| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Marco Praga La biondina IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
|
III.
Il treno diretto era partito il mattino da Parigi e correva velocissimo verso il Mediterraneo. Bianca Caradelli, vestita a bruno, raggomitolata in un angolo dello scomparto, immobile, gli occhi pieni di lagrime, riandava colla mente il suo passato tenebroso, senza trovarvi un ricordo buono, dolce, sereno. L'ultimo dolore, la morte della bimba adorata, avvenuta tre giorni prima, aveva annientata la sua fibra, in lotta da cinque anni col destino terribile, feroce. La sua bellezza di matrona giovine e forte s'era distrutta poco a poco in quei cinque anni di vita parigina, piena di orgie forzate e di dolori immeritati. Ritornava in patria, adesso, vinta. Il treno correva velocissimo: pure il viaggio era lungo, e le ore parevano eterne. Bianca si alzò e tolse dalla reticella una piccola sacca nera. Si rincantucciò di nuovo: alzò il velo fittissimo che le ricopriva la faccia: aprì la sacca, ne tolse un pacchetto di lettere. Erano quelle di Adelina, ricevute regolarmente a periodi quasi sempre uguali e brevissimi durante quei cinque anni in cui era rimasta lontana dall'amica intima d'infanzia. Le uniche lettere che aveva conservate. Quante, da quanta gente, ne aveva ricevute! Di blasonate, di profumate, di intime, di inconcludenti, di banali, di appassionate. Ma le aveva distrutte, prima di partire. Queste sole di Adelina aveva conservate, e le portava con sè: erano tutto ciò che le rammentava la sua giovinezza serena: rappresentavano — esse — tutto ciò che di più onesto — o di meno disonesto — c'era stato nei suoi rapporti e nelle sue relazioni con gli uomini e con le donne che aveva conosciuti e trattati da cinque anni in qua. C'erano tutte, quelle lettere, amorosamente conservate in ordine di data. Bianca svolse il primo foglietto e lo lesse. Poi altri, scorrendo appena le lettere meno importanti; rileggendo invece, assaporando quasi, le più intime, le più dettagliate, quelle in cui l'amica, sinceramente, raccontava la sua vita. Vi cercava un sollievo ai propri dolori, egoisticamente compiacendosi dei dolori altrui? Oppure voleva ritrarne il coraggio di ripresentarsi all'amica, convincendosi che la sua esistenza non era poi tanto indegna di accoppiarsi e di unirsi a quella di lei?
Sei partita da otto giorni e mi paiono otto secoli! E perchè ài aspettato tanto a scrivermi e a darmi il tuo indirizzo? Così per otto giorni, ò provato, oltre al dolore di non aver tue notizie, anche quello di non poterti dire.... tante cose, tante, se non tutti quelle che potevo dirti, e ti dicevo, quando eri qui. Bianca mia, tesoro mio, ti eri dunque dimenticata della tua Adelina? Possibile? No, nevvero? Scrivimi subito che ài pensato sempre e che pensi a me.... Che mi pensi!... Come sei stata cattiva! Sei partita martedì scorso. Giovedì mattina devi essere giunta a Parigi, ed oggi, oggi soltanto, ò avuta la tua prima lettera. E che lettera! Sette righe, le ò contate, sette righe! Capisco le cure del nuovo soggiorno, la novità dell'ambiente, il lavorìo dell'allogarsi in una casa nuova. Ma via, tutto codesto nuovo non doveva farti dimenticare l'amica.... Oh! come è vero che lontan dagli occhi lontan dal cuore! E poi, quelle sette righe, che miseria! Non una frase veramente affettuosa, non una parola di quelle che m'intendo io! Decisamente, vuoi farmi rimpiangere, ancor più che non rimpiangerei anche senza questa tua freddezza, i bei tempi del collegio, quando mi scrivevi.... ricordi?..: firmandoti «Ugo». Così, ti punisco, e smetto. Volevo scriverti a lungo, dirti tante cose. Aspetterò a farlo quando vi sarò autorizzata da una tua lettera.... Chè se la lontananza vuoi che sia sinonimo di abbandono, devi avere almeno il coraggio di dirmelo. La zia ti saluta. Io.... ti bacio.
Tesoro, tesoro, tesoro! Sì, tu ài tutte le ragioni, io ò tutti i torti! Il viaggio, le persone nuove, tutto il brouhaha parigino!... Avevi fatto anche troppo mandandomi quella sette linee. Ed io ò avuto il coraggio di lamentarmi e di rimproverarti! Ma cosa vuoi che capisca, cosa vuoi che sappia, io, povera bietolona di diciannove anni, vissuta sino a due anni or sono in un collegio, e poi qui, in questa piccola città che è Milano, in questa piccola casa che è quella della zia? Ò delle idee piccine, ecco! Però, bada, non montare in superbia, adesso, perchè sei a Parigi. Che tu abbia a formare la mia educazione, a darmi il la insieme coll'ultimo figurino della moda, sta bene. Ma un poco alla volta, con affetto, con indulgenza. Infondimi la scienza nuova da amica, da sorella, senza salire in cattedra.... Sai che se il presente ci divide, il passato ci unisce. E non posso accordarti nessuna superiorità,.... Siamo unite per la vita e per la morte. Qui, il solito tran-tran. Una vita noiosa, senza raggio di sole poichè tu non ci sei più. Vivo di ricordi; e affretto col desiderio il tuo ritorno. Bianca mia! Vedi, io sono tentata di mettermi a piangere, e di buttar giù otto o dieci pagine piene di lagrime e di baci, quali ci scrivevamo in collegio. Ma allora, tempi beati! ce le scrivevamo per ridere.... cioè no, sul serio, ma per ingannare il tempo, invece di fare i cómpiti e di studiar le lezioni. E ce le scambiavamo appena uscite di classe, quando suonava la campana della ricreazione; e, ricordi? correvamo a nasconderci in fondo al giardino, dietro la fontana, e là le leggevamo.... Senti; in questi due anni passati insieme qui a Milano, dopo il collegio, non ò mai rimpianto quella vita; anzi! Ma adesso che dobbiamo vivere divise, lo credi? la rimpiango. Piuttosto il collegio, che lontana da te.... Almeno, là, molte ore le avevamo per noi, per noi sole, tutte per noi! Che fai in questo momento? Mi pensi? In casa niente di nuovo. Fuori, poco o nulla. La zia mi cerca marito. Il banchiere, Totò, l'aiuta. Poveretti, avranno un bel cercare! Sono bellina.... (me lo dicevi tu, ed io ti ò creduto sempre!) ma non ò un soldo di dote! Bianca mia, non essere gelosa: il marito è ancora di là da venire.... molto di là da venire. E tu, piuttosto? Tu? Questa improvvisa partenza mi è parsa un pochino misteriosa. Perchè la tua mamma, un bel giorno, un brutto giorno, ti à detto: «Andiamo a Parigi?» E, detto fatto, avete preso il treno, e via? Perchè? Lo zio? Che zio? Chi ne aveva parlato mai dello zio?... Delle conoscenze, delle amiche a Parigi, si sapeva che ne avesse tua madre. Ma uno zio?... Dimmi la verità: è un marito che vogliono darti? Il figlio di qualche amica che abita costi? Dimmi la verità, ti scongiuro. Dimmi se indovino. Non potrei impedirlo, lo so, non ò nessun diritto: ma, almeno, che si sappia di che male s'à da morire. Ecco; ò perduto anche quel poco d'allegria che mi restava! Ò in mente, adesso, che non tornerai più. Che i tre mesi d'assenza progettati diventeranno sei, dodici, cento! Dimmi la verità. A quest'ora devi aver capito tutto. Tra noi non ci possono essere misteri. Scrivimi subito. Ti bacio.
Adel....
Dio, che gioia mi à data la tua lettera, Bianca mia! A proposito, e finchè me ne ricordo: non scrivermi più qui, all'indirizzo della zia. Per dir meglio: scrivimi ogni tanto una letterina qualunque; qui, dirigendola alla signorina Adelina Olivieri: ma le lettere che debbo leggere io sola, — cioè quasi tutte, bada! — dirigile ferme in posta. Ò già trovato il mezzo di andarle a prendere. Ò durata una fatica, iersera, per non mostrare la tua lettera alla zia! E come mostrarla? Francamente!... Non ci avevi pensato, tu? Dunque, ài capito? Adelina Olivieri fermo in posta. Via e numero, soltanto quando parli del bello e del brutto tempo. E come ciò mi interessa mediocremente, ne basterà una al mese di codeste lettere ufficiali. Che gioia, che gioia, la tua di iersera! Niente marito?... Oh! tu sai che non è l'invidia che mi fa parlare così! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Però, sulla quistione del ritorno, non dici una parola. Dividi dunque anche tu le mia paure, che l'assenza si debba prolungare, e forse di molto? Non ài osato, o ti sei dimenticata di rispondermi su questo? Ma, Dio santo, devi aver ben capito che intenzioni abbia tua madre. Che dice? Che fa? Questo zio benedetto ritrovato all'ultim'ora vi vorrà tener con sè tutta la vita? No, no, non voglio martoriarmi, adesso, in queste supposizioni tristi. Oggi sono allegra, sono quasi allegra, a causa della tua lettera buona. Bellissimo il figurino di quella capotine che mi ài mandato. Stamane sono uscita colla cameriera, e sono andata a comperare un fusto: poi, con del tulle bianco, con dei crisantemi d'ogni colore che avevo in casa, mi son messa a lavorarci attorno; e ò agucchiato per due ore; credo di essere riuscita a copiare il modello per bene. E mi sta che è un amore. La sfoggierò stasera, chè zio Totò mi conduce al Dal Verme. Adesso mi son messa a chiamarlo zio, tanto per fare 'na cosa, come diceva quell'istitutrice napoletana. La zia, la prima volta, si è spaventata un poco. Zio? Ma io l'ò detto e l'ò ripetuto con tanta grazia infantile, con tanta ingenuità, che le paure le sono passate. E poi non abuso. Una volta ogni tanto; nei momenti d'espansione! Perchè non si sposano, poi, non sono ancora riuscita a capirlo. Ti ò nominata la cameriera. È una nuova, che abbiamo da otto giorni. La Cleofe abbiamo dovuto mandarla via. Cioè, l'à licenziata, su' due piedi, la zia, perchè si è accorta che amoreggiava con un furiere del Genio. — À certi scrupoli, zia Ermelinda, che sono una meraviglia. La nuova è una veneta, si chiama Bettina, come le cameriere dei proverbi in versi martelliani. Una ragazza tutta zucchero, tutta flemma, tutta calma: «Siora sì, come che la comanda, la diga pur, no la se scomoda.... » Ma dev'essere, in fondo, una tale stoffa!... Basta, io, a buoni conti, me la sono attirata dalla mia; le ò fatto capire che chiuderò un occhio se essa li chiuderà tutti e due. E sarà lei che mi condurrà alla posta a ritirare le tue lettere. È strano, sai, che a questo mondo si debba fingere sempre, non solo per vivere tranquilli, ma per essere rispettati dalla gente! Vedi come è tutto menzogna e ipocrisia quaggiù. E dappertutto dove vai, con chiunque parli, più vedi, più osservi, tutto è finzione. La direttrice era una santa donna: e tu sai come me che se la intendeva col maestro di geografia. La mamma della Parodi, un'altra santa donna, povera signora disgraziata, eccetera, eccetera, il modello delle mamme. E chi non si era accorto che veniva a vedere l'Enrichetta proprio nell'istessa mezz'ora che veniva il papà della Sangalli? — Uscite di collegio, ne abbiamo vedute delle finzioni e delle ipocrisie, attorno pel mondo, eh? Qui in casa mia, per esempio, non per malignare, Dio mie ne guardi, ma insomma zia Ermelinda e Totò si vogliono bene. Possono dirlo alla gente? Nossignori. Debbono nasconderlo a tutti, altrimenti la gente risponderebbe corna, e la zia sarebbe messa al bando dalla società. Io e te, per finirla di filosofare (chissà perchè, poi, oggi mi sono messa a filosofare), io e te saremo costrette a scriverci di nascosto, perchè il mondo non permette che due ragazze si amino come ci amiamo noi e si dicano quello che pensano. Senti, io credo che quelli che propugnano l'abolizione del matrimonio, e di tutto quanto, abbiano mille ragioni. Ti parrà che ci sia poco nesso in quello che ti scrivo: ma ripensaci un momento e vedrai che il nesso c'è. Sto leggendo un libro divertentissimo che ò trovato in casa, dimenticato in fondo a un cassetto: «Tous quatre» di Paul Margueritte. Se ti riesce di procurartelo, leggilo. Anzi te lo manderò io se potrò fartelo avere senza che mammà tua lo veda. Perchè è uno di quei libri che le ragazze non devono leggere. Altra ipocrisia coane sopra. Ciao, tesoro. Bacioni e bacini da
Adelina tua.
D.S. Piove. Niente capotine, stasera, perchè zio Totò è anche un poco avaro e sarà difficile che prenda, una vettura.... colla scusa che abitiamo vicino al teatro.
Auff! Finalmente, Bianca mia, eccomi di ritorno a Milano. Che noia, che noia questi due mesi passati sui monti! Lo credo che le mie lettere erano diventate uggiose! Anzitutto, girottolando sempre, mi era reso impossibile di aver le tue, che mi avrebbero rimontata un poco. A proposito, qualcuna, certo, sarà rimasta in qualche alberguccio di montagna, giuntavi dopo la mia partenza. E tu che m'invidiavi! Sì! Fossi stata a Saint-Moritz o ad Alagna, o al Maloja, in un grande hôtel pieno di gente, pazienza! Mi ci sarei forse divertita. Ma pensa: partir da Milano e gironzolar due mesi su per i monti, trattenendosi tre giorni qua, otto là, dieci più in su, altri otto più in giù, sempre negli alberghetti meno frequentati, dove non c'era una faccia di persona ammodo, dove non c'era un cane con cui scambiar due parole: sempre noi tre, eternamente noi tre: io, zia Ermelinda e Totò. E tutto perchè? Per salvar le apparenze: e Dio benedica le apparenze e chi le à inventate! Una volta, per forza, si dovette pernottare in un grande hôtel, sai, di quelli dove ci si mette in decolleté per andare a pranzo. Desinare e pernottare, soltanto, veh! ma impossibile farne a meno: partendo da dove eravamo per andare dove si voleva andare, nessun altro luogo che quello per passar la notte. Che si fa? Io e la zia in una carrozza, Totò in un'altra, a mezz'ora di distanza. Tu capisci? Si fosse, per avventura, trovato colassù qualche milanese, qualcuno di conoscenza, Totò e zia Ermelinda incontrandosi, avrebbero fatte le grandi meraviglie, e si sarebbero detti: «Oh! che combinazione! Lei qui? E lei? Oh! ah! uh!» La gente, naturalmente, non ne avrebbe creduto un fico di tutto ciò: ma le apparenze sarebbero salve: e il mondo avrebbe perdonato l'incontro, perchè combinato con tutti i riguardi dovuti; mentre avrebbe gridato all'obbrobrio se fossimo arrivati tutti e tre insieme in una sola vettura. È così, Bianca mia. Me ne convinco ogni giorno di più. Il mondo perdona sempre ad una donna di avere un amante, a patto che sia uno solo: anzi, glie lo concede volentieri; ma vuol essere lui a concederlo: non vuole che la donna glie lo imponga. Guai à qui s'affiche! Zia Ermelinda tutto questo l'à capito benone, e la fa in barba al mondo. Così è amata, rispettata, ossequiata. Ma per me, che mi trovo a dover dividere soltanto le noie di quaste pruderies e di queste finzioni, capirai che gusto! Naturalmente essa non si illude mica di darla ad intendere anche a me: ma di me si fida. Io poi mi diverto a tormentarla un pochino, ogni tanto. A metà delle nostre peregrinazioni, un giorno, stanca morta, annoiata, le ò detto: — Ma non si potrebbe fermarsi in un buon hôtel dove ci sia un po' di gente, e qualche passatempo? Allora lei, con gran bonomia: — Vedi, cara, non è conveniente. La gente è maligna: non ammette che una signora e sua nipote che vogliono passare un mese in montagna, non avendo uomini in famiglia, scelgano la compagnia di un vecchio e buon amico. La gente penserebbe e direbbe chissà che cosa. E bisogna adattarsi alle esigenze e ai pregiudizi della folla. Anzi, tornando a Milano, non converrà neppure di dire che siamo state coll'Orlandi; per evitare pettegolezzi e supposizioni ridicole. — Senti, zia; per parte mia non ò nessuna paura; non si potrà mai credere che ci sia qualcosa tra me e quella botticella impagliata di zio Totò. — Oh, Adelina! Sono scappata a cogliere degli edelweiss. L'avevo detta grossa: ma anche la pazienza à un limite. E così sono passate le vacanze, Bianca mia! Due mesi di noia, di orribile noia, di disperatissima noia! Ma abbiamo salvato le apparenze: e potremo andare ancora a testa alta nei salotti della A., della B., della C.; potremo ricevere la D., la E., e la F.; e nessuna delle nostre amiche, fino alla Zeta, avrà diritto di elevare il minimo dubbio, di arrischiare la più piccola supposizione. Come vedi, faccio esperienza, tesori di esperienza. E se, un dì o l'altro, dovrò proprio prendere marito per levare alla zia il peso di me stessa, entrerò nel mondo ben corazzata! Scrivimi, e dimmi che mi vuoi bene. Per ora, di buono, di caro, di vero, non ò che te.
Adelina tutta tua.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Bianca mia!
Come ò indovinato, eh? I tre mesi sono già diventati otto e ancora non parli di ritorno. Anzi, si capisce dalle tue lettere che non osi dirlo apertamente, ma che sai già o ài la convinzione che non tornerai più, salvo qualche nuovo avvenimento nella tua vita. Dovevo immaginarlo. Oh! quando sei partita, qualcosa dentro il cuore mi diceva che ti perdevo per sempre!... Per sempre? Ah! no. Cascasse il mondo, ma ci dobbiamo rivedere: non so quando e non so come; non so se verrò io a raggiungerti allorchè proprio avessi perduta ogni speranza di un tuo ritorno; non so in che modo e per quali circostanze strane riescirei a far questo: ma so che dobbiamo rivederci. Ci apparteniamo troppo, mia Bianca! Quando ti ò accennato, altra volta, in una mia lettera, a questi miei dubbi e a questi proponimenti, mi ài risposto di non fare delle pazzie e di non pensarle neppure. No, no! sta tranquilla, non ne farò! Ma ò fede nell'avvenire. Questa vita non durerà sempre così. Però, lásciatelo dire: diventi terribilmente seria e ragionevole. Che succede? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Bianca sentì, a questa frase, le lagrime scorrere a un tratto più calde e copiose sulle sue gote. «Che succede?» chiedeva Adelina. Oh! la verità, la verità orribile non l'aveva detta, e le era parso — allora — che non l'avrebbe detta mai! Il treno s'era fermato. Bianca ripiegò le lettere lette fin, qui, e le ripose. E mentre, sotto l'ampia tettoia della stazione di Lione, era un frastuono di voci e di rumori, e un correre e un affannarsi di viaggiatori, di facchini, d'impiegati, essa continuò nella lettura, scorrendo le lettere insignificanti, senza importanza di racconti o d'impressioni, che seguivano nel plico, cercando di astrarsi, di non dar retta, di non porgere attenzione a tutto quel fracasso e a tutta quella fantasmagoria di persone che riempievano la stazione, e che la richiamavano alla dura e dolorosa realtà della sua vita presente. Il treno si rimise in cammino.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ecco, oggi, impensatamente, un argomento nuovo, per il quale avrò modo di variare il tema solito delle mie lunghe lettere di ogni giorno. Ma è un argomento serio e doloroso e grave. Grave anche per me. Perchè quanto è accaduto avrà forse, dovrà forse avere una grande influenza sul mio avvenire. Io voglio e debbo dirti tutto, acciocchè tu mi consigli (chi potrebbe consigliarmi se non tu?), e mi dica se quanto penso di fare non è giusto, se la risoluzione che mi pare di dover prendere non è buona e giudiziosa. Oh! ti giuro che preferirei intrattenerti, anche oggi, soltanto colle mie chiacchiere vuote. Bianca, Bianca mia, che brutto mondo è questo in cui viviamo. Quante sozzure, quante bassezze ci circondano; e noi, tante volte, neppure ce ne accorgiamo! Anche oggi ò acquistato un granellino di più d'esperienza: e una illusione di più se n'è andata. Il preambolo è lungo; ma, che vuoi, non so neppure come cominciare. Per la prima volta in vita mia, forse, sono veramente angosciata; e sento di aver perduta, stamane, in un attimo, tutta la gaiezza spensierata che era del mio carattere. Tu mi perdonerai, non è vero? se ti dirò che oggi ò provato un dolore più forte di quello che provai quando mi lasciasti per recarti a Parigi, e anche quando mi scrivesti che bisognava rinunciare alla speranza di rivederci presto perchè la tua mamma aveva deciso di prendere fissa dimora costì? Mi perdonerai? Ascoltami. Tra Orlandi.... Ecco la prima volta che non mi sento più il coraggio di scherzare su di lui! Ecco la prima volta che non posso e non debbo chiamarlo Totò!... Tra Orlandi e zia Ermelinda ci fu stamane una scenata. Essa non à mutato in nulla i loro rapporti, ma.... muterà forse i miei con loro due. Io non vi ò assistito, per fortuna ma ò udito tutto. Come e perchè mi fu dato di udirla, non so. La zia mi credeva fuori di casa? Oppure, nella foga irrompente del dire, offesa, indignata, umiliata, a volta a volta implorante e imprecante, si è dimenticata di me? Fatto sta che, richiamata la mia attenzione dalla concitazione del dialogo, io mi avvicinai alla porta, e stetti in ascolto. E non me ne pento. Era bene, anzi, era giusto che io sapessi quello che ora so. Non ti riferirò parola per parola, quanto ò udito. Non lo saprei neppure, nell'orgasmo e nella eccitazione in cui ancora adesso mi trovo. Nè ti potrebbe importare. Ti dirò solo quello che più preme. La discussione era cominciata sull'argomento delle vacanze imminenti. Dove si passerebbero i due mesi dalla metà di luglio alla metà di settembre? Sino a quando rimasi in collegio tu sai che, salvo una quindicina di giorni che zia Ermelinda mi teneva con sè, il resto delle vacanze lo passavo colle mie compagne che non lasciavano il convitto: e si andava ad Arona. L'anno scorso (il primo che mi trovavo.... in famiglia — chiamiamola così) sai che abbiamo fatto: si gironzolò sulle Alpi. Quest'anno si trattava, pare, di decidere oggi che cosa si farebbe. Ogni sito di acque di cura climatica proposto dall'Orlandi veniva scartato dalla zia. Dappertutto, il pericolo di trovare dei milanesi, o, per lo meno, della gente che si conosce: e l'Orlandi è noto più della bettonica. La zia non vuole compromettersi. L'Orlandi aveva un bel proporre: — Tu e Adelina, mi precederete, io vi raggiungerò dopo due giorni, — tutto inutile. Zia Ermelinda ribatteva: Non la si dà ad intendere a nessuno. — Ebbene, — replicava lui, — poichè non la si dà ad intendere a nessuno, non curiamoci della gente e facciamo i nostri comodi! La discussione era press'a poco a questo punto, e durava già da un pezzo e si era di già raggiunto un diapason abbastanza alto, quando la zia ebbe come un attacco di nervi. — Dio! Dio! che vita d'inferno! non si può durarla così! Si mise a piangere e, quasi, a strapparsi i capelli! — Ah! non si può durarla così? — sbofonchiò allora l'Orlandi. — Non si può durarla così? Ma possiamo smetterla, quando volete, amica mia. Nessuno vi ci obbliga, ed io meno di chiunque.... No, no, Bianca mia, mi ripugna di continuare! Senti: non sono — e tu lo sai — una fanciullona tutta innocenza, tutta candore, tutta ingenuità, come forse ce n'è qualcuna al mondo. Non so se in grazia o per colpa della circostanze speciali della mia vita; o perchè ebbi un'infanzia e una fanciullezza tutt'altro che serene e liete; o se per maggiore acume e più fine intuito che natura mi abbia dati; fatto sta che conosco, e capisco, e indovino molte e molte cose di quelle che alle ragazze non si dicono, e che esse, quando le sanno, fingono di ignorare. E non solo credo di possedere questa scienza della vita, che, dopo tutto — io suppongo — è utile di apprendere anche prima di maritarsi: ma so valutare il bene ed il male; so che importanza bisogna dare quaggiù — considerato il mondo com'è — e considerato anche che non sarebbe in nostro potere di mutarlo — che importanza bisogna dare al bene ed al male: — so che il bene è sempre da lodarsi meno di quello che si vorrebbe, e il male è da rimproverarsi sempre meno di quello che si dovrebbe. Sono scettica, in una parola, e pessimista. Per natura, forse, e per esperienza; quell'esperienza che si fa anche soltanto osservando le persone e le cose, quando si sa osservarle. Sono quindi disposta, ed anzi propensa, a non stupirmi di nulla: cioè sì, a stupirmi quando trovo il bene ed il buono assoluti, in qualcuno e in qualcosa: a stupirmi che ci sia ancora qualcosa di veramente buono, e qualcuno cui sembri valga la pena di operare il bene. Come vedi, entrata nel mondo (per così dire) da tre anni soltanto, io so già a ventun'anno, à quoi l'on doit s'en tenir. Nè ti deve stupire. Di questi tre anni, due li abbiamo passati insieme: abbiamo osservato e ragionato assieme sugli uomini e sulle cose: ci siamo aiutate reciprocamente a formarci un giudizio nostro, sulla società e sulle sue leggi. E quel giudizio non è sbagliato: ogni giorno che passa me ne convinco di più: e altrettanto, certamente, è accaduto a te. E mi convinco sempre più che i disegni che noi formavamo pel nostro avvenire, erano giusti e sensati: e che le idee, le aspirazioni, i sentimenti, coi quali ci proponevamo di entrare nel mondo erano i soli possibili e pratici, dato il mondo qual'è; e che i metodi di vita che ci proponevamo di seguire, quali si fossero le circostanze della vita, erano quelli soli che ci avrebbero procurato il benessere e la felicità, e il rispetto della folla, della folla che vuole gli individui eguali a sè stessa, e che è più facile loro perdoni d'essere ad essa inferiori che non li esalti e li onori trovandoli migliori di sè. Ebbene: tutto questo ò voluto ripeterti qui, adesso: per dimostrarti che sono quale mi ài lasciata; che non ò mutati i miei sentimenti da quando sei partita. Ò voluto ripeterti tutto questo per dirti poi che, quantunque così — come dire? — così corazzata, e disposta a non stupirmi di nulla, oggi ò dovuto stupirmi; e adesso, mentre ti scrivo, una grande amarezza mi sale dal cuore alla gola, e provo un senso di nausea nel raccontarti quello che ò udito oggi. Senti: non so che avverrà di me: non so che cosa mi riserbi il destino. Ma se.... finirò male (sì, sì, oggi ò di queste idee, di questi dubbi, ed è giusto che li abbia), se finirò male, vorrò ben vedere che curiosa faccia avrà quel tale che troverà il coraggio di rimproverarmene, di farmene una colpa. Perchè la mia vita è questa: non ò conosciuta la mia mamma, morta mettendomi al mondo; quasi non ricordo mio padre, morto quando avevo otto anni, lasciandomi sola quaggiù e senza un quattrino; fui raccolta — per modo di dire — da una zia che pensò bene di liberarsi di me e delle noie che avrei potuto darle, affidandomi ad un collegio, dove rimasi dieci anni, e dove essa veniva a vedermi otto o dieci volte all'anno. Quando, proprio, dal collegio (perchè ero una ragazza.... da marito), mi avrebbero mandata via, essa à dovuto decidersi a togliermene, mi à condotta in questa casa dove non ò trovato certo nè amorevoli cure (se non nelle apparenze), nè onestà d'esempi (se non nelle apparenze ancora), nè tranquilla regolarità d'esistenza (se non nelle apparenze, sempre!). Un'unica cosa buona, nella mia vita, un unico ricordo affettuoso: tu, e la nostra intimità, la nostra amicizia.... Ed oggi.... No, no.... non posso continuare, adesso.... Io, la scettica, ò gli occhi pieni di lagrime. Che amarezza!
