Ha detto bene. Ministro di Vittorio
Emanuele III. che leggeva Jean Jaurès, non poteva concepire meglio. Egli ha
epitomizzato il regno del mio e del tuo con un cervello che tende all'avvenire.
I suoi epigrafisti gli terranno conto di questo suo discorso. Per me è rimasto
in anticamera. Doveva continuare. Non si raggiunge l'immortalità che con la
rivoluzione.
Come Balzac è stato troppo visto nei suoi romanzi, cosa
Giovanni Giolitti è stato visto troppo nella sua politica.
Sì, egli è ancora al lavoro di
plasmazione che già lo si vede assumere nuovi aspetti. L'episodio
dell'ammutinamento dei miliardarii era ancora nell'aria. Alla Camera si
registrava la loro vigliaccheria compiuta con la distribuzione dell'oro ai
teppisti di tutte le classi. I «mandanti», i Perrone, gli Ansaldo, i Burletti,
i Vanderbilt, i quattrocento cresi erano sotto i denti del presidente del
consiglio. Se c'è qualcuno, diceva, che coi miliardi guadagnati colla guerra
cercasse di poter influire sulla vita politica del nostro paese si inganna. La Stampa ci ha fatto
sapere che l'oratore alla Camera fu immenso. La Camera è scoppiata e ha
diffuso i suoi entusiasmi. L'on. Maffi ha iniziato la storia narrando le
prodezze degli ufficiali e delle guardie regia. L'Avanti! è stato
aggredito. L'on. Brunelli ha rammentato l'incidente toccato all'on. Reina. Egli
era in piazza Poli. Vide un ufficiale dei bersaglieri che alzava un bastone
contro un operaio. Lo ha rimproverato.
L'ufficiale: — Siete stato in trincea?
Reina: — La mia età non mi ha obbligato. Ho fatto il mio
dovere. Sono deputato.
L'ufficiale mi si avventò con una bastonata. Gli altri
ufficiali mi vennero addosso con male parole. Una guardia regia mi colpi col
calcio del fucile.
Baldini completa l'indecenza militare: un gruppo di dieci
o dodici scalmanati insolentiva i deputati gridando:
— Venduti per quindici mila
lire!
Il gruppo faceva di tutto per venire a contatto coi
deputati. Il commissario lo ha impedito.
Voci: E allora di che vi lamentate?
— Malgrado ciò un giovane ben vestito di nero riuscì ad
avvicinarsi all'on. Modigliani e a colpirlo violentemente con un bastone al
capo. Io gridai: — Vile! assassino! Il giovane venne agguantato da un tale che
aveva l'aria di un agente in borghese. Venne subito rilasciato. Perchè? Lo
rincorsi. Il giovane venne nuovamente arrestato e di nuovo rilasciato da una
guardia regia. Perchè? la guardia rispose: Il maresciallo lo ha identificato.
Il maresciallo può identificare e mettere al largo? È una interrogazione mia.
Giolitti non se ne è occupato. Non ci ha detto come va la faccenda delle
guardie regie che arrestano e rimettono al largo. Sono autonome? Non lo sono?
Fanno giustizia con le loro mani? Certo è che la loro carriera ha un avvenire.
Salgono. A giorni saranno i nostri padroni. La scena bolognese ha dato loro
un'importanza insperata. Giovanni Giolitti che noi credevamo al lavoro di
incrudimento per punire gli odiosi pervenus che si cono arricchiti in guerra
grazie ai compiacimenti governativi e militari, lo abbiamo riveduto alla Camera
nella sua autentica veste di vecchio poliziotto. Gratta e gratta e ne esce il
boia. Ci si trova di nuovo alla presenza dei Pelloux, dei Manpas di polizia e
degli alti funzionari che hanno studiato tutta la vita come conculcare il
gregge abbandonato ai loro abusi, alle loro sevizie, alle loro crudeltà. L'on.
