dimenticava, quasi,
la propria sventura.
Aveva più che trecento lire in
tasca, una mesata di stipendio incassata al mattino, e che avrebbe dovuto dare
a sua moglie la sera stessa; lui, poveretto, non si teneva un centesimo, non aveva
mai bisogno di nulla.
Scese da Ventura. Comperò una
bizzarra toilette di primavera a vivaci colori, in una foggia nuova tanto
elegante. Nello sceglierla, egli non si era preoccupato della qualità della
stoffa, o della bontà della fattura. Una ragazza, alta, bruna, dagli occhi
furbi, gli aveva fatte sfilare dinanzi agli occhi una diecina di vesti d'ogni
colore e d'ogni foggia. Egli domandava il prezzo, soltanto, affrettato. E la
ragazza vantava i meriti dell'una e dell'altra, e tentava fargli acquistare
quella di prezzo maggiore.
No, no. Aveva trecento lire da
spendere — pensava Burton — quando sentisse pronunciare questa cifra,
comprerebbe, e porterebbe via. E la ragazza alta, bruna, dagli occhi furbi,
aveva finito per sorridere in cuor suo, pensando di trovarsi dinanzi a un
innamorato che faceva, un sagrificio, il più gran sagrificio che poteva
permettersi per un regalo alla sua bella: e chiedeva il prezzo minimo,
addirittura, senza tentar di imbrogliarlo, quell'uomo rozzo che comperava ad
occhi chiusi.
— Il signore vuol darmi
l'indirizzo?
— No. Porto io stesso. Mettete
in una scatola. Ò la carrozza.
E via, colla gran scátola di
cartone a cassetta.
Ma se non la trovasse,
l'Adelina, in casa? Se, paurosa che Giacomo sapesse già tutto, fosse fuggita?
Ebbene, manderebbe Carolina, la fantesca, a chiamarla, o ne anderebbe in cerca
lui stesso. Saprebbe dove trovarla: dalla zia, o dalla Bianca Caradelli. E si
mostrerebbe stupito di non averla trovata in casa, così tardi, alle sei,
all'ora del pranzo.
Giacomo prevedeva tutto, e
provvederebbe a tutto. Ma che il suo disegno si effettuasse!
Il cavalluccio sfiancato
trotterellava verso via Principe Umberto.
Adelina aspettava, in casa, più
morta che viva. Erano passate due ore terribili per lei. Il.... forastiero di
ieri, là nello studio di suo marito! Perchè? Che era dunque accaduto? Era là
perchè aveva saputo chi fosse Niniche? No, certamente. Infamia così bassa in un
uomo le pareva impossibile. Una combinazione, dunque? Forse era un azionista
dalla Società dei Tramway? No. Sapeva che gli azionisti erano tutti o inglesi o
italiani. Chi dunque?...
Cercava, adesso, di ricordare
tutti i piccoli particolari del suo ultimo convegno, tutte le parole scambiate
coll'ultimo suo cliente.
Jeri, nelle due ore passate
laggiù alla palazzina, s'era parlato molto di lei.... Cioè, il forastiero aveva
tentato di parlare di lei, di strapparle delle confidenze, e di indurla a
partire per un viaggetto di piacere: ma aveva parlato pochissimo di sè stesso:
quel tanto che gli era sembrato utile a ispirare fiducia; e le aveva,
sopratutto, parlato delle sue ricchezze e della sua generosità colle donne:
perchè supponeva, ed era giusto supponesse, che queste due qualità soltanto la
dovessero interessare, e potessero convincerla e sedurla. Aveva detto d'essere
francese, nobile, banchiere.... e null'altro? Null'altro? Ah! sì: le aveva
rivelato il suo nome di battesimo: Oscar. Glie lo aveva rivelato, senza ch'ella
lo chiedesse, nell'entusiasmo che il suo corpo gli aveva ispirato, e l'aveva
pregata di chiamarlo per nome: «Oscar, Oscar, chiamami Oscar». Questo lo
eccitava, quel fatuo.
Le era rimasto ben fisso nella
mente quel nome, e se lo sentiva ripetere adesso, come una stilettata, nelle
orecchie.
Rannicchiata nel vano della
finestra, mentre le gambe le tremavano, e i polsi le battevano, spiava dietro
le cortine l'arrivo di suo marito. Da due ore aspettava così. Ogni tanto si
recava dinanzi allo specchio. Che faccia aveva? Stravolta? No.. Ma l'agitazione
era dentro, terribile, e più terribile ancora l'incertezza.
Il suo partito era preso.
Negare. Negare tutto, accanitamente, insistentemente, in faccia a Giacomo, in
faccia al francese. Negare i fatti, le circostanze. Negare persino, se
occorreva, d'essere venuta, alla fabbrica, oggi.
Prove ne avevano? No,
certamente. Avrebbero potuto procurarsene? No. Negare dunque. Ma negare bene,
con calma o con indignazione, secondo avrebbe giudicato miglior partito,
pigliandola in ridere o minacciando un processo di diffamazione.
Negare, negare! Ma che la faccia
non rivelasse la preoccupazione e la paura, nel primo incontro con Giacomo. Era
quello il momento scabroso da superare. Poi, poi, udita la denunzia, allora non
avrebbe più paura. Era sicurissima di sè, delle sue forze. Soltanto il primo
incontro la spaventava. Capiva che quello era l'istante terribile: l'istante di
silenzio da parte sua, mentre parlerebbe lui. Dal momento che aprisse bocca,
lei, per rispondere, non temerebbe più. Allora sarebbe naturale l'arrossirle
del volto, e il tremito nella voce, e il sussultane di tutta la persona.
Ma chi era, chi era, costui?
Perchè si trovava presso suo marito? Per combinazione? Un convegno d'affari?
Sì, era possibile. Queste combinazioni si danno nella vita. Ebbene: l'aveva
riconosciuta? Forse no. Anzi.... no, certamente. Aveva messa la testa, appena,
dentro la porta, un attimo, ed era fuggita. Ed era fuggita così lesta
scantonando subito, nascondendosi poi dentro l'ándito della casa vicina. Ma no,
era impossibile che l'avesse riconosciuta, Che sciocca! che sciocca! Perchè si
martoriava, adesso?...
Però, però.... forse era stato
un errore di fuggire così. Era stata una confessione, quella fuga. Non sarebbe
stato prudente, tra i due pericoli, scegliere il minore? Dominar la sorpresa,
entrare? Darsi nelle mani del francese, sì, rivelarsi a lui, Niniche, la moglie
di Burton. Ma non sarebbe meglio, adesso, essere in balìa del francese che non
di suo marito?
La verità saputa dal biondo
d'ieri.... ebbene? Una disgrazia, sì, ma non una disgrazia senza rimedio, come
sarebbe se la verità fosse nota a Giacomo.
Dio! l'incertezza, che tormento!
Fosse sicura che Giacomo sapeva: l'avesse questa terribile certezza; ebbene,
saprebbe come attenderlo, come affrontarlo, come accogliere le sue prime parole,
e preparerebbe la risposta, una buona, una franca, una convincente risposta. Se
la studierebbe, adesso, se la imparerebbe a memoria.... Ma no, invece, non
poteva neppur prepararsi: non sapeva, non poteva immaginare che fosse veramente
avvenuto.
L'aveva riconosciuta il
francese? E dato che l'avesse riconosciuta, era possibile che avesse rivelata
l'avventura del dì innanzi?... Come, perchè, l'avrebbe rivelata? La Bianchi non gli aveva
detto, non glie l'aveva confermato lei stessa, che Niniche non era una donna
qualunque? Che il mistero di cui il convegno veniva circondato non era una
frottola, non era una lustra per strappar più quattrini al cliente, bensì una
vera e sacrosanta necessità?... Sì; ma l'aveva creduto?... Era un uomo vissuto,
quel francese, era un parigino!... Non aveva buttato ogni cosa in burletta,
quel blagueur, quel fatuo, quello scettico conquistatore di donne a suon di
marenghi?
Ebbene, sia pure: ma vedendola
entrare là dentro, non gli era passato per la testa che Niniche fosse.... conosciuta,
almeno, dall'uomo col quale si trovava in quel momento? Non aveva capito il suo
dovere di tacere, non aveva sentito un naturale bisogno di riserbo e di
delicatezza verso una donna? I francesi sono gentiluomini.... Sono, della
donna, la gente più rispettosa.... No, no, non aveva parlato, certo, anche se
l'aveva riconosciuta. Che sciocca, che sciocca, perchè si martoriava, adesso?
Tuttavia, l'avventura aveva
dovuto sembrare stranamente bizzarra a quell'uomo. Di passaggio a Milano, per
due giorni (n'era ben certa, la
Bianchi non l'aveva ingannata mai!), s'era incontrato due
volte nella stessa donna e in condizioni così diverse. La sua sorpresa doveva
essere stata enorme. Era riuscito a dominarla? Aveva resistito alla tentazione
di soddisfare la propria curiosità, fosse pure il più corretto dei
gentiluomini? Non aveva sperato che questo nuovo incontro gli fornirebbe il
mezzo di sapere chi fosse veramente Niniche?
Vi aveva rinunziato? Ben lungi,
certamente, dal supporre la verità, dall'immaginare chi era l'uomo col quale
parlava, non si era lasciato trascinare a delle confidenze per averne altre in
cambio, d'interessanti?... Oh! come ricordava, adesso, l'insistenza colla quale
le faceva delle domande sull'essere suo, ieri, e tentava di sapere quali fossero
i vincoli che le impedivano di accettare le sue offerte, di seguirlo nel suo
viaggio in Italia, e poi forse a Parigi, dove le aveva lasciato intravvedere
una vita color di rosa! Perchè Niniche poteva vantarsi di essere piaciuta,
ieri, al francese, di averlo entusiasmato. Oh! come ricordava le sue parole:
«Non vuoi? non vuoi proprio? non vuoi proprio? non vuoi neppure che ti riveda
domani, prima che io parta? assolutamente? a qualunque.... prezzo?... Ebbene,
bada: se per fortunata combinazione t'incontrassi per via, sta in guardia, ti
rapirò» aveva concluso, ridendo. Ed essa aveva dovuto pregare, chiedere la
parola d'onore che, uscito, se ne andrebbe nella sua carrozza; e non starebbe
ad attenderla giù, non la spierebbe e non la seguirebbe.... Non aveva mai avuto
un adoratore più entusiasta di.... Oscar!
E oggi, oggi, gli era capitata
ancora dinanzi, la sua Niniche. Che aveva fatto, che aveva detto, vedendola?...
Non si era precipitato fuori, non le era corso appresso.... Ah! che sollievo!
questo, questo era l'indizio più rassicurante: non le era corso appresso....
Era la prova evidente che non l'aveva riconosciuta! Dio fosse ringraziato! Era
salva!...
Alle sei, il suono del
campanello elettrico le diede un sussulto. Non poteva essere che Giacomo. Chi
verrebbe a quell'ora, fuorchè lui? Però, di solito, non giungeva che alla
sette. Perchè anticipava, oggi? Aveva udita una carrozza fermarsi, abbasso. Suo
marito non arrivava mai in carrozza. Il francese, forse?... Liberatosi da
Giacomo, saputo da lui chi era la bionda visitatrice di poc'anzi, veniva di
nascosto, di sfuggita, per rivederla, per tornare all'assalto con un'arma in
mano, adesso, terribile?... Eppure, fosse lui! Sì, fosse lui; saprebbe che era
avvenuto, se aveva rivelato.... E purchè Giacomo non lo seguisse subito, il
francese le direbbe che era successo.... e lei prometterebbe tutto, salvo a non
mantener nulla.... E quando giungesse suo marito saprebbe come comportarsi....
