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INTRODUZIONE.
March. Non paventate, amico: a
gir sul mare
Pericolo non vi è
Purchè la sposa ancor
venga con me.
Conte. Sposa, sposa, io ti comando
Dar la mano ai Marchesino:
Egli merta, poverino!
La tua fede ed il tuo amor.
Goldoni, Dram.
Il Conte Caramella. Att. 2.°
«Tarderà molto tempo
ancora a qui giungere il battello a vapore? io sono
impazientissima per tal ritardo».
Così diceva una vezzosa
damina vestita da viaggio con tutta eleganza, affacciandosi al balcone
dell'albergo che porta l'insegna dell'Angelo, e sta in Como sulla Piazza del
Porto, ad un giovine signore che le si pose
d'appresso.
«Poco più di mezz'ora
sicuramente, poichè son di già le sei e mezzo»,
rispose questi con garbo traendosi tosto di tasca l'orologio a ripetizione, e
premendone la molla dopo averlo guardato.
«Ardo di desiderio, proseguì
ella, di recarmi ad esaminare il Lario1
da vicino: tante persone mi parlarono di esso facendomene tutte sì belle e
pompose descrizioni, che quasi mi vergogno d'essere la sola fra le mie
conoscenti che lo abbia ancora a vedere».
«Oh certo, Contessina,
replicò l'altro, una barca a vapore merita destare così la vostra come la
curiosità d'ogni amatore del perfezionamento delle arti e delle agiatezze della
vita:, oltre che il suo aspetto sui fiumi, ed in
ispecie sui laghi, è ancor più singolare e spettacoloso che sul mare. Sta dessa
sì elevata sulle acque e s'avanza maestosa e rapida signoreggiando l'elemento
su cui trascorre, che anche le più grandi barche comuni non rendono la benchè
minima idea di sua bellezza, siccome son ben anco lontane dal possedere i
vantaggi che ad essa derivano dalla sua indipendenza
dai venti, dalla velocità e certezza di suo cammino. Nel lungo viaggio che
ultimamente compii, ne vidi per la prima volta in Inghilterra. Trovavami poche
ore prima di sera sul ponte di Londra, allorchè il King George, l'uno
dei più bei battelli a vapore che siano usciti dai
cantieri inglesi, rimontava il Tamigi tenendosi nel bel mezzo del fiume: non vi
so dire quanta sorpresa e diletto mi recasse quella vista. Volli il giorno
seguente salirvi a bordo, e provai su di esso il più
gradevole viaggiare che mai facessi, per cui tornando dalla Germania in Italia,
feci gran tratto del Reno su barche di tal fatta; e giunto a Trieste non
tralasciai d'attraversare l'Adriatico sul pachebotto a vapore».
«Quanto v'invidio, disse sospirando la Contessina: la brama di
viaggiare fu sempre la più gradita e viva ch'io m'avessi e m'ho tuttora, ma non
mi venne mai concesso di soddisfarla: mio marito, cedevole in tutto, su questo
punto è inesorabile. Ma a proposito di viaggi, proseguì, porgendogli uno
sguardo in cui si leggeva un non so che di rimprovero che i suoi occhi neri
rendevano significantissimo, fu detto che pellegrinando faceste incontro di
molte amorose avventure, e che il vostro album ribocchi di nomi e di
memorie di belle Francesi, Tedesche, Inglesi, e per sino Russe, di cui
conquistaste il cuore: erano di ben altro allettamento che le barche a vapore
del Tamigi, del Reno, dell'Adriatico: oh! quanto viveva mai tradita ogni bella
milanese che sospirava per voi!»
«Ah, Amalia, vi giuro,
disse con vivacità quel giovine signore, rendendole uno sguardo parlante,
l'amor di patria e le sue dolci rimembranze non sono uscite mai dal mio cuore.
In qualunque più lontano luogo io mi trovassi vi fu un nome ed un'immagine che
mi svegliarono sempre nell'anima una profonda impressione. Nè Parigi, nè
Londra, nè i luoghi più pittoreschi della Svizzera ebbero per me le delizie di
questo giorno; la veduta di questa amena parte di lago, delle ville, dei monti
che lo fiancheggiano dipinti del colore del cader del sole d'una giornata
trascorsa al vostro fianco, è la più cara e poetica...»
«Che diavolo s'è fitto
in capo mia moglie per questo vapore, io non lo so intendere! (Così disse al di
dentro della sala, interrompendo quel caldo ragionatore, una persona la cui
voce ottusa indicavala occupata a mangiare.) Non lasciarmi pure il tempo del
pranzo, per la fretta di partire! e sì che v'erano dei tordi stupendi presi
ieri al roccolo, e cotti a meraviglia, e perchè? per correre a Como a
rompicollo a vedere una barca».
«Eh via, non
v'inquietate, caro Conte, rispose prontamente dal balcone quel giovine signore,
sul cui volto apparve il dispetto d'essere stato interrotto; vi risarcirete
questa sera con qualche dozzina di freschissimi agoni del lago, che, cucinati
alla griglia, sono ghiotta vivanda al par dei tordi».
«È vero, anche gli agoni
sono buon cibo, me lo ripetè più volte don Martino che è di questi paesi? disse
il grosso Conte apparendo sul limitare del balcone, tenendosi con due mani alla
bocca una coscia di pollo che andava spogliando, ma soggiunse tosto come uomo
addolorato: in qual modo potrò sanare le maccature che mi produssero gli urti
della carrozza nel venire a precipizio sin qui per quella strada indemoniata
delle colline piena di nottoloni e di buche? Ci scommetto che se non eravate
voi, Marchesino, a guidare i cavalli, ci si rovesciavamo le cento volte».
«Qui non mancano soffici
letti per riposare le vostre tenere membra; disse la Contessina con tuono
ironico, infastidita doppiamente e dalla comparsa colà del marito, e dalle sue
importune lagnanze: le vostre ossa però non si saranno scomposte, nè la pelle
lacerata per cinque o sei leggieri scosse del cocchio di cui io mi sono accorta
appena».