La sai la verità? La verità è che la zia non è soltanto, come io credevo, l'amante di Orlandi. È qualcosa di più e di peggio. È la sua schiava.... C'è una parola che dice meglio, che dice tutto, crudamente. Ma non la voglio scrivere. Oh! non perchè sono una fanciulla (lo sono ancora? Essere fanciulla consiste proprio soltanto nell'aver diritto ai fiori d'arancio?), ma perchè si tratta della sorella di mia madre! Bianca, parlo con te, ed è come parlassi a me stessa. E, forse, viedi? non parlerei neppure a te di tutto questo, se non ci fossi costretta più ancora che da un irresistibile bisogno di espansione, dalla necessità in cui mi trovo di chiedere consiglio, e aiuto forse, a chi sola può concedermeli. Rimasta vedova e quasi povera — perchè la pensione governativa che la morte del marito le procurava non poteva bastare alle aspirazioni di benessere e di lusso che, lui vivo, e facendo dei debiti, le era stato possibile di soddisfare, la zia aveva accettata l'interessata amicizia dell'Orlandi, ma colla speranza, colla convinzione anzi, che sarebbe riuscita a farsi sposare. Ne' suoi calcoli, quell'amicizia accordata non doveva essere che un anticipo, per parte sua, sui diritti del futuro marito: e l'aiuto pecuniario accettato, un anticipo, per parte di lui, dei suoi futuri doveri. Ma molti anni sono passati senza che l'Orlandi si sia deciso a realizzare il sogno della zia. Egoista e calcolatore, egli non à trovato necessario di compiere un atto che non gli avrebbe dati maggiori diritti di quelli che già possedeva, mentre gli avrebbe imposti maggiori doveri, o, per lo meno, avrebbe resi quei doveri e quegli obblighi indeclinabili per tutta la vita. Tutto questo ò udito, oggi, dagli sfoghi angosciosi della zia, non smentiti, anzi confermati cinicamente dall'Orlandi. Capisci? Ed io che credevo di dover tutto a lei, ò saputo costì che non le devo nulla o quasi nulla. Un signore che non conoscevo sino a ieri, posso dire, che non è nulla per me, e che odio adesso, è quello che à fatto le spese. Credevo di dovergli dei palchi in teatro! No: gli devo il pane che mangio, le vesti che indosso, la casa nella quale abito. È lui che paga! Ah! ah! ci raccontavano, quando eravamo piccine, che noi si nasce dai fiori: che quando viene al mondo un bambino, gli angioletti in cielo sorridono e cantano in coro. Vorrei sapere, io, da che curioso fiore sono sbocciata, e che strana canzone macabra ànno cantato gli angioletti quando io sono nata! Che amarezza! Bianca: sino a ieri mi gloriavo in cuor mio di non essere una fanciullona; di sapere, di aver indovinate tante cose; e ridevo delle mie amiche bietolone tutte ingenuità, tutte candore. Non rido più, e non mi glorio più, oggi. Come è brutto di sapere! E piango! Non sono dunque scettica come credevo di essere; non sono dunque, ancora, così cattiva come, sino a ieri, quasi quasi mi faceva piacere di trovarmi. Rimane dunque ancora qualcosa di ingenuo, di candido, di tenero, di buono, di.... onesto in fondo al cuore. Rimane? No, no: rimaneva sino a stamane. Ora tutto è svanito, tutto è perduto. Conosco il passato, e prevedo l'avvenire. Ed io che scherzavo nelle mie lettere — ricordi? — sui rapporti tra zia Ermelinda e l'Orlandi! Io che, nella mia piccola cattiveria di fanciulla lo chiamavo zio!... Oh! benedetta quella cattiveria: c'era in essa, ancora, dell'ingenuità! Me ne accorgo adesso. Come era ingenua quella mia furberia da fanciulla disinvolta e vissuta! Quante cose ò imparate, oggi, in mezz'ora, io che credevo di saper tutto! Comincio a vivere, oggi, a ventun anno: comincio oggi a camminare sulla mia strada, sola, colla coscienza di quello che sono, di quello che valgo, di quello che posso sperare. Tu vedi che non è bello il punto di partenza. Come sarà quello d'arrivo? Seguiterò a discendere, o troverò mezzo di risalire? Che fare adesso? Andarmene? Fuggire da questa casa? E dove? A far che? Capisci? Mia zia aveva dei denari da spendere, e mi à fatta educare in un collegio di signorine. A fin di bene, naturalmente. Io dovevo essere la nipote della signora Orlandi, della signora Orlandi milionaria; la sua pupilla, forse; la sua erede. Povera donna! Ma il fatto è che, oggi, completata la mia educazione, io non so nulla e non so far nulla. Mi avessero messa, tredici anni fa, allorchè è morto mio padre, all'orfanotrofio, laggiù a Porta Magenta, nelle «Stelline», adesso sarei una cucitrice, una stiratora, una sarta, che so? una telegrafista, una serva! E, forse, meno disgraziata di quello che sono. Così, che posso fare? Dove posso andare? A chi chiedere aiuto, consiglio, ospitalità? Oh! Bianca, dimmi tu, dimmi tu, una parola buona, una parola sensata, che valga a rincorarmi, a rischiarare questo buio che mi circonda. Vedi: al principio di questa lunga lettera ti ò detto: prenderò una risoluzione energica, anzi l'ò già presa. Era quella di fuggire. Per andar dove, non so. A far la cameriera, in qualche casa: non potrei far altro.... a meno di scendere in istrada ed offrirmi al primo uomo che passa.... Ma me ne manca il coraggio, e mi pare di non averne il diritto. Non mi sento il coraggio (vedi che sono sincera), non mi sento il coraggio di affrontare una soluzione onesta, virtuosa: se lo trovassi, capisco che non ci resisterei. E ciò, malgrado il disgusto di cui mi sento invasa, oggi, dopo quello che ò udito ed appreso. Che farci? Quella che sono moralmente, non la sono per colpa mia. C'è contraddizione, forse, tra quel disgusto e questa mancanza di coraggio: ma non saprei spiegarla. È così. A te sola posso confessarmi qual sono, a te sola che puoi comprendermi. E mi pare di non avere il diritto di disporre liberamente di me...., del mio corpo, per parlare più chiaramente. Anche questo, che non so spiegare, è così. Non ci si decide da sè, neanche nei momenti più desolati, qual'è quello nel quale mi trovo. Non è un residuo d'onestà e di pudore. Te l'ò detto: a ventun anno, non ne ò già più. E non è colpa mia. Non è onestà, malgrado lo schifo per la disonestà che mi circonda.... È.... non so che cosa. Non saprei spiegarti il sentimento che provo, altrimenti che ripetendoti la frase di prima: mi pare di non averne il diritto: cioè, che io non posso, non posso — capisci? — concedere questo diritto a me stessa. Fossi amata ed amassi, ah! questo sì, lo sento, non ti avrei neppur scritto, e a quest'ora mi sarei già buttata tra le braccia dell'uomo amato, senza chiedere nulla, senza sperar nulla, ma coll'unica consolazione e coll'unica soddisfazione di essere tolta di qui prima di tutto, e di trovarmi avviata, domani, su una strada qualunque: quella del Municipio.... od un'altra. Perchè non ci si decide da sè. Bianca: spunta il sole. Ò trascorsa la notte a scriverti, ad aprirti l'anima ed il cuore. E mi pare di già un sollievo. Oh! campassi mille anni e mi capitassero le più bizzarre avventure, non dimenticherei mai questa notte del 12 luglio 1885! Non so neppure se faccio bene, se ò il diritto di inviarti tutti questi foglietti pieni di parole e di lagrime, pieni di angoscie e di sincerità. A buon conto, non rileggo, per non pentirmi, per non arrossire, forse, di quello che ò scritto. E scendo io stessa per portar alla posta la mia lettera. È l'alba: la via è deserta. Per giungere alla buca delle lettere, cento passi, debbo passare accanto al naviglio. Ecco forse un'idea! A te, Bianca mia.
Sabato mattina, 13 luglio 1885.
Vorrei, mia Bianca, che queste poche righe ti giungessero insieme alle molte che ti ò spedite all'alba per rassicurarti. — Nella chiusa della mia lettera, mi pare di avere stupidamente espressa anche l'idea del suicidio. Ebbene no, sono viva; quell'idea è durata ben poco. L'aria fresca del mattino mi à rinfrescata anche la mente. Non ragiono ancora, ma mi sento sulla via di ragionare. Attendo la tua risposta. Sono convinta che mi farà del bene. Ora sono stanca morta, affranta, spossata. Aspetto una buona lettera. Ti bacio
Adelina tua.
Ài ragione, Bianca. Non ò il diritto di disporre di me e della mia vita. E non ò il diritto di ripagare collo scandalo tutto ciò che la zia à fatto per me. Ché, se lo à fatto bene o male non lo so, ma, certo, lo à fatto guidata da buone intenzioni. Ài ragione: io non debbo super nulla. Io non debbo sapere come vivo: cioè che cosa mangio, dove alloggio, di che mi vesto. Sono in casa di mia zia. Se questo basta al mondo, che ci fa di cappello, deve bastare anche a me. Ài ragione. Si vive di transazioni. Sta bene. L'altro giorno, scrivendoti, ti giuro che ero sincera. Non era uno sfogo a freddo, non era un'esaltazione di progetto. Del resto, ne sei convinta, poichè mi scrivi che, frammezzo agli errori dell'esaltazione, ritrovavi me stessa, e vedevi di già i germi del ravvedimento che il mio senso pratico non avrebbe tardato ad impormi. È forse vero: anche senza i tuoi consigli, anche senza le tue parole amorose, sarei giunta, a questa conclusione. Ad ogni modo tu l'ài affrettata: e te ne ringrazio. Ma ti giuro che fui sincera. Che era quell'indignazione? Che era quel disgusto? Un resto di candore, o un rimasuglio d'inesperienza? Non so. E così ci si forma, Bianca mia. E anche questa crisi avrà servito a qualcosa. Vedo la mia strada, diritta, dinanzi a me. Non so dove conduca. Ma la strada la vedo. Quando il momento verrà, incomincierò risolutamente il mio cammino. E a seconda del compagno di viaggio che avrò, saprò che metodo seguire, saprò se tener la destra o la sinistra, saprò se correre o andare adagino. Ma stai sicura: in qualsiasi modo, non cadrò nei fossati. Ci si forma. Non so se come si vuole: non so se come si dovrebbe, nel senso rigido della parola dovere. Ma, certo, ci si forma come si può e come gli eventi vogliono, e come il destino comanda. La tua strada è più facile della mia. Tuttavia, dal modo come mi parli, vedo che sei ben preparata anche tu, e che sapresti sorpassare difficili ostacoli, se si presentassero. Ma non si presenteranno. Io te lo auguro. È sempre meglio non trovarne: ci si logora meno. Ma s'invecchia, sai? Che differenza dalle lettere del collegio a queste!... In fine della settimana ventura si parte. La cosa, fu decisa iersera tra la zia ed Orlandi. Si va in Val d'Aosta. Non so se per gironzolare come l'anno scorso, o per fermarci in qualche paesello. Anderemo innanzi io e la zia e ci fermeremo a Chambéry, dove Orlandi ci raggiungerà per proseguire insieme. Perchè da qui a Chambéry c'è pericolo di trovare qualcuno che si conosce. Dopo, è più difficile. Non mi divertirò, certamente. Ma che vuoi? Per ora, bisogna che mi lasci vivere. Ti scriverò sempre. Tanti tanti baci da
Adelina tua.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ti mariti?! Bianca, ti mariti?!.....
Bianca interruppe la lettura, un momento, e rimase angosciosamente assorta. Ecco una delle sue menzogne; non la più grave; ma quella, forse, che le era costata di più: perchè nel dare quella falsa notizia, forzatavi dalla necessità di rivelare poi la gravidanza e la maternità — ne aveva provato (lo ricordava, adesso) uno schianto. Doveva fingere un marito. Che irrisione!
Ti mariti?! Bianca, ti mariti?! Ebbene, no, non temere: non ti farò una scena di gelosia. N'è passato del tempo da quando ci giuravamo eterna fede! Ricordi, in collegio? Che amore disperato! E le scenate che ti facevo se ti coglievo a sorridere a qualcuna, a guardarla — soltanto — un po' a lungo! E quel giorno che mi avventai sopra di te, come una jena, perchè ti avevo sorpresa ad abbracciare una piccola bionda della quale ero tanto gelosa?! Quella volta, se avessi avuta un'arma in mano, ti avrei colpita! N'è passato del tempo! Si invecchia, e.... si ragiona. Ti mariti? È bello? È ricco? Come si chiama? Ugo? Ugo, il nostro nome favorito, quello che avevi scelto per firmarti nelle tue lettere, in collegio? È francese? Come si dice Ugo in francese? Hugues, mi pare. Non è bello come in italiano! Curioso! io faccio di queste disquisizioni su un nome immaginario! Chissà se il tuo sposo si chiama così? Perchè tu non me ne dici nulla! Ed anzi, se ti risparmio una scena di gelosia, non posso risparmiarti i più serii rimproveri per il lasciarmi che fai così all'oscuro d'ogni cosa. Due righe, di passata: — Sai? pare che mi mariti! — come si trattasse di una cosa da nulla. E dato anche fosse una cosa da nulla per te, per lui, per i tuoi, per la gente, tu sai o dovesti sapere che è un avvenimento di grande importanza nei rapporti tra di noi due. Intanto, non ammetto, non posso ammettere che sia un pare, un dicesi soltanto. Se me ne parli, gli è che è cosa fatta e decisa. Sei troppo seria, tu, troppo pratica! E perchè non dirmene nulla sinora? Se il matrimonio è deciso, non l'avrai mica conosciuto ieri.... questo Hugues! La cosa sarà maturata poco a poco. E solo oggi me ne avverti, con un cenno così affrettato. E poichè ò toccato questo tasto, colgo l'occasione per dirti che da molto tempo io avevo rilevato qualche cosa di misterioso nelle tue lettere, che mi aveva stupito e addolorato. Non mi parlavi più tanto di te, delle cose tue: non mi raccontavi i dettagli della tua vita, come avevi fatto sempre e come non ò mai cessato di far io. E poichè non posso imputare questa mancanza di sincerità ad un affievolimento del tuo affetto per me, perchè le tue lettere furono sempre ed anzi ognor più affettuose, così essa mi riesce tanto più inesplicabile e incresciosa. Oggi, Bianca mia, raccontami tutto, per bene. E dimmi che nulla è mutato tra di noi, e nulla muterà dopo il tuo matrimonio.
Adelina tua.
Senti che idea: non potresti fare il tuo viaggio di nozze in Italia? Perchè farai certamente un viaggio di nozze. (Credo che, sposandosi, si possa rinunciare a tutto fuorchè a quello: dev'essere l'unica cosa divertente del matrimonio!) Dunque, se tu venissi in Italia, ci si vedrebbe. Non aggiungo altro: l'idea sarebbe sciupata! Bacioni ancora.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mia Bianca,
Dunque, malgrado il tuo matrimonio, io debbo seguitare a scriverti al vecchio indirizzo e al tuo nome di famiglia: Bianca Caradelli, Boulevard Poissonnières, 2. Va bene. E dimmi: potrò almeno, cioè dovrò scrivere Madame invece di Mademoiselle? Perchè posso dubitare anche di questo.... (scrivimi.... tutto!) visto il grande mistero del quale circondi.... il tuo nuovo stato. Del resto, sono cattiva di scherzare così. Anche io ti ò pregata di scrivermi fermo in posta. Le stesse ragioni, forse, ti ànno consigliata a non ricevere le mie lettere nella tua nuova casa.... maritale. Anzi, ti ringrazio: avrò minori riguardi e potrò continuare a scriverti tutto quello che mi accade e che.... mi passa per la testa. E niente viaggio di nozze? La mamma malata ti à tenuta costì? Peccato! Mi avrebbe interessato tanto la descrizione di quel viaggio. In compenso, raccontami il tuo viaggio attorno alla.... nuova casa. Sarà più interessante — almeno per me — del «Voyage autour de mon jardin» di Alfonso Karr. Si chiama Gontran, lui? Carino, ma.... che disperazione che tutti i francesi si chiamino o Gontran, o Gaston, o Oscar. Diventa monotono. Non si incontrano altri nomi in tutti i romanzi. Scrivimi a lungo. Dimmi che mi vuoi un po' di bene anche dopo e malgrado il tuo matrimonio. Gontran mi ti à fatta dimenticare, completamente?
È vero che si torna alle crinolines? La mia sarta dice che ci si arriva poco a poco: ma io mi fido sino ad un certo punto. E, ad ogni modo, sarò l'ultima ad adottarle. Ci tengo alla mia magrezza che le sottane attillate disegnano!...
Bianca mia bella, mammina bella! Mammina! Ecco una parola che m'intenerisce, malgrado tutto il mio scetticismo, la noia e il disgusto che ò della vita!... Sei mamma! Dimmi, è bello d'essere mamma? Te lo chiedo, io che non lo sarò forse mai (chi mi sposerà più?); te lo chiedo io che non so neppure che cosa voglia dire essere figlia! Mamma e figlia: due parole di cui non so e non saprò forse mai il significato. Come è triste, come è sconsolante!... Oh! non per le perdute speranze nell'avvenire, sai? ma pel ricordo del passato! È Natale, il secondo che passiamo divise, noi due. Ma il tuo è lieto, oggi: ài qualcosa di dolce e di caro che ti attacca alla vita, che te la rende beata, forse. Natale, a differenza di tre giorni soltanto, è anche quello della tua bimba, che tu ài chiamata Ester, come tua madre. Se avrò una bambina — chissà? — la chiamerò anch'io come si chiamava la mia mamma: Giuseppina. Per me, il Natale sarà molto triste. Lo passeremo io e la zia, qui in casa, noi due sole. Totò è ammalato: pare abbia fatta una indigestione di paté de fois-gras. Zia Ermelinda è uscita: mi à detto che starà fuori tutto il giorno, a girar le chiese. È da Totò, a tenergli compagnia.