Turati, colui che ha lavorato ai tempi degli aguzzini della vita pubblica per
sfollare le prigioni, per conquistare il diritto di riunione, per sopprimere il
domicilio coatto, che è stato librettato lui stesso come delinquente comune; a
vent'anni di distanza, l'uomo che contrastava ai governi malvagi di
disciplinare la piazza a nerbate, si è lasciato sfuggire parole che costeranno
care alle masse. Egli, Turati, dopo la contesa tragica di Bologna per «una
bandiera», ha veduto l'ora di cominciare a disarmare, a deporre le armi, a
pacificare gli animi. Giovanni Giolitti non se l'è fatto dire due volte. Egli
si è subito dichiarato per il disarmo dei violenti. L'on. Turati, forse senza
volerlo, è entrato nel suo ideale governativo. I violenti sono in generale i
nostri nuovi poliziotti. Da quando la guardia regia è costituita ci furono cadaveri
in tutte le riunioni, in tutti i comizii, in tutte le regioni. I socialisti
sono stati presi per degli austriaci. Il poliziotto armato in un paese di
libertà, è un anacronismo. È un nemico sociale messo in circolazione. Se la
guardia regia è armata, il cittadino ha diritto di essere nelle stesse
condizioni. La democrazia rossa dei tempi di Napoleone III agguantava il
commissario che minacciava di sciogliere il comizio con i revolvers alla mano.
Non aveva paura. Aveva anch'essa in tasca l'ordigno di difesa. In Inghilterra
non c'è policeman armato che di un breve randello. Non c'è policeman che possa
entrare, escludo il periodo della guerra, nell'abitazione del citizen.
La casa è il mio castello anche
se fosse il tugurio della mia indigenza. Nessuno dovrebbe penetrarvi senza
suonare il campanello, se c'è, o bussare con le nocche, se non c'è. Il citizen
è orgoglioso del suo castello ed è pronto a morire per la sua indipendenza. Non
sarebbe la prima volta. Qui da noi lo si disonora. Dove è appesa la miseria
l'agente o gli agenti non discutono neanche. È un uscio di alcoolisti, o di
ladri o di stramaglia carceraria. Si va avanti con le scarpe infangate, con il
cappello in capo, con la voce rauca dei rappresentanti del potere, come se
fossero loro, quelli incaricati di tagliare le teste. La libertà di tutti
consegnata alla polizia disturba tutti i paesi. È una polizia che abusa.
Domani, Giovanni Giolitti, quando avrà trasmesso a tutte le questure e a tutte
le magistrature l'ordine di sopprimere le armi ai violenti ci accorgeremo del
male fatto. Nessuno si sentirà sicuro, più libero, saremo pedinati sorvegliati,
additati. L'occhio della guardia regia sarà su noi dalla mattina alla sera.
Tranne i quattrocento arricchiti di guerra e la borghesia monarchica. Le masse
che sono per natura contrarie alle prepotenze di governo saranno tormentate per
dei nonnulla. Voltatevi indietro. È la nostra storia. Le leggi eccezionali
hanno massacrato i nostri compagni degli anni passati. Le nostre masse
comiziano? Quale è il questore che non ne esigerà la dispersione? Egli ha diritto
al dubbio. Gli assembrati possono avere indosso delle armi, sia pure dei
semplici coltelli accuminati. Via! Egli non vuole responsabilità. Scioglie.
Ordina di sciogliere. Più tardi alla violazione dei domicilii. Tack! tack! È la
polizia. Se non si apre si sfonda. Vi si sveglia e si fruga, si requisisce.
Questa vitaccia è conosciuta da tutti coloro che hanno vissuto di politica
prima della guerra. Figuratevi dopo! Poi non è giusta la giustizia di Giovanni
Giolitti, anche se ha o avesse l'approvazione di Filippo Turati. Che diamine! A
Bologna, in una zona limitata, è avvenuta una grave tragedia. Fu un episodio
regionale. Non è che uno scontro fra fascisti e socialisti o un'aggressione di
sorpresa fra gli uni e gli altri. La guerra civile è diversa. Non nasce in una
piazza o in un palazzo. Cade l'epoca dei prefetti. I giornali morali che con Giolitti
vivono obbligatoriamente con la gerenza sono sostituiti dai Trotsky della
rivoluzione. Non prevedo, non annuncio, non so quello che può avvenire. Quello
che so è che non si possono punire trentotto o quaranta milioni di persone
perchè 300 di loro hanno versato del sangue.
