Si può dire che
Giovanni Giolitti si è iniziato nella politica come crispino. I primi movimenti
furono tali. Figlio di un impiegato dello stato anelava uscirne per salire.
Egli era intimo di due giornalisti che avevano fatto storia. Firmarono tutti e
tre la circolare che invitava il collaboratore massimo della liberazione
siciliana a un grande banchetto politico a Torino. I due firmatari, compagni di
Giolitti, erano Bottero, direttore della Gazzetta del Popolo, e Roux,
direttore della Piemontese. Fu una amicizia durata poco. Una volta nel
gabinetto Giovanni Giolitti si è sentito raffreddato. Crispi lo chiamava nei
dietroscena con soprannomi antipiemontesi e antipatici. Li li per salire al
posto di presidente dei ministri Crispi gli fu ingrato. Gli portò via dei mattoni
di sotto i piedi. Ho questo dialogo curioso:
— In questo non ci sarebbe che lei, on. Crispi, gli
disse, non so se ironicamente o seriamente, Umberto che lo aveva ricevuto per
la consultazione.
— Mi metta da parte, maestà: io
sono vecchio, non ho innanzi a me molti anni per giungere a svolgere tutto in
un programma di governo.
— Del resto, maestà, a
Montecitorio corre voce, che anche il Ministero è fatto.
Sua Maestà ha sentito la
stoccata.
— Fatto, come?
— Uno di quegli uomini che vi
pretendono, non solo ha detto che il ministero è fatto, ma anche — e questa è
una menzogna — che io l'avrei appoggiato purchè non vi prendesse parte il Nicotera
(il grande briccone degli interni). Io non ho visto alcuno, non ho parlato con
anima viva, e non potevo quindi aver preso alcun impegno....
— Ma chi
poteva essere costui? Indicano il Giolitti.
— Ed è proprio lui che ha
parlato così....
— Ma che ne dice lei di
Giolitti?
— Io non potrei dar giudizio
alcuno sulla persona (che bocca sguaiata quella di Crispi!).
— Ma lo conosce?
— Purtroppo, lo conosco (ecco un
sottinteso!) e lo credo incapace di reggere lo Stato. Sarebbe un errore
affidargli il governo del paese. Non ha studî, non ha esperienza, non ha arte
di governo; conosce appena l'amministrazione. Lo ripeto, non faccia nuovi
esperimenti, non affidi il potere ad uomini che devono fare il loro noviziato.
Francesco Crispi ha continuato a
negreggiare le condizioni dei 32 milioni d'italiani per farsi credere
necessario E il re a bruciapelo gli ha domandato:
— Ma il ministero che ella
desidera, avrebbe la maggioranza della Camera?
— Ai 193 deputati che votarono
contro Rudinì, rispose Crispi, si uniranno sicuramente altri 50 o 60 di quelli
che votarono a favore di lui. E questo senza ricorrere ai mezzi di corruzione,
dei quali Nicotera abusò tanto.
— Io non voglio maggioranze fittizie quali ebbe Rudinì.
Queste maggioranze portano a rovina le istituzioni. Portano le monarchie a
perdizione.
I consigli di Crispi sono andati
per gli ambulatorî. Se ne fece un cancan. Crispi si è veduto deriso. Giovanni
Giolitti senza prendere parte alle mene oscure dell'ex presidente prese il
portafoglio con il ministero dell'interno. Si rivelò subito un ministro á
poigne. Non respinse la fiducia di coloro che volevano lavorarlo al dorso,
fece votare i bilanci, mandò gli onorevoli in vacanza e con un altro decreto li
lasciò tutti a casa per le rielezioni, Non fu buono coi cattivi. Gli Imbriani
caddero. I Bonghi caddero. Gli altri, caddero. Salvo qualche eccezione fu lui a
fare le elezioni. Si valse dei prefetti, degli impiegati, dei questori, dei
sindaci, dei consiglieri.
Le elezioni del 1892 portano il suggello della sua
manifattura. Fu roba sua. Ritornato alla Camera si è sentito in casa propria.
Passava in mezzo a filate di cortigiani.
In Sicilia non fu un anticristo
come Francesco Crispi che lo pedinava e lo aspettava nel disastro per
procombere sui suoi redenti e razziarli e mandarli tutti in galera.
Via, separiamoci da Crispi.
Cattivo, infido, traditore. Il fedifrago, l'ex mazziniano, aveva la faccia di
bronzo. Non arrossiva più. Egli ha avuto il toupet, la sfrontatezza di
dichiararsi devoto alla monarchia, perchè monarchia e Italia non potevano
dividersi. Canaglia! Del Giolitti fu l'allargatore del sottovoce sparso dalla
sua malevolenza. Egli ha continuato, nei suoi dialoghi di vecchiardo, a
diffonderlo come un ignorante.
L'Italia non ha avuto genî. Neanche Cavour fu grande.
Egli non ha avuto che dei tassatori, dei livragatori, dei masturbatori, dei
perturbatori, dei ministri che le hanno fatto del male, che l'hanno svaligiata,
crocifizzata, messa sovente in prigione. Vediamone alcuni tipi.
La sfortuna d'Italia fu di
essere amministrata da caterve di notevoli farabutti nel periodo di sessanta e
più anni, specialmente con una Camera eternamente popolata di inetti, di
spostati, di vecchiardi, di gabbamondi avari, di spiantati, di avariati, di
idioti, di falsari, di disonesti, di rapaci, di dissipatori, di malviventi. Le
moltitudini non potevano rimanere vittime che delle coercizioni, delle farabuttate,
delle insidie poliziesche. Con ministri volgari, abbietti, vili, ladri, capaci
di nutrire se stessi con i fondi segreti, di vendere i voti parlamentari, di
svaligiare le banche governative, di trafugare i libri statali, come il Bonghi,
di appropriarsi i mobili, le statue, gli orologi a pendolo della nazione, come
i Nasi, di scarcerare condannati a pagamento, come l'ex ministro di Napoli, di
compiere le più basse azioni delle più svergognate figure del mondo criminale.
I sudditi non potevano che rimanere sudditi, gente per i loro piedi, per le
loro collere, per le loro vendette. Voltiamoci indietro. È un'intera galleria
di voltafaccia, di degenerati, di scrocconi, di panamisti, di uomini dozzinali,
di carogne antisociali. Personaggi di sinistra scesi fino al limaccio degli
intrighi ladreschi, fino alla consumazione dei delitti ministeriali, fino
all'appropriazione indebita, fino alla frode, al trucco del galeotto di
professione. Cito qualche celebrità. Depretis: da repubblicano si è venduto
alla monarchia. Traditore. Con Garibaldi a Palermo aveva in tasca il titolo di
luogotenente generale per arrestare il Duce se la spedizione volgesse verso la
repubblica. Ambizioso. Accettava il posto di ministro della marina come adesso
Bonomi ha accettato quello di ministro della guerra, senza pensare ch'egli non
avrebbe potuto impedire al Persano di affondare l'Italia in un disastro
marittimo. Poliziotto. Fu autore dei domicilii coatti. Le questure sono state
le sue succursali per i più sciagurati delitti statali. Come uomo fu lubrico,
cornuto, insensibile alle tragedie popolari. Malgrado le sue barzellette e i
suoi discorsi di biascicatore e di vecchio pievano piemontese egli ha potuto
dominare una Camera di 508 legislatori acefali e una agglomerazione di
trentadue milioni di persone abbattute in gran parte dall'inedia. Questo
stringitore di freni è andato finalmente all'inferno, passando per il catafalco
dell'impresa dei Savoia.
Sella, faccia doppia. Umile e
benevolo con il re quando esigeva danaro per le sue slandre, e furioso con il
popolo tutte le volte che urlava dalla fame. Feroce. Egli non capiva che il
pareggio. Credo sia stato il predecessore di Francesco Nitti. Per la smania del
pareggio lo «scarpone» ha devastato e pellagrosato gli stomachi di tutto il
proletariato che si nutriva con la farina gialla. Cortigiano e reazionario,
all'égout dei posteri!
Francesco Crispi fu tutta una fogna sociale. Versipelle e
briccone di marca ergastolana. Fu un quintale di malvagità e di perversioni.
Egli si è messo sempre al di sopra del codice. Fu un fintone. Dopo di avere
trovato una formula di passare dalla repubblica alla monarchia senza essere
fatto correre a pedate ha poi scritto confidenzialmente che tollerava il potere
regio come un supplizio. Sono venticinque anni, diceva, che indosso la camicia
di forza della monarchia e non posso strapparmela finchè non mi convinca che
essa sia incompatibile con la libertà e l'unità della patria. Furfante! Per la
sua incompatibilità basterebbe citare la lettera nella quale è lo sfregio che
gli ha fatto Umberto I. quando lo ha messo alla porta con la sua solita
gratitudine monarchica. Crispi avrà avuto dell'ingegno. Non ha certo avuto un
ingegno onesto.
Cafone nel 1885, quando egli
circolava come redentore della patria. Non ha avuto il coraggio di
sottoscrivere un manifesto di Filippo Turati a favore dei proscritti russi.
Turati gli si è genuflesso e gli ha baciato la mano con compunzione. Io gli
avrei sputato in faccia. Fu sempre un paltoniere. Morto ha trovato un
riabilitatore in Arturo Labriola, prima che divenisse onorevole ed eccellenza.
Secondo lui non avrebbe svaligiato le banche governative. Non avrebbe frodato
lo stato, non si sarebbe servito dei sei milioni di fondi segreti passati per
le sue mani per sbruffare gli "scribi" intorno alla sua persona ed
alla sua Riforma. Ah, ah! Come se non fosse sempre stato un vigliacco!
Come se i suoi arnesi di governo per soffocare ed accoppare la democrazia di
quel tempo non fossero stati gli eccidi, gli stati d'assedî, le leggi
eccezionali subite dallo stesso Labriola quand'era nel novero degli
scavezzacolli. Egli, Crispi, ha coatizzato, imprigionato oratori, scrittori,
agitatori, gente che non aveva il suo cervello di ladro statale a migliaia e
migliaia. Nessuno che non fosse stato Francesco Crispi si sarebbe gettato sui fasci
siciliani con caterve di delegati e commissari felini, con truppe e
gendarmi alle dipendenze del generale Morra, per massacrare i contadini della
sua terra a centinaia per volta e chiudere nei suoi mastî la gioventù più intellettuale
dell'isola. Egli fu un Del Carretto, un Peccheneda, un affollatore di
ergastoli, un soppressore di libertà statutarie, un calpestatore di immunità
parlamentari. L'on. De-Felice Giuffrida fu agguantato come un mafioso, o un camorrista
e chiuso come un deputato borbonico in un carnaio della Vicaria. Come uomo fu
un porco.
Non occorre che io trascini sul lastricato il nome della
povera Rosalia Montmasson. Essa sola, con il suo silenzio di vittima, ha
sollevato un uragano di improperî che eliminò questo lavoratore dell'iniquità
come si elimina un pessimo prefetto di polizia dalla piazza pubblica. Lo stesso
Giovanni Giolitti se non si fosse salvato con la fuga all'estero, sarebbe stato
gettato nel mastio d'Ischia come una volta il barone Porcari. Egli fu crudele
con coloro che non gli si prosternavano a mani giunte e non lo riverivano come
un grande statista. La penuria di donna Lina che ha bussato alla reggia per un
soccorso regio e che ha commosso Arturo Labriola, autore della Comune, non può
infastidire coloro che conobbero le intimità mondane della donna di Crispi. La Lina apparteneva a quelle
femmine che sono sempre appese al braccio di parecchi uomini. Per consolarmi
ecco un ricordo per sua eccellenza Labriola. La moglie del ministro delle
finanze della Comune andava al lavatoio pubblico a guadagnarsi la vita prima e
dopo che il suo uomo fosse ministro e anche più tardi quando il suo Jourde era
deportato in Caledonia. Donna Lina poteva fare lo stesso, invece di estorcere
elemosine ai regnanti. Ma basta di queste carogne che hanno disseminati lutti,
dolori e fatto dell'Italia una landa penale. La prepotenza statale di Crispi si
è sviluppata in un giorno, a Roma, facendo arrestare ed espatriare dalla
capitale politica cinquantamila braccianti!
E ora basta. Alla fogna il clown
della politica sabauda!
Il compagno di Pisacane non può
essere chiamato vigliacco. La storia per l'indipendenza lo ha nicchiato come
l'eroe di Sapri. Per sette ore, in mezzo a 2000 borboniani di professione,
armati fino ai denti, Giovanni Nicotera, tenne testa con soli 135 insorti.
Pisacane cadde. Caddero altri 84. Tutti morti. Cadde pure Nicotera con una
palla di fucile nella mano destra e dei colpi di scure alla testa. Portato via
dai sicari del Borbone agonizzante. Condannato a morte. Commutata la pena a
vita alla Favignana e sepolto nella tremenda fossa di S. Caterina.
L'ondata di Garibaldi in Sicilia
spaventò il direttore dell'ergastolo che consegnò le chiavi al sindaco.
Nicotera fu libero. Tutti i politici furono messi al largo; dallo stesso eroe
di Sapri, il quale a Roma ha più tardi fondato il Bersagliere. In
seguito ministro degli interni della sinistra con Agostino Depretis. Fu subito
vile. Fece delle dichiarazioni politiche che stomacarono. Egli non ammetteva
che un'amico dell'unità della patria non fosse monarchico. La monarchia,
aggiungeva, è la sola bandiera sotto la quale si raccolgono tutti gli unitarii.
Del patrimonio rivoluzionario non conservò che l'odio contro il prete. In poche
ore si è trangugiato il proprio cervello. Fu un apostata, un rinnegato.
Repubblicano ha inseguito, perseguitato, messo sotto
chiave i repubblicani. Li ha razziati, torturati, scaricati nei domicili coatti
e nelle pozzanghere carcerarie. Le stesse afflizioni sono state inflitte agli
internazionalisti. Li ha eletti per le stesse torture. Peggio! Scioglieva i
consigli comunali e li puniva come il commissario Maddaloni di Ferdinando di
Borbone di Napoli. Egli fu un accidente. Scriveva e diffondeva circolari negli
ambienti della burocrazia statale di incitamento contro coloro che aspiravano a
un regime migliore di un terrorismo poliziesco che indemoniava. Fu un gentiluomo
di stalla incanaglito con lo champagne di corte. Finì rubando le banche
governative con cambiali che non vennero pagate, e saccheggiando lo stato tutte
le volte che ha potuto. Si è saziato di fondi segreti al ministero degli
interni. Ha aggredito i socialisti come un vero Giuda. Villano e sleale. È
morto con un'inchiesta parlamentare al sedere. Fu imbroglione e pirata.
I complici hanno dovuto soccorrergli la figlia caduta
nella miseria. L'epitaffio dell'eroe di Sapri fu breve per la storia. Fu una
maledizione sociale!
Continuando non si scalcagna che per la melma umana.
Grassatori, filibustieri, involatori, epilettici, mattoidi e via per tutta la
dinastia che si è data il compito di moralizzare le istituzioni e gli uomini di
questo ciclo dei Savoia con le nequizie e le turpitudini e le depravazioni e i
delitti personali. Così vi imbattete coi molti Di-Rudinì, borghesi osceni che
inaffiarono diverse regioni di sangue proletario come nel '98, che mandarono
alla galera i disgraziati che urlavano dalla fame nella Sicilia, che aiutarono
le popolazioni in miseria con resse di questurini e carabinieri che completavano
il loro lavoro di assassini collettivi.
Così vi incontrate con il padre
degli ipocriti, con Giuseppe Zanardelli, il vituperevole puzzone fra i
legislatori giunti alle massime infamie. Egli è passato da noi come un grande
disinfettatore degli ambienti della libertà degli uomini della stampa. Niente
di più volgare, di più crudele e di più bugiardo e mendacemente fabbricato.
Egli non fu che un ciurmadore, un mascalzone, un simulatore, che portava la
faccia di bonaccione fra i democraticoni, e poi, di nascosto, firmava e organizzava
gli stati d'assedi, sospendeva e opprimeva i giornali e coccodrillava sui
giornalisti cellularizzati e riempiva i cellulari di amici e di nemici e
scriveva lettere di dolore personale come per farsi escludere dai colleghi
della colpabilità ministeriale. Egli fu il più quacquero degli ipocritoni. Così
è avvenuto in tutti i tempi. Ministro o presidente dei ministri non fu mai
diverso, malgrado la biografia incensatrice e vergognosa del D'Atri. Con una
mano faceva sospendere il Secolo e con l'altra scriveva una lettera privata al
suo direttore ch'egli aveva fatto incarcerare, piena di amicizia. Turpe!.
Nessuno è stato più brutale di lui contro la stampa, contro l'oratoria libera,
contro il comiziare popolare. Il suo match non è che nella storia russa di
Alessandro, II. e III. e di Nicola II. Restrinse le libertà di tutti i generi,
le strangolò, le trascinò ai Tribunali, le soppresse con le angherie, con le persecuzioni,
e si è monumentato nella concezione pubblica di appassionato per le libertà
pubbliche! Io lo trascinerò nella sua atmosfera naturale dei delitti statali.
Egli fu un delinquente. Perisca nella memoria dei contemporanei. Egli fu un
Giano o un Tartufo. Documento. Uscito da Finalborgo il Secolo mi ha
messo a tavolino con la narrazione dell'assalto al convento. Al terzo
articolo sono stato sequestrato per ordine di Zanardelli. Simultaneamente il
ministro avvertiva Edoardo Sonzogno che se mi lasciava continuare avrebbe
arrischiato la soppressione del quotidiano!