Che sarà di me?
La grande notizia d'oggi — mia Bianca adorata — è che iersera ò ballato. Lo credi? avevo quasi dimenticato anche il ballo, in questi tre anni di vita uggiosa, monotona e casalinga. Per fortuna mi sono ripresa presto, e ò udito dire che fui la regina della festa. Povera regina di una povera festa. Ricordi Clara e Virginia Galli, la piccola bionda, e la grande bruna, figlie di quel Galli fabbricatore di candele, tutto pancia e tutto anelli e catenelle, che veniva a vederle regolarmente ogni domenica accompagnato dalla dolce metà? Ebbene: ci siamo incontrate, tre o quattro giorni or sono. Eravamo in casa Cavaleri, quando arrivarono la Galli colle due ragazze. Presentazioni, riconoscimenti, baci ed abbracci (fuori di collegio si dimenticano anche le antipatie, e mi erano antipatiche, allora!) e relativo invito alle festine (oh! borghesia della parola e della cosa!) che esse dànno al sabato sera. La zia à subito accettato.... E qui calza una parentesi. Zia Ermelinda, da qualche tempo mi cerca un marito, con più zelo, con più accanimento, ed è giusto riconoscerlo, con più speranze di trovarlo, che non pel passato. Non è un accrescersi d'affetto che l'ispiri, nè la preoccupazione della mia sorte, nè un maggiore interessamento per me. No. È.... un accrescersi d'affetto e un sempre maggior interessamento per.... sè stessa; è la ognor più grande preoccupazione della sua propria sorte. Infine, nella sua mente è passata un'idea luminosa: — Che, Totò non si decida, a sposarmi, più ancora che per il timore di diventare un marito, per la paura, per il terrore di diventare un padre? — Il padre di Adelina? (Come tu capisci, sarebbe un padre.... molto putativo!). L'idea l'à colpita. E, povera donna, cerca in tutti i modi — nei migliori modi — di allogarmi, e di mandarmi a far benedire.... dal Sindaco. Quanto a me, lascio fare, con poche speranze per me stessa e per lei, ma non intralcio e non contrario i suoi tentativi. Tutte le volte che essa, vagamente, mi parla di qualcuno che potrebbe essere un marito, io la secondo, non elevo obbiezioni, e se il qualcuno mi capita sotto mano, centúplico le arti di seduzione e mi rendo la più ingenua e graziosa civetta che abbia mai vestito abiti di fanciulla. Tu capisci: io debbo farmi sopportare; sono di peso, sono una noia, un ostacolo, un inciampo. Ma che tutto ciò, agli occhi della zia, dipenda dalla fatalità, contro la quale non si lotta. Che essa non possa credere o dubitare — povera donna — che mi metto della partita col destino, e che évito di far tutto ciò che è in mio potere per sollevarla da questa noia, da questo peso che è il mio io! Ed è giusto. È giusto, perchè le ambizioni e le aspirazioni di zia Ermelinda sono generate da un nobile sentimento. Essa vuol farsi sposare, non per interesse: non potrebbe pretendere da Totò più di quanto ora lui le concede. — Ma essa ci tiene a regolarizzare una posizione equivoca; ci tiene a diventare la signora Orlandi, unicamente per il proprio decoro, per la propria tranquillità d'animo e di coscienza. Vorrebbe poter dare a sè stessa un attestato d'onestà al quale il mondo à già posto la firma, ma che essa, in coscienza, non può firmare. Tu lo sai: zia Ermelinda à sempre avuta una così assidua cura delle apparenze, e, nell'aspetto, nei modi, negli atti, nelle parole, si è così ben conservata dama, che la società non à mai cercato od osato di esercitare un controllo su di lei. Chi non sa, s'inchina. Chi sa, s'inchina del pari, perchè essa non à mai autorizzato una supposizione o un sospetto. Così, io credo che una donna che à avuti cento amanti è ugualmente rispettata e onorata se li à saputi nascondere od anche soltanto se non li à buttati in faccia alla gente. Mentre una donna che ne abbia uno solo viene messa al bando, se in un momento d'oblìo, o di spensieratezza, o di passione, si è tradita e à dimenticato che il mondo vuol far finta, anzi non cerca di meglio che di far finta di non sapere. Potrò forse sbagliarmi, ma, per ora, credo fermamente che sia così. Zia Ermelinda, dunque, il rispetto del mondo lo à, ma non le basta. Vuole il rispetto di sè stessa. È commendevole. Oh Dio! certamente ci sarebbe una morale più assoluta, più rigida ancora: non avendo potuto riparare non so se ad un fallo di gioventù o ad una debolezza di donna accasciata dalla sventura — (Totò data dalla morte dello zio) — essa avrebbe potuto da molti anni (e sarebbe sempre a tempo di farlo), scontare quel fallo o quella debolezza; ritrarsi, dare un addio a Totò e.... Ma non si vive con due o tremila lire di pensione.... E certi eroismi non si possono pretendere da tutti. Tanto meno a me, toccherebbe di pretenderli! Ti va? Faccio della psicologia, mi pare. E ti annoio! Ma, via, mentre culli Esterina, puoi leggere le mie pappolate. Ed a me, lo scriverti tutto quello che mi passa per la testa, serva di passatempo e di svago. E chiudo la lunghissima parentesi. Zia Ermelinda à dunque accettato con entusiasmo l'invito della Galli. Figurarsi! queste festine di famiglia sono vere incubatrici matrimoniali. Si direbbe una ricetta tolta dal «Re dei cuochi». Prendi vari giovinotti ed eguale quantità di fanciulle. Avvolgi queste nella mussolina o nel crèpe a 95 centesimi il metro comperati da Bocconi; avvolgi quelli in un frak purchessia, magari da nolo, in mancanza di meglio; mettili tutti assieme nella casseruola della sala da ballo; falli ben bene rimescolare a furia di polke, di galoppi e di mazurke; aggiungi un po' di limonata (ci sta, anche il doppio senso), qualche bicchiere di marsala e una fetta di panettone; fuoco lento, che può durare da Santo Stefano al primo giorno di quaresima: e.... servi altrettante coppie di sposi quanti sono gli ingredienti adoperati in origine. Alla peggio, qualcuna di meno: qualcuna che rimane bruciata dal conflitto degli interessi; qualcuna cui sarà mancato il condimento della dote per tenere assieme la polpetta.... Ma, tutto ben considerato, nessuna migliore fabbrica di matrimoni che una festina di famiglia. Ed ora dovrei parlarti di quella dei Galli, alla quale ò preso parte ieri sera. Ma la lettera è lunga. Ti dirò domani le mie impressioni. La zia mi chiama: vuol dire che Totò se n'è andato. Oh! mi annunciasse il suo matrimonio! Sai, Bianca: se riuscissi a maritarla questa mia zia, mi parrebbe di vincere un terno al lotto. Senza arrière-pensée.... te lo giuro. Bacioni da
Adelina tua.
Eccomi qua, Bianca mia, alla mia lettera quasi quotidiana. E per non annoiarti colle mie solite malinconie, o per annoiarti il meno possibile, riprenderò il tema di ieri: la festa dei Galli. Se ti dicessi che mi ci sono divertita, direi una bugia. Che vuoi? mi accorgo ogni giorno più che ò delle idee e dei gusti aristocratici. Tutto ciò che è borghese non mi va. E nulla di più borghese dei Galli, della loro casa, dei loro ballonzoli dati per cercar marito alle figlie, dei loro discorsi, della gente che ricevono, del modo come ricevono. Qualcosa di così sciatto, di così scipito, di così provinciale, di così.... onesto (là, la parola mi è cascata — era nella penna, non ce ne ò colpa io!) da farti rimescolar il sangue, quando non ti addormenti in piedi. Già, comincierò col dire che il ballo come ballo, cioè il ballo come fine non l'ò mai capito: lo capisco come mezzo. Mi spiego? Quando non si ama; quando non s'à la possibilità di amare; quando non ci si mette in mostra perchè non ne vale la pena; quando non si può ballare per la platea, perchè è una platea indegna di sè; quando non si cerca marito.... come mai può divertire un ballo o ci si può prendere gusto? Ora: io non cerco marito (me lo cerca la zia, e basta: lascio fare a lei!); io non amo e non è certamente in casa Galli che mi sarà dato di amare (i giovinotti sono otto o dieci o quindici, più o meno rispettabili, più o meno ricchi, più o meno belli, che ànno tutti il tipo borghese, melenso e volgare che noi a Milano caratterizziamo così bene col nome di spazzabaslott); io non mi metto in mostra e non faccio nessun frais di nessun genere perchè, francamente, non ne torna il conto; dunque? Tu capirai che il non divertirsi in casa Galli non è una posa. Oh! quei ballerini, Bianca mia! quando te ne avrò descritto uno, te li avrò descritti tutti. Il signor Anselmo Gerli. Giovinotto sui 28 anni, forse 30, forse 33. Nè alto, nè basso. Faccia da scemo. Baffetti arricciati, in principio di festa: spioventi, verso mezzanotte. Capelli pettinati, lisciati, impomatati: la scriminatura sul lato destro della testa, e una ciocca stiracchiata, stirata, appiccicata sulla fronte, in semicerchio. Altro termine milanese che rende la situazione: è pettinato alla s'giafa, proprio come se un ceffone gli avesse incollato quella ciocca di capelli sulla fronte come avverrebbe di una pelle di fico sbattuta sul muro. Insomma: bella testa da parrucchiere. Marsina abbondante con dei risvolti senza seta, enormi, e le cui punte giungono sino alla spalla: le falde lunghe, che arrivano al polpaccio: il panciotto aperto a cuore perfetto, mette in mostra uno sparato di camicia a ricamini, fiorellini, bucherellini, ultimo lavoro di sua sorella, allieva alla professionale: lo sparato fa delle pieghe sino da quando Anselmo Gerli entra in salotto: in fine della festa è una cosa che mette pietà. Il colletto della camicia è posticcio e qualche volta, nella foga del ballo, si sbottona; allora egli interrompe la danza e se lo riallaccia non senza fatica. Anche i polsini, qualche volta, sono staccati, escono dalle maniche del frak e ci si accorge allora che furono già portati al ballo precedente e ne conservano le traccie.... sull'orlo che questa volta sta.... cioè dovrebbe stare, dentro la manica: perchè sono a doppio uso. Scarpe a vernice, a forma di barchetta: la punta, curiosona, guarda in su, verso la testa del proprietario, come a chiedere: mi farai gironzolare ancora per un pezzo? Cravattina di raso bianco-burro, a nodo fatto, con una spilla conficcata a traverso. Nelle spille, varietà enorme: dalla scheggia di brillante al ferro di cavallo d'acciaio brunito; dal piccolo rubino al velocipede d'argento in miniatura; dal cornetto di corallo alla testina da morto, emblema pieno di distinzione rivelante l'uomo scettico e superiore. Guanti bianco-burro (nuance alla cravatta) e spesso rilavati. Gibus, che.... è meglio veder chiuso, e che, chiuso, mette in mostra una bella fodera scarlatta, o verde, od azzurra. Tutto ciò potrebbe far credere che, finanziariamente, il signor Anselmo la tiri coi denti. Niente affatto. È figlio di un mercante di frutta che à un giro d'affari di milioni ogni anno. Il signor Anselmo è occupato nella casa. All'alba contratta in verziere: poi tiene la corrispondenza. La sera, si mette in chicchera, e si diverte! abbonato in palco al Dal Verme ed à fama di essere allegro, spiritoso e spendacchione. Si dice che mantenga una ballerina. Come vedi, non gli manca nulla. Cioè sì: gli manca un po' di distinzione, ma lui non se ne accorge e non se ne accorgono in casa Galli, dove lo dicono un partito eccellente per qualunque ragazza. Je n'en voudrais, pas, par exemple! I discorsi del signor Anselmo, quando sei al suo braccio, alla queue. Comincia in dialetto: ma tu, per tentare — come puoi — di divertirti, gli rispondi in italiano, e allora lui si trova in obbligo di continuare la conversazione in lingua: — Si comincia a sentire il caldo, minga vero? — Il ballare l'è bello, non dico di no: ma se non si sudasse, sarebbe una gran bella cosa. — E a lei signorina ci piace di ballare? — L'è stata al Dal Verme a sentire la «Traviata»? Mica male, vero? C'è la prima donna che la pare un gattino sbrojato (parigina mia, ti ricordi ancora che sbrojato vorrebbe dire scottato?), ma in complesso non si può mica lamentarsi. Quello che c'è di bello l'è il ballo. La Bessone l'è proprio un amorino. — E la sua zia non la balla mica? La si è proprio già messa far da tappezzeria? (una risata). — Ohi! Signorina, a momenti tocca a noi! Piccoli incidenti graziosissimi: Quando sei alla queue, il signor Anselmo si accorge di un piccolo vano tra due coppie un po' dinanzi a noi. Allora ti trascina piano piano, con furberia; s'insinua, violento, ad un tratto, in quel vano, schiacciando un piede a una delle ballerine, dando una gomitata al cavaliere che gli sta dinanzi, e ti dice, trionfante: — Abbiamo guadagnati tre posti! Risate, rimproveri, proteste dalle altre coppie. Allegria generale in tutta la fila. Oppure, sempre alla queue: Il signor Anselmo adocchia di sopra alla spalla del ballerino che gli sta dinanzi, la camelia che egli tiene all'occhiello. Allora ti stringe un poco il braccio per richiamare la tua attenzione, dà una strizzatina d'occhi, furbescamente, come a dire: — sta a vedere adesso! — e poi, piano piano, passando il proprio braccio sopra la spalla dell'amico, gli ruba il fiore. Risatte, rimproveri, proteste. Allegria generale! Come vedi, mia Bianca, persone e discorsi onestissimi, scherzi innocenti e lieti. Il signor Carlo Valenzini, capo contabile alla Banca cooperativa dei suburbi. Id. id. Il signor Giuseppe Buttarelli, mercante di coloniali. Id. id. Il signor Arturo Cantaluppi, capomastro. Id. id. Il signor Giacomo Beretta, pilatura di riso. Id. id. Le ragazze, un poco meglio. Già, prima di tutto, noi donne abbiamo sempre una distinzione innata che soltanto la degradazione morale, io credo, può far perdere qualche volta. Anzi, io sono persuasa che i maschi nascono tutti barabba, e le femmine tutte dame: e le donne trasformano i barabba in gentiluomini, mentre gli uomini fanno di noi donne, molto sovente, delle.... (ò l'idea, ma mi manca la parola: trovala tu). Poi, tutta questa gente borghese, questi nuovi ricchi, se trascurano l'educazione dei figli, o trovano nei figli una grande riluttanza ad ingentilirsi, ci tengono assai e mettono ogni cura a rendere la più completa e raffinata l'educazione delle figlie. Essi sanno bene che i maschi saranno — ed è bene che sieno (gente pratica, in fondo) — dei fabbricatori di candele, degli ortolani in grande, dei mugnai, come i padri. Le figliole invece possono tessere fonti di connubî e d'incroci di razze che formano il sogno dorato di molti papà e di tutte le mamme. Qual'è quel pilatore di riso o quel fabbricante di saponi che non sogni di veder sua figlia contessa? E l'esperienza gli dice che non è un sogno tanto difficile a realizzare. Quanti marchesi spiantati non ànno introdotto nel loro stemma avito il porchetto ingrassato che il suocero gli à recato ricoperto di marenghi? Ma bisogna che della figlia, quando à l'età da marito, si possa dire: «Guardatela: che grazia! Uditela: che coltura! Pare una contessina!» — Quando pare, perchè non la diventerebbe per davvero? — Così, le mettono in collegio, le figliole. Ne escono (io e te ne sappiamo qualcosa) non sempre delle colombe, non sempre colla mente ingenua e lieta e coll'animo aperto e schietto. Ma parlano il francese, il tedesco e l'inglese: suonano: danzano: dipingono: son maestre nel ricamo: sanno come ci si contiene in società.... E, fors'anco, rientrando in famiglia, s'indignano della volgarità dei genitori, e correggono le lettere che i fratelli scrivono alle loro amanti. Infine delle spostate intellettuali, odiose in casa loro, ma che — prese a piccole dosi, ad un ballo o in conversazione — sono, nel loro ceto, meno antipatiche e insoffribili dei maschi. Se qualcuno all'infuori di te leggesse queste considerazioni che mi sgocciolano giù dalla penna, non so bene perchè, direbbe che pontifico e che sono una bas-bleu da dozzina. Ma tu sai che è la esperienza che me le detta. Quell'esperienza che abbiamo fatta assieme, io e te, in collegio e fuori: io e te che, volere o volare, siamo due donne intelligenti. Perchè mi metto anch'io tra le donne, sai? nonostante i miei fiori d'arancio! Ebbene, senti: malgrado il mio scetticismo, malgrado la corruzione dell'animo e del cuore (una ragazza che sa, che à capito, che à vissuto, che à sofferto, che i casi della vita spingono a ridere di tutto e di tutti, perchè dopo aver pianto molto à compreso che non val la pena di piangere; una ragazza così fatta, questa società tutta finzioni e ipocrisie, la chiama una fanciulla corrotta!) — malgrado quello che sono, insomma, io — vedi — un giovinotto di quelli lì, un Gerli, un Buttarelli, un Beretta, non lo vorrei, neppure se mi coprisse d'oro. C'è ancora qualcosa di.... che so? di gentile e d'ingenuo dentro di me. Una ingenuità tutta mia speciale: ma questo lo sento, ne sono profondamente convinta: tra lo sposare un Buttarelli e.... il perdermi per sempre, preferirei il perdermi. E avverrà così, sai? Perchè potrebbe accadere che uno di codesti scemi, in un momento d'entusiasmo o di buon umore, fosse capace di dimenticare che non ò un quattrino di dote (prima.... dote che si cerca alla sposa in codesto mondo!) e mi chiedesse in moglie. Quel giorno non avrei un argomento buono, convincente per rifiutare. Avrei anzi l'obbligo sacrosanto di accettare con entusiasmo, non tanto per me quanto per liberare la zia! Ebbene, quel giorno me ne andrei, non so dove e non so a far che cosa. Me ne anderei, voltando le spalle al ricco partito! Tu, Bianca, che ti diletti come me, qualche volta, di psicologia, spiegami. Egli è che ò dei gusti aristocratici, raffinati — come ti ò già, detto e come tu sai? E preferisco, forse, la colpa, circondata di distinzione, all'onestà accompagnata dalla volgarità? Sarebbe una spiegazione assai semplice. Eppure non credo che sia la giusta. Vedi, io sento, per esempio (e ti giuro che sono sincera), che preferirei essere la donna di un artista povero ma di genio che mi tenesse con sè anche se non mi potesse sposare, che non la moglie di uno di codesti ricconi sciatti e borghesi d'intelletto, di vita, di modi e di parole. E questo mi par buono, veramente buono, e alto, e nobile, e forte.... Ma so che nel primo caso la società mi metterebbe al bando.... Quella società che invece onora e rispetta.... qualcuno che m'intendo io! E dopo ciò, a che raccontarti e descriverti le festine di casa Galli? Immagina il peggio che tu puoi dal punto di vista che ò discusso: sarai sempre un gradino troppo in alto sulla scala della intellettualità.
Perchè non sei un uomo, tu? Ci saremmo amati! Eravamo fatti l'una per l'altro.
