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Paolo Valera
Giovanni Giolitti

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Signori senatori! Le questioni sollevate in questa solenne discussione sono di tale gravità che difficilmente un Governo si può trovare di fronte a domande più complesse, più gravemente, più profondamente efficaci sulla sorte del Paese. Qui si tratta non solamente di tutta la politica interna del Paese ma anche dell'avvenire della organizzazione industriale, cioè dell'avvenire economico del Paese. Per rendersi esatto conto delle condizioni vere delle cose e sovratutto per avere un concetto preciso di ciò che convenga fare nelle attuali condizioni, credo necessario ricordare un po' gli avvenimenti che hanno preceduto questo ultimo, perchè unicamente dall'andamento successivo dei fatti ci si può rendere conto esatto delle condizioni attuali. Noi siamo di fronte ad una vera trasformazione sociale. È inutile nasconderlo: È necessario anche che ogni uomo politico, ogni uomo che ha responsabilità diretta o indiretta di Governo, tenga conto di questa sostanziale condizione di fatti.

L'avvento del quarto stato ha cominciato a delinearsi in Italia in modo assai energico nell'ultima parte del secolo scorso. È nei ricordi che negli ultimi anni di quel secolo i tentativi fatti per arrestare questo movimento ascendente del quarto stato hanno avuto conseguenze non certamente buone. Sono movimenti sociali che si possono regolare, dirigere, non impedire in modo assoluto. Nel 1901 e nel 1902 si ebbe un gran movimento nazionale. Il Governo presieduto allora dall'on. Zanardelli, e del quale io facevo parte quale Ministro degli Interni, riconobbe la libertà di sciopero. Allora le classi operaie della città e più ancora quelle delle campagne avevano nella maggior parte d'Italia dei salari assolutamente insufficienti alla vita e se si fosse negato il diritto di sciopero questo stato di cose continuando, avrebbe certamente prodotto uno scoppio violento. Allora in molte parti d'Italia, nella maggior parte d'Italia, i salari della campagna non giungevano ad una lira al giorno. Ricordo degli scioperi fatti per ottenere salari di 1,25. Quindici anni prima del 1875 il senatore Jacini, relatore di una solenne Commissione di inchiesta sulle condizioni dei contadini, dimostrò che nelle provincie, specialmente di Mantova e Rovigo, di questa zona della bassa Lombardia, i salari erano insufficienti alla vita e che conveniva aumentarli se si voleva avere una produzione agricola aumentata ed una vita tranquilla nelle campagne. Ebbene, 25 anni dopo i salari erano stati diminuiti. La libertà di sciopero allora parve quasi una rivoluzione ed era il riconoscimento della più elementare libertà umana, era il riconoscimento che almeno si ha il diritto alla proprietà della propria persona. Ora questa libertà non c'è più nessuno che osi metterla in contestazione. Questa libertà di sciopero ha elevato, e di molto, le condizioni dei lavoratori. I salari, dopo tre o quattro anni da questo riconoscimento della libertà di scioperare, sono stati più che raddoppiati, più che triplicati. In quasi tutte le parti d'Italia cominciò allora un periodo ascendente anche per l'agricoltura italiana.

