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L'ho conosciuta. Era una ditta
postribolare. Il suo soprannome era «Zia». Tutti i ghiottoni di donne
clandestine e tutte le donne venderecce si compiacevano di chiamarla «Zia». È
morta il cinque marzo, alle quattro pomeridiane del 1902, nella sua abitazione
carnimoniale di via Disciplini, 4 confortata dalla religione che l'ha assolta
delle turpitudini di mercantessa di depravazione. È spirata come una pia donna
che avesse dedicata l'esistenza al culto della preghiera. Nella stanza non
c'era traccia del mestiere infame ch'ella aveva esercitato in una città di
mezzo milione e più di abitanti animalizzati dalle passioni carnascialesche.
Adagiata nel letto di megera con
la faccia assecchita e increspata dagli anni, con la croce d'ebano sul petto
con le mani scarne che stringevano i fiori bianchi come per celare le sue
nefandezze.
Per scovare la venditrice di
femmine bisognava guardarla negli occhi. Gli occhi, pur essendo asciutti,
avevano conservato il guizzo malizioso della trafficatrice di libidine. Io ho
provato ad alzarle la palpebra che faceva da sepolcro alle sue porcaggini e ho
subìto un'impressione disgustosa. Intorno la pupilla spenta era rimasto quel
suo vezzo di guardare il cliente che le domandava cose proibite, un vezzo che
riassumeva tutta la sua bontà nel soddisfare i pervertiti o i superuomini del
letto.
La religione ha fatto bene a
scaricarla dei peccati che le avrebbero impedito di entrare nelle grazie del
Signore. Perché la «zia», com'era chiamata Ermelinda Bianchi, vedova Negri, era
né più né meno che la figuraccia di una società in cui l'amore è merce. Ella
trafficava sulle debolezze della carne, sui sensi, sulla concupiscenza, sui
godimenti sensuali come gli altri trafficano sulle scarpe, sugli abiti. Senza
femmine della prostituzione clandestina, senza uomini alla loro ricerca ella
non avrebbe potuto esistere. La sua atmosfera non poteva essere infocata che
dalla lussuria e dalla dissolutezza.
La caratteristica della «zia» è
stata la segretezza. Nel silenzio si può dire ch'ella continuasse la tradizione
delle Matteucci, delle Mazzini e delle Daverie, illustri ruffiane andate alla
ricchezza speculando sul megerismo. Anche se turbata o incalzata o martoriata
dall'insistenza della polizia la sua bocca non si è mai contaminata con la
rivelazione del nome degli altri. La sua clientela, maschia e femmina, è
rimasta per tutti anonima. In casa sua primeggia il pronome, lei, o si veniva
chiamati con nomi scelti di comune accordo. Così non saprei neanche adesso come
si chiamava l'adultera, che veniva condotta al postribolo clandestino e
ricondotta tutti i giorni al domicilio coniugale dal marito, se non mi fossi
dato la noia di pedinare la coppia che pareva innamorata l'uno dell'altra per
convincermi che vi sono creature che discendono fin dove il puttanismo perde il
nome. Al tempo della Negri, ma maritata dai modi signorili, era cercatissima,
aveva una clientela quasi fissa e rincasava quasi sempre con settanta e più
lire. Al domicilio coniugale lui e lei passavano per marito e moglie, modelli.
Inquilini e portinaia e padrone di casa parlavano di loro con grande rispetto.
La Negri aveva finito per
credersi circondata dalla stima pubblica. Le si scriveva, le si stringeva la
mano, la si salutava con curve e cortesie, le si parlava illustrandola con
qualche aggettivo, più di una volta le si confidavano segreti di cuore o di
famiglia. Nemica acerrima del chiasso o degli scandali, se le capitava la
disgrazia di qualche persona che non voleva pagare, gli faceva aprire subito
l'uscio della scala e metteva mano alla propria borsa, dicendo che non era
giusto che la donna perdesse il suo dovuto.
Nella sua prudenza era di un
cinismo spietato. Non aveva più coscienza della sua vergogna. In lei si era
sviluppata la mezzana che vive sul libertinaggio o in mezzo agli odori malsani
di un ambiente di amorazzi a un tanto all'ora, senza ritorni di pudore. La sua
casa è stata il teatro di tutti gli accoppiamenti che inorridiscono con tutte
le inversioni carnali, con tutti gli abbracciamenti lubrici, con tutti gli
isterismi e con tutti i deliri. Essa ha venduto vergini, semivergini, sedotte,
non sedotte, maritate, malmaritate, donne che saccheggiano l'uomo fin nel
sangue, donne che ubriacano senza dar tempo alla disubbriacatura, donne che
portano dovunque il dolore, la ruina e la morte dei sensi.
La «zia» è stata l'amica, la
compiacente, la ruffiana dei banchieri, degli speculatori, degli aggiotatori,
dei senatori, dei deputati, degli uomini maturi e degli uomini ai margini della
vita, di tutta la gente che impazzisce intorno le gonnelle prezzolate.
Se si potesse ripopolare la
galleria della sua casa con la turpe clientela, Milano si dispererebbe nelle
conclusioni. Caduta la maschera delle illusioni, essa si troverebbe alla
presenza di tutto un mondo di degenerati, di tutte le folle dei due sessi che
si cercano, si comprano, si vendono, si uniscono e si voltolano sul letto delle
immortalità e delle abominazioni lupanaresche con tenacia spaventosa.
La Negri è stata fra noi come
un gigantesco bubbone slabbrato che ha infettata l'atmosfera sociale. Ella è
scomparsa, ma i fetori sono ancora nell'aria che respiriamo. La casa della
impudicizia non ha cambiato che il nome della proprietaria. L'osceno mercato
continua. Sono dunque inutili le esecrazioni. Io non ho voluto che documentare
i vizi di una borghesia corrotta attraverso le sue megere.
Così io l'ho veduta calare nella
buca senza irritazione. La cassa, carica di carne in decomposizione, la cassa,
colma di putredine, andava giù lentamente e io pensavo al mondo equivoco che
l'ha mantenuta e arricchita.
«Zia», tu sei stata quale ti
hanno voluta: né superiore né inferiore ai costumi del tuo tempo.
Io avrei bisogno che una
metafora hughiana, mi servisse di pietra tombale alla putredine di questa
carogna sociale che ha sparso tutti gli ordinamenti locali.
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