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Paolo Valera
Giovanni Giolitti

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Ha detto bene. Ministro di Vittorio Emanuele III. che leggeva Jean Jaurès, non poteva concepire meglio. Egli ha epitomizzato il regno del mio e del tuo con un cervello che tende all'avvenire. I suoi epigrafisti gli terranno conto di questo suo discorso. Per me è rimasto in anticamera. Doveva continuare. Non si raggiunge l'immortalità che con la rivoluzione.

Come Balzac è stato troppo visto nei suoi romanzi, cosa Giovanni Giolitti è stato visto troppo nella sua politica.

Sì, egli è ancora al lavoro di plasmazione che già lo si vede assumere nuovi aspetti. L'episodio dell'ammutinamento dei miliardarii era ancora nell'aria. Alla Camera si registrava la loro vigliaccheria compiuta con la distribuzione dell'oro ai teppisti di tutte le classi. I «mandanti», i Perrone, gli Ansaldo, i Burletti, i Vanderbilt, i quattrocento cresi erano sotto i denti del presidente del consiglio. Se c'è qualcuno, diceva, che coi miliardi guadagnati colla guerra cercasse di poter influire sulla vita politica del nostro paese si inganna. La Stampa ci ha fatto sapere che l'oratore alla Camera fu immenso. La Camera è scoppiata e ha diffuso i suoi entusiasmi. L'on. Maffi ha iniziato la storia narrando le prodezze degli ufficiali e delle guardie regia. L'Avanti! è stato aggredito. L'on. Brunelli ha rammentato l'incidente toccato all'on. Reina. Egli era in piazza Poli. Vide un ufficiale dei bersaglieri che alzava un bastone contro un operaio. Lo ha rimproverato.

L'ufficiale: — Siete stato in trincea?

Reina: — La mia età non mi ha obbligato. Ho fatto il mio dovere. Sono deputato.

L'ufficiale mi si avventò con una bastonata. Gli altri ufficiali mi vennero addosso con male parole. Una guardia regia mi colpi col calcio del fucile.

Baldini completa l'indecenza militare: un gruppo di dieci o dodici scalmanati insolentiva i deputati gridando:

Venduti per quindici mila lire!

Il gruppo faceva di tutto per venire a contatto coi deputati. Il commissario lo ha impedito.

Voci: E allora di che vi lamentate?

— Malgrado ciò un giovane ben vestito di nero riuscì ad avvicinarsi all'on. Modigliani e a colpirlo violentemente con un bastone al capo. Io gridai: — Vile! assassino! Il giovane venne agguantato da un tale che aveva l'aria di un agente in borghese. Venne subito rilasciato. Perchè? Lo rincorsi. Il giovane venne nuovamente arrestato e di nuovo rilasciato da una guardia regia. Perchè? la guardia rispose: Il maresciallo lo ha identificato. Il maresciallo può identificare e mettere al largo? È una interrogazione mia. Giolitti non se ne è occupato. Non ci ha detto come va la faccenda delle guardie regie che arrestano e rimettono al largo. Sono autonome? Non lo sono? Fanno giustizia con le loro mani? Certo è che la loro carriera ha un avvenire. Salgono. A giorni saranno i nostri padroni. La scena bolognese ha dato loro un'importanza insperata. Giovanni Giolitti che noi credevamo al lavoro di incrudimento per punire gli odiosi pervenus che si cono arricchiti in guerra grazie ai compiacimenti governativi e militari, lo abbiamo riveduto alla Camera nella sua autentica veste di vecchio poliziotto. Gratta e gratta e ne esce il boia. Ci si trova di nuovo alla presenza dei Pelloux, dei Manpas di polizia e degli alti funzionari che hanno studiato tutta la vita come conculcare il gregge abbandonato ai loro abusi, alle loro sevizie, alle loro crudeltà. L'on. Turati, colui che ha lavorato ai tempi degli aguzzini della vita pubblica per sfollare le prigioni, per conquistare il diritto di riunione, per sopprimere il domicilio coatto, che è stato librettato lui stesso come delinquente comune; a vent'anni di distanza, l'uomo che contrastava ai governi malvagi di disciplinare la piazza a nerbate, si è lasciato sfuggire parole che costeranno care alle masse. Egli, Turati, dopo la contesa tragica di Bologna per «una bandiera», ha veduto l'ora di cominciare a disarmare, a deporre le armi, a pacificare gli animi. Giovanni Giolitti non se l'è fatto dire due volte. Egli si è subito dichiarato per il disarmo dei violenti. L'on. Turati, forse senza volerlo, è entrato nel suo ideale governativo. I violenti sono in generale i nostri nuovi poliziotti. Da quando la guardia regia è costituita ci furono cadaveri in tutte le riunioni, in tutti i comizii, in tutte le regioni. I socialisti sono stati presi per degli austriaci. Il poliziotto armato in un paese di libertà, è un anacronismo. È un nemico sociale messo in circolazione. Se la guardia regia è armata, il cittadino ha diritto di essere nelle stesse condizioni. La democrazia rossa dei tempi di Napoleone III agguantava il commissario che minacciava di sciogliere il comizio con i revolvers alla mano. Non aveva paura. Aveva anch'essa in tasca l'ordigno di difesa. In Inghilterra non c'è policeman armato che di un breve randello. Non c'è policeman che possa entrare, escludo il periodo della guerra, nell'abitazione del citizen.

