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CAPITOLO DECIMO.
S'ei non potesse
Tutto staccare il suo
pensier da un trono
Ch'egli alzò dalla
polve?...
Un Duca ardente di
conquiste, inetto
A sopportar d'una
corazza il peso,
Che d'una mano ha d'uopo
e d'un consiglio,
Al Condottier lo chiede,
e gli comanda
Ciò ch'ei medesmo
gl'inspirò.
Manzoni. Il Conte di
Carmagnola. Att. III.
Nel tempo che durarono i
giuochi, Gabriele rimasto sempre al fianco di Falco e presso a Rina s'era beato
delle più dolci e delle più soavi sensazioni che sia dato provare all'uman
cuore. Egli aveva tenuto tenacemente attaccato lo sguardo alle forme
dell'adorata fanciulla e sentito nel contemplarle quel compimento di felicità
che l'antecedente vaneggiare di sua mente gli aveva lasciato intravedere
possibile.
Meno subitanea per vero
nacque la gioia nel seno della bella giovinetta montanina. La novità del luogo,
la varietà delle cose, la quantità delle persone quivi raccolte recarono sulle
prime somma confusione e divagamento nello spirito di lei, che abituata alla
solitaria quiete della sua capanna e de' suoi monti, vedevasi per la prima
volta in simile rumorosa adunata. Lo splendore, la ricchezza delle armi e
dell'abito del giovine Medici, che tanto lo illeggiadrivano e ne rendevano
più nobile e interessante l'aspetto, avevano in essa fatta più eminente l'idea
dell'alto suo grado, e resa quindi maggiore una certa impressione non mai
cancellata in suo cuore, di vergogna, di soggezione portata quasi sino alla
temenza per l'affetto profondo per lui concepito e per le illusioni a cui per
esso s'era abbandonata, la qual cosa unita allo sbalordimento cagionatole dal
tumulto che la circondava, le teneva l'anima oltremodo angustiata e sospesa.
Allorquando però fu principiata la mimica rappresentazione e tutti gli occhi
degli spettatori, compresivi quelli di Falco e della propria madre, furono
rivolti attentamente agli attori che comparvero nello steccato, Rina
s'avvedendo che quei soli di Gabriele stavano fisi immobilmente sovra di lei,
provò un sensibile alleggerimento al cuore e non seppe resistere ai desiderio
di girare lentamente il capo e sollevare, sebbene con assai di timidezza e
trepidazione, su di lui le pupille. Alla vista del fuoco, dell'espansione,
della vita di che mirò animati gli occhi ed i lineamenti tutti di quel caro
viso, si sciolse ad un tratto, come neve al sole, ogni titubanza e turbamento
che le serrava il petto, e rimirandolo una seconda volta meno pavidamente,
sentì scorrere più libero per le vene il sangue acceso da quella fiamma che
secreta ardeva in lei con tanta forza.
Lunghi e pieni
d'inenarrabile dolcezza furono gli sguardi di quegli amanti, che una purissima
voluttà invadea, quella tenera voluttà d'amore a fronte a cui è gelido e fosco ogni
altro diletto. Belli entrambi a perfezione nelle loro giovanili forme, la
varietà del loro vestimento ne faceva più attraente e singolare la prossimità;
Gabriele col piumato elmetto d'argento, collo splendido corsaletto e la ricca
spada offriva l'immagine della forza ingentilita che contempla la schietta e
semplice bellezza rappresentata da Rina, il cui unico adornamento era un nastro
purpureo che le serpeggiava nelle nere e lucide treccie trattenuto da uno
spillone d'oro.
Terminati i giuochi del
circo, Gabriele volle che Falco e le sue donne prendessero ristoro di scelte
vivande ad una mensa ch'era stata disposta in uno de' più addobbati padiglioni
per esso lui, pel Cancelliere e pei più distinti Capitani d'armi. Colà venuti e
sedutisi tutti intorno al desco, nacquero tra i cibi e il vino i più fervorosi
colloquii, e rimbombarono là dentro ripetuti evviva al Castellano come
risuonavano all'intorno. Falco, cui la vista dei singolari ed armigeri
spettacoli poco innanzi rappresentati avevano esaltato lo spirito, trovandosi
fra quel crocchio di cospicui guerrieri commensali che giocondamente seco
lui s'intrattenevano, vedendosi dalle cordialità del giovine Medici pagato ad
usura dell'affetto che per lui nutriva, lieto in cuore ed animato andava
esprimendo co' suoi franchi e robusti modi il suo attaccamento alla causa del
Castellano e la speranza che nutriva di cooperare per lui a nuove e più
clamorose vittorie. Orsola godeva alla contentezza che leggeva in volto al
marito, e frammetteva spesso qualche suo motto alle semplici parole che Rina e
Gabriele andavano tramutando, e di cui essi soli però sentivano la vera
espressione ed il valore.
I raggi del sole,
rivolto al declinare, penetrando obbliquamente per le aperture di quel
padiglione, spandevano una luce calda rossiccia che riflettevasi pei vasi, le
tazze, il metallo dell'armi e degli addobbamenti, e dava singolare risalto alle
forme ed agli abiti di tutti quei personaggi assisi quivi alla mensa.
Lumeggiati da tal chiarore apparivano più distinti e caratteristici i
volti di que' guerrieri, ne' cui pronunciati lineamenti stava improntata la
fiera ed audace vivacità dell'indole, fatta ancora più incontinente e decisa
dai fumi del vino senza parsimonia tracannato, che rendeva a molti rubiconde le
guancie, e faceva ad altri lucide ed ardenti come carbonchi le pupille. Giovin
rosa fra rudi arbusti era Rina in quel convegno; ma benchè non pochi dei
capitani vibrassero su di lei furtivi sguardi, nessuno ardì far pure un cenno
con atti o con parole che al pudore di lei potesse riuscire offensivo, poichè
oltre che i più s'erano avveduti dell'interessamento di Gabriele per lei, era
dello spirito dei tempi, che dominava anche sugli animi più inverecondi, il non
prorompere alla presenza di donne o fanciulle in motti sconci od osceni.