Potrebbe forse mettersi d'accordo con Oscar, invocare una smentita da lui, se per
caso avesse parlato, implorare e ottenere che disdicesse quanto aveva
raccontato, affermando uno sbaglio, una somiglianza curiosa e ingannatrice....
Oh! fosse lui!
Ma non osava togliersi dalla
finestra: vi pareva inchiodata.
La porta si aprì, e comparve
Carolina, la fantesca, colla gran scatola di cartone tra le braccia.
— Chi è? — susurrò Adelina senza
muoversi.
— Il signore. À mandato su il
portinaio con questa scatola per lei. Passava il padrone di casa e si è fermato
a discorrere in portineria. Adesso viene.
Adelina fece due passi innanzi e
toccò la scatola, colla mano, macchinalmente.
— Per me?
— Sissignora. Così à detto il
portinaio.
— Che contiene?
— Non so. Apriamola e vedremo.
Adelina interrogava così la
fantesca, senza saperne il perchè. Non capiva. Le pareva che Carolina potesse,
dovesse illuminarla.
Carolina posò la scatola sul
letto, sollevò il coperchio, e disse, con un po' di sorpresa:
— Un abito, signora!
— Un abito?
Allora Adelina si avvicinò ancor
più e guardò nella scatola. Un cartoncino bianco era posato sulla veste. Lo
prese, febbrilmente, e lo lesse. Era una carta da visita di suo marito, e v'era
scritto a lapis: «Alla mia cara Adelina, per annunciarle la nostra fortuna».
Adelina spalancò gli occhi, in
faccia alla serva, interrogando.
— È un regalo che le fa il
signore.
Sì, era un regalo. Dunque?
dunque non era accaduto, nulla? non aveva saputo nulla? La sua mente non
riusciva ancora a concretare nettamente un pensiero: era ancora, nella sua
testa, un turbinio di idee confuse. Un regalo? Perchè? Era la sua festa, oggi?
Un anniversario? No. Perchè un regalo? Ah! «La nostra fortuna». Che fortuna?
Tolse la veste dalla scatola, la
svolse. E, mentre cogli occhi ancora imbambolati cominciava ad osservarla, la
porta si schiuse, e Giacomo si affacciò, rimanendo immobile sulla soglia.
— Che vuol dire? — chiesa
Adelina, sforzandosi di sorridere.
— Il bigliettino l'ài visto?
— Sì.
— E dunque? — E fece due passi
innanzi, porgendole le mani.
Adelina, senza muoversi, appoggiata
al letto, sollevò le braccia e mise le sue mani in quelle di lui.
— Ringraziami dunque.
— Sì.... ma non capisco.
— Ora ti dirò tutto.
Poi volgendosi a Carolina,
— Bisogna togliere subito dal
solaio il baule e preparar tutto per la mia partenza.
— Parti? — chiese Adelina,
stupita.
— Sì, per otto o dieci
giorni.... Ora ti racconterò. Ma ò una gran premura. Parto alle 7.55, pel
Gottardo.
E a Carolina, ancora:
— Presto, presto. Preparate il
baule; poi verrò io.
— E non pranzi, prima?
— No, pranzo al buffet della
stazione, con un amico.
Carolina uscì.
— Dunque, prima di tutto, —
chiese Giacomo, — ò scelto bene?
— Sì.... tanto carina.
Giacomo lasciò le mani di lei, e
sollevò per un lembo la veste posata sul letto:
— Nevvero?
— Ma dunque? — chiese Adelina
che cominciava a rassicurarsi e che la curiosità rendeva persino imprudente. —
Dunque? — che è successo?
Giacomo si tolse la giacca, il
panciotto, rimboccò le maniche della camicia, e cominciò a lavarsi.
Da quando era uscito dalla sua
fabbrica, con passo franco, calmo, deciso, non aveva più avuto un momento di
titubanza, nè di paura: nessun batticuore, nessun timore di tradirsi.
Agirebbe sicuro, via, diritto
sulla strada ormai tracciata, verso il punto prefisso. Se avesse incontrata
Adelina súbito dopo il racconto di Dumenville, l'avrebbe strozzata, forse. Ma
superato il primo momento d'ira e di dolore, si sentiva adesso corazzato contro
emozioni anche più forti. Aveva temuto soltanto l'emozione di lei. E aveva
voluto evitarla, rassicurandola prima di vederla.
Contava di riuscirvi con quel
dono e con quel biglietto. Trovandola calma, sicura di sè, si vedrebbe
facilitato il cómpito proprio. La sfrontata finzione di lei, derivante da
quella sicurezza, avrebbe resa più facile, più completa la propria finzione;
come un riflesso; come un incitamento alla lotta colle stesse armi, ma
sorretto, lui, dalla certezza che nella lotta egli avrebbe la vittoria finale,
completa, terribile.
Ora, superato il primo incontro,
doveva parlare, raccontare. Avrebbe cercato di rimanere il meno possibile
dinanzi a sua moglie, per non esigere troppo dalle proprie forze. E cominciò la
sua toletta: era del tempo guadagnato, e ciò gli permetteva di parlare a
sbalzi, senza guardare Adelina.
Così, mentre s'insaponava le
mani, cominciò:
— Sei venuta alla fabbrica, tu,
oggi. — E, senza lasciarle il tempo di rispondere — Debbo sgridarti di non
essere entrata. Sei una bambina, sempre. Ài vista una persona che non
conoscevi, e via, come fosse il diavolo. Se tu fossi entrata, ti avrei
presentata: a quel signore, il barone Oscar Dumenville, una carissima persona,
della quale aspettavo la visita oggi, una visita da cui dipendeva la tua, la
nostra fortuna. Perchè sono vari giorni che avrei potuto darti una bella
notizia: ma ò voluto farti un'improvvisata. Ò voluto aspettare che la cosa
fosse sicura, e conclusa. Sappila adesso, dunque. — E s'interruppe. Si
asciugava la faccia, e la salvietta gli impediva di parlare.
— Dio santo, mi tieni sulle
spine, — disse Adelina, ritta, cogli occhi che seguivano attenti ogni movimento
di lui.
E Giacomo, calmo, riprese:
— La mia scoperta è fatta: il
mio sistema provato stamane: tutto va a perfezione.
Adelina tacque. Non era quella
che le premeva di più, la scoperta scientifica di suo marito: ma un'altra, e ben
più importante scoperta. Tutto quanto aveva udito sin qui avrebbe dovuto
rassicurarla. Eppure si sentiva ancora come una pietra sul petto. Aveva bisogno
di altre parole, di altre assicurazioni. Quali? Non sapeva. Ma altre parole
voleva udire dalla bocca di Giacomo.
— Non dici niente? — chiese lui.
Adelina si fece forza, e
susurrò:
— Puoi immaginare!... non trovo
le parole....
— E Dumenville che è il capo
della casa nella quale è impiegato mio fratello John....
—Ah ! — fece Adelina.
— Te ne eri dimenticata....
— Sì, è vero, ò udito questo
nome, varie volte, pronunciato da te....
— E l'avrai visto sulle buste
delle lettere che ricevo da Londra.
— Ebbene?
— Ebbene, Dumenville si fa
iniziatore della società che compererà il mio brevetto.... Mezzo milione, almeno;
ed io il direttore generale....
— Mezzo milione?! — chiese
Adelina. Lo stupore era troppo forte. Le faceva dimenticare per un momento le
sue preoccupazioni. — Tu avrai mezzo milione?
— Metà in denaro e metà in
azioni della nuova società.
— E parti? Stasera?
— Naturalmente. Non c'è tempo da
perdere. Bisogna procurarsi la privativa in tutti i paesi del mondo. Poi,
Dumenville è assolutamente obbligato a partire stasera per Ginevra. Approfitto
della circostanza, e parto con lui.
Adesso Giacomo toglieva una
camicia dal cassettone, e introduceva negli occhielli i bottoni d'oro. Un dono
di sua moglie, quei bottoni!
Adelina non si scuoteva, ancora.
Forse Giacomo capì il pensiero di lei.
— Ti ò detto: se tu fossi
entrata, ti avrai presentata al barone. Una simpaticissima persona. Egli era
intento a parlare quando tu sei venuta. Udì, come me, il tuo piccolo grido di
sorpresa; alzò, gli occhi; ma tu eri già sparita. Senza averti veduta, capì che
una donna si era affacciata alla porta.... Allora dovetti spiegargli che io ò
una moglie che è la timidezza personificata.... E ò dovuto esprimergli le mie
scuse.... Oh! mi ài fatta fare una bella figura! Egli si sarà chiesto che
borghesuccia scipita ò sposato quaggiù....
Ah!... Adelina diede un grande
respiro. Era salva, per davvero!
Salva?
Tutto un altro cumulo di idee le
venne d'un tratto a turbinar nella testa. Dumenville in rapporti con suo
marito! Per tutta la vita, forse! Un dì o l'altro avrebbe dovuto farne la
conoscenza.... La conoscenza ufficiale, perchè Oscar lo conosceva di già, pur
troppo!... E allora? Come spiegargli...? Niniche, la moglie di Burton?
No, no, no. Non voleva pensare a
codesto, adesso. C'era tempo a pensarci. Stasera, intanto, quel signor Oscar
partiva. E non l'aveva veduta, e non si sapeva ancora nulla. Al poi, si
provvederebbe. Alla peggio, si confesserebbe ad Oscar. Racconterebbe la sua
storia, inventerebbe. Che cosa? Non sapeva. Ma intanto, intanto!... Ah! che
sollievo. «Dio, vi ringrazio!»
Allora saltò al collo di suo
marito, che si curvava per abbottonarsi le scarpe; e gli stampò un grosso bacio
sulla nuca. Giacomo fremette. Poi, si mise a salterellar per la stanza,
allegra, con dei piccoli gridi di gioia: e, di furia, si sbottonò la vestaglia,
se la tolse, e la buttò in un canto.
— Che fai? — chiese Giacomo.
— Provo il mio abito nuovo!
— Che pazzia! Adesso?
— Adesso sì, e ti accompagno
alla stazione.
Le era sfuggita nella gioia.
Giacomo sussultò. Alla stazione?
Dimenticava che ci doveva essere Dumenville?
Oppure.... Dio! Dio! sua moglie era
innocente? C'era errore?
— No, piccina: tu devi
pranzare.... Poi io debbo, anche, recarmi dal Galli per avvertirlo che
parto....
E attese la risposta.
Insisterebbe?
No; Adelina, che s'era morse le
labbra, senza preoccuparsi troppo, però, di quello che aveva detto, perchè
saprebbe rimediare (aveva rimediato a ben altro), non insistette.
— Ebbene, lo provo ugualmente.
Era, in sottana, senza busto,
bellissima. La camicia fine di tela, a fiorellini azzurri, scollata, cadente
sulle spalle, lasciava scoperto il seno, un seno piccolo, eretto, da vergine.
E mentre Giacomo, in mutande,
cercava i pantaloni da calzare, essa corse alla porta e vi diede un giro di
chiave. Poi, di sorpresa, buttò le braccia al collo di suo marito, cercando
colla bocca la sua bocca.
Era l'ultima prova da subire. Ma
la calma dei sensi, malgrado il contatto, lo aiutò.
— No, bambina, mi farai perdere
la corsa: Dumenville mi aspetta alle sette e mezzo, e debbo andare dal Galli,
prima.
E, facendosi forza, la baciò
sulla fronte. Sulla bocca, no, non voleva, non poteva baciarla.