«Tu le nomini leggieri
scosse eh? rispose il Conte con voce flebile, il so ben io quali fossero
realmente, che mi sento tutte rotte le spalle e le reni: erano terribili
balzoni da farne spiritare chicchessia».
«Ecco, ecco, anche le
quindici miglia della nuova strada dalla nostra villa di Brianza a Como gli
sono sembrati precipizii, burroni. Vedete, seguitò, vedete Marchesino, i bei
motivi per cui m'imprigiona nella villeggiatura del Lambro e mi costringe ad
annoiarmi mortalmente nei tre mesi dell'autunno, senza voler mai che mi rechi a
visitare un'amica, o mi associi ad una partita di piacere?»
«Annoiarsi mortalmente
alla nostra villa del Lambro! rispose il Conte incrocicchiando le braccia sul
petto e fissandola con meraviglia e dispetto: Ti annoierai a Milano, ti seccherai
qui, ma colà ohibò! Come è possibile il soffrir noia con quel caro don Martino
che farebbe ridere i morti, e che quando poi parla di cucina è veramente
maestro, col signor Giosuè e donna Rosa che ragiona di tutto, e ci formano in
casa una continua vivacissima società? E posto anche questa non ti
soddisfacesse pienamente, non hai mille altri modi da sollazzarti? luoghi da
passeggiare non ne mancano, tanto se ami il piano quanto se vuoi stradicciuole
di collina: in somma, io teneva per fermo che non vi fosse signora che
villeggiasse in Brianza più contenta di te».
«Io sollazzarmi? Io
essere contenta? replicò la
Contessina, in cui lo sdegno mal represso imporporava grado
grado le gote. Credete voi che uno zotico sacrestano e quelle caricature di
donna Rosa e suo marito siano per me una così gradevole compagnia che m'abbia a
beatificare stando con loro? Quanto siete in inganno! perchè, sappiatelo, i
rancidi lazzi, le vecchie storie e il giuoco del tarocco sono per me le cose
più odiose del mondo, e a passeggiare da sola in mezzo ai villani nè mi
conviene, nè mi diverte, nè lo voglio: se non avessi il mio piano - forte e i
libri, di cui mi provvedo abbondantemente, in due anni che vi sono sposa mi
sarei già attisichita. Vi protesto (e guardò di sott'occhi il Marchesino
addolcendo la voce), preferisco le cento volte una sol gita come questa, a
tutta la vostra villeggiatura ed ai piaceri che voi vi trovate».
Il Conte a tali parole
tutto s'agitava, poichè non eravi cosa che maggiormente gli eccitasse la bile quanto
l'udir fare sprezzo de' suoi amici di campagna, a lui sì cari perché i soli che
in grazia de' suoi pranzi lo corteggiassero costantemente. Più volte sbuffando
e gonfiando le guancie aveva dimenate le braccia, ponendosi in atto di
rispondere focosamente, quando il Marchesino, cui doleva assai nascesse più
vivo alterco fra loro, «Vedete, vedete, esclamò interponendosi e additando loro
il porto, quelle banderuole rosse poste su varie barche che servono a
trasportare a terra i passeggieri ed il carico del battello a vapore: ne danno
indizio ch'esso sta a momenti ad arrivare; mirate quanta gente s'affolla ad
aspettarlo».
Molte persone infatti
s'erano adunate sul molo che forma l'ala destra del porto di Como, ed è
praticabile a guisa di terrazzo, tutte curiose di vedere un grosso naviglio
che, sicuro dominatore delle onde, si muove per meccanica interna forza,
superando in corso quelli spinti dal vento, spettacolo che sebbene in allora da
più di un anno si rinnovasse due volte ogni giorno, non aveva saziata la
cupidigia degli ammiratori per quell'interno senso di compiacenza e
d'elevatezza che si prova nel contemplare le potenze della Natura soggiogate e
direm così ammansite dall'industria dell'uomo. Dopo pochi minuti un mormorío
universale annunziò la comparsa del Lario al di là del picciolo
promontorio di Geno, che innanzi a Como chiude a destra la vista del lago, se
ne era già veduta l'ampia bandiera sventolare presso la grossa canna da fumo, e
un momento dopo mirossi spuntare tutto il corpo di quella nave, ed avanzarsi di
qua dal promontorio in dirittura al porto.
«Scendiamo subito, ed
affrettiamoci a porci in una di quelle barche che ci condurrà all'incontro del
battello onde appena si arresta poter salire ad esaminarlo minutamente».
Così disse il Marchesino,
e la Contessina
ritrattasi tosto dal balcone, si pose in testa un cappello di finissima paglia
dalla cui larga ala ricadeva un verde velo, e dato a lui il braccio, discesero
frettolosamente le scale, seguiti dal Conte che camminava a tutte gambe.
Pochi passi fuori
dell'albergo sta l'acqua del porto, e vi son barche d'ogni grandezza schierate
ili semicerchio, uncinate alla riva: colà stavano i barcaiuoli, affaccendati
alcuni a disporre i navicelli, altri a raccogliere i passeggieri.
L'uno di questi, veduti
appena que' tre signori, s'accorse dai loro passi affrettati a che erano
diretti, ed accostatiglisi cavando il berretto: «Ecco la mia barca, signori,
disse indicandogliene una: se vogliono andar incontro al battello a vapore, non
hanno tempo da perdere: siamo due uomini, li serviremo bene, e per la loro
buona grazia: entrino, qua».
Era l'indicata barca una
gondola cui stava un tavoliere nel mezzo coperto da un vecchio tappeto di
Fiandra. Essi non esitarono ad entrarvi, e appena si fu da una parte collocato
il Conte, e dall'altra donna Amalia e il Marchesino per mantenervi
l'equilibrio, l'uno de' barcaiuoli l'allontanò con una spinta dalla riva, e
balzatovi dentro trassela di mezzo all'altre navi, e dando i remi all'acqua
uscirono rapidamente dal porto. Molte navicelle erano già in moto innanzi a
loro, altre venivano dopo, e non poche s'avviavano dai due sobborghi della
città che si stendono sulle opposte sponde del lago.