Negli ultimi anni prima della guerra i lavori avevano una condizione di salari d'industria e agricoltura avviata ad un rapido progresso. È venuta la guerra. Non è il caso di nessun ricordo su questo punto, ma noi abbiamo il dovere di esaminarne le conseguenze economiche sociali e finanziarie, perchè, senza questo esame, non è possibile rendersi conto esatto delle condizioni tristi che ora tutti lamentiamo. Il movimento sociale ha avuto dalla guerra una spinta quasi vertiginosa. La trincea fu un campo di propaganda di idee sovversive la più efficace. Il soldato che tornava in licenza, invece di vedere i suoi concittadini compresi della solennità del momento, della necessità di sostenere in tutti i modi l'energia dei soldati, questo soldato trovava il paese in divertimenti che non sono stati mai repressi e fu un torto. Tutti i partiti, in questo periodo di tempo, fecero a gara a mettere innanzi delle promesse vaghe indeterminate gravissime. Si parlò largamente della terra ai contadini e delle fabbriche ai soldati; tutte parole vuote di senso per chi le diceva, ma la classe, che le sentiva, considerava queste promesse come l'acquisto di un diritto. (Benissimo, è vero). L'operaio, il lavoratore che si trovava al campo a combattere per la patria, ha avuto enormi sofferenze e noi dobbiamo avergli la più grande riconoscenza, ma ha perduto l'abitudine del lavoro, tranquillo, serio e ordinato. È vero che questo fenomeno non è speciale all'Italia. In tutti i paesi si lamenta che chi per tre, per quattro, per cinque anni non si è più dato al lavoro ordinato, severo ha perduto l'abitudine di lavorare. La riacquisterà, ma c'è un periodo transitorio durante il quale bisogna ammettere a questi lavoratori almeno una circostanza attenuante. Durante il periodo della guerra si impiantarono, per una necessità che nessuno discute, delle grandi industrie, che non avevano nessuna delle caratteristiche dei veri elementi industriali. Erano industrie che avevano un solo cliente, il quale anticipava i capitali, provvedeva le materie prime, pagava qualunque prezzo chiedevano. Questi industriali non avevano più nessuna ragione interesse di discutere la misura dei salari. E allora, non con la moneta deprezzata d'oggi, ma col valore della moneta prima di allora, si sono dati dei salari che rimaneva assai difficile mantenere a guerra finita. L'aumento dei salari non era pagato dagli industriali: l'industriale pagava qualunque richiesta di salari, perchè se l'operaio chiedeva il 10 per cento, l'industriale per lo più aumentava del 20 per cento i prezzi delle merci che vendeva allo Stato. (Bene). Gli operai ritornati dalla guerra ebbero la sensazione degli enormi guadagni che avevano avuto le industrie della guerra e non solo quelle, ma anche altre industrie, ed ebbero il triste spettacolo di quella ricchezza male guadagnata durante la guerra, frodando lo Stato che si metteva in mostra con una impudenza e incoscienza che non saranno mai abbastanza deplorate. (Vivi applausi prolungati). Il popolino ha dato a questi disgraziati un nomignolo che difficilmente perderanno, quello dell'animale di cui si è preso il nome, e le sue femmine hanno dato uno spettacolo dei più miserandi. (Benissimo!)

Venne l'armistizio. Il paese ha creduto che, cessata la guerra, avessero a cessare tutte le conseguenze della guerra, ma disgraziatamente venuto l'armistizio non si è pensato a nulla, non si è preso nessun provvedimento. Si è considerato come se da quel giorno la vita rientrasse nelle stesse condizioni in cui quattro anni innanzi si svolgeva. Fu un inganno dei più gravi. È difficile misurare le conseguenze di questo fatto di non avere, il giorno dell'armistizio, previsto le gravi condizioni che la stessa pace non avrebbe potuto cancellare. Io non narro ora i fatti che sono avvenuti; sono conosciuti da tutti. Vi fu grande movimento che è cominciato con gli operai metallurgici: gli operai metallurgici che rappresentano una massa all'incirca di 500 mila operai. Il senatore Ferraris mi ha detto che fu un torto del Governo di essere rimasto neutrale nel primo momento in cui gli operai metallurgici domandarono un aumento di mercede. Egli ritiene che sia dovere del Governo, appena nasce un conflitto di interesse fra capitale e lavoro, di intervenire con la sua autorità per far cessare questo conflitto. Io non sono della sua opinione. Io credo che quando si tratti di un semplice conflitto di interesse fra capitale e lavoro, lo Stato debba mantenere fra le due parti una neutralità: una neutralità vigilante, ma una neutralità, alla quale deve però rinunziare sempre quando le due parti richiedano l'opera sua come pacificatore. Ora, nel caso specifico, il senatore Conti ci ha spiegato molto chiaramente che nei primi tempi in cui sorse questo conflitto fra operai ed industriali, gli industriali avevano la convinzione che sarebbe stato dannoso all'industria concedere aumenti. Con quale diritto lo Stato sarebbe intervenuto per dire agli industriali; voi dovete cedere, dovete conceder questi aumenti? Se noi ammettessimo questo principio, qualunque industria dovrebbe cessare, perchè se ogni qual volta la classe operaia domanda un aumento di salario, il Governo intervenisse per costringere gli industriali a darlo, la vita industriale diventerebbe assolutamente impossibile. Gli industriali mi dissero (e mi sono permesso di accennarlo in una interruzione) quando passai da Torino, prima che le serrate avvenissero, che avevano intenzione di procedere alla serrata. E questo che dissero a me non era un segreto perchè me lo ripetevano molte persone, che non erano industriali. Io li sconsigliai in tutti i modi; e siccome comprendevo perfettamente che, trattandosi di una massa di molte centinaia di migliaia di operai, sarebbe stato impossibile intervenire con la forza, dichiarai a questi industriali che non contassero in nessun modo sull'intervento della forza pubblica. Questo dichiarai in modo formale; quindi nessuno si può dolere che il Governo abbia mancato in qualunque modo alla sua promessa.