Dopo alcun tempo da che
durava quel convito, e da che i commensali, consunte le vivande, non
attendevano che al vuotare i calici ed al novellare, s'udì elevarsi al di
fuori un gran clamore con ripetuti prolungati evviva. Erano applausi al Castellano
che uscito dalla casa delle sorelle si recava col Borromeo ed il rimanente di
sua comitiva alla volta dell'arsenale, con che soddisfacendo al desiderio dal
Conte enunciato di esaminare partitamente quel vasto edificio, famosa officina
d'armi e di navi, assecondava la propria mira che era di far nascere in lui più
grande ed energica l'idea della sua potenza per guadagnarne lo spirito
interamente.
Riferita nel padiglione
di Gabriele la causa di quei clamori, tutti di là si partirono dirigendosi la maggior
parte all'arsenale, ove si recarono pure Gabriele medesimo con Falco, Orsola e
Rina. Entrati questi colà s'aggirarono buona pezza pei cantieri, per le sale
delle arti e degli armaiuoli; ma della vista delle cose ivi esistenti non si
compiacque altri che Falco, nella cui mente s'aggiravano di continuo immagini
di navi, di spade, di pugnali, d'archibugi: Orsola, troppo semplice ed
inesperta, nulla comprendeva intorno ai complicati ordigni d'armamento:
Gabriele e Rina, l'un dell'altro indefessamente occupati, poca attenzione
prestavano a quegli oggetti che al pari d'ogni altro più prezioso e singolare
del mondo non potevano produrre ad essi alcuna impressione aggradevole, poichè
ogni loro facoltà era assorta nell'infrenabile sentimento d'amore.
Trascorso tutto
l'arsenale, ne riuscirono all'uscita nel momento appunto in cui vi perveniva da
un altro lato Gian Giacomo co' suoi nobili seguitanti. Gabriele, rompendo l'ala
di popolo che difilata nel cortile attendeva il Castellano al passaggio, si
presentò a lui indicandogli essere colà Falco, il quale si rattenne indietro
con sue donne compreso da soggezione e rispetto. Gian Giacomo cercò tosto
avidamente collo sguardo quel suo valoroso Comandante di nave, e scortolo
l'invitò della voce e della destra a farsi innanzi. Non potendo rifiutarsi a
tal dimanda, s'avanzò desso, abbandonando però tra la folta le donne; ma
Gabriele il quale, benchè si fosse rivolto a complimentare il conte Borromeo,
se ne avvide, disse istantaneamente al fratello che col guerriero di Nesso
erano venute la di lui moglie e la figlia. Gian Giacomo costrinse Falco a
condurgliele davanti, e venute queste pure alla sua presenza, veduta appena la
rara beltà della giovinetta, e accortosi dall'arrossire improvviso di Gabriele
cosa passasse in lui, vibrò su di esso un rapido sguardo, ma così severamente
espressivo e penetrante, che il giovine Medici impallidì di tal maniera, che se
non era l'elmetto che gli ombrava parte del viso, sarebbonsi tutti i
circostanti accorti di quel subitaneo tramutamento di colore. Si volse però
tosto il Castellano con cortese modo alle donne, e dopo averle di nuovo
guardate, sorridendo a Falco amichevolmente, disse:
«Tali fiori crescono
sulla tua rupe? e tu ne li volevi tenere celati? ma non sai tu che di
simiglianti si trovano radamente nelle pianure e nelle città? - - Che ve
ne pare, Conte d'Arona? (chiese al Borromeo.) Il nostro Luino, l'Oggionno o il
Da Vinci non avrebbero ritratta questa fanciulla per farne un'angioletta
o un serafino da porre nella gloria sull'alto d'una chiesa?»
«Io ho conosciuto un
Gaudenzio da Varallo, rispose il Borromeo, che facendo ottimi dipinti e statue
per le sacre cappelle del suo monte soleva prendere a modello le donne
Fobellesi, che quanto a perfezione di forme portano il vanto fra le donne
italiane, ma son convinto che all'occhio di quel pittore questa fanciulla non
sarebbe apparsa punto inferiore alle stesse sue predilette montanine
Valsesiane».
«Quant'essa leggiadra,
riprese Gian Giacomo, altrettanto valente è il padre suo. Questi è quel Falco
abitatore della rupe di Nesso, quello il cui nome suona così terribile ai
nostri nemici. Due volte ei sottrasse Gabriele ad imminente pericolo di morte;
e fatto comandante d'una nave dell'antiguardo della mia flotta, diede
nell'ultima battaglia le più segnalate prove di destrezza e coraggio, per cui
l'ho caro e lo stimo siccome uno de' miei più prodi guerrieri».
Il conte Borromeo, come
tutti gli altri astanti, andava contemplando curiosamente Falco, a cui l'ardito
portamento, la fierezza, sebbene alquanto mitigata, della guardatura e dei
lineamenti, il giaco di maglia che portava sotto la schiavina da rematore, i
pugnali infissi nella cintura, e la rete d'acciaio che gli copriva il capo
davano il più marcato aspetto d'un formidabile pirata. Il Conte s'era
maravigliato alle prime nel vedere il Medici accogliere con segni di tanto
favore un uomo di quelle sembianze, ma udite quest'ultime parole: «Vi sono
anche sul nostro lago Maggiore, disse, molti Locarnesi ed Intraschi che
adoperano con somma perizia tanto il remo quanto l'archibugio, ma dirò, o
Castellano, che nessuno può stare a petto di costui se giunge a meritare sì
aperta lode da un condottiero d'armati come voi siete».