Io non sono nè sarò mai per
l'impotenza del cittadino. Cito due documenti che mi confortano nell'idea. A
Parigi il 31 luglio 1914 è nato qualcosa di più grave che a Bologna. La
capitale francese era tutta sottosopra, tutta emozionata. Non mancavano che
poche ore alla catastrofe che doveva esterrefare il mondo. Nell'ansia generale
il più grande dei francesi, Jean Jaurès, stava per scrivere l'articolo che
doveva salvare la Francia
e l'Europa dal terribile cataclisma e guidare il socialismo internazionale
sulle vette della gloria. Egli aveva fame. I suoi compagni di redazione avevano
fame. Scelsero il Croissant — vicino al giornale. Erano giunti agli ultimi
bocconi. Tutti loro parlavano dell'avvenimento. Stavano per suonare le dieci.
Una mano sciagurata spostò violentemente la tenda al dorso del direttore dell'Humanitè.
Due detonazioni. Il più illustre storico delle rivoluzioni francesi piegava.
Due palle nel cranio. Egli era morto. I compagni non gli hanno potuto offrire
che i singhiozzi. Per l'amico dell'umanità non ci furono cha le lagrime
dell'amicizia. L'assassino, Ronul Villain, venne agguantato. Non valeva nulla.
Non aggiungeva, diminuiva. Era uno squilibrato, un pazzoide. La notizia è corsa
per il mondo. Parigi fu in lagrime. Ha indossata la gramaglia. Fu una
commozione intraducibile. Non fu la morte di un generale. La catastrofe di
Joffre avrebbe lasciato tutti tranquilli. La scomparsa fulminea di Jean Jaurès
ha messo lagrime in tutti gli occhi. Lungo la triste nottata, lungo la giornata
successiva della sventura internazionale pareva di udire per tutte le vie, per
tutte le piazze, per tutti i ritrovi la nenia del dolore. Jean Jaurès era stato
ridotto al silenzio nell'atto in cui i francesi avevano bisogno della sua
parola. La sua voce possente, grave e lenta, piena di vibrazioni e di suoni che
remigavano nel cuore, era spenta.
Il 7 febbraio 1919, quando Foch
aveva quasi compiuta la sua opera militare e l'homme anchainé non era
più che l'uomo che aveva fatta la sua guerra, certo Cuttin, anarchico, lo
attese e gli scaricò addosso nove colpi di revolvers, l'uno su l'altro,
raggiungendolo nella regione polmonare. Se ne può immaginare il chiasso.
Clemenceau, in quel momento, era considerato il vincitore. L'indignazione fu
grande. Per alcuni giorni la stampa non si occupò che di lui. Cuttin venne
portato in giro come un demente, un criminale. Condannato a morte e graziato
dal presidente del consiglio ch'egli aveva tentato di uccidere, non rimase che
il fattaccio di uno scriteriato.
I due avvenimenti, di Jean
Jaurès e di Georges Clemenceau non potevano essere più clamorosi, più
sensazionali, più commoventi. A nessuno in Francia è venuto in mente di
disarmare la popolazione piena di revolvers, di bombe a mano, di pugnali, di
bombarde, di tubi di gelatina, di mitragliatrici e forse di tanks. Nessuno, nè
uomo di piazza, nè di spada, nè di legge, ha avuta la triste idea di proporre
al governo di disarmare i violenti. Vale a dire tutta la Francia. C'è un
minuto in cui la violenza è di tutti. Il presidente dei ministri non si è
lasciato infuriare, non è corso alle leggi eccezionali. Ha accomodato la storia
nel casellario. Ravachol passa. Il disarmo resta. Il bombardiere rimane un
episodio, la soppressione della libertà indemonia. L'impotenza cittadina
addolora. A tutto questo si preferisce il dramma. La legge eccezionale dà
l'idea di un popolo di monatti.