Avvenne dunque l'occupazione delle fabbriche. Due cose si potevano fare, secondo coloro che criticano l'operato del Governo: o dovevo impedirla o, se non fossi giunto in tempo ad impedirla, dovevo sgombrare con la forza le fabbriche. Impedirla? Si tratta di 600 manifatture dell'industria metallurgica. Per impedirne l'occupazione avrei dovutodato che la mia previsione fosse arrivata così fulminea da giungere prima che la occupazione avvenisse — avrei dovuto mettere una guarnigione a questi opifici: nei piccoli, un centinaio di uomini; nelle grandi manifatture alcune migliaia. Avrei impiegato, per occupare le fabbriche, tutta indistintamente la forza della quale potevo disporre. E allora, chi sorvegliava i 500 mila operai che restavano fuori delle fabbriche? Chi avrebbe ancora tutelata la pubblica sicurezza nel paese? Quindi si richiedeva da me una previsione impossibile o un atto che, se io l'avessi compiuto, avrei messo la forza pubblica nelle condizioni di essere assediata e non aver più nessuna libertà di movimento (bene). Dunque questa ipotesi io credo di aver diritto di scartarla. Dovevo perciò far sgomberare le fabbriche dalla forza? Evidentemente dovevo iniziare il combattimento, la battaglia, la guerra civile insomma. E questo dopo che la Confederazione Generale del Lavoro aveva solennemente dichiarato che escludeva dal movimento qualunque concetto politico, che tale movimento doveva esser mantenuto nei limiti di una contestazione economica. La Confederazione Generale del Lavoro, nella quale io allora ebbi fiducia, ha dimostrato di meritarla, perchè la grande massa degli operai ha approvato le proposte sue. Se noi fossimo ricorsi alla forza, se avessimo adoperato l'esercito, i carabinieri, le guardie regie contro 500 mila operai, ci sanno dire i critici a quali condizioni avrei condotto il paese? Del resto, il principio della occupazione delle fabbriche, invece del semplice sciopero, aveva avuto un precedente un anno prima. Una industria molto importante, la Ditta Mazzonis, che ha diversi opifici e impiega molte migliaia di operai nel circondario di Pinerolo, fece una serrata perchè non voleva accordare cosa che gli operai domandavano. Gli operai occuparono le fabbriche. Un anno e più fa. Il Governo che cosa fece allora? Era Ministro il senatore Dante Ferraris (si ride). Non li ha espulsi, li ha riconosciuti a questo punto: che ha mandato un rappresentante del Governo a dirigere quelle fabbriche occupate dagli operai (Vivissimi commenti). È possibile che io seguissi questo esempio riguardo alle 600 manifatture dell'industria metallurgica? che avocassi allo Stato la direzione degli operai che avevano occupato queste 600 fabbriche? O che trovassi 600 industriali volonterosi o agenti del Governo che andassero a dirigere queste lavorazioni? Ma questo era proclamare la teoria di Lenin, fare la statizzazione totale di tutte le manifatture. Ora, io non mi sento il coraggio di arrivare così avanti in queste teorie come l'egregio sen. Ferraris. (Ilarità).

