|
A mezzanotte la stanchezza le
vince tutte. Sono tutte affrante, tutte spossate, tutte sfinite, tutte vogliose
di adagiare se stesse sulla scranna, sul divano, sulla seggiola, sul tabouret
dei restaurants, dei cafè, dei bar. Chi va alla fiaschetteria, cena. Chi al
Campari, sorseggia lentamente una consumazione.
Obbligate dal regolamento
poliziesco a conservare il «decoro», hanno perduto quel po' di follia che
piaceva ai noceurs. Sono immusonite. Non sanno mangiare. L'orizzontale
di una volta faceva spendere con piacere. La prostituta d'oggi ha conservato il
gusto plebeo dell'intingolo comune e non sa stare a tavola. Beve con la bocca
piena, non si copre il petto col tovagliolo, sovente rovescia il bicchiere,
qualche volta si caccia la punta della forchetta fra i denti e spesso insudicia
le dita con quello che mangia. Prende il caffè frugandosi la bocca
continuamente con lo stuzzicadenti. Un tempo, ai tempi del Franzetti,
capitavano alla Fiaschetteria, ragazze che sapevano indossare la toilette, e
rimanevano fra gli intellettuali del libro, del giornalismo, della drammatica,
della pittura, della scultura, dell'industria, del commercio, della
conversazione senza annoiare e senza annoiarsi.
Se i frequentatori d'allora
avessero avuto il gusto del diarista noi avremmo acqueforti di femmine
seducenti, pastelli di fanciulle graziose, figure abbozzate nella simpatia,
ritratti di mondane divenute famose col tiro a due, cocottes passate dal fasto
alla miseria, con la stessa celia spiritosa, con lo stesso garbo, con la stessa
bontà, con la stessa parola spiritualizzata. Io porto nella testa tutto un
medagliere di testoline adorabili. Sapevano dire sciocchezze geniali, fumare
una sigaretta con la signorilità della mantenuta reale, cucchiaianiare il
gelato come la vergine e bere la chartreuse con la boccuccia che faceva
fortuna. Adesso fra il demi-monde della strada o del restaurant non c'è più
personalità. Tutte si confondono e nessuna può essere veduta la seconda volta
senza subire un disgusto indicibile. Con quelle di oggi bisogna pensare alle
saccocce e turarsi le orecchie. L'ho già detto: non sono che della carne. Della
carne modellata più o meno bene, dei fianchi più o meno pieni, dei seni più o
meno scultorei, delle manine più o meno grassocce, più o meno bianche, più o
meno pozzettate, ma carne, carnaccia.
In questi ultimi mesi ho dovuto
rifrequentarle per il mio studio ambientale. Le mie note sono cariche di
schifezze e di nausee. I loro parlari non seducono dal soggetto della loro vita
e più di una volta stomacano. Le loro acconciature fanno sentire il mestiere.
Il loro alito puzza di stomaco alcolizzato. La loro compagnia lascia ricordi
spiacevoli. In mezzo a loro sale per la nari l'odore della carne mal lavata. Si
ubriacano di rado o per lo meno conservano l'atteggiamento delle persone che
possono rincasare senza carrozza o senza essere sorretti. Se si ubriacano è uno
spettacolo. Sbraitano, vomitano, cadono, si rialzano, menano le braccia e
ringraziano coloro che rimettono a posto il loro cappello o tengono il loro
parasole o ombrello, o le aiutano verso il domicilio, con i vocaboli del
truogolo. Se leticano è per il lenone. È allora, che il loro io s'impenna, che
piantano i pugni sui fianchi, che si guardano in cagnesco, che digrignano i
denti e che finiscono la collera con i manrovesci o collo acciuffarsi, o col
cadere nelle convulsioni.
Io sono per la libertà
sconfinata. Chi è giunto all'età della ragione protegga la propria salute come
gli pare e piace. Non voglio la schiavitù della donna. Faccia del suo corpo
quel diavolo che vuole. Il governo mezzano, il governo regolatore del traffico
più immorale, il governo che si mischia in tutto questo affare di gonne, sui
mercati della prostituzione, prenda il posto del lenone, si metta al livello
del proprietario del casino di San Pietro all'Orto.
Ma il governo che ci
rappresenta, che rappresenta un po' tutti, ha l'obbligo di non aiutare ad
allargare la piaga, di non prestarsi alla diffusione di un male che spaventa
tutti, senza che alcuno sappia trovarne il rimedio. Perché il rimedio non può
esistere nella società che esige la separazione dei sessi fino al matrimonio,
che si ostina a negare la prepotenza del bisogno fisiologico e a considerare
l'unione della donna e degli uomini del libertinaggio, del concubinaggio. E
allora siamo dominati dalla ipocrisia. Bisogna aspettare che la collettività
rinsavisca e viaggi verso la morale scientifica. Ma intanto io, governo,
adotterei il sistema inglese della chiusura generale dalle dodici alle dodici e
mezzo. È una coercizione che non fa male che agli speculatori della vita
disordinata.