Il battello a vapore
s'appressava: s'udiva distintamente il romoreggiare delle ampie ruote che gli
stanno a fianco come due robuste ali: vedevasi il getto di fumo spandersi dalla
sommità della grossa canna che li sorge nel mezzo, e stendersi dietro ad esso
per l'aria come una lunga striscia cinericcia ondulata dal vento. I passeggieri
erano tutti raccolti sul cassero, e vi si miravano uomini e donne frammisti,
alcuni col parasole spiegato e altri che agitavano il cappello o il fazzoletto
salutando gli amici che rispondevano dalle barche, di mezzo alle quali il Lario
passava torreggiante.
Giunto che fu a breve
distanza dal porto, le sue ruote rallentarono il moto, uscì in lungo soffio lo
sprigionato vapore, calò l'áncora che gli stava sospesa in poppa, e si fermò.
Allora come i cannotti degli Esquimali che tenutisi lontani dalla balena sinchè
questa sbuffa e si dibatte trafitta dagli arpioni, appena il suo smisurato
corpo galeggia esangue sul mare, l'accerchiano numerosi e vi si posano sicuri,
così tutte le barchette si accostarono rapide al battello a vapore, cercando a
gara d'avvicinarsi alle scale che gli scendono dai lati. L'una navicella
l'altra spingeva, od affrettava col grido, si urtavano, si respingevano, era un
clamore, un domandarsi, uno sporgere per tutto di involti, di valigie, di
bauli, di casse. Il Capitano di quella nave ed il pilota, posti alle sommità
delle scale, procuravano colle parole, coi gesti, di mantenere l'ordine
d'intorno e far cessare lo schiamazzo onde non accadessero inconvenienti; ma
era un parlare al vento, poichè i barcaiuoli ad altra cosa non miravano che ad
avere l'un più l'altro a trasportare forestieri, com'essi chiamano i
loro avventori.
In tanta confusione non
essendo possibile alla barca in cui trovavasi il Marchesino d'accostarsi sì
d'appresso al gran battello da potervi salire, ordinò ai rematori s'aggirassero
a quello d'intorno onde la
Contessina ne potesse esaminare la mole esterna, la
lunghezza, l'altezza, gli ornati, le ruote.
«Quelle aperture
quadrate che vedete da un fianco e dall'altro, le disse il Marchesino,
chiamansi boccaporti, e nelle navi da guerra corrisponde a ciascuno un
pezzo d'artiglieria: in questa non sono che finestrelle che danno luce a due
sale l'una più dell'altra eleganti».
«I vascelli del mare,
chiese donna Amalia, sono assai più grandi di questo?»
«Le navi d'alto bordo,
come le navi da linea, le grosse fregate, i brich, sono molto più ampii, perchè
possono contenere dai trenta sin ben oltre ai cento cannoni, con varie
centinaia d'uomini d'equipaggio, e le munizioni da guerra e da bocca; ma in
generale i bastimenti mercantili, le corvette, ed altre minori navi da guerra
sono di poco superiori ed anche più picciole di questo battello».
«V'accerto che leggendo
molte storie di viaggi m'aveva raffigurata soventi volte la forma de'
bastimenti, ma sempre credea ingannarmi sulle loro vere proporzioni: or sono
contenta di mirare una nave che potrebbe viaggiare alle cinque parti del
mondo».
«Senza dubbio. Ma non
solo il Lario: navicelle d'un quinto di sua grandezza percorrono oggigiorno i
mari più grandi, essendovi uomini tanto arditi che affrontano l'Oceano sopra
barche con cui appena si valicherebbero i fiumi: e specialmente i corsari
americani che sono i più audaci navigatori».
Mentre così ragionavano,
il numero delle barche intorno al battello a vapore s'era sminuito, vogando
ciascuna verso la città od i sobborghi, ed essi eranvisi avvicinati ponendosi a
capo d'una delle scale per ascendervi; ma il Capitano s'affacciò al bordo, e
fece doglianza per non poter ammettere visitatori, essendo quello il tempo in
cui si governava il battello, e s'assestavano gli attrezzi e la macchina pel
viaggio del mattino, dicendo che siccome d'altronde la luce già fosca per la
sera che s'avanzava non avrebbe loro permesso d'esaminare alcun che
minutamente, uopo era tornassero nel vegnente giorno che sarebbero stati
accolti.
Il Marchesino rese
grazie al Capitano, e comandò a' barcaiuoli retrocedessero a Como.
«Chi sa se mai più vi
ritorno!» esclamò la
Contessina rivolgendo lo sguardo al battello da cui s'erano
appena scostati.
Il Marchesino intese ben
tosto che tale esclamazione aveva per significato che il marito non le avrebbe
più concesso di ritornar sul lago, perchè l'intesa fatta nel partir della
villa, era d'andare a vedere il battello a vapore, al che alla lettera s'era
soddisfatto, nè v'era speranza che il Conte fosse per accettare
un'interpretazione estensiva: però desiderosissimo per tutti i conti il
Marchesino di vedere accontentata donna Amalia, si diede a spiare l'animo del
Conte, il quale, mentre gli altri due vagavano colla fantasia per l'Oceano, aveva
sempre pensato ai tordi, a don Martino e a donna Rosa, e stava in tuono sbadato
guardando alle stelle che cominciavano ad apparire»
«Che ve ne pare, gli
disse, di questa nave? avete voi mai veduta una simile meraviglia?»
«Oh che gran bella
meraviglia! rispose il Conte aggrinzando il mento, e sporgendo il labbro
inferiore per dare al volto un'aria di disprezzo. Finalmente non la è che una
gran barcaccia un po' più grossa di quelle che vediamo cariche di sale sul
nostro naviglio».
«Quel che volete, mio
caro, rispose il Marchesino un po' sconcertato; non potrete però sostenermi che
barche le quali camminino da se con tanta velocità e sicurezza ne abbiate
vedute sul nostro naviglio. E poi ciò che sorprende, che è magico si può dire,
non lo avete mirato ancora; fa d'uopo salire là su; discendere nel sito della
macchina, vedere che ordigni vi sono, con che perfezione formati, e una fornace
ardentissima, una caldaia d'acqua bollente che somministra il vapore...»