«Egli non è ammirato
soltanto da me: tutti quelli che salirono la flotta dovettero palesamente
convenire del suo valore. Or permettetemi, nobile Borromeo, che mentre facciamo
la via alla zecca di Musso, che mi diceste vi piace vedere, io m'oda da lui la
relazione del compimento d'un incarico che gli confidai».
Uscirono così parlando
dal cortile dell'arsenale: precedeva il conte Giberto coi principali capitani
del Medici, veniva poscia questo stesso avente Falco a sinistra, e dietro
Gabriele con Rina e la madre.
«Ebbene, che mi narri
dei Ducali?» chiese Gian Giacomo a Falco con bassa ma ansiosa voce.
«Sono tutti accovacciati
dentro le mura di Como», rispose questi sommessamente esso pure.
«Non lasciarono
presidii? non munirono rocche? non devastarono od incendiarono Terre?»
«No. I colpi che loro
appoggiammo presso Bellaggio gli stordirono ed ispaventarono in modo, che
fuggendo tutti precipitosamente, non si credettero in luogo di sicurezza che
quando videro frapposti tra essi e noi i baluardi e le torri di Como».
«Credi tu, mio Capitano
(pronunciò Gian Giacomo abbassando maggiormente la voce e stringendo il braccio
a Falco presso la mano) che noi non saressimo capaci di scambiare le nostre
palle colle loro sotto le mura stesse di Como? che ci sarebbe impossibile il
farli sloggiare anche da quella città? Il Baradello è stato da essi medesimi
distrutto, ed i bastioni ora esistenti non sono sì alti e massicci da non
potervi far breccia o montare colle scale all'assalto».
«Castellano (rispose
Falco, sovrapponendo con calore la sua destra mano a quella del Medici che gli
stringeva il braccio, poichè quella proposta fatta in tuono confidenziale
infiammandogli la mente, il fece dimentico d'ogni differenza di grado), datemi
la vostra parola che il più presto possibile ci condurrete innanzi a Como, ed
io vi giuro, che se una palla non mi trapassa il petto, pianterò pel primo la
vostra bandiera sul baluardo del porto di quella città».
«Parleremo di ciò in
altri momenti», a lui rispose freddamente Gian Giacomo ritraendo la propria
mano, poichè gli parve improprio quel calore e quella famigliarità con cui il
montanaro s'era espresso: «e appunto affinchè io possa aver agio di favellare
con te ogni volta che ne avrò piacimento, tu devi determinarti a rimanere
qui meco colla donna e la figlia, e rinunziare alla tua abitazione della rupe.
Quella casa che vedi là sulla destra al principiar dell'altura, apparteneva al
traditore Filippo Tressano; ora è posseduta da me e trovasi vuota d'abitatori,
io te ne faccio un dono; va ad albergarvi con tua famiglia, poichè ho brama
decisa che tu non ti discosti mai da Musso se non per mio comando».
Falco, confuso e
sorpreso da quel dono inaspettato, rimase alcuni istanti in forse, mal sapendo
se dovesse rendergliene grazie, o apertamente rifiutarlo, poichè non fu
invaso che dall'idea, occorsagli troppo tardi un'altra volta, del sacrificio
della propria indipendenza e dell'amore del luogo natio, e mentre raccozzava
parole di scuse per temporeggiare a decidersi, essendo tutta la comitiva
pervenuta in Musso alla porta della zecca, il Castellano troncò a lui sulle labbra
ogni detto, pronunciando rivolto a Gabriele: «Tu che devi amar Falco, e so che
l'ami più che alcun altro dei nostri, tu ti assumerai la cura di provvedere
quanta fia d'uopo per rendere abitabile la casa di Tressano che ho data a lui:
fa ch'egli vi trovi tostamente quanto può desiderare per rimanervi comodamente
con sua famiglia, e quanto può valere a compensarlo dell'abbandono che lo
costringo a fare del suo abituro di Nesso. - - Addio, Falco... addio voi
donne; d'ora innanzi noi ben ci potremo più frequentemente vedere». Così
dicendo s'accostò al conte Borromeo e lo scortò nell'entrata dell'edificio ove
si coniavano le sue monete.
Falco rimase immobile e
pensoso alcun momento presso la porta di quel fabbricato, poscia dirigendo la
parola a Gabriele che gli si era accostato premuroso d'udire le sue
risoluzioni: «Ho deciso, esclamò: accetto il dono che m'ha voluto fare il
signor Castellano: lascierò la mia capanna della rupe e verrò a stabilirmi in
Musso. Nessuno osi dire però che io mi sono condotto a questo passo per
desiderio di dimorare in una grossa Terra all'ombra d'un potente castello: no,
per l'anima mia: se Falco si stacca dal suo vecchio nido, se si decide a non
rivedere più mai i sassi e gli alberi della sua montagna, è solo per amor tuo,
o Rina (e mirò la figlia con uno sguardo da cui trapelava il vivo paterno
affetto frammisto al dolore del sacrificio a cui, in suo pensiero,
quell'affetto il forzava); per te soltanto io darò un eterno addio alla mia
rupe; rinunzierò interamente alla libera disposizione di me stesso per
procurarmi la certezza che il piede d'un ribaldo nemico non possa calcare
inosservato il sentiero che guida al casolare dove tu dimori e vendicarsi di me
nel tuo sangue».