Ma Adelina insisteva:
— Parti.... per otto o dieci
giorni. Pensa!
Allora Giacomo ebbe un impeto di
rabbia. Le diede una stretta feroce, conficcandole le unghie nelle braccia
nude, e, rudemente, la respinse.
—Ahi! mi fai male.
Giacomo si riprese subito.
E si mise a ridere.
— Ecco come si fa colle bambine
viziate. Colle bambine che non ragionano. Per un capriccio si comprometterebbe
un affare dal quale dipende tutto l'avvenire!
Adelina appoggiata al letto,
umiliata, susurrò:
— Due minuti....
Giacomo tornò a ridere, forte,
nervosamente, e scese alla volgarità, ubbriacandosi per trovar la forza di
vincere la prova.
— Ti conosco, mascherina. Due
minuti!
Allora anche Adelina rise; e
rise e gioì più ancora entro sè stessa. Quel ricordo delle loro intimità, sulla
bocca di suo marito, in quel momento, finiva di rassicurarla.
— Ebbene, non provo neppure la
veste!
E indossò di nuovo la vestaglia.
Da quel momento era sparito ogni
pericolo per Giacomo. Aveva terminato di vestirsi, di furia. Di furia aveva
fatto il baule, come vien viene, aiutato da Adelina che lo serviva, allegra,
chiacchierina, piena di cura e di grazia.
— Questi pantaloni li porti?...
E le scarpe chiare?... Quante paja di calze?... Fazzoletti?... Un po' di
colorati e un po' di bianchi. Va bene?... Oh! di', porta la pelliccia, sai?
Siamo d'aprile, è vero, ma di notte in ferrovia bisogna coprirsi: chissà che
freddo sul Gottardo.
Lui rispondeva a monosillabi.
Lasciava fare.
Quasi, ci prendeva gusto a
quella commedia nella quale recitava così bene la sua parte. Perdio! non
avrebbe creduto di sapersi dominare così. Che forza di volontà, era in lui, che
sangue freddo! Se ne gloriava in cuor suo.
Poi si concedeva un altro sfogo.
Mentre Adelina chiacchierava, e gli chiedeva qualcosa ogni momento, e gli dava
dei suggerimenti, lui, senza ascoltarla, la ingiuriava, e bestemmiava
mentalmente. — Carogna! Cortigiana! Vigliaccona! Vai, vai, ne ài per poco.
Ridi, ridi: ti rimane poco tempo da ridere. Ti preparo una farsa, lurida
creatura, che di più belle non ne ài vedute mai in teatro. Ridi, scherza,
canzonami, forse, in cuor tuo, fino a domani, fino a doman l'altro al più
tardi. E vienci al convegno, sai? Vienci! Perchè può darsi che la butti in
burletta, laggiù alla palazzina e mi accontenti di sputarti addosso! Ma se non
ci vieni, se ti colgono delle paure o degli scrupoli di onestà proprio la volta
che si tratta, di venderti a me.... se non me la dài questa soddisfazione, ah!
perdio! ti abbranco qui in casa e ti faccio a pezzettini, carogna!...
Adelina parlava sempre
— Sai, farò la brava donnina,
durante la tua assenza. Pranzerò ogni giorno dalla zia o dalla Bianca, starò
sempre con esse. Va bene? E tu mi scriverai ogni giorno, nevvero? Anzi, mi
telegraferai. Siamo ricchi adesso, puoi spendere. E tienmi bene al corrente del
tuo itinerario, perchè sappia dove debbo dirigere le lettere.... Oh! a
proposito: sono senza quattrini....
— Dirò al Galli che te ne mandi
domani: debbo farmene dare anche per me.
— Oh! non importa.... Tralascia.
Tu, già, non stai via molto, nevvero? Io pranzerò fuori, dunque non ò bisogno
di nulla. E poi, per ogni occorrenza, mi farò prestare qualcosa dalla zia....
Sulla porta, mentre il portinajo
scendeva le scale col baule sulle spalle, Adelina aveva salutato suo marito,
freddamente, imbronciata, senza chiedergli un bacio.
— Sai, me la lego a un dito.
E alludeva, cogli occhi furbi,
al rifiuto di lui, poc'anzi.
— Oh! quando tornerai, dovrai
pregarmi.... dovrai metterti in ginocchio.
Giacomo aveva approfittato della
piccola commedia per togliersi da lei senza espansioni. Ma mentre scendeva le
scale, essa, dal pianerottolo e sporgendosi in fuori sulla ringhiera, gli
susurrava:
— Cattivo! cattivo! torna
indietro subito....
E, sottovoce:
— Un bacino, cattivone!
Ma, Giacomo avea scesi i gradini
quattro a quattro, era salito in vettura, e s'era fatto portare dal Galli.
Il Galli pranzava. Lo fece
chiamare in anticamera.
—Oh! che buon vento? A
quest'ora?
— Una disgrazia. Ò ricevuto due
ore or sono un dispiaccio da Glasgow. Mia madre è moribonda.
— Oh!
— Parto all'e 7.55. La prego di
avvisare il Consiglio d'amministrazione, e di presentare le mie scuse.
— Diavolo! non se ne discorre
nemmeno. Vada e non si crucci. E mi dia notizie, che auguro buone.
— Grazie, signor Galli. Mi
occorre anche un favore.
— Quattro, caro il mio Burton.
— Nella ristrettezza del tempo
non ò avuto modo di recarmi alla Banca dove tengo un po' di denaro....
— Quanto le occorre? Due, tre
mila lire?
— Due, basteranno.
— Eccole qua. Le ò in tasca; non
le faccio perder un minuto.
— Grazie. Mi favorisce un
calamaio e una penna, per due righe di ricevuta?
— Scherza? Tra galantuomini....
— No, sa, le cose in regola;
dalla vita alla morte....
— Ma, che morte! Io conto di
campare cento anni ancora. Lei, non se ne parla neanche.
— Ma
— Ma vuol perdere la corsa?
E l'aveva spinto fuori,
augurandogli ancora che la disgrazia fosse evitata.
Alle 7.45 Giacomo era giunto
alla stazione e aveva preso un biglietto per Como. Dieci minuti dopo partiva; e
il giorno appresso, a mezzodì, arrivava a Milano il marchese di Morecambe.
La notte, a Como, all'Hôtel
Volta, l'aveva trascorsa senza dormire, senza neppure spogliarsi, steso supino
sul letto, cogli occhi fissi al soffitto, nella stanza fiocamente illuminata
dalla candela.
Non il dolore, non l'ira, non il
pensiero dell'offesa, gli avevano impedito di dormire: ma la preoccupazione,
soltanto, del suo disegno che andava studiando in tutti i particolari, ed il timore
di non vederlo compiuto.
A Como, prima di partire, aveva
fatto un acquisto: una rivoltella; per ogni evenienza.
Si fece servire in camera la
colazione, ma non mangiò; ebbe cura pertanto di nascondere il cibo: temeva di
tutto, curava i minimi particolari pur di riuscire. Chissà, César avrebbe
potuto insospettirsi di un forastiero che non aveva appetito. Tracannò invece
un'intiera bottiglia di piccolo bordeaux.
In camera era venuta, dapprima,
una cameriera, poi un cameriere. A questi aveva chiesto:
— Siete César, voi?
— Nossignore.
— César non c'è?
— Sissignore.
— Mandatemelo.
E César era venuto.
— Il signor marchese mi chiama?
— Siete César?
— Il signor marchese mi fa
l'onore di conoscermi?
— Di nome e di fama.
Burton non voleva perdere tempo:
e non gli bastava l'animo di attendere l'occasione. Assunse un'aria da gran
signore, annojato: si stese su una poltrona allungando le gamba su una sedia
vicina, e accese un grosso avana.
— Un amico mio del «Cercle de la Rue Vivienne» mi à
parlato di voi, giovinotto. Si discorreva di viaggi, l'altra sera. E mi disse a
Milano scendete all'«Hôtel des Etrangers», e cercate di César. À dei buoni
sigari — aggiunse con un risolino fine, canzonatore.
Gli parlava in francese, ma
affettando, ancor più che non avesse naturalmente, la pronunzia inglese.
Quell'enciclopedico di César lo
tolse subito dall'imbarazzo, e gli rispose in inglese:
— Sono lieto che i miei piccoli
servigi lascino così buona memoria di sè.
— Orsù, César, come potrei
impiegare le ore del pomeriggio? Avete già capito che non mi interesso alle
pinacoteche.
— Il signor marchese potrà
impiegar bene il pomeriggio d'oggi, e benissimo quello di domani, se si
trattiene a Milano.
— Non so. Tutt'al più sino a
domani sera.
Ricordava la raccomandazione di Dumenville.
E aggiunse, con viva curiosità:
— E perchè non «benissimo» il
pomeriggio di oggi stesso?
— Signor marchese: il
«benissimo» non lo si à sempre sotto mano.
César parlava serio, in
posizione d'attenti, come il più corretto e rispettoso dei servitori alla
presenza del suo padrone. Decisamente, questa era una parte come un'altra del
suo servizio di primo cameriere di una grande locanda.
— Il signor marchese vuol fare
da sè la propria scelta, o si affida a me?
— No, no, sceglierò io. — E
aggiunse ridendo: — Potremmo avere gusti differenti.
— Il signor marchese mi permette
di consegnarle una busta chiusa e un indirizzo?
— Naturalmente.
E prese la busta che César gli
consegnò dopo averci messo un cartoncino sul quale aveva scritte poche parole,
a lapis.
César fece un inchino e stava
per avviarsi.
— Ch'io trovi dei sigari quando
ritornerò.
— Che qualità preferisce il
signor marchese?
— In ogni cosa, sempre la
migliore.
César s'inchinò ancora una volta
ed uscì.
Giacomo fu lieto del modo come
si era condotto. Oltre la calma, riscontrava in sè stesso un fare da gran
signore che lo stupiva. Davvero, ci si riconosce nelle grandi occasioni.
Ma una curiosità lo pungeva,
adesso. Leggere il bigliettino che avrebbe dovuto consegnare alla Bianchi. E
non vi seppe resistere. Quali erano le qualità che bisognava possedere per
avere il diritto di comperare sua moglie?
Allora bagnò con dell'acqua la
busta sul rovescio: attese un minuto, che la gomma si liquefacesse, e aprì. Sul
cartoncino era scritto: «Inglese — marchese — parte domani sera — anche il 3 se
non basta il 2. Attendo quanto m'è dovuto per l'affare d'ieri l'altro. —
Filippo».
Benone! Bisognava dunque,
proprio, essere un forastiero, possibilmente nobile, certamente ricco, e
ripartire subito. «Anche il 3 se il 2 non basta». Occorrerebbe insistere! E
quel buffone si serviva di lui — la bella occasione! — per ricordare il proprio
credito. Quale? Quello che si riferiva a Dumenville, evidentemente. Gli
spettava la provvigione? Ma perbacco: Dumenville aveva pagato 500 lire. La
mediazione alla Bianchi, la provvigione a César — (si chiamava Filippo, quel
César!) — non ne restavano molti per Adelina! Perdio, si dava per un'inezia,
sua moglie.
Fece chiamare una vettura e
diede l'indirizzo al fiaccheraio: via Speronari 53.
Finora, ogni cosa camminava a
dovere. Giacomo ormai non aveva altra preoccupazione: riuscire. Che si trattava
di una sconcia commedia la quale avrebbe potuto tramutarsi in un dramma
terribile; che si trattava di lui, di sua moglie, sua moglie, una cortigiana che
andava a contrattare, volgarmente, sfrontatamente; che era un uomo ridicolo,
lui, e un uomo offeso, mortalmente offeso; tutto ciò non lo preoccupava più.