Sono loro che arricchiscono
sulle orge degli altri. E per convincersene studiate la popolazione in giro
dopo mezzanotte. Non c'è penuria. Il danaro pare rubato. Tutti spendono. Tutti
sciupano. Tutti pagano a occhi chiusi. Anche gli spilorci della famiglia o
quelli che all'indomani dovranno grattarsi il capo saldano i conti senza badare
ai prezzi, senza occuparsi dell'addizione, lasciando magari tutto il «resto»
per mancia anche ora che la mancia è soppressa. È una frenesia generale. È
gente eccitata, gente avariata, gente affamata di donne, gente sborniata o a
mezza sbornia, gente che fa della notte giorno come le stradaiuole, gente
abituata a rincasare a mattina fatta, gente riottosa, composta di
attaccabrighe, gente che stravizia adescata dai luoghi aperti lungo la strada o
gente che gioca negli angoli o nei retrobottega o nei mezzanini rovinandosi e
rovinando fino allo spuntare dell'aurora. Non faccio nomi. Li ammucchio. Il bar
vale il restaurant, il restaurant vale il caffè. Il perché della loro apertura
è identico. I loro proprietari, se non sono invisi alla polizia dei costumi, a
poco a poco, diventano tutte persone che hanno del ben di Dio da tappare la
bocca ai malviventi, persone che posseggono e corrono per i luoghi mondani in
automobile.
Il caffè che si distingueva
dagli altri era il Carini, forse il più vecchio della speculazione notturna.
Era il caffè che non si chiudeva mai, come quello al Carrobbio, il ritrovo del
«vaianismo» e del «rocchettismo» delle fogne in giro. Se gli artisti del
pennello dessero la preferenza alla vita invece che alle persone, ai cavalli,
ai monti, ai boschi, ai pezzi di cielo e ai lembi di mare, al Carini avrebbero
trovata una vera pépinière per l'arte. Alle due del mattino era un
emporio di crappe e di locch e di camerieri e di sguatteri che
avevano finito di lavorare o che erano a spasso o di individui senza
occupazione o con un'occupazione saltuaria o di operai che avevano sbevacchiato
o di facce che non vedevi che di notte o di signori venuti dagli altri luoghi
aperti a completare la nottata con un caffè o con un cognacchino e con due uova
al latte o con quattro fette di salame coi panini caldi del forno.
Nelle ore piccine c'era sempre
ressa. Gli avventori erano coi gomiti sugli avventori. Vi si pigiavano. Vi si
soffocavano, vi si respirava l'aria fumosa. Coloro che non erano dell'ambiente
erano pieni di apprensioni. Si toccavano il portafoglio, mettevano le dita
sull'orgoglio e cercavano col pollice se c'erano gli spiccioli nel taschino.
Al sabato c'era il rabadan.
Rigurgitava di tutti i tipi. Il sottosuolo era sempre il più rappresentato. Tu
vi vedevi facce che erano state in prigione; facce che stavano per andarvi,
facce che avevano fatto la fame, facce che si erano rincarnate, facce che si
erano prostituite e si prostituivano. Qualche volta il caffè pareva il rifugio
degli insorti. Capelli scarmigliati, baffi sottosopra, occhi stralunati o
incendiati dal trani, dai liquori, dai caffè, da tutta la bottiglieria.
Cravatte smorte, cravatte rosse, cravatte gialle, cappelli ammaccati o gualciti
o stati in terra più di una volta. Giacche di lavoro, giacche unte, giacche
sfilacciate, giacche stralucide. La conversazione rumorosa produceva il
pandemonio. Ci erano parecchi tentativi di intonare il coro, ma la voce del
cameriere faceva tacere tutti. Qualche schiaffone che minacciava di suscitare
il disordine veniva preso per le spalle e buttato di fuori dove c'erano sempre
questurini. Se arrivava la squadra volante si chiudevano le uscite e tutti si
alzavano, vuotavano le tasche e presentavano gli arnesi da taglio agli agenti
senza farseli domandare. Se c'era l'ammonito lo si conduceva a S. Fedele o gli
si diceva: — Domani ci vedremo —.