La questione dello stabilimento Mazzonis, ha avuto una larga, larghissima eco nel mondo dei lavoratori perchè essi hanno capito: questo è il modo: invece di fare sciopero, restiamo nelle fabbriche, il Governo verrà ad amministrarcele e noi andremo avanti magnificamente senza bisogno degli industriali. Questi esempi, questi principi sono pericolosissimi. Si andava così un po' troppo direttamente verso gli ultimi postulati del socialismo. Io non so se ci arriveremo. In ogni caso, calcolo che ci vorrà ancora un mezzo secolo o anche un secolo. Giungervi così rapidamente, per quanto io venga descritto come una specie di bolscevico, francamente non me la sento. Quando si tratta di un movimento che abbraccia oltre 500 mila operai, non è possibile applicare puramente, semplicemente le norme ordinarie del diritto. Se io avessi fatto citare davanti alle preture questi 500 mila operai invasori per ordinare loro lo sfratto, sarebbe stato uno scoppio di ilarità. I reati individuali, come ha dichiarato, e dimostrato il mio collega, Ministro della giustizia, sono stati deferiti all'autorità giudiziaria. L'autorità giudiziaria sta raccogliendo le prove ed applicherà inesorabilmente le leggi. Ma un movimento complessivo di 500 mila operai non può formare oggetto di processo in stesso e anche sotto l'accusa di aver occupato delle fabbriche, tanto più quando c'era l'esempio di tanta condiscendenza da parte del Governo. Del resto, ragioniamo in puro diritto. Il fatto dell'occupazione di una fabbrica da parte degli operai, il fatto che operai stanno in un locale, il cui proprietario loro ordina di andare via, è una mancanza, è un reato, ma per espellere questi operai bisognava infliggere la pena di morte e vi pare che questa sarebbe stata adeguata alla mancanza commessa? L'andare con l'artiglieria, con le mitragliatrici, come qualche industriale è venuto a chiedermi, contro le fabbriche occupate sarebbe stato infliggere la pena di morte a persone che avevano commesso mancanze che sono punite con leggerissime pene secondo le nostre leggi (commenti).

Io ho creduto a questo punto mio dovere intervenire nei rapporti fra capitale e lavoro. Il Senato è già informato dell'accordo, che fu stipulato col mio intervento. Credo tuttavia necessario di ricordare i termini esatti di quel decreto, che fu preparato in una riunione alla quale intervennero i rappresentanti degli industriali ed i rappresentanti dei lavoratori. Il decreto è così concepito. (Legge il decreto).

Il concetto adunque di questo decreto è trasformare l'ordinamento delle industrie di modo che gli operai possano conoscere e moralmente il modo con cui le industrie stesse camminano. Ora è molto facile far credere che l'industriale, che l'industria fa guadagni fantastici, e quindi può se vuole pagare molto più largamente. L'operaio, ora ha modo di vedere se queste affermazioni, che gli vengono dai propagandisti, siano vere o non lo siano. Il giorno in cui una rappresentanza degli operai conoscerà esattamente le condizioni della industria, il corpo degli operai si renderà conto del punto a cui le sue domande possano giungere. L'operaio, il quale sa che se l'industria fallisce, rimane senza viveri, rimane un disoccupato, non può vivere. L'operaio, quando conoscerà le vere condizioni, è assai probabile che sarà più remissivo nelle sue domande. E del resto, questo decreto non pregiudica assolutamente nulla, perchè la Commissione «deve formulare delle proposte che possono servire al Governo per la presentazione di un disegno, di legge». Io, anzi, dichiarai tanto agli industriali quanto agli operai che questo disegno, quando essi lo avessero presentato, lo avrei fatto esaminare anche dal Consiglio del lavoro; poi questo disegno dovrà essere discusso dal consiglio dei ministri; poi dovrà essere presentato al Parlamento. Quindi ci sono garanzie che se un controllo sia da ammettere, sarà ammesso in modo da non compromettere l'andamento dell'industria ma nello stesso tempo in modo da dare alla classe operaia quella diretta partecipazione all'andamento dell'industria che la metta in condizione di un associato all'industriale anzichè di quella di essere un avversario dell'industriale. Del resto, questa questione del controllo operaio non sorge ora come cosa reale; è un postulato antico non solo, ma io rammento che il concetto del controllo delle fabbriche fu esplicitamente approvato dalla rappresentanza degli operai e dei padroni, degli industriali e degli agrari nel Comitato permanente del lavoro nella seduta del 5 marzo 1919.

 




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