Invaso Gabriele a tali
espressioni da inesprimibile contento: «Così operando, disse, tu confermi e dài
finalmente esecuzione a quanto ti eri proposto allorchè mi conducesti libero a
Musso: allora dicesti che volevi, prima di chiedere altri favori a Gian
Giacomo, aver combattuto e vinto i Ducali; la sorte ci ha assecondati, e come
tu bramasti, il dono di mio fratello non è che un premio meritato dal tuo
valore. Rimane a me solo l'obbligo presentemente di dimostrarti la mia
gratitudine, e il farò occupandomi all'istante del fare addobbare d'ogni arredo
la casa dei Tressani, che i nostri soldati spogliarono di tutto nel dì che
Filippo ci si chiarì traditore». Ciò detto s'incamminava già frettoloso a
ricercare uomini ed artieri onde dessero mano sul momento a disporre alcune
camere della casa in modo d'essere quella notte medesima abitabili,
riservandosi a procurare con miglior ordine e diligenza le altre cose
necessarie nella susseguente giornata. Ma il guerriero montanaro richiamandolo
il trattenne, poichè sebbene si fosse risolto di cangiare luogo di dimora, non
voleva che tale sua deliberazione avesse sì subito compimento, e «Non
v'angustiate, a lui disse, onde far preparare la casa per noi, giacchè debbono
passare alquanti giorni prima che io abbia fatto interamente sgombro il mio
abituro della rupe per venirmene a stare a Musso: ora dobbiamo ricondurci colà,
ed io ritornando poscia a questa Terra recherò la maggior parte di quelle cose
che debbono bastare all'ammobigliamento dell'abitazione d'un povero alpigiano:
Ora Trincone e il Tornasco ci staranno attendendo; essi avranno già staccata la
barca e disposto il tutto pel viaggio, e il sole già calato dietro i monti ci
avverte che è d'uopo che ci avviamo al lido per partire».
Gabriele nulla osò
rispondere, conoscendo per prova quanto fosse vano il replicare contro le risoluzioni
di quell'irremovibile montanaro; diede, benchè molto a malincuore e non senza
un interno moto di rabbia, segno d'aderire a' suoi detti e si diresse con lui e
colle donne verso la sponda. Siccome il battello di Falco era rimasto sin dal
mattino presso l'arsenale a poca distanza dalle navi da guerra, ed il luogo ove
essi si trovavano al momento che fu risoluto il partire era in una parte di
Musso a quella opposta, Falco condotte alla più vicina riva le donne, accennò
loro di colà attenderlo, e recossi al sito ove stava il suo navicello per
venire quivi a riprenderle, per il che Gabriele restò da solo con Orsola e
Rina.
Era sul principiare
della sera: l'ultima purpurea tinta del sole sparita ben anco dall'acuta
sommità del Legnone lasciava risplendere in tutta la sua argentina luce la luna
che apparsa col colmo disco in cielo, i monti di fianco e di prospetto vestiva
di bianco lume, e ne dipingeva come brune macchie le fosche masse selvose:
terse e placidissime stendeva le sue acque il lago, solo leggiermente
increspate qua e là dalle aurette vespertine che uscendo dalle valli
aleggiavano di tratto in tratto su di esso, spandendosi come un alito gentile
che appanna la lucida superficie d'un cristallo.
Mentre Orsola
s'accostava alle acque inoltrandosi alcun poco pel lido onde spiare se fosse
lontano il battello, Rina e Gabriele rimasero soli vicini, e i loro sguardi
s'incontrarono e si sostennero fisi, dimentichi nel contemplarsi d'ogni cosa
creata, sinchè l'eccesso del sentire li costrinse entrambi a divergere le
pupille: la fanciulla abbassandole al suolo, e Gabriele alzandole all'eterea
volta ver' la regina della notte, ripetendo più fervido colla mente il voto da
lui fatto sul baluardo del Forte d'aver Rina o morire. Una potenza
irresistibile però ricondusse a poco a poco lo sguardo di questo ardente
amatore al volto dell'adorata giovinetta, e quale non fu il suo affanno e la
sorpresa veggendola immobile in un mesto atteggiamento col capo inclinato
e le guancie rigate di pianto! non seppe resistere a tal vista Gabriele, e
piegandosi verso di lei, serrandole una mano con ambedue le proprie: «Che miro
mai! pronunciò con agitata e repressa voce: Voi piangete? voi vi mostrate
afflitta, addolorata? per pietà, Rina, spiegatemi la cagione della vostra
angoscia; fate ch'io possa rasciugare il vostro pianto: non potrei vivere un
istante lontano da voi se vi sapessi dolente e sconsolata».
«Io doveva o non mai qui
venire, o scostarmene mai.» rispose Rina con voce lenta e interrotta dai
sospiri, tenendo sempre lo sguardo rivolto a terra. «Sì, Rina, disse con
trasporto d'amore Gabriele: tu qui verrai per sempre, e allora non vi sarà
forza d'uomo che potrà mai più staccarti dal mio fianco: la mia vita è sacra a
te, e nessuna terrena potenza potrà togliermi ciò che tengo più caro d'ogni
tesoro». Levò Rina su di lui teneramente gli occhi: essi erano pieni di
lagrime, di quelle lagrime preziose che l'amore elíce dalla regione più pura
del cuore: brillavano quelle stille come gemme ai raggi della luna, e facevano
più celeste il lievissimo sorriso con che l'innamorata fanciulla rispondeva e
il pagava delle sue amorose parole. Il battere dei remi annunziò il giungere
della barca: ritto in mezzo ad essa si stava Falco appoggiato al suo moschetto
che aveva ripreso: s'accostò il navicello un momento a terra: Gabriele diè mano
ad Orsola, poscia a Rina a salirvi, e appena fatto e ricevutone da esse e da
Falco un saluto, la barca s'allontanò rapidamente.
Piena l'anima dei più
vivi e soavi sentimenti e d'ogni cara speranza, il giovine Medici rimase sul
lido per tutto quello spazio di tempo in cui gli fu dato distinguere al lume di
luna le forme di chi sedeva in quella barca che vogava al largo; si mosse
quindi di là, percorrendo la strada che sulla sponda guidava al Castello.
