Signori senatori! Le questioni
sollevate in questa solenne discussione sono di tale gravità che difficilmente
un Governo si può trovare di fronte a domande più complesse, più gravemente,
più profondamente efficaci sulla sorte del Paese. Qui si tratta non solamente
di tutta la politica interna del Paese ma anche dell'avvenire della
organizzazione industriale, cioè dell'avvenire economico del Paese. Per
rendersi esatto conto delle condizioni vere delle cose e sovratutto per avere
un concetto preciso di ciò che convenga fare nelle attuali condizioni, credo
necessario ricordare un po' gli avvenimenti che hanno preceduto questo ultimo,
perchè unicamente dall'andamento successivo dei fatti ci si può rendere conto
esatto delle condizioni attuali. Noi siamo di fronte ad una vera trasformazione
sociale. È inutile nasconderlo: È necessario anche che ogni uomo politico, ogni
uomo che ha responsabilità diretta o indiretta di Governo, tenga conto di
questa sostanziale condizione di fatti.
L'avvento del quarto stato ha cominciato a delinearsi
in Italia in modo assai energico nell'ultima parte del secolo scorso. È nei
ricordi che negli ultimi anni di quel secolo i tentativi fatti per arrestare
questo movimento ascendente del quarto stato hanno avuto conseguenze non
certamente buone. Sono movimenti sociali che si possono regolare, dirigere, non
impedire in modo assoluto. Nel 1901 e nel 1902 si ebbe un gran movimento
nazionale. Il Governo presieduto allora dall'on. Zanardelli, e del quale io
facevo parte quale Ministro degli Interni, riconobbe la libertà di sciopero.
Allora le classi operaie della città e più ancora quelle delle campagne avevano
nella maggior parte d'Italia dei salari assolutamente insufficienti alla vita e
se si fosse negato il diritto di sciopero questo stato di cose continuando,
avrebbe certamente prodotto uno scoppio violento. Allora in molte parti
d'Italia, nella maggior parte d'Italia, i salari della campagna non giungevano
ad una lira al giorno. Ricordo degli scioperi fatti per ottenere salari di
1,25. Quindici anni prima del 1875 il senatore Jacini, relatore di una solenne
Commissione di inchiesta sulle condizioni dei contadini, dimostrò che nelle
provincie, specialmente di Mantova e Rovigo, di questa zona della bassa Lombardia,
i salari erano insufficienti alla vita e che conveniva aumentarli se si voleva
avere una produzione agricola aumentata ed una vita tranquilla nelle campagne.
Ebbene, 25 anni dopo i salari erano stati diminuiti. La libertà di sciopero
allora parve quasi una rivoluzione ed era il riconoscimento della più
elementare libertà umana, era il riconoscimento che almeno si ha il diritto
alla proprietà della propria persona. Ora questa libertà non c'è più nessuno
che osi metterla in contestazione. Questa libertà di sciopero ha elevato, e di
molto, le condizioni dei lavoratori. I salari, dopo tre o quattro anni da
questo riconoscimento della libertà di scioperare, sono stati più che raddoppiati,
più che triplicati. In quasi tutte le parti d'Italia cominciò allora un periodo
ascendente anche per l'agricoltura italiana.
Negli ultimi anni prima della guerra i lavori avevano
una condizione di salari d'industria e agricoltura avviata ad un rapido
progresso. È venuta la guerra. Non è il caso di nessun ricordo su questo punto,
ma noi abbiamo il dovere di esaminarne le conseguenze economiche sociali e finanziarie,
perchè, senza questo esame, non è possibile rendersi conto esatto delle
condizioni tristi che ora tutti lamentiamo. Il movimento sociale ha avuto dalla
guerra una spinta quasi vertiginosa. La trincea fu un campo di propaganda di
idee sovversive la più efficace. Il soldato che tornava in licenza, invece di
vedere i suoi concittadini compresi della solennità del momento, della
necessità di sostenere in tutti i modi l'energia dei soldati, questo soldato
trovava il paese in divertimenti che non sono stati mai repressi e fu un torto.