Come un invasato, non pensava più che al suo disegno feroce; e aveva una sola
preoccupazione attuarlo. Non l'offesa, ma l'attesa, gli dava la febbre. Era un
ipnotizzato; lo avevano addormentato, e gli avevano detto: «Tu farai questo».
Ed ora, sveglio, lo faceva.
I coniugi Bianchi, erano gente
per bene. Come vivessero, i vicini, la portinaia, il padrone di casa, tutti
potevano constatarlo. Sull'uscio della loro abitazione c'erano appiccicati due
cartellini: «F. Bianchi, perito giudiziale», sull'uno; «Z. Bianchi, sarta»,
sull'altro.
Il signor Faustino stava fuori
quasi tutto il giorno: la sua professione lo traeva pei corridoi dei Tribunali
e delle Preture, o dove c'erano degli inventari e delle aste di mobili e di
merci di gente fallita. Il vecchio Sinigallia, l'antiquario del primo piano, lo
trovava quasi sempre come perito o come banditore quando si recava a dar la
caccia a della roba vecchia messa all'incanto.
E lo raccontava in portineria:
— Quel signor Faustino sa il suo
mestiere. Non c'è pericolo che mi lasci portar via una moneta o una statuetta
per un quattrino al di sotto del suo valore. Fossero tutti come lui, e se non
avessi qualche inglese e qualche americano da infinocchiare un pochino, ogni
tanto, sarei già fallito anch'io.
Se s'incontravano, poi, su per
le scale, o in portineria, erano lunghe discussioni sulle vendite e sugli
acquisti fatti nella giornata. Il signor Faustino aveva cura, anche, di
avvertirne il suo buon vicino, quando c'era in vendita, qua o là, qualche
oggetto gustoso:
— Ma, intendiamoci, per quello
che vale! Niente favoritismi, signor Sinigallia! — Ed era una risatina e una stretta
di mano. L'onestà in persona quel signor Faustino!
La signora Zaira invece, era
sempre in casa. Faceva la sarta. Per dir meglio, aveva fatto la sarta in
gioventù. Ora conservava soltanto qualche vecchia cliente, e, piuttosto, si
faceva intermediaria, poichè godeva di una gran fama e di una gran fiducia, tra
le clienti vecchie e nuove, e le giovani sartine che si raccomandavano a lei
per averne lavoro. Così, era un andirivieni di ragazze, tutto il giorno, in
casa sua. Poi, adesso, s'era acquistato un altro merito: guariva la sciatica
meglio della famosa donna di Cassano, e come certamente non sapevano fare i
medici malgrado la loro prosopopea. Anche la portinaia aveva sperimentata
questa virtù della Bianchi:
— Oh! signora Zaira, è il suo
decotto che mi à guarita, e non tutti gli empiastri che mi avevano dati
all'ospedale.
— Eh! eh! — rispondeva la
vecchia — i medici sanno dire dei paroloni che riempiono la bocca; per esempio,
la chiamano eschialgia: ma guarirla, poveretti, non sanno neanche da che parte
si cominci.
Così, anche per questa ragione,
era ogni giorno e tutto il giorno un va e vieni di gente dalla Bianchi. Gente
d'ogni età e d'ogni condizione, perchè di fronte al male siamo tutti eguali
come il Signore Iddio ci à creati. E che buona donna, quella signora Zaira: dai
ricchi accettava qualche piccolo compenso, ma dai poveri nulla. Ed erano
benedizioni che le piovevano sul capo, e che echeggiavano e si ripetevano nella
monotona intonazione delle litanie, giù per le scale e in portineria. Ogni
povero che vi passava, guarito.... o quasi, versava le ultime lagrime di
consolazione sul seno della portinaia:
— A chi lo dite?! una santa
donna, ecco. Non ci fosse il paradiso, bisognerebbe inventarlo per mettercela
lei!
E non solo guariva la sciatica,
ma anche degli altri piccoli malanni. Era una medichessa, insomma, che non si
dava importanza, che lavorava più per pratica che per studi fatti. Ma valeva
più lei che tutti i medici del quartiere. Certi giovanotti che le venivan per
casa, per esempio? C'era da immaginarselo, perchè ci venivano.
— E su questo, a dir la verità,
era meglio chiudere un occhio, — osservava la portinaia: — ma, dopo tutto,
quando il bene è fatto a fin di bene, nessuno à diritto di metterci il naso.
Poi, la signora Zaira aveva
un'altra virtù. E non ne faceva mistero, perchè non era una megera delle
solite, non era una di quelle imbroglione che speculano sulla credulità dei
gonzi: faceva il gioco delle carte. Ma, ohe! niente filtri, niente ciocche di
capelli, niente teste da morto. E non dava numeri del lotto, e non vendeva gli
elixir di lunga vita, o per innamorare i giovanotti, o per trovare marito.
Niente, niente! Il gioco delle carte, semplice e puro, alla luce del sole, con
un mazzo qualunque, e senza misteri, e senza assumere delle pose da spiritata.
— La vita è tutta un destino, va
bene o no? — aveva spiegato alla portinaia. — Se voi morite adesso, è perchè
era destino di morire. Anche se cadete per le scale, anche se vi casca una
tegola sul capo. Era destinato così. Dunque, questo destino che noi non
sappiamo cosa sia, che è nell'aria insomma, ma che è una cosa certa e sicura,
non può darsi che sia scritto in qualche sito? Il giorno che nascete, si scrive
il vostro destino. Dove? Nelle carte. Ma bisogna saperlo leggere. Ed io ci ò
fatta la pratica. Ma niente soperchierie — continuava. — Viene la tale signora,
e mi dice, per esempio: «Fate che colui che amo si innamori di me?» Allora, io
le rispondo: «Nossignora. Questo andate a chiederlo alle imbroglione, che vi
daranno i filtri e le diavolerie. Ma non serviranno a niente. Io vi dirò invece
se quello che amate vi ricambierà un giorno o l'altro. Questo sì, perchè è già
destinato, e si può leggerlo nelle carte. E secondo la risposta che esse
daranno, voi potrete regolarvi: e ne avrete contentezza o dolore, speranza o
disinganni. Se le carte risponderanno di sì, non avrete che ad aspettare con
santa pazienza: se risponderanno di no, vi metterete il cuore in pace.... e
penserete ad un altro». Dico bene?... E non è mica da credere — aggiungeva per
scrupolo d'onestà — che ce l'indovini sempre neppur io. Alle volte si
presentano certe combinazioni di carte che a leggervi giusto ci vorrebbe
Domeneddio. Ma non imbroglio mica la gente, io. Quando ci leggo sicuro, dico:
«È sicuro!» Quando sono incerta, dico: «Badate, mi pare così, ma il vostro caso
è indeciso: la risposta ve la dò come la trovo, ma non garantisco». E così,
quelli che vengono da me, se vogliono darmi qualcosa in compenso del mio
disturbo, sanno che i loro denari li spendono bene.
Se ce ne veniva della gente,
anche per il gioco delle carte! E che gente! Signore, signorone con tanto di
pelliccia, perchè il mal d'amore è comune ai poveri ed ai ricchi.
Infatti, non era difficile veder
ferme dinanzi al numero 53 di via Speronari delle carrozze cogli stemmi. La
signora Zaira poteva vantarsi di avere delle contesse e delle marchese fra le
sue clienti. Ci andavano impunemente, confidandoselo e consigliandoselo tra amiche.
Non sapevano, poverette, quale altro mestiere faceva la Bianchi, e che rischio
corressero recandosi da lei.
Senonchè, di quell'altro
mestiere non ne sapeva nulla nessuno.
Tutt'al più, forse, ne aveva
indovinato qualcosa la portinaia. Ma la portinaia si prendeva fior di mancie:
non le conveniva di indagare troppo e, tanto meno, di rivelare i suoi dubbi
agli altri pigionanti ed al padrone di casa. Poi, la signora Zaira non le aveva
guarita la sciatica? La ricompenserebbe bene davvero, sparlando di lei!
Così, nella casa quieta ed
ammodo, la Bianchi
esercitava le sue molteplici industrie; ed era tenuta in considerazione dai
vicini — gente borghese di vita e d'intelletto — a causa del bene che faceva e,
anche più, di quella carrozze stemmate che si fermavano alla porta. Perchè alla
Bianchi occorreva, appunto, di abitare in una casa dall'aspetto decoroso e
pulito, se non ricco, per ricevervi i clienti che le erano inviati dai Césars
dei grandi hôtels, quelli che, in fondo in fondo, erano la vera e lauta fonte di
lucro. Tutto il resto, la sartoria, i medicamenti, e anche il gioco delle
carte, erano lustre, che le servivano perfettamente a giustificare
l'andirivieni di tante persone d'ogni età, d'ogni ceto e d'ogni sesso.
E ci teneva alla sua
reputazione. Aveva l'aristocrazia, del proprio mestiere, come disse Dumenville.
In fatto di donne, non sdegnava di trattare la ballerina d'ultima fila, o la
fanciulla al principio di carriera, caduta da poco, e per la quale non c'era
bisogno del mistero. «Perchè è la varietà che occorre in tutti i commerci,
soleva dire, e i gusti variano quante sono le persone. Fior di signoroni,
talvolta, preferiscono una birichina di sedici anni colle vesti a brandelli ad
una donna maritata». E poi, non di rado, anche una di quelle della cartella n.
1, presentata bene, come sapeva far lei, poteva fruttar molti quattrini, se
capitava un cliente mandato da César che avesse nessuna pratica della città e
molti luigi in scarsella.
In questi casi, era un maggior
guadagno per lei e anche per la poveretta che si trovava ancora in principio di
carriera: un vero benefizio. E quante ne aveva rimpannucciate la Bianchi! Quante, per
merito suo, erano salite di grado, poco a poco, passando dalla cartella n. 1
alla cartella n. 2, e, qualche voltar persino alla cartella n. 3!
Naturalmente però, dove metteva
il maggior entusiasmo e adoperava tutta la sua arte sopraffina, era nel
trattare il genere più elevato e i casi più difficili. Essa non si limitava
all'offerta. Riceveva anche le domande. La sua bravura, il suo tatto erano
tanto noti in città! Era riuscita, lei, laddove altre colleghe avevano tentato
invano; laddove, agendo direttamente, certi spasimanti incapricciati non
sarebbero riusciti mai. «Già — era il suo assioma — a 'sto mondo è tutta
quistione di denaro. Venisse Rothschild domani da me, e mi dicesse: «Credito
aperto, ma voglio la tale», e fosse pur posta in alto, la tale, fosse pure la
regina del Paraguay.... o che sì o che no.... non so se mi spiego». E non aveva
torto di vantarsi, la
Bianchi. La fama di certi suoi successi aveva attraversate
tutte le trincee del riserbo o della delicatezza.
In casa sua, tuttavia, poteva
andarci chiunque, chè cose brutte non se ne facevano mica. «In casa mia, —
diceva, — venite, andate, trattate i vostri affari: sta bene; sono qui per
questo, e se posso rendervi un servizio mi faccio in quattro. Ma....
c'intendiamo, ragazze! questa è un'agenzia di collocamento, se volete chiamarla
così: ma una locanda no, cavatevelo dalla testa». E aveva una succursale, in
via Orti, della quale consegnava le chiavi, quando occorreva. Allora, bene
inteso, tanto di mediazione e tanto d'affitto. «Perchè l'indoratore (il padrone
di colà) a Pasqua e a San Michele pretende la sua pigione».
