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CAPITOLO PRIMO.
Era la notte e il mar
non avea lume
Quando s'incominciar l'aspre
contese
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . .
Dalla rabbia del vento
che si fende
Fra i scogli e l'onde
escon orribil suoni;
Di spessi lampi l'aria
si raccende;
Risuona il ciel di
spaventosi tuoni.
Ariosto, Orl. Fur. Can.
41.
Veleggiando da Como
verso settentrione, passata la penisola di Torno, perviensi ad un lago
solitario e di selvagge sponde. Fiancheggiato a levante dagli alti monti della
Valle Assina e da quelli di Val d'Intelvi a ponente, non offre al riguardante
che ripide balze e annosi boschi sparsi per le loro falde e per le loro
sommità; ivi le acque nereggiano riflettendo il bruno aspetto delle vaste rupi
da cui sono cinte, e più d'un torrente in esse si versa precipitando
biancheggiante dalle nude roccie.
Sorge su quelle sponde la Terra di Nesso, di cui
scorgonsi molti casolari sparsi pel declivio del monte presso l'ingresso
di ampia valle, dalla quale sbocca pure un torrente che forma colà una
grandiosa cascata. Ne' passati tempi tutte le abitazioni di che constava quel
Borgo, stavano raccolte in un sol corpo, ed erano protette e tenute in
soggezione ad un tempo da una Rocca che consisteva in una larga torre di pietre
circondata da tre lati da un bastione, ed appoggiata di schiena al monte
da cui s'aveva l'entrata.
All'epoca del Dominio
de' Visconti e de' primi Sforza, teneva dimora in questa Rôcca un
Commissario Ducale con forte mano d'uomini per mantenere colà e ne' circostanti
paesi i signorili diritti, esigendo i tributi e le regalie: nel tempo però a
cui si riferisce il nostro Racconto, cioè nel 1531, trovavasi dessa già da
alcuni anni priva d'abitatori. Ne avevano da pria i Francesi sbanditi gli
Sforzeschi, poscia ne erano stati essi stessi scacciati dagli Svizzeri, quando
questi (nel 1512), condotti da Matteo Scheiner, il guerriero cardinale di Sion
entrarono nel Ducato di Milano, per sostenere contro i Francesi i diritti di
Massimiliano Sforza, primogenito del duca Lodovico detto il Moro, già
morto prigioniero in Francia. Tocca non per tanto la terribile sconfitta nella
famosa giornata di Marignano, ripresa Milano dai Francesi venutivi col loro re
Francesco, sgombrarono gli Svizzeri il territorio ritraendosi nei baliaggi di
Lugano, Locarno e Bellinzona, che erano già possedimenti del Ducato, e da
cui non fu più possibile lo scacciarneli.
Da quell'anno in poi
poche squadriglie di Spagnuoli, d'Alemanni ed anche di Francesi avevano,
passando, fatta momentanea dimora in quella Rôcca; nè ciò avveniva più affatto
da che teneva dominio sul lago l'ardimentoso Gian Giacomo Medici castellano di
Musso, le di cui bande armate approdavano di frequente a Nesso, essendo quegli
abitanti loro confederati, e riuscendo per ciò troppo difficile e pericoloso ad
altri militi il fermar quivi soggiorno.
Siccome il governare in
quella età non dipendeva che dalla forza delle armi, non essendo dato al duca
Francesco secondo Sforza, tornato signore di Milano, il mantenere quivi un
presidio, come avevano praticato i suoi maggiori, i Terrazzani di Nesso e di
varii altri contadi del lago s'erano ridotti a un'assoluta indipendenza, di cui
si giovavano in que' giorni di guerra onde commettere impunemente ogni sorta di
depredazioni, e far scorrerie e bottino a danno de' confinanti e delle parti
che battagliavano.
Tale sfrenata ribalderia
degli abitanti di quella spiaggia, congiunta al pericolo di cadere nelle mani
de' soldati del Castellano o de' suoi avversarii Svizzeri e Ducali, i
quali trattavano con tutta la prepotenza militare chiunque s'avessero avuto in
sospetto di spione, rendeva all'estremo periglioso e mal sicuro lo scorrere il
lago e le rive al di là poche miglia di Como. Il maggiore spavento però che
assalisse il cuore del pacifico navigante che arrischiava avanzarsi in quelle
acque, era la fama d'un uomo che s'era fatto un nome formidabile assalendo armato
le barche, depredando e spogliando i viaggianti, facendo in somma pel lago il
terribile mestiero del pirata. Come avviene d'ordinario, e più di frequente
accadeva in quell'età d'ignoranza, in cui le menti si prestavano ad ogni falso
terrore, s'erano attribuiti a costui fatti, scelleraggini e poteri affatto
straordinarii e quasi soprannaturali, per cui il nome di Falco (così egli
s'appellava) era il terrore de' remiganti che s'affidavano al tragitto senza la
scorta d'una nave armata, benchè talora gli armati stessi non aveano potuto
opporgli resistenza.
Era Falco l'uno degli
indipendenti uomini di Nesso, intrepido, fiero e vigoroso, che la brama di
vendetta d'un sanguinoso oltraggio aveva spinto ad armeggiare in molte
battaglie contro gl'Imperiali. Ricacciate d'Italia le squadre di Francia, tra
cui egli aveva combattuto, era tornato alla patria Terra, dove insofferente di
riposo, spinto da un'indole audace, da guerresche abitudini e dall'astio che
gli durava vivissimo per gli Spagnuoli e gli Svizzeri, che uniti ai
Ducali mantenevano la guerra sul lago contro il Castellano di Musso, aveva
trascelti alcuni robusti compagni, co' quali, armato all'usanza de' tempi,
scorreva il lago corseggiando. Conoscitore espertissimo di tutti gli scogli e i
seni del lido, agilissimo rematore, sfidatore ardito dei venti e delle
burrasche, sapea appiattarsi per tutto e piombare improvviso sulla preda. Se
coglieva soldati nemici alla spicciolata, gli assaliva sostenendo contro di
loro regolari combattimenti, e fuggendo poscia se il loro numero aumentava, si
conduceva a sicuro salvamento ne' porti occupati dagli uomini di Musso che
avevano barche armate pronte ad azzuffarsi ad ogni scontro.