Tutti i partiti, in questo periodo di tempo, fecero a gara a mettere innanzi
delle promesse vaghe indeterminate gravissime. Si parlò largamente della terra
ai contadini e delle fabbriche ai soldati; tutte parole vuote di senso per chi
le diceva, ma la classe, che le sentiva, considerava queste promesse come
l'acquisto di un diritto. (Benissimo, è vero). L'operaio, il lavoratore
che si trovava al campo a combattere per la patria, ha avuto enormi sofferenze
e noi dobbiamo avergli la più grande riconoscenza, ma ha perduto l'abitudine
del lavoro, tranquillo, serio e ordinato. È vero che questo fenomeno non è
speciale all'Italia. In tutti i paesi si lamenta che chi per tre, per quattro,
per cinque anni non si è più dato al lavoro ordinato, severo ha perduto l'abitudine
di lavorare. La riacquisterà, ma c'è un periodo transitorio durante il quale
bisogna ammettere a questi lavoratori almeno una circostanza attenuante.
Durante il periodo della guerra si impiantarono, per una necessità che nessuno
discute, delle grandi industrie, che non avevano nessuna delle caratteristiche
dei veri elementi industriali. Erano industrie che avevano un solo cliente, il
quale anticipava i capitali, provvedeva le materie prime, pagava qualunque
prezzo chiedevano. Questi industriali non avevano più nessuna ragione nè
interesse di discutere la misura dei salari. E allora, non con la moneta
deprezzata d'oggi, ma col valore della moneta prima di allora, si sono dati dei
salari che rimaneva assai difficile mantenere a guerra finita. L'aumento dei
salari non era pagato dagli industriali: l'industriale pagava qualunque
richiesta di salari, perchè se l'operaio chiedeva il 10 per cento,
l'industriale per lo più aumentava del 20 per cento i prezzi delle merci che
vendeva allo Stato. (Bene). Gli operai ritornati dalla guerra ebbero la
sensazione degli enormi guadagni che avevano avuto le industrie della guerra e
non solo quelle, ma anche altre industrie, ed ebbero il triste spettacolo di
quella ricchezza male guadagnata durante la guerra, frodando lo Stato che si
metteva in mostra con una impudenza e incoscienza che non saranno mai abbastanza
deplorate. (Vivi applausi prolungati). Il popolino ha dato a questi
disgraziati un nomignolo che difficilmente perderanno, quello dell'animale di
cui si è preso il nome, e le sue femmine hanno dato uno spettacolo dei più
miserandi. (Benissimo!)
Venne l'armistizio. Il paese ha creduto che, cessata
la guerra, avessero a cessare tutte le conseguenze della guerra, ma
disgraziatamente venuto l'armistizio non si è pensato a nulla, non si è preso
nessun provvedimento. Si è considerato come se da quel giorno la vita
rientrasse nelle stesse condizioni in cui quattro anni innanzi si svolgeva. Fu
un inganno dei più gravi. È difficile misurare le conseguenze di questo fatto
di non avere, il giorno dell'armistizio, previsto le gravi condizioni che la
stessa pace non avrebbe potuto cancellare. Io non narro ora i fatti che sono
avvenuti; sono conosciuti da tutti. Vi fu grande movimento che è cominciato con
gli operai metallurgici: gli operai metallurgici che rappresentano una massa
all'incirca di 500 mila operai. Il senatore Ferraris mi ha detto che fu un
torto del Governo di essere rimasto neutrale nel primo momento in cui gli
operai metallurgici domandarono un aumento di mercede. Egli ritiene che sia
dovere del Governo, appena nasce un conflitto di interesse fra capitale e
lavoro, di intervenire con la sua autorità per far cessare questo conflitto. Io
non sono della sua opinione. Io credo che quando si tratti di un semplice
conflitto di interesse fra capitale e lavoro, lo Stato debba mantenere fra le
due parti una neutralità: una neutralità vigilante, ma una neutralità, alla
quale deve però rinunziare sempre quando le due parti richiedano l'opera sua
come pacificatore. Ora, nel caso specifico, il senatore Conti ci ha spiegato
molto chiaramente che nei primi tempi in cui sorse questo conflitto fra operai
ed industriali, gli industriali avevano la convinzione che sarebbe stato
dannoso all'industria concedere aumenti. Con quale diritto lo Stato sarebbe
intervenuto per dire agli industriali; voi dovete cedere, dovete conceder
questi aumenti? Se noi ammettessimo questo principio, qualunque industria
dovrebbe cessare, perchè se ogni qual volta la classe operaia domanda un
aumento di salario, il Governo intervenisse per costringere gli industriali a
darlo, la vita industriale diventerebbe assolutamente impossibile. Gli
industriali mi dissero (e mi sono permesso di accennarlo in una interruzione)
quando passai da Torino, prima che le serrate avvenissero, che avevano
intenzione di procedere alla serrata. E questo che dissero a me non era un
segreto perchè me lo ripetevano molte persone, che non erano industriali. Io li
sconsigliai in tutti i modi; e siccome comprendevo perfettamente che,
trattandosi di una massa di molte centinaia di migliaia di operai, sarebbe
stato impossibile intervenire con la forza, dichiarai a questi industriali che
non contassero in nessun modo sull'intervento della forza pubblica. Questo
dichiarai in modo formale; quindi nessuno si può dolere che il Governo abbia
mancato in qualunque modo alla sua promessa.
Avvenne dunque l'occupazione delle fabbriche. Due cose
si potevano fare, secondo coloro che criticano l'operato del Governo: o dovevo
impedirla o, se non fossi giunto in tempo ad impedirla, dovevo sgombrare con la
forza le fabbriche. Impedirla? Si tratta di 600 manifatture dell'industria
metallurgica. Per impedirne l'occupazione avrei dovuto — dato che la mia
previsione fosse arrivata così fulminea da giungere prima che la occupazione
avvenisse — avrei dovuto mettere una guarnigione a questi opifici: nei piccoli,
un centinaio di uomini; nelle grandi manifatture alcune migliaia. Avrei
impiegato, per occupare le fabbriche, tutta indistintamente la forza della
quale potevo disporre. E allora, chi sorvegliava i 500 mila operai che
restavano fuori delle fabbriche? Chi avrebbe ancora tutelata la pubblica
sicurezza nel paese? Quindi si richiedeva da me una previsione impossibile o un
atto che, se io l'avessi compiuto, avrei messo la forza pubblica nelle
condizioni di essere assediata e non aver più nessuna libertà di movimento
(bene). Dunque questa ipotesi io credo di aver diritto di scartarla. Dovevo
perciò far sgomberare le fabbriche dalla forza? Evidentemente dovevo iniziare
il combattimento, la battaglia, la guerra civile insomma. E questo dopo che la Confederazione Generale
del Lavoro aveva solennemente dichiarato che escludeva dal movimento qualunque
concetto politico, che tale movimento doveva esser mantenuto nei limiti di una
contestazione economica. La Confederazione Generale del Lavoro, nella quale
io allora ebbi fiducia, ha dimostrato di meritarla, perchè la grande massa
degli operai ha approvato le proposte sue. Se noi fossimo ricorsi alla forza,
se avessimo adoperato l'esercito, i carabinieri, le guardie regie contro 500
mila operai, ci sanno dire i critici a quali condizioni avrei condotto il
paese? Del resto, il principio della occupazione delle fabbriche, invece del
semplice sciopero, aveva avuto un precedente un anno prima. Una industria molto
importante, la Ditta
Mazzonis, che ha diversi opifici e impiega molte migliaia di
operai nel circondario di Pinerolo, fece una serrata perchè non voleva
accordare cosa che gli operai domandavano. Gli operai occuparono le fabbriche.
Un anno e più fa. Il Governo che cosa fece allora? Era Ministro il senatore
Dante Ferraris (si ride). Non li ha espulsi, li ha riconosciuti a questo
punto: che ha mandato un rappresentante del Governo a dirigere quelle fabbriche
occupate dagli operai (Vivissimi commenti). È possibile che io seguissi
questo esempio riguardo alle 600 manifatture dell'industria metallurgica? che
avocassi allo Stato la direzione degli operai che avevano occupato queste 600
fabbriche? O che trovassi 600 industriali volonterosi o agenti del Governo che
andassero a dirigere queste lavorazioni? Ma questo era proclamare la teoria di
Lenin, fare la statizzazione totale di tutte le manifatture. Ora, io non mi
sento il coraggio di arrivare così avanti in queste teorie come l'egregio sen.
Ferraris. (Ilarità).
La questione dello stabilimento Mazzonis, ha avuto una
larga, larghissima eco nel mondo dei lavoratori perchè essi hanno capito:
questo è il modo: invece di fare sciopero, restiamo nelle fabbriche, il Governo
verrà ad amministrarcele e noi andremo avanti magnificamente senza bisogno
degli industriali. Questi esempi, questi principi sono pericolosissimi. Si
andava così un po' troppo direttamente verso gli ultimi postulati del
socialismo. Io non so se ci arriveremo. In ogni caso, calcolo che ci vorrà
ancora un mezzo secolo o anche un secolo. Giungervi così rapidamente, per
quanto io venga descritto come una specie di bolscevico, francamente non me la
sento. Quando si tratta di un movimento che abbraccia oltre 500 mila operai,
non è possibile applicare puramente, semplicemente le norme ordinarie del
diritto. Se io avessi fatto citare davanti alle preture questi 500 mila operai
invasori per ordinare loro lo sfratto, sarebbe stato uno scoppio di ilarità. I
reati individuali, come ha dichiarato, e dimostrato il mio collega, Ministro
della giustizia, sono stati deferiti all'autorità giudiziaria. L'autorità
giudiziaria sta raccogliendo le prove ed applicherà inesorabilmente le leggi.
Ma un movimento complessivo di 500 mila operai non può formare oggetto di
processo in sè stesso e anche sotto l'accusa di aver occupato delle fabbriche,
tanto più quando c'era l'esempio di tanta condiscendenza da parte del Governo.
Del resto, ragioniamo in puro diritto. Il fatto dell'occupazione di una
fabbrica da parte degli operai, il fatto che operai stanno in un locale, il cui
proprietario loro ordina di andare via, è una mancanza, è un reato, ma per
espellere questi operai bisognava infliggere la pena di morte e vi pare che
questa sarebbe stata adeguata alla mancanza commessa? L'andare con
l'artiglieria, con le mitragliatrici, come qualche industriale è venuto a
chiedermi, contro le fabbriche occupate sarebbe stato infliggere la pena di
morte a persone che avevano commesso mancanze che sono punite con leggerissime
pene secondo le nostre leggi (commenti).
Io ho creduto a questo punto mio dovere intervenire
nei rapporti fra capitale e lavoro. Il Senato è già informato dell'accordo, che
fu stipulato col mio intervento. Credo tuttavia necessario di ricordare i
termini esatti di quel decreto, che fu preparato in una riunione alla quale
intervennero i rappresentanti degli industriali ed i rappresentanti dei
lavoratori. Il decreto è così concepito. (Legge il decreto).
Il concetto adunque di questo decreto è trasformare
l'ordinamento delle industrie di modo che gli operai possano conoscere e
moralmente il modo con cui le industrie stesse camminano. Ora è molto facile
far credere che l'industriale, che l'industria fa guadagni fantastici, e quindi
può se vuole pagare molto più largamente. L'operaio, ora ha modo di vedere se
queste affermazioni, che gli vengono dai propagandisti, siano vere o non lo
siano. Il giorno in cui una rappresentanza degli operai conoscerà esattamente
le condizioni della industria, il corpo degli operai si renderà conto del punto
a cui le sue domande possano giungere. L'operaio, il quale sa che se
l'industria fallisce, rimane senza viveri, rimane un disoccupato, non può
vivere. L'operaio, quando conoscerà le vere condizioni, è assai probabile che
sarà più remissivo nelle sue domande. E del resto, questo decreto non
pregiudica assolutamente nulla, perchè la Commissione «deve
formulare delle proposte che possono servire al Governo per la presentazione di
un disegno, di legge». Io, anzi, dichiarai tanto agli industriali quanto agli
operai che questo disegno, quando essi lo avessero presentato, lo avrei fatto
esaminare anche dal Consiglio del lavoro; poi questo disegno dovrà essere
discusso dal consiglio dei ministri; poi dovrà essere presentato al Parlamento.
Quindi ci sono garanzie che se un controllo sia da ammettere, sarà ammesso in
modo da non compromettere l'andamento dell'industria ma nello stesso tempo in
modo da dare alla classe operaia quella diretta partecipazione all'andamento
dell'industria che la metta in condizione di un associato all'industriale
anzichè di quella di essere un avversario dell'industriale. Del resto, questa
questione del controllo operaio non sorge ora come cosa reale; è un postulato
antico non solo, ma io rammento che il concetto del controllo delle fabbriche
fu esplicitamente approvato dalla rappresentanza degli operai e dei padroni,
degli industriali e degli agrari nel Comitato permanente del lavoro nella
seduta del 5 marzo 1919.
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