Il conte Giberto
Borromeo, preso congedo da Gian Giacomo quella sera stessa, nel mattino
seguente di buon'ora partì con sua comitiva da Musso, avendo contratto
l'impegno d'un nodo nuziale che doveva dare a Milano l'uno de' più illustri
suoi Arcivescovi, ed alla Chiesa un famosissimo santo, quale si fu Carlo
Borromeo, che nacque nel 1538, cioè sette anni dopo l'epoca del nostro
racconto, da questo conte Giberto e da Margherita, secondogenita tra le sorelle
del Medici, la quale colle germane e le cugine stava allora in quella casa
foggiata a monastero, che sorgeva in vicinanza di Musso, ove il giovine Conte
era stato condotto a pranzo dal Castellano.
Gian Giacomo, che tutta
conosceva la possanza della casa Borromeo, di cui i conti Lodovico, Giberto il
senatore, e Pietro Francesco avevano allora recentemente ottenuti tante dignità
e favori da Duchi e da Monarchi, calcolò che un'alleanza stretta da legami
nuziali con quella stirpe patrizia non poteva che tornargli oltremodo proficua,
e pensava che, estendendo coll'aiuto de' Borromei i confini de' proprii dominii
sino a congiungerli coi loro feudi, tutto il paese compreso fra il Lario e il
Verbano poteva un giorno cessare d'appartenere alla corona Ducale. Come però le
vicende facessero vani simiglianti ambiziosi progetti, si vedrà nel seguito di
questo racconto.
Alcuni giorni dopo la
battaglia discese dai monti Mattia Rizzo colla sua schiera di cacciatori e di
uomini d'armi, poichè s'aveva avuta certa notizia che i Grigioni e gli altri
Svizzeri della Lega, conosciuto per mezzo dei montanari l'esito infelice del
combattimento navale, avevano interamente abbandonate le montagne e le valli
circonvicine. Quest'ultimo favorevole avvenimento venne però controbbilanciato
in gran parte dalle novelle che recarono i messi spediti a Monguzzo: narrarono
essi che Battista Medici nell'assalto tentato dai Ducali contro quel Castello
era rimasto gravemente ferito, buon numero di soldati uccisi, e le mura ìn più
luoghi aperte e diroccate in modo, da renderne disastrosissimo e forse
impossibile ogni difendimento se il nimico avesse insistito nella sua
intrapresa; ma che per buona ventura i Ducali che s'erano duplicati di numero
due giorni dopo aver posto l'assedio, al quarto dì scomparvero nel momento
appunto che gli assediati si credevano ridotti a disperato partito.
Ecco come era avvenuto
il fatto: Rinaldo Lonato, retrocesso da Lecco, ove, veduti gli apparecchi di
difesa, aveva considerato vano ogni tentativo d'espugnazione, era venuto a
congiungersi sotto Monguzzo col capitano Tridelberg, che in un assalto dato al
Castello, sebbene respinto dagli assediati, aveva fatto loro provare gravissima
perdita: allorchè questi duci, congiunte le loro forze, stavano per ispingerle
ad una più formidabile scalata, dovettero dimetterne ogni pensiero e partirsi
frettolosamente colle loro truppe da Monguzzo, chiamati a Como da lettere
pressanti dei Commissarii Ducali e del Governatore Pedraria, i quali appena
venuti in chiaro, con indescrivibile cordoglio, della sconfitta della flotta e
della morte dell'ammiraglio Gonzaga, paventando una sorpresa del Medici in Como
stessa, che si trovava affatto sguernita d'armi e di difensori, si affrettarono
a richiamarvi le sparse bande d'armati.
Il Castellano quando seppe
l'infermità del fratello Battista, spedì tosto a Monguzzo il capitano Mandello
con cento uomini d'armi onde rafforzasse il presidio, comandandogli desse
prontissima mano a ristaurare e rimettere nel primiero stato le fortificazioni,
non perdonando a spesa od a fatica, poichè forte gli premeva il conservarsi in
possesso di quel Castello ch'egli considerava come l'antemurale de' suoi
dominii del lago. Partito il Mandello e assecurata la difesa di Monguzzo, Gian
Giacomo non aveva altro pensiero che il travagliasse, fuorchè quello dello
scarso numero a cui trovavansi ridotti i suoi soldati, poichè ben vedeva che i
dì delle battaglie non erano tutti trascorsi, e che era per lui urgente
necessità di avere a' suoi ordini numerosa gente per sostenere i futuri inevitabili
conflitti.
Si compì però di que'
giorni un avvenimento che anche a tale bisogno promise certo riparo. Il conte
Volfango Teodorico d'Altemps, invaghitosi di Clara la maggiore sorella del
Castellano, a lui la richiese in donna, ed esso gliela concedette, a patto però
si recasse in Alemagna alla terra di Altemps, possedimento di Marco Sittico suo
padre, ed assoldate molte schiere tedesche, inviandole pel Tirolo e pei monti
della Valtellina, le facesse prontamente pervenire a lui in Musso. Il conte Volfango
aderì alla proposta: vennero celebrate le nozze, e partito colla sposa, giunto
in Germania, ove il padre lo accolse con sontuosi festeggiamenti di conviti e
tornei, si diede ad adunare bande armate per adempiere alla promessa contratta
col Castellano.
Un mese all'incirca dopo
il matrimonio del Conte d'Altemps arrivò a Musso un ricco Milanese, feudatario
ducale, certo Galeazzo Messaglia, uomo giovialone in apparenza e dato al
motteggiare, ma fino ed accorto conducitore di politici negozii: mostrò essere
colà venuto per sue private faccende, ed a guarentigia di sua persona offrì
commendatizie di Gio. Angelo Medici, fratello di Gian Giacomo, monaco in un
convento di Milano.