Falco venia detto Della
Rupe, poichè il suo casolare trovavasi sur una rupe a poca distanza del
borgo di Nesso, e l'avea dovuta costruire colà in sito quasi inaccessibile per
garantirsi da tradimento e da improvviso nemico assalto. A mezzodì di quel
villaggio vedesi un fendimento nel monte che s'interna un trar di balestra, in
fondo al quale piomba da molta altezza il torrente, la cui spumeggiante caduta
scorgesi da lungi per entro quegli oscuri massi come una candida striscia, e
vien nomato l'orrido di Nesso. Al vertice di questo fendimento, sulla sommità
di eretti macigni inumiditi sempre dallo spruzzo delle cascanti acque, stava su
un piano del giro di pochi passi l'abituro di Falco, a cui pervenivasi per due
viottoli formati da informi gradini tagliati nel masso, l'uno scendente dal
monte, l'altro che saliva dal lago, ambidue però non praticabili che colla
guida di que' montanari. Era tal abituro costruito di sassi che sostenevano
rozze travi; aveva le mura mediocremente spaziose e salde, una tettoia di
lastre di pietre, la porta formata da massiccia tavola ad un sol battente, e
due finestre difese da staggi di legno disposti a modo di ferriata: l'esterno
scorgevasi presso che tutto verdiccio per l'edera che vi s'arrampicava; un
antico castagno che gli sorgeva da lato, stendendo i numerosi e fronzuti suoi
rami, difendeva dalla pioggia e dai raggi solari la soglia di quel casolare
presso cui stavano quadrate pietre destinate a sedili.
Due persone abitavano
quivi di continuo, e queste si erano la moglie ed una figlia di Falco;
imperocchè egli ne stava il più de' giorni lontano, e solo dopo lunghe corse,
dopo dati e sostenuti feroci assalti, molte fiate nel cuor della notte remigava
alla sua rupe, e saliva al suo abituro talora carico di preda, e talora
grondante di sangue e anelante per la fatica e la foga degli sfuggiti
perseguimenti. Colà deposte le armi pesanti e i pugnali, respirava in riposo; e
mentre sua figlia Rina gli tergeva la fronte, e districavagli gli arruffati
capelli, Orsola sua moglie disponeva un desco, non sempre frugale, a cui
d'intorno assiso narrava le sue venture, sinchè vinto dal sonno posavasi tra
rozze coltri, dalle quali balzava all'albeggiare, ch'era pur sempre l'ora della
sua partenza.
Orsola e Rina,
accostumate a quel modo di vita del loro padre e marito, vivevano tranquille,
confidenti nella bravura e scaltrezza di lui, non che in una costante
prosperità di eventi che a tutti i perigli l'avevano sino allora sottratto. Era
estraneo in tutto ai loro animi il rimorso e l'agitazione che avrebbe dovuto
infondervi il pensiero d'essere congiunte sì strettamente di sangue ad un uomo
che non s'adoperava che nell'uccidere e nel depredare: nè era a dirsi per ciò
che gli animi loro fossero corrotti, o privi d'ogni senso di religiosa pietà,
perchè anzi possedevano desse, ed era comune in que' tempi, una morale severità
di pensieri, un sommo rigore di costumi, che però per l'indole fiera di
quell'età non avevano tanta forza da far sentire iniqua e scellerata la
violenza delle armi.
Per tutto in allora, ed
in ispecial modo in que' paesi lungo teatro di guerre, i fiacchi, i miti
d'animo erano oppressi e spogliati; per ciò nasceva in ognuno tendenza a farsi
forte, audace, assalitore; quindi vigeva un'operosità di azioni e reazioni che
giustificava ogni eccesso nell'uso della forza, e rendendo perpetue le zuffe e
le atrocità, facevale sì famigliari, che più non recavano agli spiriti quel
sentimento d'orrore che producono oggigiorno per la loro infrequenza e pel
raddolcimento universale de' sociali rapporti. Storie d'uccisioni, d'incendii,
fatti atroci accaduti per que' monti, o sul lago, erano le sole che
dall'infanzia avevano sempre risuonato all'orecchio d'Orsola e della giovinetta
figlia di lei: i loro conoscenti erano stati ognora uomini truci e facinorosi
che non ragionavano d'altro che di vendette e d'offese, per ciò nella mente di
esse andava congiunta alla naturale sensibilità, al buono e leale carattere
proprio degli abitatori delle montagne una fiera e maschia tinta cui
frammischiavansi i tetri colori di superstiziose credenze.
Gli echi delle rupi, i
verdi pascoli, le limpide acque mantenevano nell'anima della giovinetta Rina la
pastorale serenità e la calma soave dei monti, ma talvolta ben anco duri
pensieri, secreti ritorni sulle tante spaventose immagini di che le avevano
ripiena la fantasia vi stendevano una nera nube, e tal fiata i suoi lineamenti
vivacemente animati prendevano un minaccioso aspetto, ed i suoi occhi
scintillanti come nere gemme s'affissavano fieramente, e tal altra, assalita da
vago terrore, stringevasi al seno di sua madre prorompendo in calde lagrime.
Rina toccava il sedicesimo anno; il suo corpo, senza essere esile, mostravasi
agilissimo, il suo volto, di rara bellezza, aveva una leggiera impronta della
fisionomia di sua madre, la quale, fresca e robusta donna ancora, appalesava
nel viso irruvidito dal sole tutta l'arditezza che alla moglie d'un pirata
conveniva. L'abito d'entrambe era alla montanesca: vestivano sottane l'una
color verdebruno, ed era la madre, l'altra cilestre, le quali non
oltrepassavano loro la caviglia del piede: avevano grembialetti e corsaletti
rossi di lana, senza maniche, poichè le braccia le eran coperte dai larghi
maniconi della camicia, allacciati ai polsi, fatti di ruvida ma bianchissima
tela che risortiva sul petto a minutissime pieghe, ed era rafferma al cominciar
del collo da un bottone d'argento. Rina teneva nelle voluminose treccie involto
un nastro scarlatto che veniva ad annodarsi nel mezzo di esse, ove era
trapassato da una spilla d'oro.