«Immaginatevi or bene,
l'interruppe quasi gridando il Conte, s'io voglio andar là su! colla fornace e
l'acqua bollente! che se non basta il pericolo d'affogare nelle onde, v'ha poi
quello d'abbrustolarsi per un incendio, come beccaccie allo spiedo, o saltar
per aria in mille pezzi, ciò che con questo vapore, mi hanno detto, è
facilissimo ad accadere - - No, no, non mi vi cogliete. Pazienza qualche
scossa del cocchio, ma alla fin fine sono sul sodo, posso discendere, ed
alberghi ce n'è da per tutto: ma il mettere per diporto la vita su un legno
dove v'ha rischio di morire pel fuoco, per l'acqua bollente e per la fredda, la
mi pare la più gran minchioneria del mondo».
Donna Amalia fremette di
sdegno a tali parole, che conosceva dettate in parte al marito dal desiderio di
rappresaglia della malevolenza da lei mostrata per la sua villa del Lambro, ed
in parte dall'invincibile di lui poltroneria; e il Marchesino non s'attentò
ragionare più oltre, conoscendo difetto principalissimo del Conte una
ostinazione insuperabile ne' suoi propositi. Pervennero silenziosi in porto,
discesero alla riva, ed entrarono nell'albergo: quivi preceduti da un cameriere
che recava i lumi, ascesero ad una sala ove doveasi attendere la cena.
Il Conte adagiossi da un
canto sopra un canapè, e guardava zufolando alla soffitta, movendosi aria al
volto coll'agitar d'un fazzoletto: la Contessina sedette presso al balcone, dalle cui
spalancate imposte spirava un'auretta serale gradevolissima, e il Marchesino
s'assise presso a lei, posando il braccio sull'appoggiatoio della di lei
scranna, mirandone taciturno il melanconico atteggiamento del volto, quasi non
osasse interrompere il corso de' suoi pensieri.
«Non son io veramente
sfortunata! diss'ella dopo alcuni istanti con tuon di lamento, ma a bassa voce:
anche quest'unico divertimento mi toglie quell'anima di ghiaccio. Sperava che
dovesse essere almeno solleticato dalla curiosità e dall'agevolezza di
soddisfarla: ma no, ei vi trova il pericolo, la paura, e tutto ciò per non
stare un momento di più lontano da quella odiosa Villa, ove, son certa, ritorneremo
domani all'albeggiare, nè sarà possibile lo scostarsene mezzo miglio per tutto
il rimanente dell'autunno. - - E voi! voi pure fra due o tre giorni ve ne
partirete, e mi lascerete isolata del tutto...»
«Ah Amalia! non dite così
per pietà! Dovreste sapere che l'allontanarmi da voi è più doloroso al mio che
al vostro cuore, e che la sola imperiosa necessità mi vi può astringere... Ma
per ora non dubitate, proseguì il Marchesino con voce più bassa, e dando
un'occhiata di sghembo al Conte, lo faremo calare quel coccolone, lo prenderemo
all'esca. - - Se si potesse persuaderlo...»
Qui fu interrotto
dall'aprirsi improvviso della porta, e dall'entrar precipitoso d'un Signore che
tutto gaio corse a lui, gli prese la mano, e gridò: «Briccone, briccone, da più
ore nello stesso albergo, e nulla mi fai sapere?»
«Chi poteva immaginarsi,
mio caro Annibale, esclamò il Marchesino alzandosi ed abbracciandolo, che tu
eri qui!»
«No, non ci sono scuse, ti
voglio ammazzare, proseguì l'altro ridendo. Ed ella, amabile Contessina, come
sta? sempre benissimo, sempre lieta, non è vero? Eh questo è il privilegio
delle belle e gentili damine: del Conte non domando, eccolo là, colla
prosperità stampata in volto. Ma che buon vento gli ha portati: deve essere
stato un soffio brianzolo ben gagliardo, perchè so che hanno costume
d'abbandonare giammai la loro villa».
«Ne sono stato io la
cagione, parlò il Marchesino: l'altro giorno essendo seco loro in Villa, il
Conte mi mostrò desiderio di vedere il battello a vapore. Io gli proposi la
gita a Como, egli v'acconsentì, ed oggi vi siamo venuti».
«Bravo Conte, esclamò
l'altro, ciò può dirsi aver buon gusto nella scelta de' divertimenti. Domani
avrete un ottima giornata per far il viaggio del lago che è deliziosissimo: il
tempo s'è stabilito sereno, e ci scommetto che non vi sarà una sola nube in
tutta l'aria. Quanto darei a potervi essere compagno, ancorchè vi sia stato le
mille volte; ma molte coserelle cui debbo dare disbrigo mi chiamano a Milano.
Voi, Conte, non vi foste mai, mi pare? Proverete, proverete come bene si va con
quel vapore: oh che spasso! sarei per dire che se s'aggiunge il vento in
favore, non si corre, ma si vola. - - Ma io non l'ho punto desiderato,
rispose il Conte tra stupito e stizzoso: fu mia moglie».