Il Castellano, già
svegliatissimo per natura e allora sempre in sospetto di nemiche macchinazioni,
volle subito conoscere dappresso il messere Milanese che gli fu riferito essere
arrivato a Musso, e tale per l'appunto era il desiderio del Messaglia, il quale
non venne inviato colà per altro fine che per proporre trattative di pace al
Medici; secretamente però, e quasi le esponesse in nome proprio in qualità
d'intermediario tra il Castellano ed il Duca, senza che ne avessero sentore i
Grigioni e senza che in caso di rifiuto il decoro ducale restasse compromesso.
Dopo varii colloquii tenutisi da Gian Giacomo col Messaglia, in cui questi
seppe destramente cattivarsi l'interesse di lui svelandosi per famigliare e
confidente del Duca, venuto un giorno il buon destro, il Milanese gli fece un
quadro assai animato dei mali gravissimi che quella guerra partoriva ad ambe le
parti, e della carestia che cominciava a regnare d'intorno; parlò poscia della
possibilità di porre un termine alle tante tribolazioni dei popoli di queste
contrade, e disse che sapeva di certo che il Duca non sarebbe stato lontano
dall'accordare la pace sotto certe condizioni: il richiese tosto Gian Giacomo
s'ei conosceva quali potevano essere le condizioni assolute sotto le quali lo
Sforza segnerebbe un trattato che dovesse mettere un fine alle ostilità.
Messaglia rispose ch'egli non poteva asserirle
fondatamente, perchè non era munito delle necessarie facoltà per ciò fare, ma
che era convinto di non colpire lungi dal vero dicendo essere le seguenti:
(erano quelle da lui previamente concertate alia Corte) I.° «Che al
Castellano dovesse restare Musso e Lecco colle riviere
del lago ed altri luoghi vicini di qualche importanza: II.° Che egli
potesse comandare assolutamente senza eccezione di maggior magistrato, ed in
somma che potesse nel suo stato tutto ciò che può un principe, solo ch'ei
riconoscesse nel Duca il supremo e diretto dominio, sebbene il Duca non potesse
sotto qualunque pretesto a lui comandare. III.° Che il
Duca si sarebbe obbligato a somministrargli negli anni avvenire senza pagamento
di gabelle quella quantità di grano e sale che potesse abbisognare per i suoi
paesi. IV.° Che il
Duca parimenti darebbe fede17 di riputare e trattare in ogni
circostanza i soldati ed ufficiali del Castellano come suoi proprii. V.° Che il
Castellano all'incontro lasciasse Monguzzo con tutto il territorio che
possedeva al di là di Lecco, e pagasse al Duca quaranta mille scudi in una o
più rate, e nei modi e termini che si sarebbero convenuti». Aggiunse il
Messaglia che qualora esso Gian Giacomo fosse disposto ad accettare tali
proposizioni, s'assumeva egli medesimo l'incarico di farsi autorizzare dal Duca
a proporgliele nella forma più autentica onde venire alla stipulazione solenne d'un trattato di pace. Il Castellano udito il tutto
attentamente, a lui rispose che si riservava manifestargli le proprie
risoluzioni in altra vicina giornata; e licenziatolo, chiamò intorno a sè il
Pellicione cogli altri suoi più fidi, ed espose loro quanto eragli stato
proposto da quel segreto Ambasciatore del Duca, che per tale egli bene l'aveva
riconosciuto. Ai primi quattro capitoli, come il Medici medesimo, anche i suoi
consiglieri opinarono potersi liberamente aderire, perchè il riconoscere nel
Duca il supremo dominio, mentre non inceppava affatto la sovranità di Gian
Giacomo, dava anzi un carattere di legittimità a quel suo dominio, ch'era ciò
appunto che egli maggiormente desiderava: l'ultimo articolo però fu rigettato
ad una voce, e Gian Giacomo che pendeva dubbio se dovesse sottoporvisi o
rifiutarlo, volle, pria di decidersi, che si sviluppassero estesamente i motivi
del negato assentimento: dopo varii ragionamenti fatti sotto diversi aspetti da
que' suoi cortigiani contro la pretesa dei quarantamila scudi, che a que' tempi
era ingente somma, il Pellicione, balzato in piedi, esclamò:
«Per la spada di san
Michele! hanno da venire a chiedere a noi tutto questo danaro per lasciarci
quello che non ci possono togliere, e per far terminare una guerra in cui essi
hanno sempre avuta la peggio? Ma che dico, terminare la guerra? Chi ci accerta
che quando noi avremo comperata la pace dal Duca saremo lasciati tranquilli
dalla Lega Grisa? Non è invece più probabile che se gli Svizzeri riportassero
nell'avvenire qualche vantaggio sopra di noi, i Ducali, in luogo di
soccorrerci, si tornerebbero ad unire ad essi per tentare di compire la nostra
ruina? Rammentatevi, Castellano, delle prove che ci hanno già date della loro
mala fede: se vogliono monete, mandate ad essi quelle che ancora vi rimangono
di cuoio colla effe spezzata18; ma gli scudi lucenti del sole che si
coniano ora con buon argento nella zecca di Musso, riserbateli onde comperare
botti di vino e cacio per le truppe Tedesche che saranno qui tra poco condotte
da vostro cognato il conte Volfango d'Altemps».