Presso al tramontare
d'un giorno di giugno, lungo il quale la splendidezza dei raggi del sole era
stata più volte offuscata da nuvoli vaganti, Orsola e Rina s'assisero sulla
soglia del loro casolare dando mano, l'una all'altra vicina, a cucire insieme
lunghe liste di telame di canape per formarne una vela. Stavano da qualche
tempo intente a tal lavoro, che di tratto in tratto veniva interrotto da soffi
di vento, che agitando e sollevando quella tela le costringeva ad adoperarsi a
raccogliersela d'intorno, quando Rina impazientata da tali ripetuti disturbi
alzò gli occhi a mirare d'onde venisse quel ventilare importuno, e vide stare
sulle montagne di contro un nereggiante nugolone i cui contorni irradiati dal
sole, il facevano rassembrare ad un ampio oscuro drappo frangiato in oro steso
sall'azzurro del cielo.
«Guardate, o madre,
disse a tal vista quella fanciulla, qual cappuccione s'è messo la montagna
d'Argegno: se il sole giunge là dietro verrà sera prima del tempo; è da colà
che viene il vento che mi distoglie la tela dall'ago».
«Ciò poco monta, rispose
Orsola girando gli occhi a spiar l'orizzonte; quel che mi duole si è che veggo
prepararsi un temporale cattivo pel lago: sai che da tre notti Falco non
ritorna; potrebbe forse giungere in questa se vento contrario nol rattiene a
Corenno od a Musso. Questa mattina presso al ponte del torrente m'incontrai
nella vecchia Imazza, la comare di Palanzo, madre di Grampo, che partì con
Falco; essa recavasi a Lezzeno per sue faccende, ed era sì stravolta in viso,
che mi levò la voglia di trattenerla onde chiederle i pronostici del tempo».
«O la comare Imazza,
disse Rina, v'avrebbe ben predetto il vero. Mi ha detto la figlia d'un pastore
che quand'essa va su al Tivano, entra in una grotta, dove le apparisce uno
spirito col quale ha fatto il patto di viver più vecchia d'un corvo e sapere
tutto ciò che ha da succedere. Ella ritorna ogni notte a casa e la vedremo fra
poco passare sul sentiero del ponte».
Il sole s'era di già
involto nelle nubi di prospetto, il cui seno appariva solcato da lampi muti ma
continui; scorgevansi pure in altre parti del cielo salire e ammonticchiarsi
altre nuvole, i soffii del vento facevansi più frequenti, l'aria vedevasi
rivestita da una luce rossiccia pallida, che manifestava che gran masse
vaporose riflettevano gli ultimi raggi del sole. Mentre le due donne
raccoglievano la tela, per recarsela in casa onde non essere sorprese dalla
bufera, videro venire la comare Imazza con passo frettoloso sul sentiero che
per l'erta del monte poco al di sopra della loro capanna guidava ad un
ponticello di legno posto sul torrente, che lì presso formava la cascata. Era
dessa una vecchia grinza e secca, ma vigorosa oltre ogni credere: le sue lacere
vesti e i capelli canuti, ma folti e scomposti, sventolavano al vento, le sue
scarne mani stringevano un ruvido ed alto bastone che soleva portare, sebbene non
abbisognasse d'appoggio per vagare anche ne' passi più difficili dei monti.
«Comare?... Comare?...»
gridarono ad una voce la madre e la figlia, facendole segnale colla destra onde
scendesse a loro. «Non posso (rispose quella seguendo il suo cammino); il
torrente traboccherà fra poco, e trasporterassi il ponte: la tempesta è vicina,
vo' tornare al mio nido, non fermarmi a gracchiare con voi».
«Dî almeno, replicarono
le altre, il tuo Grampo verrà con te questa notte?» «Questa notte là giù può
piover sangue: vi sono barche di Como, e pennacchi spagnuoli presso i sassi di
Grosgallia: non è che il vento che li può tener disgiunti, e... se... morti...»
e le altre parole andarono perdute giungendo appena come suoni indistinti,
perchè quella donna nel pronunciarle aveva valicato il torrente, e s'era già
fatta distante: le altre due la seguivano dello sguardo mirandola allontanarsi
su per le rupi con certa apprensione come di mal augurio che quegli accenti,
quantunque oscuri, avevano svegliato nell'animo loro.
«Che intese dire quella
strega di Palanzo? (disse Orsola entrando nel casolare, e chiudendo il battente
della porta col chiavistello onde affrancarla contro il vento) Che vi siano
soldati Ducali al di là della Cavagnola? Che vogliano tentare di cacciarsi dentro
la vecchia torre di Nesso? e gli uomini del Castellano staranno neghittosi
senza dar la caccia a quei lupi? Oh quanto bramerei che Falco fosse con noi
questa notte! S'egli sa che i nemici ci son sì vicini, non tralascerà di
ricondursi a casa, se per venirci dovesse anche urtar coi remi nelle sponde
delle loro barche. Che Dio voglia soltanto ch'egli non trovi un ostacolo più
forte nella burrasca che ho gran spavento stia per sorgere impetuosa. Vedi,
Rina, che bagliore mandano i lampi per le finestre: ascolta come il vento
rinforza, e il tuono mormora per entro i monti».
Rina porgeva attento
orecchio, e infatti il rumoreggiare delle frondi agitate del gran castano
presso l'abituro, l'infrangersi delle acque del lago a' piedi di quella rupe,
il frastuono della caduta del torrente fatto or più cupo or più rumoroso,
appalesavano che il vento acquistava ad ogni istante maggior veemenza. Di lì a
poco, il tuono che non avea ancora che susurrato leggiermente, s'udì
trascorrere rimbombante per la volta del cielo, ed in seguito ad un lampeggiare
più spesso e più vivo, a scoppii più clamorosi di tuono che tutto scossero quel
casolare, incominciò un martellare ruinoso di grossa grandine che dava pel
tetto, pei massi e le boscaglie della montagna.
«Sono certamente, o Madre,
esclamò Rina a quello scroscio compresa di terrore, sono i demonii che dal
monte Bisbino vanno alle caverne del Tivano, e passando presso alla cappella
dell'Eremita, scagliano per rabbia le fiamme e la tempesta, strascinando le
loro catene».