La casa è il mio castello anche se fosse il tugurio della mia indigenza. Nessuno dovrebbe penetrarvi senza suonare il campanello, se c'è, o bussare con le nocche, se non c'è. Il citizen è orgoglioso del suo castello ed è pronto a morire per la sua indipendenza. Non sarebbe la prima volta. Qui da noi lo si disonora. Dove è appesa la miseria l'agente o gli agenti non discutono neanche. È un uscio di alcoolisti, o di ladri o di stramaglia carceraria. Si va avanti con le scarpe infangate, con il cappello in capo, con la voce rauca dei rappresentanti del potere, come se fossero loro, quelli incaricati di tagliare le teste. La libertà di tutti consegnata alla polizia disturba tutti i paesi. È una polizia che abusa. Domani, Giovanni Giolitti, quando avrà trasmesso a tutte le questure e a tutte le magistrature l'ordine di sopprimere le armi ai violenti ci accorgeremo del male fatto. Nessuno si sentirà sicuro, più libero, saremo pedinati sorvegliati, additati. L'occhio della guardia regia sarà su noi dalla mattina alla sera. Tranne i quattrocento arricchiti di guerra e la borghesia monarchica. Le masse che sono per natura contrarie alle prepotenze di governo saranno tormentate per dei nonnulla. Voltatevi indietro. È la nostra storia. Le leggi eccezionali hanno massacrato i nostri compagni degli anni passati. Le nostre masse comiziano? Quale è il questore che non ne esigerà la dispersione? Egli ha diritto al dubbio. Gli assembrati possono avere indosso delle armi, sia pure dei semplici coltelli accuminati. Via! Egli non vuole responsabilità. Scioglie. Ordina di sciogliere. Più tardi alla violazione dei domicilii. Tack! tack! È la polizia. Se non si apre si sfonda. Vi si sveglia e si fruga, si requisisce. Questa vitaccia è conosciuta da tutti coloro che hanno vissuto di politica prima della guerra. Figuratevi dopo! Poi non è giusta la giustizia di Giovanni Giolitti, anche se ha o avesse l'approvazione di Filippo Turati. Che diamine! A Bologna, in una zona limitata, è avvenuta una grave tragedia. Fu un episodio regionale. Non è che uno scontro fra fascisti e socialisti o un'aggressione di sorpresa fra gli uni e gli altri. La guerra civile è diversa. Non nasce in una piazza o in un palazzo. Cade l'epoca dei prefetti. I giornali morali che con Giolitti vivono obbligatoriamente con la gerenza sono sostituiti dai Trotsky della rivoluzione. Non prevedo, non annuncio, non so quello che può avvenire. Quello che so è che non si possono punire trentotto o quaranta milioni di persone perchè 300 di loro hanno versato del sangue.