Clemenceau ha domandato alla
Francia tutto il suo sangue per salvare, diceva lui, il paese dalla disfatta
che l'avrebbe resa schiava. L'attentato alla sua vita non ha suggerito il
disarmo. La Francia
fu saggia. Le restrizioni, le coercizioni, i decreti che azzoppano e storpiano
le masse sono tutte misure fatali. Voi avete veduto quel capo della imbecillità
italiana che si chiama Antonio Salandra. Davanti a Cadorna non ci doveva essere
che un popolo in ginocchio. Non ha interrogato che lui per sapere se si o no si
dovesse sottomettere la stampa alla schiavitù militare. La Camera vi venne
coercizzata. Essa non ci fu che per votare l'oro per la guerra. Null'altro. La
stampa venne evirata. Non erano ammesse che le esaltazioni militari, rivedute e
corrette dalle mani prezzolate del comando supremo. La nazione, durante la
cosidetta guerra, non ha conosciuto che Luigi Cadorna, generalissimo al cui
confronto Napoleone I. e Moltke potevano nascondersi. Egli era un uomo di
scalpello, di pennello, di libri alla Barzini. Borioso infallibile,
inarrivabile. Sulle sue vittorie nessun dubbio. Il suo linguaggio gergale era
sommo. Caporetto, nel suo calamaio, diventava un «ripiegamento». Le sue
disfatte del trentino erano le sue vittorie, le sue grandiose gesta del maggio
1916.
Cadorna fu per anni il nostro
tiranno. La sua potenza fu la nostra impotenza. Chi non lo applaudiva era un
disfattista. Giovanni Giolitti fu il massimo dei suoi denigrati. Lo ha tenuto
al bando tutto il tempo della sua supremazia. Tutto è stato perdonato a
Cadorna; anche i soldati ch'egli ha fatto fucilare e senza neanche uno straccio
di processo statario! Senza giornali che rivedessero le sue magagne mentali e
militari l'Italia ha sciupato un'infinità di milioni e arrischiato di essere
attaccata al carro del austriaco!
Cito esempi sopra esempi. Il
tipo dell'eccezione legislativa sulla piattaforma parlamentare è indubbiamente
Lloyd George. Spavaldo, braggadoccio, fanfarone, guascone, chitovinista fino all'auto-adorazione.
Ci ricordiamo tutti il suo discorso all'iniziazione della grande guerra. Era
tutto un rimescolio d'oro di sterlina. Vi si sentivano i quattrocento
Vanderbilt alla volgarizzazione del dollaro. Udite. Le spese dell'impero
britannico sono assai superiori a quelle della Francia e della Russia. Esse
superano probabilmente di 100 o 150 milioni di sterline la cifra delle spese
più elevate dei nostri due grandi alleati.
Noi abbiamo dovuto formare un nuovo
esercito e mantenere una marina enorme: noi paghiamo signorilmente indennità
alle donne e fanciulli dei combattenti.
Noi abbiamo dovuto far venire
truppe dai confini dell'universo. Noi facciamo la guerra non solo all'Europa,
ma all'Asia come al Nord, all'est, al sud dell'Africa.
La grande Bretagna e la Francia sono i due paesi
più ricchi del mondo. Essi sono i grandi banchieri dell'universo.
Con i nostri piazzamenti
finanziari all'estero, noi siamo in grado di sostenere per cinque anni le
immense spese di guerra.
Basta. Io non ho voluto mettere
in vetrina che la potente piovra che ha i suoi tentacoli in tutte le parti del
globo o che sciorina davanti alla gigantesca conflagrazione la sua possanza.