Orsola, che stava
assorta in tristi pensieri per l'annunziata improvvisa comparsa de' nemici in
que' dintorni, al che s'aggiungeva la dolorosa persuasione dell'impossibile
ritorno del marito in una notte in cui il cielo sì fieramente imperversava,
scossa dalle parole della figlia: «Cred'io pure, disse, che i maligni spiriti
si siano scatenati sulle nostre montagne, ma sai tu perchè? Perchè vi si sono
accostati coi Ducali gli Svizzeri, fra cui stanno uomini che abitano di là dai
monti coperti di neve, che hanno rinegata la fede. Oh se tutto lo strepito che
c'è nell'aria fosse fatto dai diavoli che se li portano e li affogano ad uno ad
uno, m'accontenterei vedere il lago in burrasca e star qui sola con te sino
all'ingiallire delle foglie. Io spero intanto che Falco co' suoi compagni, per
l'aiuto de' morti e del Santo Crocifisso, si sarà posto in salvo, giacchè gli
amici di Musso gli accolgono sempre con gran festa, e se non fosse colà, egli
conosce per qualunque sponda uno scoglio dietro cui l'onda non può flagellare
la barca. Ma odi come la tempesta va continuando furiosa e fa traballare il
nostro tetto. Che la santa Vergine di Nobiallo abbia pietà di noi! preghiamola
di cuore, ed abbruciamo la grandine sulla fiamma benedetta onde le potenze
dell'inferno non ci possano offendere». Così dicendo s'era accostata al
focolare che stava nel mezzo di quella stanza, e levatone dalle ceneri un
tizzone ardente destovvi col soffio la fiamma, con cui accese una lucernetta di
ferro e con questa recossi nella seconda camera terrena di che constava quel
casolare: colà staccò alcuni ramoscelli di lauro e d'ulivo che stavano appesi
al capezzale del suo letto, e li riportò nella prima. Rina aveva frattanto,
schiudendo la porta, raccolta una manata di grandine; Orsola ne trascelse i tre
grani più grossi, ed ammucchiando sul pavimento presso la porta stessa i
ramoscelli quivi recati, vi sovrappose i tre grani, indi vi diede fuoco. Mentre
i rami crepitavano accendendosi spandendo gran fumo, a cagione della grandine
che si liquefaceva, s'inginocchiarono ambedue d'intorno e si diedero a recitare
fervorose preci, le quali nella mente di Orsola in ispecial modo erano dirette
ad invocare salvezza e ritorno del marito, danno e rovina ai soldati nemici, e
nel tempo stesso la propria sicurezza, alla quale però s'avea gran fiducia
cooperasse potentemente il denso fumo che dal lauro e dall'ulivo che ardevano
s'andava spandendo.
Al terminare della loro
preghiera, quando i ramoscelli furono consunti, il rumore del tuono erasi
dileguato, cessato il grandinare, e tornato calmo il soffiar del vento. Esse si
rialzarono fatte tranquille, e s'assisero presso una rozza tavola, la madre
prendendo la conocchia e la figlia ritornando al lavoro dell'ago nella vela;
tenendo ragionamenti che non aveano per iscopo che la tempesta, i soldati di
Como e il ritorno di Falco.
Erano da alcun tempo
così al discorrere ed al lavorare pacatamente occupate, quando il vento
ricominciò ad incalzare con violenza, le folgori a splendere e il tuono a
rimbombare rumoroso. Esse abbandonarono le loro opere tratte in agitazione da
quel nuovo eccitarsi della bufera, e stavano in grande attenzione, quando fra
l'uno e l'altro scoppio di tuono giunse al loro orecchio un suono di voci
gridanti sul lago. Rina era per parlare; ma Orsola, fatta immobile ad
ascoltare, le accennò colla mano tacesse, e s'udì in quel mentre un colpo
d'archibugio, il cui rumore, che veniva dalla parte istessa delle voci,
rimbombò pei monti e fu coperto dallo strepito del tuono.
«Che stia Falco in
periglio? esclamò Orsola con crescente agitamento. Che abbia con quello sparo
chiamato soccorso alle barche di Nesso? Accendi una facella, o Rina, ed esci
meco, chè se è desso, ora che si trova in queste acque potrà vederne dall'alto
il lume e averne una guida». Rina accese una face, ch'era un fascetto d'arbusti
resinosi legati insieme, di cui i montanari si servono a modo di torchia, e
seguì la madre che, spalancata la porta, s'era appostata sull'orlo del piano
che stava innanzi a quell'abituro da cui la rupe calava a picco nel lago. Il
vento soffiava loro di contro impetuosissimo e respingeva la fiamma della
facella attenuandone il lume; innanzi ad esse erano foltissime le tenebre, nero
il cielo, e tutto nero alla vista. S'udiva il vento fischiare pei cavi del
monte, le onde infrangersi fragorosamente sulle rive sassose, e il torrente
precipitarsi con maggior fracasso. Il folgorare e il tuonare stettero sospesi
per alcuni istanti, nei quali tornarono all'orecchio d'Orsola e Rina suoni di
voci gridanti e colpi d'archibugi, di cui scorsero il fuoco dirigersi da
opposte ma vicine parti.
Stavano entrambe
incerte, trepidanti, forzandosi invano in quella oscurità di penetrare che si
fosse, quando balenò un lampo sì lungo abbagliante, che illuminò all'improvviso
d'un vivissimo chiarore tutto lo spazio compreso in quelle montagne,
presentando rapidamente alla vista gli strepitanti cavalloni del lago orlati di
bianchissima schiuma, e l'ondeggiar su di essi di due barche zeppe di gente,
l'una poco dall'altra discosta. Seguì tal lampo uno scoppio assordante di
tuono, che destò tutti gli echi dei monti; si fece il tenebrore più profondo, e
rovesciossi una pioggia densissima con uno scroscio infinito. Spentasi la
fiaccola nelle mani di Rina, furono costrette quelle donne a ritornare nel
casolare onde sottrarsi al ruinoso diluviare. Durò più d'un'ora a scendere
dirottissima l'acqua che, spinta dal vento, batteva contro le imposte, poscia a
poco a poco andò diminuendo, sinchè, cessato il vento, altro non s'ascoltò che
il gocciolare lento della pioggia dai rami del castagno sulle pietre del tetto.