Jamès Burton, scese di carrozza,
e chiese alla portinaia:
— La signora Bianchi?
— Secondo piano: la porta a
destra.
Salì, trepidante.
La gran prova, la prova decisiva
stava per compiersi. La biondina era dunque, era proprio sua moglie?
Ne dubitava? Sì, adesso sì. Un
barlume di speranza lo sorreggeva e lo agitava insieme, ora che mancavano pochi
minuti ad acquistare la certezza piena, completa. Dal momento che s'era
separato da Dumenville, non aveva agito più che guidato da un'idea fissa, da
una convinzione assoluta, e da un desiderio acuto di vendicarsi, così, come
aveva immaginato in un attimo, ferocemente. La sua mente non s'era arrestata a
pensare, a indagare, a vagliare. Ma adesso ripensava a tutto quanto era
accaduto. Era vero? Era possibile? Era possibile, in nome d'Iddio, quello che
aveva udito? Che sua moglie fosse scesa così basso? Ma perchè? Ma perchè? Ma
per quali strane ragioni? Ma per quali incomprensibili avvenimenti della sua
vita, Adelina era diventata una cortigiana volgare, una di quelle, che si
comperano a prezzo fisso, una di quelle che si posseggono il giorno stesso che
se ne fa la conoscenza? Ma non era assurdo, tutto ciò? Ma non c'era uno sbaglio
di mezzo, provocato forse da una rassomiglianza strana, bizzarra, per quanto
assoluta?
A tutto questo non aveva pensato
mai, da ieri. Ci pensava adesso. E una speranza, un ultimo tenue filo di
speranza lo guidava.
Saliva i gradini di furia:
voleva accertarsene; e s'indugiava sui pianerottoli: temeva di perdere, lassù,
l'ultima illusione. Correva, e poi si fermava. Doveva affrettarsi a conquistare
la felicità, a raggiungere la fine di un brutto, di un orribile sogno? O doveva
indugiarsi, per ritardare, fosse pur d'un minuto, l'esecuzione di una sentenza
di morte?
E ritornava colla mente al
passato. Un passato così calmo, così lucido, così sereno. Quattr'anni di
felicità, non attraversati mai da una nube, da un dubbio, da un avvenimento, da
una parola che lo avessero scosso nella sua illimitata fiducia. Quattro anni,
nei quali Adelina, pareva avesse lavorato, minuto per minuto, ad un unico
intento: conquistarsi la riconoscenza di suo marito, centuplicarne l'affetto.
E come il suo affetto si era
ingigantito, dì per dì; come era nata, ora per ora, nel suo cuore, la
riconoscenza per questa donna buona ch'era il sorriso dolce della sua
esistenza, ch'era il raggio di sole caldo nella sua casa!
E questa donna che aveva un
bacio e un augurio, ogni mattino, per lui, quando si alzava per recarsi al
lavoro; che lo attendeva sulla soglia, al suo ritorno, e lo accoglieva con una
carezza e con un bacio; questa donna tutta cure, tutta affetto, tutta
tenerezza.... tutta onestà, era dunque una creatura abbietta che la mezzana
vendeva ai principi e ai duchi di passaggio? Ma era possibile, questo?
E da quando?
Che mutamento era avvenuto, nella
sua casa, dal dì delle nozze? Nessuno. Che avvenimento, nella loro vita, aveva
potuta trascinarla fin là? Nessuno. Lo faceva per interesse? Ma allora l'aveva
cominciato subito, quel mestiere? Subito, appena sposata?... Perchè i bisogni
non s'erano accresciuti col volgere degli anni, e le rendita erano state le
stesse, sempre. Non era dunque assurdo, tutto ciò?
E non era stata una colpa, in
lui, un delitto, di credere, ciecamente così, a quel fanfarone di Dumenville?
Non avrebbe dovuto pigliarlo alla gola, e gridargli: — Bada, mascalzone, tu
parli di mia moglie, della più onesta delle creature! — O, almeno, passato il
primo impeto di furore, vinto il primo dubbio e il primo scoramento, non
avrebbe dovuto correre da Adelina, e dirle, francamente, quanto era avvenuto: e
chiederle perdono d'aver dubitato un momento, e domandarle la smentita e la
consolazione suprema nel più affettuoso dei suoi abbracci, nel più caldo de'
suoi baci?
Ma come aveva dubitato? Come
dubitava ancora? Tutta la vita di sua moglie non era stata un crescendo
d'attaccamento per lui? Un crescendo, sì. Da un anno l'esistenza di lei era
divenuta ancor più calma, ancor più metodica, ancor più regolata. Quante volte,
la sera, non usciva di casa, da un anno, e rimaneva a tenergli compagnia. S'era
comperato un pianoforte, trovando modo di pagarne il prezzo a piccole rate,
come aveva fatto per la macchina a cucire: e passava le ore a suonare, per
divertirlo, per distrarlo. E, ogni giorno, quasi ogni giorno, da un anno, non
veniva a vederlo in istudio, e non ci rimaneva delle ore, con un libro in mano,
o col ricamo, o senza far nulla, a guardarlo lavorare, sorridendogli? Egli
conosceva dunque la vita di sua moglie, ora per ora.... Possibile che la Bianchi fosse incaricata
di procurarle.... dei guadagni?... Ma no! ma no! ma non era possibile questo!
Era assurdo!
Giacomo s'era fermato, a mezza
scala, reggendosi a stento, colle mani abbrancate alla ringhiera.
Che azione da galera stava per
commettere adesso? Ma se Adelina, innocente, pura, onesta, l'avesse saputo
quello che stava per fare, non avrebbe avuto il diritto di sputargli in faccia,
di abbandonarlo per sempre, come il più abbietto degli esseri? Oppure non ne
sarebbe morta di dolore?... Perchè non tornava indietro? Perchè non risaliva in
vettura, non si faceva riportare all'albergo, non recitava la commedia
dell'arrivo come aveva recitata ieri quella della partenza, nascondendo a tutti
il lurido disegno che aveva concepito, e nell'attuazione del quale, per
fortuna, era ancora in tempo a ritrarsi? Perchè?
E ieri? Iersera; quando era
rincasato, col suo piccolo dono per lei? Non l'aveva trovata, non le era parso
di trovarla così calma, così serena come avrebbe dovuto essere se tutto quanto
aveva udito da Dumenville fosse stato il frutto di un errore o di una menzogna?
È vero: c'era stato un momento in cui, istintivamente, per trarla d'impaccio,
un impaccio che non gli era sfuggito, aveva dovuto dirle — Dumenville non ti à
veduta. — E in quel contegno, egli aveva creduto di trovare la conferma della rivelazione
orribile e strana. Sì, è vero. Ma, via, ricapitolando i fatti, cercando di
esaminare con un po' di calma, e senza preconcetto sopratutto, le circostanze,
non si spiegava, forse, anche quel po' di agitazione, anche quel po'
d'imbarazzo? La sorpresa causata dal dono, una cosa tanto inusitata da parte
sua; l'annuncio della improvvisa partenza; più ancora, l'annuncio della
ricchezza conquistata, non erano tali fatti, tali avvenimenti da giustificare
ben altra e più profonda emozione? Ebbene, sì: l'ambizione non era forse
l'unico difettuccio che aveva sempre riconosciuto in Adelina? Era dunque una
cosa strana di vederla ridere, saltarellare, entusiasmarsi dinanzi a un abito
nuovo? Non era una bambina, tutta sentimento, capace di commuoversi sino alle lagrime
nei preparativi per una festicciuola qualunque, o al ricevere l'invito per un
concerto o l'offerta di un palco a teatro? E lui, che non aveva mai saputo
toccare quel lato debole del sentimento, che non le aveva mai regalato uno
spillo, che era sempre stato il marito, soltanto il marito, per quanto onesto e
buono e affettuoso, lui, ieri, nientemeno, le recava in dono una veste da 300
lire, e l'annunzio della ricchezza! Ah! per Iddio! c'era di che sconvolgere
quella mente e quel cuore da bambina! Poveretta! E gli aveva buttate le braccia
al collo, e aveva cercati i suoi baci, le sue carezze. «Pensa starai assente
otto giorni!» E poi, sulla scala: «Me la lego a un dito, sai? — dovrai pregarmi
in ginocchio!» Oh! se l'avrebbe pregata in ginocchio!
Com'era dolce il pensare a tutto
ciò. Come sarebbe dolce il convincersene.... E perchè non ci aveva pensato
prima? E perchè non se ne convinceva adesso? Che strano e crudele dubbio lo
rodeva ancora, lo teneva inchiodato lì, non gli permetteva di rifare a precipizio
le scale, di fuggire da quella casa maledetta?
Non erano giuste, ragionevoli,
sensate, tutte le supposizioni fatte adesso, in un minuto? Non gli venivano a
risultare chiaramente come assurde, tutte quelle fatte prima? Ebbene? Perchè
non se ne convinceva? Perchè non prendeva una risoluzione decisiva, buona, la
giusta forse? Perchè non fuggiva?
Udì un rumor di passi, in alto
sulle scale. Qualcuno scendeva. Non bisognava lasciarsi vedere così, fermo sul
pianerottolo. Bisognava risolversi. E stava per seguire l'impulso del cuore,
fatto gonfio di tenerezza e d'angoscia durante quei brevi minuti di sosta,
quando una voce, come un'eco lontana, gli tintinnò nelle orecchie: «La mia
biondina!» Il grido giulivo di Dumenville, ieri, là nello studio, la sua
esclamazione di sorpresa, così sincera, così spontanea, irrefrenata!
Allora, in due passi, fu alla
porta su cui era scritto «Bianchi». Si abbrancò colle due mani al cordone del
campanello, e diede uno strappo. Mentre aspettava che aprissero, gli passò
dinanzi la persona che aveva udito scendere dall'alto: un prete. Quella figura
nera, in quel momento, gli fece un effetto strano. E gli ricordò che era quegli
il ministro di un culto non suo, il culto di sua moglie, che essa professava
con tanto ardore, con tanta pietà.
Era questa l'unica piccineria di
sentimenti che aveva dovuto perdonarle: gli scrupoli che, ogni tanto, la
coglievano, di aver sposato un protestante; e per trovar la forza di vincerli
essa non mancava mai alla messa la domenica, nè alla confessione e alla comunione
una volta al mese. Sarebbe dunque possibile che una donna così pia, così....
Avrebbe ricominciato a fantasticare, e a torturarsi nel dubbio, se l'uscio non
si fosse aperto.
— Madama Bianchi? — chiese ad
una ragazzona fiorente, un tipo volgare di contadinotta abbigliata a festa, che
gli si presentò dinanzi.
La figliolona non rispose, ma lo
invitò col gesto ad entrare.
Attraversarono un'anticamera non
grande e poco illuminata da una finestra che guardava sul pianerottolo, ed
entrarono in salotto. Qui la ragazza gli accennò di aspettare, e se ne andò.
Giacomo, spossato, sedette e si guardò d'attorno.
La stanza, arredata senza gusto,
con dei mobili dozzinali, aveva tutte le caratteristiche dell'alloggio borghese
di una buona famiglia che à tremila lire all'anno da spendere e della quale non
fanno parte nè una fanciulla moderna nè una giovane sposa. Tutto era sciatto e
scipito là dentro: i mobili, i ninnoli, il modo come questi e quelli erano
disposti. Pure, nella stanza spirava un profumo di calma e d'onestà.
Lo si sarebbe detto l'alloggio
di un impiegatuccio governativo, di un usciere di tribunale.