Le vittorie recenti,
l'aspettativa delle bande ausiliarie indicate dal Pellicione, la supposizione
che se il Duca era disceso a tanto da fare pel primo proporre capitoli di
accordo doveva essere ridotto a stringente necessità d'aver pace, per la
penuria dei viveri che in Milano cominciava a regnare, e che quindi non sarebbe
stato restio all'accedere a patti meno vantaggiosi, determinarono Gian Giacomo
Medici, richiamato il Messaglia, a rispondere: che se voleva si prendesse a
trattare sui capitoli da lui esposti, allorquando presentati verrebbero in nome
del Duca medesimo, era d'uopo toglierne l'ultimo interamente, poichè egli
intendeva di non sborsare pure un cavallotto: che quanto a Monguzzo, l'avrebbe
volontieri cangiato con qualche altra Terra del dominio Ducale, ma che voleva
che lo Sforza gli spedisse il diploma che lo investisse della Signoria di Musso
e di Lecco. Il Messaglia, da sperimentato ed astuto negoziatore qual era, cercò
ogni via di determinare il Medici ad aderire al
pagamento dei quarantamila scudi, esponendo l'incertezza della militare
fortuna, il bene della patria, la tranquillità del possesso, e proponendo varie
altre concessioni in compenso di quella somma, giacchè era stato il solo
bisogno di danaro che aveva costretto il Duca a far tentare quell'accordo: ma
Gian Giacomo fu irremovibile, e il feudatario Milanese dovette partirsi da
Musso senza avere ritratto il più picciolo frutto dalla sua missione,
L'infelice successo di
queste trattative portò vivissimo cordoglio nell'animo del duca Francesco
Sforza, che tante avversità e proprie e dello Stato tenevano di già in continue
agitazioni e tristezze.
Era nell'epoca di cui
parliamo prossima a scoccare l'ultim'ora dell'indipendenza del lombardo regime.
Dopo il dominio de' Romani, cessato nel quinto secolo dell'era nostra, dopo
quello de' Longobardi, de' Franchi e de' Germani, che finì di fatto verso il
mille, Milano si resse per tre secoli, sebbene non senza interruzioni, con
governo libero municipale; alla metà del secolo decimoterzo i Visconti se ne
fecero signori e furono pei maneggi di Giovan Galeazzo nel 1395 investiti dalla
Corte imperiale del titolo di Duchi, che serbarono sino al 1447, nel qual anno,
morto Filippo Maria Visconte, s'estinse con esso la linea legittima maschile di
quella casa e la sua sovrana grandezza. Lungi i Milanesi dal trar profitto da
tale favorevole occasione per riassumere gli antichi loro diritti, decaduti pur
troppo da quella fama di prodezza e valentía che s'erano acquistata ai tempi
del Barbarossa e della Lega Lombarda, giacquero in uno stato d'obbrobriosa
anarchia per tre interi anni, nel qual tempo i Capitani del popolo o Difensori
della libertà di Milano, che così vollero essere denominati quelli che si
posero a capo dell'informe governo della città, nulla mai operarono che
all'assunto titolo corrispondesse.
Sapendo quanto fosse la
città infiacchita, miseri ed impotenti i cittadini, il conte Francesco
Attendolo, celebre condottiero d'armati, che dal soprannome di suo padre era
detto Sforza, ponendo in campo il pretesto d'aver per moglie una figlia del
duca Filippo Maria, la quale pur legittima non era, aspirò alla signoria di
Milano, ed assediatola nel 1450 la ridusse ben presto a tale che, prevalendo
nel popolo il di lui partito, gli furono aperte le porte, ed accolto con
acclamazioni e festeggiamenti, fu proclamato Principe e s'ebbe tosto della
ducale corona fregiata la fronte. Il dominio sforzesco giunse al massimo grado di
potenza e splendore al cadere del secolo decimoquinto, quando sotto la paterna
mano di Lodovico (per la bruna tinta del volto chiamato il Moro) Milano ricca e
pacifica vide fiorire in se splendidissime le arti, le lettere e le scienze.
Ma, per fatale sventura d'Italia, la
Francia e l'Alemagna divenute possenti nazioni trascelsero a
campo di loro disfide questo bel paese, da cui sembrava dovesse l'Alpi
escluderle per sempre: in breve periodo di anni i monarchi francesi Carlo VIII,
Luigi XII, Francesco I visitarono colle loro armate Milano, a vicenda con
quelle dei Germanici Imperatori, il più possente dei quali Carlo Quinto vi
lasciò finalmente stabili presidii e un Generale supremo.
In mezzo ai tanti e
diversi avvenimenti delle guerre che gli stranieri qui combattevano, gli Sforza
erano alternamente apparsi e spariti come picciol legno sopra mare in tempesta.
Francesco, figlio dello sventurato Lodovico ed unico rampollo della famiglia
Sforzesca, per magnanimità e giustizia di Carlo si riassise al fine più stabilmente
del fratello Massimiliano, sul lombardo seggio principesco che sostenne lui
ultimo Duca, e dappoi si cangiò per sempre in uno sgabello da governatore.
Sebbene però il
Germanico Cesare avesse riposto lo scettro nelle mani di Francesco secondo Sforza,
non è però a dirsi che questi le tenesse libere e sciolte come a sovrano
signore si conveniva. Antonio De - Leyva, che sotto colore di rimanersi a
difesa del Ducato pel caso d'una temuta invasione delle armi Francesi si stava
a Milano a capo di molte schiere imperiali, teneva il Duca in quasi totale
soggezione: era De - Leyva uno spagnuolo vigilante, ardito, prepotente, odiato
da tutti per le estorsioni da lui commesse nel suo lungo soggiorno in questo
paese, il quale non aveva altro di mira che di affievolire la podestà ducale
per estendere la propria.
Il Duca, oltre
l'importuna ed imperiosa presenza di questo straniero nella capitale del suo
Stato, era angustiato e tenuto in pensiero dalla prossimità delle armate
Romagnole e Viniziane, dai moti popolari di varie città e più di tutto
dall'usurpazione ch'aveva fatta Gian Giacomo Medici d'una parte importante del
ducale dominio, nella quale si manteneva con tanto vigore ed ostinazione e da
dove nuove circostanze gli facevano ogni dì più tenui i mezzi per iscacciarnelo.