Dobbiamo pure accusare gli elettori. Cretini, corrotti,
malvagi. Difficilmente i collegi si sono occupati di un programma, di un
rovescio di regime, del benessere del paese.
Eleggevano avariati, truffatori, furboni, intriganti,
persone equivoche. Si lasciavano spingere all'urna dagli spendaccioni larghi di
promesse. La Camera
si è così popolata più di una volta di ineleggibili alla Nasi. Nunzio Nasi,
professore e ministro della pubblica istruzione, si è servito della borsa del
tesoro assai più ladrescamente di Francesco Crispi. Sciupava somme ingenti,
comperava stabili e mobili, statue, chincaglierie di alti prezzi, gioielli
preziosi. Tutto per riempire e sontuoseggiare la sua casa trapanese a spese
della Stato. Faceva costruire, fabbricare; viaggiava come un Nabab. Dava
banchetti, regalava, automobilizzava, faceva bottino e buttava offe in bocca ai
mafiosi che lo aspettavano alle stazioni siciliane per applaudire e chiamar
gente a battergli le mani. Era un uomo che arricchiva, che si credeva padrone
dello stato, che metteva la famiglia nel lusso come se stesso. Punito dal
Senato peggio che un quintale di bassezza viva sfuggita al largo è stato eletto
e rieletto ed è ancora alla Camera dalla sedicesima alla venticinquesima
legislatura! Cristo, ci vuole del fegato a mantenere nel girone parlamentare
una sozzura, una pozzanghera, un bonzone di delinquenza come Nunzio Nasi senza
strepitare dalla vergogna!
Pazienza. Non ci fu legislatura che non abbia avuto i
suoi presuntuosi, capaci di credersi i superuomini della vita parlamentare.
Potrei citarne dei mucchi. Mi fermo ai Gian Giacomo Morandi, stretto parente
della Bolognini, amante di Umberto I. Scriveva come un bifolco. Asino come Caprotti.
Imbecille come un somaro.
Prendiamo un altro ministro della pubblica istruzione
vanitoso: Edmondo Gianturco. Mediocre. Nato da genitori pitocchi. Coloro che lo
hanno conosciuto lo hanno biografato come uno che abbia patito la fame. Sarebbe
un onore per gente che non fosse rinnegata. Non per Edmondo Gianturco.
Professore, fu borioso, altezzoso. Ministro mise la studentesca sottosopra. Ha
mandato nelle università truppa e polizia. Per favorire i cattolici e i
monarchici vilipese la studentesca repubblicana e socialista. Non appena
comparve nell'Ateneo bolognese fu fischiato, respinto e chiazzato. Nacque una
rissa fra monarchici e socialisti, fra clericali e repubblicani. L'intervento
della forza pubblica finì per indignare la maggioranza e incanaglire l'altra.
Il Gianturco fu creduto un emulo dei Borboni. Fu denunciato come tale. L'ex
villano, di genitori analfabeti, era carico di despotismo. Avvenne che le
università insorsero contro il Gianturco che faceva fermentare la collera e
ingrossare la prepotenza statale. Figlio di diseredati non aveva capito la
libera scuola, la libertà di pensiero, l'insegnamento moderno, la stampa libera
dalla censura governativa e andò all'inferno incalzato dal vento di fronda.
Malgrado questo passato che avrebbe dovuto farlo scaraventare alle egemonie o
nel Tevere, questo birbante nascosto negli indumenti borghesi, è ritornato alla
Camera come se la maggioranza degli elettori non avesse sentito nella opinione
pubblica le riprovazioni e le maledizioni della studentesca della penisola!
Peggio. Egli fu più crudele di Giovanni Nicotera contro gli anarchici.
Incaricato di preparare un progetto di legge contro la loro propaganda, il
Gianturco si rivelò più terribile e satanico di una congregazione abituata a
procombere con tutti i castighi feroci sulla classe da finire a bottoni di
fuoco. L'insurrezione levò un vespaio che tendeva a linciarlo. Gli si sono
vedute sulla faccia macabra tutte le deviazioni del delinquente, Per più di una
settimana la sua testa fu domandata a grandi grida. Egli era considerato un
seviziatore abbominevole.
Dovrei continuare. Dopo un malfattore un altro; dopo un
miserabile un altro. Fu una sequela. L'Italia non ha mai avuto alla sua
direzione che un branco di scellerati con i codici penali in saccoccia.
Usciamo dall'anticamera.
La biografia degli uomini non è continuativa. È un lavoro
che si fa a periodi, a pezzi e bocconi. Giorgio Clemenceau fu malvagio e
galantuomo. Fu per gli scioperi e contro gli scioperi. Gladstone fu
chiesaiuolo, per la libertà napoletana, per la schiavitù irlandese. Briand fu
per la patria nel letame come Hervé e per la patria in alto, come ai tempi
della conflagrazione. Francesco Crispi ebbe momenti eroici e momenti turpi. Fu
triste e buono. Giovanni Giolitti ha imitato gli uomini comuni. Nella sua lunga
vita lo si trova con diverse facce. Spietato e giusto, vile e atroce. A Filippo
Turati è parso un giorno tanto malandrino che lo ha fatto circolare per
l'Italia come un brigante che si dissetava nel sangue degli uomini. Più tardi
lo stesso statista lo ha chiamato a Bardonecchia per dirgli se accettava il
portafoglio di ministro. Adesso Turati è sullo stesso Avanti! come probabile
ministro di colui che fu vituperato un giorno dalla sua penna. L'uomo non è
uniforme. In gioventù sovente è intransigente, nella maturità è più indulgente.
Giovanni Giolitti fu un rond de cuir e un bombardatore. Impiegato prima,
carnefice poi. Nel 1911 bombardava i turchi e gli arabi. I primi come
oppressori dei secondi. Pareva volesse proteggerli e dare ai barracani la
libertà. Non ha fatto che cambiar loro le catene. Nel periodo di sommissione li
ha arrossati del loro sangue. Può darsi che il presidente dei ministri d'oggi
sia l'ultimo servitore ministeriale dei signori di Villa Ada, dove impera il
grande donatore di orologi e di spille ai cortigiani della monarchia.
Ma questo futuro avvenimento non
impedisce al biografo di presentarlo come il massimo lavoratore della monarchia
dei Savoia. Si intende che non alludo alle così dette guerre della indipendenza.
Egli non c'era. A 18 anni lo scavezzacollo che sprecava la propria gioventù sui
campi di battaglia, non gli ha insegnato nulla. Giolitti studiava diritto. Non
ci sarebbe stato lo stesso pretesto per quella del 66. Ma non era in lui la
vocazione. Era in lui l'uomo d'affari della nazione. Fece il procuratore del
re, l'ispettore generale delle finanze, il segretario generale alla corte dei
conti, il ministro. Fu di tutti i ministeri.
Ma il più ambito della sua fantasia fu quello
dell'interno. Ambizione che fu di tutti i riusciti ai ministeri. E si capisce.
Agli interni si ha in mano la vita e la vitaccia dei cittadini più scellerati,
più iniqui, più ladri, più scandalosi, più colpevoli che siano stati nella
esistenza pubblica. La stampa è nel pugno del ministro. Egli entra in funzione
e cerca la lista dei venduti. Li sbruffa, li insudicia, li riduce a negozianti
infami d'inchiostro. Egli ha nel proprio forziere somme ingenti per corrompere,
mercanteggiare, tramutare i quotidiani della opinione pubblica in organi
prezzolati ai servizi dei ministri. Il ministro degli interni conosce i
dietroscena dei morti e dei vivi. Egli è un immenso armadio di segreti. Io non
aspetto che la rivoluzione bolscevica per gettarmi sui casellari del ministero
dell'interno. Voglio sventrarli. Impadronirmi di codesta feccia e inviarla al
mare. Francesco Crispi con i suoi strattagemmi e con i segreti accumulati
attraverso il suo personale mascherato ha domato mezza Italia politica e ha
disaccocciato molto denaro ai delinquenti ignorati dal grosso della nazione. Il
ministro degli interni è una specie di comitato di salute pubblica. È una bonza
di immoralità, di scandali, di depravazioni, di nomi, di indirizzi e di
avvenimenti che fanno scalpore. Vi si trovano invidie e vendette personali.
Lotte intestine fra persone e persone, ministri e ministri. Rivelazioni,
spionaggi, glorie in frantumi, sfrenature mentali, confidenze parlamentari,
drammi politici.
Il piemontese di Dronero è affezionato e devoto a
tuttociò che appartiene al Piemonte. Cavour fu il suo statista modello. Si è
detto ch'egli sia stato l'erede del bagaglio zanardelliano. Non credo.
Zanardelli non aveva che della presunzione. Se fu qualche cosa fu un
assimilatore. Voleva dare il divorzio quando era già diffuso in Francia e non
l'ha dato. Parlava sempre di libertà di stampa e ha firmato molti stati
d'assedio, compreso quello del 1898. È lui che ha fatto sequestrare e sospendere
i più vecchi giornali liberali e radicali di quel tempo. Vacuo, ampolloso,
puzzolente, presuntuoso. Giolitti era un altro. Intorno a lui cresceva il
malcontento. Fu ministro del tesoro con Crispi. Con lui aveva imparato a
falcidiare le libertà. A buttare sui comizianti schiere di agenti di p. s.
Sopprimeva e schiacciava anche lui la democrazia che voleva evolvere.
Fu un servitore della corona fedele e sottomesso. Intorno
a lui non furono che personaggi venali. Era un ambiente corrotto. Crispi aveva
lasciato in giro la pestilenza del dissolvimento sociale. Giovanni Giolitti si
trovava negli stessi odori. Più si andava in alto e più si trafugava, si
involava, si ricattava, si faceva bottino. I pochi probi o urlavano o rimanevano
indifferenti. Nessuna onestà. Era tutto un trucco. Il capo della maggioranza di
quel briccone vituperevole di Rudinì che ha fatto ammazzare la gente del lavoro
per le strade a cannonate era un certo Bernardino Grimaldi. Si suppose che
Grimaldi fosse tra coloro che muoiono intorno al proprio superiore. Commedia.
Tutta farsa. Grimaldi dopo avere gettato sassate contro Giovanni Giolitti lo si
è visto al suo fianco, come suo cooperatore. Fedeltà da lupanare. In mezzo alla
bagasce c'è più pudore. Episodî più tipici se ne trovano in tutte le sedute
parlamentari. Si vede che da noi la politica non è un'idea per aggiungere benessere
al benessere nazionale, ma è un mercato, uno scambio di merci politiche. Chi va
su e chi va giù. Se i capi delle frazioni trescavano senza riguardi al mondo.
Figurarsi il gregge. Cito un fattaccio. Venticinque deputati che il 31 dicembre
1891 avevano votato per Crispi, il 21 marzo votavano per Rudinì. Un porco vale
l'altro, d'accordo; ma lo spettacolo era nauseoso. Nella maggioranza del Di
Rudinì appena 23 deputati erano stati avversari di Crispi. All'estero sono più
elevati. Chamberlain si sfigura da sè nel gabinetto Gladstone ma ne esce, coi
suoi; e nè lui nè loro vi ritornano. È inutile. Da noi impera il bagascismo. Una
volta alla Camera il deputato si rende utile a sè. Sparge la propria influenza.
Contenta l'elettore. Arricchisce. Diventa un personaggio.
Una volta si passava da un barattiere all'altro senza
strepito. Era un avvenimento di famiglia. Il paese non si accorgeva di essere
amministrato da una truppa di pirati. Il re d'allora completava l'ambiente. Era
anche lui immelmato nei complotti politici e nelle ruberie bancarie. Giovanni
Giolitti non fu meno imbottigliato dalla corruzione statale di quel tempo. In
un Paese di gente moderatamente scrupolosa sarebbe stato travolto
dall'indignazione pubblica. Basta citare il fatto stato propalato dal
giornalismo ventraiuolo e basso in un modo indecente e criminoso. Alludo alla
Banca Romana. Il pubblico non ne ha mai capito un accidente. Bisogna dipanare
la matassa finanziaria. Fu Giovanni Giolitti fra i saccheggiatori della più
importante Banca di emissione? Abbiate pazienza. Io narro. Voi giudicherete. Il
rivelatore dello scandalo fu il prof. Maffeo Pantaleoni, una figura odiosa per
il socialismo e simpatica per la borghesia reazionaria. Nel 1902 per il suo
scandalo bancario a Torino il pubblico ne aveva domandata la testa morale. Egli
si è trovato nel turbine alto quasi due metri. Io mi sono gettato su di lui e
gli ho data una strigliata giornalistica. L'ho obbligato a lasciare lacerti
sulle rupi della Folla indignata. Ma non importa. Allora, pur essendo un
ortodosso della economia politica, egli aveva fiutato la cancrena bancaria
protetta dai parlamentari, e aveva portato i documenti a un deputato
repubblicano perchè ne sollevasse i veli e trascinasse in pubblico i protagonisti
del dramma dei succhioni.
Il presidente dei ministri fu l'eroe d'oggi. Correva un
sottovoce inglorioso. Si supponeva che alle cinque banche di emissione fossero
creature immonde e ladre. Piovre finanziarie. Arrivisti di un'audacia odiosa.
La legge sugli istituti non esisteva. Era tutto un ambiente malsano. La Banca nazionale con la scusa
dell'incompetenza dei magistrati è rimasta impunita. L'inizio delle
strafottenze bancarie va fatto risalire a quel vecchio gaglioffo di Francesco
Crispi. Con lui l'Italia è stata messa all'incanto. Sfruttata con le furbizie.
Abbandonata ai suggerimenti di tutti i ruffiani della politica e del
giornalismo. Con Giovanni Giolitti al potere la censura pubblica si era
attutita. Egli non era ancora in pubblico come il Tiburzi finto birro, finto
politico, finto magistrato, di Filippo Turati. Non si era cessato di far
correre i sottovoci del banditismo bancario e dei giuochi di borsa che
lasciavano vuoti ingenti nelle casse statali. Ma l'opinione pubblica era sempre
perplessa. Non fu che più tardi, quando Giolitti pensò a prolungare di sei anni
il privilegio dell'emissione ai cinque istituti di credito che il megafono
della voce pubblica incominciò a spaventare la nazione. Non so chi avesse fatto
circolare un opuscolo zeppo di fatti spaventosi, fatto sparire subito da mani
ignote e da somme rilevanti.
Lo scandalo delle sottrazioni alla Banca Romana si era
così diffuso che un collegio elesse sul tema delle rivelazioni bancarie il
signor Leone Wollemborg, paltoniere di professione. Egli è riuscito uno dei più
sfacciati della vita parlamentare. Non ci fu esempio del suo voltafaccia. Si seppe
del suo mutismo. Con tutti i segreti che gli erano stati confidati non ha
saputo neanche mormorare. Una volta alla Camera non aprì bocca. Anzi, negli
ambulatori cercò di smentire che la Banca Romana avesse carpito al tesoro
quarantaquattro milioni con la fabbricazione della doppia serie. Molti deputati
avevano rifiutato di assumere l'incarico di trascinare in piazza i colpevoli. I
ministri non volevano saperne. Giuravano su Tanlongo! Tanlongo, secondo loro,
era un patriotta di una onestà patriarcale. I capitali immobilizzati, erano
fandonie. Tuttavia non erano solo le banche che divoravano il danaro pubblico.
Le amministrazioni statali subivano le stesse divorazioni. I politicanti
depredavano il Paese. I più alti impiegati non appendevano il cappello in
ufficio che all'ultimo del mese. I ministri di quel tempo diabolico erano in
fama di predoni. Tutti erano paurosi. Lo stesso senatore Alvisi che aveva
accumulati gli svaligiamenti compiuti alla Banca Romana non voleva scandali. Lo
stesso Napoleone Colajanni che aveva accettato di fare il buttafuori dello
scandalo faceva di tutto per evitare scandali. Lo scandalo era l'incubo di
tutti. Colajanni si era lasciato indurre a rivelare adagio adagio, per
un'inchiesta parlamentare educata. Giolitti non stava più quieto. Aveva fatto
circolare la voce che le rivelazioni erano d'origine furtiva o occulta. Voci da
suburra.
Ma furtiva o non furtiva nella relazione c'era un
allegato che metteva in circolazione l'elenco dei deputati, dei giornalisti e
degli uomini politici che avevano alla stessa Banca Romana cambiali in
sofferenza. Il Colajanni che ne sapeva i nomi non li ha rivelati. Male! Non si
espurga con la misericordia. Essi facevano parte dei panamisti italiani e
bisognava rovesciarli in piazza.
Ad ogni modo non ci doveva essere presidente dei ministri
che ne tollerasse il silenzio. Peggio! Che si adoperasse ad impedire che i
malviventi andassero in pubblico. I farabutti erano troppo noti. Il senatore
Alvisi, l'autore delle rivelazioni, in nome del solito interesse della patria,
si prestò al silenzio, pur protestando contro lo strozzamento della
discussione, e dicendo ai ministri che era vergognoso ammantarsi della
ufficialità per non dire quello che avrebbero detto come privati e come
cittadini. Fra i mascheratori della verità in nome della patria non va
dimenticato il ministro del tesoro Luzzatti. Napoleone Colajanni passò in
pubblico per l'uomo dal plico misterioso. Come Cristiano Lobbia della regia
cointeressata dei tabacchi. Eravamo nel 1893. Giolitti per evitare scandali maggiori,
invece di sei anni propose che la prorogazione del privilegio di fare biglietti
di banca si allungasse di soli tre mesi, e annunciava che l'inchiesta sarebbe
stata affidata al senatore Finali. Un altro che in nome della patria avrebbe
ammazzato i propri figli. Così Giolitti bloccava lo scandalo! Questa fu la
prima mossa abile nella intricata questione bancaria fatta dal presidente
Giolitti, ha scritto Colaianni. L'influenza ministeriale si è fatta sentire
anche alla Banca Romana. Gli azionisti respinsero in massa le dimissioni del
comm. Tanlongo, fatto in quel periodo senatore dallo stesso Giovanni Giolitti.