Io non sono sarò mai per l'impotenza del cittadino. Cito due documenti che mi confortano nell'idea. A Parigi il 31 luglio 1914 è nato qualcosa di più grave che a Bologna. La capitale francese era tutta sottosopra, tutta emozionata. Non mancavano che poche ore alla catastrofe che doveva esterrefare il mondo. Nell'ansia generale il più grande dei francesi, Jean Jaurès, stava per scrivere l'articolo che doveva salvare la Francia e l'Europa dal terribile cataclisma e guidare il socialismo internazionale sulle vette della gloria. Egli aveva fame. I suoi compagni di redazione avevano fame. Scelsero il Croissant — vicino al giornale. Erano giunti agli ultimi bocconi. Tutti loro parlavano dell'avvenimento. Stavano per suonare le dieci. Una mano sciagurata spostò violentemente la tenda al dorso del direttore dell'Humanitè. Due detonazioni. Il più illustre storico delle rivoluzioni francesi piegava. Due palle nel cranio. Egli era morto. I compagni non gli hanno potuto offrire che i singhiozzi. Per l'amico dell'umanità non ci furono cha le lagrime dell'amicizia. L'assassino, Ronul Villain, venne agguantato. Non valeva nulla. Non aggiungeva, diminuiva. Era uno squilibrato, un pazzoide. La notizia è corsa per il mondo. Parigi fu in lagrime. Ha indossata la gramaglia. Fu una commozione intraducibile. Non fu la morte di un generale. La catastrofe di Joffre avrebbe lasciato tutti tranquilli. La scomparsa fulminea di Jean Jaurès ha messo lagrime in tutti gli occhi. Lungo la triste nottata, lungo la giornata successiva della sventura internazionale pareva di udire per tutte le vie, per tutte le piazze, per tutti i ritrovi la nenia del dolore. Jean Jaurès era stato ridotto al silenzio nell'atto in cui i francesi avevano bisogno della sua parola. La sua voce possente, grave e lenta, piena di vibrazioni e di suoni che remigavano nel cuore, era spenta.

Il 7 febbraio 1919, quando Foch aveva quasi compiuta la sua opera militare e l'homme anchainé non era più che l'uomo che aveva fatta la sua guerra, certo Cuttin, anarchico, lo attese e gli scaricò addosso nove colpi di revolvers, l'uno su l'altro, raggiungendolo nella regione polmonare. Se ne può immaginare il chiasso. Clemenceau, in quel momento, era considerato il vincitore. L'indignazione fu grande. Per alcuni giorni la stampa non si occupò che di lui. Cuttin venne portato in giro come un demente, un criminale. Condannato a morte e graziato dal presidente del consiglio ch'egli aveva tentato di uccidere, non rimase che il fattaccio di uno scriteriato.

I due avvenimenti, di Jean Jaurès e di Georges Clemenceau non potevano essere più clamorosi, più sensazionali, più commoventi. A nessuno in Francia è venuto in mente di disarmare la popolazione piena di revolvers, di bombe a mano, di pugnali, di bombarde, di tubi di gelatina, di mitragliatrici e forse di tanks. Nessuno, uomo di piazza, di spada, di legge, ha avuta la triste idea di proporre al governo di disarmare i violenti. Vale a dire tutta la Francia. C'è un minuto in cui la violenza è di tutti. Il presidente dei ministri non si è lasciato infuriare, non è corso alle leggi eccezionali. Ha accomodato la storia nel casellario. Ravachol passa. Il disarmo resta. Il bombardiere rimane un episodio, la soppressione della libertà indemonia. L'impotenza cittadina addolora. A tutto questo si preferisce il dramma. La legge eccezionale l'idea di un popolo di monatti.