Stanotte, Bianca mia, pensando che avrei dovuto — appena alzata questa mattina —mettermi a tavolino per darti la grande notizia, mi rivoltavo nel letto rifacendo mille volte mentalmente la mia lettera. Come avrei cominciato? Ti avrei detto, crudamente, di botto, senza preamboli.... quello che ò da dirti? Oppure sarebbe meglio prenderla da lontano, e arrivarci pian pianino, dopo avertici preparata coi sottintesi e colle allusioni? La notte è passata insonne, ma non sono giunta a nessuna conclusione. Ed ora? Ed ora.... Ebbene, eccola qui, in due parole. Mi.... Sì, la dico: Mi marito! E sul serio, sai, Bianca? Non credere che canzoni. Vuoi che te lo ripeta? Mi ma-ri-to Faccio la presentazione: Il signor James Burton, di Glasgow (Inghilterra), mio fidanzato. Vedi un bel giovanotto sui trent'anni, alto, biondo, forte, nerboruto, simpatico, distinto, un poco timido; non ricco, ma in buona condizione, e che à un avvenire. E questi è il signor James Burton, direttore tecnico della Società Internazionale dei Tramway a vapore che à sede a Milano. Mio fidanzato. Ho detto: Mi-o fi-dan-za-to. E tre. Perchè tu (io lo vedo da qui), ài l'aria di non crederlo. Tu pensavi — come me, del resto — che nessuno sposerebbe la signorina Adele Olivieri, bella ragazza pericolosa, che non à nè babbo nè mamma (e pazienza questo! — per chi dovesse sposarla, intendiamoci!), ma che non à neppure un soldo di dote: anzi, non à neppure il corredo, perchè se la zia glie lo offrisse (almeno quello!) non potrebbe accettarlo.... per non doverne ringraziare Totò. E quando Bianca Caradelli, sua amica d'infanzia, sua sorella d'adozione, suo confessore e.... suo primo amore, à saputo che Adelina era fidanzata, à pensato che chi la sposava era o un meschinuccio impiegatuccio borghesuccio a mille e due che si decideva ad accasarsi.... per fare economia; oppure un vecchiotto pensionato che, ritirandosi dal mondo e dai suoi piaceri, aveva bisogno di una serva che gli facesse il pranzo, o, tutt'al più, di una dama di compagnia che gli curasse la gotta! Ebbene: crepi l'astrologo, e schiatti l'invidia; io sposo un bel giovanotto che à quattromila lire all'anno di stipendio, oltre gl'incerti; che sarà forse ricco un dì o l'altro; che è la scienza, la coltura, la probità, il lavoro, e.... la distinzione (il mio dadà) in persona! E perchè il signor James Burton sposa la signorina Adele Olivieri? Perchè se ne è innamorato. Oh bella! sono cose che cápitano di rado, ma che cápitano ancora, qualche volta. E la signorina Adele Olivieri è innamorata del signor James Burton? Per ora no; ma spera di diventarla col tempo e con un poco di buona volontà. Sono le dieci del mattino, e bisogna uscir di casa colla zia. Pare che ci sieno molte cose da fare. Riprenderò la lettera più tardi. Anzi, no. Nel dubbio che oggi non mi resti tempo di scrivere altro, spedisco, intanto, questa, che reca semplicemente l'annunzio: «Adelina, Olivieri — James Burton, oggi fidanzati». A più tardi, o a domani, i particolari. Bacioni dalla immutabile amica
Come avevo preveduto, mia cara Bianca bella, ieri non ebbi più neppure un minuto da dedicarti. (Ne sei gelosa un pochino? Dimmi di sì, mi farebbe tanto piacere!) Ma che vuoi? Pare che il matrimonio sia una cosa molto seria. Le formalità da compiere — perchè il mio fidanzato vuol far presto, anzi prestissimo — (benedetto lui!) — le compere.... Oh! le compere! Che cosa dolorosamente e tristemente comica minacciano di essere! La zia (beata, lei, di queste nozze), è stata colta da una felicità sconfinata, da una allegria senza limiti, e da.... una generosità che è il colmo del disinteresse. — Bisogna fare, bisogna procurarsi, bisogna comperare, bisogna avere.... — eccetera eccetera. E vorrebbe entrare in ogni bottega e portar via mezza la roba che contiene. Almeno ventiquattro camicie; almeno trentasei fazzoletti; almeno sei toilettes; almeno otto cappellini! Ed io, per contro, a dir di no; a dire che basta quello che ò; a convincere che troppo lusso sarebbe fuor di luogo, che non piacerebbe neppure a James. Dio! come sono onesta.... in fondo! E, ti dico, è stata una lotta, tutt'oggi. Trentasei fazzoletti!? Ma, zia, sei matta? Che diavolo credi, che il matrimonio mi darà il raffreddore in permanenza?... Sei toilettes? Ma per farne che? Quelle che ò non bastano? Otto cappellini? Ma dovrò metterli sotto il letto, nella piccola casa! Infine, ò dovuto acconciarmi ad accettare qualcosa: della tela, la stoffa di una vesta di seta, qualche altra piccola cianfrusaglia: ciò che, a mio giudizio, potevo supporre stesse nei limiti delle rendite proprie e assolute e personali della zia. E lavorerò io, durante il mese che mi separa dalle nozze, a prepararmi il.... corredo nuziale! Così è, Bianca mia. Questo periodo di tempo tra la promessa e il matrimonio, che io credo debba essere il più bello, il più dolce, il più sereno, il più felice nella vita di ogni donna è amareggiato anche questo, per me, da un pensiero fosco, increscioso, umiliante, brutale! Oh! ero nata per essere buona! Chissà se le circostanze, i casi della vita, mi permetteranno di esserla?! Ma non è di ciò che ti debbo parlare. T'interessa forse, anzi certamente, anche questo, a causa dell'affetto che mi porti. Ma oggi ò il dovere di soddisfare anzitutto la tua giusta curiosità. Come si è concluso questo matrimonio? Il Galli è uno degli amministratori della Società dei trams di cui James è direttore. Ed egli mi à conosciuta ad una di quelle festine delle quali ti ò parlato. Come e perchè si sia innamorato di me, non lo so. A proposito: è la seconda volta che uso questa parola innamorato: la prima per ischerzo, la seconda sul serio. Potresti credere che fosse presunzione, la mia. Ebbene no. Tanto, io non vi dò importanza, sai? Dò importanza al fatto che egli mi sposa, ma al perchè mi sposa.... No, adesso stavo per, ridiventare cattiva, e non voglio! Ma è proprio innamorato. A modo suo, s'intende, cioè in un modo inglese. Mi guardava, balbettava parlandomi, arrossiva persino, qualche volta, lui che è un uomo forte: e poi, me lo à detto, ieri, quando la cosa fu conclusa: —Vi amo, signorina. Spero che saremo felici.... Io gli ò buttate le braccia al collo e gli ò dato del tu! E poi, via, è l'unica ragione perchè mi sposi, che sia innamorato. Perchè, diciamolo franco, sposandomi, non è mica un affare che conclude, poveretto! E tu? mi domandi certamente. Io?... Io trovo che è tutto quello di meglio che potevo desiderare, se pure avessi potuto formare dei desideri. E sposandolo, non faccio nessuna concessione ai miei gusti. È bello (sin troppo bello per un marito!), è intelligente, è distinto. Che posso desiderare di più? Non lo amo, cioè non ne sono innamorata. Forse, gli è che non ò avuto modo e mezzo d'innamorarmene. Ma gli voglio bene, ch'è forse meglio. E ripeto, inglesamente come lui: Credo che saremo felici.... se non cápita qualche malanno! Aggiungi che queste nozze sono un piccolo trionfo per me. Il Galli aveva già messi gli occhi su Burton per farne il marito di Clara o di Virginia. Clara poi, specialmente, credeva di averlo già conquistato. È un po' meno scema delle sorelle, e sa di avere una dote che può far gola a molti. — Quello è per me — aveva certamente detto in cuor suo. Non che gli premesse; ma il Galli papà glie lo aveva fatto capire, che avrebbe desiderato un matrimonio coll'inglese. Perchè il vecchiotto è furbo: e quantunque James non sia ricco, aveva capito che c'è in lui la stoffa di un grand'uomo. Quanto a Clara, come gusti, in fondo, avrebbe preferito, io suppongo, il primo Gerli o il primo Buttarelli venuto. Perchè il Gerli e il Buttarelli posseggono dei cavalli per condurre i sacchi di farina alla stazione o le patate in verziere: e quei cavalli si possono attaccare al biroccino la domenica, dopo pranzo, e farsi scarrozzare così nel suburbio, con grande invidia dei vicini. Ma se papà Galli apriva gli occhi da una parte, zia Ermelinda li apriva dall'altra. James era stato uno dei tanti dei quali essa mi aveva detto: Che buon partito sarebbe! Ed io, appena mi diceva così (e purchè non si trattasse di un Gerli), mi mettevo in campagna. Ma sai, del resto, con che fiducia! Dio mio, tutto questo è molto volgare, lo so: ma io avevo una buona scusa: per me, il cercarmi marito era un caso di coscienza, mentre tutte queste manovre sono, starei per dire, delle piccole infamie in chi non à le ragioni troppo dolorose che avevo io per dedicarmi alla caccia al marito. E, te lo accerto, queste arti si mettono in opera dalle mamme o dalle figlie in novanta famiglie su cento! Ne ò sapute di quelle, sul conto di molte nostre amiche! Dunque, ti dicevo; la Clara se lo credeva già legato al proprio carro. E faceva la spiritosa con me: — Adelina, l'inglese ti guarda! — Ma con un tono, come, a dire: — Non farti illusioni però! Se lo aspetti, lo aspetterai per un pezzo! Io, zitta. Ma l'approccio era difficile. Lui non ballava, lui non si avvicinava, lui non faceva la corte, lui — quasi — non parlava. Come fare? E come ò fatto? Francamente, non so, e non mi ricordo. Credo che un mio potente ausiliario sia stata la «poule des dames»: oh! la «poule des dames», che invenzione! La conclusione, è che ieri James fece la sua domanda formale. Per essere sempre sincera, ti dirò che me l'aspettavo. Aggiungerò ad onor suo, che non mi à lasciato aspettar molto. Quanto alla zia, puoi immaginarlo: poco mancò che non mi buttasse tra le sue braccia e gli dicesse: Tò, pigliala, benedetto da Dio! e portala via oggi stesso! Io però avevo una gran paura che, conosciute le condizioni mie finanziarie.... Ma non ricordavo che avevo a che fare con un inglese: prima di decidersi al passo supremo, si era informato appuntino. E non si era spaventato della mia povertà. Come vedi, è uno di quegli atti che caratterizzano un uomo. Perciò gli voglio bene, e sento che glie ne vorrò sempre. Mi porta via di qua! Infine, che dirti, Bianca mia? Sono felice. Una felicità relativa, non completa, non assoluta: una felicità che è di questo mondo, insomma. Ma posso pretendere di più? Dimmi subito cosa pensi di tutto ciò. A me pare un sogno. Ed è appunto, perchè mi pare un sogno che mi convinco che debbo accontentarmene ed esserne felice. Come vedi, mi rendo felice a furia di ragionamento; non lo sono per spontaneità di sentimento; non sono, mi rendo felice: c'è una gran differenza. Ma se la si raggiunge questa felicità in un modo o nell'altro, per un giorno o per sempre, non è già una fortuna che può, e deve riconciliare un poco colla vita? Scrivimi senza indugio, a lungo.
Adelina tua.
Mi piace tanto anche il nome del mio fidanzato: Giacomo: un nome comune, ma forte, rude, da uomo. E in inglese poi è veramente bello: James. No?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mia Bianca, due giorni soltanto mi separano da quello delle mie nozze. Si è dovuto ritardare di una settimana per attendere certe carte dall'Inghilterra: poi, la nostra casetta in via Principe Umberto non era ancor pronta: anzi, mancavano — nientemeno — i mobili della stanza da letto: mancava il letto nuziale, non ancora ultimato! Come vedi.... impossibile sposarsi! Tanto più che, da gente di spirito, sopprimiamo (come ài fatto tu) il viaggio di nozze. James è tanto occupato alla fabbrica! Abbiamo deciso che, invece, ci recheremo per una quindicina di giorni in Isvizzera il mese venturo. Percui, posdomani, uscendo dal municipio, ci recheremo a casa nostra (nostra!...;mi fa un certo effetto!) direttamente, senza cerimonie, senza pranzi di nozze. Francamente, zio Totò a tavola mi avrbbe seccato. Insomma, il mio matrimonio si compirà nel modo più semplice. A proposito: neppure in chiesa; si anderà, perchè James — non so se te l'ò detto ancora — è di religione protestante. Ti confesso che non me ne importa niente. È tanto tempo che ò protestato anch'io, contro tutto e contro tutti! Babbo e mamma Burton (i miei futuri suoceri che non conosco altro che in fotografia) mi ànno mandata la loro benedizione. Poveretti! E il loro regalo anche: mille lire, quaranta sterline, da gente pratica come sono, perchè mi comperassi quello che desideravo. Le ò cedute a James e ànno servito anch'esse all'impianto della casa. Ò messo giudizio.... sino al punto di stupirmene io stessa. Altri regali: la zia, un orologio d'oro colle mie cifre in rubini; Totò un braccialetto con uno smeraldo circondato di brillantini (lo venderò alla prima occasione; non voglio portarlo); e il tuo regalo, tanto carino, tanto affettuoseo, e del quale ti ringrazio ancora con cento bacioni belli. I Galli ànno dovuto fare bonne mine à mauvais jeu. Lui, il vecchio, un buon diavolo dopo tutto, à regalato a James una spilla: il pensiero è gentile, tanto più se si pensa che, proprio, non aveva nessun obbligo di farlo. E le ragazze ànno regalato a me un monumento di frastaglio e ricamo, che vorrebbe essere un portacarte, e che io appenderò in anticamera. Del resto, nulla di nuovo dall'ultima volta che ti scrissi. E tu mi perdonerai se in questo mese ò diradate un poco le mie lettere. È stata un'epoca di transizione. Da doman l'altro tutto tornerà a camminare regolarmente, e anche la mia corrispondenza non soffrirà interruzioni. Gli è che in questi giorni ò avuto tante cose da fare, e tanti pensieri, tanti sopraccapi. Ma, quando sarò la moglie di James avrò tutta la giornata a mia disposizione. Come sai, mio marito deve stare all'officina tutto il giorno. Che potrò far di meglio, per occupare il mio tempo, che di scriverti, a lungo, come per il passato, quando non avevo nulla da fare? Ma in questo mese! Il mattino l'occupavo tutto a lavorare: e il pomeriggio, zia Ermelinda mi trascinava di qua e di là, in visita dal tocco alle sei. A chi, a chi, Dio benedetto, non abbiamo fatto visita? Persino le vecchie conoscenze quasi dimenticate essa è andata a scovar fuori; persino delle sue antiche compagne di scuola che non vedeva più da molti anni. E tutto ciò a quale scopo? Per annunciare il mio matrimonio! Questo avvenimento l'à resa tanto felice, che à sentito il prepotente bisogno di comunicarlo a mezzo mondo. Persino in istrada, persino nei trams (abbiamo speso una sostanza in trams durante questi giorni!) essa chiacchierava forte, e sempre delle mie nozze, come le premesse di farle conoscere anche ai conduttori, anche agli sconosciuti che ci sedevano accanto. Ti dico, è ringiovanita di dieci anni, povera zia Ermelinda. Si direbbe che il mio matrimonio le paja un augurio e debba preludere al suo. E Dio lo volesse! La sera, poi, James è sempre venuto a tenermi compagnia. Ti ò detto che è innamorato di me. Ogni giorno che passa me ne convinco di più. Ma credi tu che me l'abbia detto mai? Dopo il primo giorno, quello della promessa, che pronunciò quella famose frase: — L'amo signorina: spero che saremo felici, — più una parola su questo argomento.... dello amore. Ogni sera, alle otto, arriva; rimane sino alle dieci, chiacchierando di tutto, non escluso del nostro matrimonio e dei preparativi di esso; e poi se ne va, baciandomi in fronte. Ma una parola calda di passione, ma una frase d'amore, mai! E sì che la zia, spesso e volentieri, ci lascia soli: vuol che gustiamo in pace la nostra felicità, e pregusta la sua che l'attende: la liberazione da questo peso che era la nipotina. E quanto a me, te lo confesso in gran segreto, ò tentato anche di incoraggiarlo qualche volta: non fosse che per entrare un po' in intimità e non aver da far tutto il dì delle nozze. Voglio dire che diventare marito e moglie dovrebbe essere più facile — mi pare — se lo si diventa a poco a poco. Invece, con James, questa graduale, progressiva intimità non c'è mezzo di ottenerla. Siamo, oggi ancora, come due buoni amici che si vogliono bene e che si rispettano: che si rispettano molto, anzi. Dopo domani, entrando nella nostra casa, sarà molto difficile, o molto curioso per lo meno.... Basta! Ci à da pensar lui, dopo tutto! E vedremo anche questa! Malgrado ciò, mi sono convinta ogni giorno più — come ti ò detto — che mi ama sul serio. I suoi silenzi, più che le parole compassate, le strette di mano, più che i baci sulla fronte, me ne ànno fatta persuasa. E, te lo confesso, è una cosa che mi fa piacere, di sentirmi amata così sul serio, da un uomo serio. Ciò mi dà come una gran sicurezza, una gran fiducia. E questa sicurezza, questa fiducia, più ancora che la mia pratica di mondo e la quadratura della mia testa, mi impediranno di provare nessun tremito, nessuna commozione, nessuna titubanza, nel pronunziare il gran «si», e nell'attaccarmi al braccio di mio marito per tutta la vita. Avvenne così anche a te? Mi sei sempre stata avara di particolari, tu, sulle tue nozze e su tutte le circostanze che le ànno accompagnate. Io, dal giorno che mi sono fidanzata, ò avuti tanti pensieri nuovi, ò fatte tante considerazioni, ò provati dei sentimenti e delle sensazioni così diverse, che mi pareva, in certi momenti, di non essere più io. E allora sai a chi pensavo? A te. E mi chiedevo: Perchè Bianca non mi à mai parlato di tutto ciò? Eppure anch'essa deve aver sentito e provato quello che sento e che provo io! Ci siamo scritti dei volumi: ma se, un dì o l'altro, ci sarà dato di riavvicinarci, quante e quante cose non avremo ancora da raccontarci e da confidarci reciprocamente! Ciao, Bianca mia, tesoro mio. Non so se avrò tempo di scriverti domani. Giovedì no certo: è la grande giornata, pensa! Ma, non fosse che un dispaccio, venerdì mattina te lo mando. Tu, quando ài preso marito, mi ài dimenticata: io non ti dimenticherò. Ti abbraccio.
Parigi-Milano, 5 maggio, ore 8,15 ant.
Bianca Caradelli — Boulevard Poissonières 12 Paris — Tout bien. — enchantée — tendresses.
Credo e spero, Bianca mia, che il mio dispaccio di ieri mattina ti abbia — nel suo laconismo — completamente informata di tutto: degli avvenimenti e delle impressioni. Il dispaccio rendeva la situazione. Sono contenta, ecco. Fu il primo giorno ieri, dacchè sono nata, che, levandomi il mattino, guardandomi attorno, aprendo le finestre per lasciar entrare il bel sole tepido di maggio, appoggiandomi al davanzale e rimanendo a guardare giù nella via, il mondo mi è parso meno brutto, e ò trovato che — forse — valeva la piena di essere nata e di vivere. Nella strada era il formicolìo della gente affrettata e il rotolar delle carrozze e dei carri che vanno e vengono dalla stazione. Più al largo, verso piazza Cavour, era tutta una passata e un raggrupparsi a crocchi, un incrociarsi e un salutarsi di bimbi e di balie diretti ai giardini pubblici. E mi sentivo lieta, nella lietezza che mi circondava, che era nell'aria del mattino caldo di primavera. Appoggiata così al davanzale, ò salutato colla mano James, che si dirigeva ad una vettura per recarsi all'officina. Poi sono rimasta a lungo, a guardare senza vedere, pensando, cercando di leggermi dentro l'anima mia. Ò fatti dei proponimenti buoni. Ò pensato che se la sventura non ci colpirà, sarà una vita dolce, gaia, tranquilla la nostra. Ò detto a me stessa che eviterò tutto quello che possa portarci sventura. E ò desiderato di aver presto un bambolino, anch'io, da condurre ai giardini, il mattino. James, ieri, è venuto a casa anche a far colazione: ciò in via straordinaria, perchè era il primo giorno della nostra vita in comune. Poi è tornato all'officina. È rincasato alle sei: abbiamo pranzato e siamo usciti a passeggio. Alle nove eravamo a casa di nuovo, e alle dieci a letto, come due bravi figliuoli giudiziosi. La zia mi à ceduta Bettina — sai, quella tal cameriera. Essa à imparato anche un po' di cucina. Io e Jaanes ce ne accontentiamo. E per me fu un gran sollievo il non trovarmi con una faccia nuova nel primo inizio del mio ménage: debbo fare anch'io il mio tirocinio, e Bettina mi ci aiuta e mi consiglia. Sarebbe stato un grave impiccio il dover pensare alla spesa giornaliera! Infine, ancora una volta: sono contenta. Soltanto, — è curioso! — mi pare di essere un'altra. Chissà: è lo stordimento? è tutto questo nuovo, morale e materiale, che mi attornia? è il nuovo stato? è la nuova casa? sono le nuove cure? la nuova via che i pensieri necessariamente ànno presa? Non so. Ma, mi pare di essere un'altra. Per esempio ò riletto a questo punto i foglietti della mia lettera: non mi ci riconobbi. Sino a ieri l'altro, mi pareva, avrei giurato che la mia prima lettera a te, da donna maritata; sarebbe stata ben diversa. Più gaia, più ridanciona, più leggiera, più.... particolareggiata. Ancora adesso, vedi, tento di essere Adelina che scrive a Bianca, e non mi riesce. Il mio antico stile si è esaurito, forse, nel dispaccio di ieri. Era l'ultimo messaggio di Adelina Olivieri.... quantunque non lo fossi già più: da oggi, è Adelina Burton che scrive. Che è? Che è successo? Non so. Eppure sono lieta. Eppure sono contenta. Ti abbraccio....
Bianca interruppe ancora — a questo punto — la lettura. Rimase col foglietto tra le mani, pensierosa, fissando, senza vedere, il paesaggio che attraversava. Non pensava più ai casi suoi, adesso. Pensava ad Adelina. Tutto quanto avea letto sin qui e che le era sembrato quasi nuovo — perduto come s'era, oramai, nei laberinti della memoria — lo riannodava a quanto Adelina le aveva scritto di poi, e che, più recente e più importante, le era ancor fisso in mente. Riannodava, e trovava tutto logico, conseguente, fatalmente giusto. Nelle lettere della fanciulla, nelle impressioni, nei giudizii, nei propositi, sinceramente espressi, scorgeva adesso, lei, fatta donna da un pezzo, e logorata da una vita così intensamente vissuta, i germi da cui sarebbero sbocciati — poveri fiori di cimitero — gli errori e gli orrori di una esistenza sbagliata, e i falsi amori, e le artificiose emozioni, e le inutili rivolte, e le codardie vantate come eroismi, e le ipocrite incoscienze messe innanzi per iscusa d'ogni tradimento, d'ogni bassezza. E lei, Bianca, al primo fallo rivelato, se n'era stupita e addolorata! Come mai? E ricordava la propria vita, e la paragonava a quella dell'amica. Chi più degna — tra loro — di compianto e d'aiuto? Il treno correva velocissimo. Le Alpi biancheggiavano, vicinissime ormai. Poche ore, ancora, e Bianca toccherebbe il suolo d'Italia.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sai, mia cara Bianca, che io non ti racconterò più nulla di me, della cose mie; che smetterò addirittura di scriverti, se tu non muterai sistema? Anzitutto, la minor frequenza delle tue lettere: io ne ò una delle tue ogni quattro o cinque delle mie. Pazienza! So che ài più cure di me: la mamma, il marito, la bimba: e poi, la vita parigina, molto diversa della mia, scipita e borghesuccia: so che non puoi disporre di molto tempo come me che sono sola tutto il giorno, e quando ò letto un'ora, e lavorato un'altra ora, e gironzolato per la città per altre due, il meglio che mi resta a fare è di mettermi a tavolino per scriverti. Pazienza, ò detto! Comprendo tutto ciò, e ti scuso. Ma che, almeno, quando mi scrivi, tu avessi la confidenza che io uso con te: e mi raccontassi che fai, che ti succede, come vivi, che pensi. Nulla di tutto questo. Letterine punto lunghe; affettuose, non dico di no, ma inconcludenti. Le toilettes, le mode, la première al «Vaudeville», il grand prix d'Auteuil, magari un pizzico di Boulanger.... E che me ne importa? Cioè sì, me ne importa e faccio tesoro delle notizie, degli avvertimenti, dei consigli che mi dài. Ma non mi basta. Ci sono, ci devono essere tante altre cose che non mi dici. In una parola, per spiegarmi: tutte le tue lettere io potrei mostrarle a mio marito. Mentre invece, tra due amiche come noi siamo, ci si dovrebbe scambiare delle lettere gelosissime, piene di piccoli misteri, di piccole confidenze, di piccole impressioni, che, senza aver nulla di straordinario e, Dio ne liberi, di colpevole, un marito è bene ed è utile che non sappia. Io l'ò sempre seguito questo sistema: ti ò sempre detto tutto. E tu, furbona, mi ài ingiunto di scriverti al vecchio indirizzo di casa tua, anche dopo maritata. Anch'io ò fatto così. Ti ò detto subito: continua a scrivere «Adelina, Olivieri, fermo in posta»: Bettina ci à fatta l'abitudine di andarle a prendere. Oh sì! Fatica inutile, e strade sprecate. Le tue lettere potresti dirigerle a casa mia che non sono punto compromettenti. Già, mio marito è fuori tutto il giorno, ed è più facile che io riceva e apra le sue, che lui le mie. Ma ne leggesse anche, delle tue lettere, non ci troverebbe che da annoiarsene. Dunque? Bada: noi partiremo verso l'otto, o il dieci per la Svizzera. Staremo assenti una ventina di giorni: e per questo tempo ti dò vacanza: tanto, gironzoleremo sui monti, e non saprei dove farmi indirizzare le lettere. Ma prima dell'otto, cioè prima che io parta, voglio avere una lettera tua, ma una bella lettera. Ài capito? E intanto ti punisco: avrei molte cose da dirti: un argomento interessantissimo sul quale intrattenerti, e non lo faccio. Lo farò quando te lo meriterai. Chez moi, nulla di nuovo. Continuo ad essere contenta. La vita è un po' monotona, poco emozionata. Ma non me ne lagno. Te l'ò già detto: sono molta mutata, e, sopratutto, ragiono molto. E se penso alla mia vita di ragazza, quella che meno adesso mi pare una vita di paradiso! È un mese, a dir poco, che non vedo Totò: soltanto questo è una beatitudine. Vado quasi ogni giorno dalla zia (sempre vedova, più vedova che mai!), ma nelle ore in cui sono ben sicura di non trovarcelo. Lavoro; mi occupo un poco della casa,, acciocchè Bettina non ne diventi troppo la padrona; qualche visita (faccio passeggiare pei salotti il mio nuovo titolo di Signora!); leggo molto. E tu? Suvvia, squarciami i veli della tua esistenza. Perchè, sai? decisamente c'è del mistero nella tua vita.