Alle pareti erano appese due
oleografie, date in dono agli abbonati del «Secolo», e, l'uno di contro
all'altro, i ritratti in litografia di Vittorio Emanuele e di Garibaldi.
Burton cercò invano i sintomi
della corruzione; inutilmente cercò di scoprirle i ferri del mestiere. Non una
sola fotografia di donna.
Una scarabattola a vetri,
appoggiata alla parete, tra le due finestre, era piena di conchiglie, di piccole
scatoline in cartapesta di quelle in cui si offrono dalla povera gente e dalla
bassa borghesia i confetti di sposa; c'era anche una piccola gondola nera di
stagno, e un duomo di Milano in legno a traforo: c'era persino una bambola.
Infine, nulla che non fosse volgare, ma nulla che non fosse ammodo.
La signora Zaira non lo fece
attendere molto. Si presentò, salutandolo con un inchino e con un «monsieur»
pronunciato male, ma pieno di grazia. A furia di trattare con dei forastieri,
essa riusciva adesso a farsi capire un poco in tutte le lingue, e specialmente
in francese. E l'occhio molto avvezzo, a conoscere la gente, le rivelava
subito, prima ancora che un nuovo visitatore parlasse, la sua nazionalità e lo
scopo della sua visita. Vedendo Burton, s'era subito detta: «Questo è un
inglese e viene pour le bon motif», una di quelle otto o dieci frasi
caratteristiche che aveva imparate e che, pronunciate più o meno a proposito,
le davano l'aria di una profonda conoscitrice della lingua, alla quale mancasse
soltanto l'esercizio per parlarla correntemente.
La Bianchi, all'aspetto, si
rivelava subito per la borghese abitatrice di quella casa borghese. Ai
visitatori più ingenui poteva anche sembrare l'onesta padrona di quella casa
onesta. Era una donnetta sui cinquant'anni, brutta ma non di un brutto
antipatico, vestita modestamente e pulitamente di nero. Aveva i capelli
brizzolati, divisi sulla fronte, alla vergine. Dal polso, su su fino quasi al
gomito portava delle specie di manopole di maglia color avana,; quelle manopole,
e un ampio grembiale di percalle azzurro cupo che le ricopriva quasi tutta la
veste, le davano un aspetto di massaia insieme e di donna di lavoro, che la
rendeva simpatica.
Giacomo, che aveva fretta, volle
evitarle il perditempo dei preamboli, non solo, ma l'imbarazzo del parlar
francese. E le porse il biglietto di César, rivolgendole la parola in italiano.
— Ò questo biglietto per lei.
Trovò la forza di fingere bene,
affettando un accento marcatissimo forastiero, come già aveva fatto col
cameriere della locanda. Allora ci era riuscito senza sforzo, nella gran calma
che gli aveva imposto l'acutissimo desiderio di riuscir nel suo intento. Ora,
malgrado l'agitazione e l'orgasmo, trovava questa forza di fingere nella paura
che lo aveva invaso di commettere una azione orribile, nel dubbio che lo
tormentava di aver agito e di agire troppo leggermente. Ancora sotto
l'impressione dei pensieri che gli avevano turbinato nel cervello poc'anzi, si
vergognava quasi di quello che stava per fare; e, come tentava di mutar voce ed
accento, avrebbe voluto potersi truccare anche il viso, rendersi
irriconoscibile persino a sè stesso, nello specchio che gli stava dinanzi, sul
caminetto, e nel quale non osava di guardarsi per timore d'arrossire delle
proprie azioni. Dio! Se in quelle famose cartelle che gli stavano per venirgli
dinanzi agli occhi non ci avesse travato il ritratto di Adelina — (perchè era
ben deciso a veder tutto, fosse pure ricorrendo alla violenza!) — o, meglio, se
avesse trovata una fotografia che, con una rassomiglianza strana, gli desse la
prova dell'innocenza di lei; Dio! che orrore, che orrore lo avrebbe preso di sè
stesso, di quello che ora stava per compiere! Oh! come sentiva che non avrebbe
avuto la forza e il coraggio di fingere con sua moglie, di nasconderle quanto
aveva fatto, ciò di cui aveva dubitato, e l'inchiesta che aveva compiuta, e il
piano mostruoso che aveva architettato. — Oh! come sentiva che sarebbe corso da
lei, e si sarebbe buttato ai suoi piedi, lagrimando, strappandosi i capelli, implorando
perdono, cercando di giustificarsi, non invocando il timore della dignità
offesa, o il sentimento d'orrore che lo aveva invaso, ma soltanto l'amore
immenso, smisurato, insensato, che nutriva per lei, così intenso, così pazzo da
annebbiargli la vista, da fargli perdere il retto criterio, la giusta visione
delle cose! Oh! come avrebbe pianto e implorato!... E tutta una vita di
devozione, di adorazione, di rispetto, non avrebbe bastato a cancellar
quell'affronto, a farlo dimenticare a lei, buona e santa Adelina, a
rigenerarlo, e a risollevarlo agli occhi di lei e di sè stesso! Sarebbe vissuto
invocando un perdono che sentiva non avrebbe meritato. Ma essa, cara e dolce
creatura, glie lo avrebbe concesso, il perdono; e questa grazia suprema lo
renderebbe il suo schiavo devoto, riconoscente, felice, fino alla morte.
La Bianchi, letto il
bigliettino, era uscita e rientrava adesso recando una cassetta di cartone come
ne usano negli uffici per conservarvi le carte. La posò sul tavolo sorridendo,
e l'aprì.
Ma Giacomo aveva furia. E,
dominandosi, con tono forzatamente calmo e fintamente annoiato, disse:
— Signora, i suoi usi mi sono
noti: un amico mio che ebbe il piacere di conoscerla, mi à avvertito, pochi
giorni or sono, a Parigi dove mi trovavo, che ella à diverse categorie.... La
prego quindi....
— Ò già capito, — interruppe
lei, con un altro sorriso pieno di malizia. — Ma si accomodi....
E tenendo una delle sue mani
larghe, dalle dita ossute, sul coperchio della scátola, come a custodire un
tesoro, gli fissò in volto gli occhietti scrutatori.
— Ma lei parla bene l'italiano.
Viene spesso in Italia?
— Una volta all'anno, per
divertimento.
— Ah!
Burton temette di aver
compromesso l'esito dell'inchiesta. La Bianchi lo fissava sempre: pareva dubitasse. Allora
capì che abbisognava un ultimo sforzo di volontà. Poichè era arrivato fin là,
poichè non era più in tempo a ritrarsi, tanto valeva andar fino in fondo, e
conquistare questa certezza assoluta che lo renderebbe felice.
Felice? Sì, ogni minuto che passava,
mano mano si svolgeva questa scena bizzarra e così nuova per lui, egli si
persuadeva dell'assurdità dei suoi dubbi e delle sue paure. Tutto quanto aveva
udito ieri da Dumenville, gli pareva un sogno. Non era possibile. Non era vero!
No, non era vero! — Avanti, avanti! coraggio! — L'agitazione da cui si sentiva
invaso, non era paura, più, non era dubbio: era soltanto la smania di toccare
con mano, quanto più presto possibile, ciò che egli vedeva già come certo.
Bisognava assicurare la Bianchi.
— Sa.... l'italiano l'ò imparato
un pochino perchè, vari anni or sono, ò dimorato qui per alcuni mesi.
— A Milano?
— No.... a Roma e a Napoli....
Fu il mio viaggio di nozze.
Ecco un'idea che gli era venuta,
chiacchierando, e che gli era sembrata buona.
— Ah! il signore à moglie?
—Sì.... in Inghilterra.... Sono
ammogliato da tre anni....
La Bianchi ebbe un altro
sorrisetto malizioso:
— E adesso si viaggia soli.... e
si tenta magari uno strappo alla fedeltà coniugale....
Giacomo buttò fuori una gran
boccata di fumo; e, con sussiego:
— Lontano di casa!
Poi, subito, per ribattere il
chiodo:
— Anzi, tante volte sono stato
in Italia, e non mi ero mai fermato neppure un giorno a Milano. Mi avevano
detto che non è una delle città più belle d'Italia. Ma questa volta ò voluto proprio
fermarmici.
E, con aria disinvolta,
accavallando una gamba sull'altra, e seguitando a fumare:
— Dunque, cara signora, l'amico
mio mi à detto un mondo di bene di lei.... e di una certa biondina che ella
conosce....
— Ah! la Biondina!... Ma aspetti: l'amico
suo è un uomo d'età.... cinquant'anni circa.... alto, brizzolato?...
— No.
— Allora.... un giovinotto
biondo, tarchiato, inglese?
— Neppure.
La Bianchi appoggiò l'indice
della destra sulla fronte, e rimase un momento in silenzio, come facesse uno sforza
di memoria.
— Forse.... — riprese; e
s'interruppe: — Ma già, come ricordarli tutti? Ne vengono tanti, e dacchè ò la Biondina la gran
maggioranza non sceglie che lei. È tanto carina! — conchiuse la vecchia, come
il fabbricante che vanta l'articolo di sua invenzione e del quale à la
privativa.
«Molti dunque!» pensò Giacomo.
E, senza scomporsi, disse:
— Vediamola, la famosa biondina.
La Bianchi, intanto, aveva
aperta la cassetta, e ne aveva cavato un plico voluminoso di ritratti.
Stava per sciogliere la fettuccia
azzurra che lo teneva legato, ma Burton intervenne:
— No, — disse, curvandosi sulla
cassetta per guardarvi nel fondo, e allungando una mano per trattenere quelle
della Bianchi. — No, glie l'ò già detto: sono venuto qui guidato da un'idea
fissa: quella di ammirare l'immagine della biondina. Lei mi faccia vedere il
ritratto, soltanto, perchè possa accertarmi che risponde all'ideale che me ne
sono fatto.
— Ma no, ma, no, — lo interruppe
la vecchia, che rassicurata entrava in confidenza. — Io voglio che veda
qualcos'altro. La Biondina,
sta bene ma ò dell'altra roba prelibata: chissà che a gusto suo, non possa
trovare anche di meglio. E ad ogni modo — aggiunse ridendo — si farà un'idea
della qualità e della quantità, e potrà parlar bene di me con gli amici, e
indirizzarmeli all'occasione.
Giacomo non insistette di più.
Sudava freddo, ma la sua forte e rude natura lo aiutava. Sentiva che saprebbe
resistere ancora.
— Come vuole, — disse, — ma mi
mostri almeno addirittura la categoria hors ligne: mi risparmi l'esposizione
della roba minuta.
E assumendo di nuovo una posa
annoiata, aggiunse:
— Capirà che quando si dà uno
strappo alla fedeltà coniugale, bisogna che valga la pena di darlo, quello
strappo!
— Oh! a questo penso io, — disse
la Bianchi.
— So con chi tratto.
Giacomo ebbe un sussulto udendo
queste parole.
Il senso letterale soltanto, lì
per lì, lo aveva colpito. Ma si rinfiancò subito e disse a sè stesso, ancora
una volta: «Coraggio, siamo alla fine!»
La vecchia, allora, mise da
parte il primo plico, e levò dalla cassetta il secondo, un po' meno voluminoso
dell'altro. Sciolse il nastro, e dispose sulla tavola, in bell'ordine, le
fotografie che vi erano contenute, illustrandole.