Le due donne, ch'eran
rimase sommamente maravigliate dalla quasi magica vista di quelle due barche
battaglianti sul lago nel massimo infuriare della procella, percorrevano colla
fantasia tutte le possibili cause che potevano averle colà condotte a tal
combattimento; in quanto alle persone, non credevano ingannarsi supponendo gli
uni soldati Ducali, gli altri di Musso: ma nessuna delle tante supposizioni che
andavano facendo, le soddisfaceva pienamente, per cui pensarono prender riposo
onde recarsi il mattino per tempissimo a raccogliere le notizie alle Terre
vicine.
Aveva già Rina
rifrancato il chiavistello, e s'era Orsola avviata nella stanza de' loro letti,
quando si fece udire un acuto suono di corno da pastore.
«È Falco, è Falco (gridò
quest'ultima trasportata da improvviso contento): riprendi, o Rina, la facella,
corri ad incontrarlo: a qual periglio s'è desso esposto questa notte per
ritornare! Oh quanto gli sta a cuore la sua casa! Egli scoprì che i Ducali
erano a Lezzeno, e nè vento, nè tempesta, nè barche nemiche poterono tenerlo
lontano dalla sua rupe. Scendi, Rina, agita la facella; egli è già sul
sentiero».
Il suono era stato
intanto ripetuto; Rina, uscita dal casolare, calossi frettolosamente pel
sentiero appena segnato e ripido che scendeva fra i massi. Discesa due terzi di
quella via, arrestossi, presa da subito sospetto, ascoltando voci di persone
straniere che salivano: già stava per retrocedere precipitosamente quando le
venne all'orecchio l'aspra e sonora voce del padre che si diede a gridare:
«Coraggio, coraggio: discende un lume dalla mia casa; or siamo in porto: questa
strada è un po' malagevole, a dir vero, per chi non la conosce, ma in due
tratti giungiamo al piano. Ecco mia figlia che rischiarerà i nostri passi;
saliamo senza timore; sto dietro io per far sostegno. Cala, Rina, e porgi lume,
chè vi son meco persone che non hanno il tuo piede di camoscia per correre sui
greppi».
Rina a queste parole
fatta sicura, balzando in giù più ratta, venne ad incontrarsi in una magra e
pallida figura d'uomo coperto da un abito nero, che saliva a stento
aggrappandosi agli sterpi ed ai sassi; a tergo a costui venivane un altro di
giovanile presenza, assai più spedito; e dietro a loro saliva Falco ritto sulla
persona e franco quasi camminasse per piana via. Portava desso colla sinistra
mano il suo lungo e grosso moschetto, e teneva libera la destra per farne
puntello, all'occorrenza, a que' due che il precedevano: aveva la parte superiore
della persona involta in una grossolana schiavina, sotto cui apparivano infissi
in una rossa cintura, che il serrava al petto, due stili con impugnatura di
ferro; pendevagli dal collo appeso ad una catenella il corno d'ottone ricurvo;
i suoi capelli stavano raccolti in una fitta rete di corda, ad ogni maglia
della quale andava inserta una stelletta d'acciaio che formavagli una specie di
celata2 che si poteva agevolmente ricoprire col cappuccio della
schiavina, o con altro berretto.
La persona in abito
nero, che veniva innanzi agli altri, veduta Rina, sostò un istante a riprender
fiato, ed alzando la faccia, con voce rauca ed affannata per la salita,
esclamò: «Siano grazie a Santa Maria della Scala, che v'ha inviata col lume,
brava figliuola, altrimenti in questa notte indiavolata per me era finita; non
mi sarei mai più recato a salvamento». E proseguì tra sè e sè arrampicandosi di
nuovo. «Uscire dalle unghie de' soldati, e dal lago in tempesta, per cacciarsi
all'oscuro su questi sassi dritti come muraglie, per chi non ha mai fatto in
vita sua il mestiere di scalare le fortezze e le case, è proprio un cadere
dalla padella nelle bragie: e v'ha per di più un maladetto fracasso come di
voragine vicina a cui andiamo appressandosi, nella quale mi pare di dover
cadere da un momento all'altro. Chi sa che razza di paesi son questi! Oh
benedetta la mia Milano! se vi potessi tornare...».
«Badate, gridò Falco,
non scivolare al voltare dello scoglio: il passaggio è ristretto, nè mi concede
darvi mano; se vi mancano i piedi, cadete a piombo nel torrente».
Tale annunzio produsse
in volto a quel primo una strana contorsione di paura; ma mirando Rina montarvi
lesta, tenendo all'indietro rivolta la facella onde allumargli la via, si fece
più ardito, e con passi meno dubbiosi oltrepassò quello scoglio e pervenne al
casolare.
Orsola, che stava sulla
soglia attendendo ansiosa il marito, fu essa pure non poco sorpresa vedendo
giungere colà quegli stranieri; ma scorto Falco, si ritrasse al di dentro, ove
essi vennero con Falco stesso, che fattosi innanzi disse loro:
«Ecco il mio abituro;
non è che la capanna d'un povero montanaro; e nulla vi troveranno di meglio
d'un buon fuoco e d'un letto di foglie. Ma dormiranno più tranquillamente in
questo covo di montagna, che tra le fauci di que' mastini, che li avevano
addentati; e certo credevano rosicarli sino all'ossa; non è la prima volta che
io strappo loro la preda di bocca, e se non era il vento e quel maledetto colpo
che colse Grampo, non mi sarei da essi scostato sinchè non li avessi veduti
tuffare il pelo nel lago. Intanto noi pure non ne siamo partiti asciutti:
l'acqua, che è caduta a diluvio, avrebbe oltrepassato un cuoio, e ce n'è venuta
addosso più di quanta bastava ad ammorzare tutte le micie d'una squadra
d'archibugieri: a me non fa gran male, ma ad essi loro, che sogliono quando
piove rinchiudersi nelle sale d'un buon castello, potrebbe l'umidità recare un
malanno; fa dunque, Rina, che splenda il fuoco onde si rasciughino loro i
panni, poichè non poterono evitare una sola goccia della tanta acqua caduta».