«A dire il vero, disse
troncandogli le parole il Marchesino cui era venuto il pallone al balzo, il
Conte ha qualche difficoltà, e sta in dubbio di salirvi perchè teme il fuoco,
teme lo scoppio della caldaia: dimmi tu, c'è proprio motivo d'aver paura, il
pericolo è evidente, inevitabile?» e con questi detti caricati con gravità
d'importante richiesta, ma accompagnati da una burlesca espressione del volto,
rovesciò addosso al Conte un formidabile nemico. Don Annibale, uomo di fresca
età, dotato di vivace ingegno e di molta coltura, amantissimo di tutto ciò che
sentiva lo straordinario, era stato l'uno de' più ardenti partigiani della
navigazione a vapore; armato dei mille argomenti che ne provano l'utilità e il
diletto, qualificava col titolo di spiriti vandalici e medioevisti
tutti quelli che tenevano ragionamenti contrarii a' suoi. Appena ebbe intese le
parole del Marchesino, fissando il Conte con due occhi spalancati: «Sareste
mai, disse con veemenza, uno di que' deboli o piuttosto pregiudicati cervelli
che disprezzano ciò che non conoscono, e volendo in ogni modo vedere deturpata
ed avvilita una scoperta maravigliosa, divina, vi appicchiano le idee di
pericolo, di paura, di danni immaginarii? Vi hanno delle menti dure, storte,
cattive che odiano tutto ciò che non è conforme ai loro torvi pensieri, alle
loro stupide abitudini. Voi non potete essere tra quelle, nè vi lascerete
sedurre da uomini che vorrebbero inaridir l'universo onde spargere più
diffusamente il loro fiele, e gridano lo spavento da per tutto. È certo che un
disordine, uno sgraziato accidente può dovunque aver luogo: come ruinano le
case, si spezzano i cocchi, naufragano le navi, così pure una barca a vapore
può incendiarsi o perire: ma fa d'uopo aver calcolo dei diversi metodi tenuti
nelle fabbricazioni, della negligenza o imperizia de' regolatori del
macchinismo, e d'un complicato nodo di circostanze, impossibile a verificarsi
sotto gli occhi della prudenza e preveggenza massima con cui sono guidati
questi battelli dei nostri laghi.
«Che se per via
maggiormente convincervene vorreste esaminare la cosa con cognizione di causa,
potrei parlare per ore intiere spiegandovi la differenza che passa tra una
macchina a bassa, ed una ad alta pressione, soggiungervi che
quest'ultima presentava la possibilità d'uno scoppio, al che però s'è ovviato
colla applicazione delle valvole di sicurezza, e più recentemente colla
sostituzione dei cilindri alla caldaia, ottimo ritrovato di sir Gurney; sebbene
la caldaia stessa ottenne un aumento notabile nella solidità coll'ultima
ingegnosa armatura di ghisa: potrei farvi un paralello tra i sistemi di Wath,
di Perkins e di molti altri famosi meccanici inglesi, francesi, americani, e
delle officine di tal genere stabilite a Liverpool, a Charenton, a Boston:
potrei finalmente presentarvi un quadro statistico del numero di tutte le
macchine a vapore applicate alle arti, alla navigazione, all'idraulica, col
calcolo della loro forza rispettiva e della loro utilità rappresentata dai
prodotti, e ciò basterebbe ad illuminare le pupille più lippe, le teste più
ottuse. Ma voi non abbisognate di tanto per penetrare il vero; vi leggo la
persuasione negli occhi. Ebbene, qua la mano, e datemi parola che domani
salirete il battello a vapore e farete il viaggio del lago?»
Così dicendo, siccome
nel calore del discorso s'era a lui accostato, gli stese la destra,
presentandogliene il palmo per ricevere la sua in pegno della promessa che
attendeva. Al Conte, sbalordito da quella tempesta di parole, da cui in
sostanza dedusse che non si voleva che vi fosse pericolo nel vapore, uscì un
istante dalla mente la villa del Lambro e la protesta fatta poco prima al
Marchesino, porse la mano, e quando stava per impalmare quella di don Annibale,
improvviso gli attraversò la fantasia l'importante pensiero del come si sarebbe
provveduto al ventre su una barca che correva per più ore senza toccare mai
sponda, e tenendo sollevata la destra con esitazione: «Indicatemi il modo,
disse, con cui potere colà su avere, senza fastidio, una buona colazione ed un
buon pranzo, ed io v'assicuro che tutte le difficoltà sono sparite, e
v'ascenderemo domani immancabilmente».
«Ma altro che colazione
e pranzo!» dissero a due voci il Marchesino e don Annibale. «Immaginatevi, proseguì
quest'ultimo, tutto quanto può esservi in un ben fornito albergo colà su si
trova tutto: v'è ogni sorta di vivande, di vini, di frutti, di dolci: ma che
credete che sia una barcaccia come le altre? C'è la sua cucina, la credenza,
una sala, con tutti i suoi comodi come in una casa. Quel correre poi sull'acqua
rompendo l'aria vibrata montanina, eccita un appetito, una fame da divorare il
ferro, e trovare a propria richiesta qualunque ghiottoneria, ed essere fra le
agiatezze come in un ricco palazzo, è un piacer tale da quasi non credersi.
Via, non ci mancate, datemene parola e credetemi che non v'andando perdereste
un raro complesso di divertimenti: - - E fareste uno sproposito da
sapervene male per tutta la vita», soggiunse il Marchesino.
«Ed averne le beffe
universali», aggiunse colla sua voce dilicata, e con tal modo di rimprovero la Contessina.
Stretto così da tutte le
parti divenne pel Conte impossibile il battersi in ritirata. «Se in realtà è
così, rispose stropicciandosi le mani lentamente, se assolutamente lo volete,
per me ci vengo volontieri; ma domani, ed accennò per terra coll'indice della
destra come fermasse un patto, domani a sera qui, e dopo dimani alla Villa».
«Oh! ciò s'intende,
replicò il Marchesino pago oltre modo del riportato consentimento, e diede a
donna Amalia uno sguardo di trionfante compiacenza a cui ella rispose con un
sorriso, mostrando negli occhi tutto ciò che una bella donna sa farvi apparire
per affettuosamente ringraziare. Don Annibale accostatosi ad essi andava
ripetendo or all'uno or all'altro: «Ma era un errore, un torto, un insulto
imperdonabile venir sin qui per vederlo, e non salire sul battello a vapore».
Per una concatenazione
di idee che gli ideologi non durerebbero fatica ad ispiegare, i pensieri del
Conte s'erano rivolti frattanto a far rivista del futuro desinare sul lago,
ìndi con poca divergenza ritornati sulle sue sensazioni presenti, e ritrovarono
l'urgente bisogno della cena, per il che rammemorò al Marchesino que' certi agoni
di cui gli aveva parlato prima di sera, e soggiunse che gli sembrava venuto
tempo d'assaggiarli. Il Marchesino chiamò, ordinò la cena, e in pochi tratti fu
allestita la mensa, ed arrecate le vivande. Eglino vi si assisero d'intorno,
obbligando cortesemente don Annibale a rimanerti seco loro. Gli agoni furono
trovati saporitissimi, ed in ispecie dal Conte, che se ne fece una
scorpacciata, e terminata la cena, s'assise di nuovo sul canapè a smaltirli
addormentandosi profondamente.