Dopo l'esito infelice della battaglia di Bellaggio, il De - Leyva, che aveva
tentato di troncare il male alla radice con un colpo arrischiato per tre soli,
e che andò fallito come sanno i nostri lettori, richiamate da Como le sue
truppe, dichiarò di non volere più cooperare in modo alcuno alla continuazione
di quella guerra, dicendo essere dessa di privato interesse del Duca, per cui
non doveva l'Imperatore sagrificare uomini e danari suoi proprii. Questa
inaspettata defezione d'un soccorso su cui Francesco Sforza faceva tanto
appoggio, riuscì dolorosissima a lui che le avversità avevano reso di cuor
timido ed affannoso e fattane cagionevole la salute; poichè sebbene contasse
allora soli trentanove anni, aveva perduto il vigore, era pallido e macilente,
e ben mostrava non dovere, come avvenne, protrarre in lungo i suoi giorni:
appariva di consueto taciturno, ed era dato ad una costante melanconia,
abbenchè quelli che l'approssimavano, asserissero essere egli di carattere
dolce ed umano.
Abitava allora la Corte Ducale in
Milano nel Castello di Porta Giovia19, una parte interna del quale
edificio era conformata a sontuosa dimora, siccome si scorge tutto giorno ad
onta dei travisamenti, delle mutazioni, delle aggiunte fatte nei secoli posteriori.
Poco meno della metà dello spazio ove ora si estende la vastissima piazza
d'armi era occupata da una specie di parco che andava unito al Castello,
intorno al quale dalla parte della città in luogo dei maestosi viali, dei
regolari erbosi tappeti che presentemente fanno colà sì vaga mostra, era tutto
un incolto ineguale terreno con qualche rozza o diroccata casupola, e più
propinquamente alla Fortezza una gran fossa con barricate e palafitte. Dentro
però al Castello era, come dicemmo, una magnifica abitazione con ricchi
appartamenti ove albergava lo Sforza colla ducale sua corte, la quale
mostravasi splendida e sontuosa come era sempre stata la Corte di Milano, quantunque
scarse omai fossero divenute le entrate.
Allorchè Galeazzo
Messaglia ritornò alle soglie ducali narrando essergli andato fallito lo scopo
per cui era stato spedito a trattare col dominatore di Musso, fu quivi generale
la costernazione, poichè tutti avevano sperato trovare rimedio ai pressanti
bisogni nei quarantamila scudi che alcuno non dubitava avrebbe il Medici pagati
per mantenersi ed essere legittimato negli usurpati possedimenti. Il Duca, più
irritato da quel rifiuto, voleva ad ogni modo domare e punire quel fellone,
onde tentò di procacciarsi i modi d'avere soldati e danaro imponendo nuove
taglie e gravezze; ma la miseria ch'era grande, e la carestia che s'andava
aumentando, fecero non solo inefficaci le gabelle, ma il travagliato popolo
eccitarono a turbolenze e sedizioni che costrinsero lo Sforza a deporre ogni
pensiero di continuare la guerra.
Ai primi di gennaio del
seguente anno 1532, pervenne a Milano la novella che l'imperatore Carlo, per
consiglio dei potentati d'Italia, stava trattando le nozze tra sua nipote
Cristina figlia del re di Danimarca ed il duca Francesco: una tale notizia ed
ordini imponenti venuti dalla Corte d'Alemagna fecero cangiare interamente la
condotta del De - Leyva verso il Duca. Recossi incontanente da lui e gli si
proferse disposto qual vassallo ad assecondarlo in tutto colle proprie schiere,
dichiarandogli ad un tempo che i suoi uomini d'armi verrebbero per lo innanzi
assoldati dall'Imperatore, e che cessava per tal modo l'obbligazione al
tesoro Ducale di versare le grosse mensili somme che a tal uopo necessitavano.
Consolato da tali
esibizioni e proteste, primo pensiero del Duca fu di trarne profitto per
riassumere la guerra contro il Medici: rese grazie al De - Leyva di sue
offerte, e gli fece tostamente conoscere il proprio desiderio di riprendere le
ostilità contro il ribelle Castellano di Musso onde reintegrare in ogni parte
il Ducato. Il duce Spagnuolo ripetè non essere altra brama in lui che di
favorire con ogni potere la volontà del Duca, e che tutte le truppe imperiali
erano a sua disposizione: lo Sforza volle determinassero tostamente insieme la
persona che si doveva porre a capo dell'armata da spedirsi a Como, onde i fatti
d'armi riuscissero più efficaci e decisivi di quello che non fossero stati per
l'addietro.
Trovavasi allora in
Milano Lodovico Vestarino, capitano rinomatissimo che aveva battagliato a lungo
al soldo dei Veneziani e degli Svizzeri, e s'aveva quindi acquistata somma
perizia nei combattimenti navali e nelle guerre pei monti: nessun altro parve
al Duca ed al De - Leyva più adatto ad aversi il comando dell'esercito
destinato ad agire contro Gian Giacomo Medici. Chiamato a Corte ed affidato a
lui l'incarico di quella guerra, prese sotto i suoi ordini numerose colonne
d'uomini d'armi; ne mandò notizia alla Lega Grisa; e poco dopo la metà di
gennaio mosse alla volta di Como. Il governatore Dom Lorenzo Mugnez Pedraria
attendeva quivi ansiosamente quei rinforzi, poichè temeva ad ogni istante
venisse la città assalita dal Castellano, divenuto per esso tanto più terribile
ed odioso da che un'armata spedita contro di lui per espresso volere
dell'Imperatore non aveva potuto nè vincerlo nè domarlo.
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