Adelina tua.
La domanda che mi rivolgi — mia cara Bianca — nella tua lettera che mi è giunta stamane, mi à fatto ridere. «Niente ancora?» Ma no! niente! Anzi, meno che mai. E, ti giuro, non è la buona volontà che ci manca! Che ci posso fare? È il destino! Non à permesso che io sapessi che cosa vuol dire essere figlia: e non permette, adesso, che io sappia che cosa vuol dire essere mamma. È un atavismo.... fisico-morale. E, per dirti tutto, comincio ad aver paura che questa sia, ed abbia ad essere, una disgrazia per me. Capisco che è presto per disperarsi. Ma insomma io mi annoio. Non ò niente da fare, e la giornata mi riesce lunga, eterna, interminabile. James non lo vedo che all'ora del pranzo: alle nove è stanco, perchè si è levato all'alba e à lavorato tutto il giorno: ed è un debito di coscienza per me il permettere che se ne vada a letto. Io lo seguo poco appresso. Se volessi, uscirebbe a passeggio con me, dopo pranzo: ma mi fa pena il chiederglielo. Dunque, vado a letto prestissimo anch'io. Ne viene di conseguenza naturale che mi alzi presto; alle otto, alle nove del mattino. E per arrivare all'ora del pranzo, ce ne vuole! Ti assicuro, è una fatica improba. Leggo molto: ò letto tutto il leggibile e, forse, anche l'illeggibile. Ò messo a contribuzione la zia (che mi à aperta — finalmente — la sua biblioteca, e ci ò trovata della roba più.... onesta di quella che avevo già letto di straforo prima di sposarmi); ò messe a contribuzione le amiche (che mi diedero i libri più interessanti); mio marito (che mi à inflitto Dickens); persino Totò, che à l'impudenza di farmi delle visitine adesso, ogni tanto, e mi porta — di sotterfugio, in gran segreto — Catulle Mendès e Armand Silvestre; con delle strizzatine d'occhi e dei risolini latte e miele, come gli premesse o credesse di rendersi gradito e.... di formare la mia educazione. Ma le amiche sono quelle che mi forniscono le letture più interessanti; intendiamoci: più artisticamente interessanti; perchè ò anch'io i miei gusti letterarî, e mi picco di essere una conoscitrice e una buongustaia. Io già, lo confesso, son per la nuova scuola naturalistica. Dopo Zola — Bonnetain, Rosny, Guiches, Descaves, Métenier, ecc. Certamente tu conosci tutti questi autori, tu che vivi nel gran cervello letterario del mondo. Amo un po' meno gli impressionisti, se ne togli i De Goncourt che adoro perchè sono degli aristocratici. Abborro i simbolisti: Huysman per esempio non lo capisco: mi pare un uomo non di questo mondo. I filosofi, come Bourget, Rod, Houssaye, Véron, Karr, trovo che non ne capiscono nulla di nulla, specialmente quando parlano della donna e vogliono dipingere la donna: dicono delle cose sbagliatissime. Ogni tanto, per passatempo, come a sollievo dello spirito, mi piace un po' di roba mondana: e mi attacco a Droz; a Gyp a Halévy. Ai romantici poi, non ò mai fatto l'onore di riceverli in casa mia. E, infine, ò messo al bando gli Erckmann-Chatrian, gli Andrea Theuriet, e tutti codesti melensi scrittori di romanzi per le appendici dei giornali che entrano nelle famiglie. Della roba vecchia poco o nulla: un po' di Balzac e un po' di Flaubert, perchè è roba vecchia che è sempre nuova. E basta! Come vedi, ti ò dichiarati anche i miei gusti letterarî. Non so se potrei essere più sincera. Perchè io credo che i gusti e le preferenze letterarie in una donna sieno uno dei dati più certi per giudicare delle sue tendenze, delle sue idee, dei suoi metodi di vita; dei proponimenti e degli intenti, dei desiderî e delle speranze, delle paure e delle audacie, delle ingenuità e delle furberie, delle forze e delle debolezze che l'accompagnano nello esplicarsi quotidiano della sua attività di essere pensante e volente. Ma se domandi alla donna (l'ò constatato) quali sono i libri e gli autori suoi prediletti, in novantanove casi su cento ti senti rispondere una bugia. Essa capisce che il rispondere sinceramente a quella domanda, può voler dire tradirsi, scoprirsi completamente, mettere a nudo il carattere suo. E la donna non à nessun interesse a non conservarsi enigma. E sai perchè quella sincerità le sarebbe fatale? Perchè ogni donna ama i libri nei quali vede riprodotta sè stessa o la sua vita, se non nei casi che cápitano all'eroina, nei gusti, nelle sensazioni, nei difetti o nella virtù, negli odii e negli amori (per gli uomini a per le cose) che l'autore à dati e fatti provare ai protagonisti dei suoi romanzi. Ed è questa la vera ragione per cui il libro, come la commedia, non può avere influenza nè educatrice, nè demoralizzatrice sulla folla. Perchè ogni commedia e ogni romanzo non colpisce e non interessa in modo efficace e duraturo se non quei dati individui che trovano dei punti di contatto tra i personaggi dell'opera d'arte e sè stessi. E a questi individui l'opera d'arte non à più nulla da insegnare. Io, che sono sincera — non fosse che con te — ti ò detto i miei gusti: e ti ò rivelata, ancora una volta, me stessa. Ma credi tu che quei libri che amo abbiano avuta altra influenza su di me se non quella di farmeli amare? Credi tu che mi abbiano appreso qualcosa di nuovo o che abbiano modificate le mie idee? Credi tu che quello che ò letto possa spingermi od indurmi ad agire o a pensare o a condurmi diversamente da quello cha avrei fatto anche se non lo avessi letto? Credi tu che quei romanzi mi abbiano resa più o meno buona di quella che era prima di leggerli, più istrutta del mondo e della vita, più esperimentata dei vizi e delle virtù del nostro secolo? Credi tu che quelle letture mi incoraggeranno a correre più presto sulla mia via, o mi daranno maggiori titubanze a percorrerla?... Ma no! Io amo quei libri perchè in ognuno vi ó trovato qualcosa di me stessa: perchè in ognuno ò constatato che io, al posto dell'eroina, avrei agito come lei. Ecco tutto. Il libro deve rifar la gente! Frottole, Bianca mia, da raccontarsi ai ragazzi di scuola. E mi arresto.... perchè un gran dubbio mi coglie: Dio! starei per diventare una donna noiosa? Vedi che vuol dire non aver nulla da fare! E gli è perciò che in certi momenti di noia, sdraiata sulla poltrona a dondolo, con gli occhi al soffitto, pensando e cercando di trovare quali occupazioni potrei procurarmi, quali mezzi potrei tentare per trascorrere un po' meglio e un po' più in fretta le lunghe ore della giornata; in certi momenti — dicevo — mi pare che la maternità, sarebbe la migliore soluzione di questo problema che comincia a impaurirmi. Ma sono maritata da sei mesi. Aspettiamo e.... con coraggio. Te beata! Il desiderio di tutte le spose fu per te appagato nel limite minimo! Sei sempre stata più fortunata di me.
Adelina tua.
Ò pensato e deciso che non c'era proprio una ragione al mondo di guastarsi il sangue e di rovinarsi l'esistenza: ti basti il dire che dal mio matrimonio in poi ero dimagrata e diminuita di peso. Ti giuro, non avrei potuto durarla più a lungo nella vita che mi ero imposta per un eccesso di riguardo verso mio marito. Che lui debba coricarsi alle dieci per alzarsi alle sei, sta bene. Ma che io dovessi seguire le sue abitudini e sottomettermi completamente a' suoi bisogni, ah! perbacco, no e poi no. L'ò durata nove mesi e mi pare anche troppo. Un altro poco e sarei diventata idrofoba! Così, ò preso il mio coraggio a due mani e mi sono emancipata. Da quindici giorni esco quasi ogni sera: vado in casa della zia, o della Clelia, o della Rossi. Qualche volta a teatro; e con ciò rendo un servizio a zia Ermelinda, la quale, da quando mi sono sposata, non aveva più potuto mettere piede al Manzoni o ai Filodrammatici, perchè sola con Totò: non ci voleva andare. James, dopo pranzo, mi accompagna. E qualcuno mi riconduce a casa. Non faccio nulla di male, ti pare? Anche mio marito, del resto, riconosce che questo è perfettamente giusto, che io mi svaghi un pochino e non mi corichi all'ora della galline. Anzi, è lui che mi spinge ad escire. Perchè à questo gran merito, bisogna riconoscerlo: non è un egoista, e non è geloso. E siccome le poche ore che sto con lui, io sono cortese, docile, affettuosa, egli è contentissimo di me, e mi ama ogni giorno di più. Permettendo che mi diverta un poco, ci guadagna anche lui. Perchè, lo confesso, in questi ultimi tempi, la monotonia, la troppo grande tranquillità della mia esistenza, avevano finito per rendermi a volte malinconica, a volte dispettosa, irascibile, quasi sempre immusonita. E lui, innamorato (a modo suo, ma innamorato), se ne impensieriva e se ne crucciava. Da quindici giorni invece, le cose sono mutate. La sera vado di qua o di là: vedo un po' di gente; chiacchiero, qualche volta mi diverto: torno a casa allegra, eccitata.... Lo sveglio, gli racconto che cosa ò fatto; chi ò visto, cosa si è detto.... E dopo, si riaddormenta felice e beato come un re. Così, siamo contenti in due! In casa della Clelia c'è ogni sera una causerie simpaticissima. Di signore, lei sola, ed io quando ci vado. Uomini pochi e per bene. Niente giovinottini azzimati, corteggiatori di mestiere, fannulloni antipatici: niente di quegli uomini la cui unica scienza è il sapersi fare il nodo alla cravatta come se lo fa il Principe di Galles. Clelia è diventata veramente una dama piena di distinzione, e rivela una intellettualità non comune. (Chi lo avrebbe detto? Era una smorfiosa, in collegio!). Si è circondata di pochi intimi simpaticissimi. Il senatore Duranti, il dottor Malusardi, il maestro Colorno e Giovenzani sono i quattro immancabili di ogni sera. Come vedi, niente di compromettente. Il più.... irresistibile sarebbe Giovenzani, il romanziere gentiluomo e raffinato del quale ti ò mandato e avrai letto il romanzo uscito l'anno scorso. Ma anche lui à quasi quarant'anni ed à il buon gusto di non far la corte. Si chiacchiera di arte, di scienza, talvolta anche un pochino di politica, ma senza pedanteria. Si commenta l'ultimo libro o la nuova commedia; si racconta, magari, lo scandaluccio del giorno; si beve una buona tazza di thè; e mezzanotte arriva sempre troppo presto. Qualcuno dei poco compromettenti cavalieri mi riaccompagna: più sovente il Giovenzani che abita in via Manzoni e fa, quindi, la mia strada. I nostri quattro amici chiamano me e Clelia le due vedovelle. Dalla Rossi il circolo è più largo: ci va più gente: più signore sopratutto. E le serate vi sono meno simpatiche. Come vedi, il fatto soltanto che io preferisco le piccoli riunioni della Clelia, ti dimostra che sono una donnina di giudizio. E tu che fai? Ti diverti?
la tua Adelina.
Sapresti dirmi tu — mia Bianca — che cos'è un amore colpevole? È una domanda che mi rivolgo da due mesi e la risposta che dò a me stessa, non è una risposta assoluta: è soltanto relativa, non mi soddisfa abbastanza, ma mi tranquillizza. Io mi rispondo cioè, che non so precisamente che cosa sia un amore colpevole: ma che il mio non è tale. Non parrà strano, a te che mi conosci e che dividi le mie idee, ch'io ti parli con tanta calma di ciò che — lo giurerei — avevi preveduto dovesse accadere, ed è accaduto. Ma, infine, ne ò colpa? Vediamo. Una donna va in società: è bellina, è giovane, molto libera per circostanze indipendenti da lei. Naturalmente, le sono subito d'attorno in molti. Le fanno la corte, pieni di speranze: la conquista pare tanto facile! Ed essa, che non ama suo marito, si lascia corteggiare, per vanità, per leggerezza, per assenza di senso morale. Il più ardito, o il più pratico; il più bello o il più elegante; un ufficiale di cavalleria col tintinnare della sciabola e degli speroni; il conte A, o il marchese B colla lustra delle loro corone; o il milionario C che può spendere profumatamente in tutto ciò che serve a far la corte a una donna, senza, naturalmente, che questa donna ne abbia il minimo lucro o vantaggio materiale; uno insomma di codesti eterni corteggiatori di mestiere, riesce, anche più presto di quello che sperava. Un bel giorno la signora accetta il convegno, e gli arriva in casa.... punto innamorata, ma semplicemente curiosa, di.... fallare. Novantanove volte su cento, si accorge, a cose compiute, che non ne valeva la pena. Ma l'irreparabile si è messo di mezzo: e, tanto per giustificare, in faccia a sè stessa ed al mondo, la propria colpa, ci ricasca e la rinnova. Perchè una caratteristica di questa colpa che è l'adulterio, è che il mondo la scusa tanto più quanto più dura. L'adulterio di un giorno è un capriccio; quello d'un anno è una passione; quello di tutta la vita è una fatalità, innanzi alla quale ci si inchina. Nel primo caso si deride il marito: nel secondo, lo si compiange: nel terzo, si compiange.... la moglie. Gli scettici soltanto compiangono invece l'amante. Ebbene, niun dubbio: quella, donna che si è data così, per curiosità, è una creatura indegna: il suo è un amore colpevole. Ma il mio amore è ben altro. Mio marito va a letto alle nove, ogni sera. Per otto mesi di matrimonio io mi acconcio a una vita da monastero. Ma alla fin fine me ne stanco: sento il bisogno di vivere, io che non ò ancora vissuto, io che ò avuto una fanciullezza disgraziata, e che ò trascorsa metà della mia giovinezza rimpiangendo di essere nata. Mio marito trova giusti i miei desiderî, e li seconda. Ebbene, non mi sbriglio: non corro i salotti di ricevimento, non mi lascio tentare dalle feste, dai teatri, da tutti i luoghi così detti di perdizione. No. Il mio luogo di svago favorito è la onesta casa di una onesta signora, dove non trovo che gente ammodo, che persone per bene: dove non si fa la corte alle donne, dove non si tengono discorsi nè vani, nè fatui, nè sovvertitori; un ambiente che non corrompe l'anima ma la innalza; dove l'intelletto non s'inaridisce discorrendo di mode o di scandali, ma si coltiva in una conversazione di uomini forti, intelligenti, superiori. Ebbene, lì, in quell'ambiente, per disgrazia o per fortuna mia, m'innamoro. Per la prima volta dacchè vivo, sento qualcosa dentro di me che mi esalta, che m'innebria.... oh Dio! sì, che mi rende felice. Per la prima volta sento di vivere, sento di essere qualcuno, sento di essere donna. E lui non mi à corteggiato mai; non à fissati più a lungo, fosse pure una volta sola in tre mesi che ci siamo visti quasi ogni giorno, i suoi occhi nei miei: non mi à detto mai una parola che non fosse di cortese rispetto soltanto. Riaccompagnandomi la sera, nel breve tratto di via, si è mostrato nulla più che un gentiluomo: à spinto la sua riservatezza sino a non offrirmi il braccio, sino a mostrarsi evidentemente lieto, e meglio a suo agio, se qualcun altro si univa a lui per accompagnarmi. Ed io, a lui, non ò mostrato che dell'ammirazione, della fiducia, dell'amicizia: non fui mai nulla più che cordiale. Ma una sera, istintivamente, contemporaneamente, senza volerlo, senza averlo pensato, quasi senza accorgercene, ci troviamo, lui ad offrirmi il suo braccio, io a cercarlo. E procediamo, adagio, senza parlare; e passiamo dinanzi alla porta di casa mia senza vederla: e andiamo avanti, senza rendercene conto, sino a che un fanale sfacciato di luce elettrica ci impone di ritornare sui nostri passi. E giunti alla mia abitazione, ci tratteniamo, la mano nella mano, a lungo, senza guardarci, paurosi di guardarci. E solo ci decidiamo ad aprire lo sportello, quando udiamo dei passi di persone che vengono verso di noi. E allora soltanto, egli mi susurra: — Non venite più dalla signora Clelia, la sera. Io scappo su in casa, felice, beata; e mi pare di essere un'altra, e mi pare di essere nata allora, e che la mia vita sino a quel momento non sia stata che un sogno. E a mio marito che si sveglia, racconto allegra, chiacchierina, quanto ò udito, di che cosa si è parlato, dalla Clelia, come sempre. E mentre lui mi abbraccia, io chiudo gli occhi, e mi dimentico.
Naturalmente, mia Bianca, dalla Clelia ci sono tornata. Non ò mai dubitato un momento di doverci tornare, nè ò provato paure o titubanze rientrando nel salotto dove lui era già, seduto sulla sua solita poltroncina, in quella sua posa abituale, piena di abbandono e di corretta compostezza insieme. Credo di non aver neppure arrossito, vedendolo. Ogni essere messo al mondo senza che gliene venga chiesto il permesso (vecchio pensiero e vecchia frase, ma in cui si nasconde — e a ragione — la scusa prima e più convincente ad ogni colpa degli uomini), à diritto di vivere. Vegetare è degli animali e delle piante. Io ò vegetato, più o meno bene, soddisfacendo più o meno regolarmente alle funzioni dell'organismo, sino ai 25 anni. E un bel giorno mi sento vivere, e provo la voluttà di vivere. Debbo rinunciarvi? Perchè sono nata una poveretta; perchè crebbi senza gioie, senza sorrisi, senza affetto d'intorno a me; perchè ò toccati i venticinque anni maledicendo il giorno che venni al mondo; perchè il cuore mi si era atrofizzato nel petto, senza la possibilità di amare e neppure di voler bene — (anche te, unico essere caro, mi fosti tolto!); — perchè ò trascinati i più begli anni deridendo, odiando, infischiandomi di tutto e di tutti, senza speranze, senza ambizioni, senza meta.... ebbene, oggi, che qualcosa di buono, di intimamente buono mi si presenta; oggi che provo e constato che il cuore non era morto; oggi che trovo uno scopo alla vita; oggi che amo, in una parola, che amo, e che amando mi sento qualcuno, qualcuno che à dei diritti finalmente, mentre non ebbi mai che dei doveri; che mi sento, insomma, un essere completo, uguagliato agli altri, quaggiù, dove l'uguaglianza è il dono più bello che la natura à decretato e al quale stupidamente o paurosamente molti rinunciano; oggi, io dovrei rinunciare a tutto ciò? Ah! no! — Innamórati di tuo marito! — ti dicono i rétori e i legislatori. Cretini! Come se il cuore fosse un orologio che si carica a epoca fissa!... come se i legislatori amassero tutti la moglie loro e non la donna altrui, anch'essi! E non ò mercanteggiato! Niente false ipocrisie, niente stupidi pudori, niente sciocco rispetto.... di sè stessi — come lo chiamano le amiche mie che si fanno far la corte un mese, fissando in precedenza il giorno che diranno di sì. No. Oggi sono stata da lui.... e di lui. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Non so, Bianca, se le mie confessioni continueranno. Non so se ti spedirò questi foglietti in cui verso l'anima mia. Essi sono il mio giornale, senza voler essere la mia scusa. Se li riceverai, gli è che avrò sentito un bisogno irresistibile di espansione, quella voluttà che si prova di rivelare a qualcuno la propria felicità: una rivelazione dalla quale la felicità viene centuplicata. Se ti giungeranno, non accoglierli come lettere. Lettere, non ò più tempo di scriverne. Perdonami.
Vedendomi entrare, ieri, si alzò, stupito, ma con una serena contentezza nei grandi occhi scuri profondi. Mi stese le mani, mi fissò a lungo, senza, parlare. Poi, alla fine, commosso, a bassa voce, come è suo costume, smorzando l'ultima sillaba delle parole, come se le parole gli morissero sulle labbra, mi chiese: — Perchè di sì. Avrei trovato una ragione migliore? Perchè di sì, pensavo; cioè, perchè ti amo, perchè mi ami, perchè bisogna che io sia tua, e tu mio; perchè non c'è una ragione di non concederci questa felicità, che era nel destino, se non abbiamo fatto nulla per procurarcela, e che nessun sacrifizio ci impone per conquistarla: nessun eroismo e nessuna bassezza. Perchè di sì. Eccomi! Ma egli ricominciò a parlare. — Perchè, Dély?... Vi amo.... con tanto affetto, con tanta tenerezza vi amo, che ò paura del mio amore, per il danno che vi potrebbe arrecare. L'amore è sovente, troppo sovente, sinonimo di sventura. Il dolore di farvi del male, sia pure senza volerlo, sarebbe così grande, così intenso, che neppure tutte le felicità che mi dareste, voi, adesso, e il ricordo di esse, poi, un giorno, basterebbero a lenirlo. Mi aveva fatto sedere di contro a lui, e mi susurrava queste parole, a fior di labbro, fissandomi. E io non osavo più di guardarlo. Sul tavolino accanto era un libro: il suo romanzo. Lo avevo preso fra le mani, e lo tenevo stretto, gli occhi fissi sul nome di lui, stampato in cima alla copertina. Mi ripetevo quel nome, mentalmente — Eugenio Giovenzani — insistentemente, quasi dovessi impararlo a memoria, come se a furia di ripeterlo potessi appropriarmelo, farne qualcosa di mio. — Non vi ò cercata, lo sapete; non ò commesso con voi la volgarità di.... farvi la corte.... — Lo so — risposi.,— Allora, forse, non vi avrei amato. — Ebbene, poichè non c'è colpa, in questo amore, facciamo che senza colpa rimanga. Perchè distruggere l'incanto?... Vi amo, sì, tanto: ma non voglio farvi del male. — Che importa? Non ò paura. Amo, per la prima volta in vita mia; voglio amare, voglio provare l'amore. Ne ò il diritto. — Non voglio farvi del male. — Non me ne farete. — Sì, ve ne farò, vostro malgrado, mio malgrado. Allora ò alzati gli occhi su di lui, pieni di lagrime, interrogando: — Quell'altra?... — È quell'altra che amate!... — susurrai angosciosamente. — Per, me, forse, un po' di affetto, chissà, un capriccio.... E avete l'onestà di prevenirmene. — No, ti giuro. Non l'amo più. Amo te, te sola, te lo giuro, Dély, te lo giuro; e ò il diritto di essere creduto, io che non ti ò chiesto nulla, io che non osavo neppure di guardarti. Ma quell'altra esiste e à dei diritti! È una moglie, è una madre: ed à arrischiata la vita per me, e l'onor suo, e la sua pace, e l'affetto e la stima dei figli. Essa — oggi — è virtualmente mia moglie. Tu lo sai, poichè sventuratamente lo sanno tutti. Essa à ogni diritto: io nessuno, neppur quello di amar te. — Vattene. Non potevo. Allora, gli ò giurato che mi sottometterei: che comandasse, lui, tutto, fuorchè di rinunciare al suo amore. Mi sono avviticchiata al suo collo, disperatamente: — Amami, come puoi, come vuoi, come l'altra lo permetterà nella sua ignoranza: concedimi quella parte soltanto di tempo e di pensiero che potrai. Non sarò esigente, non imporrò nulla, non sarò neppure gelosa. Mi acconcierò a tutto, a saperti di un'altra, persino! Ma ti amo, ma non posso rinunciare a te....