La Contessina, tutta occupata della
lieta idea della promessa gita, si diede ad interrogare don Annibale intorno
alle delizie del lago.
«Onde conoscerle tutte
perfettamente, rispose questi che ne aveva esatta cognizione, d'uopo sarebbe
ch'ella visitasse ad una ad una le molte ville che sono sparse a diversi punti
delle sue rive, e salisse in alcuni luoghi i monti, o s'internasse nelle valli
onde mirare pittoresche vedute, o singolari accidenti di natura, che molti ve
se ne trovano; ma giacchè non deve che percorrerne il lungo, ella cerchi di
tracciarne bene in mente l'aspetto generale e le posizioni diverse, che poscia
le descrizioni di chi ne ha esaminate le singole parti gioveranno a
formargliene nello spirito un quadro completo. Un abbozzo preventivo del
viaggio posso farglielo io con questa carta distesa in ampia scala». Così
dicendo staccò una gran tavola geografica che stava appesa ad una delle pareti,
e la stese sul tavoliere: donna Amalia e il Marchesino accostandovi i lumi vi
portarono attento lo sguardo.
«Il Lago di Como, come
qui si vede, proseguì egli, ha la forma d'una zanca di granchio aperta in atto
d'abbrancare».
«Ah! ah! dite benissimo,
lo interruppe ridendo il Marchesino, si può assomigliare la forma del lago di
Como ad una zanca di gambero, come appunto si paragona quella dell'Italia ad
uno stivale. Ah! ah! gambe da per tutto».
«Sarebbe miglior cosa,
vorresti forse dire, che vi si ravvisasse alcuna parte che raffigurasse una
testa. Tu sei troppo maligno: ma torniamo a noi. Il grosso della zanca (e
toccava coll'indice i luoghi che indicava) appare formato da questa porzione di
lago che sta tra il suo incominciare e la punta di Bellaggio, e le due
estremità sono la più sottile a sinistra, cioè a levante, il ramo di Lecco, ed
a destra quello di Como. Quest'ultimo ramo ch'ella deve percorrere domani, presenta
alla vista di chi lo viaggia una serie di circoli che si succedono, ciascuno
de' quali ha un diverso aspetto, il che qui sulla carta non si scorge, essendo
quell'ottico effetto prodotto dalle montagne che lo fiancheggiano, da cui
apparentemente a diversi tratti è chiuso. Il carattere però generale di simile
spazio di lago sino al principiare della Tramezzina è piuttosto alpestre e
severo. Superata questa punta di Lavedo, che è la Gibilterra del lago,
esso si presenta ridente da una sponda e dall'altra sino a Bellaggio, dove si
vede in tutta la sua vastità, cinto da monti giganteschi. La barca a vapore
perviene a Domaso, d'onde si scorgono a sinistra le bocche dell'Adda, ivi è il
vero incominciamento del lago di Como, poichè quest'altro laghetto inameno e
solitario posto all'estremità, detto di Riva di Chiavenna, si può considerare
segregato e facente parte da se. Da Domaso poi si ritorna per lo stesso cammino
dopo una brevissima fermata».
«E quante ore si
impiegano nel percorrere questo spazio?» disse la Contessina.
«Quattro o cinque sì
nell'andata che nel ritorno, secondo la quantità de' passeggieri, per ricevere
i quali e dimetterli ne' varii luoghi d'uopo è perdere alcun tempo, e secondo
la forza e la direzione del vento».
«Così avremo, tornò a
dire la Contessina
tutta gioiosa, otto o dieci ore d'amenissimo sollazzo, di cui avrò obbligo a
lei, caro don Annibale, che ha stornato mio marito dal commettere un fallo
imperdonabile; ed a voi pure, Marchesino (e sogguardollo sorridendo), come
promotore di questa gita. Ma, or me ne avveggo, avete trascurato di darmi un
suggerimento importante, e si era di portar con noi qualche libro che ne
indicasse per viaggio i nomi dei paesi e delle ville del lago».
«Perdonatemi, Amalia, ma
la colpa non è mia. Ieri guardai e riguardai nella vostra picciola biblioteca
della villa, e non vi scorsi di opere relative al lago di Como che le Lettere
del Giovio, e il Viaggio ai tre laghi dell'Amoretti; dunque tenni
per fermo che il vostro favorito autore, il dipintor delle belle, il
pellegrinante, il romanziere sentimentale, Bertolotti, l'aveste già con voi, o
il teneste chiuso nella cassetta da viaggio».
«No, v'ingannaste,
perchè il dovetti quest'anno lasciare a Milano, essendo il suo, ed il posto di
due o tre altre mie predilette opere occupato dai Promessi Sposi, e da
altri romanzi recenti: sebbene vi dirò che le Peregrinazioni di quel
finto vecchio militare, la cui vivacità e galanteria ne smentiscono ad ogni
linea l'età e la professione, me le so quasi a memoria. Desiderava non altro
per domani che un indicatore, una nomenclatura, una guida».
«Per questo, bella
Contessina, poss'io soddisfarla immediatamente», disse don Annibale, e tolse
dalle tasche del redingotte che vestiva, due libri stretti in elegante
copertura, ed uno gliene presentò aggiungendo: «Questa è una raccolta di
disegni miniati rappresentanti vedute del lago, con brevi descrizioni: avrà in
esse una guida, un Cicerone laconico, ma vero e compiuto. Caso poi mai che
pioggia impreveduta, incomodi soffii di vento od altro accidente l'avessero a
costringere a tenersi nella sala sottocoperta, e così non le fosse dato
occupare il tempo a contemplare le viste, eccole in quest'altro libro
manoscritto un Racconto del lago, che potrà leggere per divagarsi».