L'arte della danza e la mimica,
quasi esclusivamente, erano rappresentate in quella mostra bizzarra. Molte
nudità, molti costumi chiassosi: tutte le Ninfe, le Najadi e le Nereidi sorte
dalle onde di cartapesta del palcoscenico: tutte le Fate e le Arpìe sbucate dai
trabocchetti: tutte le Plejadi brillanti sui cieli di garza: tutte lue Jadi
folleggianti tra i boschetti che ànno odor di vernice: e le Baccanti alla nuova
conquista delle Indie: e le Danaidi assassine; e le Sirene canore; e le Pretidi
superbe; e le Esperidi prodighe dei loro pomi dorati; e le Vestali, e le
Driadi, e le Grazie. Poi le «Luci» dell'«Excelsior», e le «Bianche di Nevers»,
le i «Re di Tule». Tutta una fantasmagoria di visi, di tipi e di figure, aventi
una caratteristica sola: la sfrontata provocante esibizione di sè stesse. Erano
curve opulente di anche e di coscie; prepotenze di seni gonfi ed eretti;
luccicori di gemme, di diademi e di perle; e ahi! forse, quanti misteri di
bambagia, di puntelli, di rossetti e di tinture!
La Bianchi aveva per ognuna
una frase illustrativa, una parola di lode. Questa rappresentava la giovinezza,
quella la grazia, quast'altra la forza; un'altra ancora la raffinatezza del
godimento procurato; e questa la sapienza della donna vissuta, preferibile
forse all'inesperienza nella giovinetta a' primi passi; e quella lo spensierato
abbandono di un'allegria, non mai sazia, «raccomandabile per cene e veglioni»;
questa, la timida e pudibonda ritrosìa di una quasi verginità, «non osate e non
chiedete troppo a Lucilla»; qualcuna, era chiamata, soltanto, una «buona
figliola»: ma che poema di garanzie e di promesse in quella semplice frase: «è
una buona figliola!»
Giacomo osservava, e ascoltava,
un poco stupito suo malgrado. Tutto ciò era così nuovo per lui.
— Guardi questa bionda, signor
marchese, — diceva la vecchia, — ne à fatte girare delle teste! Agiva alla
Scala, l'inverno scorso. Non era che un paggio, nel ballo. Ma che paggio! Un
vecchio abbonato mi diceva: «Gambe come quelle, non ne ò vedute mai, in
quarant'anni d'abbonamento».
Ma Giacomo non si entusiasmava
punto.
— Ò capito: non è il suo genere
questo. A lei la molta roba non piace. Ò da dirgliela? L'approvo. Se fossi un
uomo non avrei i gusti che à la gran maggioranza degli uomini. Quando ànno
detto: «Che gambe!» ànno espresso il non plus ultra dell'ammirazione. Come se
le gambe fossero tutto!... Ebbene, ecco qui un generino di quelli che
piacerebbero a me, io che, sarei per giurarlo, piacerà anche a lei. To'!
ricorda un poco la Biondina.
Giacomo afferrò il ritratto,
istintivamente, e lo fissò a, lungo.
La Bianchi credette di
scorgere in quell'atto un segno d'ammirazione.
— Eh? Che bocconcino?
Mingherlina, sì.... è tanto giovane! diciassette anni. Ma tutta fuoco, tutta
nervi. Quella lì, tal quale la vede, e giovane com'è, e tutta poesia come pare,
ne insegna a me ed a lei. Chi ci va, ci ritorna.
Giacomo ebbe un impeto di
furore. Avrebbe voluto con un pugno buttar da banda la vecchia, e mettere le
mani di furia sul terzo plico, che vedeva in fondo alla cassetta. Ma trovò
ancora la forza di dominarsi. Non era l'inchiesta soltanto che voleva compiere,
ma la vendetta feroce. Avrebbe potuto affrettare quella, ma compromettendo, ma
rendendo forse impossibile questa. No, quel ritratto non c'era là dentro, non
ci poteva essere: era assurdo che ci fosse: ma pure.... se ci fosse? Avrebbe
lottato finora inutilmente?
Gettò via lo zigaro, e disse:
— No, no, no! queste storie non
m'interessano.
Ma la Bianchi continuava
imperturbata.
— Lei forse crede, marchese, che
queste ragazze, perchè sono mime o ballerine, non sieno roba prelibata. Crede
forse che si possano, incontrandole, fermare per via, invitarle a cena, andarci
in casa senza essere stati presentati prima. Ebbene s'inganna. Capirà, non è
che mi vanti: può far la prova se vuole. Questa qui, l'Antonietta Gariboldi,
balla al Dal Verme. Crede lei che se le scrivesse, al teatro, o l'aspettasse
all'uscita, dopo lo spettacolo, accetterebbe un invito? Nossignore. Perchè à un
amante, un avvocato, che è un carabiniere. E lei, naturalmente, non vuol
perderlo, perchè denari glie ne dà: ma si sa bene, i denari non bastano mai: io
glie ne procuro degli altri. E di me si fida, perchè sa che la presento
soltanto a chi non la comprometterebbe. E come l'Antonietta tutte le altre di
questa cartella. Vede? Ai miei clienti milanesi, crede lei che glieli mostri
questi ritratti? Fossi matta! Potrebbe nascere uno scandalo, una lite tra
amanti, un putiferio qualunque, e la mia fama sarebbe rovinata. Queste — e
batteva leggermente, quasi carezzevolmente colle dita, sui ritratti — queste
sono pei forastieri. Vuol sentirne un'altra? La Ginetta.... la Ginetta Cavasini....
dove s'è ficcata?... ah! eccola: guardi 'sta brunetta: una rosa appena
sbocciata: prima ballerina all'Eden. Sa quanti l'ànno avuta, a Milano? Neppur
uno. E tutti la credono vergine. Ma à una mamma come dovrebbero averle tutte
queste ragazze: una donna che à la testa sulle spalle, e che ripete sempre a
sua figlia: «Vedi? Sin che ti credono vergine, tutti ti stanno d'attorno, e ti
fanno la corte, e ti mandano fiori, e ti battono le mani e il tuo successo
aumenta ogni sera, e la carriera sarà presto fatta. Se domani ài un amante,
questo allontana tutti gli altri, e servitor suo. Denari ce ne vogliono,
d'accordo, per tirar avanti la barca. Ma non ci sono soltanto i milanesi a
questo mondo». Non le pare che abbia buon senso quella mamma? E così, come le
dicevo, chi per una ragione chi per l'altra, fatto sta che questa è roba
sopraffina, e non bastano i denari per assaggiarla.
Giacomo fremeva. E come la
vecchia non accennava a smettere, la interruppe:
— Insomma, vuol farmi andar via
senza concludere nulla? — E fece l'atto d'alzarsi.
— Là, là, non s'impazienti, —
disse la Bianchi.
— Non ne vuol proprio sapere? Vuol veder la Biondina, assolutamente?
Raccolse le ondine e le fate ed
i paggi, e li rinchiuse nella loro busta. Poi, con delicatezza, con
circospezione, sciolse il nastrino che chiudeva il terzo involto.
Giacomo si sollevò ritto sul
busto, e fissò gli occhi su di esso. Il cuore gli martellava; le mani e le gambe
avevano un tremito che non gli riusciva di vincere o di dissimulare.
Si decideva della sua vita,
adesso.
— Qui non che cinque ritratti.
Anzi quattro: perchè uno è inutile che glie lo mostri.
Il nodo del cordoncino era tanto
stretto che non riusciva a scioglierlo. E intanto chiacchierava; quei
particolari potevano interessare il visitatore.
— Vuol che l'aiuti? — disse
Giacomo, allungando una mano verso il plico.
— Grazie. Ecco fatto.
— Oh! vediamo dunque.
— Un momento!
E la vecchia prese le cinque
fotografie, volgendone il dorso verso Burton, perchè non le vedesse.
Poi ne scelse una e la ripose
nella scátola:
— Questa, come le dicevo, è
inutile che glie la mostri. Era prima donna al Carcano, or fa qualche mese, ma
adesso è andata a cantare a Roma. La conservo qui perchè à promesso di tornare.
— Senta, anche le altre — disse
Burton — è inutile che me le mostri. Mi dia la Biondina.
— Un momento, un momento. Guardi
questa, prima; una marchesa. Autentica, veh! Ah! ah! — aggiunse con un risolino
— potessero vederlo questo ritratto, i miei concittadini! Che sorpresa!... Una
disgraziata, sa? Il marito, un porco, ubbriacone, le à mangiato il fatto
suo.... Una storia dolorosa.
Burton aveva preso il ritratto,
senza guardarlo, e aspettava.
— Questa invece è la figlia di
un magistrato, diventato pazzo: vive colla madre, dà lezioni di cembalo. Sì, ci
vuol altro che il cembalo per sbarcare il lunario.
Va bene, e poi? — chiese
Giacomo, la cui curiosità ed impazienza giungeva oramai al parossismo.
— Quelle due lì non le piacciono?
Non mi dice niente?... Ecco la
Biondina.
Giacomo, rapidissimo, allungò la
mano, prese il ritratto, si sprofondò nella poltrona, sollevandolo all'altezza
degli occhi per farsene schermo alla faccia.
— Eh? Che cosa le pare?... —
chiese la vecchia.
— Carina! — disse Burton, con
voce ferma, indifferente.
Era Adelina. Nessun dubbio.
C'era persino, a togliere qualunque timore di una curiosa rassomiglianza, il
piccolo neo sulla guancia sinistra, vicino all'orecchio. Ed era, inoltre, la
stessa fotografia ch'egli aveva in istudio, più piccola però: ma lo stesso
abito, la stessa posa: una onesta fotografia.
— Carina! — aggiunse ancora,
senza tremiti di voce, senza emozione.
Avveniva in lui che la certezza
acquisita, per quanto disperatamente dolorosa, gli ridonasse quella calma dei
nervi e quella quiete dello spirito colle quali aveva agito dal giorno innanzi,
fisso nella idea della vendetta, e che aveva perdute da mezz'ora soltanto, dal
momento cioè in cui era giunto in via Speronari. In quell'istante, che aveva
segnato il vero principio dell'attuazione del suo feroce disegno, se n'era
spaventato, era stato lì lì per ritrarsene. E, per giustificare questa paura e
questa fuga, la sua mente — per la prima volta — avea preso a considerare con
più pacatezza quanto era avvenuto, quanto gli avevano raccontato, e quanto,
aveva creduto. Ed era nata la lotta; e, dalla lotta, l'agitazione e l'orgasmo.
Entrato là, cominciato il colloquio colla Bianchi, quell'orgasmo,
quell'agitazione erano diventati febbre divoratrice. Ora, a un tratto,
l'incertezza cessava. La
Biondina era l'Adelina. E l'animo di Giacomo ritornava nelle
condizioni di mezz'ora prima: quando, convinto della colpa di lei, era sceso a
quella porta di via Speronari, là dove veniva a tendere il laccio che doveva
procurargli la frenetica voluttà della vendetta.
Così, fissi gli occhi sul
ritratto, rimaneva in una contemplazione dolorosa ma calma, che durò a lungo, e
che la Bianchi,
credendola ammirazione ed esame minuzioso di buongustaio, non osò disturbare.
Contemplava la fotografia di sua
moglie; quella fotografia che si trovava presso quella donna, e con quello
scopo! Ebbene? Non lo sapeva di già? La cosa non gli era già nota da
ventiquattr'ore? Che impressione poteva ritrarre dalla constatazione materiale
di un fatto già conosciuto?
Ma ne aveva dubitato!
Che sciocco! Come mai ne aveva
dubitato, fosse pure per un minuto? Tutte le circostanze che avevano
accompagnata la rivelazione di Dumenville non gli avevano data la prova certa,
indiscutibile? E il contegno di sua moglie? L'agitazione di lei, da principio;
la sua sfrontata sicurezza, dopo, quando egli l'aveva rassicurata colle sue
bugie?