La prostituta del Carini
(scomparso in questi ultimi tempi) era degli ultimi strati. Era la môme
italiana. Aveva il ganzo sempre in giro alla sua zona di lavoro. Era senza
cappello, aveva la testa modellizzata, indossava la veste colorata, chiusa fino
al collo, calzava stivali dal tacco che si faceva sentire, aveva le buccole o
le stellette o i cerchi a i lobi, l'anello d'argento al dito e non di rado le vedevi
la spilla al petto. Era più ladra che prostituta. Non si svestiva mai. Il suo
uomo ridiscendeva in cinque minuti. Abitava altrove. Era di porta Genova, di
porta Ticinese, di via Arena. Al centro non aveva che la stanza per la quale
pagava un tanto per cliente. Se le capitava un miscèe vi ci lasciava il
segno. Andava via derubato.
La crappa giovine era la bula
della prostituzione milanese. Sbucava dal sottosuolo. C'era in lei qualcosa di
selvaggio. Era una puledra maldomata. I suoi occhi erano birichini. Coi suoi
abiti a piombo, aderenti, chiusi fino al collo, aveva l'aria di una vergine
scappata dal casone o dagli antri della miseria. Alta, dritta, forte, bella,
con la fierezza sparsa per il viso, con le eminenze sode del seno che abbozzano
la donna, con i fianchi della ragazza in pieno sviluppo, con i garretti saldi
come l'acciaio, con i tacchi alti e secchi delle scarpine a bottoniera che
facevano chiasso, tradiva l'aristocrazia fisica della sua razza.
Talune avrebbero potuto
concorrere ai premi delle regine di bellezza. Non erano quasi mai sole.
Lavoravano in due e difficilmente si separavano. I loro guadagni avevano più
del furto che del carnimonio. Erano la gourmandise dei vecchi che loro
chiamavano miscée. Erano sempre pedinate dai marlous o dai petits
marlous, i giovinastri o i pivelli cresciuti negli stessi viottoli delle crappe,
trascinate o iniziate da loro a vivere alle loro spalle. I piccoli mantenuti
della prostituzione incipiente indossavano l'abito del fort, una giacca
alla vivadio, con calzoni che lasciavano vedere tutta la giovanilità di cosce
possenti.
Le crappe ne erano
affascinate e li temevano. Spesso erano graffiate, morsicate con segnacci al
collo e intorno al collo e intorno agli occhi. I marlous erano la loro
gioia e la loro disperazione.
Le domeniche erano per loro. Si
perdevano per le osterie suburbane, dove si ballava. Di queste coppie ne ho
trovate a Loreto, a Greco Milanese, al Pilastrello, nei paraggi di porta
Vittoria e in molte osterie che costeggiavano il naviglio furono di porta
Ticinese.
Le ultime due in fiore che ho
veduto a tavola con i loro ganzi potevano essere scambiate per due educande o
due fanciulle che avessero fatta la comunione alla mattina. C'era in loro
qualche cosa di angelico. Erano bianche come il latte-miele. Solo negli occhi
era la loro vita. Leggevano il menù, sceglievano le vivande e ordinavano il
vino, di quel buono. Ciascuna coppia aveva il proprio brumista a pranzo, un
altro pivello che pareva avesse smesso il mestiere del mantenuto la sera prima.
Uno degli amanti aveva la testa bendata e i segni di alcuni pugni sotto gli
occhi e intorno al naso. Mantenuti, crappe e brumisti erano conosciuti?
Perché di tanto in tanto passava qualcuno che diceva: — Ciao Biscela! Ciao
Negra! Addio, morettina! —. Crappe e mantenuti conoscevano il cellulare e il
sifilicomio, e, quando l'uno c'era, l'altra aiutava.
Alcuni confondevano la crappa
con la scaia. Era un errore. La scaia era del basso postribolo, un nome
ormai passato di moda. La razzia non ha bisogno di descrizione. Avviene in
tutte le città popolose. Quando il numero delle slibrettate è in aumento,
quando la stampa porta in piazza i loro orrori, quando qualche vittima denuncia
l'incognita perché si è svegliato nel letto di tutti solo e senza un centesimo,
la squadra dei buoni costumi pacifica l'opinione pubblica con le razzie. Retate
che girano a nulla. Ho assistito a Genova a una razzia di centocinquanta. Al
porto ne agguantarono cinquantacinque. Portate via dai vagoni coi fogli di via.
Ho veduto la stessa scena a Torino.
È inutile: o scaricarle in alto
mare o rassegnarsi a vedersele nella casa nazionale a demolire i buoni costumi
e ad appestare l'ambiente.
Io non mi occupo di riformare.
Le prostitute non sono riformabili.
Il governo dovrebbe dar loro
un'ora di concentrazione notturna per togliere dalla circolazione la immondizia
umana.
|