Anche oggi ò passate tre ore con lui, in casa sua, nella sua bella casa severa, che pare il tempio dell'arte e della distinzione. Che grande amore, che dolce amore è il nostro, in cui la sensualità non è che una concessione che lo spirito fa alla materia. Oh! le belle ore passate nello studio di Eugenio, chiacchierando, abbracciati; sfogliando delle riviste; ammirando delle incisioni; tacendo; gli occhi negli occhi ubbriachi di letizia quieta, le mani nelle mani tranquillamente, fiduciosamente abbandonate. Oh! le belle ore di gaudio sereno! È un amore intellettuale il nostro. È una fusione delle anime....
Non siamo gelosi. Mi à detto che vuol bene a quell'altra. Che egli le deve voler bene, per rispetto al passato. Gli ò detto che voglio bene a mio marito. Che gli devo voler bene, perchè mi à tratto dal nulla. E non siamo gelosi di questo bene, che è così niente in confronto del nostro amore: che è l'adempimento di un dovere, adempimento pel quale possiamo tuffarci nel nostro amore e bearcene senza rimorsi: come uno svago dello spirito, come un sollievo dell'anima dopo la fatica di un dovere compiuto. Non è un tradimento il nostro. Ci concediamo — noi — quello che non possiamo, che non potremmo concedere ad altri. Il nostro amore non è amore rubato ad altrui. Se non ci amassimo, non ameremmo nessuno. Non io mio marito, non lui quella donna. Ciò che ad essi l'anima nostra può dare, ciò che il dovere ci impone di dare, lo diamo: stima ed affetto nel campo morale: cure, riguardi, assistenza, nell'ordine materiale delle cose. La folla, se conoscesse il nostro segreto, ci condannerebbe, forse. Ma ci basterebbe il rispetto di pochi eletti a compensarci della condanna. I pochi eletti che comprendono l'anima umana. Eugenio mi parla del romanzo che pensa. Vorrei essere la sua musa!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ti ringrazio dei consigli che mi dài: e le tue paure sono una prova novella dell'affetto che mi porti. Ma non temere. Sono tre mesi — ormai — che ci amiamo, che ci vediamo quasi ogni giorno, e nessun pericolo abbiam corso, e nessuno sospetta nè sospetterà mai di nulla. Nessuno, e sopratutto James e.... quell'altra. Gli è che la nostra relazione è qualcosa di speciale, di diverso da tutte le altre. Nulla muta — per essa — nella nostra vita non solo, ma, ciò che più importa ed è più difficile a spiegarsi, nei nostri sentimenti. Oh! sì, come è difficile a spiegarsi! Un uomo od una donna volgare, se io loro dicessi che, avendo un amante, non odio e non trascuro — in nessun senso — mio marito, non mi capirebbero: concluderebbero, forse, che sono una viziosa o che non amo nè l'uno nè l'altro. Ma tu, tu che mi ài seguita passo passo dalla fanciullezza: tu che sai i casi della mia vita: tu che conosci l'anima mia e il mio pensiero, mi comprendi certamente. Mi comprendi, certamente, e, più che tutto, perchè sei una donna intelligente. Quando ò cominciato ad andare in società, ricordi? ti ò detto: questo si risolve in un bene anche per mio marito. E forse, allora, qualcuno avrebbe potuto dire che lo trascuravo. Invece, si risolveva in un bene, perchè quel po' di svago uccideva l'uggia, impediva anzi all'uggia di nascere: e ritornavo a mio marito allegra e devota, quale mi voleva. Adesso (tu mi comprendi, sai che non faccio dell'accademia, sai — sopratutto — che non cerco delle scuse — e perchè le cercherei, e per chi?), adesso, anche questo avvenimento nuovo che da tre mesi mi occupa e occupa la mia vita, si risolve in un bene per mio marito. Non ò mai capito come e perchè l'amore per un uomo debba, recare di conseguenza l'odio per un altro. E il mio amore, poi, è così alto, così nobile, così sereno, starei per dire così ideale, che non tocca a tutto ciò che è della terra, e non corrompe l'anima, e non scompiglia lo spirito. Non mi fa dimenticare i miei doveri e i miei obblighi. Oserei dire che me li rammenta, che mi dà tanto più la forza, il coraggio, e la volontà di adempirli. Anzitutto perchè la sua stessa nobiltà, la sua stessa elevatezza mi migliora, mi rende buona, mi nobilizza, mi innalza. Poi, perchè è a prezzo di adempiere ai miei doveri, che questo amore — che è la mia vita spirituale — mi sarà conservato. Mio marito? Non è un uomo volgare; ma, forse per natura, o per necessità di circostanze, o perchè l'esplicarsi della sua intellettualità è assorbito dal lavoro che è il gran problema della sua esistenza; mio marito non chiede a me che di essere una massaja, una buona, un'attenta, una devota massaja. Ed io la sono. Mi costa così poco di esserla! Nessuna fatica morale e materiale, e nessuna ripugnanza. Io adempio, serenamente, tutti i miei doveri: tutti, nessuno escluso: serenamente e volonterosamente: appunto perchè so che sono dei doveri: appunto perchè so che debbo adempirli. L'anima e il corpo ànno due vite ben diverse, ben distinte in me. Così James è felice; e benedice, dopo più che un anno di matrimonio, il dì che mi à sposata. Tu vedi, Bianca, che non ài nulla a temere, che non corro nessun pericolo.
Adelina tua.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Due righe sole, di furia, oggi, mia Bianca cara. Parto domani per Saint-Moritz. Parto colla zia. James; anche lui, mi à incoraggiato ad accettare l'invito, poichè il caldo mi à proprio spossata, e credo che mi ammalerei se non godessi di un po' d'aria pura per una ventina di giorni. Ò detta a James, oggi, la prima bugia: che la zia mi à invitata. La verità è che le mie spese le farò da me — e sempre per quella tale ragione che tu sai — colle mie piccole economie. Il braccialetto di Totò mi à fruttato ottocento lire. Ne ò di troppo per la mia cura. Ò decisa zia Ermelinda a lasciare gli scrupoli, e a scegliere il soggiorno di Saint-Moritz, dove Totò ci raggiungerà. Ormai à perduta ogni speranza di matrimonio: à quarantasei anni: può permettersi il lusso di sfidare le malignità della gente. Ò durata, un po' di fatica, ma sono riuscita a convincerla. Immagini, certo, perchè volevo Saint-Moritz. Ma gli ò giurato di essere buona.
Saint-Moritz, 22 luglio.
.....Essa è qui sola. Il marito, banchiere e milionario, à troppi affari a Milano. Stamane è arrivato Totò, e le presentazioni, così, per mezzo suo, avvennero prima che Eugenio — come avrei preveduto — le facesse, quando arriverà, domani. Perchè Totò è collega in banca del Guglielmi; e quando à saputo che c'era qui la moglie dell'amico, le si è presentato, le à presentato poi, oggi durante il pranzo, me e la zia. Essa mi à accolto con non troppa cordialità. Sospetta forse? Non so. Sfoggia un lusso principesco. Vista da vicino non è bella, e non è giovanissima. Ma, innegabilmente, à uno charme, ed è ciò che deve essere piaciuto, illo tempore, a Eugenio. Immagino la sorpresa di questi, domattina, quando saprà che abbiamo già fatta la reciproca conoscenza. Poveretto! passerà una ventina di giorni poco lieti: sarà un supplizio per lui. Ma io, questo sacrifizio di stare un mese senza vederlo, non ò potuto farglielo. E poi, gli ò giurato di essere buona. E la sarò. Il luogo è magnifico. Ma che me ne importa?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
.....Decisamente essa non mi può soffrire. Mi tratta d'alto in basso, mi fa degli sgarbi. Certo non sa nulla: ma suppone — (anche Eugenio me lo à lasciato capire che la situazione è questa) — suppone che io sia innamorata di Eugenio e che tenti di portarglielo via. E lotta. Lotta di furberia, di astuzia, per scoprire: lotta di tenerezza (che arriva fino alla spudoratezza) con lui, e di eleganza e di lusso per tenerselo avviticchiato. Non temere, Bianca. Sono calma: ò giurato a me stessa ed a lui di non compromettermi e di non comprometterlo. La lascio al suo lusso (figúrati, in quindici giorni non à messo due volte la stessa toilette!) e non tenterò certamente di lottare con lei in questo campo. E non sono esigente con Eugenio. So che non può stare con me; so che è spiato, giorno e notte. Credo che quella smorfiosa gironzoli pei corridoi dell'hôtel, all'oscuro, pur di coglierlo in fallo! In quindici giorni ò potuto abbracciarlo una volta. Pazienza! Meglio così, che lui qui con lei, ed io lontana. E sopporto i suoi sgarbi. Sai, mi tratta da borghesuccia, lei che viene dal nulla: i milioni del marito, soltanto, le permettono di far la duchessa e di cambiare il suo nome volgare di Giovannina in quello di Jeanne! Che m'importa? Eugenio m'ama: ed è ben diverso il tono della sua voce quando, anche in mezzo alla gente, si rivolge a lei dicendole: — Signora Jeanne, — da quando invece mi chiama: Signora Dély. — Dély, il bel vezzeggiativo che egli à creato per me. C'è un tremito nella sua voce, quando pronuncia, il mio nome....
Saint-Moritz, 10 agosto.
.....Ebbene no, non ò voluto, dargliela vinta! Pareva che il suo soggiorno qui dovesse durare tutt'al più sino al 12 corrente. Ma à udito che il 20 ci sarà un gran ballo: à telegrafato a Milano perchè le inviassero una toilette nuova, fatta apposta, e si propone di eclissare, quella sera, tutta le signore del luogo. Poi, forse, le arrideva l'idea di farmi un dispetto: di vedermi andar via, annunciando che lei — e lui per conseguenza — si tratterrebbero ancora una diecina di giorni. Allora ò detto alla zia: «Restiamo anche noi una settimana di più». — Si è fatta pregare un poco, ma à finito coll'acconsentire. Perchè, insomma, qui, con Totò, ci è venuta e ci si è fatta vedere: otto giorni più, otto giorni meno, non sono quelli che la comprometteranno. Convinta la zia, bisognava procurarsi i mezzi e le armi per la mia lotta personale. E, sopratutto non dovevo perdere di vista mio marito. Allora ò fatta una corsa a Milano, ieri l'altro, dicendo a zia Ermelinda che era meglio andassi a salutare James e a chiedergli il permesso di prolungare la mia assenza. James fu commosso da questo mio pensiero gentile. — Bastava che tu mi scrivessi, — egli mi disse. — Cattivo! Desideravo di abbracciarti! — gli ò risposto. Come vedi, Bianca mia, la necessità aguzza il talento! Poi sono andata dalla sarta. Che portento di donnina è la mia sarta! Non solo mi à promesso pel 19 un abitino bianco che sarà un amore: non solo non mi chiede che le paghi il conto e mi presta un fido illimitato: ma à spinto la sua cortesia e la sua fiducia sino a farmi un prestito di 500 lire, che ò saputo chiederle con un'arte squisita, inventando una sequela di contrattempi, di curiose circostanze, di equivoci strani. E sono qui con tutto quello che mi occorre per affrontare la battaglia. Ah! Jeanne del mio cuore, ài trovata una donnina che ti vale! Quanto ai debitucci che ò dovuto fare, troverò modo di pagarli in seguito. Già, questa cura di Saint-Moritz è l'unico lusso che mi concedo. Dopo, tornata a Milano, mi rimetterò in carreggiata. E, proprio, a mio marito non avevo cuore di cercar denaro. Prima di tutto so che non ne avrebbe da darmene, o, per darmene, dovrebbe fare dei sacrifizi. In secondo luogo mi preme di non procurargli nessuna preoccupazione di nessun genere. Dalla preoccupazione al sospetto il passo è breve, e.... Dimmi, Bianca, ti pare che io sia una donnina che ragiona? Che pensi di me?
Saint-Moritz, 21 agosto.
.....Si parte domani, io e la zia. Totò è partito stamattina. Che dolore, che schianto sarà, domani, l'andarmene, sapendo che lei ed Eugenio, rimarranno qui ancora due giorni, loro due soli! Mi consolo un pochino pensando che tra quattro giorni lo rivedrò a Milano: e lei non ci sarà, se Dio vuole! Perchè è obbligata a recarsi nella sua villa sul lago, dove, per quanto essa sfidi l'opinione pubblica, non può tenersi con sè Eugenio. Egli anderà due o tre volte a trovarla, durante il settembre e l'ottobre. Non di più, me lo à promesso. Rimangono qui sino a lunedì, e verranno a Milano assieme. Quella spudorata non si gena di nulla. À avuto il coraggio di pregarnelo — commedie, naturalmente — in pieno circolo, ieri l'altro sera — «Giovenzani, sarete il mio cavaliere, sino a Como?» Dio! l'avrei strozzata! E quel babbeo di marito?... Veramente c'è chi dice che sappia tutto e lasci correre per amore di quiete. Ma che ci sieno proprio dei mariti di quella specie? O che sia possibile, invece, che una relazione di tal natura sia nota a tutti, a tutta la città, fuorchè al marito? Eppure di questi casi se ne vedono tanti! Decisamente, c'è un Dio per gli innamorati. La festa d'ieri sera, magnifica. Non mi sono divertita molto perchè... ero troppo occupata. Ma quel poveretto d'Eugenio si è divertito ancora meno di me. Era sulle spine. Tra due fuochi, pensa! Scrivimi a Milano, fermo in posta, come sempre.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Bianca, Bianca mia, che angoscia! Oh! perchè non sei qui, accanto a me? Perchè non mi sei vicina, in questo momento terribile della mia vita? Da te sola potrei avere una parola di conforto; tu sola potresti farmi del bene; tu sola, forse, riusciresti ad evitarmi delle pazzie. Che farò? Che sarà di me? Tutto è finito! E per sempre! Per sempre, sì, perchè l'onestà di Eugenio, una onestà che è orgogliosa di sè stessa (la peggiore di tutte!), gli impedirà qualunque concessione, qualunque dimenticanza, qualunque debolezza. Egli è partito, stamane, dicendomi che non ci vedremo mai più. E terrà la promessa! È partito chiedendomi perdono. — Te ne avevo avvertita, — mi disse, — ti avrei fatto del male, senza volerlo. Perdonami, Dély. Non ò la forza, non ò il coraggio, Bianca, di raccontarti per disteso quello che avvenne. Ti basti questo: essa, la Guglielmi, à scoperto tutto, e ci à sorpresi, ieri l'altro, in casa di Eugenio. A avuto il coraggio di venir là, sapendo che io vi ero. E ci veniva per la prima volta, perchè in casa di lui non aveva mai voluto entrarci, per paura di compromettersi. Si vedevano altrove. Ma ieri l'altro ci è venuta, come un marito tradito che arriva per constatare un flagrante adulterio. Dio! che scena! Breve, terribile nella sua semplicità, nella sobrietà delle sue tinte. Una scena da commedia; ma, purtroppo, nella triste realtà. Si chiacchierava, in salotto, come facevamo, per delle ore, ogni giorno. A un tratto, udiamo un susurrar concitato nella stanza vicina, e come un insistere di chi viola la consegna. Poi la porta si spalanca e appare essa, pallida, tremante. Io rimango allibita nello stupore di quella apparizione. Eugenio si alza, di scatto, e fa un passo verso di lei. Ma essa lo ferma col gesto, come a dire: «Non temete; non è uno scandalo che voglio». — E, dopo un momento, gli susurra: — Era dunque vero. Avete un'amante. Poi, dopo un'altra piccola pausa: — Bisognava aver il coraggio di avvertirmene, almeno! E, con un tono indefinibile di ironìa e di odio, di scherno e di rabbia: — Non avrei avuto la ferocia d'impedirvelo! E uscì. Come dirti che avvenne poi, tra me e Eugenio? Non so, non ricordo più nulla. Ma egli è partito stamane, chiedendomi perdono. Non è uomo che potesse rimanere in una situazione simile, dolorosa e ridicola insieme, incresciosa e umiliante. Non potendo far nulla per quella donna verso la quale, nella sua onestà, aveva — egli dice — assunti obblighi e doveri sacrosanti per tutta la vita, a cui era venuto meno non di progetto, non per leggerezza, ma spinto dalla fatalità che aveva fatto di noi due innamorati, non gli rimaneva che rinunciare a me, a questa felicità che era un insulto a quella donna. Io mi ero sacrificata, come lei: io avevo arrischiato ciò che aveva arrischiato lei: tutte e due avevamo calpestata la nostra onestà, per lo stesso uomo. Ma essa c'era prima di me. Io lo sapevo: egli me ne aveva avvertita. — «Dovrò farvi del male!» — E il presentimento si è avverato. E sono io che devo inchinarmi, oggi, e rassegnarmi. Eugenio me ne à convinta. E ci lasciammo, per sempre, innamorati più ancora del giorno che, trascinati da una forza sovrumana, ci siamo buttati l'uno nelle braccia dell'altro. E finita! A che vivere, ancora? a quale scopo? Bianca, Bianca, come avrei bisogno di te, oggi, delle tue carezze, delle tue parole buone! Vieni, vieni. Trova il mezzo di fare una gita a Milano. Dammi questa prova di amicizia e di affetto. Potessi venire io da te! ma non posso, non posso!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
.....E trionfa, lei! E se ne infischia di tutto e di tutti! L'à mai amato, forse? Ella saprà — probabilmente — dove Eugenio si trova. Credi che gli scriva, che lo richiami? Che! Pensa a divertirsi, a sfoggiare un lusso sfrenato. È alla Scala, ogni sera, e non manca ad un ballo, ed è citata sui giornali; e si lascia fare la corte. L'à mai amato? Se lo avesse amato si consolerebbe così facilmente? Potrebbe dimenticarlo così da un giorno all'altro? E ci sarà chi lo chiama dignità di donna questo suo modo d'agire e di contenersi. Storie! Io, nei suoi panni, innamorata come sono, avrei perdonato.... o l'avrei ammazzato. Oh! come vorrei scrivergli! Come vorrei raggiungerlo se lo potessi! Ma, se sapessi dov'è, troverei modo di raggiungerlo; e mi getterei ai suoi piedi, e lo scongiurerei di tenermi con sè.... per tutta la vita! Le tue lettere, Bianca, sono buone e affettuose ma non riescono a calmarmi. Forse le tue parole ci riuscirebbero. Ma non puoi venire! non puoi! Non temere per me. Mio marito è un buon diavolo, e null'altro. Non capisce niente. Quando trova la tavola apparecchiata, rincasando, non domanda di più. Sì, un abbraccio, qualche volta. E mi lascio abbracciare: e chiudo gli occhi, e penso a tutt'altri che a lui. È un'ubbriacatura. Speriamo che passi, altrimenti ci lascio la vita. Avessi un bambino, almeno!... Ma no, il mio destino crudele mi à negata anche questa gioia della maternità. Sento che sarebbe un conforto, adesso; un rimedio, forse....
...Tanto fa! Se è questo il mio destino, ebbene, che il destino si compia! Mi sono logorata l'anima e il corpo per due mesi. L'angoscia aumentava ogni giorno, anzichè scemare. Sono dimagrata, non mangiavo più, dormivo agitata. Se n'è accorto anche mio marito, finalmente. E mi credeva malata. E mi consigliava di riprendere la mia vita dell'inverno scorso; di andare in società, di svagarmi. — Tu ài una natura, Adelina, per la quale non puoi acconciarti ad una vita troppo tranquilla, e sedentaria — egli mi disse. — Ài bisogno di moto, di aria, di luce. Perchè stai sempre in casa? Perchè non vai più dalla zia, dalla Clelia, o dalla Rossi? E in teatro, qualche volta? Vedrai, ti farà bene. — Sì, mi farà bene. E ò accettato il consiglio. Da quindici giorni, Bianca mia, faccio una pazza vita. Voglio imitare la Guglielmi. Anzi, voglio emularla. Dalla Clelia ci sono tornata, ma mi ci annojai. Non c'è più lui! Mi fa malinconia quel salotto. Vado dalla Rossi. C'è molta gente, molte donne, molti giovinotti. E mi fanno una corte! Uno tra gli altri, un tenente di cavalleria — il marchese di Centomonti — un napoletano, stupido come la sua sciabola, che si dice innamorato morto di me. Poi trascino la zia a teatro. Persino alla Scala, con dei palchi che mi offro da me e che la zia crede sieno pagati da James, mentre questi non dubita che sieno pagati dalla zia. Passo delle ore dalla sarta, alla quale saldo i conti con delle cambiali. Chi diavolo finirà per pagarle quelle cambiali, Dio solo lo sa. Non importa! quello che preme è di riuscire a stordirmi. Se raggiungerò lo scopo, un bel giorno farò la confessione generale a mio marito (confessione finanziaria, intendiamoci!), e, pentita, sottomessa, tornerò alla mia vita borghesuccia dalla quale, tu lo sai, mi son tolta non per capriccio, non per vanità, non per leggerezza: ma per quella fatalità, quella fatalità che mi persegue. Finora, la cura pare che un po' di bene mi faccia. Mi ubbriaco, ogni sera, moralmente. E torno a casa eccitata, sovreccitata. Ciò piace molto a mio marito che comincia a rassicurarsi sulla mia salute. E tu, te ne prego, Bianca, non seccarmi colle tue lettere che, da un po' di tempo cominciano a diventare noiose. Lasciami fare quello che voglio. Alla peggio, c'è sempre un revolver appeso accanto al letto di James.
Adelina tua.