Così dicendo posò in un canto di quella stanza il suo moschetto, si trasse la
schiavina, sotto cui aveva un giacco di maglia; si sciolse la cintura, e l'una
e l'altra appese alla parete ad appositi sostegni; indi chiamò Orsola a se
vicino e premurosamente le favellò all'orecchio.
Per cura di Rina
splendeva intanto la fiamma; e que' novellamente colà venuti trafelati per la
salita, storditi ancora pel terribile trascorso evento, ignorando in qual luogo
si fossero, contemplavano ammirati e silenziosi quella casa dove erano stati
condotti da un uomo che a loro insaputa e quasi miracolosamente gli aveva salvi
da estremo periglio, e quella stanza tappezzata intorno da spade, coltelli,
archibugi, brani di armature rotti e irrugginiti, fra cui vedevansi qua e là
cordaggi da barca, timoni e remi, tutti trofei delle varie imprese di Falco,
accresceva in loro anzi che scemare la sorpresa.
Nell'uno però, ed era quegli
d'età giovanile, tal sentimento dipingeva in volto un non so che di contento;
nell'altro all'incontro infondeva un cruccio, un disgusto che invano forzavasi
di dominare: il che dovea naturalmente avvenire per l'indole e le inclinazioni
tanto diverse de' loro pensieri. Il primo, che di poco oltrepassava il quarto
lustro, abituato all'armi sin da fanciullo, aveva sempre esercitato il proprio
valore in quella guerra per lui di sommo momento, poichè era desso Gabriele
fratello ultimo nato di quel Gian Giacomo Medici che teneva la sovranità di
Musso: un avverso ed un prospero evento s'erano combinati nel farlo colà
pervenire. Uso a condur bande d'uomini armati contro i Ducali, era stato da
essi sorpreso all'agguato, vinto dal numero, fatto prigione, e veniva condotto
quella notte in una loro barca a Como per subire l'estremo supplizio, quando
Falco il tolse ad essi dalle mani. Egli guardava soddisfatto le armi ivi
sparse, oggetti per lui famigliari e graditi, e nell'atto di quella
contemplazione essendo il suo sguardo trascorso un istante sulle vivaci e
perfette sembianze della giovinetta figlia del suo liberatore, gli portò
all'anima un'impressione nuova, indistinta, a cui la singolarità dell'evento e
del luogo aggiungevano una secreta esaltazione, raffrenata però all'intutto da
certa sua abituale ritenutezza, originata da una timidità che il mestiero delle
armi non aveva in lui distrutta: per il che rimaneasi in un riserbato e quasi
mesto atteggiamento. Gli abiti suoi, zeppi d'acqua in quel momento, consistevamo
in un giubbetto di panno cremisino rannodato sul petto, da cui presso il collo
a nudo risortiva la camicia frangiata, ed in calzoni azzurri aderenti
strettamente alle coscie ed alle gambe; avea perduto nella zuffa il berretto,
ed i capelli che portava lunghi e inanellati, molli allora d'acqua, li
ricadevano sul collo e sulle spalle; il suo volto giovanile era appena segnato
ne' contorni da peli nascenti, e nel suo occhio bruno s'appalesava un'anima
ardente bensì, ma non sciolta da tutta la soggezione della prima giovinezza.
L'altra persona seco lui
colà venuta era un uomo di lettere Milanese, che aveva passati in patria
cinquant'anni di pacifica vita e la maggior parte fra i libri, le pergamene ed
i discepoli. Nel momento che stava per cogliere il frutto di sue lunghe
meditazioni, l'avversità dei tempi e la malizia degli uomini, com'egli soleva
dire, l'avevano forzato ad errare in triste esiglio abbandonando Milano, fuori
delle cui porte non avea mai per l'addietro portato il piede. Siccome in questa
città era stato conoscente della famiglia dei Medici, e precettore ben anco di
Gian Giacomo nella sua puerizia, erasi nel proprio infortunio rivolto a lui
chiedendo asilo, e questi l'aveva accolto e destinato a proprio Cancelliere,
magistrato delle gabelle, e stenditore degli editti ed ordinazioni che
pubblicava a reggimento della sua Signoria di Musso. Uno sciagurato accidente
l'aveva fatto assentare dalla sala della Cancelleria del Castello, per seguir
Gabriele, e per ciò era venuto seco lui fatto prigione dai Ducali, e seco lui
da Falco liberato. Nomavasi desso Maestro Lucio Tanaglia, era d'ordinaria
statura e sottile della persona; moveva due occhi bigi ma vivi; aveva guancie
incavate e pallide, sul mento e sul labbro portava una barbetta a foggia di fiocco,
e due mustacchi poveri di peli, che così voleva la costumanza; la capigliatura
liscia e compatta formavagli una linea regolare intorno al capo. Il suo vestito
constava d'una giubba di nero saio, abbottonato dalla cintura alla sommità del
petto, di calzoni parimenti neri, calze cinericcie, e scarpe quadrate alla
punta; aveva pure manichini e collare di tela di Fiandra trapunta; ma questi,
ancor più che il restante del suo abbigliamento, erano scomposti per l'acqua e
lordi in più luoghi di fango. La consuetudine della tranquillità d'un modo
costante di vita lungi dalle brighe armigere e dai pericoli, gli facea
rinvenire fastidiosissimo quel vedersi sempre circondato da uomini che ponevano
ogni loro studio nella guerra e ne' rischii, con cui non poteva mai proporre
una tesi filosofica, o dispiegare la scienza Blasonica che possedeva in esimio
grado. Nutriva per questo in cuore una stizza, un'acritudine che s'aumentava
per la necessità di non poterla mai disfogare, guardandosi egli rigorosamente
dal dimostrare spiacevolezza o vigliaccheria alle persone fra cui gli era pur
forza passar la vita, per tema di dover pagare troppo caro ogni lieve sospetto
o rancore che avesse destato in uomini sì fieri e risoluti. Nel momento di cui
parliamo, il suo spirito risentiva una parte di quel disgusto, di quella
impazienza ch'era sempre costretto ad ingoiarsi, poichè, sebbene l'essere stato
tolto di mano ai Ducali gli fosse sembrata fortuna inestimabile, il vedersi
poscia colà condotto, il mirare quel guarnimento d'armi e d'arnesi, che il
facevano avvertito che il proprio ospite essere non poteva che un uomo di mal
affare, gli richiamavano alla mente una folla di disgustose idee e di paure.