Sono in lui gli intenti dei Rolhschild. Egli figurerà fra le celebrità di cera
della grande guerra. Dopo non trovate in lui che i denti della iena. Cresciuto
in mezzo ai gladstoniani che volevano cessare la ferocia inglese contro
l'Irlanda per la rapacità capitalistica si sono sviluppati in lui tutti i
rancori contro gli irlandesi dei tempi del terrore. Noi tutti abbiamo veduto
come egli sia rimasto sordo all'urlo mondiale durante la lunga e spasmodica
agonia del sindaco di Cork. La gente tremava dalla collera e la faccia di Lloyd
George pareva una maschera. Non dava la minima palpitazione dell'avvenimento
che aveva fatto impallidire l'umanità intera. Morto il sindaco, noi poveri
mortali osavamo sperare che la legge eccezionale che divide l'Inghilterra
dall'Irlanda fosse finita. Credevamo che Parnell potesse rimanere nella sua
tranquillità sepolcrale. Credevamo che la pietà lo avesse curvato. Nossignori!
Non è finita. La storia della maledizione non finisce mai. Se gli scandali
esecrabili di questi giorni compiuti in Irlanda con le leggi eccezionali
ravvisate da Lloyd George andranno per il futuro, la fama del primo ministro
inglese andrà come quella di Nerone e Caligola, fino all'estinzione della
storia. Il colpo di stato di Napoleone III fu un massacro di ore. Non ha
confronti con i delitti statali della iena inglese dei nostri giorni. Finita la
tragedia alla Victor Hugo il poeta ha gettato il suo cacchinno alla storia e il
figlio di Ortensia non fu più che un malandrino sul trono.
Ma Lloyd George è sempre
all'esordio. Dopo una strage un'altra. Egli perseguita l'opinione nazionale che
resiste alla Unione di John Bull. Uccide, affama, fracassa l'umanità tutti i
giorni. Viola tutti i domicilii. Il giorno che è stato violato quello di
Parnell, il grande leader di 85 deputati irlandesi alla Camera dei Comuni, ha
detto sulla piattaforma: se fossi stato a casa mi sarei servito del fucile
contro i policeman! Egli era tra coloro che volevano che la casa fosse il loro
castello. Tutto hanno subito e subiscono gli irlandesi: la coercizione, gli
arresti senza mandato d'arresto, il fanatismo poliziesco, l'incarcerazione dei
deputati in massa, le impiccagioni periodiche, le persecuzioni lanlordistiche,
gli sfratti paesani, le vergate a schiena nuda nelle carceri.
Che volete di più? L'odio per
l'inglese è tanto alto in Irlanda che nessuno della Isola Verde pronuncia
l'accento di John Bull. Se lo udite è delle classi maggiori ivi immigrate.
Malgrado che Lloyd George abbia
assistito alle scene irlandesi nella Camera dei Comuni, fino dai tempi di
Chamberlain, egli continua in Irlanda la storia dei più abbietti e spietati
rulers. Disarma, imprigiona, strangola con cappio del boia, fucila per la
strada, arresta nella casa e nelle vie, compie tutte le azioni piratesche.
L'idea di incenerire le più vaste città inglesi fu di O'Donovan Rossa, colui
che fu il capo dei dinamitardi. La concessione punitiva è ora passata nei Sinn
feiners da Dublino a Werry, da Waterford a Wicklow. Tutti sono impegnati a
impadronirsi della testa del mostruoso tiranno. Lloyd George è finito. Oggi o
domani cadrà come tutti i mostri della esistenza. Vive come una belva,
circondato dai detectives che hanno la mano sui revolvers. Egli non cessa, ma
non cessano neppure i suoi nemici. In Irlanda si sa morire. Anche nelle mani
dei carnefici essi trasmettono il grido delle generazioni di proteggere
l'Irlanda, la verde Erinni, dagli agguati inglesi.
Muoiono fucilati sulle vie, sulle
piazze, ai limitari delle case, in faccia alle plebi militari, agitando i
cappelli, incoraggiando gli altri del loro coraggio. E muoiono come un popolo
di eroi.
Long live Ireland!
e morte ai loro assassini.
Fine
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