Tanlongo, spinto da tutte le parti come governatore onesto, finì per credersi
lui stesso degno del posto che occupava. Il neo senatore percorse tutti i
quotidiani come un calunniato. Con la protezione giolittiana, la Gazzetta Piemontese,
diceva: E con questo malizioso lavoro di calunnia era stato fatto male non solo
a carico della Banca Romana, ma anche a danno di altri istituti di credito. La
smentita non l'hanno data soltanto gli azionisti della Banca Romana, ma anche la Camera, e in solenne
seduta.
Le famose rivelazioni
rimasero nella fantasia di chi le aveva inventate. Quanto aveva preso
questo signore scribivendolo? Lo scandalo era tuttavia inevitabile. Alla Camera
erano accorsi più di 400 deputati. Ammetto che Colajanni non fosse l'uomo
adatto. Egli non voleva inasprire alcuno. Non voleva sollevare vespai. Avrebbe
voluto che i fatti si fossero svolti come in un foglio di ragioneria. Dal suo
linguaggio furono esclusi i vocaboli violenti e sbracati. Coloro che si
aspettavano una tempesta di ladri, frodatori, saccheggiatori, furono delusi.
Due onorevoli venduti, Wollemborg e De Zerbi, tentarono
fino all'ultimo momento di indurre Napoleone Colajanni a pensare alla patria,
scongiurandolo di ricordarsi nell'interesse del credito pubblico. Due altri
deputati di sinistra che avevano firmata la mozione prima che l'oratore aprisse
bocca corsero a supplicarlo di desistere e di conciliarsi. Il prezzo? Siamo
troppo lontani. Il danaro dei rettili non ci interessa. Ci basti l'ambiente in
cui visse il capo dello stato parlamentare. L'uomo che aveva il plico non
appena in piedi fece correre un brivido. I corrotti erano molti. Le prime parole
uscirono dal silenzio sepolcrale. L'oratore confessò di avere avuto quasi paura
di quel silenzio. E perché? Lo disse lui stesso. In quel silenzio e in quella
attenzione la sua persona non c'entrava che per pochissimo. Forse per nulla.
Lasciamo passare un po' di biografia. Dappoichè, diceva Napoleone Colajanni,
non ero e non sono un uomo di Stato; non un grande oratore, riconoscendomi anzi
un mediocrissimo, disadorno e talvolta sgrammaticato ragionatore alla buona;
non il leader, ma l'umile gregario di un partito, del partito repubblicano
socialista a cui mi onoro di appartenere dai miei primi anni. Ascoltiamo il
"modesto portavoce". Egli non aveva fatto che saccheggiare la
relazione Biagini. Nè preamboli nè invettive. Il torto principale della Banca
Romana sta nella cassa a mano a disposizione del cassiere, mentre la cassa di
riserva è a tre chiavi. Orbene la ispezione constatò in libera custodia del
cassiere la ingente somma di 49 milioni di lire in numerario e valori diversi
di cui 7 milioni circa appartenenti alla riserva (che non dovevano trovarsi in
quella cassa). Fu constatato inoltre che da cinque anni non era stato
fatto il riscontro mensile della cassa prescritto dagli statuti. Mancava
l'obbligazione personale di garanzia di 4 milioni del presidente del consiglio
di censura, don Giulio Torlonia. Si sono poi trovati nella verifica dei 44
milioni, proprî della Banca, nove milioni di lire in eccedenza della
emissione. Ciò che voleva dire che si fabbricava. Questi biglietti avevano le
caratteristiche della regolare emissione perchè avevano la firma del cassiere e
del censore. Disordini, spostamenti, sottrazioni, alterazioni, rubamenti di
carta per le future emissioni. Si è trovato un mascheramento di un'eccedenza
abusiva di 25 milioni di circolazione cartacea in più di quanto aveva
diritto di mettere in giro. I lavori di salvataggio non giovavano a nulla.
C'erano le inchieste le quali servivano da tombe. Nessuno le scoperchiava. La
stampa vi era immersa. Il chiasso non le conveniva. Le inchieste erano tuttavia
a disposizione degli espurgatori sociali. Non ce ne furono. Il disseppellimento
d'oggi sarebbe inutile. I succhioni sono rimasti nomi ignoti. Hanno avuto la
rinomanza dello scandalo. Bastano per noi le cifre cumulative. I truffatori
della Banca Romana furono scovati e numerati per 1686. Fannulloni, predoni,
pirati di banca, filibustieri di ambienti parlamentari e giornalistici e
politici di tutte le altezze immorali. Pietro Tanlongo non era solo il padre
degli arruffoni e degli imbroglioni. Era anche un ladro
"patriarcale". Rubava per sè e si lasciava rubare dagli altri. Il
silenzio dei clienti mangioni costava. Tanlongo non poteva vivere che a condizione
di tamponarli con manate di biglietti da mille. Per mantenere il segreto che il
governatore della Banca fabbricava una serie di biglietti di grosso taglio per
suo conto ha dovuto lasciarsi carpire 83 milioni di lire, 73 dei quali vennero
spartiti da 179 individui e fra questi soltanto 19 ne ebbero 33 e mezzo. Agli
altri 1507 clienti andarono le briciole della mensa, cioè appena 10 milioni e
mezzo. Tre milioni andarono nelle tasche di diciassette persone estorsioniste
di professione.
Napoleone Colaianni era troppo
pauroso. Temeva di far male. Invece di andare come un macellaio nella bergamina
armato di coltello, lavorava con parole riguardose. Non si sventra una Banca
con gli eufemismi. Giolitti che aveva fatto di tutto per salvare i farabutti
bancari non lo ha indignato. Al contrario: ha dichiarato che egli era il suo
uomo di «fiducia sincero». Fu largo di lode verso il ministro. Non si salva il
pubblico che sgozzando il suo nemico. Se fosse mancato qualcuno ad indignarlo
c'erano i correntisti, tra i quali Tanlongo, il quale vi era per più di un
milione e mezzo. Denaro trafugato. C'era il presidente del consiglio di censura
che vi aveva divorato tre milioni. Con due inchieste e la stampa estera che
aveva diffuso i trafugamenti i fatti erano arcinoti. Ma lui, l'oratore, ha
voluto triplicare di gentilezza. Ha fatto il gentiluomo. Giolitti si
accontentava di una proroga di tre mesi di emissione per le banche. Colajanni
ha voluto triplicare di bontà. Ne ha concessi sei. Ai ladroni tre o sei mesi di
proroga vorrebbero dire il fallimento di uno Stato. Durante l'ispezione
governativa si sarebbero, come si sono, associati ai Pietro Tanlongo, gli
impiegati della ispezione governativa. Hanno fatto comunella coi bottinatori.
L'oratore non ebbe che ventisette voti. La Camera ha creduto a Giovanni Giolitti che aveva
fatto sapere che le notizie degli oratori avversari erano state raccolte nelle
piazze e nei trivî. Crispi fu con Giolitti. Connubbio obbrobrioso! La Legislativa respinse
con orrore l'inchiesta parlamentare antipatriottica perchè avrebbe peggiorato
il credito italiano all'estero.
Non si capì la ragione di
coltivare tanti ladroni di una Banca di emissione che poi è stata rivelata
pubblicamente per un antro di furfanti. In qualunque altro paese, ha scritto
l'on. Colajanni nelle sue Banche e Parlamento, un Giolitti che non potesse
rispondere sufficientemente alle domande fattegli sarebbe stato messo in stato
di accusa o almeno cacciato. In Italia, e nell’anno di grazia 1893, egli si è
veduto assicurata una fedele maggioranza, non di pochi voti come avrebbe potuto
averla Gladstone ma di centinaia, anzi. Giolitti, sì lasciò menare in giro
dalla stampa corrotta, come elevatore dell'onesto e laborioso Pietro Tanlongo,
senatore. I giurati la fecero finita con gli scandali aggiungendone un altro
con l'assoluzione di tutti gli accusati.
Condensando Giovanni Giolitti
nei guazzabugli pestiferi e immorali della Banca Romana si vota senza
esitazione per la colpevolezza del grand'uomo. Egli ne esce come un malfattore.
Le sue burbanze iniziali, i suoi intermezzi furiosi e i suoi finali arroganti
non gli hanno impedito di allibire molte volte. Non lo si poteva capire alla
testa degli oppositori dell'inchiesta parlamentare senza mettere sul banco del
ministro i documenti della illibatezza di Tanlongo.
O coi ladroni o contro i ladroni. Altro che notizie;
raccolte nei trivî! Giovanni Giolitti non lo ha acciuffato, non lo ha lasciato
acciuffare. Egli sapeva tutto fin dal giorno in cui era ministro del tesoro con
Crispi. La verità è che fu lui a proteggere il malvivente della Banca Romana ed
ad elevarlo nel momento in cui imperversava quella che lui chiamava calunnia.
Calunnia! Era il torchietto della doppia serie che calunniava. Giovanni
Giolitti ha contribuito a farlo illustrare dagli azionisti e a farlo assolvere
dai giurati. Immaginate che dopo tutte le sue burbanzose affermazioni ha osato elevare
il capo dei simoniaci della Banca Romana, dopo averlo fatto senatore, membro
della commissione di sorveglianza del debito pubblico e dopo la seduta
parlamentare del venti dicembre, cioè quando tutto era stato svesciato.
Proprio, fu una sfida al
parlamento, come ha scritto Colajanni. Ai denunziatori di Pietro Tanlongo egli
ha risposto con una elevazione morale. Fu svergognato! In tempi meno abbietti sarebbe
stato linciato, appeso rovesciato in un burrone. Non si poteva essere più
oltraggioso.
Le affermazioni, e le negazioni del presidente del
Consiglio di quei giorni valevano quelle dei delinquenti davanti ai giudici
inquirenti. Mentiva e smentiva. Non conosceva Tanlongo! Ne era invece intimo.
Non aveva mai saputo della sua clientela parlamentare. Accidenti! Gli aveva
raccomandato più di una volta clienti, parlamentari, parecchi dei quali avevano
lasciato le cambiali, scontate per fini politici, in sofferenza. Lui stesso,
sia pure per scopi ministeriali, si era fatto un prestito di sessanta mila
lire. O, dunque, che cosa andava dicendo che non lo aveva conosciuto? Giovanni
Giolitti ne ha 78. Non è moribondo e non ci aspettiamo confessioni. Ma ci
piacerebbe che dicesse le ragioni di avere fatto scomparire dai plichi di Tanlongo
molte lettere dagli stessi agenti di polizia, come ci piacerebbe sapere perchè
ha tolto dal grosso plico consegnato alle presidenze delle due Camere, molti
documenti della clientela in sofferenza per non lasciarvi che i poveri tapini e
i morti. E quali furono i massimi difensori di Giovanni Giolitti, in quei
giorni di demolizione personale? Francesco Crispi, Giuseppe Marcora, Nunzio
Nasi e Fortis!
Del primo è inutile parlare. Egli è sotto il peso di un
quintale di materiale cavallottiano. Il secondo si era già reso innominabile
per quella sua negazione che lo ha messo, sulla piattaforma dei mentitori, cioè
di avere sottratto alla Congregazione di Carità di Milano una Borsa di studi
destinata ai figli poveri, per darla al suo figlio ricco o in via di divenirlo;
il terzo era già avviato alla celebrità dei malviventi comuni; il quarto era
già passato dalla celebrità di Villa Ruffi alle vivande del Quirinale. Il
passato di Giovanni Giolitti è dunque indimenticabile. Non gli sarà rimasto un
centesimo di tutto quello che è stato carpito ai bassifondi delle banche. Egli
avrà anche sagrificato del suo, ma certo egli si è messo contro la corrente
della verità e si è lasciato trascinare dove il codice non protegge più
nessuno.
La neutralità fu una finzione di Salandra. Come furono di
Salandra i futili pretesti per la guerra. Mentre questo bonzone di carne
malsagomata imbavagliava la stampa rossa e metteva in circolazione i
carabinieri a snidare la gioventù della povera gente per rovesciarla al fronte
come carne da cannone, mentre prezzolava giornali e giornalisti per la
seminagione velenosa, negli angiporti della forcaioleria, si fabbricava, si
ordiva, si lavorava, si requisiva, si calcavano i cortili di fanti, gli
stabilimenti di esplosivi. Si disseminavano gli imbonitori di guerra in tutte
le arterie della penisola per rinfocolare l'atmosfera. Da ogni parte cavalli,
automobili, buoi, somari, motociclette, autocarri, biciclette a profusione. Le
campagne venivano invase dai gallonai che vuotavano le stamberghe abitate, i
granai e le stalle. Era un'agitazione sorda, febbrile, che si sentiva in ogni
angolo. Nascevano quotidiani Si sentiva che gli agenti incaricati dai grandi
maneggioni delle aziende che dovevano preparare la guerra avevano mano libera.
Discutevano, ordinavano e mettevano sui tavoli chèques autentici. Questi
avvenimenti furono la fortuna di molti. I ventraiuoli della penna non si videro
mai affondati in tanta abbondanza. In ogni luogo un mercato, una fiera di anime
in vendita. Vi si aggiungevano i saltimbanchi dell'oratoria incaricati di
scaldare l'aria della strada tutti i giorni in diversi punti cittadini, fino a
sera, quando entrava in funzione la sala, con l'eloquenza aulica. Le potenze
centrali parevano di cartone. Si sfasciavano. Ogni oratore accumulava sulla sua
piattaforma cadaveri nemici. Il commercio usuale andava prosperando. Le
moltitudini in mezzo al continuo comizio rimanevano sbalordite. I consumatori
rigurgitavano nei restaurant, nei caffè, nelle buvettes. Il tono della
conversazione saliva. I conservatori si sbrigliavano. Parevano tutti sacripanti
di caserma. Il loro linguaggio era famigliare coi Napoleoni e coi Moltke. Su
per giù parevano tutti usciti dal collegio militare e citavano le guerre come
documenti personali. Io ridevo. In quel momento credevo ancora alla neutralità
governativa. E per questo delitto mi condannarono due volte a un complesso di
diciassette o diciotto mesi di reclusione con qualche biglietto da mille di
multa. Le condanne mi fecero riposare nell'ambiente della disperazione.
Si soffre in mezzo a un mondo incendiato senza i mezzi di
spegnerlo!
Le condanne mi avevano fatto
strabiliare. Segno che la magistratura aveva avuto l'ordine di accopparmi col
codice alla mano. Non si poteva essere più servizievoli. Non si rimaneva del
resto oziosi. La grande guerra era incominciata. Il Belgio era stato invaso. Le
scenate di Berlino ci avevano trattenuti parecchie ore nella meraviglia. La
cacciata degli ambasciatori delle nazioni in guerra con la Germania, la fuga
generale degli stranieri che avevano considerato Berlino come casa propria, i
socialisti del Reichstag che avevano votato i fondi per la guerra, come se le
teorie marxistiche fossero state di gomma, l'Inghilterra che era andata in
guerra per proteggere i deboli, per dimostrare che non era vero che i trattati
fra nazioni e nazioni fossero dei chîffons de papier, come aveva detto
il cancelliere germanico. Cose che ci facevano passare il tempo. Il mondo si
capovolgeva. La fraternità era naufragata nell'immenso fragore della internazionale
dell'agosto 1914. Gli antagonismi di razza da quest'ora erano nella tremenda
contesa. I cervelli non ragionavano. Un uomo passava dalle idee bianche alle
rosse e viceversa senza pensarci più che tanto. Non si pensava più ai diritti
degli altri che per frantumarli.
Da noi si cominciava a capire
che si mutava l'atmosfera solo a guardare in viso ai conoscenti, agli amici,
alle persone con le quali si aveva trafficato e lavorato. Nascevano delle
freddezze subitanee. Non ci si stringeva la mano come prima. Molti vi
guardavano negli occhi. I nemici di ieri divenivano gli amici d'oggi. Che cosa
avveniva? C'erano in giro i borsoni. Si sbruffava. Si attizzavano i fuochi. Si
spronava ad accumunarci in vista degli avvenimenti. Una cosa sbalorditiva. Eravamo
affondati in una neutralità densa. I socialisti o meglio la direzione del
partito era a Bologna a ribadire i chiodi. Si sapeva che il direttore dell'Avanti
aveva dato altri giri di corda alla saldezza del partito. Non si doveva imitare
i genossen. Poche ore dopo che la scissura era in piazza, Benito Mussolini
aveva preso la fuga. Si era precipitato nel treno, era corso alla direzione, si
era fatto di tutto il materiale intellettuale un fagotto e si era chiuso in
casa sua per non rivedere mai più i socialisti che sulla piattaforma del
dissenso. Che cosa era avvenuto? Lo si ora stregato, corrotto, comperato, borghesizzato?
Si è fatto in un attimo un nome venale.
Il colpo di sopprimerlo dal
proletariato sarebbe stata l'opera del Naldi, l'allora direttore del Resto
del Carlino. Il Bacci è andato a casa del direttore dimissionario a
supplicarlo, a baciarlo, a portargli un biglietto da mille se avesse avuto
bisogno di denaro. Troppo tardi. Il fatto non era disfacibile. Benito Mussolini
è rimasto vuoto del socialismo alla prima pacchettata di biglietti di banca. Il
suo giornale personale apparve senza passioni generose. Tutti i giorni si
invertiva di più.