«Oh gli sono doppiamente
obbligata, disse la
Contessina ricevendo con piacere anche quel secondo libro, e
sarà mia premura il fargliene, appena letti, immediata restituzione; ma dica,
dica: questo è una novella, una vera storia, od un romanzo?»
«Non è, parlando a
rigore, alcuno dei tre, ma tiene un po' di ciascuno: si potrebbe collocare in
quel genere botanico in cui mischiandosi il seme di varii fiori, ne nasce un
tutto più fragrante, più aggradevole ed attraente delle specie separate: in una
parola, è un romanzo storico. - - Oh! lo conosco questo genere cui tu
alludi, disse il Marchesino; esso si chiama dai Botanici ebridismo, che
significa non legittimo, e poco giudiziosamente raccomandi il tuo
manoscritto, mio caro Annibale, dichiarandolo appartenente ad un genere che si
appella con sì brutta parola. D'altronde non sai, continuò in tuono comicamente
enfatico, che uomini gravi, tenuti maestri in letteratura, disprezzano appunto
come spurie e deformi quelle opere in cui la storia è vestita coi falsi colori
del romanzo, e il romanzo foggiato coll'imponenze storiche, che in alcune parti
appaiono drammatiche, in altre filosofiche o politiche, ma in conclusione non
appartengono ad alcuna di quelle classi, e recano il grave disordine di
stravolgere o render false le idee a quelle persone di spirito debole che hanno
la sfortuna d'averle nelle mani? Sono incalcolabili i danni che questo genere
di moderno lavoro detto Romanzo storico ha recati ai buoni studii ed alle
profonde storiche e filologiche investigazioni. Dappoichè la manía di simili
superficiali opere ha invase due parti del mondo.....
«Ih ih che sermone! Non
imiti male un pedagogo di sessant'anni che ritrova sullo scrittoio d'uno
scolaro un tomo di Walter - Scott in vece della grammatica. - - Sappi
però che io non posso nè difendere nè commendare quel libro, perchè l'Autore,
che è un giovine mio conoscente, me lo ha espressamente proibito; non ripeterò
altro che alcune opinioni dello stesso intorno a tal genere di componimenti. La
storia, egli pensa, si può chiamare un gran quadro ove sono tracciati tutti gli
avvenimenti, collocati i grandi personaggi, e la serie d'alcuni fatti esposta
con ordine, ma dove la moltitudine delle cose v'è negletta o appena accennata
in confuso e di scorcio, e sole le azioni più straordinarie e gli uomini sommi
vi stanno dipinti isolatamente e quasi sempre nella unica relazione dei
pubblici interessi. Il Romanzo storico è una gran lente che si applica ad un
punto di quell'immenso quadro: per esso ciò ch'era appena visibile riceve le
sue naturali dimensioni, un lieve abbozzato contorno diventa un disegno
regolare e perfetto, o meglio un quadro in cui tutti gli oggetti riprendono il
loro vero colore. Non più i soli re, i duci, i magistrati, ma la gente del
popolo, le donne, i fanciulli vi fanno la loro mostra: vi sono messi in azione
i vizii, le virtù domestiche, e palesata l'influenza delle pubbliche
istituzioni sui privati costumi, sui bisogni e la felicità della vita, che è
quanto deve alla fin fine interessare l'universalità degli uomini. I romanzi di
tal genere sono in somma i panorama della storia. Alcuni rigoristi
portano loro l'accusa di frammischiare cose menzognere alle reali, e deturpare
in tal modo la storica purità: ma si potrebbe a questi domandare: accusate voi
i grandi storici, come Livio, Tacito, Guicciardini, d'essere menzogneri perchè
facciano tenere ai duci d'armate, ai principi, ragionamenti in pubblico od in
privato ch'essi non hanno di certo ascoltati, nè altri ha loro riferiti? No,
risponderebbero essi, perchè è probabile e verisimile che in date circostanze
que' personaggi dovevano consimilmente esprimersi. Ora, perchè, tenendosi nei
limiti della verisimiglianza, non sarà lecito, anzi utilissimo intrecciare la
storia con fatti d'invenzione che la rendano più drammatica, più evidente,
quindi più studiata e proficua?»
Don Annibale continuò in
tal modo per lunga pezza ora colle opinioni di quel suo conoscente, ora colle
proprie ad encomiare il genere dei Romanzi storici;, inutilmente però, perchè la Contessina non aveva d'uopo
di tante parole per farseli aggradire, formandone da molto tempo l'esclusiva
sua lettura; ed il Marchesino s'era occupato a svolgere i fogli del libro che
conteneva le vedute del lago, nè aveva più oltre badato a quel chiaccherare
erudito. Stanca però anche donna Amalia d'udire teorie, volle che don Annibale
le dicesse il suo parere intorno ad alcuni Romanzi storici italiani,
addomandandolo della Pianta dei sospiri, del Gabrino Fondulo, del
Castello di Trezzo, della Sibilla Odaleta, e finalmente dei Promessi
Sposi.
«I Promessi Sposi,
conchiuse don Annibale, s'udirono annunziare tanto tempo innanzi che
apparissero al pubblico, ch'ebbero tutto il campo di ricevere dalle mani
abilissime del loro valente autore quella forbita lucente, e veramente nuziale acconciatura,
di cui egli seppe adornarli. V'ha in quei libri una inimitabile proprietà di
vocaboli, espressioni fine, vere, incalzanti: vi si trova per tutto una vita,
un'indagine profonda del cuore, delle circostanze, delle cause; un nesso
invisibile, ma universale, efficace, che offre pascolo a tutti i gradi
d'intelligenza; è un complesso in somma d'osservazioni e di quadri affatto
nuovi e sublimi. È vero però che vi si rinvenne un lato vulnerabile come il
calcagno nel fatato corpo d'Achille, ma però le saette scagliategli dai nostri
Priamidi non lo ferirono sì addentro da toglierci la vita, che durerà anzi
sempre robustissima».