.....Lui od un altro, nevvero? Meglio lui che è stupido ma è marchese, parla coll'erre e porta delle maglie di seta. A questo son giunta! E se mi volgo a guardarmi indietro, mi accorgo che ho fatto molto presto: e che sono andata più in là e più in fretta di quello che avrei supposto. Sono maritata da meno di due anni! Non me ne stupisco troppo, e non me ne spavento punto. Se volessi giustificarmi ai miei occhi, direi che il destino à voluto così. Una magra scusa: ma ne ànno veramente di migliori le donne che fallano? Senonchè non cerco affatto di giustificarmi. Riconosco che la gente cosidetta per bene à tutto il diritto di condannarmi. Ma non me ne importa niente. Ò spinto l'apatismo sino a concedermi ad un uomo che non amo: figurati se posso preoccuparmi dei giudizi che certo si portano su di me. Ti parrà che ci sia dell'esagerazione in questo che ti scrivo. No. Sono l'amante del marchese di Centomonti, perchè.... egli lo à voluto. Tra lui e mio marito, preferisco mio marito. E questo spiega come James non abbia mai sospettato e non sospetti neppur ora, anzi, ora meno che mai, della mia fedeltà; non è possibile egli dubiti che ci sia al mondo un uomo che mi piace più di lui. Soltanto, mio marito à il difetto di starmi lontano la giornata intera. La giornata è molto lunga. E quando mi sono martoriata per delle ore pensando al mio primo ed unico amore, ad Eugenio, e il martirio diventa parossismo, nella disperazione che mi assale, una forza sovrumana, e che non tento neppure di combattere perchè la so invincibile, mi spinge a vestirmi, a correre fuori, dalla sarta o dalla modista, poi in qualche salotto di amiche dove vedo delle mogli che ànno un amante, dei mariti che mantengono una ballerina, delle donne tradite, degli uomini che sanno.... e che lasciano correre. E al primo tenente di cavalleria che mi si avvicina e mi susurra: «Vi darei la vita!» — rispondo: — «Oh! non mi occorre tanto! distraetemi per due ore al giorno, delle dodici interminabili durante le quali o mi annoio o mi martorio.... e sarò io debitrice vostra». Il senso morale se ne va, chissà dove, così lontano, che, dopo la colpa, non rimane della colpa neppure il rimorso. Persino i miei gusti raffinati e aristocratici, vado smarrendo poco a poco. Una volta, cercavo nell'uomo la distinzione. Ma una distinzione intima, innata, profonda, completa, di pensiero e di forma; la distinzione dell'anima e quella del corpo; delle parole e dei sentimenti; dell'intelletto e dei modi. Ora, non più. Mi accontento dell'esteriore: una corona da marchese sul pomo di una sciabola; un profumo, che non sia dozzinale, nel fazzoletto. E le più sceme insulsaggini non mi indignano più, purchè sieno pronunciate coll'erre. Non lascerò il Centomonti. Non m'importa nulla di lui; perchè lo lascerei? Sarà lui che si stancherà, presto o tardi; o muterà di guarnigione. Gli succederà un altro, probabilmente. Chissà se di qui ad allora non avrò rinunciato, o non mi importerà più, o non mi accorgerò neppur più di rinunciare anche alla distinzione delle forme esteriori? E avanti, in questo sconforto in cui si annega l'ultima bricciola di onestà. Tutto ciò che mi rimane di buono è il coraggio che ò di vivisezionarmi così dinanzi a te. Purchè anche questo coraggio non sia che mancanza di pudore! E l'unico senso di onestà che mi rimane è di non ritrarre nessun lucro, neppur minimo, neppure indiretto, da questa colpa che è la mia distrazione e il mio sollievo. E arrivo, in ciò, sino alla meticolosità. Centomonti mi manda ogni mattina dei fiori. (Come è.... da lui questa forma di corte che il segretario galante insegna!). Un giorno trovai quei fiori rilegati da un nastro azzurro fermato da una piccola miniatura circondata di brillantini; un oggetto da cento lire. Glie l'ò rimandata.... a costo di farmi dire borghese. Voleva offrirmi dei palchi a teatro. Li ò rifiutati sempre. La mattina, sovente, quando la notte è stata più tormentosa di sogni sconsolati, esco, per tempo, e vado in carrozza alla nuova Piazza d'Armi. È di moda. Ci vanno le signore ad ammirare i baldi cavalieri del reggimento nei loro galoppi. Esse vi imparano, forse, la scienza delle evoluzioni, e si ammaestrano, nell'esempio, al salto degli ostacoli. Centomonti mi offrì di mandarmi lui la carrozza. Ò rifiutato, e me la pago da me. Mio marito crede che, io esca colla serva a sorvegliare la spesa. Tutto ciò: le scarrozzate, i palchi a teatro, le toilettes, aumentano i miei debiti. E questa, è un'altra distrazione che mi procuro. Ò imparata la scienza delle finanze. Faccio miracoli di sconti e di rinnovazioni; impegno, rivendo, faccio dei cambi.... e delle cambiali che si accettano anche senza la firma del marito, perchè si sa che c'è un marito. Ò trovata una donnetta che mi fa da sensale, da pignorataria, da banchiera, persino da.... avallante: un tesoro. Qualche volta, quando vedo aumentarsi ad ogni fine di mese il mio debito, mi spavento per un istante. Allora è lei che m'incoraggia: «Oh! signora! ò viste delle situazioni peggiori. Qualche santo aiuta sempre. Si trova sempre mezzo di pagare». — E mi dà, gratis, i numeri del lotto.... .....Frammezzo a tutto ciò, due novità. L'una, che ò lâché, completamente e definitivamente, i Galli. Avevo conservata questa relazione per riguardo a James e, in fondo, anche un poco per riconoscenza, ricordando che in casa loro avevo trovato un marito. Ma da qualche tempo si mostravano freddi con me. Restituivano a lunghissimi intervalli le mie visite; avevano un'aria sostenuta; la madre non si fidava più a lasciar sole con me la Clara, e la Virginia; infine, pareva cercassero ogni mezzo per sfuggirmi, come un soggetto pericoloso! Figúrati! La seconda novità è che ò dovuto accorgermi e convincermi che Totò è innamorato di me. Ò pensato per un momento se dovevo indignarmene: ma ò concluso che era miglior partito il riderne di gusto. Viene sovente a vedermi in casa, scegliendo le ore che non c'è nessuno. E ogni volta mi fa questo discorso: — Non dite a vostra zia che sono stato qui, oggi. Io ci vengo come da una cara amica che ò conosciuta bambina e alla quale porto un grande affetto.... Mi ci trovo bene, ecco, un'oretta con voi. Ma vostra zia.... sapete.... è una benedetta donna.... à certe idee tutte sue.... — Potrebbe essere gelosa! — completo io, ridendo. Quando egli è da me, non mi preoccupo molto di lui. Faccio quello che ò da fare, giro per la casa, magari discinta, come mi trovo; leggo, scrivo. Lui rimane lì, seduto in un angolo. Chiacchiera e non gli rispondo. Mi guarda cogli occhietti bigi concupiscenti.... ed io lo lascio guardare, ridendomene. Poi si alza. — Ve ne andate? — Sì. Tornerò presto. — Bravo. Arrivederci. Una cosa leggermente ributtante, ma sovranamente ridicola. — Volete, piccina (piccina è il vezzeggiativo che la sua alta mente à saputo inventare per me), volete che vi faccia una confessione? — Fatemela. — Quando eravate ragazza, in casa della zia, ò pensato tante volte a chiedervi in moglie. Ma non ò osato.... — Avete fatto bene, perchè vi avrei rifiutato. Queste sono le cortesie che mi dice, e sono quelle che gli dico io, a lui. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quando penso al primo giorno dopo le mie nozze, a quella mattina, che mi affacciai al balcone, irraggiata dal sole di maggio, e vi rimasi ad osservare i bimbi e le balie che si recavano ai giardini.... e desiderai di avere un bambino anch'io!... Facevo dei proponimenti buoni, quella mattina! Che poco tempo è passato da allora: e che mutamento! Per lo meno: ne ò tutta la colpa? Fossi stata la moglie di Eugenio! Ecco una frase che tutte le donne, forse, pronunziano, mettendo al posto di Eugenio il nome dell'amante.... del primo amante. E sono sincere in quel momento che la pronunziano, come sono sincera io, adesso. Che se poi quella frase nasconde una bugia, o un'ipocrisia, o una illusione, è proprio sempre e unicamente nostra colpa? Credo che no, sinceramente del pari. E non ci tengo, oramai, a' trovarmi delle scuse o delle attenuanti, te l'ò detto....
Era questa l'ultima lettera. Poi c'era un dispaccio, quello che aveva indotta Bianca Caradelli a lasciare Parigi:
Parigi-Milano, 12 aprile (89) ore 10,50 ant. Bianca Caradelli — Boulevard Poissonières, 2 — Vieni subito subito — per me sei sempre Bianca — e vali ancora più di me — ti aspetto — telegrafami ora arrivo. — Adel.
Questo dispaccio di Adelina era provocato da una lunghissima lettera, strana ed inattesa, di Bianca. In essa, la Caradelli raccontava e rivelava tutta la sua vita, dal giorno che — fanciulla — aveva lasciato Milano e si era fissata a Parigi, condottavi dalla madre. La rivelava in tutti i particolari pietosi ed orribili, dopo aver chiesto perdono all'amica di averle sempre mentito durante cinque anni di corrispondenza. Le aveva mentito, da principio per lo scrupolo naturale di rivelare cose nefande ad una fanciulla; dopo, per vergogna di sè stessa. La madre l'aveva condotta a Parigi con la scusa di rivedere un vecchio zio sconosciuto a Bianca. Poi, la verità, a poco a poco, si era fatta strada, attraverso una serie di casi dolorosi. La fanciulla aveva appreso, con stupore e con raccapriccio insieme, che sua madre non era, una donna onesta, come essa aveva creduto, e come credevano le poche persone — Adelina e la zia, tra le altre — che frequentavano la sua casa. Era invece, da molti anni, dall'epoca della sua vedovanza (che datava dalla fanciullezza di Bianca), l'amante di un avvocato, che la manteneva. Un bel giorno, l'avvocato, per certi affari poco puliti, avea dovuto abbandonare Milano, e aveva deciso di cercar fortuna a Parigi, il gran centro a cui affluiscono i fuggitivi di tutto il mondo. Ma, dopo pochi mesi di inutili ed affannosi tentativi, si era dato per vinto, ed ucciso. La madre di Bianca era rimasta così, senza niun appoggio, colla miseria bussante all'uscio di casa, nella grande città sconosciuta. E come essa era ancora una donna forte e piacente, la miseria aveva potuto essere scacciata dalla soglia coll'oro che qualche decadente dell'amore aveva offerto a quella beltà sul declino. La casa di lei era diventata, in breve tempo, uno di quei centri equivoci dove una società cosmopolita trascorre la notte giocando d'azzardo. E Bianca, bella, giovane, fiorente e procace, s'era trovata un giorno, suo malgrado, ma senza opporre resistenza, vittima dell'ambiente, novella Fernanda alla quale mancò la Clotilde della commedia. Poi, morta la madre, aveva salita la gran scala della perdizione, dopo aver messo al mondo una bambina senza sapere chi ne potrebbe essere il padre fra i tanti. Il giorno che quella bambina era nata, Bianca aveva pianto d'angoscia e di tenerezza. Aveva sentito di amare, per la prima volta in vita sua, sinceramente. E questo primo amore potente e sincero era sua figlia. Le aveva dato il nome di Ester, il nome della mamma morta, come un perdono concesso in un momento di tenerezza indulgente e dimenticatrice. Perchè qualcosa l'aveva conservata buona in fondo all'anima; qualcosa le aveva impedito di corrompersi, di scordare tutto un passato che contrastava così fieramente col presente; un passato dolce e sereno di fanciulla onesta onestamente cresciuta, e per la quale la gran colpa e l'unico peccato erano l'amicizia spinta sino all'amore per una compagna di collegio. E questo qualcosa, che la riattaccava al passato, era appunto il ricordo di quel legame — nel quale c'era un piccolo segreto di cui, forse, fatta donna e se il suo destino fosse stato diverso, avrebbe arrossito — e che ora, nella esistenza che conduceva trascinatavi suo malgrado e per fatalità di circostante, le pareva l'ultimo residuo di una ingenuità e di una purezza di sentimento travolte poscia e sommerse nella gran burrasca della sua vita. Quel legame non si era rotto mai completamente, a causa della corrispondenza che — talvolta nolente e disgustandosene — aveva dovuto conservare con Adelina. Non aveva trovato mai il coraggio di interromperla: aveva trovata, invece, la forza di fingere. E quella corrispondenza curiosa, trascinata per cinque anni, era stata sempre per lei un tormento insieme e un sollievo. Quasi ogni giorno, una lettera di Adelina era venuta a rammentarle il passato: ed ogni giorno, imprecava a quelle lettere che le riaprivano nel cuore una acerba ferita; ma le benediceva poi, perchè le pareva che le impedissero di precipitare del tutto. Erano una pugnalata, ogni mattina, ma le sembravano la tavola di salvezza sempre a portata di mano, per attaccarvisi e ritornare con essa alla riva, quando potesse o volesse ritornarvi. Era, ogni giorno, la sua angoscia di rispondere a quelle lettere, ingannando la cara amica d'infanzia, parlandole di una mamma che era moralmente morta anche prima di scendere nella tomba, di un marito cha non era esistito mai; sincera soltanto quando la intratteneva del suo grande amore per la propria bambina. Ma era, anche, ogni giorno, un grande sollievo di mettersi al tavolino per scrivere all'amica: come un raggio di sole che, per un istante, veniva a rischiarare il buio della sua esistenza: come un bagno morale che le sollevava il cuore e le rigenerava lo spirito, dopo il mattutino bagno di latte in cui la cocotte alla moda ammorbidiva le sue carni. Quella corrispondenza le sembrava una disinfezione. E Bianca si era addolorata e impensierita e commossa dal progressivo corrompersi di quell'anima buona di fanciulla. L'avrebbe voluta felice ed onesta. Ma la confessione sincera dell'amore per Eugenio dapprima, la sfrontata rivelazione, poi, di un amorazzo qual'era la relazione di Adelina col Centomonti, l'avevano sgomentata. Prevedeva la rovina. E aveva tentato di consigliarla bene, di farla ravvedere, di ricondurla all'affetto del marito e della sua casa. Ci si metteva coll'entusiasmo di un apostolo a quest'opera rigeneratrice, essa, la cocotte parigina! E sinceramente parlavano in lei l'affetto immutato per l'amica, e un residuo di pudore e d'onestà che i casi della vita non avevano distrutto, e che protestava — adesso — in nome altrui, poichè non era più possibile protestare in proprio nome. Adelina le rispondeva: «Non farmi la morale, tu! È facile essere oneste, quando tutto sorride d'attorno, e tutto va a seconda, e si à la fortuna di essere legata all'uomo che si ama, e ogni mattino ci si sveglia senza un desiderio da soddisfare e ogni sera ci si addormenta senza un desiderio insoddisfatto...» E Bianca rimaneva, a lungo, con quelle lettere tra mano, mentre il labbro inconsapevolmente ghignava, e gli occhi disperatamente lagrimavano.... In cinque anni varie erano state le vicende. La moda, colassù dove la s'inventa, non risparmia nessuno, e miete le sue vittime ovunque. Glie ne occorre un numero fisso per ogni stagione: quando non ne trova tra gli usi e i costumi, le cerca tra le donne. Così, Bianca aveva trascorsi dei momenti buoni e dei cattivi. Era stata molto in alto e, talvolta, molto in basso. Aveva provata la voluttà di possedere quattro cavalli, e l'angoscia di mandare al monte di pietà l'ultimo gioiello. Un giorno la bambina ammalò. Fu un lungo martirio. E come la madre più che mai si era risvegliata in Bianca, e non aveva più cure e baci e sorrisi che per la bambinetta inferma si trovò poco a poco la casa vuota. Non era l'amore materno che gli amici venivano a cercare in casa sua. E quando la piccina morì, la povera mamma dovette vendere dei gioielli per ricoprire di fiori la piccola bara. Allora, quel giorno, dopo l'angoscia suprema di quel funerale, sentì prepotente, irrefrenabile, la necessità di uno sfogo. Ebbe un acuto, irresistibile bisogno di sincerità, uno di quei momenti di schietto abbandono che sono la valvola di sicurezza dei grandi dolori e delle grandi gioie. E scrisse ad Adelina, la verità orribile e disperata, chiedendole perdono e conforto. Adelina le rispose dicendole: Vieni, sei migliore di me.
Bianca, arrivando a Milano, contava trattenervisi un po' di giorni solamente, nascosta in una locanda dove Adelina verrebbe a passare molte ore con lei. Essa le avrebbe raccontati tanti altri piccoli avvenimenti della sua vita parigina, che nella sua lunga lettera, per quanto dettagliata, non aveva avuto il tempo e il coraggio di narrare. E Adelina l'avrebbe consolata. Anzi, pareva a Bianca che avrebbe trovato un conforto soltanto nel rivedere la sua città e la buona amica d'infanzia, nel rivivere per pochi giorni la vita dal passato. Poi sarebbe ripartita. Il suo destino la riconduceva nella grande città dove la sciagurata trasfigurazione dell'essere suo s'era compiuta, dove, ormai, e in nessun altro luogo che là, avrebbe dovuto e potuto — senza arrossire — ricominciare la facile lotta per l'esistenza. Perchè Bianca non era nata a quella vita. Trascinatavi suo malgrado, non era di quelle che l'accettano senza ribellioni e senza rimpianti, e che il giorno del primo mercato elevano una immane barriera tra il passato e l'avvenire, tutto dimenticando del passato, come se l'essere si sdoppiasse e alla cortigiana novella fosse negata persino la facoltà del ricordare. Bianca invece, ricordava il passato, l'aveva ricordato sempre; e dal ricordo nascevano la nausea e lo sconforto. Per questo — e non per leggerezza, non per sfrenata vanità, come credevano i suoi amici — essa non aveva portato mai alcun senso pratico nell'esercizio della sua professione, non era riuscita mai a proporsi uno scopo, una meta da raggiungere: la ricchezza. Non aveva ammassato mai, per quante occasioni le si fossero presentate. Molte volte, nei momenti di più sconsolato abbandono, aveva sacrificato nelle spese più vane e più pazze o a sollievo di improvvise miserie, il denaro che si era trovata a possedere quasi suo malgrado, quasi senza avvedersene. Voleva vivere giorno per giorno, bene o male, a seconda della fortuna o del caso. E vivrebbe, poichè questo era il suo destino, così, di codesta vita: ma senza cavarne alcun frutto che le potesse servire al di là dell'oggi, senza ammassare una fortuna che le servisse — come a tante sue simili — per ricomperare la propria onestà e per riacquistarsi il rispetto della folla. L'idea di arricchire non le era mai passata per la testa: o, se le era passata, ne aveva provato orrore: quell'oro, ricordantele ad ogni istante il modo com'era stato acquisito, l'avrebbe umiliata più che il tu con cui la trattavano gli amici. Tornerebbe dunque a Parigi, a ricominciar la sua vita, più sconfortata, più nauseata di prima. Finora, qualcosa di dolce, di buono, di casto, aveva allietata la casa: la sua bimba. Per molte ore della giornata, per tutta la giornata talvolta, quando la necessità, o il diritto accordato per forza a qualcuno — non l'obbligavano a mettersi in fronzoli e a ricevere, ma poteva concedersi il lusso e la gioia di chiudere la porta a tutti, essa si rincantucciava in una camera appartata del suo alloggio, e si abbandonava alla voluttà di essere soltanto una mamma. Quella camera era il suo sacrario. Nessuno mai ci aveva messo piede: neppure il profumo, neppur l'eco della corruzione erano giunti sin là. Là, c'era la bimba, c'era la sua vita. E la ninnava, e le cantarellava le vecchie cantilene, e se la baloccava sui ginocchi, in una tenerezza infinita. Se, per un momento, le veniva di aggrottare le ciglia nel corruccio che le causava la visione dell'avvenire per quella creatura senza padre, scacciava poi ogni triste pensiero, si accontentava della beatitudine dell'oggi: e dedicava tanto più affetto a quella piccola che le pareva tanto più sua, poichè non era di nessun altri che sua.