Non ebbe che pochi seguaci senza piattaforma o screditati.
Mussolini fu tra coloro che si gettarono su Giovanni Giolitti con tutti i
nomignoli fangosi e brutali. Vi si era buttato sopra con le convulsioni della
tigre. Parve un isterico. Per la prima volta facevano ribrezzo i rivoluzionari
che scrivevano e andavano sulla piazza con caterve di contumelie furiose contro
Giovanni Giolitti per punirlo di aver fatta l'offerta del "parecchio"
(per conto dell'intermediario Bülow.) Vecchio imbroglione! Volpone della Banca
Romana! Elogiatore parlamentare dei Centanni! Al fiume, il miserabile! Di città
in città Giolitti ingrossava nella turbolenza, lo si vituperava in tutte le
corrispondenze. Lo si esacerbava col linguaggio parossistico. Serviva di palla
su tutte le piattaforme comiziali.
Serviva d'avviso di diffamazione
su tutte le muraglie. Le matite lo malconciavano in tutte le guise. Egli era
uno spione. Aveva tradito il re. Lo si vestiva da brigante. Gli si mettevano in
mano sacchetti d'oro. Lo si cercava dappertutto per vilipenderlo, appenderlo,
linciarlo, scuoiarlo, affogarlo in un intestino di materie fecali. I grandi
quotidiani, dal Corriere della Sera al Giornale d'Italia andavano
in giro carichi di purulenza antigiolittiana con orgoglio. Anche loro fingevano
di credere che l'uomo che aveva servito per tanti anni e tanto fedelmente la
reggia avesse potuto uscire da Villa Ada con il tradimento in saccoccia contro
il sovrano! Mentre tutti sapevano che il re lo aveva mandato in piazza con il
"parecchio" a consultare l'opinione pubblica. Un altro regnante
avrebbe forse trattato diversamente il proprio servitore. Non sarebbe andato
tranquillamente a pranzo mentre il suo fedele ministro era sotto la gragnuola
delle ingiurie pubbliche. Vittorio Emanuele poteva sospendere l'uragano con una
sola frase. L'ho mandato io in piazza col "parecchio"! Volevo sapere
da qual parte tirava il vento. Sua maestà ha taciuto. Lo ha lasciato travolgere
dal turbine e ha assistito alla sua catastrofe. Non se ne è più occupato.
Imparate o signori. Questa è la gratitudine di Casa Savoia. Umberto ha fatto lo
stesso con Francesco Crispi. Un giorno lo ha lasciato fuori al freddo.
A Genova, a Firenze, a Napoli, a Palermo, in tutte le
città principali le scene della demolizione umana si sono ripetute con più
fanatismo, con più barbarismo, con più urti.La vittima era rincorsa e bruciata
in effigie. Giovanni Giolitti pareva il Prina. Lo si trascinava dovunque come
dell'infezione tedesca. Lo si portava ai comizi, lo si scaracchiava in faccia,
gli si andava sopra coi piedi e lo si strangolava a tutti gli alberi con
sfuriate di improperi di una volgarità senza nome.
Io scrivo quello che è avvenuto.
Mai ministro inglese in Irlanda è stato fischiato rabbiosamente come Giovanni
Giolitti in Italia al momento di dichiarare a guerra all'Austria. L'uscita del
"parecchio"all'aria libera ha fatto trasalire le coscienze venderecce
dal Salandra al D'Annunzio. Salandra è uomo senza importanza. Non fu mai uomo
di valore. Non è stato che il rappresentante della dotta ignoranza; lo elegge
un collegio di idioti, dall'86. Nessuno gli ha mai profetizzato il potere.
Scrive come un contadino stato a scuola. Reazionario, servile, valletto. Figura
da ciambellano. Come ministro dell'interno fu padrone della polizia e dei
denari per i rettili della stampa, la sbirraglia travestita, le spie
altolocate, i vilificatori di professione. Sono andati intorno a lui nugoli di
oratori da piazza e da salotto, ch'egli ha sparso in tutte le città e in tutti
i quartieri. Moltitudini di accenditori di entusiasmi bellici. Giovanni
Giolitti fu la sua bestia nera. Lo ha consegnato a tutte le bocche mercanteggiate.
A tutti i detrattori di professione. Addosso, signori, addosso! Gerlate di
calunnie. Nella capitale era inseguito come un rattone veduto attraverso la
strada. Traditore! Traditore! Traditore! Egli aveva tradito il re. Vi si era
intuato e gli aveva messo la corona al dileggio. Buffone! Canaglia! Vituperio
delle genti! Veniva svillaneggiato, contumeliato, buttato nelle cisterne dell'immondizia.
Intorno al suo nome nasceva la diffamazione. Tutti avevano carrettate di
insolenze, di aspersioni, di vilipendi, di denigrazioni, di libelli, di
scandali inauditi per lui. Lo si malmenava, lo si faceva a pezzi e bocconi.
Parricida! La bassezza umana gli veniva affagottata e buttata alla testa.
Perfido! Infame! Assassino della patria! Una fotografia di Giovanni Giolitti in
una vetrina voleva dire una insurrezione, una provocazione. La bottega andava
in frantumi. Gli si volevano cavar gli occhi, la pelle. Strappare le unghie dai
piedi e dalle mani. D'Annunzio era in giro con il suo dizionario come un
sacerdote delle patrie maledizioni. Egli era stato riabilitato dalla canzone di
Garibaldi e le sue invettive inverniciate squillavano nell'atmosfera dei
facinorosi. Antonio Salandra vedeva che vinceva. La gente contumeliava Giolitti
e osannava il ministro della guerra. La popolazione impazziva. Giovanni
Giolitti senza la protezione militare sarebbe stato appeso ai cancelli della
Villa Borghese.
Lo si voleva squartare. Senza i drappelli monturati non
gli sarebbe stato possibile raggiungere il portone della sua abitazione in via
Cavour, per salire al 4. piano. Si voleva appenderlo, livragarlo, agganciarlo
come un maiale e lasciarlo penzoloni, spettacolo di abbominazione pubblica. Non
si voleva più di lui come uomo. Egli era un mascalzone che aveva
mascalzoneggiato alla reggia. Le folle che volevano andare alla guerra con gli
improperi seguitavano a portare fango al palamidone giolittiano e seguitavano
ad accendere l'atmosfera per incenerirvelo. Senza la protezione militare egli
sarebbe, stato sfinestrato dai suoi appartamenti. Dalle scale gli salivano urli
che domandavano la sua testa. Il grido di dalli all'uomo! non ripugnava più a
nessuno.
Gli aggressori lo avevano denunciato dappertutto. Arturo
Labriola fu tra i creatori della corrente assassina. Più si andava avanti e più
la corrente diventava ingovernabile. Parevano tutti lettori del Don Chisciotte.
Lo mettevano figurativamente nella coperta e lo sbalzavano al cielo con ghignate
diaboliche. Le bestemmie scivolavano da tutte le altezze. La sua testa serviva
per il foot-ball generale. Essa era rincorsa da tutti i piedi. L'uomo di
Dronero più era ansante e più era fatto correre a pugni, a randellate, a
vomitate fraseologiche. Sua maestà taceva sempre. Egli lo lasciava aggredire
liberamente da tutti quei cinici che finivano probabilmente nella lussuria
della Suburra romana come il loro maestro. Il più scalmanato oratore di roba
confezionata fu indubbiamente il superuomo. Egli era giunto dall'esilio dove
pareva fosse stato relegato dalla collera italiana per le sue porcellonerie
consumate negli scritti e nella vita. Aveva più nulla del gaudente. Pareva
ch'egli indossasse il cilicio per la patria. Egli gettava tutta la sua carne al
cannone. Faceva olocausto di sè. Invitava gli altri a morire come lui. Egli si
sentiva superiore nel supremo sforzo di convincere i discepoli alla sua
trasformazione. Il Bella-Ami dei tempi andati non era più reperibile. Egli si
presentava come mondo dal terribile egoismo di una volta. Purificato si credeva
in diritto di precipitarsi sui traditori della patria. Egli aveva assunto un
aspetto catonesco. Il suo compito era di far diventare traditore Giovanni
Giolitti. Si valse di tutti gli aggettivi che scrosciavano. Ne aveva dei
terribili e dei sudici. Aveva degli avverbi abbietti, delle parole fracide per
insozzarlo e scaraventarlo nauseabondo al disprezzo pubblico. Si elevava alla
eloquenza tribunizia. Sgranchiva il cervello pubblico. I decadenti della
legislatura erano tutti per lui. Dopo Genova, Roma. Passava come un grido
d'orrore. Abbasso Giolitti! Abbasso il venduto a Francesco Giuseppe!
L'intermediario del «parecchio» era Bülow, l'uomo della villa delle Rose,
ambita da tutta l'aristocrazia romana.
Dalla stazione D'Annunzio era uscito tutto matido. Nè
Garibaldi, nè Gambetta erano stati ricevuti dall'enorme folla alla stazione,
riassunta in 100000 persone come quella delle radiose giornate del maggio 1915.
I fanatici della guerra gli erano andati tutti incontro. Barzilai, Bonomi,
Oliva, Medici del Vascello. Canti eroici. L'inno di Mameli, quello di Oberdan.
Momenti che parevano sacri. Il
poeta si lasciava supporre come estasiato. Fu allora che proruppero in una
sgolata feroce contro l'uomo della Banca Romana. Tremarono gli edifici. Il divo
Gabriele era in mezzo alle moltitudini come una bandiera di guerra, della
bandiera che stava per diventare maledetta e avviarsi a passare fra le guerre
esacrate. L'agitazione d'annunziana era antirivoluzionaria. Egli era per la
reggia, per la grande Italia, per mandare la gioventù del lavoro al macello.
Viva la guerra! Abbasso Giolitti! Viva il re! Viva Salandra! Il verbo di
D'Annunzio era artificioso. Gonfio e tronfio. Si propalava con suoni lugubri.
Pareva ch'egli annunciasse che la nazione stesse per compiere il massimo
sacrificio in nome del sovrano. Romani, italiani, fratelli di fede e d'ansia,
amici miei nuovi e compagni miei di un tempo, non a me questo saluto d'ardente
gentilezza, di generoso riconoscimento. Non me che ritorno voi salutate, io lo
so, ma lo spirito che mi conduce, ma l'amore che mi possiede, ma l'idea che io
servo.
Altri uragani di abbasso Giolitti, abbasso i vigliacchi!
Dunque allarmi! ha gridato come se fosse stato Desmoulins!
Nessuna avvicinanza tra l'uno e
l'altro. Il primo era in Roma come un cortigiano, una lingua patriottica che
lavorava per Salandra, il buffone della compagnia. Il secondo fu il primo
repubblicano dei tempi di Maria Antonietta, Coccarde rosse, aux armes!
ha gridato e ha fatto la rivoluzione. D'Annunzio non aveva il riso di Camillo
della Lanterna. Odorava il tradimento in Giovanni Giolitti.
La sua fortuna lo aveva fatto divenire un su e giù di Borsa.
Le sue urlate letterarie facevano del chiasso. Lo si metteva all'incanto.
Coloro che circondavano il nume dicevano:
— Fate la lista delle vostre prescrizioni senza pietà.
Siete voi che avete salvato l'Italia.
Gli altri erano tutti immondi. Avevano gole immonde,
strozze immonde, linguaggio immondo. Bülow era dell'immondîzia. Roba fetida. Lo
si rotolava coi piedi. Gli si confiscava tutto. Era l'ora della revanche.
Dal Campidoglio ha potuto dire: Sonate la campana a stormo!
Oggi il Campidoglio è vostro, ha
soggiunto, come quando il popolo se ne fece padrone, ora è otto secoli fa.
Il celebratore dell'animalità non è stato importuno. Salandra, il mangiatore di
rivoluzionari, ha lasciato che il duce dei nuovi garibaldini scampanasse senza
paura. Vero ciarlatano! D'Annunzio conosce trucchi per stordire ed abbagliare
le moltitudini. In un grande momento, come un grande giullare di corte, si è
fatto portare la spada di Nino Bixio, simbolo di coraggio, e la baciò fra gli
applausi fragorosi.
— Questa spada del secondo dei mille, primo fra tutti i
combattenti sempre, questa bella spada che un donatore erede di prodi, offre al
Campidoglio, o Romani, è un pegno terribile.
D'Annunzio non cessava. La
caccia a Giolitti era sua. Lo inseguiva e lo faceva inseguire! Voi dovete
impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca a imbrattare e a
perdere l'Italia. Nella Roma vostra si tenta di strangolare la patria con un
capestro prussiano maneggiato da quel vecchio boia labbrone (Giolitti)
le cui calcagna di fuggiasco sanno la via di Berlino. In Roma si compie
l'assassinio. Noi siamo sul punto di essere venduti come una greggia infetta.
Questo vuol fare di noi il mestatore di Dronero. Intruglio osceno, contro il
quale un gentiluomo scoccò un epigramma crudele. Egli voleva che lo si
lapidasse. Parole, parole. Erano parole. D'Annunzio non cessava mai di essere
un verbaiuolo, un uomo vuoto, un adoratore della rettorica. Per una frase martellata
sulla sua incudine si sarebbe fatto cremare. Era un vero frasaiuolo. Non era
affatto un patriotta. Era un bastardo. Si era attaccato alla corda della
campana in Campidoglio come si sarebbe attaccato a quella qualunque corda del
vecchio regime. Egli abusava del suo passato di enfant prodige, di parolaio
della letteratura dei decadenti, di studioso di alcova. Il re stesso è caduto
nelle moine dell'esteta. Si è lasciato entusiasmare da quel grammofono vivo che
spargeva tutte le buaggini, tutte le fole dei giorni dell'insensatezza della
classe borghese.
Giovanni Giolitti che non era
più un'opinione neanche parlamentare, che aveva fatto il suo tempo, che era
creduto impotente a trascinare la vita a più alte concezioni, in mezzo a tanto
odio letterario ha trovato simpatia. La democrazia o una certa democrazia gli
perdonava il bombardamento degli arabi consumato nella Tripolitania per
aggiungere una foglia d'alloro alla corona regia del signore di Villa Ada. Noi,
no. Noi non gli abbiamo mai perdonato. Giovanni Giolitti fu come tutti gli
altri che hanno servito la monarchia. Dopo Adua non si dovevano più accoppare
gli indigeni per aumentare l'influenza territoriale del proprio signore. Nel
1910 si sentiva l'odore cadaverico del vecchio regime. Giovanni Giolitti ha
voluto tentare di ringiovanire con un po' di sangue africano, la supposta
nazione del suo signore. Ha così compiuto delitti efferrati che la storia non
gli può perdonare. Ma tant'è. Se non c'era lui ci sarebbe stato un'altro. Con
la monarchia non ci sono diritti. Giolitti accettava il «parecchio» prima
perchè era la volontà del Quirinale, poi per una ragione di concorrenza
ministeriale, indi perchè egli conoscova le condizioni in cui si trovava la
monarchia italiana di fronte alla monarchia degli Asburgo. Senza il disastro
generale delle potenze centrali in fuga, Diaz non avrebbe certamente guadagnato
più di Cadorna. Difatti chi si è mai accorto di lui? In Francia sta perendo
Joffre. Non vive la fama usurpata di nessuno. Neanche nella guerra francese.
Non c'è più posto in Francia che per il maresciallo Foch.
Il trionfo parlamentare di
Salandra era vicino. Gabriele D'Annunzio ha avuto tempo di vomitare altre
enfiate escandescenze. Salandra aveva rassegnate le proprie dimissioni. Non era
più presidente. Era una farsa. Il re che aveva sentiti i prodromi della sua
caduta e aveva lasciato Giolitti nel sacrificio si spoltriva per la guerra. La
corona gli era ancora un fardello piacevole. Si credeva più patriotta del suo
ex presidente del Consiglio. Dava il suo consenso al fuoco. La canaglia laida
del ja era finita. La canaglia giolittesca non era più difendibile. Egli
aveva seminato la sfiducia, si diceva. Aveva fatto credere la verità: che i
magazzeni militari erano sforniti. Che si mancava di tutto. Denigrava. Aveva
denigrato. Egli era un capobanda e un impostore. Giolitteria infettatrice,
scompari! Salandra ha vinto. Si va alla guerra. Arturo Labriola ha applaudito.
Gente di guerra appiccate il fuoco. Salandra dava ordine di iniziare il
gabinetto nero. Leggete le lettere di tutti; non mandate telegrammi che
ministeriali. Signoreggiava, Sia! Rispettate lo straniero e la proprietà dello
straniero. Era per il pubblico. Salandra ha fatto telefonare ai giornali la sua
bontà per i sudditi degli imperatori in guerra. Alla polizia invece faceva
sussurrare: lasciate fare. È stato il primo movimento. La plebe ha iniziato
subito i suoi assalti. La civiltà era andata. Da Milano a Roma, da Napoli a
Palermo i tedeschi e gli austriaci sono stati snidati, inseguiti, assaliti,
derubati, battuti, espropriati. Anatemi agli stranieri! Giolitti era cercato.
Si voleva sgozzarlo. Lo si sgozzava. Lo si portava in giro e lo si bruciava o
stroncava o sputacchiava in effige. Si voleva demolirlo in pubblico. Egli aveva
mercanteggiato col nemico. Era un altro Bolo, un altro Humbert, un altro
Lenoir. Addosso! Il suo nome era abbandonato alla taglia governativa. A Milano
la processione antigiolittiana si era prolungata dalla Piazza del Duomo a Porta
Venezia, finita con il massacro di un neutralista, Adriano Gadda. Il «parecchio»
era questo: Parte del Tirolo abitato dagli italiani sarebbe stato ceduto
all'Italia. Sarebbe stata ceduta la riva occidentale dell'Isonzo nella misura
della popolazione italiana, compresa la città di Gradisca. Trieste avrebbe
dovuto divenire città imperiale libera, con una amministrazione comune che le
assicurasse il carattere italiano. Abbasso Giolitti! Indignazione riottosa in
tutte le città. In certe regioni gli si sono fatti i funerali con la cassa da
morto. L'on Graziadei, è stato buttato fuori dal caffè romano e fischiato
clamorosamente. Salvemini ha fatto l'energumeno. Ha schiaffeggiato il De Bellis
perchè non ha vociato Viva la guerra! Turbolenza, oltraggio e convulsioni un
po' dappertutto. Nino Mazzoni è stato inseguito dai pugni bolognesi. Il pungolo
d'annunziano faceva furore. Due apostati. Due deputati andati a male: l'avv.
Orazio Raimondo e l'avv. Senape Stanislao di Gallipoli. Vollero rivivere nella
idea antica di patria. Non ebbero un barlume di idea moderna di cessare di sciogliere
i problemi di frontiera a colpi di 420. Gli scalmanati si rovesciavano sui
nemici della patria. Il re ha tentato di dare il potere a Marcora. Altra farsa.
Marcora era un bubbone di rabagassismo nazionale. Fu ridato a Salandra.
Giovanni Giolitti venne relegato nella vergogna pubblica. Nessuno avrebbe
creduto alla sua risurrezione. Il Corriere della Sera gli aveva buttato
sopra carriuolate di prosa limacciosa e funebre.
In gioventù, Giovanni Giolitti, uscito dalla burocrazia
piemontese, non ha portato alla Camera che il suo doppio temperamento, la sua
faccia voltabile dove lo tirava l'interesse. Asciutto. Più pronto ad ascoltare
che a sbottonarsi. Non parliamo del suo cuore. Gli ha sempre anteposto la statistica:
la fine del mese. Il documento della sua durezza statale ce lo ha dato lui
stesso. A 78 anni, quando ha avuto bisogno di sconfiggere i suoi nemici
ministeriali, si è valso del laticlavio. In gioventù non ha avuto bontà che per
gli sfruttatori. Contadini ed operai furono il suo strame, le vittime del suo
tempo.
Verso i cinquant'anni permetteva che i «villani»
lavorassero dai primi lucciconi agli ultimi bagliori crepuscolari per una lira
o una lira e centesimi. E quando ammutinavano per gli aumenti, pam! Li faceva
stramazzare dai suoi Centanni. È orribile voltarsi indietro. Ci si trova di
fronte a un ammazzagente. Egli è stato tale sulla piattaforma per un pezzo.
Morti, feriti, fracassati. Granmichele, Roccagorga. Eccidî. Persecuzioni. Il
grand'uomo per rinsavire ha dovuto passare fra gli uragani pattriottici del
1915, quando il socialismo si è visto altri deputati sulla scena dei Rabagas
politici: Merloni, Cavallari, Basaglia, Sciorati, Bussi ecc. Giovanni Giolitti
fu spinto violentemente nell'isolamento per qualche anno.
Lo si è paragonato a Depretis. Si, a 30 anni di distanza.
Depretis era più strafottente, più poliziotto, più compratore di giornalisti,
più corruttore di magistrati, più circondato di spie politiche. La giustizia
era ai suoi ordini come lo erano le questure. Egli abusava dei suoi tempi.
Commetteva più arbitrî, più violenze, più sconquassi umani senza sollevare i
putiferî dei tempi di Giovanni Giolitti. Coloro che osavano fare della politica
senza il permesso arrischiavano il domicilio coatto. Il domicilio coatto fu il
suo teatro. Andrea Costa è stato il precursore di questa punizione. Senza gli
elettori sarebbe morto in esilio a fare l'imbianchino. Crispi ha imitato
Depretis. Forse lo ha esagerato. Continuatore della sinistra storica non ha mai
dimenticato qui e là per lo Stivale lo stato d'assedio, flagello che dura
tutt'ora. Crispi lo ha imposto fino in Sicilia, dove è stato chiamato il
liberatore, il redentore, l'organizzatore della spedizione di Giuseppe
Garibaldi.
Salandra non è stato meno canagliesco. Durante i suoi
trionfi di guerra degli anni radiosi egli ha moltiplicato gli internati
politici, i quali, con l'aiuto di Cadorna, venivano sestuplicati dalla gente
bollata per disfattista. Non se ne è parlato durante la guerra per
l'imbavagliamento dei rossi. Guai! Coloro che se ne fossero occupati sarebbero
andati anche loro dove questa carogna faceva appollaiare coloro che lo
disprezzavano. La viltà dei magistrati dei tempi di Salandra non va
dimenticata. Con questo farabutto alla presidenza ministeriale la sovranità
ministeriale fu una vera iperbole. Si strangolavano i giornali che non si
acconciavano al mercato, e si viveva politicamente a dagate, a nerbate, a colpi
di libretti di sorveglianza e a sentenze che facevano sbalordire. In una parola
fu il periodo più canagliesco della storia Italiana. Siamo stati seviziati.
Con Giovanni Giolitti, alla
Camera da ventisette anni, dominatore della maggioranza dal naufragio di
Crispi, la brutalità governativa, ha dovuto diminuire in ragione dell'aumento
dell'opinione pubblica. Ma le nefandezze, i metodi, i sistemi, rimasero su per
giù identici a quelli di tutti gli altri mazzieri. Basterebbe dare un'occhiata
alla Sicilia di Giovanni Giolitti. Il latifondo rimase sacro, I suoi delegati,
i suoi commissari, i suoi questori, i suoi generali, i suoi prefetti facevano
tutti parte del canagliume che non aveva riguardi che per l'alta mafia. Il
contadino stava male! La forca, dicevano gli isolani, è per li puvureddi.
Giovanni Giolitti ha fatto
nascere un odio di classe inestinguibile. I mali esistevano prima
dell'ascensione del presidente dei ministri; ma diceva Colaianni, Giolitti li acuì
in modo superlativo. Non occorre altro. Lasciamo i sobillatori e i
galantuomini. Certo Giolitti non ha dato alla Sicilia che balzelli e sevizie
poliziesche. Ai vecchi balzelli, ha aggiunto i nuovi, triplicandoli.
Il governo di Depretis non è mai morto da noi. Con
Giovanni Giolitti è divenuto più scaltro, più simulatore, più astuto, più
antipatico, più pieghevole al turbinio della eloquenza avversaria. La
barzelletta di Depretis in bocca a Giolitti era più affabile, più bonacciona,
più educata. Non c'era in essa che un po' di sarcasmo, un po' di ruvidezza.
Rimasero due uomini. Si assomigliavano nel piemontesismo, nel burocratismo, nel
funzionarismo. Depretis non si occupava che dei congegni amministrativi e non
viveva che dei suoi funzionari.
Giovanni Giolitti che ha cominciato come lavoratore di
tavolino a 1200 non ha mai potuto liberarsi dall'ambiente degli impiegati. Il
funzionarismo gli è rimasto nel sangue. Le relazioni ministeriali sono
stilisticamente stereotipate, non esalano che la puzza del vecchio inchiostro
ufficiale. Non vi sono pensieri che lo agitino o ne rinfreschino la prosa
ammuffita. Lui stesso non sa muoversi, Non sa pensare, non sa parlare, non sa sentire
che burocraticamente.
Tuttavia non ha avuto simpatia per le turbe dei suoi
dicasteri o per le masse delle sue aziende statali. Tutti i miglioramenti gli
sono stati strappati. Tutte le volte che si è trattato di dare a questa o
quella categoria o classe di impiegati uno stipendio meno iniquo egli ha
ricalcitrato, si è contorto, rispondeva con sciempiaggini. Egli era con la
stessa mentalità più che mediocre dei presidenti che lo avevano preceduto. Con
Crispi quando ha minacciato tutti i postelegrafonici che volevano scioperare di
un arresto in massa; con coloro che hanno mobilizzato tutti i ferrovieri che
volevano una giornata tollerabile con il caro della vita. Vale a dire con sè
stesso. La burocrazia con lui soffriva, ha sofferto, soffre. Non ci fu impresa
che abbia dato ai lavoratori di tavolino benessere. Non parliamo degli
amanuensi, della zavorra, dei procaccia a L. 200 e 300 all'anno. Ha lasciato
comuni senza distribuzione postale per non dare ai postini che percorrevano 40
o 46 o 50 chilometri
al giorno di montagna 750 lire ogni 365 giorni! Giolitti ha avuto le
moltitudini a 700 e a 1000 lire all'anno! Roba da squoiarlo, anche perchè lui
sa l'inglese e conosce le masse del mondo del lavoro inglese. Egli poteva
essere con le nostre masse più umano.
Alto e funebre. È tutto un
blocco nero. Senza humour e senza giovialità. Dickens o Thackeray non ha mai
soffiato nella sua testa. La sua oratoria parlamentare non ha sprazzi, non ha
scatti, non ha raffiche. È prosa senza luce. È tranquilla, è monotona, è pedestre.
Non vi trovi mai il grand'uomo, il grande ministro, Chatham, l'uomo che
sprigiona del vento caldo, che ti viene innanzi trepido o commosso o rabbioso o
irato con gridi di dolore, con schianti d'anima, con improvvisazioni che
rivelino un cervello o riassumino un avvenimento. Non c'è elettricità in lui,
come c'è nel discorso di Lloyd George. Giolitti è troppo solenne, troppo rigido
troppo flemmatico. Pare dell'oppressione disciplinata. Egli per quarant'anni
non fu che un fusto di ordini burocratici. La catastrofe umana di Messina e di
Reggio che conteneva tutti gli spasimi, tutte le disperazioni, tutti i pianti,
tutte le terribilità lo ha lasciato burocratico. Come coi terremotati della
Garfagnana di questi giorni. Lui non si immerse nel dolore. Giolitti non cadrà
mai dal potere per un sussulto, una trepidazione o una frase tempestosa come
Clemenceau. L'ingiuria non ha presa su di lui. Basterebbero quelle di Francesco
Crispi, che fu il suo massimo denigratore, a farlo saltare in aria. Giolitti
rimase e rimane imperturbabile. Preferisce attendere o circondare il nemico
delle sue meditazioni.
L'odio di Crispi per Giolitti e di Giolitti per Crispi
non è ancora spento. In vita si laceravano. Si accusavano. Si affissero come
saccheggiatori di Banche d'emissioni. Crispi per L. 240 mila alla Banca
Nazionale. Giolitti per 60 mila alla Banca Romana. Il primo, presidente del
Consiglio, se le tenne per denaro personale. Il secondo, nelle stesse condizioni
politiche e per delle ragioni elettorali, le restituì. Ecco la differenza.
Crispi ha denigrato Giolitti e Giolitti ha raggiunto il secondo dei Mille nello
scandalo bancario, facendo prelevare dal plico destinato alla magistratura 110
lettere di Crispi e di Lina, sua moglie, alcune di carattere pornografico dai
suoi agenti di pubblica sicurezza.
Crispi fu uno di quei ministri
che consideravano lo Stato un po' come roba propria. Così coi fondi segreti
nutriva la Riforma.
Crispi ne ha maneggiati sei milioni. La Riforma aveva i
contribuenti politici che le mandavano oblazioni volontarie. Giolitti non è mai
stato così sputtanato. Dove si assomigliava fu nelle frasi di vendetta. Il
concetto di Giolitti è questo: «Gli uomini si devono o vezzeggiare o spegnere»
Macchiavelli! Crispi non andava neppure alla Camera per non vederlo. «Mi
umilierei, diceva, cadrei troppo in basso se dovessi combatterlo. L'uno svesciò
le cose dell'altro. Per Crispi sono venuti fuori degli imbrogli in tutti i
tempi. È venuto fuori il traffico tra Crispi e Weill Schott per l'affare della
vendita dei voti parlamentari di un deputato. Crispi, che ne fu il difensore,
interrogato al tribunale, si salvò dietro il silenzio. Lasciò condannare il
giornalista suo amico, ma non aprì bocca. Questa rivelazione pare fosse dovuta
a un telegramma scovato da Giovanni Giolitti. Vezzeggiarlo o spegnerlo. Chi
aveva mandato documenti di ladrerie ministeriali al ministero dell'interno? La
risposta è di Giolitti. L'autorizzo a dire essere perfettamente vero che al
ministro dell'interno giunsero documenti che potevano gettar luce non
bella sopra qualche uomo politico (Crispi), ma quei documenti provenivano da
tutt'altra parte che dai funzionari di pubblica sicurezza».
La fortuna di Giovanni Giolitti
fu di vivere alla buona in un'atmosfera densamente piemontese, in mezzo a gente
patriarcale che andava a messa tutti i giorni, a zii dal cravattone nero sul
solino lucido aderente al collo che morivano a periodi, l'uno dopo l'altro,
lasciando al nipote palazzine, case di montagna e da campagna, fondi di una
certa estenzione, somme vistose senza che Giovanni sognasse di benessere.
Mortogli il genitore, un anno dopo la nascita, tutti gli raccomandarono di essere
buono. A Cavour, con la mamma Plouchiù, passava la giornata tra le barzellette
di Melchiorre Plouchiù, consigliere di prefettura, e un racconto di Alessandro
Plouchiù, futuro generale dell'esercito di Vittorio Emanuele II. Nessuno aveva
mai sospettato in Jean l'uomo politico. La sua massima aspirazione si era fermata
al consiglierato di stato. Leggeva libercoli di economia politica. I suoi
svaghi letterari non andavano oltre le novelle a tinte sociali. Fu e rimase
senza fantasia. È molto se è corso fino all'uomo povero di Feuillet. Raggiunse
Tolstoi, più tardi, quando era già monsù travet. Non conobbe Dumas,
pére, che per le sue proporzioni fisiche. Non ebbe le gioie dei futuri grandi
uomini.
Le radunate celebri, i discorsi che diventavano storici.
I discorsi indimenticabili. Vestiva male d'estate e d'inverno. Un abito grigio
di primavera e un altro pesante e scuro nelle stagioni brumose. Le sue
passeggiate avvenivano senza Dante in saccoccia. Non lo si vide gilettato e
cravattato di bianco che ai ricevimenti di Corte quando non poteva farne senza.
La sua tendenza era casereccia. Morta sua madre non fece il melanconico per
molto tempo. Si diede subito all'occupazione. Neanche il matrimonio cambiò le
sue abitudini.
Andava in giro con lo stesso cappellone di feltro grigio,
col solino a basso risvolto e col bastone a nocche. Nelle giornate di sole si
inrosettava l'occhiello delle rose che potava, mondava e inaffiava con le sue
mani. Più di una volta la morte gli andava in casa a compiere veri assassinî.
Un giorno un suo figlio di otto anni gli è precipitato da una botola aperta
sopra una stalla e vi rimase.
Niente di scivoloso in lui. Un abbozzo di sorriso, una
stretta di mano e un bon jour o un bon soir. Ai suoi tempi in Piemonte si
scriveva e si parlava molto in francese. Cavour era di questi tipi. Le Du Barry
e le Pompadour e le Antoinette le ha trovate nel Michelet. Non c'è flirt nella
sua esistenza. Così si diceva a Cavour.
Politicamente rimase infeudato nel collegio di Dronero. I
droneresi lo elessero alla 15 legislatura e ve lo eleggono ancora. Siamo alla
venticinquesima. La sua entrata a Montecitorio è stata salutata con queste
parole: «O m'inganno o il nostro nuovo collega è un Depretis senza la barba».
Lo storiografo parlamentare paragonava la sua eloquenza alla celebrità di
Stradella. Giolitti causeur o debater come Depretis. Nessuna chiacchera mentale
in lui. Nessuna lavorazione fraseologica in Giolitti degli uomini che si
costruiscono un'officina intellettuale per proprio conto. C'è in lui un tesoro
inestimabile ed è la vita nazionale. Nessuno ne è più ricco di lui.
Una volta sarebbe stato elogiato come un ministro di vita
modello. Sobrio e semplice. Più per gli altri che per sè. Adesso un uomo come
lui ricorda l'americano alla Lincoln o il presidente alla Kriiger. L'uomo
nazionale che va a piedi fa ridere. Il personaggio che non trangugia d'un fiato
il calice di champagne mette in fuga. Giovanni Giolitti appartiene alle ultime
due generazioni. Vive con la famiglia a Roma in via Cavour al quarto piano,
come quando il protagonista sedeva come impiegato di tavolino. È rimasto così,
Studente universitario accompagnava la madre in chiesa. E lei sovente
l'aspettava in via Po, sotto i portici della sapienza, fino a lezione finita.
Gente patriarcale. Si suppone che il grand'uomo non abbia mai fatto regali,
neppure ai proprî di casa. Egli non è per le cianciafruscole. Non ha anelli
alle dita. Li vede di malocchio sulle dita degli altri. Esecra l'intervista.
Per lui è un cliché. È una buffonata. È scritta dall'intervistato per non udire
più lamentele di inesattezze. Interrogatene Gabriele D'Annunzio. Nitti
solletica il giornalista. Giolitti lo respinge. Sa leggere e scrivere
l'inglese. Mi è stato detto ch'egli deve aver letto nel testo Shakespeare. Non
credo, non ne ha avuto il tempo Avrebbe fatto del lusso intellettuale. Avrà
letto Gladstone. Avrà letto Beaconsfield. Sarebbero arnesi del mestiere. Ma da
noi non c'è gusto per la biografia parlamentare. È un campo rimasto incolto.
Non se ne trovano che degli uomini che hanno fatto scandalo. E anch'esse
povere. Le ricche sono degli inglesi, degli americani e dei francesi. Giolitti
è metodico. Lavora otto ore, ne riposa otto e ne dorme otto. Salvo le giornate
straordinarie. La straordinarietà è abitudine burocratica. Non ne rinuncia a
una. La metodicità ve lo fa trovare a Cavour, al caffè Perapio, a un'ora
pomeridiana a giuocare a tarocchi tutte le volte che può illustrare se stesso
con gli uomini dei suoi primi anni. Il sarcasmo antigiolittiano è in un volume
di Arturo Labriola, prima che divenisse deputato e assai prima che indossasse
la palandrana monarchica. È sarcasmo di seconda mano, uscito dalla prosa
malevolente di Palamenghi Crispi. In Giolitti c'è molta strafottenza. Egli fu
ed è di caga Savoia. Le abitudini questurinesche sono di manomettere, di
sottrarre, di far sparire, di aggiungere, di alterare. Ai tempi di Tanlongo fu
lui che istigò il questore Felzani a impadronirsi di certe lettere in un certo
plico per salvare dallo scandalo i personaggi reali che si erano valsi della
Banca Romana e della Banca Tiberina. Gli agenti se le mettevano in tasca
dicendo, l'uno dopo l'altro: vado in questura. E ritornavano senza lettere. Si
è domandato al questore: Sa qualche cosa di quello che avviene il presidente
del Consiglio?
Il questore: — Giolitti sa tutto.
Si sono rinvenute tre lettere pure di Giovanni Giolitti
al direttore della Banca: nella prima era detto: «La lotta ferve e quindi
occorrono quattrini; la seconda assicurava l'uomo che egli doveva elevare al
laticlavio che la grazia al condannato che doveva procurare 50 voti al
candidato di un dato collegio era stata fatta; e la terza domandava dell'altro
denaro. «Se no guai a lei».
Fu sotto Giovanni Giolitti che la regina madre ha potuto
spingere Doria e Canavelli — il primo alla direzione delle prigioni e il
secondo direttore di un reclusorio — a strappare delle confessioni
all'Acciarito all'ergastolo di S. Stefano — l'autore di un attentato contro la
vita di Umberto I. Il dramma fu sciocco. Acciarito aveva un'amante. Gli si fece
credere ch'egli, pochi mesi dopo la sua condanna, era divenuto padre, La
lettera d'annuncio fu fatta credere della sua donna. La commedia è durata un
pezzo. Le rivelazioni fecero qualche scalpore. Canavelli venne restituito al
lastrico e Doria coperto dal palamidone che aveva coperto il maresciallo
Centanni.
Doria, disse alla Camera che lo censurava, è un
funzionario modello. Non ha che trecento cinquanta lire al mese. La
responsabilità dei suoi atti è dei suoi superiori, ha risposto Giolitti alla
Camera che si convertiva e applaudiva il trionfatore.
È naturale che con questi modi di governare l'azienda
sociale aumentino i malcontenti. È del disgusto. Si può capire una donna
sconvolta dall'avvenimento tragico. Essa ha una scusa. Impazzita o terrorizzata
o paurosa di un complotto può ricorrere a tutte le buffonate per scovare la
ragione dell'attentato. Il ministro responsabile di quello cha avviene deve
capire che nel paese della disuguaglianza ci siano individui che regolino i
conti alla giacobina. Chi è pitocco e si confronta con l'individuo sul trono
può perdere i sensi e può esasperarsi. Sono avvenimenti di monarchie e di
repubbliche. L'uomo del trono ha un assegno pecuniario annuo, pagato a dodici
mesi anticipati, e in oro purissimo, di 14 milioni e 250 mila lire. È un
assegno alla Montecristo. Nessuno patisce intorno a lui. I principi sono
appannaggiati. La moglie del sovrano riscuote un milione in oro ogni dodici
mesi. L'erede del trono ha una dotazione fino all'adolescenza. Stanno tutti
bene. Occupano beni immobili, mobili, di proprietà dello stato senza tirare
fuori un centesimo. Non si può star meglio. Non si può desiderare di più.
Pietro Acciarito, di 26 anni, nativo di Artena, fabbro
ferraio, disoccupato, ha veduto il re che andava al Derby reale e ha compiuto
il suo attentato. Non si mangia! Bisogna pur fare qualche cosa, ha detto
all'atto del suo attentato. Il sovrano, nella victoria che lo conduceva alle
Capannelle, ha avuto un concetto moderno: — sono gli incerti del mestiere.
Non ci sono più sovrani che non abbiano di questi
infortuni.
Risaliamo in una atmosfera più
respirabile. Per giustificare i su e giù di Giolitti bisogna dare una capatina
anche alle altre vite. In politica non si parla più di coerenza da un secolo. È
un'idea antidiluviana. Tutti furono incoerenti. I Pitt e i Canning hanno
cambiato opinione. Roberto Peel è andato a rovescio. Wellington non ha potuto
rimanere sui sentieri del reazionario. Gladstone li ha superati tutti. È andato
agli antipodi in religione. Alla Camera dei Comuni fu il rappresentante di un duca.
È stato per la schiavitù e per la libertà. Ha calcato in prigione un popolo
intero e ha urlato contro coloro che lo hanno imitato e preceduto. Sono ancora
nell'aria i suoi urli napoletani. Pare che non si possa rimanere fermi in
un'idea. Clemenceau ne è stato il più violento. È andato dall'apologia
rivoluzionaria al traffico di sepoltore di ministeri. Un capo di Stato, per
salvarsi dalla nomea di mente mutevole, ha scritto nelle proprie memorie che le
sue apparenti incoerenze erano le coerenze del Paese che amministrava. I am
with the people, rispondeva Gladstone agli avversari che volevano farlo
arrossire. Io sono col popolo. A questo punto è giunto anche Giovanni Giolitti:
«Io sono col popolo». Più di una volta egli lo ha lasciato massacrare dai suoi
carabinieri e dagare dai suoi questurini, ma a 78 anni, a capo dello Stato,
invertisce se stesso e si separa dai mascalzoni del potere che hanno fatto il
'98. «Ho letto — ha detto l'on. Giolitti al corrispondente — su vari giornali
esteri e anche sul Times, la notizia che l'Italia sarebbe alla vigilia
d'una dittatura militare. Assicuri i lettori del suo grande giornale, il cui
grande liberalismo mi è noto, che non c'è pericolo di nulla di simile. L'Italia
fece nel '98 un piccolo esperimento ma doloroso, di poteri soverchianti a
quelli civili. L'esperimento durò poco, e proprio da quell'errore nacque più
vigorosa e sicura che mai la politica al cui trionfo ho consacrato tutta la mia
vita e alla quale ho lavorato in ben cinque ministeri. Io sono un fedele del
parlamento e delle libere istituzioni e mi pare di avere dimostrato chiaramente
in venti anni di azione politica, che solo attraverso la libertà passa il
progresso del popolo e si realizzano le riforme. La guerra — ha continuato
l'on. Giolitti — ha lasciato residui di violenza in tutta Europa, e le tracce
della mentalità di guerra non sono facili a scomparire. Ma il popolo italiano
che ha combattuto tanto valorosamente non crede alla dittatura militare. Esse
sono invenzioni di qualche solitario e fantastico letterato. (G. D'Annunzio)
Nessuno in Italia si presterebbe ad esperimenti simili.
In Italia — ha ripreso il presidente col suo sorriso
abituale, non esiste nè rivoluzione nè reazione. Le classi lavoratrici si
agitano in lotte economiche che si risolveranno a poco a poco. Io non ho mai
avuto paura di nessuno e men che mai della gente che lavora. Perciò la politica
del mio attuale Ministero è, al pari di quella dei miei ministeri precedenti,
orientata verso il miglioramento delle classi proletarie, senza ombra
reazionaria.
— E l'arresto dell'anarchico
Malatesta?
— Il Malatesta è stato arrestato dall'autorità
giudiziaria. Il suo arresto ha tanto poco offeso le classi lavoratrici che
nessuna categoria ha pensato di protestare. L'anarchismo è combattuto in Italia
dallo stesso socialismo, perchè danneggia le organizzazioni proletarie.
Sono le due incoerenze, le due significative incoerenze.
Per lui i metodi del capo degli anarchici non sono ancora del popolo che
lavora. È una sua opinione. Se non sono ancora d'accordo è affar loro. Nei
conflitti di idee Giolitti non c'entra, nè ci dovrebbe entrare.
L'imprigionamento degli anarchici è una politica degna dei Cantelli. Gli
imprigionamenti novantotteschi sono ormai deplorati da tutti, dallo stesso
Giovanni Giolitti. Gli aguzzini sono passati nei musei degli orrori antiumani.
Vi è aspettato Lloyd George.
Non vorrei essere al suo posto.
Lloyd George che ha lasciato morire a oncia a oncia, per settantadue giorni, il
sindaco di Cork e patire la fame ai sinn feiners, nelle carceri
londinesi, ha per avvenire il ludibrio dei popoli. Sono crudeltà che un giorno
o l'altro si scontano. Durante la guerra Lloyd George, l'eminente empirico
della politica governativa, si è conquistato un nomignolo che gli resterà
legato al nome. Egli fu chiamato «tigre»; come Clemenceau. Lo fu. Lo è. Lo
sarà. La sua inclemenza è mondiale. Come ruler, come dominatore
ministeriale, ha versato botti di sangue in ogni contea irlandese. Egli vi è
stato più implacabile di Cromwell. Vi ha lasciato più stragi. Lo aspetta la
mano del paddy, del contadino che egli ha seviziato più del sindaco di
Cork.
La sua caduta è prossima. Egli è divenuto uno spavento e
una costernazione. Scappiamo. Egli ci inorridisce. Egli appartiene alla
dinastia degli uomini delinquenti. Alla sala di madama Tussaud!
È certo che Giovanni Giolitti ha molti punti di contatto
con la belva di Downing street, la sede del premier. Mister George, come
ministro e primo ministro, lo si può dire un autodidatta. Ha imparato facendo.
Fu più lavoratore che studioso. Concedo. Non ne ha mai avuto il tempo. Non c'è
letteratura in lui, come non c'è letteratura in Giolitti. Nell'uno e nell'altro
non c'è che della pratica parlamentare. Sheridan non fu nel bagaglio dei due
uomini, quantunque l'eloquenza non sia negata a Lloyd George. Dell'oratoria di
Giovanni Giolitti ho già parlato. Non ha mai attirato folle. È un parlatore
freddo a secco come quelli che parlano in terza persona. Non ha mai sfiorato
Jean Jaurés. Sono i Lenine e Trosky che affascinano ai nostri giorni le
moltitudini, con i loro pensieri densi di audacia e le loro idee che elevano
l'umanità e aumentano la civiltà. Preso nell'assieme il primo ministro d'Italia
è una specie di fattore nazionale. Amministra, si cura dell'azienda sociale con
un'oratoria piena di solecismi e di plebeismi. I Chatam italiani non lo hanno
nutrito. I suoi ministeri sono stati cibati del suo pane. Sheridan era un
godimento orale. Non lo si leggeva. Stampato diventava una vescica vuota. I
discorsi di Giolitti contengono la vita comune. Non hanno immagini, non hanno
soffi; mancano della turbolenza intellettuale; non vi si sente il demagogo
imbevuto di democrazia pura. È uomo andante. Nella scelta degli uomini per la
collaborazione dei suoi ministeri non ha avuto rigidezze di principî. Ha dato
la preferenza a coloro che contribuivano a mantenergli la maggioranza. Non ha
esitato a far passare dalla sua i moderati di tre cotte come i Tittoni, i Luigi
Luzzatti e i falsi radicali come i sanguinari divoratori di libertà alla
Giuseppe Zanardelli. L'incoerenza fu sempre sua. Un giorno il trionfatore
piemontese non ha esitato a bussare all'uscio di Filippo Turati. Giolitti
credeva di sciogliere molti problemi e di camminare assieme per del tempo con
il leader dei socialisti. Ma Filippo Turati sapeva a memoria la storia dei
Millerand, dei Briand, dei John Burns d'oltre Manica. Non voleva turarsi le
orecchie, impallidire per le strade, rifugiarsi nelle portinerie per sottrarsi
alle urlate proletarie. Ha preferito lasciar passare gli altri più duttili di
schiena e meno paurosi degli uragani delle masse. Leonida Bissolati, pur
essendo stato considerato uomo tutto di un pezzo, dalla coscienza adamantina,
fu il principe dei Rabagas. Incominciò a fare il consigliere aulico,
nascondendo la sua vigliaccheria nel democratico cappello molle e nei guanti
comuni dalla pelle oscura. È morto maledetto. Al suo feretro non erano che
giullari e versipelli. I Bonomi, i Murialdi, i Berenini, i Cabrini e gli altri
quattrofacce. Il discorso funebre di Filippo Turati, non lo ha assolto dai suoi
tradimenti. Egli è e rimarrà un salariato di Corte, un servitore del re, un
rinnegato dei socialisti. Dopo di lui si scende ad Arturo Labriola, l'ultima
incarnazione dei voltafaccia. Egli è andato fino al trogolo.
Ha superato tutti i serpenti boa della politica e tutti
gli apostati. Egli si è dato al lavoro di portar acqua al mulino degli uomini
della forca. Ha piroettato come tutti i negozianti di coscienze politiche. Non
lo si crederebbe. Fortuna che queste perversioni sono documentate con i
caratteri tipografici. Egli è andato oltre Rabagas. Rabagas è un tipo
immortale. Esiste, si riproduce, lo si vede in ogni movimento. Non c'è che
Rabagas che possa impersonare, diciamo, Gustavo Hervé. Furioso contro la patria
ha insegnato ai proletari che si sacrificavano per la patria a sbrattarsi dei
pregiudizî patriottici per poi giungere, con la stessa bandiera immersa nel
letame, ad agitare le anime dei lavoratori per incitarli a correre alla difesa
di quella stessa patria composta di privilegiati e di paria. Hervé con coloro
che hanno insegnato tutta la vita a bucare la pelle per una patria che non
offre che la caserma per patire e i campi per morire diventa un uomo
manicomiale. Non si può andare più vicini al vomito. Briand l'ha preceduto.
Costui è andato tant'oltre che non si è trovato vocabolo adatto per deturparlo.
Lo si è chiamato il «cinico».
Quando è apparso alla tribuna
parlamentare come guardasigilli i copains non volevano credere. Si
stropicciavano gli occhi compreso Gustavo Hervé. Sono rovesci mentali che fanno
inorridire. Cosi è capitato a molti leggendo l'annuncio d'Arturo Labriola
ministro del lavoro. È vero, non è vero? Si è creduto alla diffamazione. Sono i
suoi nemici che hanno voluto fare di lui un buffone alla Millerand. L'ex
direttore dell'Avanguardia di Milano non coltiva il suicidio. Non è
possibile. E poi, con tutti egli poteva andare a fare il ministro, ma con
Giovanni Giolitti, condensato da lui, nei suoi dieci anni di storia, come un
ministro della mala vita, no, non si può essere più oltraggioso. Fu più
scusabile Aristide Briand. I suoi peccati furono protetti da una toga. Aveva
sciorinato principî per difendere il suo compagno Hervé. Poteva dire di aver
esagerato. Arturo Labriola ha dedicato al suo nemico borghese trecento e più
pagine piene di parole velenose, di aggettivi insolenti, di sostantivi brutali;
vendicativi, obbrobriosi. Egli lo ha vilipeso, assassinato, rovesciato nei
guazzi. Udite. Siamo alla caduta di Sonnino — l'uomo più brutto della politica
parlamentare di questo paese. Lacchè di sua maestà, peggiore di Bissolati —
nella vetrina dell'ironia labriolistica come «perito giurato di politica
estera» e in «qualità di delegato ufficiale di tutto il sapere di politica
estera del partito socialista». Sonnino, del patto di Londra, non ammetteva
nella politica estera che il Sovrano. Era politica di grande stile. La nazione
ne era esclusa. Le malefatte di costui sono molte. Sono serbate allo sventratore
dei misteri ministeriali. Tra le altre villanie egli ha fatto graziare la
signora Linda Murri, condannata a dieci anni per complicità nel torvo
assassinio del marito Bommartini — grazia pagata 40.000 lire, secondo la
dichiarazione di un deputato fatto senatore. Non appena si legge di Giolitti in
Labriola si trovano le deviazioni giolittiane, le bande giolittiane, il
sornione Giolitti.
Il Giolitti che aveva rotto i
timpani dell'Italia per vantarci i progressi che le classi lavoratrici avevano
realizzato sotto il suo governo. La verità vera era proprio il contrario,
diceva Labriola. Il Giolitti labriolizzato è in un continuo baratto coi
socialisti che gli vendono alla Camera un'opposizione molle, comoda, utile per
dei lavori alle loro leghe cooperative. Tra lui e loro non fu che un traffico.
Cito un dialogo apologetico tra il corrispondente Tondi e Turati pubblicato nel
Nuovo Giornale di Firenze.
— Turati: Pare impossibile che noi abbiamo potuto desiderare
di non avere tal uomo (Giolitti) con noi!
— Tondi: Così ti farai dare del clericale.
— Turati: Fammi il piacere! Come si fa a parlare di
clericalismo a proposito di Giolitti? È un uomo che ha bisogno d'una
maggioranza e dal momento che gli era rifiutato il concorso dell'estrema,
doveva bene procurarne un'altra. Ma se questo si chiama clericalismo bisogna
riconoscere che esso finisce qui, perchè in sostanza dà ai suoi alleati delle
chiacchere. A noi invece, suoi avversari, dà dei fatti positivi».
Così Labriola conclude che
Giolitti con una sapiente distribuzione di lavori pubblici nei collegi dei
deputati socialisti si è liberato dall'agitazione delle così dette spese
improduttive. «L'on. Giolitti comandava alla Confederazione del lavoro e nella
direzione del partito socialista si è potuto vedere la sua influenza quando è
venuto lo Czar. Un suo batter di ciglio ridusse a zero i fieri accenti dei duci
del socialismo, italico. Non è rimasto di tutta la agitazione che l'opuscolo
«Fischiamo lo Czar». A Stupinigi non vi ha passeggiato che l'on. Oddino
Morgari. Questo, signor Labriola, rivoluzionario e incendiarista di professione,
calcando Giolitti nel porcaio dei politicanti quadrifronti e fracassando nella
melma delle sue acrimonie i socialisti che fiutavano in lui l'ultimo campione
della vergogna viva, è ora dove additava con cipiglio e insultava gli altri con
vocaboli stercorari. Non si può essere più abbietti. Con tanto materiale
rivoluzionario lungo il cammino percorso dal prof. Labriola lo si è visto
accovacciato nel covo dove si sono immelmati i Bissolati, i Berenini, i Bonomi,
e gli altri voltafaccia. L'on. Labriola, passato anche lui dalla parte della
mangiatoia giolittiana, ha giudicato più di una volta il suo padrone con
sarcasmo, insinuazioni e contumelie. Di Giolitti ha fatto fuori un pastore di
tutta la Camera,
buono per i neri, per i rossi, per tutti i colori.
Ha distrutto i partiti della democrazia variopinta per
istaurare i governi delle classi borghesi. Così i ministeri. I ministeri, dove
Labriola ha potuto penetrare, sono Borse d'affari. Lui pure è riuscito
affarista coi clericali, costituzionali, socialisti indipendenti ed
esibizionisti di mestiere. Nei paesi della decadenza le chiese riconoscono
tutti gli dei. Così è delle istituzioni italiane. Aboliti i dissidi politici
non restano più che gli affari. L'on. Giolitti ha chiamato imparzialmente agli
affari tutti i deputati dell'opinione del paese a governare. Vi mancava Arturo
Labriola. Egli era di fuori che urlava. Giovanni Giolitti gli ha buttato
l'offa, una Borsa d'affari, l'ha abboccata. Egli è soddisfatto. Solo noi siamo
qui a dicervellarci per capire la sua mostruosità intellettuale e camaleontica.
Ritornato al potere sulle spalle
dell'estrema sinistra, dice Labriola, il «ministro della mala vita» lascerà
tranquille le organizzazioni politiche ed economiche dei collegi dei deputati
d'Estrema Sinistra; profonderà lavori amministrativi alle cooperative di lavoro
dei' deputati d'Estrema Sinistra: regalerà opere pubbliche, magari inutili, ai
collegi dei deputati d'Estrema Sinistra; distribuirà impieghi e sussidî ai
galoppini elettorali dei deputati d'Estrema Sinistra; largirà nuove leggi
sociali agli operai industriali del Nord, concentrati nei collegi dei deputati
socialisti, lasciando sempre a denti asciutti la grande maggioranza dei
contadini settentrionali e meridionali; conviterà insomma al grande banchetto
del parassitismo politico e amministrativo italiano i nuclei proletari e
piccolo-borghesi delle regioni politicamente avanzate e rappresentate dai
deputati d'Estrema Sinistra. E dal loro canto i deputati d'Estrema Sinistra,
tranquilli e soddisfatti nei loro collegi, dimenticheranno il resto del paese; chiuderanno
gli occhi sui carrozzoni giolittiani, quando pure non vi parteciperanno per
riscuotere il tanto per cento, e si lascieranno agli alleati giolittiani del
mezzodì «carta bianca» nelle faccende dei loro collegi d'Italia meridionale.
Chi ha letto Francesco Nitti
sente il plagiario. Labriola è un astuto pedone che si porta via sotto le suole
delle scarpe il materiale altrui. Assorbe, trasforma, ruba. Chi ha letto il Partito
radicale di Francesco Nitti e ha letto la storia di Arturo Labriola non ha
dubbio che l'uno è passato sul corpo dell'altro. Il secondo è un predone, è un
plagiario alla Sardou. Ciò che masturba la sua penna è suo. È un furbacchione.
Non vuol faticare. Francesco Nitti con una tavolozza ricca di colori ambientali
fa circolare i lettori in una Camera affollata di mediocrazia. Egli ce la fa
vedere come una vasta tenuta di speculatori. Essa è il «centro del grande
affarismo di Stato». Labriola ne cambia solo i vocaboli. La sostanza rimane. Ci
presenta i ministeri come Borse d'affari. Ecco tutto. L'idea non è cambiata.
Che cosa sono i partiti? Combriccole scomparse. Non esistono più. Erano
domestici di uomini: rudiniani, zanardelliani, sonniniani. Via tutti. Giovanni
Giolitti non ha voluto che giolittiani. Ha vinto. Ha voluto essere lui il capo
del gregge parlamentare. È ridiventato. In queste idee che non sono mie si è
intuffato Labriola. Labriola ha vomitato la male digestione su Giovanni
Giolitti che impera nel vivaio degli uomini mediocri. Nitti lo ha difeso. Per
lui Giolitti fu migliore degli uomini che lo hanno perseguitato e vituperato.
Nitti come scrittore è più coraggioso. Ha buttato nel letamaio parlamentare
molta gente. Gente senza importanza. Antichi repubblicani o repubblicani non
dichiarati; repubblicani alla Fortis, alla Barzilai, repubblicani che domandano
grazie sovrane e pranzano a Corte col sovrano. Democratici scolorati,
decorativi che coltivano l'intrigo e amano la mediocrità, come Giuseppe
Marcora, salito in ragione delle sue inversioni. Gli eroi della piattaforma
libera si rompono alla Camera. I clericali non cessano di essere della stessa
vacchetta. Non hanno avuto disciplina. Non hanno avuto coerenza. Cornaggia è
andato alla Camera come un divoratore di laici. Non c'è stato prostituto più
insistente di lui. Egli si è fatto divorare da tutti.
Quando giunse alla Camera l'on.
Cornaggia, noi aspettavamo, scrisse Francesco Nitti, la fiera parola, l'accusa
contro lo Stato laico. Invece egli ha votato per tutti i ministeri, anche per
quelli composti di massoni: da buon amministratore ha messo Dio in accomandita
e ha dato voti di fiducia a un ordine che doveva negare. Che cosa è avvenuto
dell'avv. Filippo Meda? Invece di riaccendere i conflitti religiosi e mettersi
alla testa di gente preparata a morire per il papa ha indossata la livrea di
Casa Savoia, quella che ha carpito e detiene il regno di sua santità,
filosoficamente prigioniero in vaticano. Il “signore”, non è mai stato tradito
così spudoratamente come dal direttore dell'Italia cattolica. Ormai il
Meda del fascio democratico cristiano non è più che un arrivato applaudito
dalla mafia della borghesia alla Camera. Camera? Che Camera! È un trogolo. La Camera è così affollata di
cortigiani che non si è potuto, all'ascensione di Vittorio Emanuale III,
discutere la lista civile! Nulla di più umiliante, ha scritto Francesco Nitti,
borghese autentico. I vecchi uomini di destra non solo ne discutevano
liberamente, ma alcuni di essi volevano riduzioni, altri ammettevano o volevano
il controllo. In tempi così detti di democrazia non si è voluto nemmeno
discutere, si è deciso tra clamori, e colpi di maggioranza. I repubblicani non
possono più essere tali. Almeno se si devono considerare rivoluzionari. La
monarchia doveva essere la loro nemica senza quartiere. Ora che l'hanno servita
nei vari ministeri, e che hanno indossata la sua divisa per ingrandirla
territorialmente, non parlino più di repubblica. Se dei repubblicani entrano in
Parlamento deve essere solo per screditare e demolire le istituzioni
monarchiche. E non per servirle ed esaltarle. Queste non sono le idee di
Marcora, di Barzilai, dell'ing. De Andreis (galeotizzato dal re precedente per
dodici anni) o di molti altri alla Camera, ma di Francesco Nitti!
L'on. Giovanni Giolitti riesce più di una volta un rebus.
Non lo si capisce. Del parlamentarismo ne ha fatto una specie di mestiere.
Scende e sale senza passione, senza voluttà. Se ne ha rimangono intime. Noi le
ignoriamo. Si lascia sconciare e inzaccherare ed elogiare, senza perdere mai la
calma. Per gli estranei riescono inesplicabili gli uomini dei suoi gabinetti
ministeriali. Furono uomini di tutte le zone. Si sono visti con lui i più
indemoniati contro la sua persona. Rovesciato nei letamai politici lo si è
veduto rialzarsi in piedi, spazzolarsi il palamidone, pronto a tendere la mano
ai suoi implacabili detrattori. Non mi meraviglierei domani di vederlo al thè
con Gabriele D'Annunzio, il più obbrobrioso dei suoi oltraggiatori.
A che cosa attribuire questa sua insensibilità morale?
Coloro che lo hanno conosciuto intimamente
l'attribuiscono a una sua pazienza felina. Aspetta il nemico alla distribuzione
delle offe. Non si può credere diversamente. Arturo Labriola dopo avergli
buttato addosso un quintale di mala vita gli è andato incontro a bocca aperta.
Giovanni Giolitti gli ha fatto ingoiare un rospo vivo e gli ha confidato una
Borsa d'affari: il ministero del lavoro. Dal suo spietato denigratore ne ha
fatto fuori un suo eminente collaboratore.
La politica sfiducia tutti i giorni. Il bianco di ieri è
nero domani. È materia malsana. Infetta la gente. Un giorno ho creduto che
Francesco Nitti avesse minacciato la borghesia di impoverimento. «O mi date o
prendo». Lui era ansioso di pagare i debiti di guerra. Si mostrava rosso di
collera. Non se ne capiva la smania. Che cosa importava a lui se gli eredi
dell'Italia ingrandita avessero contribuito a sopprimere i crucci delle nostre
generazioni? Non voleva, non poteva indugiare. Bisognava pagare i debiti. E lui
non aveva il torchietto di Tanlongo. Metteva tutti noi sotto i pressoi. O mi
date diceva, o prendo. Egli sapeva tutte le intimità e tutte le baratterie, del
pescecanismo. Egli sapeva che industriali di cinque o dieci milioni all'esordio
della fabbricazione degli esplosivi avevano finito per assentarsi dalle
officine con una piccola somma di mille milioni. Essi non hanno più potuto
stare nella pelle. Palazzi, ville; ville e palazzi, automobili, charretes,
equitazioni, corse ai Montecarli, pranzi luculliani, cantine napoleoniche.
Sfoggi, libagioni, autoesultazioni. Caduto il grand'uomo per i suoi massacri
proletari, per la sua persistenza nel mantenere la censura, per la sua ostinazione
a volere il pane proletario al prezzo borghese, per i suoi aumenti alimentari
che gli preparava quel boia di Murialdi e per i suoi fottuti senatori cavati
dai ghetti delle speculazioni. Salito Giovanni Giolitti, gli arricchiti di
guerra si videro più turbati. A 78 anni si ha un po' più di misericordia per le
masse. I miserabili nababbi spaventati si diedero convegni a Milano e a Genova.
Studiarono il programma giolittiano e conclusero nelle riunioni clandestine che
i problemi sociali dovevano essere sciolti a milioni. Abituare e agitare la
stramaglia prezzolata a commettere continue canagliate, a suscitare disordini,
a mettere gli uni contro gli altri, a produrre delle riottosità pubbliche fino
alla demolizione del vecchio che aveva arraffato il potere un'altra volta e che
voleva spogliarli con la nominalità dei titoli, con la confisca dei sopraprofitti,
con le tassazione dei patrimoni. La somma raccolta per questa ignomignosa
battaglia di migliardari è salita a non pochi milioni. Tutto hanno trovato.
Nella feccia umana c'è di tutto. Sicarî, pennivendoli, fognaiuoli, trafficanti
di medagliette e tutta la pleiade dei mascalzoni. Hanno trovato tutta la
porcaggine della più abbietta popolazione. Al dorso di questa plebaglia
pescecanesca era, inorridite, un uomo incredibile, un ispiratore, un suggeritore,
un consigliere, Francesco Nitti, l'uomo del «se non mi date, prendo!». È lui
che li ha arroventati. Che li ha incalzati a portare i loro patrimoni alle
banche estere. «Se non mi date, prendo!» I primi avvenimenti di questa
immondatezza è stata veduta in Roma. L'hanno iniziata contro i deputati rossi,
contro coloro che condurranno i pescicani a vendere i giornali per le vie come
è avvenuto dei generali, dei banchieri in Russia, all'assunzione del leninismo.
Siamo alla fine delle ingiustizie sociali. I monopoli non sono più tollerabili.
Come non sono più tollerabili i palazzi dei Bocconi e le abitazioni dove
alloggiano i bisognisti del lavoro. Il mondo è cambiato. O assoggettarsi o
perire!
Al nostro Rougon non è mancata che l'obesità. Egli ha le
stesse alte ambizioni del vice imperatore francese, autore dell'impero
liberale. Giovanni Giolitti ha sognato tutta la vita di riuscire capo di una
democrazia multicolore che riassumesse il paese. Con tutte le apparenze di un
personaggio pieghevole alle volontà della gente che lo circonda, ha l'istinto
autoritario. È tenace nelle sue volontà e nelle sue vendette. Subdolo. Si è
sempre lasciato credere onesto padre di famiglia. Ebbe invece le voluttà del
Rougon. Ha avuto gli stessi episodi. Delle amanti a un tanto al mese. Cosa
ormai comune. L'infedeltà completa, l'uomo. Rougon fu fedele all'impero, fino
alla caduta. Di Giovanni Giolitti non se ne può dire niente. Può essere anche
lui sbalestrato dagli avvenimenti. Per la monarchia egli ha sofferto come
Rougon. Egli è stato per lei sotto la grandine. Le è rimasto fedele. Rabagas
non avrebbe resistito al principe. Avrebbe aperto la finestra e si sarebbe
popolarizzato. Egli ha resistito. È rimasto impopolare. Non ha neanche abolito
la seconda Camera. Mi fermo a una delle sue ultime imprese. Per me la seconda
Camera è inutile. Non è eletta. È una cloaca sociale. È il ricettacolo di tutti
i mestatori invecchiati, di tutte le canaglie politiche, di tutta la borghesia
imputridita negli affari. La sua funzione sarebbe di rivedere il lavoro
compiuto dalla Camera degli eletti. E quindi dell'ostruzionismo, una offesa
alla prima Camera. Si mantiene a infornate. Le sue ultime sono state
spaventose. Rappresentavano la bontà e la vendetta giolittiana. Non si poteva
andare più in basso. In essa era la condanna di un sistema e una pochade politica.
Certo non essendo in Giolitti la tracotanza cromwelliana il capo dello Stato si
è abbandonato alla friponneries di sua eccellenza Eugenio Rougon.
Si direbbe che ha sfognato gli ambienti per riempire la
seconda Camera di un regime moribondo, dei residui della esistenza sociale. Vi
ha mandato tutte le teste svalorate. Mezzi uomini, mezze figure, mezzi
caratteri. Antiche prepotenze, tipi ingrassati ai trogoli ministeriali, ex
individui dalle facce gualcite e scialbe andati al denaro con i loschi affari
che si contraggono negli angiporti del mondo della putrescenza. Su sessanta
postulanti al laticlavio quarantaquattro erano rifiuti dei collegi delle ultime
elezioni generali. Una vera aberrazione. Un oltraggio. La nazione è rimasta stupefatta.
Nessuno ha potuto scendere negli abissi giolittiani a consultare il perchè
della follia. Perchè tutti questi sconfitti? A quale scopo ha rovesciato nella
Camera regia tanta zavorra rimasta schiacciata nelle urne delle elezioni urbane
e suburbane? Chi lo sa! È vero. Giovanni Giolitti segue le sue volontà. Eleva o
adima con la stessa facilità. Non ha mai indietraggiato davanti a colui che ha
insultato sua maestà per tanti anni per poi adattarsi ad indossare la sua
livrea e servirla come il Pantano, per esempio. Siamo in mediocrazia.
Dopo Arturo Labriola che ha dileggiato uomini e
istituzioni, che ha chiazzato i sovrani di tutte le regge, che ha dato fuoco a
tutte le borghesie, non credevo che la bontà giolittiana si prolungasse fino al
terribile Sonnino, l'omaccio che ha fatto il demagogo con Salandra nelle turpi
giornate del maggio 1915, sboccando con lui tutte le ingiurie piazzaiuole.
Morte a Giolitti! Alla lanterna Giovanni Giolitti! Alla corda il traditore
della patria! Non credevo che l'invettiva avesse così poca presa sulle sue
carni. Ammazzatelo! Ammazzatelo! Ammazzatelo! avevano urlato Salandra e Sonnino.
Sonnino! figura ripugnante! Senza spirito patriottico come Giolitti. Sprovvisto
di eloquenza. Egli è stato al potere con Pelloux, il massimo forcaiuolo
dell'Italia contemporanea. Un botro di cucina aristocratica.
I quattro anni di isolamento nel
vituperio non hanno rinsavito Giovanni Giolitti. Egli si è ributtato nel suo
sistema. È rimasto in aspettativa. Anzi vi si è rafforzato. Egli ha gettato
l'offa del laticlavio ai suoi nemici al momento opportuno.
Sidney Sonnino ha trangugiato il
rospo. Non si è rassegnato a vivere nel disprezzo e nell'oblio: Alberto
Bergamini, direttore del Giornale d'Italia, che lo ha protetto dai
nemici della piattaforma pubblica, ha pure abboccato. Giunto alla vecchiaia ha
sentito il bisogno del laticlavio che lo distingua dalla geldra che dirige i
giornali. Ormai i direttori dei quotidiani sono tutti allo stesso livello
senatoriale. Quello che importa a noi è di sapere se i due associati che hanno
vilipeso Giovanni Giolitti con le escandescenze dei maîtres chanturs
hanno poi, rivedutolo al potere, prostrato il ginocchio e accettato
l'umiliazione in una ricompensa reale o di antichità regia. Senato di terza categoria,
si capisce, destinato ai martelli dei pionieri della ricostruzione sociale. Sia
chiamato come si sia a noi importa poco. Seconda Camera. Camera superiore.
Camera dei signori. Essa è sempre la stessa. È una Camera che non è neppure
ereditaria. È lo strumento di un qualunque sovrano che se ne serve per
ammansare e netralizzare gli avversari della sua monarchia. Se pure è. Perchè
ormai la Camera
dei vecchiardi è del presidente dei ministri. La firma del re è decorativa.
Il senatore Frassati ci ha fatto sapere che Giovanni
Giolitti, è capace di farci fare un bagno nello spirito realistico. Bisogna che
egli abbia fiutato nel suo uomo odori di battaglia. Il ritorno di Giolitti al
potere è il risultato di una situazione politica. Non è un successo personale.
Caduto Francesco Nitti, il più forte, non c'era che lui che potesse salvare la
monarchia perseguitata dalla statistica di 500000 morti in mezzo a una
borghesia nei disfacimenti avanzati o in mezzo a una borghesia che batte una
via propria. Essa è sulla via della fine. Giolitti è dunque il suo leader. È
lui che la condurrà al disastro. Ma Frassati lo ha veduto come un leader di
popolo, come un condottiero di nazioni. Non si rifà la testa. Giovanni Giolitti
non si cambia.. Egli è un rappezzatore della società, non è un rinnovatore. Non
è Lenin. Basterebbe citare la sua concezione sugli impiegati pubblici. Il loro
sciopero gli è sempre parso una aberrazione. Eleva lo Stato al disopra del
padrone e mantiene il lavoratore statale allo stipendio del padronaccio, del
senza cuore, del senza testa. Concezione falsa. Chi lavora non accorda
privilegi allo Stato. Non vende le sue ore che ai prezzi di mercato. E perchè
dovrebbe soffrire per far piacere ad una azienda statale avara, venale, rapace?
La mia bontà è mia. Se me ne cresce è per le mie donne, per i miei figli.
Nessuno dell'antico regime, concede del suo per niente. Il re non scherza. Ha
una magnifica annualità. Giolitti stesso non lavora per niente. Non è matto.
Lloyd George lo supera di quattro volte. I deputati italiani hanno un'indennità.
Tutti sono pagati. Ufficiali, generali, magistrati, prefetti, questori, papa e
preti.
La Stampa dimentica gli
anni di Giovanni Giolitti. Non può ringiovanire. Può modificare, correggere, ma
non può nè rinnovare nè riedificare. Non è il presidente che possa cambiare
l'antico regime. Esso vi è e vi resta. Con le sue autorità, i suoi onori, con i
suoi privilegi, con le sue amnistie, le sue carceri, con i suoi ergastoli, con
il suo Parlamento, con il suo Quirinale, con il suo vaticano. Cosi anche lui
pasticcia. Si compiace ora della cooperazione del deputato Baldini. Palliativi!
Per risanguare l'erario,
Giovanni Giolitti rincula, avanza, si ferma, scantona, s'impenna, si ricrede
come tutti gli uomini di governo, ma non è un grande uomo. C'è in lui un po' di
tutto e di tutti. Un giorno respinge con orrore quello che infarcisce nel nuovo
programma di domani. Ora è col popolo e ora gli è nemico. Ha approvato gli
scioperi e li ha combattuti. Ha respinto l'indennità ai deputati per paura di
democratizzare la Camera
e l'ha poi proposta e votata. Odiava le suffragette come il ministro di là
della Manica. La donna, sulla piattaforma elettorale lo aveva reso
antifemminista. Ora ha dato il voto amministrativo alla donna. Domani le darà
quello politico. Non lo si può definire. Si può dire che evolva col popolo. I
vogliamo delle masse lo curvano. Non vitupera la specie come la vituperava
Walpole. La compatisce. Un altro al suo posto avrebbe rintracciato i suoi
nemici dei tempi di guerra. Egli li ha dimenticati o elogiati o esaltati. Ha
perdonato gli errori ai grosbonnets che lo chiamavano sotto voce un
disfattista; ai generali che hanno fatto fucilare i soldati senza nemmeno uno
straccio di processo, come Luigi Cadorna e come il Duca D'Aosta che hanno aggiunto
al supplizio il vilipendio chiamando i soldati vigliacchi più volte.
Giovanni Giolitti in politica pare non abbia rancori.
Sarebbe capace di elevare al Senato Antonio Salandra. Vi è andato vicino. Vi ha
infornato l'avv. Salvatore Barzilai che ha chiamato Salandra pubblicamente,
«Capo illustre del Governo d'Italia». Nessuno ora lo crederebbe neanche se fosse
proclamato da sua maestà.
Allora si credeva. Si gridava viva Salandra! e morte a
Giolitti! E pazienza se il repubblicano Salvatore Barzilai, ministro senza
portafoglio, si fosse limitato a inverniciare un uomo di gesso. Ha fatto di
peggio. Ha fatto del bluff militare. Si è reso colpevole di esaltazione in un
luogo dove non si sarebbe dovuto esaltare la menzogna. Invece di denunciare la
deficienza di Luigi Cadorna, come capo supremo, ne ha fatto un Napoleone. Alla
Camera, in comitato segreto, è stato lui che ha comunicato che sulla vetta
dell'Ortigara, a 2000
metri, Cadorna aveva piantata la bandiera della
vittoria, facendo trasalire dalla gioia e saltare in piedi ministri e deputati
ad applaudire freneticamente una sconfitta, una grande sconfitta, una sconfitta
di 30 mila poveri diavoli, trascinati alla guerra in nome di una legge e
rimasti senza vita. Io non l'avrei mai fatto senatore, neanche se avessi letto
tutti i suoi discorsi irredentisti.
Giovanni Giolitti non è tipo per i capovolgimenti
sociali. Non è Kerenski nè Lenin. Il nostro ambiente non è rivoluzionario. È un
ambiente di corrotti e di depravati. Lui stesso ha nel sangue il vecchio
regime. Da noi si mercanteggia tutto. Tutto è vendibile, è negoziabile. Uomini
e donne hanno il loro prezzo. I più restii sono i più cari. Onore, patria, dio,
intelligenza, devozione vanno tutti al mercato a rivelare la nostra indigenza
morale. L'ultima conflagrazione mondiale ci ha dato i più imperituri documenti
della nostra razza pescecanesca. A Parigi abbiamo veduto i massimi mercanti di
patria. Il Senatore Humbert; padrone del Journal, ha lasciato entrare
nell'amministrazione lo straniero per dei milioni. Bolo è andato al palo. Humbert
è stato assolto. Il Bonnet Rouge,
Lenoir, Desouches, Ladoux, eccettera, eccettera. Gente inviata al palo e
alla galera per dei contratti compiuti col nemico. Perfino un ministro è stato
esiliato per sospetti. La patria per molti fu un terreno negoziabile. In Italia
abbiamo avuto i nostri Bolo, condannati alla pena capitale anche in Francia, come
Cavallini. I processi dei venditori della patria esistono, li ricordiamo. Molti
si sono squagliati. Come in Francia abbiamo avuto coloro che sono andati in fondo
alla speculazione del sangue proletario. Per la conservazione dei gradi molti
generali, inadatti, deficienti canaglie, hanno sagrificato centinaia di
migliaia di uomini. Basterebbe citare Caporetto. Siamo andati fino al ghetto.
L'istinto della nostra borghesia industriale è stata condensata in parecchie
frasi giolittiane al Senato. Gli arricchiti di guerra sono i nostri documenti.
Mentre da tutte le parti della penisola si implorava il denaro per la
continuazione della guerra e in tutte le provincie si esortavano le donne a
portare l'oro lavorato all'altare della patria, a Udine si orgiava e intorno
agli stabilimenti per la produzione del materiale di combattimento i pescicani
mascherati di patriottismo inghiottivano milioni sopra milioni senza badare alle
condizioni dell'erario. Nessuno ha superato il loro egoismo e le loro ladrerie.
Le popolazioni venivano denutrite e defraudate dai trafficatori di commestibili
e i soldati erano condannati dai predoni dell'esercito alla galletta, al pesce
salato, ai fichi secchi, e ai caffè sofisticati e caliginosi. Loro nuotavano
nei sogni dell'oro, andavano alle ricchezze fantastiche dei Montecristi,
iperboleggiavano nelle ricchezze e assistevano imperturbabili con le loro
«femmine» come le ha chiamato Giovanni Giolitti, e assistevano imperturbabili
alle tragedie angosciose di quasi 40 milioni di esseri.
L'Italia dei Salandra, dei Boselli, degli Orlando passerà
alla storia come un paese di predoni, di filibustieri, di falsarî, di cavalieri
d'industria, di venditori di fumo, di un arrivismo indefinibile e implacabile.
Fu l'epoca dei nuovi patrimonî, delle nuove fortune, dei nuovi trucchisti, dei
nuovi Roberto Macaire. L'Italia di Francesco Nitti fu una penisola di
delinquenti comuni. È stato un risveglio. Fa come il Temistocle dei ladri. Ha
battuto il piede e la terra si è coperta di resse di grassatori, di
svaligiatori, di trafugatori, di depredatori. Nessuna bottega fu più sicura. I
magazzeni venivano sventrati. I vagoni spiombati e lasciati vuoti come
nell'America del Nord ai tempi delle pelli rosse. Si aggredivano i viandanti.
Si sorprendevano e si derubavano le persone per le vie. Non c'è mai stato uno
spostamento di ricchezze come nei giorni dell'audacia ladresca. La ferrovia non
assicurava più gli invii. La posta non fu più sicura. Le banche non furono più
tranquille dei loro impiegati. La cronaca di quei giorni divenne tanto grava
che Francesco Nitti non ebbe più fiducia nei questurini. Li deve avere
sospettati di connivenza. Li disperse in un baleno. Quaranta, il capo della
polizia, gli preparò un nuovo corpo. L'Italia ebbe le guardie regie nutrite
meglio, vestite con più garbo, più riottose e più pronte a tirare sulle folle
comiziali.
Giovanni Giolitti è stato il più sfortunato. Ha avuto
l'eredità peggiore. Tutti gli acciacchi sono stati suoi. Lo si è veduto di
malocchio. Lo si era considerato un morto. Si è così trovato in mezzo a una
burocrazia inferocita dall'antica lesina statale. Con il regno di Francesco
Nitti in continuazione a ogni passo sbucava una combriccola di farabutti, di
avariati, di ladroni, di sfruttatori della febbrilità dei personaggi
balzachiani. Dopo una crisi, un'altra. Un deputato al centro di una torma di
speculatori di pecorino. Tutta una moltitudine di alti impiegati sparsa sulle
terre liberate a succhiare, a mungere, a portar via, a mettere nelle proprie
tasche come se fossero stati loro i redenti. Sono finiti tutti nelle bastiglie
statali. Erano stati preceduti dalla fama di patriotti incorruttibili. Ci hanno
insegnato che bisogna diffidare delle autobiografie. Giovanni Giolitti è stato
inseguito dal discredito. Sfido io! Con una sudiceria di biglietti in
circolazione come valori nazionali, l'aggio è andato in alto fino alla
perturbazione. All'estero il nostro cento lire non ne valeva e non ne vale
venticinque. L'igienista ha sgolato tutto il suo fiato per evitarci il colera.
Al bucato la carta statale! Dalla salita di Giovanni Giolitti l'oro è rimasto
invisibile, irraggiungibile, tranne quello che si paga trimestralmente ai
personaggi del Quirinale. Tutti i generi sono cresciuti. Il mantenimento di
quaranta milioni di persone al centro di tanti divoratori è stato il suo
incubo. Il ministro si è accorto che la guerra aveva trangugiato anche il senso
della onesta. L'inganno è divenuto supremo. La curée è divenuta generale e
indistruttibile. Il commercio è rapacemente insaziabile. Tutti vogliono
arricchire. Raggiungere, divenire, riuscire, ecco le aspirazioni del dopo
guerra. Crepino tutti, se io vado al benessere! Un uovo, una lira. Una sleppa
di manzo 12 o 14 lire. Lo sfruttamento delle classi sulle classi obbligate a
mangiare e a bere per non morire come il Sindaco di Cork è divenuto barabbesco.
È andato al di là dei prezzi del periodo di Francesco Nitti, quando gli
affamati, hanno dovuto dare il sacco alle botteghe del pescecanismo alimentare.
Il riso costa due lire al chilo. Una mela da 1.50 a 2.50. Una tacchina di
due chili, 36 lire. La vita diventa sempre più intollerabile. Non ci sono più
bottegai rivali. Tutti rubano. Se c'è un chilo di zucchero più del tesserato
sale da sei a 18 lire, se siete fra coloro che pagano e tacciono. È un intrigo
continuo. Il burro saporoso che costava una volta 25 centesimi all'etto va
all'estero a prezzi favolosi. Quello adulterato delle nostre botteghe è salito
a 3 lire all'etto. Il latte è spannato, annacquato e magari infarinato. È
salito da venti centesimi a una lira al litro. Le nostre donne di casa sono
alla disperazione. Le altre donne calzano calze di seta da 50 a 70 lire al paio; stivali
e scarpe scollate dalle 100 alle 200 e più lire. Abiti di migliaia di lire in
giro per tutte le strade. Biancheria lussuosa, pellicce che costano manate di
biglietti di grosso taglio. È il vacchismo del dopo guerra. I giornali sono
come imbavagliati. Non ne parlano. Non si occupano dei nuovi costumi. Non c'è
più farina. Ci si fa mangiare il pane di munizione e tesserato. Un boccone di
più è proibito. Si sta per ritornare alle code alle botteghe. Ieri si è sentito
per le vie la mancanza del pane. I fornai sono ridiventati brutali. Hanno
mutato linguaggio. Il tram è alla corsa della carrozza di prima della guerra.
Il vino è andato al delirio. È divenuto imbevibile. Lo si concede ai prezzi
degli ubbriaconi. È andato oltre le dieci lire al fiasco. Al fiasco diminuito.
Al vino manifatturato, fatto in cantina, adulterato dappertutto. In provincia
il rincaro è più sentito.
Giovanni Giolitti non sa più da che parte difendersi. È
anche in lui la malattia di pagare i debiti di guerra e tace. Lascia che
imperversi la speculazione. Non parlo degli abiti. Un paletot è vicino al
biglietto da mille. Non mi occupo del combustibile. La legna è a trentacinque e
più lire al quintale, bagnata. L'antracite è a cento e a centoventi al
quintale. La lavandaia divora le famiglie. Con l'essicatoio le trangugia
intere. Non è che il senatore Frassati che creda Giovanni Giolitti un
grand'uomo. A quest'ora egli avrebbe fatto delle razzie per il linciaggio
statale C'è tutta una popolazione da mandare al cappio. Ha una testa troppo
borghese per sciogliere i problemi dell'esistenza. Accarezzava le turbe
Francesco Nitti. Con la sua minaccia di «date o prendo», ai pescicani, così ha
fatto scappare tutti i miliardarî delle nostre quinte avenues, tutti i nostri
Morgan, i nostri Rockfeller, i nostri Gonld, i sovrani delle nostre industrie.
Così Giovanni Giolitti è in ritardo. L'oro è fuggito. Non
è più possibile rinsanguare l'erario con i profitti di guerra, con la
nominalità del titoli, con la revisione dei contratti di guerra, con gli in
crudimenti sulle concessioni, eccettera. Per far vomitare l'oro ingurgitato
bisognava agguantare gli arricchiti e giustiziarli. È un delitto camuffarsi da
patriotti per involare la patria. È l'uomo energico che recide i nodi gordiani.
Non è il legislatore che dice ai legislatori: il governo si astiene. Egli deve
avere un'idea propria quando si è alle prese coi malandrini. Bisogna prendere
posizione, come gli ha detto l'on. Turati. Gli ermafroditi della politica
indispettiscono. Non ho finito. Giovanni Giolitti lo si riassume come il
poliziotto ha riassunto Jean Valjean buttandosi nella Senna per cessare di perseguitarlo.
Io cesso dal frugare nella sua vita per abbandonarlo al giudizio dei suoi
governati. Il suo discorso al Senato lo eleva. È il suo capolavoro. È una
pagina di vita vissuta. Vi si trovano censurati i suoi errori dei ministeri
passati e vi si trova l'uomo che constata che i tempi della borghesia sono
cambiati. È un po' tardi, è vero. Sono cambiati, ma non abbastanza. Non c'è
rivoluzione. Senza rivoluzione non si cambia nulla. Cosi si sta male, si sta
peggio; la vita è insoffribile. Senza rivoluzione si muore. Il lettore la
sentirà in viaggio.
Fra il discorso di un ministro borghese, o meglio quello
imperioso e sonoro di Francesco Nitti che ha fatto scappare i nostri quattrocento
Cresi con l'oro carpito allo Stato e quello di Giovanni Giolitti che fu
un'urlata, sia pure fenile, udita da tutta la nazione contro i nuovi arricchiti
e le loro femmine non ho scelta.
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