Clemenceau ha domandato alla Francia tutto il suo sangue per salvare, diceva lui, il paese dalla disfatta che l'avrebbe resa schiava. L'attentato alla sua vita non ha suggerito il disarmo. La Francia fu saggia. Le restrizioni, le coercizioni, i decreti che azzoppano e storpiano le masse sono tutte misure fatali. Voi avete veduto quel capo della imbecillità italiana che si chiama Antonio Salandra. Davanti a Cadorna non ci doveva essere che un popolo in ginocchio. Non ha interrogato che lui per sapere se si o no si dovesse sottomettere la stampa alla schiavitù militare. La Camera vi venne coercizzata. Essa non ci fu che per votare l'oro per la guerra. Null'altro. La stampa venne evirata. Non erano ammesse che le esaltazioni militari, rivedute e corrette dalle mani prezzolate del comando supremo. La nazione, durante la cosidetta guerra, non ha conosciuto che Luigi Cadorna, generalissimo al cui confronto Napoleone I. e Moltke potevano nascondersi. Egli era un uomo di scalpello, di pennello, di libri alla Barzini. Borioso infallibile, inarrivabile. Sulle sue vittorie nessun dubbio. Il suo linguaggio gergale era sommo. Caporetto, nel suo calamaio, diventava un «ripiegamento». Le sue disfatte del trentino erano le sue vittorie, le sue grandiose gesta del maggio 1916.

Cadorna fu per anni il nostro tiranno. La sua potenza fu la nostra impotenza. Chi non lo applaudiva era un disfattista. Giovanni Giolitti fu il massimo dei suoi denigrati. Lo ha tenuto al bando tutto il tempo della sua supremazia. Tutto è stato perdonato a Cadorna; anche i soldati ch'egli ha fatto fucilare e senza neanche uno straccio di processo statario! Senza giornali che rivedessero le sue magagne mentali e militari l'Italia ha sciupato un'infinità di milioni e arrischiato di essere attaccata al carro del austriaco!

Cito esempi sopra esempi. Il tipo dell'eccezione legislativa sulla piattaforma parlamentare è indubbiamente Lloyd George. Spavaldo, braggadoccio, fanfarone, guascone, chitovinista fino all'auto-adorazione. Ci ricordiamo tutti il suo discorso all'iniziazione della grande guerra. Era tutto un rimescolio d'oro di sterlina. Vi si sentivano i quattrocento Vanderbilt alla volgarizzazione del dollaro. Udite. Le spese dell'impero britannico sono assai superiori a quelle della Francia e della Russia. Esse superano probabilmente di 100 o 150 milioni di sterline la cifra delle spese più elevate dei nostri due grandi alleati.

Noi abbiamo dovuto formare un nuovo esercito e mantenere una marina enorme: noi paghiamo signorilmente indennità alle donne e fanciulli dei combattenti.

Noi abbiamo dovuto far venire truppe dai confini dell'universo. Noi facciamo la guerra non solo all'Europa, ma all'Asia come al Nord, all'est, al sud dell'Africa.

La grande Bretagna e la Francia sono i due paesi più ricchi del mondo. Essi sono i grandi banchieri dell'universo.

Con i nostri piazzamenti finanziari all'estero, noi siamo in grado di sostenere per cinque anni le immense spese di guerra.

Basta. Io non ho voluto mettere in vetrina che la potente piovra che ha i suoi tentacoli in tutte le parti del globo o che sciorina davanti alla gigantesca conflagrazione la sua possanza. Sono in lui gli intenti dei Rolhschild. Egli figurerà fra le celebrità di cera della grande guerra. Dopo non trovate in lui che i denti della iena. Cresciuto in mezzo ai gladstoniani che volevano cessare la ferocia inglese contro l'Irlanda per la rapacità capitalistica si sono sviluppati in lui tutti i rancori contro gli irlandesi dei tempi del terrore. Noi tutti abbiamo veduto come egli sia rimasto sordo all'urlo mondiale durante la lunga e spasmodica agonia del sindaco di Cork. La gente tremava dalla collera e la faccia di Lloyd George pareva una maschera. Non dava la minima palpitazione dell'avvenimento che aveva fatto impallidire l'umanità intera. Morto il sindaco, noi poveri mortali osavamo sperare che la legge eccezionale che divide l'Inghilterra dall'Irlanda fosse finita. Credevamo che Parnell potesse rimanere nella sua tranquillità sepolcrale. Credevamo che la pietà lo avesse curvato. Nossignori! Non è finita. La storia della maledizione non finisce mai. Se gli scandali esecrabili di questi giorni compiuti in Irlanda con le leggi eccezionali ravvisate da Lloyd George andranno per il futuro, la fama del primo ministro inglese andrà come quella di Nerone e Caligola, fino all'estinzione della storia. Il colpo di stato di Napoleone III fu un massacro di ore. Non ha confronti con i delitti statali della iena inglese dei nostri giorni. Finita la tragedia alla Victor Hugo il poeta ha gettato il suo cacchinno alla storia e il figlio di Ortensia non fu più che un malandrino sul trono.

Ma Lloyd George è sempre all'esordio. Dopo una strage un'altra. Egli perseguita l'opinione nazionale che resiste alla Unione di John Bull. Uccide, affama, fracassa l'umanità tutti i giorni. Viola tutti i domicilii. Il giorno che è stato violato quello di Parnell, il grande leader di 85 deputati irlandesi alla Camera dei Comuni, ha detto sulla piattaforma: se fossi stato a casa mi sarei servito del fucile contro i policeman! Egli era tra coloro che volevano che la casa fosse il loro castello. Tutto hanno subito e subiscono gli irlandesi: la coercizione, gli arresti senza mandato d'arresto, il fanatismo poliziesco, l'incarcerazione dei deputati in massa, le impiccagioni periodiche, le persecuzioni lanlordistiche, gli sfratti paesani, le vergate a schiena nuda nelle carceri.

Che volete di più? L'odio per l'inglese è tanto alto in Irlanda che nessuno della Isola Verde pronuncia l'accento di John Bull. Se lo udite è delle classi maggiori ivi immigrate.

Malgrado che Lloyd George abbia assistito alle scene irlandesi nella Camera dei Comuni, fino dai tempi di Chamberlain, egli continua in Irlanda la storia dei più abbietti e spietati rulers. Disarma, imprigiona, strangola con cappio del boia, fucila per la strada, arresta nella casa e nelle vie, compie tutte le azioni piratesche. L'idea di incenerire le più vaste città inglesi fu di O'Donovan Rossa, colui che fu il capo dei dinamitardi. La concessione punitiva è ora passata nei Sinn feiners da Dublino a Werry, da Waterford a Wicklow. Tutti sono impegnati a impadronirsi della testa del mostruoso tiranno. Lloyd George è finito. Oggi o domani cadrà come tutti i mostri della esistenza. Vive come una belva, circondato dai detectives che hanno la mano sui revolvers. Egli non cessa, ma non cessano neppure i suoi nemici. In Irlanda si sa morire. Anche nelle mani dei carnefici essi trasmettono il grido delle generazioni di proteggere l'Irlanda, la verde Erinni, dagli agguati inglesi.

Muoiono fucilati sulle vie, sulle piazze, ai limitari delle case, in faccia alle plebi militari, agitando i cappelli, incoraggiando gli altri del loro coraggio. E muoiono come un popolo di eroi.

Long live Ireland!

e morte ai loro assassini.

 

Fine




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