Stava quindi in quella stanza ritto accanto a Gabriele, volgendo intorno
arcigno il viso se nessuno il vedeva, e forzandosi tantosto di sorridere se
temeva ch'altri il guardasse.
Avendo Falco compiuto il
colloquio con Orsola, la quale si diede subito ad affaccendarsi per la casa,
volgendo di tratto in tratto curiosi sguardi a que' forestieri, s'appressò a
loro e disse: «Mia moglie m'assicura, che si trova ancora un po' di sangue nel
ventre della vecchia botte che teniamo qui fuori in un buco del sasso: ho
pensato per ciò di farglielo spillare pel frammischiarlo all'acqua che può
esserci penetrata nel corpo. Sediamo frattanto qui dintorno al focolare perché
il lungo ballo di là giù deve avere ad essi lasciate stanche le gambe. Ma che
temerità! (proseguì dopo aver accostati rozzi sedili su cui tutti e tre si
assisero) che audacia! sorprendere il mio signor Gabriele, questo sì bravo
giovine, per condurselo a Como a fare il mal fine: e pensavano que' cialtroni
d'approfittare della notte onde passare per di qua inosservati: ma l'occhio di
Falco vede nel buio, e avrei voluto perderli entrambi, se s'avesse potuto dire
che una barca di Ducali che conduceva prigioniero il fratello del signor Gian
Giacomo avesse passate le acque di Nesso senza che Falco mandasse una palla del
suo moschetto a visitarli».
«Io debbo la vita, mio
caro Falco, alla sola tua bravura, disse Gabriele stendendogli la mano e
stringendo la sua affettuosamente. Se tu non eri, non avrei veduta la sera di
domani, poiché il Gonzaga che co' suoi Spagnuoli mi prese impensatamente sulla
spiaggia di Dorio, facendomi strascinare in barca, giurava che appena giunti a
Como il mio capo sarebbe stato reciso, e infisso su un'asta innanzi al Duomo».
Maestro Tanaglia,
fissando Falco, con rispettoso sogghigno «Erano tali, aggiunse, da fare il boia
colle proprie mani, perché le loro faccie non promettevano dì meglio; e pur
troppo anch'io senza il vostro soccorso m'avrei avuta cattiva parte di tal
trattamento, perché so che i soldati non sogliono far distinzione fra la
persona efficiente e la concomitante».
«Voi sareste stato
squartato, od abbruciato vivo, disse Falco con una vivacità che le sue dure
fattezze e la voce fieramente espressiva assomigliavano ad una minaccia, poiché
gli Spagnuoli non usano altrimenti con chi ha l'aspetto di mago o di giudeo».
Maestro Tanaglia
illividì, fece una inclinazione profonda del capo, nè s'avrebbe potuto dire se
questa fosse un atto di ringraziamento, riferibile alla liberazione da sì
atroce aspettativa, o un moto involontario di terrore. Ma Falco non gli porse
mente, poiché sopravvenutogli un subitaneo e triste pensiero, ottenebrossi in
volto, e cogli occhi fissi al suolo: «Dio non voglia, esclamò, che il colpo
d'archibugio che ha stramazzato Grampo nel mio navicello lo abbia a cacciare
sotterra: se le sue braccia diventano immobili, cesserebbero queste acque
d'essere trattate dai due remi più vigorosi del lago. Trincone e Guazzo di
Brieno, che rimasero nella barca quando noi ne uscimmo a piè della rupe,
l'avranno a quest'ora condotto a Palanzo e recato a spalle a sua madre. Oh! che
farà la vecchia Imazza quando vedrà il suo Grampo traforato nella gola? le sue
imprecazioni basteranno a far affogare dieci barche di spiriti, non quella sola
dei Ducali, se pure non è già stata capovolta dal vento, e non sono già calati
tutti a radere la sabbia, tenuti in fondo dalle loro pesanti armature».
Orsola, uscita dal
casolare poco prima, ne era rientrata mentre Falco pronunciava quelle parole.
«La vecchia Comare, diss'ella al marito, mi predisse che si sarebbe questa
notte sparso sangue sul lago, e mi rattristò tenendomi in ispavento per te: ma
era di quello di suo figlio che s'era inteso parlarle la voce del Tivano, ed
essa nol comprese. Povero Grampo, quanto mi duole per lui!»
«Che la sua ferita
(disse Falco con voce commossa) non sia più difficile a serrarsi che il fesso
d'una barca, o che la sua anima, se già gli uscì dai denti, possa vogare in
calma verso il cielo, perché egli era più ardito d'un uomo d'armi, più destro
d'un cacciatore. Quando s'accostammo tacitamente col navicello alla barca in
cui voi stavate prigionieri, egli fu il primo ad afferrarla, e in mezzo a quel
trabalzo furioso delle onde non l'abbandonò mai sicché non cadde riverso
dall'archibugiata, ed io v'aveva già allora tratto di mezzo agli Spagnuoli, che
fatti confusi da sì inaspettata visita in mezzo all'infuriare della burrasca e
sconcertati dai colpi che loro menavano Trincone e Guazzo, non seppero
difendersi dal nostro assalto che tirando colpi alla cieca».
«Io il sentii cadermi
vicino, disse Gabriele afflitto, appena m'era assiso e rassicurato nel
tuo navicello: la perdita d'un coraggioso è sempre dolorosa e grave: questa del
tuo compagno, ch'era sì valente, m'è di doppia tristezza, poiché ne fui io la
cagione».