Che sciocco!
Oh! come aveva fatto bene di
salire! Come aveva fatto bene di non lasciarsi trasportare dalla rabbia e dall'impazienza!
Oh! come sarebbe calmo, adesso, per interrogare ancora la Bianchi, per tentar di
sapere qualcosa di più; come sarebbe guardingo e prudente per ottenere quanto
più presto, oggi stesso se era possibile, il convegno con sua moglie. Dio! che
gioia, di trovarsi faccia a faccia con lei, laggiù alla palazzina, per dirle: —
Cortigiana! — sputandole sul viso!
Esiste dunque questa curiosa
sorta di felicità nella vita! La felicità morbosa e crudele che, dopo il
tormento del dubbio, è data dalla certezza acquisita, sia pure di aver subito
il maggiore degli oltraggi, e dalla visione netta e sicura di una vendetta
pronta e feroce.
Mentre contemplava il ritratto,
adesso, pregustando la gioia del vendicarsi, un unico e solo sentimento egli
provava: quello della curiosità. Come mai sua moglie era precipitata così in
basso? Questa domanda se l'era già fatta, poc'anzi. Ma se l'era fatta per
potersi rispondere: No, non è precipitata così; non è possibile. Se l'era fatta
per giustificare i dubbi e le paure che lo avevano colto, ad un tratto, mentre
stava per bussare alla porta della Bianchi.
Ora invece la ripeteva a sè
stesso coll'acuto desiderio di sapere, di conoscere, gradino per gradino, tutta
la scala di colpe, di abbiezioni, di sozzure che Adelina aveva dovuto
discendere per arrivare sino alla mezzana.
E lo saprebbe!
Da lei lo saprebbe, domani, fra
poche ore forse. Avrebbe ben dovuto parlare! Avrebbe dovuto giustificarsi,
spiegargli, raccontargli, il come e il perchè. Oh! in quel momento, pigliata di
sorpresa, non avrebbe avuto tempo di architettare una difesa basata sulla
menzogna. In quell'istante di paura, di terrore anzi, trovandosi di faccia a
lui, a suo marito, sarebbe stata sincera. Perchè si è sinceri quando si à
paura.
E ci doveva essere, certo, nella
vita di lei, un avvenimento, o strano, o doloroso, o terribile, che l'aveva
trascinata in quel fango. Un avvenimento a lui sconosciuto, che lo riguardava
anche lui — forse — nel quale era stato attore senza accorgersene, del quale
era stato vittima — forse — senza avvedersene. Oppure questa degradazione era
la conseguenza ultima e inevitabile e fatale, di un passato che egli, sposando
Adelina, non aveva indagato e non si era curato o non gli sarebbe stato
possibile di conoscere, innamorato, allora, dalla grazia e dalla bellezza della
fanciulla bionda e procace?
C'era un'allusione e un
presentimento — forse — nelle parole del Galli, quando aveva cercato di
dissuaderlo da quelle nozze? E perchè, in tal caso, non aveva detto tutto il
buon vecchio, che pure gli dimostrava tanto affetto e tanta stima?
Il ritratto sorrideva. Adelina
sorrideva a suo marito, lì, nella casa di quella donna. C'era qualche cosa di
epicamente terribile in quel sorriso.
— Guardi anche questo, — disse la Bianchi per toglierlo a
quella contemplazione che diventava persino inquietante. E gli porse un altro
dei quattro ritratti che formavano l'incarto n. 3.
Burton lo prese, macchinalmente:
e come ne teneva già tre, aperti a ventaglio, quest'ultimo fu lì lì per
scivolargli di mano. Allora, nel movimento rapido delle dita e degli occhi per
trattenerlo, fu trascinato suo malgrado a guardarlo. Una nuova e curiosa
sorpresa gli era riserbata. Quell'ultima fotografia che la Bianchi gli aveva offerta,
era quella della Bianca Caradelli, l'intima amica di Adelina.
A Giacomo parve si aprisse uno
spiraglio di luce. La
Caradelli? Anche lei? Arrivava dunque a questo punto la loro
intimità? Oppure.... cominciava, era cominciata da lì? La Caradelli? Una santa
donna! Una creatura angelica! Quanto bene glie ne avevano detto tutti, anche il
Galli! Anche il Galli, che l'aveva conosciuta bambina, perchè la Bianca, l'Adelina e le sue
figliole erano state compagne di scuola. La Caradelli, che era
ricevuta in tante case ammodo, intima di famiglie note e di moralità irreprensibile?!
Gli pareva di sognare, ma insieme credeva di aver trovato, in questa
inaspettata rivelazione, il bandolo dell'intricata matassa. Che mistero stava
dunque per squarciare?... La
Caradelli? Oh! lei, lei senza dubbio, aveva trascinata
Adelina in quella abbiezione. Certo! La Bianca non era la santa donna che tutti
credevano. Era un'avventuriera volgare. Chissà chi era, di dove veniva, che
cosa aveva fatto. Aveva raccontato d'essersi sposata all'estero; di aver avuto
per marito un uomo indegno, dal quale aveva dovuto separarsi. Ed era tornata a
Milano ingannando tutti, sorprendendo la buona fede dei vecchi amici. Ed era
stata riaccolta nelle famiglie che l'avevano conosciuta fanciulla, onorata,
rispettata, compianta. Una cortigiana!... Lei, lei, aveva sedotta e corrotta
Adelina, lei, senza dubbio....
Burton pensò, per un momento, di
concludere due contratti colla Bianchi, invece d'uno solo. Pensò di avvicinare
anche la Caradelli.
Avrebbe chiesto ragione, laggiù, nella palazzina, anche a
lei, della sua vita.
Le avrebbe chiesto ragione della
sua azione scellerata, di aver trascinata in quel fango una creatura buona ed
onesta come Adelina. Infame! Infame!... Oh! non era — forse — contro di essa
soltanto che dovrebbe sfogar le sue ire? Non era soltanto di lei che dovrebbe
vendicarsi? Adelina non sarebbe — invece — che una vittima? Una vittima dalla
propria ingenuità, della propria ignoranza?
Così, la indulgente bontà di
Giacomo, e l'amore, forse, non ancora spento, per sua moglie, trovavano un
ultimo sfogo e una desiderata ragione di sussistere, di non morire, in quel
cumulo nuovo di pensieri e di supposizioni che il ritratto della Caradelli gli
veniva a suggerire.
Pensò di interrogare la Bianchi.
Erano amiche, queste due? Certo
essa lo saprebbe. L'una, senza dubbio, era stata l'introduttrice dell'altra
presso di lei. E quale era, stata per prima, fra le due, sua cliente? Quanta
luce farebbero a' suoi occhi le risposte a tali domande!
Ma ebbe timore di
compromettersi. Allora, nella calma che la certezza del fatto gli dava, non
conturbata dalla curiosità di conoscerne i particolari, una curiosità che era
ben sicuro di poter soddisfare col tempo, e in un tempo brevissimo, egli
chiese:
— Dunque? Lei m'à parlato della
marchesa — mi pare — (gli era rimasta nelle orecchie come l'eco confusa e
indistinta delle parole della Bianchi) e della moglie del pazzo. Ma di queste
due non mi à detto niente. La
Biondina.... è maritata, anche lei?
— Si, da un anno.
—Ah! Ma il marito non la
mantiene?
— Eh! — osservò filosoficamente
la vecchia, — i bisogni delle donne sono tanti!
Giacomo tacque un momento,
ripetendo, a sè stesso questa frase, così nuova, così curiosa, così strana per
lui: «I bisogni delle donne sono tanti!»
Era dunque nascosto in questa
frase, susurrata dalla Bianchi senza darvi importanza, il segreto di
un'abbiezione che egli avrebbe creduta, sino al giorno innanzi, al di là delle
umane degradazioni? Possibile? Possibile che Adelina si desse proprio
unicamente per denaro, volgarmente, sfrontatamente, per ritrarre dalla
prostituzione di sè stessa i mezzi di soddisfare una mania di lusso o di
divertimento? Possibile? E quale lusso, e quali divertimenti? Non conosceva,
lui, la sua vita, ora per ora? Non sapeva i divertimenti che si concedeva? Non
aveva contate le vesti e i cappellini che portava? Che vi era di straordinario
in tutto ciò? Non aveva sempre speso — Adelina — quanto era giusto e possibile
ch'ella spendesse, date le rendite di cui poteva disporre?... No, no, ci dovea
essere dell'altro. Ci dovea essere qualcosa di ignoto, di incomprensibile, di
inindovinabile per ora: qualche fatto strano, qualche avvenimento doloroso, che
l'aveva trascinata sì in basso. Aveva un amante povero, forse?! E lo manteneva
lei?!... Sì, questo s'era visto molte volte.... Un amante?! Ma se lui, Giacomo,
si era sentito amato, sempre, intensamente! No, no! Un mistero, un mistero era
là dentro: un mistero terribile.... nel quale, forse, si nascondeva una scusa —
una scusa no — una giustificazione per Adelina....
— Allora,? — chiese la Bianchi per toglierlo
dalla meditazione in cui era ripiombato.
Giacomo si scosse, sollevò la
testa, e con un ultimo sforzo, cercò di assumere di nuovo un'aria lieta e
disinvolta.
— Allora, la Biondina: E quando?
— Domani, signor marchese.
— Domani? E perchè non oggi?
— Oh! impossibile, oggi.
— Perchè?
— Perchè bisogna che le scriva,
e la lettera non arriva in giornata. È già tardi.
— Mandata per la posta, no: ma
recapitata a mano.
La vecchia ebbe un risolino
furbo:
— Se sapessi dove abita, ci
andrei io.
— Appunto.
— Ma non lo so. Non so neppure
come si chiami.
— Oh! possibile? — chiese
Burton, incredulo.
— In parola d'onore. Scrivo alla
posta, a un indirizzo convenuto.
— Quanto mistero!
— Eh! à marito; e non basta: è
una signora per bene, molto conosciuta, che va in società, nella migliore
società.
Giacomo fece il furbo alla sua
volta.
— Non me la dà ad intendere,
questa. Ella sa benissimo chi è, dove sta, eccetera, eccetera. E poichè sa che
io sono forastiero, che parto domani, che non c'è pericoli insomma, con me,
potrebbe....
— Ma se le giuro. E poi, se
potessi, crede che non lo farei?
Burton non insistette. Ciò che
gli premeva era di riuscir nel suo intento.
— Allora, domani.
— Domani. Ella vada, alle due, a
questo indirizzo. — E gli consegnò un foglietto sul quale aveva scritto il nome
di una via, ed il numero. — Sarà introdotto, e troverà la Biondina. Sa non ci
fosse di già, non avrà che da attendere qualche minuto.
Burton si alzò:
— Sta bene. E il prezzo! —
aggiunse con un tremito impercettibile nella voce.
— L'amico suo che le parlò di me
e della Biondina, le avrà detto forse....
Giacomo cavò il portamonete, ne
tolse un biglietto da cinquecento lire e lo buttò sulla tavola. Lo pungeva il
desiderio di tentare, se era possibile, di spendere meno: tanto per sapere a
che prezzo minimo si comperavano i favori di sua moglie. Ma capì la necessità
di non sollevar sospetti di alcuna natura. Prese il cappello, ed uscì,
accompagnato dalla Bianchi, che seguitava a ringraziarlo, inchinandosi. Egli infilò
la porta e scese le scale a precipizio.
Quando fu di nuovo nella
carrozza che lo riportava alla locanda, scoppiò in un pianto dirotto,
angosciosamente disperato.
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