Il Conte, che aveva in
tutto questo frattempo dormito russando tranquillamente, svegliossi di repente,
balzò esagitato dal canapè, fece due o tre giri intorno a se stesso, e sarebbe
andato a dar del volto in terra se non incontrava la tavola a cui affrancarsi
colle mani. «Che c'è? che avete? Cosa è avvenuto? gridarono ad una voce gli
altri accorrendo. - - Ohimè! ohimè! esclamò egli cogli occhi stravolti:
quel maledetto battello a vapore... quella fornace, oh! che incendio!.. puh!
che spavento! Per fortuna che è stato un sogno... Ma il capo mi gira ancora, e
sento un peso gravissimo allo stomaco».
«Niente, caro Conte, gli
disse il Marchesino, sono le quattro o sei dozzine di quei pesciuolini che
v'avete trangugiati; prendete un caffè, ed andate a letto che tutto passerà in
poco d'ora».
Così fece di fatto,
conducendosi accompagnato dalla Contessina nella stanza da letto. Il Marchesino
e don Annibale, dopo aver conversato più a lungo, salirono essi pure nelle
camere rispettivamente assegnate a riposo.
Il primo segnale di
partenza dato il mattino dalla campana della barca a vapore trovò la nostra
comitiva già allestita pel viaggio nella sala dell'albergo. La Contessina era involta
nel suo mantello di finissimo circasse foderato di felpa: il Marchesino
portava un tabarro verdognolo alla cocher di stoffa scozzese ed un
berretto all'inglese tessuto di neri crini di cavallo. Il Conte ancor sonnacchioso,
ed a cui il freschetto mattutino recava più molesta sensazione d'ogni altro,
stava imbacuccato in un sourtout di peluzzo color d'orecchio d'orso, e
riceveva, senza rispondervi, i complimenti di don Annibale, che seco loro
discese sino al lago, ove porgendo braccio alla Contessina ad entrare nel
battelletto che li dovea trasportare alla barca a vapore, le rammentò i libri a
lei consegnati, e salutò tutti affettuosamente a due mani quando quel
battelletto s'allontanò dalla riva.
Saliti ch'essi furono a
bordo, fu dato l'ultimo segno, ed alzata l'áncora, il Lario salpò,
spinto rapidamente dalle sue ampie ruote. Non è a dirsi quanto riuscisse
gradevole quel viaggio alla Contessina, che instancabile si recava ora da un
lato, ora dall'altro del ponte della nave tutto rimirando, di tutto
interrogando il Marchesino, servendosi del libro delle vedute per aver notizia
del nome d'ogni luogo più interessante a sapersi.
Riconobbero la villa
d'Este, la Tanzi,
la Passalacqua,
la solitaria Pliniana, videro la cascata di Nesso; e nella popolosa Tramezzina
ravvisarono varie case di persone conoscenti; scórsero la villa Melzi co' suoi
vaghi giardini, e il bel viale d'ipocastani che la fiancheggia, e presso che di
fronte sull'opposta sponda l'elevato palazzo Sommariva, che tanti contiene
eccellenti capi d'arte. Prossimi a sopravanzare la punta di Bellaggio, gli
occorse alla vista il Plinio, altra barca a vapore che viaggiava alla
lor volta con spiegata bandiera: a poca distanza le due navi s'arrestarono, e
calati a fior d'acqua i palischermi, fecero cambio di passeggieri, indi
ripresero cammino, il Plinio tagliando a levante per Lecco, e il Lario
in retta linea al nord. Lasciato a mancina Menaggio, volsero i loro sguardi al
famoso Sasso rancio, e mentre la Contessina contemplava ammirata quell'erta
sinuosa rupe, rammentando i miserandi casi che lesse ivi avvenuti, attrasse da
destra la loro attenzione lo scoppio delle mine che aprivano il varco alla
nuova strada, che correndo pei monti della Valtellina, riesce al cuore della
Germania. Sempre più avanzandosi indicarono a destra Bellano, già celebre per
l'orrido che gli stava vicino, e che da pochi anni dirupatosi perdette
tutta la maestà del suo orrendo aspetto. Passato il promontorio di Dervio,
scórsero le antiche ruinose mura del forte di Rezzonico, la vecchia torre di
Corenno, e più inoltrandosi mirarono attentamente i pochi avanzi del castello
sopra Musso, della cui guerra faceasi cenno nel titolo del racconto storico;
quindi Dongo in un seno, e per ultimo il biancheggiante castello di Gravedona,
presso alla quale sta Domaso, innanzi a cui la barca a vapore venne a fermarsi.
Dopo non lunga posa quella barca virò di bordo e s'avviò colla stessa rapidità
al ritorno.
Un lauto pranzo che si
protrasse in lungo, il conversare, il rimirare di nuovo tutti i punti più belli
e rimarchevoli delle sponde, non lasciarono mai alla Contessina rinvenire un
momento da dare alla lettura del manoscritto consegnatole da don Annibale, nè,
ritornata che fu alla sua villa del Lambro, il che avvenne il giorno seguente
di buon mattino come avea voluto il Conte, potè ritrovar tempo da leggerlo
sinchè ivi rimase il Marchesino. Partito però che questi si fu, s'occupò di
quel libro sbadatamente da prima, poscia con attenzione; e rendendolo a don
Annibale, lo accertò che quella lettura le era riuscita in più parti
interessante in modo da farle desiderare di poter gire un'altra volta sul lago
di Como per visitare molti luoghi di cui teneva poetica impressione nello
spirito, derivatale dalle narrazioni contenute in quel libro.
Per il che siamo venuti
in pensiero di pubblicarlo, affinchè possa, chi lo vuole, ottenerne lo stesso
effetto senza difficoltà, persuasi d'altronde che se quell'accertazione non
avesse contenuto ombra di verità, la qual cosa non è impossibile, pure alcuno
fra i molti che percorrono di frequente quel lago ci saprà grado di porgergli
un mezzo di più onde passare alcune ore d'un giorno nebuloso o di pioggia,
acquistando minute notizie di fatti che avvennero in questa bella parte di
Lombardia ch'ora non offre che placide e liete situazioni ad amene e ricche
villeggiature, e numerose mete sulle sue ridenti sponde a sollazzevoli gite.
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