«No, non vi rattristate,
signor Gabriele; rispose Falco, in cui la commozione svegliata dalla temuta
morte di Grampo aveva già dato luogo agli usati sensi d'intrepidezza: le palle,
gli stocchi, i pugnali allorché traforano un corpo non fanno che ciò a cui sono
destinati. Chi può pretendere tirar le reti e non bagnarsi le mani? e chi
presume d'accostarsi sovente agli archibugi e non riceverne mai un ruvido
saluto? Partire il più tardi possibile è tutto ciò che sì può sperare; ma
quegli a cui la polve di zolfo arse più volte i capelli, deve essere convinto
che il colpo che lo invierà per sempre nell'alto o nel profondo gli verrà
stando in piedi e il balzerà rapidamente a dormir nella terra. Io ho veduti
caderne così a mille in un giorno solo, e non erano montanari che vestissero
sdruscite casacche, s'avevano armature dorate ed elmi sfolgoranti. Voi foste alla
battaglia di Morbegno ed a quella di Carate, in cui vostro fratello Gian
Giacomo fece tanta strage di Spagnuoli, pure immaginatevi che quelle non erano
che scaramuccie a fronte della gran giornata che fu combattuta, saranno ora
dieci anni, sotto le mura di Pavia. Il Re di Francia, vi comandava in persona,
e fu preso, come saprete, prigioniero, ma prima quasi tutti i suoi Baroni
caddero morti sul campo. Non vi potete raffigurare in qual numero
giacevano stesi nel fango colle finissime sopravvesti, coi pennacchii e
gli stendardi che poche ore prima ondeggiavano candidi come vele al vento.
Erano pur dessi padroni di castelli, avevano servi e destrieri in gran
numero, ma per essere fedeli alla spada, all'onore, rimasero uccisi sulla nuda
terra. Io era allora tra gli alabardieri, nè dir si può che rimanessi ozioso od
evitassi la mischia, perchè partii di là coperto di sangue, pure nessun colpo
fu vibrato sì giusto che mi ponesse a giacere fra quei gentiluomini. Quando
avrò tocco il momento prefisso dalla mia stella, forse un colpo scagliato alla
ventura mi coglierà come Grampo, ma non permettino i santi che Falco cada senza
il suo moschetto vicino».
Crollando il capo
maestro Lucio senza levar gli occhi su l'uno o l'altro di que' due, quasi
ragionasse seco stesso: «Vedete,disse, come vanno a rovescio le cose di questo
mondo: vi son degli uomini a cui il sentirsi un pezzo di ferro entrar nella
gola o nel ventre non reca maggior briga di quel che dia a me l'argomentare
contro un licenziato; or perché a questi tali che si vanno a pescare i malanni
colla lanterna non sono riserbati tutti i colpi d'archibugio, di colubrine, le
dagate, le lanciate, e che so io? Perché un povero Cristiano che non tratti
altre armi che quelle dipinte sui diplomi e i suggelli, non deve poter
fare due passi senza paventare d'esser colto da una botta che o metta nel
cataletto? Anche in Milano negli ultimi tempi era diventato difficile il vivere
in pace: non si voltava un cantone, che un Catalano o un Lanzinecco non vi
fosse addosso per rubarvi il berretto o la cappa; ma pazienza, la pelle almeno
era salva: qui all'incontro vi sono soldati sulle spiagge, soldati nei
castelli, artiglierie per le montagne, barche armate sul lago, insomma se non
t'ammazza l'uno, t'ammazza l'altro: e il peggio si è poi, che se per isventura
dai loro nelle mani, t'aggiustano come un martire del Calendario. Oh meschino
Tanaglia! quanti guai ti son venuti addosso, e tutti per quattro parole d'un
furfante che invidiava il tuo sapere».
«Non dubitate, maestro
Lucio, disse Gabriele: il soggiorno de' Ducali sul lago non può essere ormai di
lunga durata. Francesco Sforza non è più in grado di mantenere gli stipendii
agli uomini d'armi, e fu detto che il De - Leyva è seco lui in contrasto e
vorrebbe ritrarne i suoi Spagnuoli; ma prima ch'essi si partano, mio fratello
Gian Giacomo pensa dar loro un addio, per cui molti abbiano a perder la lena di
far viaggio. Vedrai, Falco, in quel giorno se farò loro pagar caro il sangue di
Grampo e la minaccia di mozzarmi il capo come ad un assassino».
Così pronunziando,
animato da tutto l'ardore guerriero che gli veniva dal fervor giovanile, alzò
baldanzosa la testa, portò la mano allargata sul petto, e mosse vivacemente lo
sguardo quasi ricercasse il nemico; ma appena i suoi occhi girarono, vennero
impensatamente ad affisarsi in quelli di Rina, che ritta a lui dicontro teneva
le pupille intente a contemplare la leggiadria delle forme e la novità del
vestimento di quel giovine estrano. All'incontrarsi de' loro sguardi scese ad
entrambi un turbamento al cuore come se fossero stati colpiti da una subita
scintilla: ambedue abbassarono gli occhi al suolo; Rina, imporporate le
guancie, si ritrasse in disparte, e Gabriele ammutolito rimase nella sua
primiera meditativa attitudine.
Eransi intanto da Orsola
disposte su rozzo desco rusticali vivande, e collocatovi nel bel mezzo un vaso
di vino tratto dalla botte accennata da Falco; ed egli visto che s'ebbe
compiuto l'apparato, s'alzò dal focolare, invitando i due ospiti a prender
parte a quella cena. Maestro Lucio, che avea già più volte spinto lo sguardo di
sfuggita a mirare che stasse facendo la moglie di Falco, ed accortosi che
disponeva la mensa, avevala più volte accusata internamente della lentezza che
vi frapponeva, accettò tosto l'invito e andò a sedervisi, dandosi a mangiare di
que' cibi grossolani coll'ardore con cui avrebbe spogliato un lauto convito.
Gabriele e Falco ne imitarono più moderatamente l'esempio: nel primo, mentre
saziavasi l'urgente bisogno della fame, ricorreva più limpido e brillante alla
rinvigorita fantasia l'incontrato sguardo di Rina, e svolgevagli mille dolci ed
indefinite idee nella mente; nell'altro le non tenui golate di vino fecero più
fervido il desiderio d'uno scontro coi Ducali, contro cui, oltre le antiche
cause di odio, l'accendeva in quell'istante il pensiero che per causa d'un
colpo da essi scagliato, non s'aveva a fianco un fidato compagno, con cui
solevano toccar le tazze animandosi a tracannare finchè vedeano a secco il
fondo di quel vaso.
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