— Oh! non mi vuoi più bene, non mi vuoi più bene: non ài più affetto, non ài più amicizia per me. Non mi ami più, ecco! — ripeteva Adelina: a Bianca. — Perchè torneresti a Parigi? A far che? Non ti ripugna di ritornare là dove ài provato il più gran dolore della tua vita, quindici giorni or sono? Rimani qui, accanto a me. Faremo vita assieme, come una volta. Rimani, Bianca mia. Bianca la guardava trasognata. — Perchè tornerebbe a Parigi? — E avrebbe voluto rispondere: «E che cosa resterei a far qui?» Ma non osava. Infatti: che rimarrebbe a fare, qui? Ciò, che farebbe a Parigi? — E allora? E Adelina? E tentava di farglielo capire. E le diceva: — Qui no: mi conoscono, mi ànno conosciuta per quella che ero: non bisogna che sappiano quella che sono. Ma Adelina, della irriflessione a cui si abbandonava di progetto, pur di stordirsi, pur di evitarsi la pena e il dolore di pensare e di ricordare, non ragionava e non approfondiva più. Forse, questa volta, insistendo presso Bianca perchè rimanesse, il pensiero andava un poco più in là delle parole che le uscivano dalla bocca: intravvedeva, forse, le conseguenze di quella preghiera se venisse accettata. Ma non se ne impauriva. La rivelazione di Bianca l'aveva addolorata, ma non impressionata: e sinceramente le aveva detto: «Tu, cortigiana, vali ancora, più di me, donna onesta». Ed ora che Bianca era qui, essa, nell'affannosa ricerca di tutto ciò che valesse a stordirla, a procurare una nuova via ai suoi pensieri, a darle un pretesto purchessia di occupazione; in quel bisogno irresistibile che è nelle nature espansive di possedere e di aver daccanto una persona per la quale non si ànno segreti, alla quale si dice tutto quello che si fa e che si pensa, che è un altro sè stesso su cui par di versare una parte della responsabilità della propria vita; essa si attaccava disperatamente all'amica: e le pareva persino una fortuna che le condizioni di lei fossero tali, anzitutto perchè il possesso del suo segreto gliela rendeva più sicura, più fidata, più utile forse; poi perchè essa, che si sentiva depravata, avrebbe con tanta minor ripugnanza, senza l'ombra della vergogna, rivelato ogni pensiero ad una donna che conosceva — sia pur suo malgrado — la depravazione, e ne aveva vissuto. Nella istintiva mancanza di rispetto per Bianca si accrescerebbe la confidenza, la sincerità cui si sentiva trascinata, dopo la fatica della finzione che durava da un anno e che avrebbe dovuto durare ancora, con suo marito e col mondo. — Sei innamorata? Ài qualcuno che ti preme a Parigi? — No. — Ebbene: allora rimani qui. E non pensava, e non voleva pensare, Adelina, al problema dell'esistenza di Bianca. Se vi pensava, vi trovava forse di già, vagamente, istintivamente, fatalmente, la soluzione facile e naturale: essa l'avrebbe risolto qui come lo aveva risolto a Parigi. Purchè non si sapesse da nessuno: purchè di Bianca ella potesse farsi l'amica intima e cara per sè e in faccia al mondo: purchè suo marito, al quale l'avrebbe presentata, non ne dubitasse mai e la stimasse come una donna onesta e degna di essere la compagna indivisibile di sua moglie: purchè Bianca — infine — potesse rimanere la confidente, la complice forse, che desiderava, di cui aveva bisogno.... ebbene, tutto il resto non le importava nulla. Leggendo la rivelazione di Bianca, non aveva avuto un senso di rivolta, non aveva arrossito di essere l'amica di una cortigiana: non aveva titubato nel rispondere, vieni, ti aspetto; e l'aveva abbracciata; e aveva riudita la sua confessione senza provare che della compassione per lei. Questi sentimenti non muterebbero per l'avvenire: ne era sicura! Non si pentirebbe mai di averla pregata di restare! Bianca, buona e debole creatura, per accondiscendere all'ardente preghiera, senza decidervisi mai in modo assoluto, rimase, protraendo di giorno in giorno, di settimana in settimana, di mese in mese, la sua partenza. Consumata la somma che aveva portata con sè, aveva fatto realizzare a Parigi, da un amico, tutto quanto vi possedeva in abiti, in mobili, in gioielli. Ne aveva ricavata una diecina di mille lire. Allora Adelina l'aveva indotta a prendersi una casa a Milano e ad ammobiliarla. Era necessaria una casa, acciocchè essa potesse ripresentare l'amica alle vecchie conoscenze. E Bianca fu creduta, da tutti, separata dal marito. Essa si era lasciata convincere così, a mentire, per affetto verso Adelina e per intima compiacenza di rivivere la vita che aveva sognata fanciulla. Era un godimento dello spirito, una soddisfazione del cuore che si concedeva, trascinatavi dall'amica, convinta che non durerebbe a lungo, tutt'al più sino alla consumazione del suo peculio. Poi sarebbe ripartita. Qui, no. Qui, dove era cresciuta, dove aveva vissuto da ragazza, dove la stimavano e la credevano onesta e sventurata, no, non avrebbe mai rinnovato il mercato di sè stessa. Colle ultime cinquecento lire avrebbe rifatto il triste viaggio, e ricominciata la sua triste vita. Ma, intanto, si concedeva — in questa vacanza — la gioia di essere quella che avrebbe voluto essere. E durerebbe quanto fosse possibile: un mese od un anno. Ma sarebbe sempre tanto di guadagnato: sarebbero sempre delle ore tolte e rubate a quella vita che l'indignava, che le ripugnava, di cui il solo pensiero la faceva arrossire. Intimamente buona ed onesta, Bianca si beava di questa rigenerazione che il caso le aveva procurata: e si doleva soltanto che non potesse durare per sempre, e pensava con raccapriccio al giorno in cui avrebbe dovuto riprendere il suo cammino sciagurato. Nei primi giorni, un grande sconforto la coglieva a certe ore del giorno: quando rincasava o quando rimaneva sola in casa sua, dopo che le visite delle riannodate conoscenze erano finite. Allora si vergognava, e aveva paura di ciò che faceva: aveva essa il diritto d'ingannare così la buona fede altrui? Non era ancor più ignominiosa questa sua vita d'adesso, che quella condotta sino allora?... Ma se rivelava questi suoi dubbi ad Adelina, e questi timori, essa ne rideva, e l'incoraggiava dandole della sciocca. — Il mondo è tutto un inganno! Quelli che ài paura d' ingannare, t'ingannano alla loro volta. Ricevi delle donne che si dicono oneste e che ànno dieci amanti: degli uomini che sono creduti fior di virtù e sono dei poco di buono nella loro vita pubblica o privata. E tutti se ne ridono del prossimo, che ingannano o credono ingannare tanto bene. Tu, ridi di essi, alla tua volta. Bianca non si convinceva del facile ragionamento, ma si lasciava cullare dalla compiacenza dolce e insperata che le causava il rispetto di cui si trovava circondata, essa che, donna, non aveva conosciuto ancora che fosse il rispetto per la donna. Si era sempre sentita chiamare la petite Blanche, quando pure non la chiamavano Babà, o Lulù, o Titì, nelle orgie delle ore piccine. Ed ora, qui, si sentiva dire signora, e aveva riacquistato un cognome smarrito insieme coi fiori d'arancio e non più cercato, perchè divenuto una cosa inutile o superflua, un particolare di nessuna importanza. Allora, dopo aver pianto di vergogna e di paura, piangeva di tenerezza, riconoscendosi buona, convincendosi che nessuna colpa era in lei, e che sarebbe stata una brava moglie, una madre affettuosa, una donna rispettabile e rispettata se il destino lo avesse permesso. E in quei momenti di tenerezza intima e dolce, dopo una confessione di sè stessa a sè stessa, che finiva, ed era così giusto finisse, in una assoluzione, Bianca andava formando un semplice disegno: quello di fingere, il dì che il peculio fosse esaurito, la propria rovina economica: e cercarsi del lavoro, un lavoro purchessia: diventare commessa di magazzino, sarta, stiratrice, serva magari; per non rinunciare mai più a questo grande godimento che ora, per la prima volta, aveva provato in sua vita: di essere una donna onesta. Questo, il proponimento semplice e buono. Ma Adelina, nella sua discesa disastrosa, doveva fatalmente trascinarla con sè.
Un giorno, Adelina giunse frettolosa in casa di Bianca, con gli occhi luccicanti, affannata, sovraeccitata. — Che c'è? Che è avvenuto? Pasticci di denaro, ancora? — Oh! di quelli ne ò sempre. Ma che me ne importa? C'è ben altro. Leggi. E le porse un giornale. Era il «Corriere di Napoli ». Un piccolo brano era segnato a lapis, rosso. Quel brano diceva: «Eugenio Giovenzani è tra noi. Questo nome non riuscirà nuovo certamente alla lettrice amante dell'arte aristocratica e raffinata. Il suo romanzo «La Sfida» fece chiasso tre o quattr'anni or sono, e trovò le più ardenti ed entusiaste ammiratrici tra le donne, che riscontrarono in quel libro una così fine, acuta e delicata dipintura di un dolce carattere femminile. E certamente più d'una tra le ammiratrici di Eugenio Giovenzani, si chiedevano da tempo: che è del nostro autore favorito? Poichè lo scrittore lombardo era scomparso dal mondo dell'arte e dagli aristocratici salotti che lo avevano eletto a loro beniamino. «Per un anno e mezzo più nulla s'era saputo di lui. Neppur gli amici più intimi sapevano quale angolo nascosto egli avesse scelto — chissà per quale recondito scopo — a sua dimora. Ora, finalmente, Eugenio Giovenzani è tornato. Ma, purtroppo, non bene. Delle febbri malariche lo colsero in Egitto, dopo una lunghissima peregrinazione nell'Asia minore, nell'Indostan e nel Continente nero. Egli è sbarcato qui or fanno tre giorni, e scese all'Hôtel Vesuve. Ma lo strapazzo del viaggio à seriamente nociuto alla sua fibra, già intaccata dal male, ed ora deve guardare il letto ed essere seriamente curato; i medici non possono nascondere agli amici, che amorosamente si raccolsero attorno al suo letto, lo stato inquietante dell'infermo. Noi fervidamente auguriamo che l'aura nativa ritorni alla salute il giovine e simpatico artista». Chi aveva inviato ad Adelina quel giornale? Essa non lo sapeva. Chissà? Forse la stessa Guglielmi? Forse un amico napoletano che aveva raccolta una confessione, nel delirio della febbre? — Partiamo? — chiese Bianca, stupita. — Sì. Non metterai in dubbio, spero, che io debba correre al letto di Eugenio. Ma come partire senza di te? — Adelina.... — Poche parole. Si può inventare una sorella, mi pare; una sorella malata a Napoli, gravemente. Tu accorri per curarla, ma non ài cuore e coraggio di andartene sola. E mi preghi, e mi scongiuri di accompagnarti. — Ma se tuo marito sapesse, scoprisse? — Che cosa? E come lo scoprirebbe? — Io non ne ò. Ma tu ne ài. Fammi un prestito. Te lo restituirò, te lo giuro. — Oh! — Spicciamoci. Vieni da James a pregarlo. — Ma.... — Ricusi? Temi di perdere il tuo denaro? — Oh! Adelina! — E allora? — Ma dimmi, dimmi: pensa a quell'altro.... — A chi? — A Centomonti. — Che me ne importa? — Dovrai avvertirlo. — Neppur per sogno. Che diritti à? — Io? Non glie ne ò dato nessuno. Gli ò dato me stessa, non so neppure perchè. Ora mi ritolgo. — Ma se ti ama, cercherà scoprire la ragione della tua partenza. Ti seguirà. Scoprirà. Potrebbe vendicarsi. — Prima di tutto non mi ama. Mi à presa perchè il prendermi era la cosa più facile di questo mondo. Ma gli preme certamente di più Kattie, la sua cavalla. Anzi, non gli parrà vero di liberarsi di me così a buon mercato.... — Ma, Adelina, è di te che parli? — Naturalmente. Ti stupisce? Stupisci piuttosto che, a quest'ora, io non abbia avuto cento amanti invece d'uno solo. — Invece di due. — Di uno, quell'insoffribile scemo di Centomonti. — E Giovenzani? — Ah! quello non è un amante. È l'amore. Bianca comprese che non era possibile far ragionare quella donna. E farle della morale, poi! E lei, proprio lei, Bianca avrebbe potuto fargliela? Partirono, la sera stessa, per Napoli.
Per due mesi, Adelina visse al letto di Eugenio, tentando, a furia di cure, di baci e di carezze, di contenderlo alla morte che poco a poco s'impadroniva del suo corpo disfatto dalla febbre e dall'amore. Morì una notte, in un ultimo bacio disperato, come i medici avevano predetto senza poterlo impedire. Morì, sapendo di essersi affrettata la fine, beato di morire dopo quei due mesi di spasimo inenarrabile ch'erano stati la voluta conquista della morte. E da quell'ultimo bacio Adelina uscì trasformata. Il suo cuore era morto con Eugenio: Eugenio se l'era recato nella tomba con lui. Quando portarono via il cadavere, strappandolo a viva forza agli abbracci di lei, essa rimase, come istupidita, sorretta da Bianca, gli occhi fissi, immobili, trasognati. E quando tornò in sè, si guardò nello specchio, quasi volesse assicurarsi d'essere lei, proprio lei, ancora lei, tanto le pareva di essere un'altra. Aveva vissuta tutta la sua vita, in quei due mesi. Ora, tornerebbe a Milano: riprenderebbe la sua esistenza calma, regolata, d'un tempo. Il suo organismo sano e forte resisterebbe, funzionerebbe ancora, regolarmente, insensibile a tutto. Sarebbe la moglie di James Burton, null'altro. Aveva provato tutte le gioie e tutti gli spasimi che anima umana può sopportare quaggiù. E l'anima s'era atrofizzata in quella lotta disperata dell'ultima ora, e il cuore si era avvizzito per sempre. Non avrebbe amato più. Oh! come lo sentiva! Oh! come ne era sicura! Non era stato un giuramento vano, ispirato dalla pietà, quello fatto ad Eugenio. Era un convincimento saldo e profondo. Egli, di lassù, non dovrebbe ringraziarla di mantenere il giuramento. S'anco volesse amare, d'ora innanzi, non lo potrebbe. Durante il viaggio del ritorno, di notte, mentre Bianca dormiva, Adelina teneva gli occhi fissi al finestrino del vagone, seguendo, senza guardare, i fili del telegrafo sui quali la luna scriveva, monotona, delle scale cromatiche. E pensava al passato. Il passato le pareva un sogno. Era lei, Adelina, che aveva amato, odiato, tradito? Come aveva fatto tutto quello che aveva fatto? E Centomonti? Si era data a lui? Come? Perchè? Che era avvenuto? Possibile che il dispetto, la noia, una sovraeccitazione morbosa l'avessero buttata tra le braccia di quel bel cretino cogli sproni? Come mai l'amore vero, profondo, santo, per Eugenio, non l'aveva salvata? Come mai il ricordo di quell'amore non era stato il suo angelo tutelare? Oh! se, allora, Eugenio le avesse scritto! Poichè non era il corpo di lui, soltanto, che amava, ma l'anima sua, sarebbe bastata la corrispondenza delle anime a tenerla in vita, a darle una ragione di vivere, e a far sì che non perdesse il rispetto di sè stessa. E non era la propria degradazione che ora la stupiva e l'addolorava. Ma il tradimento di quell'amore che — adesso che era morto — capiva essere stato così vero, così completo, così giusto. Che calma, che calma, adesso! Come erano svaniti tutti gli odî, tutte le irrequietezze, tutte le agitazioni, tutti gli appetiti malsani! Che gran calma, in tutto l'essere! Se l'era portata via da quel cimitero, da quella tomba cosparsa di fiori. Le era penetrata nell'anima, durante tutto quel tempo che era rimasta là, inginocchiata, sino all'ora della partenza, sino a che Bianca era venuta a prenderla, colle valigie nella carrozzella, per condurla alla stazione. Le era penetrata nell'anima: ne avrebbe per tutta la vita. Si sentiva persino allegra, di quell'allegria quieta che viene dalla sicurezza di sè, dalla rassegnazione per il passato, dalla visione netta di un avvenire tranquillo, senza scosse, senza nulla di impreveduto. Eugenio era morto, morto d'amore. E, d'amore, era morta Dély. Erano laggiù, nel bel camposanto, sotterrati assieme. Adelina sopravviveva; anzi, Adelina Burton soltanto, la moglie borghese e massaja di un onesto e laborioso industriale. Oh! come la sua esistenza sarebbe facile, adesso. Ma la signora Zaira Bianchi l'attendeva all'arrivo.
La vecchia aveva tese ormai tutte le sue reti: Adelina n'era ben circondata, e non sfuggirebbe più. Introdottasi dapprima come venditrice di merletti, le aveva fatto poi da pignorataria, da sovventrice di denaro, da avallante, da mediatrice, nell'affannoso e nascosto rammendo, che durava da un anno, di quella maglia cadente a brandelli ch'era la situazione economica di lei. Era ben tempo di diventarne la mezzana. Essa si trovò là ad attenderla, con un fascio di cambiali in scadenza, colla minaccia del sequestro, della rivelazione al marito. Come fare? Come fare? Adelina implorò, lagrimando: chiese tempo, ancora. Allora la vecchia si svelò: disse con bei modi il mezzo, lento forse, ma sicuro, di togliersi dall'imbroglio. Adelina, rossa di vergogna, la scacciò. E corse da Bianca. Ma Bianca non potè aiutarla che in minima parte. Il peculio, ultimo frutto della vergogna a cui si era tolta, e in cui si vedeva ripiombare suo malgrado, era quasi tutto svanito. — No, no, ài ragione. Non puoi darmi più nulla. Ti debbo già tanto, e non so quando potrò pagarti. Perdonami, perdonami, sono una disgraziata. E tu, che farai? — Tornerò a Parigi. E il mio destino, Adelina. Allora, da Parigi, potrò aiutarti! Tutta l'anima sanguinava pronunziando quelle parole. Oh! i suoi sogni! Oh! le sue speranze! Oh! il ricordo della bimba morta, che l'avrebbe benedetta di lassù, se l'avesse vista rigenerata dalla propria morte, e le avrebbe perdonata la disonestà della sua nascita! — No, aspetta! E Adelina, come colta da una súbita idea, come attaccandosi all'ultima speranza, corse dall'Orlandi. — Oh! che buon vento? — chiese il banchiere, fissandola cogli occhietti bigi di vecchio lussurioso. Adelina, facendosi forza, chiese un prestito di denaro. Inventò dei debitucci contratti per leggerezza, per sbadataggine; un impegno insomma, urgente, che non poteva rivelare al marito. L'Orlandi non si mostrò stupito. Disse che sapeva, in parte, e prevedeva questo guaio; quale membro della Commissione di sconto di una Banca cittadina, le era passata per le mani una cambiale colla sua firma. — E, ve lo confesso, Adelina, — aggiunse, — aspettavo la vostra visita. A chi, in un pasticcetto simile, vi sareste rivolta prima che al vecchio amico, che sapete quanto affetto vi porta, e non da ieri, ed à sempre cercato di dimostrarvelo? E, sedendole più vicino, e passandole una mano attorno alla vita, le susurrò che desiderava di far qualcosa per lei, anche molto, se ella lo volesse; e non solo per l'oggi ma per l'avvenire. Adelina fu appena in tempo ad evitare che le labbra oscene del vecchio si posassero sulle sue guancie. Si alzò, fremente, ed uscì.
Il giorno dopo, la Bianchi introduceva con gran cura nella cartella riservatissima che portava il n. 3, il ritratto della Biondina. Adelina aveva pensato che, tra le due degradazioni, era preferibile questa ch'era solo ed unicamente del corpo, per quanto abbietta, per quanto la equiparasse alle ultime femmine da trivio. Così, essa si dava per denaro, spinta dalla necessità assoluta ed imperiosa, ma non aveva un amante. L'anima rimaneva libera e pura da codesto mercato. Il darsi ad Orlandi o ad un altro le sarebbe parso ancora più abbietto. Anzi, non l'avrebbe materialmente potuto. Il mercato, per quanto obbrobrioso, avrebbe sempre assunto l'aspetto di una relazione. E questo non voleva e non poteva. Non voleva, perchè aveva giurato ad un moribondo di non aver altri amanti; e un amante che paga è pur sempre un amante. Non poteva, perchè tutto dentro di lei, dopo la trasformazione subita, protestava contro ciò che potesse assumere, anche lontanamente, l'aspetto di un legame fisso e continuo con un uomo purchessia. Concedendosi al primo venuto, nella sicurezza del mistero che l'interesse medesimo della Bianchi le assicurava, le pareva di mancare il meno possibile ai suoi doveri di moglie, e di non infrangere la promessa fatta a sè stessa e ad Eugenio. Suo marito, al quale voleva bene, e pel quale sentiva del rispetto, non diventava ridicolo per questo adulterio d'un'ora, consumato con uno sconosciuto, e allo scopo unico e solo di evitargli la rovina materiale; e, di questo adulterio, non poteva essere gelosa la memoria del morto. Così, nello smarrimento ultimo e completo della mente malata, Adelina si diede, e continuò per un anno a darsi regolarmente ad ogni chiamata della Bianchi, senza sgomento dapprima, senza titubanze e senza ripugnanze poi. Il recarsi a quella palazzina era — ormai — divenuto un fatto normale, una necessità della sua vita, come l'uscir presto il mattino per dirigere la fantesca nella spesa giornaliera, come il tagliarsi e il cucirsi una veste: necessità imposte dal bisogno di fare economia per pagare i suoi debiti. Poco a poco, sepolto in fondo al cuore il ricordo del suo unico amore; senza possibilità che l'amore rinascesse, e tranquilla in questa sicurezza della pace acquisita per lo spirito e per il cuore, una pace che nulla e nessuno avrebbero più turbata; la sua vita diventò regolare, ordinata, metodica. Dopo le faccende di casa, sbrigate con cura assidua e diligente; dopo le ore passate con la Caradelli; dopo qualche visita alla zia; anche dopo i convegni procurati dalla Bianchi e dei cui frutti essa non toccava un quattrino (ma si accontentava di scontare sulla nota del suo debito cinquecento lire per ogni convegno); essa si recava ogni giorno all'officina, e vi passava un'ora con suo marito. In quei momenti essa gli diceva in cuor suo «No, non t'ingannerò più, non ti tradirò più. Non ti amerò mai, certamente, ma non amerò nessun altro. Sarò sempre una buona moglie, come la sono adesso: sarò quella che a te preme io sia. Ò amato e fui amata: e l'amore è morto. Una nuova êra è cominciata per me: non rimpiango quella che si è chiusa, e non la rinnoverò certamente». E allora una nube le passava dinanzi agli occhi: non il rimorso, ma il dolore, anzi il rincrescimento soltanto di non poter essere completamente — per ora — la moglie saggia che avrebbe desiderato di essere. Ma poi quel rincrescimento lo affogava, riesciva ad affogarlo, nella pace che si era imposta, una pace artificiosa, come tutto era stato artificioso in lei, anche l'amore, e le pazzie che in nome dell'amore aveva commesse. E pensava che quei convegni alla palazzina non erano tradimenti; che quel darsi al primo venuto non era un adulterio; e che — ad ogni modo — erano una crudele necessità a cui essa si sottometteva per evitare un dolore a suo marito e una grave preoccupazione finanziaria che avrebbe compromessa, ritardata, forse resa impossibile la riuscita dei suoi studî. Si consolava così, e si tranquillizzava, tanto più, nel pensiero che anche quest'ultimo strappo alla fedeltà coniugale non durerebbe sempre, ma un anno, due anni al più, quanto occorreva a pagare il suo debito. E se le passava per la testa l'idea di confessare quel debito a suo marito, la scacciava subito, senza fermarcisi sopra. La confessione avrebbe arrecato un gran dolore a James: e pazienza questo: ma avrebbe potuto toglierlo dalla credulità, dalla fiducia che aveva sempre avute per lei: e indagando, avrebbe potuto scoprire (avrebbe scoperto anzi certamente, poichè le cambiali erano tra le mani della Bianchi), tutto il passato, e le cause prime e vere di quel suo dissesto. E allora? La rovina, che essa aveva sempre con tanta cura evitata, non dimenticandosi mai, anche nei momenti più burrascosi della vita. Poichè non la passione, intima e profonda, l'aveva condotta fin là, ma una sovraeccitazione costante dello spirito e dei sensi, una irrequietezza del cervello, un desiderio acuto e morboso del nuovo, dello sconosciuto, dell'impreveduto, e quella sua innata aristocrazia di gusti e di sentimenti che la spingevano in alto mentre le mancavano e le erano sempre mancati i mezzi per giungervi. No, no, la confessione, mai! Anzi, poichè James amava, dopo un lavoro faticoso di tante ore, una buona tavola e una moglie sempre pronta alle carezze, essa metteva adesso ogni cura nel soddisfare a questi desiderî di lui, così legittimi, così giusti, così discreti. Quanto a Bianca, fu Adelina a convincerla che, anche per lei, tra le due degradazioni si doveva scegliere quella che le concedeva di conservare almeno l'apparenza dell'onestà. E il suo ritratto era andato presto a tener compagnia a quello della Biondina. Le due amiche vivevano così della medesima vita. Erano i due ubbriachi, nei quali il vino è andato più alle gambe che alla testa: ed ànno la mente ancor libera: e capiscono il loro stato: e vedono la porta di casa e vorrebbero arrivarci. Ma le gambe li reggono a stento; e si sostengono a vicenda, e procedono a sbalzi, disegnando la biscia, appoggiandosi al muro, cadendo ogni tanto nel fango, risollevandosi con pena per ripigliare la via: cantando sempre, per scacciar le preoccupazioni, e per darla ad intendere a sè stessi ed a quelli che passano.
|
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |